Amalia Stulin

Ostri Ritmi #20: Aleš Debeljak. A cura di Amalia Stulin

Riprende da questa settimana la rubrica Ostri ritmi di Amalia Stulin, per una terza stagione che ci accompagnerà qualche mese ancora alla scoperta di autori legati alla letteratura slovena.

Najemniški vojaki

Umiril se je veter v goricah. Vešča buta ob karbidovko.
Večer slabotno diha. Prošnja, neuslišana, v somrak izgine
ob brezbrižnosti boga. Mi od daleč gledamo, kako se od
pravil in nujnosti tresejo nasledniki mogočnega prestola.

Tu dinastije menjajo se v nedogled. Jug in sever, vzhod,
zahod: zvesto služimo. Slavolok prebodel je oblake. Ni sok
murve, kar lepi nam dlani. Ščite tesno stiskamo. V razkosani
deželi trta čaka neobrezana. Samo ugibamo, kako ji je hudo.

Langobardi, Skiti in vladarji Norika: v imenu tuje zmage smo
odpirali zaklade in lobanje. Za nami so ostale prazne jame.
Zdaj počivamo. Končana je naloga. Začeti znova je težko.

Tudi vid nas pušča na cedilu. Kar sploh lahko ugledamo, je
enostavni red predmetov. A to je malo, manj kot nič. Še
obrazov ne spoznamo, ko včasih luža nam nakloni lastni lik..

Mercenari

Il vento si è calmato tra i vigneti. Una falena sbatte contro la lampada.
La sera respira debolmente. Una supplica, inascoltata, scompare al crepuscolo
nell’indifferenza del dio. Noi osserviamo da lontano, come
tremano per il dovere e la necessità i successori all’immane trono.

Qui le dinastie si succedono all’infinito. Sud e nord, est,
ovest: serviamo fedelmente. L’arco trionfale ha trafitto le nuvole. Non è
succo di more che ci appiccica le mani. Stringiamo forte gli scudi. In un paese
smembrato la vite aspetta, non potata. Intuiamo solo quanto soffra.

Longobardi, Sciti e signori del Noricum: nel nome di vittorie straniere
abbiamo aperto tesori e crani. Dietro di noi sono rimaste caverne vuote.
Ora riposiamo. La missione è conclusa. Ricominciare è difficile.

Anche la vista ci abbandona. Ciò che possiamo ancora scorgere è
il semplice ordine delle cose. Ma è poco, meno di niente. Nemmeno
i volti distinguiamo, quando il fango ci rimanda le nostra stessa immagine.

 

Mesto in otrok

Noben stok, zares, ni brez namena. Le kadar arhangel
se nam prikaže kot v planini modri svišč, za bežen hip
morda spoznamo, kje stoji izbrana domovina. Ne bo zamrl
tvoj babilonski vrišč. Zato ne spijo pesniki. Naloga

zdaj se jasna zdi: to bo kronika in v njej bolečina.
Velika kot gruda ledenika, ki se topi. In preplavi
nasade maka in vasi, tarče v frizu vitkega portala in
razkošne gube turškega srebra: vsaka solza te poglobi.

Stojiš na skali, ki se ne premakne. Okrog tebe svet se
kruši v prepad. Ti piješ živo vodo. Črpaš jo iz ust
ljudi, ki s tabo dihajo. Zraven so kot dokaz, ko se

zjutraj spet rodiš. Kot tale pesem. Še malo in utišal jo bo
plaz. A tisoč odmevov se namesto nje pognalo bo v zrak.
Ker ljubezen, ki teče ti skoz žile, je seme, cvet in sad..

La città e il ragazzo

Nessun lamento, davvero, è insensato. Solo quando l’arcangelo
ci appare come una genziana blu in montagna, per un fugace istante
forse capiamo dove sta la dimora prescelta. Non si spegnerà
il tuo baccano babelico. Per questo non dormono i poeti. Il compito

ora pare chiaro: sarà una cronaca e in essa un dolore.
Grande come il blocco di un ghiacciaio che si scioglie. E travolge
campi di papaveri e villaggi, bersagli nel fregio di un portale slanciato e
sfarzose pieghe di argento turco: ogni lacrima ti scava più a fondo.

