Alessandro Salvi

Alessandro Salvi, Vita e morte di Scipio

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Foto di Alessandro Salvi

Vita e morte di Scipio

 

“Chi ora piange dovunque nel mondo,
senza ragione piange nel mondo,
piange per me.

Chi ora ride dovunque nella notte,
senza ragione ride nella notte,
ride di me.

Chi ora cammina dovunque nel mondo,
senza ragione cammina nel mondo,
verso di me cammina.

Chi ora muore dovunque nel mondo,
senza ragione muore nel mondo:
mi guarda.”

Ora grave di R. M. Rilke (trad. di Giacomo Cacciapaglia)

 

Credo siano ben pochi i luoghi al mondo tanto ricchi di personaggi bizzarri quanto la popolana del mare. Un vero e proprio giardino antropologico, un contenitore inesauribile di prototipi umani buffi, pittoreschi a trecentosessanta gradi, a dir poco inverosimili. Chi, pur essendoci stato solo per un breve periodo di tempo, non ha avuto modo di sentir parlare di Piero Soprappensiero o Mario Piria? Dovessi io sceglierne uno, certamente a me quello più caro, non esiterei un attimo, direi subito Scipio. Un tipo letteralmente straordinario, qui non ci piove. Un esemplare endemico emerso dalla fitta fauna rovignese, personaggio di cui mi accingo ora a narrarvi sommariamente la storia.

Aveva un cervello grosso così, lo giuro, e non credo di essere il solo a sostenerlo con tale perentorietà. Il suo sapere enciclopedico esposto con maestria ammaliava qualunque persona avesse modo di ascoltarlo, incantava chiunque con la propria innata capacità affabulatoria. Affascinava anche perché appariva come un essere partorito dalla fantasia di un’abile penna intinta nella più fervida immaginazione. Credo che ciò sia in parte dovuto anche all’aspetto propriamente fisico di Scipio: alto uno e novanta, magro e asciutto come un chiodo, vestito sempre in abiti di fortuna, per cui alle volte lo vedevi indossare giacca jeans, con sotto una camicia gialla a righe blu, il tutto abbinato a dei pantaloni verdi e scalcagnate e bianche (un tempo) scarpe da ginnastica, quelle che si usano per la pallacanestro. Combinazioni letteralmente pazzesche. Un po’ trasandato, vero, con quelle densità irregolari nella peluria che gli copriva il volto smunto. Sobrio nelle maniere, garbato e gentile oltremisura, un uomo d’altri tempi come non ce ne sono più al giorno d’oggi. Non era nativo di Rovigno, no, era nato a Fiume, nel secondo dopoguerra o giù di lì, anche se non saprei dire con esattezza in quale anno.

