Alessandro Brusa

Alessandro Brusa, In tagli ripidi (nota di Anna Maria Curci)

Alessandro Brusa, In tagli ripidi (nel corpo che abitiamo in punta). Prefazione di Fabio Michieli. Postfazione di Marco Simonelli, Giulio Perrone editore 2017

Nel romanzo Il doppio regno, Paola Capriolo fa scrivere all’io narrante, in un diario scritto in un misterioso albergo nel quale si ritrova (accolta? prigioniera? di sé oppure di ‘altre forze’?) queste parole: «A volte scrivo poesie sulla carta da lettere dell’albergo, ma è una definizione impropria: sono quasi sempre coppie di parole che per qualche ragione mi sembrano “far rima” tra loro. L’ultima ad esempio è composta di due soli versi, il primo verso è “ferita”, il secondo “miracolo”. Sono certa che esiste una lingua nella quale si può passare dall’uno all’altro termine, con la semplice aggiunta di una lettera, tuttavia non so perché queste due parole e il loro strano legame mi appaiano così gravidi di significato.»
Questa lingua così distante eppure così vicina, “la lingua lontana” di Alessandro Brusa, nella quale la parola “ferita” si discosta dalla parola “miracolo” semplicemente in virtù dell’aggiunta di una lettera finale, è la lingua tedesca, e il prodigio, fonte di stupore, avviene con le parole “Wunde” e “Wunder“.
Perché questa premessa? Perché leggo In tagli rapidi di Alessandro Jacopo Brusa come compiuta realizzazione di una architettura poetica le cui fondamenta stanno nel cozzo e nell’incontro lacerante e prodigioso di questi due principi: il vulnus perpetrato, ripetuto, innanzitutto sul corpo, e il cammino (passo costante, incursione di ‘pontiere’) nel mondo del meraviglioso.
Lo attestano, come ben scrive Fabio Michieli nella prefazione, le antitesi ripetute, lo attestano quei versi scritti nella carne, tatuaggi e scalfitture sulla pelle, mirabili sintesi di lacerazione e intuizione («dolore scorsoio») lo attestano, ancora, quei richiami a miraggi, illuminazioni e squarci nel deserto, nonché i richiami non solo biblici, ma anche al mondo incantato eppure di primordiale crudeltà e di successiva “Zerrissenheit” – “travaglio interiore” che è stato precedentemente «lo strappo/ che tra le scapole/ toglie vertigine/ ad ogni altezza». Una antitesi-sintesi che va dalle fiabe popolari raccolte dai fratelli Grimm al pure ottocentesco e ancora modernissimo vagare senz’ombra del Peter Schlemihl («all’ombra che non ho») di Chamisso, dei cui mirabili stivali, trovati a portare conforto con l’esplorazione della natura a un’esistenza di perenne emarginazione, privata dell’ombra, si trova una chiara eco in un felice ossimoro: «ma io dormirò sereno/ perché lui mi stringe in/ distanza di sette leghe.» (altro…)

Colin Herd, ‘Keats e l’imbarazzo’ e l’imbarazzo… (trad. di A. Brusa)

Colin Herd (photo by Chris Scott)

KEATS E L’IMBARAZZO E L’IMBARAZZO

La melma è l’imbarazzo dell’acqua.

Una perversa e beffarda posta del cuore
che non ha mai ricevuto lettere.
L’edentulia (persino nei bambini)
è cosa così delicata da provarne quasi
vergogna, avvolta com’è in una morbosa
attenzione da mettere in difficoltà.

È imbarazzante scrivere del cibo.
La tovaglia macchiata è imbarazzante
per la tavola. Andare a capo è imbarazzante
per il verso. Tutti i film che vedrai nella tua vita
ti metteranno in imbarazzo. Fatta eccezione
per il primo Paul Verhoeven che ti si addice.

Non puoi mettere nulla in imbarazzo senza dover
fare grandi sforzi e fare quegli sforzi è imbarazzante.
Mangiare in pubblico è imbarazzante. Anche una banana
che non sia matura o un piccolo vassoio di mirtillini.

