Alessandro Giammei

«Tutte le poesie 1971-2017» di Biancamaria Frabotta (rec. di G. Ghiotti)

frabotta«Tutte le poesie 1971-2017» di Biancamaria Frabotta

di Giorgio Ghiotti

 

Le raccolte complete di poesie di un autore hanno, di male, il rischio di far perdere una certa scansione temporale, una distanza “naturale” all’interno del percorso poetico tra una fase (una raccolta) e l’altra; hanno di bene, invece, molto di più, riuscendo a restituire in maniera unitaria il senso di una “storia lirica”.
Tutte le poesie 1971-2017 di Biancamaria Frabotta (Mondadori, 2018) raccoglie quasi cinquant’anni di attività di una poetessa che, fin dagli esordi, si è distinta per la sua lucidissima capacità di osservazione dei fenomeni tutti del mondo – umani, animali, celesti, terrestri, persino “ultraterrestri”. Lo sguardo è stato per Frabotta il primo senso attivo, prima ancora dell’ascolto o del tatto. Nella poesia dell’85, Miopia, leggiamo «Mi presti i tuoi occhi per guardarti?» e a distanza di più di quarant’anni, nella Materia prima, nell’occhio ancora – più che mai – «vi entrava la vita, vi s’addentrava.» Quando non è un occhio a vegliare, è un senso più antico, risalente, e quasi connaturato al poeta, che vigila anche nel sonno per sé e per l’altro, come nel caso delle poesie coniugali della Pianta del pane. Non credo sia un caso che il lavoro d’apertura all’esperienza di scrittura di questa poetessa sia stato un libro intitolato Donne in poesia, vero e proprio osservatorio della poesia femminile italiana che si spingeva già allora, grazie alle sensibili antenne di una studiosa-poeta, a considerare (e “storicizzare” in un’antologia) poetesse al loro esordio quali Cavalli e Lamarque. Se questo è stato possibile – così come è stato possibile per Frabotta assegnare tesi di laurea su poeti viventi in piena attività – è perché, come ha osservato Alessandro Giammei in un luminoso articolo, ci troviamo di fronte a una poetessa che tratta il contemporaneo come qualcosa di molto serio e riesce ad essere a sua volta contemporanea «senza banalmente rispondere alle contingenze» (“il Manifesto”, 6 aprile 2018). È quel che fa Frabotta, poeta che intrattiene una singolare relazione col proprio tempo, che, come scrive Giorgio Agamben, «aderisce a esso e, insieme, ne prende le distanze.» In questa leggera discronia fra il tempo e il soggetto (quello che Barthes ha chiamato l’«intempestivo», mutuandolo dall’«inattuale» nietzschiano) si pone l’occhio del poeta, Per questa sua natura, la poesia di Biancamaria Frabotta non è estranea a un carattere che definirei civile, e che, dialogando col suo tempo, ne scorge insieme alle luci le ombre. In questo senso, il volume di recente uscita per “Lo Specchio” Mondadori è testimonianza di una voce che, dagli esordi poetici, ha fissato negli occhi il suo secolo come nella poesia di Mandel’štam, vek, il cui doppio significato (secolo, appunto, ed epoca) rivela la presenza attiva, ma quasi mai risolutiva, del poeta dentro la storia, pagando la sua contemporaneità con la vita – e il Novecento è il secolo che lo testimonia, tragicamente, meglio. (altro…)

Poesie di Alessandro Giammei

Edizioni aisara
2008

*

La notte a volte si allenta scivolando
come un panno dal giro della vita
sfilacciando la cintura del sonno e
sbottonando con l’occhio l’orologio.
E’ lì che tra i livori della veglia
con candida e evidente ipocrisia
si accampa la ridcula scusante
di attendere con ansia il giorno nuovo.
Si accozzano annerite nuvolaglie
di ipotesi o ricordi di domani
bicchieri che rammendano amnesie.
Si lecca il caldo buono della pioggia
si scorda, e alle sette di mattina
il giorno arriva e passa inosservato…

*

Il fondo del mio cranio è un portacenere
che riempito, diventa un portacipria.
Se non riesco ad arrossire, consumo
e poi per darmi un tono con le braci
mi ci trucco sulle guance facendo
spazio ad altri fuochi estinti e mai accesi.
Sento soltanto l’odore del fumo
di questi tempi, e per coprirlo annuso
la corolla di collere da niente
che sfoglio, svogliato, mentre sbadiglio.

*

tre pareti in vetro stringe il cuore a sé.
due per l’oggi giganteggiano
una per guardia.
quella dietro membranosa seleziona
convenienze nei ricordi.
a metri la quarta. che non c’è.

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ALESSANDRO GIAMMEI (1988) studia Italianistica all’Università “La Sapienza” ed è stato il più giovane allievo ammesso nel 2005 al corso propedeutico di recitazione
dell’Accademia Nazionale “Silvio d’Amico”. Nel 2007 è stato premiato alla rassegna di scritture Universi per le Università del Lazio e di Roma.