Proveniva da una famiglia agiata. Suo padre, partigiano distintosi durante la seconda guerra mondiale quale comandante maggiore a capo di diverse unità militari operanti in seno al MPL, era un individuo molto serio e parecchio riservato, i cui unici svaghi erano la caccia, un’imponente collezione di armi da fuoco e la lettura della grande narrativa russa Ottocentesca, con una fissazione vera e propria per Fëdor Michajlovič Dostoevskij. Persona oculata, alta di statura e di costituzione robusta, con mustacchi a manubrio alla Jon Lord¹ ad essere precisi. Un signore molto compassato nell’agire, sussiegoso e zelante nell’adempimento dei vari incarichi da lui impeccabilmente portati a termine. Ambizioso e determinatissimo nel raggiungere i propri fini, forse un po’ troppo autoritario con il proprio figlio ed eccessivamente freddo nei rapporti interpersonali nonché avaro nelle dimostrazioni di affetto con i propri familiari. Questa sua parsimonia nel manifestare le proprie emozioni lo ha portato però con il tempo a trascurare la moglie, donna sostanzialmente infelice, insoddisfatta di un rapporto che non valorizzava appieno le sue doti. Non riceveva quanto meritasse veramente, questa donna che, nonostante gli anni e le due gravidanze alle spalle, si mostrava ancora molto attraente e, come vedremo tra poco, assai appetibile agli occhi degli uomini. Casalinga e madre a tempo pieno, le uniche amicizie di quest’ultima erano i compagni di lavoro del marito. Fatto sta che, in un attimo di debolezza (si dice così, vero?), la donna venne a contatto con un sottufficiale (il quale si suppone approfittasse dell’occasione per beffarsi del comandante maggiore, collega di lavoro verso il quale nutriva un’accentuata animosità se non addirittura un vero e proprio astio). Da lì nacque una storia che non durò molto a dire il vero, ma la quale, ahimè, funse da miccia di un più vasto appetito, il quale di lì a poco risultò non conoscere sazietà espandendosi a dismisura con la fulmineità disastrosa di un vasto incendio estivo. Ha avuto così inizio una fitta catena di tradimenti, i quali dapprima crearono delle fievoli voci di corridoio, per poi crescere esponenzialmente con il passar del tempo e culminare infine in vere e proprie sceneggiature osé con risvolti e trame a luci rosse nonché descrizioni piccantissime, narrate come se non bastasse con dovizia di particolari riguardo le varie prestazioni dei diretti interessati. Ciò, stranamente, non dissuase minimamente la signora dal perseverare nei propri intenti alquanto immorali. Una volta venuto a conoscenza, neppure il marito profferì parola alcuna né alla moglie né ad altri. Trincerato in una torre di silenzio inaccessibile a chiunque, molto probabilmente visse la vergogna e l’umiliazione in maniera assai accentuata. Sicché un bel giorno (bello si fa per dire), il marito invita a cena una nutrita rappresentanza dell’esercito, comprendente in tutto una dozzina di alti gradi e sottufficiali, tutti, a detta delle voci circolanti da tempo, amanti della moglie. Nessuno a parte il marito allora sospettava si trattasse di un piano diabolico dall’esito fatale, scrupolosamente premeditato e pianificato meticolosamente a tavolino, perché nell’attimo in cui lo stesso marito dalla posizione di capotavola si accinse ad inaugurare la cena, vestito di tutto punto in uniforme da parata con le decorazioni al valore militare e tutto il resto, anziché sollevare il calice con lo spumante e pronunciare il brindisi avviando il discorso di benvenuto, estrasse una Zastava e si sparò un colpo in bocca. Il corpo immobile, inequivocabilmente privo di vita, si presentò ad un tratto spaventosamente supino, con materia cerebrale e sangue schizzati sul ritratto del Maresciallo posto proprio dietro, sulla parete in prossimità della posizione del capotavola. Il piccolo Scipio udì quello sparo, era in camera sua intento a giocare, avrà avuto più o meno quattro anni, e sentì pure il grido straziato della propria madre e l’agitazione che ne conseguì nell’agghiacciante atmosfera dei commensali costernati, a dir poco inorriditi. (altro…)

Alessandro Salvi, Santuario del transitorio

Alessandro Salvi, Santuario del transitorio

Alessandro Salvi, Santuario del transitorio, L’arcolaio, 2014, € 10,00

 

Del mondo ogni contorno rendi acuto
robusta e mesta serpe del pensiero
che t’intrufoli subdola nel mio
io più recondito.
Gomito a gomito con il delirio
e ai ferri corti col quotidiano,
sei tu il pane che bene o male sfama.

Questa è la poesia che apre il libro di Alessandro Salvi; rare volte mi è capitato di imbattermi in un testo d’apertura che dichiari così nettamente dove voglia condurci chi scrive, quale storia intende raccontare. La poesia che apre è, in un certo senso, la mano di Salvi aperta ad accoglierci perché se possiamo intuire quale sarà la storia non conosciamo il modo in cui l’autore voglia condurci dentro, quello che seguirà sarà una bella scoperta. Come scrive Fabio Michieli nella prefazione, Salvi è un poeta che ha radici salde nella tradizione del Novecento; ma se il secolo breve può essere definito il centro, non possiamo escludere il resto della circonferenza, dove il punto più estremo guardando indietro sarà il Barocco, e l’altro, quello che sta nella parte superiore del cerchio è l’adesso, il mondo in che il poeta vuol raccontare, con i suoi modi, con i tempi del suo tempo. Alessandro Salvi è uomo di confine, il confine di nord-est, che ha un significato storico e politico importante e imponente. La lingua poetica stessa è un confine, la poesia è sempre la frontiera tra il dire e non dire, il verso nasce solo se passa il controllo più difficile quello della dogana interiore. Salvi questa cosa la sa:

Io vi parlo da questa
inospitale zona del sentire.

Il campo poetico non è scisso dal campo in cui la partita della vita si disputa e  lo scrivere:

Non è una fuga nell’irrazionale
bensì si tratta solo di guardare
l’invisibile che si spoglia…

La raccolta è composta da tre sezioni e, durante la lettura, ci imbattiamo in sonetti, madrigali, sestine. Il raggio d’azione è ampio, necessario a contenere uno sguardo sul mondo che non può essere consacrato soltanto all’io ma anche alla sua sottrazione, lo scoperto e il suo riparo, e di nuovo il confine, un piede che si spinge oltre, l’altro che fatica a staccarsi per seguirlo, che non vuole seguirlo. Salvi possiede la giusta dose di disincanto e, per fortuna, l’ironia che – a volte – rende più sopportabile l’amarezza e più comprensibile il distacco dalle cose, per poterle meglio analizzare. Così anche il Barocco (e vi rimando di nuovo alla prefazione) non è qui nella sua funzione orpellistica, sovra stilistica, ma in quella principale, ovvero quella che sottrae la realtà alla vista per mostrarla successivamente diversa. C’è la richiesta di uno sforzo, se copro tutto poi tu cosa vedi? Cosa hai visto finora? Cosa vedrai?.

In una poesia Salvi scrive che ai versi scritti col fango preferisce quelli scritti col sangue, ed è ironico un’altra volta, perché sa perfettamente che i versi si scrivono soltanto con l’inchiostro e il sangue e il fango sono necessari e complementari, ma vengono prima. Chi non cerca veramente non è in grado di restituire niente. Salvi, invece, restituisce eccome, ma non certo stabilità. La sensazione che lascia il libro è di grande precarietà, come il tempo nostro, come il transitorio del titolo, e allora qual è il santuario? Mi pare essere una costruzione che si scorge in lontananza, qualcosa che l’occhio non riesce a mettere a fuoco. Un tempio che sta sul confine, una frontiera che può essere superata soltanto da due cose, una è la Bora, il vento di quelle terre, l’altra è la poesia.

© Gianni Montieri

La prefazione e alcune poesie si possono leggere Qui

Anteprima: “Santuario del transitorio” di Alessandro Salvi (L’arcolaio, 2014)