Sei fermo su una roccia che non si sposta. Attorno a te il mondo
precipita nell’abisso. Tu bevi acqua viva. La succhi dalla bocca
delle persone che con te respirano. Sono lì accanto, come una prova,

quando la mattina rinasci. Come questa poesia. Tra poco la valanga
la metterà a tacere. Ma al suo posto migliaia di eco si spargeranno nell’aria.
Perché l’amore, che ti scorre nelle vene, è il seme, il fiore e il frutto.

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#Ostriritmi #secondastagione

Anche quest’anno il nostro blog ha ospitato una “stagione”, una seconda per l’esattezza, di «Ostri ritmi», rubrica a cura di Amalia Stulin, che ha visto protagonista la poesia slovena del Novecento e più contemporanea. Un percorso con, in primo piano, la scoperta di voci passate e presenti grazie alla traduzione in italiano, una scelta che la curatrice ha affrontato sempre con attenzione, andando a compiere una ricerca mai scontata, talvolta impervia − non pochi, infatti, gli autori “sperimentali” proposti quest’anno −, che tocca direzioni testuali differenti.

Vogliamo regalarvi un riepilogo in PDF di quest’annata 2017/2018: PDF Ostri Ritmi 2

E ringraziare Amalia Stulin per la costanza, l’impegno e la serietà della proposta.

la redazione

Ostri ritmi #18: Edvard Kocbek

 

Ti si skrivnost za moje oči

Ti si skrivnost za moje oči,
bodalo za moje srce,
plamen za mojo dlan.

Jaz sem žalost za tvoj spomin,
kadilo za tvoje telo,
za tvoj obraz pajčolan.

Veneva v dolgo noč,
tiho se napajajoč
kakor pelikan..

Tu sei un segreto per i miei occhi
Tu sei un segreto per i miei occhi,
una spina per il mio cuore,
una fiamma per il mio palmo.
Io sono tristezza per il tuo ricordo,
fumo per il tuo corpo,
per il tuo viso ragnatela.
Ci consumiamo nella lunga notte,
mentre mi abbevero in silenzio
come un pellicano.

 

Čuj, deklica, jablanov cvet

Čuj, deklica, jablanov cvet
ti pada tiho na oči.
Jaz, potepuh, te brez besed
polagam v divjo rast noči.
O nič se, deklica, ne boj,
jablanov cvet je luč nocoj.

Objeta čutiva temò,
kako omamljena trohni.
Telesi padata na dno,
otožna čistost ju teži.
O nič se, deklica, ne boj,
jablanov cvet dehti nocoj.

A ko bo cvet jablanov spet
osul se in narasel v plod,
takrat se bo zarasla sled,
odšel bom svojo zadnjo pot.
Takrat, o deklica, se boj,
takrat bo senca nad teboj..

Ascolta, ragazza, un fiore di melo
Ascolta, ragazza, un fiore di melo
ti cade piano sugli occhi.
Io, vagabondo, senza parlare
ti adagio nel selvaggio crescere della notte.
O nulla, ragazza, non devi temere,
il fiore di melo è luce stanotte.
Avvinti sentiamo l’oscurità
marcire, come inebriata.
I corpi piombano sul fondo,
carichi di un malinconico candore.
O nulla, ragazza, non devi temere,
il fiore di melo profuma stanotte.
Ma quando il fiore di melo sarà
nuovamente piantato e darà frutto,
allora coprirà la scia,
me ne andrò per la mia ultima via.
Allora, o ragazza, abbi timore,
allora sarà su di te l’ombra.

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Ostri ritmi #17: Alojz Gradnik