Le raccolte di poesia sono imbarazzanti
per la poesia. Alcune più di altre.
Le metafore mettono in imbarazzo la lingua.
Instagram è l’imbarazzo di qualunque cosa.
Instagram mette in imbarazzo se stesso.
Ecco perché la sua icona è rossa.

Imbarazzo per un libro è la sua
copertina ed imbarazzante per la
copertina è la fascetta. Ed il dorso.
E soprattutto i numeri delle pagine
quando ci sono, messi in un angolo come
discoli in punizione. Le parole “testo” e “lavoro”,
usate per evitare l’imbarazzo della parola “libro”
sono esse stesse imbarazzantemente intime.

(altro…)

Maurizio Brusa “Una vita scalza”. Imola, 31 ottobre 2017

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Una serata dedicata alla poesia di Maurizio Brusa nella splendida cornice offerta dalla BIM Biblioteca Comunale di Imola. L’occasione per parlare di Maurizio Brusa, della sua vita, della sua ultima raccolta, La vita scalza, nonché di un percorso poetico che ha lasciato un segno negli amici e in chiunque abbia incontrato i suoi versi. L’occasione per iniziare a conoscere un poeta che scelse di vivere defilato ma non assente.

Interverranno: Alessandro Brusa, Antonio Castronuovo, Maurizio Cucchi, Salvatore Della Capa, Gianfranco Fabbri, Carlo Falconi, Matteo Fantuzzi, Franco Minganti, Francesca Serragnoli, Stefano Simoncelli, Giancarlo Sissa, Gabriele Xella.

Oggi, martedì 31 ottobre 2017, alle ore 20:00, presso la BIM Biblioteca Comunale di Imola.

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I poeti della domenica #210: Alessandro Brusa, da “Nel nome del figlio”

 

Di questa nascita
.  riempio il tempo
.  che io solo conosco
e incammino sulle
tue incertezze

quell’andare disperso
.  per il mondo
in un pensiero
che resta sulla carne
.  di punizione precoce

.           siamo istanti
cui non compete verità

: per la morte che temi,
se di questo mondo rifiuti
.  la libertà che lascia.

 

*

La vita è linea
di deciso passaggio

segna di rosso il sole –
.  e stanco
appena sotto l’umore
che mi porto appresso

appunto a nuvola i pensieri
.  che tengo dentro

: che non si lavi la distanza
cui appendo capillare battito.

 

*

Di questo corpo ho fatto testo
se del tuo corpo tengo il segno
che di quella nascita mi ha fatto.

 

da In tagli ripidi (nel corpo che abito in punta), Giulio Perrone Editore

Seth Pennington, Gin Caldo (trad. A. Brusa)

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GIN CALDO

1
Mio nonno ha avuto un piccolo infarto, forse
nella notte, ma lo vengo a sapere solo il mattino dopo
al lavoro. È da un po’ che non lo vedo:
da dicembre, al matrimonio, quello a cui lo sposo-diciottenne
dimenticò di invitare la sua famiglia. Sono
anni che non passiamo davvero del tempo
assieme – lascio così sia questa mancanza a giustificarmi
per non averlo ancora chiamato.

2
Devo risponderti quando chiami, Bryan, e
mi dici: “Ho fatto una roba. Ho prenotato un hotel
e allungato la permanenza di una notte. Una piccola vacanza.
Scoperemo quanto ci pare, senza preoccuparci di nulla.”

3
Mio nonno mi aveva stretto la mano, “È bello vederti”
aveva detto, dopo che gli sposi ebbero intrecciato
i loro destini con quelli
di Dio e che la sposa era caduta ed era stata portata fuori
rossa di vergogna perché il suo abito aveva avuto la meglio
su di lei; gli astanti avevano cercato di coprire le risate
tossendo o tenendo le mani davanti alla bocca.