Alessandro Salvi, Santuario del transitorio

Costato un lavoro lungo anni (almeno cinque), Santuario del transitorio accorpa tre movimenti precisi che sono anche il risultato della revisione di precedenti plaquette o singoli testi che hanno goduto di una circolazione autonoma a partire dal 2009. Finalmente ora le tre sezioni, Santuario del transitorio, Madrigali eroici e Ladro di tamerici, vestono l’abito definitivo, che non solo nella forma chiusa e nel solco di un Novecento fattosi tradizione sviluppa la poesia di Alessandro Salvi: Santuario del transitorio è tutto condito con un’abbondante dose di ironia e disincanto che ben rendono lo straniamento dal tempo, il quasi desiderio di allontanare il tempo e la storia in una dimensione forse barocca (e per un poeta nato a Pola nel 1976, e residente a Rovigno, il tempo e la storia da allontanare sono ben precisi, identificabili, riconoscibili).
Perciò ogni scelta di registro, ogni scelta di campo, sono azioni in un certo senso politiche, azioni necessarie per la sopravvivenza stessa della poesia in una società che corrode e corrompe ogni cosa: la poesia è la speranza per chi, prossimo all’imminenza anagrafica di luziana memoria, intende comunque indicare una via possibile per sé e per chi in questi versi comunque ci si ritrova in parte. Malgrado, ripeto, siano assenti la Storia come protagonista diretta, e quindi anche il “momento politico” (Mauro Sambi), e l’io si dichiari «ai ferri corti con il quotidiano».
Prende perciò le mosse da questa prima dichiarazione di inappartenenza al proprio momento storico un viaggio che ci condurrà verso il santuario del provvisorio, di ciò che è precario e si contrappone all’assoluto, all’astratto, all’eterno (sono parole di Alessandro Salvi). Ma non siamo portati a visitare un sito archeologico in rovina: non ci accolgono macerie. La lingua solida, robusta, che conosce un «impasto di aulico e quotidiano» (sono parole di Mengaldo riferite a Saba che trovano un senso anche per Alessandro Salvi senza far gridare allo scandalo) fino a una deriva gergale di segno opposto, è la corda con la quale ci reggiamo, ed è la corda che si lega alle strutture all’apparenza solide di questo santuario: madrigali, sonetti, una sestina sono le stanze che ci accolgono. E se i madrigali ultimamente godono di una rinnovata fortuna (si pensi ai madrigali di Gianluca D’Andrea, centrali anche nella sua raccolta [Ecostistemi]), stupisce di più la presenza di una sestina (che chiude la raccolta e che a un novecentista come me ricorda immediatamente il tardo Ungaretti), e più ancora di una sonettessa («suonata e un po’ depressa»), caudata e manierista, come ripresa del più italiano dei metri usati in poesia. Non fatevi però depistare da questo gioco! Ricordatevi che appartiene al barocco la capacità di distrarre dalla realtà con ogni mezzo, per rappresentare in altro modo la stessa realtà che si cerca di allontanare, di fuggire.
E se per allontanare il contemporaneo si può utilizzare la lingua, ecco che Salvi ottiene l’effetto ricercato: lo straniamento totale. Il recupero di una linea che si origina da molto lontano è quanto di meno comune si possa incontrare di questi tempi nella poesia italiana, a meno che non si scada nel manierismo, nell’imitazione, nel tranello della memoria scolastica. Ciò non avviene mai in Santuario del transitorio; non può avvenire dal momento che il poeta possiede non solo gli strumenti per piegare la lingua, ma possiede anche la forza per dominarla e giocare con essa, fino a farla letteralmente (e figuratamente) franare (come nei versi finali di Le inarrivabili parole tramano). E in questo procedere, malgrado siano nette le posizioni che oppongono questa poesia a quella affine per tema di Gabriele Gabbia, vedo proprio innestarsi la raccolta di Salvi nel solco di una riflessione toccata anche da La terra franata dei nomi. Sicché ogni lontana parentela assunta a difesa della propria poesia viene spazzata via nell’attimo stesso in cui ci si accorge che il poeta parla al suo presente: il poeta è nudo davanti a una moltitudine di specchi e solo questa rifrazione, questo moltiplicarsi continuo di immagini di sé come fossero i mille intricati percorsi interni a un labirinto, gli consentono di sopravvivere, di non soccombere al peso della precarietà.

[prefazione a Santuario del transitorio di Alessandro Salvi, L’arcolaio, 2014]

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da Santuario del transitorio

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Del mondo ogni contorno rendi acuto
robusta e mesta serpe del pensiero
che t’intrufoli subdola nel mio
io più recondito.
Gomito a gomito con il delirio
e ai ferri corti con il quotidiano,
sei tu il pane che bene o male sfama.

 

*
Io vi parlo da questa
inospitale zona del sentire.
Sì, questo scrivere pare mi annienti
a poco a poco, ma
mentre mi invento un vivere migliore
m’abituo a questo fuoco con cui gioco
da tempo ormai. Noi siamo solo ostaggi
del provvisorio.
Non è una fuga nell’irrazionale
bensì si tratta solo di guardare
l’invisibile che si spoglia e addita
lì dove vita e morte si coagulano
in un tutt’uno.
Io dentro queste parole ci vivo.
E muoio, a volte.
In quest’antro mi nascondo dal mondo,
venite a prendermi se ci riuscite..