Questo mese Ostri Ritmi fa un salto all’indietro, abbandonando per un po’ i lidi della poesia più contemporanea di cui ultimamente ci occupiamo: questa la ragione per la quale la nota di lettura è anticipata. Alojz Gradnik, infatti, nasce nel 1882 a Medana, nella Goriška Brda, regione storica a cavallo tra Slovenia e Italia (dove è conosciuta come Collio), rinomata ancora oggi per la sua tradizione vitivinicola. Il padre è sloveno triestino, la madre invece è friulana. Frequenta il liceo a Gorizia, poi si iscrive all’università a Vienna per studiare legge, mentre si mantiene come insegnante privato. Muove i primi passi nei tribunali tra Gorizia e Cormons, poi in Istria come assistente del giudice. Durante la Prima guerra mondiale viene arrestato e dopo il rilascio sembra decidere di evitare il più possibile le zone di guerra: allo scoppio del conflitto tra Italia e Impero austro-ungarico lascia Gorizia e si ritira verso l’interno, arrivando a Ljubljana dopo l’occupazione italiana della Primorska nel 1920. Qui lavora come esperto giuridico al Ministero degli esteri, per poi continuare a esercitare la professione a Beograd e poi Zagreb. Nel 1941 viene sollevato dal suo incarico dal regime degli Ustaša, torna a Ljubljana e nel ’46 si ritira a vita privata, dedicandosi interamente alla produzione letteraria, che non rappresenta però una scoperta della tarda età.
La prima raccolta di liriche esce già nel 1916, all’età di 24 anni, e da quel momento in poi esce più di una dozzina di pubblicazioni, di cui alcune curate da terzi. Eros Tanatos (1962), che abbiamo scelto per questa occasione, rappresenta un’opera tarda, che testimonia la maturità del poeta pochi anni prima della sua scomparsa, avvenuta nel ’67. Il titolo è programmatico: “amore e morte” sono chiaramente gli oggetti della riflessione. Soprattutto la morte, descritta talvolta attraverso suggestioni gotiche e immagini macabre che echeggiano certi versi di Baudelaire, la fa da padrona, in bilico tra il memento mori e la celebrazione dell’eros più scabroso. Ma l’amore c’è e non è per forza l’amore distruttivo che porta alla morte; come leggiamo nell’ultima poesia, V zaščitju [Al riparo], sembra piuttosto un attimo di pace, uno scudo contro la morte.

 

© nota a cura di Amalia Stulin

Splendi e bruci

Splendi e bruci e nella tua luce d’oro
palpita tutta la mia anima esausta.
Oh tu, mio sole, fino al fondo del cuore
spingimi, sfiniscimi fino alla morte.

Mi permei tutto il tuo splendore
e quando chiudo gli occhi per l’ultima volta,
sii per me il lume che in eterno
mi rischiara calmo le profondità della tomba.
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Žariš in žgeš

Žariš in žgeš in tvoji zlati luči
vsa trudna duša moja trepeta.
O sonce moje ti, do dna srca
izpali me, do smrti me izmuči.

Naj tvoja vsa me prepoji svetloba
in ko zaprem posledjikrat oči,
mi bodi lučka, ki za večne dni
zasije mirno mi v globine groba.

*** (altro…)

“Quel Carso felice”, antologia di Srečko Kosovel a c. di Michele Obit (intervista di Amalia Stulin)

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Quel Carso felice, quell’amara Europa

Nel novembre dello scorso anno, in libreria è apparsa un’interessante novità editoriale che rientra a pieno in quei territori letterari che ormai da più di un anno vengono esplorati qui nella rubrica «Ostri ritmi» (qui). Si tratta di un’antologia di liriche scelte dedicata al poeta sloveno Srečko Kosovel, proposta dall’editrice triestina Transalpina, interessante realtà nata da un’iniziale esperienza libraria, che ad oggi può vantare più di quindici anni di pubblicazioni. Il catalogo è specializzato in testi riguardanti il territorio locale, con una spiccata attenzione per l’escursionismo e le attività naturalistiche, senza però dimenticare la letteratura che celebra quel territorio: Quel Carso felice, l’opera di cui parleremo, si inserisce infatti nella collana «L’elleboro verde», ancora agli inizi, accanto al classico di Scipio Slataper Il mio Carso.
Le poesie di Srečko Kosovel non sono inedite in Italia, per quanto la loro diffusione sembri limitarsi essenzialmente alla regione transfrontaliera. L’aspetto di maggiore interesse non è quindi la novità nel panorama italiano, quanto la scelta di affidare traduzione e cura del volume a Michele (o Miha) Obit, traduttore di lunga data e poeta lui stesso, che «Poetarum Silva» ha già avuto modo di incrociare diverse volte (qui). L’opera si presenta come una raccolta di poesie con testo a fronte (scelta doverosa), purtroppo priva di un apparato critico di note che vada a contestualizzare in maniera puntuale le considerazioni fatte nell’introduzione, scelta forse dovuta al taglio maggiormente divulgativo che si è voluto dare al libro.
Per poter presentare da un punto di vista privilegiato i contenuti di quest’opera, ho chiesto allo stesso Obit di integrare con i suoi pensieri le mie riflessioni, rispondendo a qualche domanda sul suo lavoro di scelta dei testi e su altre questioni che riguardano lo spirito con cui nasce questo libro. La proposta è stata accolta con grande cortesia e disponibilità e ha portato a questo scambio, forse breve ma ricchissimo di spunti che speriamo spingano altri lettori alla scoperta di un autore fortemente attuale, che ha vissuto in una terra e in un’epoca cruciali per lo sviluppo di un capitolo fondante la Storia d’Europa.