4
Ti sembra impossibile che non ci sia un secchiello
del ghiaccio e che il ghiaccio sia finito;
“Il gin caldo dovrebbe essere illegale”. Ma no,
è in questa serata che non riesci a credere,
e a come nonostante i programmi fatti
le cose siano andate così storte. Vado
in cerca della macchina del ghiaccio, pensando
che troverò sacchetti certamente e non secchielli. E invece
finisco nella lavanderia e trovo una madre che
cambia il pannolino al figlio su di una asciugatrice. (altro…)

Omaggio a Maurizio Brusa (1951-2017)

Maurizio Brusa (foto di Daniele Ferroni)

Maurizio Brusa (foto di Daniele Ferroni)

 

Mi reputo indegno di parlare di Maurizio Brusa e della sua poesia, ma due ragioni mi spingono a farlo: l’ammirazione per la sua poesia e l’affetto per suo figlio Alessandro, poeta e mio grande amico. Io e Alessandro più volte abbiamo parlato di suo padre, sia dell’uomo sia del poeta. Un poeta così defilato, appartato, che non solo non si è mai visto riconosciuto quel posto che dovrebbe occupare nei discorsi sullo “stato della poesia”, ma del quale in questi ultimi anni si era quasi fatta impossibile la reperibilità di buona parte della produzione, a eccezione delle raccolte più recenti.
L’improvvisa morte di Maurizio Brusa, sopraggiunta lo scorso 29 settembre, a non molte settimane di distanza da quella del padre Omero, ha, come sempre accade in questi casi, risvegliato il desiderio in molti di riscoprire una poesia che porta i segni di un’inedita esposizione al dolore del vivere per un ragazzo che ha conosciuto nell’età liceale la forza rivoluzionaria, utopica, del ′68, senza in verità riconoscersi in essa (lui, uno degli «emarginati coscienti» – definizione di Alfredo Taracchini, che firmò Per presentare Maurizio, ossia lo scritto che seguiva e inquadrava Idea per la prefazione di un ritmo, esordio di Maurizio Brusa nel fascicolo 29/30, gennaio 1977, della rivista «Rendiconti»); quel vento d rivoluzione che soffiò su quella parte di Romagna (lui nato e cresciuto a Imola) che in quegli anni rappresentava, insieme a Bologna (la pars emiliana), e più della capitale, la voglia di riscatto di un’Italia decisa realmente a lasciarsi alle spalle le contraddizioni del dopoguerra.

Spero che firme più qualificate di me nei prossimi mesi renderanno il giusto omaggio alla poesia di Maurizio Brusa. Io, grazie soprattutto ad Alessandro, che immediatamente ha accolto il mio invito a inviarmi dei componimenti di suo padre, compresi alcuni tra i meno noti perché lontani negli anni, voglio proporvi queste sue poesie con l’intenzione di colmare un vuoto, che è stato anche il mio vuoto.
È un percorso di lettura a ritroso, dalla penultima raccolta alle poesie pubblicate nel 1979 nel n. 43 dei «Quaderni della fenice» diretti da Giovanni Raboni, una stagione, questa sua prima, che proprio in Romagna conosceva pure le esperienze di Ferruccio Benzoni e della rivista «Sul porto». Ma se in questi due altri poeti romagnoli la poesia guardava inevitabilmente all’Adriatico, come confine e limes da oltrepassare per riscattare la parola stessa, per Maurizio Brusa proprio su un molo la parola, dove nulla pareva essere mai accaduto, riconosceva il suo di limite; nonostante questa dolorosa constatazione, il poeta non rinunciava a dire e soprattutto non dissimulava l’assoluta fiducia nella poesia, continuamente rinnovata attraverso la costruzione di immagini evocative sorrette da un verseggiare elegante, e una lingua altrettanto fluida e in continua tensione, fino a forzare il punto di rottura e frammentarla (come nella sequenza proposta dalle poesie pubblicate nell’«Almanacco dello Specchio»): Maurizio Brusa diceva ciò che vedeva con gli occhi dell’esperienza, mettendo a nudo da subito un io fragile innanzi alla vita. Lo stesso io che si affaccia, a distanza di anni, nella sua ultima raccolta, La vita scalza, uscito lo scorso giugno per Stampa e che merita un discorso a sé. (fm)

Maurizio Brusa, Parigi ’75 (disegno di ignoto)

MAURIZIO BRUSA (1951-2017)

 

Periferia del Domino
(da Grammatica del Silenzio, Manni, 2008)

ad Alessandro B.