Poesie di Alessandro Giammei

Poesie di Alessandro Giammei*

[Con Alessandro Giammei prosegue la rubrica di poesia contemporanea di poeti nati negli anni ’80. In ordine sono stati pubblicati Fabio Teti, Greta Rosso, Valentina De Lisi, Chiara Daino, Domenico Ingenito, Simona Menicocci, Carmen Gallo, Francesco Terzago, Tommaso Di Dio, Mariasole Ariot e Luca Minola.  Per ciò che concerne i testi di Giovanni Catalano, Luigi Bosco e Luciano Mazziotta, in quanto redattori di Poetarum,  si rimanda ai link di altri blog: Stroboscopio per Bosco, Imperfetta Ellisse per Catalano e La dimora del tempo sospeso per Mazziotta. Sempre su Poetarum Silva, sono stati inoltre segnalati da G. Montieri e N. Castaldi, Riccardo Raimondo e Nadia Tamanini.]

 

*


Che freddo stamattina.
Che freddo in questo scampolo di secolo
sull’erba ghiaccia e pesta che non conosce impronte
(e che pure – senti? – è stata calpestata).
Col fiato, ci scaldiamo le mani alla fermata –
oh quanto disatteso augurio in queste
nostre facce arrossite – se troppo presto o fuori
tempo massimo che fa? In ogni caso
è tragico aspettarti. Le attese irrisolte – oh
quali destini per l’età incapace
di congedarti (questa) avevi disegnato –
sono il pane che ci ha allungato le unghie
e i capelli. Che noia. Non abbiamo diritto
a un poco di catastrofe anche noi
che siamo nati dopo? La meteorologia
delle tue convenienze senza veti
suggerisce di no.

 

Meglio venire alla luce sotto altri
auspici, che sotto quelli degli altri.
A colloquio con quell’altra generazione
(Progetto in corso d’opera)

Chi è là? Oltre l’orlo paludoso della
veglia recente, oltre la mia età, chi
sei che mi sorvegli dietro la porta
degli eventi di cui abitiamo l’eco?
Tu che origli (se non parlo da solo),
di nome, e non davvero dunque, temo,
ti conosco; di data: tu sei nata
prima di me, prima dell’ottantotto.
Ti ho sentita, che tendevi l’ordito
tra le dita ma vedi, l’hai composto
di troppo filo e adesso non c’è verso,
sono perduti i fili del discorso
e se infiliamo un ago dopo l’altro
è solo per non perdere altre maglie.

*

La trama ora, la cena della tarma
è sfilacciata, e ci sfila davanti
come una svergognata senza calze
e siamo espunti da ogni dizionario
e il sole vuole sorgere al contrario
solo perché non affilasti l’occhio,
perché le fila non le hai mai tirate:
non hai serrato i ranghi – e ti dilunghi
proprio ora in tante paludate scuse?
Stàiti, non c’è di che. Già che sei lì
però, mi presteresti un po’ l’orecchio?
Resta pure fuori eh, ma io non intendo
urlare (di voce ne ho, ma non urlo
– d’altronde in fondo no, non ti somiglio).

*

Sai, il tempo vorrebbe finire ma
gli umori grossi delle argille allergiche,
che sversano nelle arie derogate
le gru, mantengono vivi gli allarmi
e sull’allerta perenne non cade
mai l’ultima nota. Dio, che nervi
gli accordi irrisolti; che danno dànno
le cadenze d’inganno su cui inciampa
di anno in anno, nell’emergenza cronica
questo decennio che non mi contiene
e che non sa cadere. Ti appartiene,
a te, che non hai mai avuto talento
per i finali. Interminata. Spàziati
pure – tanto sono lente, le termiti.

*

Oh i tarli come lentamente smussano
del tuo destino estinto la smagrita
dismisura. Le camole lavorano
la polpa delle maglie e non conoscono
colpa, sei tu che le annodasti sei
tu che non hai visto, sciocchina, le uova.
Schioccami, come una coppia di dita
sul lato vuoto del palmo, farò
rumore, già, non sentirò dolore,
giacché il tuo troppo amore ha messo agli angoli
la gomma, e i nostri muri sono morbidi.
Rimbalziamo, mentre il ronzio dei morsi
celebra la tua catarsi – se dio
vuole, avranno i denti stanchi, le tarme.

*

Dirottavi le linee delle mani –
interrotte, altrimenti, a metà strada.
Le incontravamo su destini altrui
come un’estate indiana e si smarriva
il segno delle chiromanti, il dito
seminato lungo la fuga dei
pampini (distrutto o distratto il ramo)
svegliati troppo presto o troppo tardi.
Non sei venuta a fare San Martino;
dacché sei qui novembre manca e il conto
torna tre volte come un anatema
nei pomeriggi nient’affatto azzurri
in cui sferruzzi questi palmi freddi.
Le nostre braccia restano invendute.

 

*Nota biobibliografica
Alessandro Giammei è nato a Roma nel 1988. Nel 2008 è uscito per Aìsara il suo esordio poetico, Diramarsi. Una piccola silloge inedita (Dico io di noi che siamo vivi oggi) è comparsa su «Absolutepoetry». Il suo primo racconto, Frighi, è uscito per le edizioni Arkadia nell’antologia NYX Racconti della notte alla fine del 2010, accanto a pezzi di autori affermati come Ibrahimi, Murgia, Dazieri, Fois e Abate. Triennalista in Italianistica, è laureando magistrale in letteratura contemporanea a La Sapienza. Collabora con «La Rassegna della letteratura Italiana», con il «Dizionario Biografico degli Italiani» Treccani e con «Argo, rivista d’esplorazione». Dal 2009 valuta romanzi inediti per l’agenzia letteraria Kalama.