© Amalia Stulin

Già il titolo di questa antologia pone subito l’accento su due punti. Il primo è certamente che il Carso, con la sua natura, sarà il centro di gravità di questa raccolta. Per questa ragione avete scelto di non includere i testi maggiormente spinti verso la sperimentazione, in cui al territorio, se c’è, non ci si riferisce mai direttamente. Un componimento come Notturno [Nokturno] ha però molto del «poeta “elettrico”», come tu lo chiami, degli Integrali. Come si concilia la violenza che si percepisce in quei versi coi lunghi silenzi e i rumori distanti protagonisti delle altre liriche?

Il titolo è un gioco di parole poiché richiama il nome Srečko, che in italiano sarebbe Felice. È un’idea della casa editrice Transalpina di Trieste, che ha voluto dare seguito ad una sua precedente pubblicazione, una riedizione de ‘Il mio Carso’ di Scipio Slataper. Raccontare con un breve intervento introduttivo e i suoi stessi versi il Carso di Kosovel significa soffermarsi sul suo primo periodo, quello impressionista, che dal punto di vista poetico è legato ad uno stile abbastanza classico (ma teniamo conto che Kosovel quando scriveva questi versi aveva meno di 20 anni), anche se iniziano a notarsi degli accenni del poeta costruttivista. Riguardo la poesia che hai citato, Kosovel conosceva le composizioni per pianoforte di Beethoven perché le suonava la sorella Karmela, in esse percepiva la necessità di un risveglio, come quello del suo popolo da un sogno passivo, ma chi voleva battersi per degli obiettivi morali assieme a lui doveva rinascere un’altra volta dentro di sé. Sono i primi segnali della nuova fase di Kosovel, dove il Carso scompare lasciando spazio al riconoscimento, con una visione profetica, dell’agonia dell’Europa.

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Il secondo punto riguarda l’aggettivo. È davvero un “Carso felice”? La domanda può sembrare superficiale, ma riguarda il rapporto personale tra l’autore e il paesaggio che canta. Penso a un’opera paradigmatica proveniente dalla letteratura americana, come può esserlo Paterson di William Carlos Williams. Autore e paesaggio si compenetrano e non è più chiaro dove finisca l’uno e dove inizi l’altro. Per William Carlos Williams esiste un “uomo-città” (o una “città-uomo”, se si vuole); per Kosovel esiste un “uomo-Carso”? E questo uomo, è un uomo felice?

Se fosse felice non lo so. Probabilmente se limitiamo la pur breve vita di Kosovel al suo rapporto con il Carso, potrei rispondere di sì. Era il luogo dell’infinito ritorno, come l’ho chiamato provando a dargli una definizione, era il luogo della nostalgia quando si trovava a Lubiana, era il paese, la sua famiglia, i pini, la bora, con un’altra possibile definizione il suo microcosmo. Ed era anche il luogo delle belle parole, belle perché semplici (Preproste besede, Semplici parole), da contrapporre a quelle dure e spesso vane di chi vive e scrive da una città. Ciò che poteva rendere infelice Kosovel era il ‘contorno’ sociale e politico di quel tempo: una guerra mondiale appena conclusa, una seconda che si stava già profilando, la creazione di un confine che divideva Lubiana dal Carso e quindi lui, studente in città, dalla sua famiglia, i primi già tragici episodi di violenza fascista a Trieste. Tutto questo ovviamente non poteva non scuotere un animo come il suo.

