Allison Stewart

Stefania Pelleriti, Cercando Mrs. Brown: Virginia Woolf e la costruzione del personaggio

Il giorno dopo il suo trentottesimo compleanno Virginia Woolf scriveva sul diario di essere contenta di aver trovato «a new form for a new novel». La questione si era posta con prepotenza in quei primi decenni del Novecento, per lei come per una intera generazione di scrittori e poeti ormai consapevoli della necessità di dover trovare nuovi strumenti per una nuova arte. Ciò che spinse la scrittrice ad affermare che nel 1910 il carattere umano era mutato non fu solo la morte di Edoardo VII che sanciva simbolicamente la fine di un’era e il declino dei valori vittoriani. Si aggiungeva, infatti, il manifestarsi delle nuove questioni sociali: la militanza suffragista, i movimenti di massa dei lavoratori, la minaccia di una guerra civile irlandese, ma anche la comparsa nell’Europa delle avanguardie di proposte culturali dai risvolti sociali oltre che estetici come la mostra “Manet and the Post-Impressionists”. Si collegava a tutto ciò il problema di dover sostituire delle convenzioni letterarie ormai percepite come inadeguate per la nuova generazione soprattutto dopo aver registrato i scarsi risultati di chi tentava di perpetuarle. Con la perdita di una visione solida della realtà, infatti, era venuto meno anche il linguaggio che la sosteneva ed erano perciò necessarie nuove strategie espressive che riflettessero l’ambiguità e le contraddizioni del reale. Nell’ambito del modernismo, i cui esponenti si fecero interpreti di questo smarrimento, la Woolf era portatrice di un importante punto di vista critico e di una personale elaborazione del problema che in lei si legava fortemente alla questione del personaggio. Ciò risulta particolarmente evidente se nel percorso che la porta dai primi due romanzi di fattura tradizionale a Jacob’s Room si pone l’attenzione su quel nucleo sperimentale significativo rappresentato dai racconti della raccolta Monday or Tuesday e dalla quasi contemporanea formulazione critica contenuta nel saggio Modern Fiction. Quest’ultimo rappresenta la prima dichiarazione da parte della scrittrice della presa di coscienza del nuovo corso e della conseguente necessaria ridefinizione del romanzo; la Woolf propone una separazione tra scrittori “materialisti” e “spiritualisti” determinata dal concetto di “proper stuff of fiction”. Mentre i primi si dedicano a ciò che la Woolf giudica triviale e non importante, i secondi hanno compreso che il contenuto del romanzo deve essere ciò che risiede nei recessi oscuri della psicologia, ogni pensiero, sensazione o percezione. Da qui si determinano le premesse dei successivi sviluppi della letteratura inglese: scegliere di privilegiare la dimensione interna del personaggio a scapito del resto ben presto significherà riprodurre le oscillazioni dei pensieri e delle percezioni, anche se ciò comporterà un adattamento delle strutture linguistiche, in altre parole utilizzare la tecnica dello stream of consciousness. Gli eventi non avranno più importanza propria, ad avere valore sarà il modo in cui essi sono percepiti e le ripercussioni che hanno non sulla trama, ma sulla mente dei personaggi; se, come afferma la Woolf, la vita non è una serie di lampioncini disposti simmetricamente, ma un alone luminoso, sarà, necessario abbandonare o rielaborare i concetti di trama, tempo e identità e tutte le categorie che impongono un ordine arbitrario alla realtà.
Si tratta di una presa di coscienza che prosegue senza soluzione di continuità nella raccolta Monday or Tuesday del 1921 in cui il racconto The Mark on the Wall è avvertito come un punto d’arrivo dalla scrittrice perché privo di intreccio e interamente basato sulle impressioni di una mente che osserva e interpreta il mondo circostante, nel caso specifico una macchia sul muro. Nella stessa raccolta An Unwritten Novel è un perfetto esempio di metafiction, quel tipo di narrazione che ha come contenuto le sue stesse strutture, che pone l’attenzione sugli stessi processi che mette in atto. Nella Woolf, che non smetteva mai di scrivere in maniera assolutamente cosciente di sé, scrivere e contemporaneamente osservarsi, mantenersi a distanza di riflessione, si scorge il divario che si sta creando tra il narratore impersonale e mai visibiledi flaubertiana memoria e quello modernista e più avanti postmoderno estremamente presente e consapevole del mezzo. (altro…)

Like/Not Like

 

