alessio alessandrini

Poesie di Ekaterina Grigorova (tradotte da E. Mirazchiyska e A. Alessandrini)

Пощенска картичка

Тук всичко е традиция – след трийсет и колко години
всичко в този зимен курорт е запазило нивото си.
Наблюдавам един мъж. Навремето го наричаха женчо.
Беше най-хубавото момче от класа ни –
един напет мъжчо, не женчо.
И сега, тъкмо по обед, какъвто е навикът на
изисканите дежавю-та,
сред лятната градина на ресторанта с
отсрещните върхове,
виждам познатия мъжчо да приема същата
безобидна шега от няколко ухилени мъжлета:
„женски мъж“, „женски мъж“.

И какво ако е така? – стискам химикалката и разсеяно се извръщам –
защото да се говори за половете ми е неприятно.

Cartolina postale

Qui tutto sembra una specie di tradizione, dopo trent’anni tutto
in questo luogo di villeggiatura è rimasto all’altezza.
Sto osservando un uomo che una volta chiamavano femminuccia.
Era il ragazzino più bello della classe,
un bel maschietto, altro che femminuccia.
E adesso, l’ora di pranzo, secondo l’abitudine
dei déjà vu sofisticati,
nel giardino estivo del ristorante
con belvedere sulle cime di fronte
vedo lo stesso maschietto da trent’anni mio compagno di classe
che accetta la stessa beffa dai compagni burloni:
“femminuccia”, “donnetta”.

Li ignoro, stringo la penna tra le dita
e guardo altrove come se fossi distratta:
parlare di generi infastidisce.

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След клането

Когато стигнахме видях,
че сградата, предназначена за хотел,
е с три етажа по-висока от
манастирчето Свети Панталеймон.
Някаква родственица на попа ни отвори.
Бяха заклали прасе,
вътре някъде пълнеха суджуци –
жената димеше от бързане, не спираше да говори:
Преди нас други туристи домъкнали кученце.
То скимтяло, спъвало се в краката ѝ,
и толкова досадно ѝ било зъзненето му.
Къдрите ѝ сега висяха неутешимо
като оголени саби..

Al macello

Quando siamo arrivati ho visto
che l’albergo era di tre piani
più alto del piccolo convento San Pantaleimon.
Una parente del padre ci ha aperto la porta.
Da poco avevano squartato un maiale,
da qualche parte dentro riempivano salcicce,
la donna era affaccendata, non smetteva di parlare:
altri turisti avevano portato un cagnolino
uggiolava e si arrampicava sulle sue gambe
le infastidiva il suo tremare di freddo.
I suoi riccioli appendevano inconsolati
come spade fuori dalle guaine.

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© Testi di Ekaterina Grigorova
© Traduzione di Emilia Mirazchiyska e Alessio Alessandrini

 

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Considerazioni su “Casa rotta” di Valentina Maini (di A. Alessandrini)

Maini, Casa rotta (Arcipelago Itaca)

CONSIDERAZIONI SU CASA ROTTA DI VALENTINA MAINI
ARCIPELAGO ITACA EDIZIONI

di Alessio Alessandrini

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Cominciamo con l’asserire fin da subito che Casa rotta di Valentina Maini, giovanissima scrittrice emiliana trapiantata a Parigi, non è sicuramente un libro “facile”, anzi, se proprio dobbiamo essere sinceri, l’aggettivo che ci è venuto spontaneo da sussurrare a conclusione delle ripetute letture è sempre stato “faticoso”; faticosa lettura, lettura ostica. Ci troviamo di fronte a una poesia ardua, dura, petrosa – a prendere in prestito un attributo di tanto nobile tradizione.
Questo perché non si tratta di un verseggiare chiuso o ermetico, si badi bene, semmai perché la comunicazione non è mai esibita, anzi sottile e il parlare non è colloquiale, amichevole, trasognato quanto spiazzante e sradicato.

Per entrare nel meccanismo di Casa rotta ci pare opportuno ricorrere a una sosta prolungata della lettura, a una rabdomantica ricerca, a una pratica estenuante quale è la rilettura, proprio perché a ogni esperito contatto con questi versi si apre un nuovo orizzonte di visione, una nuova crepa, che, per quanto invisibile e secondaria, ci distoglie da precedenti percezioni e ci costringe a ricominciare daccapo l’indagine di senso.
È, altresì, una lirica “faticosa”, perché la visione del mondo che se ne ricava non è sostanzialmente felice, anzi, solcando e portando alle estreme conseguenze una tradizione novecentesca, la poesia di Valentina Maini si innesta nella linea decadente, fatta come è di ansie e atmosfere frante, una percezione negata elevata all’ennesima potenza che è poi la potenza del negativo assoluto con cui il mondo contemporaneo ci chiama continuamente a fare i conti.
È sicuramente delle cose che riguardano “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” a parlarci Valentina Maini, e lo testimonia il ricorso ossessivo alla negazione presente, in pratica, nella quasi totalità dei testi e in molte occasioni esibita in posizione di incipit come a voler salmodiare un elenco ininterrotto di fallimenti, divieti, delusioni, abdicazioni. Di seguito solo alcuni esempi per possibili spunti di lettura e riflessione:

Non un movimento il cane (pag. 10)

Non parlano le mura della stanza (pag. 12)

Non fonda cardine né ruota (pag. 24)

Non può tutto sopportare l’amore (pag. 32)

Non sono io il centro del quadrato (pag. 36)

e via dicendo. (altro…)

“Come se tutto bianco” di Lorenzo Ciufo

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Se tutto fosse bianco, sarebbe questo libro di poesia

di © Simone di Biasio

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800px-claude_monet_-_camille_monet_sur_son_lit_de_mortLa lettura del libro è avvenuta durante le festività natalizie, dunque può essere che sia stato influenzato dal paesaggio cristiano che più volte ci si è parato davanti agli occhi, solo più moderno, anzi più contemporaneo: «Di ore donami un container./ Che mi ci possa accoccolare/ come su paglia di campo./ Nella stalla, più che nel granaio,/ al tiepido vapore delle vacche,/ al mattino operose, a sera stanche». Lorenzo Ciufo ha visto il presepe vuoto dopo l’Epifania e ci si è andato a stendere lui stesso, coi doni già scartati e il caldo ancora sagomato attorno ai pochi personaggi superstiti. «Tocco la mia/ solitudine/ in questi luoghi. Ha carni/ flaccide e fredde»: forse è un pupazzo di neve la solitudine; raramente ho potuto toccare con mano come con questa immagine un sentimento tanto vivo. Grande solitudine deve aver sfiorato anche Claude Monet quando, nel 1879, realizzò un ritratto della moglie Camille morta prematuramente a 32 anni. Così descrisse quel dramma lo stesso pittore impressionista: «Un giorno, all’alba mi sono trovato al capezzale del letto di una persona che mi era molto cara e che tale rimarrà sempre. I miei occhi erano rigidamente fissi sulle tragiche tempie e mi sorpresi a seguire la morte nelle ombre del colorito che essa depone sul volto con sfumature graduali. Toni blu, gialli, grigi, che so. A tal punto ero arrivato. Naturalmente si era fatto strada in me il desiderio di fissare l’immagine di colei che ci ha lasciati per sempre. Tuttavia prima che mi balenasse il pensiero di dipingere i lineamenti a me così cari e familiari, il corpo reagì automaticamente allo choc dei colori…». (altro…)