Alfred de Musset

Davide Cortese, Darkana

Davide Cortese, Darkana, LietoColle 2017

Non è un semplice tributo alla corrente ‘dark’ che attraversa da alcuni decenni – e, volendo riconoscere modelli e ispirazioni, da tempi ben più lunghi – arte e costume; non è propriamente una “descente aux enfers”, una discesa agli inferi (come giustamente, per la raccolta precedente, Anuda, aveva scritto Antonino Caponnetto), perché qui l’immersione è completa e appare senza ritorno, e inoltre perché essa viene definita qui, con un procedere per ossimori che è cifra di questa scrittura, come «ascesa agli inferi». Mi riferisco a Darkana (LietoColle 2017, con un bel saggio di Manuel Cohen, Il canto della tenebra (e della cometa) sul panorama del mondo, come prefazione), «l’ottava prova in versi» (Cohen) di Davide Cortese.
“L’altra parte”, marchiata e marcata con il nero, che sia intuita nel proprio intimo o contemplata in un’immagine speculare, non è soltanto colta in un momento di trionfo e dannazione – o meglio, di trionfo della dannazione – ma incede, «nera perla di silenzio minerale», ieratica e fiera, sigillo permanente.
Il “compagno segreto” (Joseph Conrad), così come il doppio svelato in poesia da Alfred de Musset in La notte di dicembre, e, ancora, il «cereo compagno» di Heinrich Heine in Quieta è la notte, non si accontenta più di essere paventato come vergogna, ma si manifesta in ripetuti incontri-intrecci di scorci e personaggi, umani e non, come avviene spesso nella poesia di Cortese e dunque anche in questo suo lungo inno al segno indelebile dell’altro sé, alla sua possente, ancorché invisibile, cattedrale.
Il suo nome proibito, dunque, brucia sempre tra le labbra, naviga nel buio che l’io lirico porta sempre con sé, è «poesia fantasma» che lo attraversa, che solca mari e scava solchi nella carne. La sua presenza è insopprimibile, arroventa e avvinghia – figura balzante da un quadro di Théodore Géricault o di Arnold Böcklin – il prodigio della fusione tra poesia e arte figurativa, tra paesaggio lagunare (Venezia principalmente, alla quale non sono estranee le suggestioni di Sorgegondolen di Tranströmer e che Cortese era ritornato a dipingere di parole in una poesia scelta per Diramazioni urbane) e isolano (la nativa Lipari in cima a tutte le isole), tra impulsi esterni – le percezioni fortissime e senza sfumature ad attenuarne l’incidenza – e intime pulsioni.
Per dare la parola alla vertigine permanente, Davide Cortese fa ricorso a quella lingua «neo-barocca e neo-orfica» (Cohen) che da sempre contraddistingue la sua produzione poetica. Stavolta, tuttavia, è lo stesso autore a dichiararcene l’ascendenza, con l’esergo che riporta i versi di Dino Campana: «La mia bocca è un serpente che riposa./ Ma il mio cuore brucia di mistero.»; è con questa chiave di accesso, dunque, e con la disposizione ad affrontare l’effetto spiazzante e travolgente dell’enigma, che consiglio di esplorare Darkana di Davide Cortese, di navigare il suo buio e di fronteggiare la sua «bugia di luce nera». Se poi proprio non si può resistere al desiderio di arginarne la marea, imbrigliandola in categorie rassicuranti, si tengano a mente questi due versi di Cortese: «Provate, o illusi,/ a imbavagliare la tempesta.».