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A proposito di Quel Carso felice, non ho potuto evitare di pensare a un’altra operazione per certi versi simile, condotta da un grande autore contemporaneo. ʿAbbās Kiārostami, maestro del cinema (e non solo) iraniano scomparso da poco, ha ricevuto aspre critiche quando ha pubblicato una raccolta di haiku i cui versi altro non sono che gli emistichi smembrati del Canzoniere del poeta Ḥāfeẓ, figura sacra nella letteratura persiana. Un po’ come se in Italia qualcuno rimescolasse le terzine dantesche. Nel nostro libro l’integrità dei componimenti viene rigorosamente rispettata e non ci troviamo certo di fronte a un vero caso di appropriation art, ma mi chiedevo se anche tu avessi sentito il “peso” del materiale su cui stavi lavorando, un qualche tipo di senso di responsabilità nei confronti di un autore tutt’altro che secondario come Kosovel.
Hai ricevuto qualche feedback da parte della critica (penso soprattutto a quella slovena e transfrontaliera di ambito triestino) a questo proposito?

Ho riflettuto non poco prima di accettare l’invito della casa editrice, credo per il rispetto che provo verso la Parola, uso l’iniziale maiuscola non a caso. Ho incontrato Kosovel tantissimi anni fa traducendo alcune sue poesie infantili, ma ero inesperto, alle prime armi. In realtà il primo incontro vero e proprio è avvenuto quando sono andato a visitare per la prima volta, sempre molti anni fa, la casa dove ha vissuto i suoi ultimi anni e la sua tomba, a Tomaj. Non so se vale per tutti, ma per me conoscere i luoghi di Kosovel è stata una sorta di epifania, di rivelazione. Ci ritrovi ancora oggi i paesaggi descritti da lui, e riesci ad immaginarlo, in quale modo è ancora lì. Puoi capire come questo aiuta molto, poi, nel lavoro di traduzione.
Riguardo la critica, il libro nel Triestino, anche non sloveno, è stato ben accolto. Quando ha comparato le traduzioni con altre meno recenti, dicendo che la differenza si nota, forse non intendeva in negativo.

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Ostri ritmi #16: Neža Maurer

Dež

Ena kaplja — to ni dež.
Dve kaplji tudi ne.
Ko pa mi številk zmanjkuje,
slišim: — Ej, kako dežuje!
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Pioggia

Una goccia – questa non è pioggia.
Due gocce nemmeno.
Quando però perdo il conto,
sento: – Ehi, come piove!

 

Kam?

Kam so se skrile planine?
Zavile so se
v dolge meglene obleke
in nekam daleč odšle.

Kam so izginile rože
in ptiči in listi z dreves?
Na veter jesenski so sedli
in odleteli na ples.

V teh sivih jesenskih dnevih
še mi bi za njimi odšli —
a megla poti nam zagrinja
in burja nam piha v oči.
.

Dove?

Dove sono finite le colline?
Si sono ammantate
con lunghe vesti nebbiose
e lontano se ne sono andate.

Dove sono i fiori e gli uccelli
e le foglie dagli alberi andati?
Seduti sul vento d’autunno,
sono a ballare volati.

In questi grigi giorni d’autunno
con loro pure noi ce ne andremmo ora –
ma la nebbia ci copre la strada
e negli occhi ci soffia la bora.

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Ostri ritmi #15: Barbara Korun

 

Buče!
Velike, okrogle, zlate!
Brez števila!
Polje buč!
V mehkem zavoju se dvignejo predme, nenadno, ogromne. Od horizonta do horizonta same buče. Stebličevje in listje na polju posušeno v bakrene čipke, krhke, filigranske. In med njimi sij zlatih buč.

Ta svetloba! Kot bi božala, kot bi žarki res imeli mehke dlani in v luči dotik. Svetloba boža buče, buče božajo oči, oči zibajo dušo.

Na robu horizonta dve postavi, otovorjeni s škafi, košarami, cekarji, cajnami, gajbicami. Tako majhni, tako nebogljeni pred mogočnimi bučami, pred razsipajočim se zlatom obstaneta,
začudeni,

prevzeti.

.

Zucche!
Grandi, tonde, dorate!
Infinite!
Un campo di zucche!
All’improvviso si stagliano davanti a me in una dolce curva, enormi. Da orizzonte a orizzonte solo zucche. Ramoscelli e foglie rinsecchiti sul campo come merletti di rame, fragili, preziosi. E in mezzo il chiarore di zucche d’oro.