Già l’anno scorso vi avevo caldamente invitato a fare una visita al festival di fotografia Cortona on the move. Quest’anno invece, che vi piaccia o no, l’invito cortese si trasforma quasi in una necessaria coercizione. La proposta culturale offerta con l’edizione 2018 grazie all’ampia e lungimirante proposta di Arianna Rinaldo direttrice artistica del festival non solo esplora per scelta la fotografia al femminile ma affronta tematiche inedite e complesse che in uno sguardo globale (sono 24 le mostre proposte) si presentano come una lettura della contemporaneità che apre una riflessione secondo me fondamentale: non è più necessario scegliere da che parte stare se si sente a prescindere il bisogno di non stare sempre nello stesso punto. Cortona on the Move, non è un festival sulla fotografia di viaggio, ma ogni anno propone uno sguardo a 360° su quanto succede in ogni angolo del pianeta e le tematiche offerte fanno parte di una complessità informativa, culturale e educativa che manca ai mezzi di Informazione, soprattutto la Cronaca cristallizzata in una narrazione ripetitiva a-cronica di fatti astratti da un presente ben più complesso e divulgati al fine di disporsi come recettori di “like/not like”. Risulta allora superficiale esprimere pareri su migrazioni e sbarchi (anche solo un si o no) senza guardare il lavoro narrativo e intimo di Tanya Habjouga sulle donne siriane rifugiate in Giordania o Marylise Vigneau che ritrae chi in Pakistan è costretto a nascondere o mimetizzare sessualità, opinioni, passioni o i ritratti anonimi di persone vittime di tratta fatti ad Amsterdam (Europa!) da Ernst Coppejans. Ma se questi lavori, come quello di Debi Cornwall su Guantanamo Bay o la brava Carlotta Cardana sulle giovani generazioni degli indiani di America toccano corde già usate (ma mai abbastanza), le sorprese arrivano con il lavoro di Allison Stewart che racconta gli Stati Uniti di chi si prepara alla sopravvivenza con i propri “Bug out bag”, zaini o borse che contengono ciò che si reputa fondamentale per la sopravvivenza dopo catastrofi naturali o belliche. Una vera e propria ossessione svelata non solo attraverso le molteplici differenze dei contenuti che rispecchiano le ansie del proprietario, ma anche mostrandoci l’esistenza di centri commerciali e fiere dedicate ai “preppers“. Un impietoso sguardo sulla sfiducia e il senso di precarietà se non terrore verso il futuro e che sembra essere un modo di pensare e vivere sempre più radicato. Ossessione anche quella del nucleare presente nel lavoro di Sim Chi Yin che “sfiora” i territori degli USA e della Corea del Nord destinati alla ricerca e alla produzione di ordigni nucleari. Un’altra forma di paura la racconta con toni diversi Michele Spatari con il suo lavoro sui bagni pubblici di Torino che diventano specchio delle precarietà abitativa presente nelle nostre città. Un’altra sorpresa per la novità della ricerca è il lavoro di Claudia Gori su chi tenta di difendersi o isolarsi dalla prolungata esposizione ai campi elettromagnetici, causa di vere e proprie disfunzioni e malattie invalidanti e discriminanti che non sono che le avvisaglie di un qualcosa che può diventare sempre più grande e diffuso. Sempre a proposito di malattie, la foto simbolo del festival 2018 è tratta dal lavoro di Sanne de Wilde (esposto per le strade del centro storico) che affronta l’acromatopsia: la cecità ai colori diffusa in un’isola della Micronesia.
Come ho scritto, sono 24 le mostre diffuse in tutto il territorio cortonese e mai come quest’anno viene approfondita una ricerca sull’intimo e sul personale femminile come per esempio nella ricerca “antropologica” di Pouloumi Basu sull’esilio temporaneo delle donne mestruate in Nepal, inteso come radice della violenza di genere. Questa ricerca si sviluppa nelle varie autrici attraverso tecniche diverse come il recupero dell’autoritratto che riprende la sua dignità dall’abuso del “selfie”. Mi riferisco per esempio al lavoro di Elinor Carucci, la dove la narrazione visiva della propria maternità diventa il recupero e la memoria di gesti, sguardi, interazioni. Interessante anche il rapporto tra la necessità di una presenza della fotografa come protagonista delle foto vernacolari di Jennifer Greenburg e  la presenza/assenza che emerge invece nel lavoro di Bieke Depoorter. Più complessi sicuramente i ritratti di Guia Besana e Alena Zandharova, ma anche il lavoro sul desiderio di Loulou d’Aki. Un lavoro interessante sulla pratica del Selfie è quello proposto da Pierfrancesco Celada con il suo progetto Instagram Pier.
Per la prima volta viene proposta una sezione video “Arena” dove sono presentati video sperimentali e installazioni realizzate da fotografi che propongono opere transmediali. Tra queste, per chiudere il cerchio iniziato nella mia premessa, devo assolutamente citare “The March of the Great White Bear” di Sheng Wen-Lo, una serie di riprese contrapposte di orsi tenuti in cattività all’interno di alcuni zoo dove il comportamento delle bestie si adatta fino a trasformarsi in una serie di ripetizioni che nelle riprese accelerate appaiono come loop realizzati artificialmente e a cui il pubblico risponde con entusiasmo e stupore in maniera meccanica (quasi pavloviana). metafora esemplare del Like/not like indifferenziato davanti alla realtà immediata superficiale del fatto.

© Iacopo Ninni

Le immagini sono  di © Allison Stewart e © Sanne de Wilde