© Anna Maria Curci

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Navighi nel mio buio
tacendo la canzone antica.
Remi nel mio sogno di te.
Fendi il mio mare segreto
nell’alba tragica dei miei occhi.
Tracci il periplo del mio volto
e indugi sulla mia bocca.
Ti sento tra le labbra
bruciare come nome proibito,
come una parola celata
che tutto avvelena del suo mistero. (altro…)

Luca Pizzolitto, Il silenzio necessario

Luca Pizzolitto, Il silenzio necessario, Transeuropa edizioni, 2017

Ho letto più di una volta Il silenzio necessario, la raccolta più recente di Luca Pizzolitto: la parola che trasporta la ricerca schietta, quella che non nasconde l’affanno sotto il cerone, richiede attenzione raddoppiata. Eccomi allora qui, dopo rinnovata lettura, a dire del disarmo e del disincanto, dalle cui postazioni si sporge questa poesia. La postazione è mobile, perché l’altalena di rabbia e di speranza è percorsa come un tragitto, quello da Torino a Pordenone (nella poesia Torino-Pordenone in questa raccolta), che attira e che lacera, e perché è pur sempre su un abisso che ci si sporge. L’amata solitudine è scossa, turbata – vuole esserlo, sembra – dagli incontri, con gli umani, con il cielo, con quel che vive, scivola, si trascina, sorvola sulla terra; il pensiero corre, allora, al ‘se’ delle altre vie e delle altre vite percorribili e mancate. Si sporge, sì, e da quella sospensione può scorgere quello che non tutti riescono a scorgere, fiori blu e fiori appassiti, il futuro che già si sa irrealizzato e l’epilogo già pervaso di nostalgia (e viene da pensare alla poesia Trockne Blumen, “fiori secchi”, di Wilhelm Müller, divenuta poi il diciottesimo dei Lieder del ciclo Die schöne Müllerin musicato da Franz Schubert).
L’amore è l’amore delle “notti trasandate”, è l’Amore, come potrebbero pensarlo i parlanti di quelle lingue in cui il sostantivo per designare l’amore è di genere femminile. Sono incontri che hanno i connotati, a volte, dell’epifania, come avviene nella Notte di dicembre, che porta lo stesso titolo di una celebre poesia di Alfred De Musset, nella quale viene svelata l’identità della persona “vestita di nero” che appare all’io lirico, a cadenzare le fasi della sua vita, come affine, “fratello”, come presenza enigmatica e familiare allo stesso tempo. Se nell’omonima poesia di De Musset, dunque, la ricorrente apparizione svela, alla fine, la sua identità, nella Notte di dicembre di questa raccolta lo slancio e il mistero si concentrano su un “tu” che resta senza nome.
Disarmo, disincanto, resa, rabbia, speranza sono vissuti, tutti, nella dimensione dell’attesa, sulla quale il poeta insiste con la consapevolezza del più che probabile fallimento dell’impresa e, ciononostante, con notevole tenacia. Quell’attendere, la pazienza o il dolore bruciante, aprono la porta a un’ipotesi, vale a dire che il silenzio sia necessario, come rivela il componimento finale, che ribadisce, nonostante l’incanto-vortice del nulla, un sì alle parole-cose-sentimenti che non si possono, non si vogliono sopprimere. Allora, forse, quell’avvento che si ripete ossessivamente e che non fiorisce in un Natale, potrà trasformarsi nell’elenco, in positivo, delle “piccole cose” (nella poesia Le piccole cose), che richiama apertamente la poesia Piaceri di Brecht e che si riveste, tuttavia, dell’universo del “se”, dell’ipotesi, della promessa, della ricerca di pienezza.

© Anna Maria Curci

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Avvolto in un’alba di luce e rovina

Avvolto in un’alba di luce e rovina
precipizio e salvezza per l’anima
che mendica un tozzo di quiete
– la porta dell’attesa, mancano
argomenti non c’è parola necessaria
per scandire l’infinito per tracciare
il confine del nulla col nulla.

Disincanto che avanza nel disarmo
inesorabile, cieli infranti e
inesprimibile nostalgia.

Amo perché non conosco
amo perché sono folle incosciente
amo come si inciampa,
esondo nel mondo e divento
i tuoi occhi.

Sii per me riposo risveglio preghiera.

Riconoscerò la tua voce
e sarò pronto alla danza.
Corpi gratitudine pelle su pelle
alla deriva degli sguardi ti sfioro
appena e tanto mi basta.

Hai destato in me la veglia e il canto.

Attraverserò la notte
per regalarti un’altalena. (altro…)