Questa luminescenza! Come se carezzasse, come se i raggi avessero davvero palmi morbidi e il tocco nella luce. La luce carezza le zucche, le zucche carezzano gli occhi, gli occhi cullano l’anima.

Sul limite dell’orizzonte due figure, carichi di tinozze, ceste, panieri, cesti, cassette. Così piccoli, così deboli davanti alle massicce zucche, si fermano davanti all’oro dirompente,
incantati,

scossi.

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Ostri ritmi #14: Branko Šömen

Talčev sotiš

grlica kje sem jo že slišal
potok lesen most in dež
roko mi je odnesla zima
glavo pomlad noge jesen

tebe sem srečal dvakrat
ob rojstvu ob jami za krsto
tebe sem srečal dvakrat
več nisem prišel na vrsto

grlica kje sem jo že slišal
noro sva se smejala oračem
nato sem padel v vodo z mostu
mrtev od življenja poražen

čez toliko let sem te srečal
znova potok blizu mostu
in k belim kostem sem pripisal
draga še zdaj sem na dnu.

La danza degli ostaggi

una tortora dove l’ho già sentita?
un ruscello un ponte di legno e la pioggia
l’inverno mi ha portato via una mano
la primavera la testa l’autunno le gambe

te ho incontrato due volte
alla nascita nella fossa dietro alla bara
te ho incontrato due volte
non è più arrivato il mio turno

una tortora dove l’ho già sentita?
abbiamo riso come matti degli aratori
poi son caduto in acqua dal ponte
morto sconfitto dalla vita

dopo tanti anni ti ho incontrato
di nuovo un ruscello vicino a un ponte
e accanto alle ossa bianche ho aggiunto:
cara, sono già sul fondo

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Ostri ritmi #13: Klarisa Jovanović (a cura di Amalia Stulin)

Ostri ritmi è una rubrica a cura di Amalia Stulin che, ogni ultimo venerdì del mese, ci introdurrà a voci della letteratura slovena del Novecento e di oggi. La traduzione sarà della stessa curatrice, che proporrà ad ogni post anche una breve nota critico-biografica sull’autore scelto. Dopo la fortunata serie 1 è il turno di un secondo ciclo della rubrica: Ostri ritmi 2 che aprirà, nel 2018, anche alla prosa. Sarà un’occasione di scoperta di autori mai tradotti in italiano e sino ad ora non affrontati su «Poetarum Silva», con un taglio nuovo, personale e appassionato. Il titolo è tratto da una lirica di Srečko Kosovel: Ritmi affilati.

Alenčica, Matjažu

ko se iz turških
bitk povrneš, ne bom več
jaz, ne boš več ti.

Alenčica a Matjaž[1]

quando da turca
strage torni non sarò
io, non sarai tu

 

Peter Klepec

kaj drevje. plevel,
plevel: koprive, meta,
slak v tvojih prsih.

Peter Klepec[2]

qualche albero. malerba,
malerba: ortiche, menta,
vilucchi hai in seno

 

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Ostri ritmi: la serie completa 2016-2017