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Senhal

Non è di te che penso. Penso ad altro,
a questa indenne e magica insistenza
con la quale mi ostino a non desistere.
A volte, è vero
sì ti bramo, ma sei inabbordabile.
Sembri lontana come una galassia
cui diamo un nome appena e tante ipotesi,
anche se – a dire il vero – ne sappiamo ben poco
di quanto accada, quale vita pulsi,
ammesso sia possibile una vita,
ma questo è già un altro paio di maniche.
Tu non hai colpa alcuna di quel che avviene, sei
innocente e candida come il camice
del macellaio.
Sei così come sei, e basta. Insormontabile
un silenzio lunare adesso ci divide..

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da Madrigali eroici

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5.

Non ce la faccio a subire ulteriori
sconfitte, sempre le solite scene…

Non posso tollerare più le vostre
parole polveriere, che in agguato
minacciano di esplodere.

Questi sguardi caudati non mi piacciono
per niente,
manco le vostre mani frigorifere.
Via dalle vostre grinfie e dalle vostre
graffianti smorfie amorfe.

Ora sono di un’altra specie, dicono.

E non mi è dato essere che questo:
cinico osservatore di me stesso,
allegro affossatore del non detto..

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6.

Queste sono parole di ossidiana…
idilli brilli e sconquassati invero,
tutti intenti a tradire più che a dire,
o sbaglio? Sii sincera con me, dimmi
i drammi che ti stritolano, dammi
una ragione in più per non demordere;
se vuoi t’offrirò un altro giro ancora.
Vomiteremo infine sull’aurora
o al chiar di luna. Il resto poco importa..

.

da Ladro di tamerici

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Senti, parliamone da vecchi amici:
aiutiamoci a vicenda. Ti chiedo
di riprovare ad essere felici,
una miglior soluzione non vedo.

Sono un ladruncolo di tamerici.
A volte faccio il gradasso, poi cedo
al tuo cospetto. “Maledetto” dici
“ti rodi il fegato e il cuore allo spiedo

infilzi, crogiolandolo al lentissimo
rogo dei tuoi rimorsi, i quali fingo-
no di non esserci… poi stai malissimo”.

Di nero allora io tutto dipingo,
affogo nel mio fango e non è il massimo.
Non chiedermelo perché a te mi stringo.

Io rimango ramingo.
Né come uomo, né come poeta
giungerò mai all’agognata meta.

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Alessandro SalviAlessandro Salvi
(Pola, 1976) vive da sempre a Rovigno. Esordisce nel 2008 con la pubblicazione della raccolta Piovono formiche carnivore e altre inezie (Aletti); seguito nel 2011 da Eserciziario di metafisica per principianti, silloge inclusa nel volume collettivo Creare mondi (a cura di Alessandro Ramberti) per conto della casa editrice riminese Fara. Altre poesie e insieme a testi vari (recensioni, traduzioni, prefazioni) sono apparsi sia su carta sia in rete: “Sovremenost” (2/maggio 2009), “La Battana”, “Panorama”, “La Voce del popolo”, “TELLUSfolio”, “Farapoesia”, “Neobar” e altrove. È stato segnalato da Maurizio Cucchi su “Specchio” e “Tuttolibri” (“La Stampa”). Alcuni suoi componimenti sono stati inclusi nelle antologie: La ricognizione del dolore (2007), a cura di Pietro Pancamo e Il segreto delle fragole 2010 (2009), a cura di Elio Pecora e Luca Baldoni. Risale al 2011 è la plaquette, pubblicata con la En Avant! Produzioni di Pistoia, I fori nel mare. Nello stesso anno viene pubblicata, per la Apeiron di Rovigno, la seconda edizione di Piovono formiche carnivore e altre inezie con la traduzione in croato delle poesie a fronte.