Alfonso Benadduce

Ronzio – sui disegni di Alfonso Benadduce

La strage della mia innocenza - 2010 (160 cm x 160 cm)

La strage della mia innocenza – 2010

Un tratto di matita può ronzare? È possibile che dell’inchiostro gridi?

Me lo chiedo guardando i disegni di Alfonso Benadduce, in mostra alla Casa delle Letterature di Roma dal 21 Marzo per il ciclo “Doppio passo. Incontri di Arte e Letteratura” a cura di Maria Ida Gaeta. La mostra, prorogata fino all’11 Aprile, ospita disegni – acrilici, matite, inchiostri – che scorrono lungo le pareti, nelle teche, accompagnati da pensieri tratti dal Funambolo di Jean Genet. Figure umane, volti, busti, che osservano il loro stesso pubblico mentre le parole di Genet cadenzano l’andamento delle tavole con il rosso dei pannelli su cui sono inscritte. Nel fondo della sala, La strage della mia innocenza, unico, grande olio su tela.
Decido di iniziare da lui, di vivere, per il momento, la galleria come un nartece. Se il titolo promette, il quadro mantiene: mi piace osservare i molti, come me, che risalgono con gli occhi le matasse vivide fino a incontrare quel preciso occhietto, quel sorriso; tutti in cerca del nostro babau, mentre il colore vivace, per contrasto, turba. Mi tornano alla mente le parole di Girard: «la tragedia è innanzitutto la festa che prende una brutta piega».

Figura

Figura

Passo ai disegni. I volti, le camminate, le piroette sono in dialogo con i testi di Genet, negli occhi sbigottiti come nelle pose morbide. Il rimbalzo schiude. Basta uno sguardo alla propria sinistra, osservando La strage della mia innocenza, perché le parole di Genet inchiodino al suo senso l’esperienza dell’intera mostra: «La Morte – la Morte di cui ti parlo – non è quella che seguirà la tua caduta, ma quella che precede la tua apparizione sul filo». È quando la mente spia quelle parole che una chiave ci si posa nella tasca, e si ha l’impressione di afferrare l’attimo in cui quei volti, quelle occhiate, quei movimenti, si sono imposti con chiarezza prima di diventare gesto, ogni tratto – anche il più automatico e furioso – sufficiente e necessario a comunicarne la posa e l’espressione. Che diventano, per un’empatia quasi involontaria, la posa e l’espressione di chi guarda.

Figura umana

Figura umana

Ma il suono, dunque: perché, in questo equilibrio che sembrerebbe muto, comincio dicendomi di avvertire un ronzio? La maniera in cui i disegni mi coinvolgono è quasi più sonora che visiva: ai miei occhi c’è ora il riverbero di un theremin, ora il mormorio di una parlata; e se mi sento inquieta è perché avverto una dominante chiara, che investe l’orecchio accanto all’occhio. Mi accorgo, a posteriori, che è perché l’uomo ha voce nel suo comunicare, e non c’è segno sul foglio che possa scavalcare questo inciampo di abitudine del pensiero: e i disegni che guardo mi comunicano, al punto da illudermi, forse, di avvertire il bandolo emotivo da cui sono sorti.
«Non v’è altra origine, per la bellezza, che la ferita, individuale, irripetibile, celata o visibile, che ogni uomo custodisce in sé e difende – dove si rifugia quando vuole abbandonare il mondo per una solitudine temporanea ma profonda»: così recita la locandina della mostra, ancora riprendendo Genet. È da questo raccoglimento minuzioso («non danzare per noi ma per te») che nasce l’immagine onesta e comunicabile. Comprendo, allora, che tutti i sensi sono in moto per ricercare un’identità al più possibile esatta con quello che osservano, per ricomporre, assorbire lo scarto tra la solitudine di partenza e la comunità di approdo: nell’attimo in cui domino questo pensiero, il suono smette, e guardo.

(c) Giovanna Amato

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Alfonso Benadduce (1974), pittore, regista, attore e autore, vive e lavora a Roma. A partire dal 1998 mette in scena per importanti teatri e rassegne numerose regie di testi dei quali è autore e protagonista, tra cui Tragedia al di là di Prometeo – Teatro Nuovo, Napoli 2000, La morte del giovane principe, performance ideata per il Festival di Volterra 2001, il povero Riccardo III, Museo Archelogico Campano, Capua 2005, Paradiso Perduto – danzodramma da John Milton, Leuciane Festival 2006, Studio in presenza di Amleto per il Mercadante Teatro Stabile di Napoli 2010, L’innominabile di Samuel Beckett, Festival Settembre al Borgo 2010. Su invito del critico d’arte Achille Bonito Oliva realizza, per le mostre internazionali d’arte contemporanea Le opere e i giorni (2003) e Fresco Bosco (2006), gli eventi teatrali: Estasi – monomanie su Diana e Atteone – immagini da Pierre Klossowski, e Agogno la gogna, da un suo testo pubblicato e a partire dal quale gira il suo primo film sperimentale, finalista nel 2008 al premio Riccione TTV Performing Arts sullo schermo. Con Libercolo dell’onta, sua prima opera in prosa, è finalista al Premio Viareggio 2006. Nel frattempo continua a mettere in scena Sempre perdendosi, poema tragico che la poetessa Silvia Bre ha scritto per il suo teatro e a lui dedicato. Espone i suoi quadri in due personali: a Roma nello Spazio R\R, 2004, e al KunstFoerderVerein di Weinheim, in Germania, 2010.
(Dal sito www.alfonsobenadduce.com)

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