Ostri ritmi, rubrica a cura di Amalia Stulin che compie oggi il dodicesimo mese di vita, è una delle molte proposte che, come redazione, abbiamo attivato durante l’arco della stagione 2016/2017. L’idea fu lanciata e abbracciata sedute a un tavolo del cortile di Malcanton-Marcorà all’Università Ca’ Foscari di Venezia: Amalia aveva già tradotto dall’ebraico alcune poesie per la rubrica I poeti della domenica − lo studio di questa lingua fa parte del suo percorso universitario − ma la sua provenienza geografica faceva allora (e oggi anche) pensare che l’opportunità di potersi addentrare nella poesia slovena del Novecento e più recente fosse un’occasione da non perdere. Ecco dunque che la struttura “lineare” dei suoi contributi restituisce questa prima spinta e l’acutezza di una giovane studentessa, lettrice e studiosa, che ha raccolto e misurato, di volta in volta e con tenacia, la necessità di scegliere una voce letteraria a lei nota e non, di tradurla poi e di scrivere un piccolo profilo biografico e critico che proponga ai lettori quale importanza l’autore ha nel passato e nel presente della storia letteraria del proprio paese d’origine.
Credo di poter orgogliosamente affermare che Amalia ha colto e restituito, in 12 puntate, quello che è lo spirito indipendente e aperto di «Poetarum Silva»: uno spazio in cui si creano dei movimenti che portano a grandi “scoperte”. Questo vocabolo riassume la peculiarità di una rubrica come questa, dove i «ritmi affilati» del titolo trovano, di volta in volta, in 12 poeti molto diversi, appartenenti alla tradizione e non, una declinazione diversa. Anche “scelta” è una parola che riguarda la posizione che Amalia Stulin ha assunto, con consapevolezza e fermezza. Ecco dunque che abbiamo − guidati da lei − attraversato la poesia lirica del primo Novecento di Srečko Kosovel, tutto il secolo e le guerre che hanno segnato Ljubka Sorli così come Katja Špur e Karel Destovnik Kajun. La contemporaneità in cui siamo immersi (e in particolare il secondo Novecento e il presente) è stata toccata attraverso le voci maschili e femminili di Ifigenija ZagoričnikMojca Pelcar-ŠarfUroš Zupan, Maja Vidmar, in cui si manifesta un certo gusto per la sperimentazione linguistica ma anche per una poesia che vira più spesso verso la prosa. Così accade − in parte − con Milan Jesih, con David Bandelj  e Zvezdana Mahejn. Viene da chiedersi, ora, se questa rubrica non possa in futuro creare un ponte di studi tra lingue diverse e nazioni diverse, anche con l’Italia e con la poesia italiana di ieri e di oggi.

Alessandra Trevisan

Vi presentiamo qui il pdf che raccoglie le dodici voci poetiche tradotte e introdotte da Amalia Stulin

PDF Ostri ritmi – prima stagione

Ostri ritmi #12: Zvezdana Majhen

Prinašaš mi, doslej zaman iskan,
navdih, ki poeziji narekuje,
naj z jadri intuicije potuje
v neznano čez časovni ocean.

Na barki sva le jaz — star kapitan
in prvi krajec, ki me razsvetljuje,
ko Pluton Jupitru drobovje ruje
in stene biča silovit orkan.

Jadram in jadram… Jadram kot cigan
sledeč življenju, da me nadaljuje
v neskončni plovbi, ki ne potrebuje

magnetne igle, da preveri stran.
Med ujmo, pred potopom, me varuje
na premcu vžgan skrivnostni talisman.

Mi porti, finora vanamente ricercata,
l’ispirazione, che impone alla poesia
di viaggiare sulla nave dell’intuizione
nell’ignoto, attraverso l’oceano del tempo.

Sulla barca ci siamo solo io — vecchio capitano
e il primo quarto, che mi rischiara,
quando Plutone strappa a Giove le budella
e sferza le pareti un violento uragano.

Navigo e navigo… Navigo come uno zingaro
che segue la vita, perché mi continui
in un’infinita traversata, che non ha bisogno

di un ago magnetico, per controllare la direzione.
Mi protegge nella calamità, dall’annegamento,
un arcano talismano impresso nella prua.

* (altro…)

Ostri ritmi #11: David Bandelj

.

Pred mejo

Zobam
. enovito
.        formulo
.   dobrobiti

.skozi
.        večerne
luči
.   jo je
.        videti

čutiti
.   v
.     mrzlem
.       zraku

tisoči
.    so
umrli

s telesom
.   in
brez
. njega

zato
.    da
z
.  vrha
.   Kapele

gledam
.        mejo

.     ki je ni

nad Novo Gorico, 29.11.2007

 

Davanti al confine

Pilucco
.un’armoniosa
.               formula
.  di benessere

attraverso
.              la luce
della sera
.           lo si
.               intravede

lo si sente
.      nella
.      fredda
.        aria

migliaia
.   sono
.   morti

col corpo
.   e
senza
. di esso

così
.   che
dalla
.      cima
.      della Cappella

guardo
.         un confine

.      che non c’è

a Nova Gorica, 29.11.2007

*

Gledanje čez polja

.Trikrat
se je
.    veliki
.   črni
.      bik

obrnil

preden je
.    stopil
.  v babilonski
.       rov

šival sem
.  hlače
in
.  gledal
njegove
.    poslednje
.   korake
.           v
.    temo

zarjovel
.           je

in se
.      izgubil
ne vem
.           ali je še
možno

.     mirno posedati
.          v senci

brez občutka

.   krivde

 

