almanacco del giorno prima

Chiara Valerio, “Storia umana della matematica”

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Chiara Valerio, Storia umana della matematica
Einaudi, 2016, € 18,00, eBook € 9,99.

La dimostrazione arriva alla fine, ed è empirica. «Mia sorella dice Non piangere, altrimenti piange anche lui». Il nipote, appena nato, risponde alla commozione dell’autrice increspando le labbra. Perché questo succeda, ma anche perché «l’intelligenza è una forma d’amore» o, ancora di più, perché intelligenza e amore siano «due possibilità di una stessa attitudine, che credo sia capire», è perfettamente spiegato lungo le pagine del libro intero.
I primi sei capitoli di Storia umana della matematica, libro di Chiara Valerio da poco in libreria per Einaudi, sono intitolati ad altrettanti illustri matematici della storia; eppure sarebbe stato monco se l’autrice si fosse limitata a inserire la propria esperienza di vita e i propri anni di studente – e docente – di matematica solo nell’ultimo, In exitu, anziché fare capolino tra i paragrafi del libro con i suoi aneddoti e ricordi di infanzia, costruendo la lenta, rigorosa relazione tra ciò che è conoscenza e ciò che è esperienza sensibile e affettiva. (altro…)

Mai Più Senza #11: “Almanacco del giorno prima”

“Mai più senza” è una rubrica di recensioni che raccoglie libri celebri e non, italiani e stranieri, editi da più o meno tempo, in maniera apparentemente indistinta: “Mai più senza” è stata, infatti, l’esclamazione che la curatrice ha rivolto a uno scatolone di libri, qualche giorno dopo un trasloco. Questo l’unico criterio: la condivisione di uno scatolone ideale, da preservare in caso di qualsiasi sgombero.
Se avevo promesso di fermarmi al decimo episodio era perché non avevo previsto il libro che sto per recensire. Oggi è il suo secondo compleanno, e lo festeggio piegandomi a un grande assioma di Melville: «esistono iniziative per le quali il metodo corretto è un adeguato disordine.»

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Chiara Valerio, “Almanacco del giorno prima”, Einaudi 2014, euro 17,00, e-book euro 8,99

 

Io sono stato innamorato degli oleandri dai due ai sei anni. Li vedevo arrossire ogni volta che ci camminavo a fianco, moltiplicarsi giorno dopo giorno, allungarsi dalla siepe fino al centro della strada dove passavo per andare a scuola due volte al giorno e una settimana dopo l’altra, allungarsi per toccarmi. E poi, dopo che mamma si era comportata da suocera acida dicendo Sono velenosi, li ho visti ritrarsi delusi, offesi, pallidi, raccogliersi dietro foglie scure e appuntite come le lance di ferro dei cancelli. Sono certo che era amore, che altro poteva essere? Così la notte in cui ho smesso di volare e ho rinunciato all’eternit, sono sceso in giardino, ho raccolto una busta intera di fiori di oleandro, rosa pallido e rosso carminio, e li ho portati in camera. […] La mattina dopo sono stato svegliato da un urlo. Sentivo benissimo, dunque non ero morto, evidentemente i fiori di oleandro mi amavano troppo per ammazzarmi. Ed è per questo che te li ho portati, Elena, perché vorrei amarti come mi hanno amato questi fiori, e vorrei che tu mi amassi come mi hanno amato questi fiori. E poi perché, anche senza amore, gli oleandri sono fiori bellissimi.

È questa l’intossicazione con cui ho amato Almanacco del giorno prima. E con cui ho amato Elena, la donna che vende la propria assicurazione sulla vita sulla soglia dei settant’anni, e Alessio, il ragazzo rampante e geniale che la compra salvo innamorarsi di lei e rimanere invischiato nella più arzigogolata forma di lutto si possa immaginare: il terrore di veder morire, dopo aver prezzato la certezza che morirà, chi continua a ripeterci che non risponderà al nostro amore.

Che cosa intendeva in effetti Elena per pistacchi? E per tutte le altre cose visibili e invisibili?

C’è una tecnica che appartiene solo ai musicisti e agli architetti nel costruire un libro alla maniera dell’Almanacco del giorno prima, ed è quella che fa dei tempi e dei modi del narrare una varietà necessaria a un insieme compatto. (altro…)

Pillole da Mantova #5 – (valigie)

Ieri ho capito che non sono una di quelle a cui piace disfare le valigie. A me, le valigie, piace farle. Comprenderlo pienamente a 27 anni è già qualcosa; scoprirlo alla diciottesima edizione di Festivaletteratura, forse, non è del tutto casuale.
In questi giorni io e Giovanna Amato vi abbiamo raccontato perché e cosa ci ha lasciato questo Festival ma solo ieri ho capito con più chiarezza di un tempo perché da dieci anni vengo a Mantova e cosa mi fa partire per venirci: è il fare ‘comunità’ che le persone di qui permettono, che rende questa manifestazione unica in Italia. Questo è ciò che ci fa stare bene. Ho mutuato il senso di quest’espressione dal giornalista e critico Enrico Bettinello che spesse volte ho sentito interrogarsi sul significato di ‘comunità’ attorno al mondo del jazz in Italia. Ecco: a Mantova tutti, dal comitato organizzativo ai volontari, da chi si occupa della mensa alla redazione, dagli autori agli intervistatori, ecco, tutti fanno comunità per cinque giorni. La città poi, splendida, facilmente percorribile, ci mette del suo (storicamente e praticamente) per migliorare l’accoglienza e farci appartenere. Lo dico con parole molto semplici e forse un po’ banali ma, nell’epoca della ‘crisi delle appartenenze’, sentire di essere inclusi, anche solo per poche ore, in una comunità, è qualcosa di raro e prezioso. Penso proprio che qui sia racchiusa tutta la forza di questo Festival.

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