Guardare oltre il prato

Per tre volte
si è
.   il grande
. toro
.    nero

girato

prima di
.  entrare
.nel tunnel
di Babilonia

io cucivo
. calzoni
e
. guardavo
i suoi
.     ultimi
.   passi
.      nel
.    buio

lanciò
.        un urlo

e
. sparì

non so
.          se ancora
si può

.   sedere tranquilli
.        all’ombra

senza un senso

.     di colpa 

*

Obiskovalka

Ponavljala
.   je vedno
.       iste
.      besede

ko je
.  sedla
.        k
pregledu

niti
.  se
. mi ni
.  zdelo
potrebno
. da bi
.  jih
povzemal

.  na koncu
.    je
. s stola

padel prah

morda
.       del
.  nje

 

Una visitatrice

Ripeteva
. sempre
.le stesse
.  parole

quando
. sedeva
.      per
il controllo

non
.  mi
. pareva
.         poi
necessario
. che io
. le
riprendessi

. alla fine
.   dalla
. sedia

cadde della polvere

forse
.     parte
di lei

 

*

 

Stran iz dnevnika

Danes bi
.    lahko bil

navaden 4. december

pa ni

. ker je Umberto Eco
.    v Ljubljani

(prejema častni doktorat)

.lahko bi ga
.   šel poslušat

pa grem
.    raje
.      v stolnico

. in niti
.   tam

ni miru

.kanonik ki
.    obhaja

nosi debel
. prstan z
.    ametistom

ko odhajam neizpolnjen

.      je
.     Ljubljana
.  v lučkah
.in vrvežu

nič se
.  med sabo
.    ne sklada

morda je

. svet izbral
.    napačno
.       pot

 

Pagina di diario

Oggi potrebbe
.    forse essere

un normale 4 dicembre

ma non lo è

. perché Umberto Eco
.   è a Ljubljana

(ritira un dottorato honoris causa)

potrei andarlo
.    ad ascoltare

ma preferisco
.     andare
.       in cattedrale

e pure
.        lì

non c’è pace

. il canonico che
.da la comunione

porta un grosso
.       anello con
.          un’ametista

quando me ne vado incompleto

.  Ljubljana
.    è
.  tra luci
e trambusto

niente si
.    intona
.     col resto

forse il mondo

.        ha scelto
.             la via
.          sbagliata


Fonte: David Bandelj, Odhod [Partenza], Mladika, Ljubljana 2012

© Traduzione a cura di Amalia Stulin

DAVID BANDELJ

Classe 1978, David Bandelj nasce a Gorica-Gorizia, sul lato italiano del confine. Si laurea in Letterature comparate alla Filosofska fakulteta a Ljubljana, porta a termine un dottorato di ricerca e si dedica successivamente all’insegnamento alle scuole medie, lavorando sempre a cavallo di Gorizia e Nova Gorica. Ha lavorato come ricercatore universitario e si è dedicato all’ambito musicale, insegnando pianoforte e dirigendo diversi cori. Collabora come columnist e critico letterario a importanti testate, quali «Novi glas» e «Primorski dnevnik» (quotidiano in lingua slovena di Trieste), più altri periodici.
Inizia a pubblicare nel 2000 e da allora sono apparse quattro raccolte poetiche, l’ultima delle quali, Odhod (Partenza), risale al 2012.
Come sottolinea il commento di Meta Kušar in coda a questa raccolta, il linguaggio di Bandelj si allontana da quell’ermetismo diffuso nella poesia di sperimentazione slovena. Al contrario, egli sceglie una lingua semplice, fluida a tal punto da abbandonare la punteggiatura, ma opta per una comunicazione più strutturata sul piano visivo. Le liriche sono graficamente sgranate, come a rimandare ai grani di un rosario, elemento che ben rappresenta il contesto profondamente cristiano in cui il poeta nasce, viene educato e tutt’ora vive. Un altro importante aspetto della poesia di Bandelj, riflesso inevitabile dell’ambiente socio-culturale in cui è nato, è quello della riflessione sul confine, sugli sconfinamenti, le “partenze” appunto. Il poeta sa che sebbene i confini della politica non esistano, le partenze, siano esse fisiche o “spirituali”, sono necessarie perché portano a un movimento continuo, a quella dinamicità che è l’unica condizione per essere davvero vivi.

© Amalia Stulin