L’uomo tace.
Si ferisce dormendo:
alla terra quel ch’è dovuto.
Al cielo l’ordine di restare sospeso.

 

*

C’era questo nella casa d’altri:
raccontare suo figlio a dispetto
e montava la rabbia, sapeva
di averlo scordato.
Solo qualche volta
incontrato per le scale.

 

*

La prima notte dopo i voti
era ossessionato
dall’idea di saperti povera.
È stato un errore dicevo
ma
ho letto tutto di te.
Ho ascoltato la tua voce
la domenica
durante l’omelìa.

 

*

Di’ pure ch’è salita
dalla scala di servizio,
che s’è rannicchiata nel mio posto vuoto.
Di’ che l’hai comprata e venduta
nel gioco facile di un pressappoco.

 

*

Non è compito mio
il tubo dell’acqua.
Quel che c’era da fare l’ho fatto.
Ho venduto il vendibile:
a moneta di scambio il disegno di Ruth.

 

*

Aveva il profilo di tua madre
mentre leggeva
attenta
“The Sculpture Garden”
e io
che cercavo di distrarla
pensando gli anni persi
e quest’esilio che non fa rumore.

 

*

Potresti essere tu
fra qualche anno:
un viso più magro, il cappello di cuoio.
Quel tuo andare sospeso
a far niente di te.
Come pulire casa il mio credito al giorno.

(altro…)

Ilaria Grasso, “In tagli ripidi” di A. Brusa

Nella sua ultima raccolta di poesie, dal titolo In tagli ripidi (nel corpo che abitiamo in punta), Alessando Brusa mostra il suo panorama esistenziale forse partendo dalla lezione di Whitman secondo il quale «ogni atomo che mi appartiene è come se rappresentasse anche te.» Se così non fosse, credo comunque che Brusa sia ben consapevole del fatto che dietro ogni libro ci sia un uomo con tutto il suo personalissimo vissuto e raccontarlo vuol dire comunicare (leggi qui come cercare le cose in comune). La varia varietà che troviamo nei versi di Brusa sembra rispondere appieno a una delle funzioni cardine, secondo me, della poesia cioè conoscere. Sono presenti infatti nella raccolta molti riferimenti culturali che Brusa attinge dalla musica, dall’arte e dalla metafisica. Ma è anche la storia a insegnarci e a farci accumulare conoscenza come rileviamo nella rima «: perché ho memoria […] perché scandaglio la storia.»
Se dovessi descrivere il moto produttivo del poeta immagino che Brusa si sia messo a versificare dal punto più alto di un canyon-ferita nato dall’erosione di tormente (esistenziali) così forti da creare pareti molto ripide.
Lì dov’è, Brusa trattiene il fiato non per l’aria troppo rarefatta, o per vertigine, ma per contenere la rabbia generata da quegli eventi che tanto l’hanno fatto soffrire; rabbia che avrebbe tutto il diritto di tirar fuori, ma non ci riesce e disperato implora addirittura un atto forte pur di liberarsene, come troviamo in questi versi:

mentre ti imploro di piantare
un pugno
nello spazio esatto
dove trattengo
il filo di rabbia che
non mi concedo

I versi della raccolta, tante volte asciugati, a una prima lettura mi sembrano criptici, misteriosi quasi ermetici anche per l’assenza di certezze. Le parole mi sembrano rese volontariamente ruvide e secche, dal poeta, proprio per descrivere meglio la desolazione e il senso di solitudine provato.
Leggendo, anch’io sono sul ciglio del canyon, in prossimità delle pareti ripide, in uno stato di equilibrio messo costantemente alla prova. Ho talvolta la sensazione di essere spaesata, posta su quell’estremità, in una posizione testata, nel suo assetto, continuamente. Verso dopo verso mi vengono tolti e aggiunti riferimenti spaziali e temporali; oserei dire anche narrativi, perché Brusa spezza infinite volte il senso che pure si avverte in maniera sotterranea. (altro…)

La parabola amorosa fra due culture di “In Tagli Ripidi” (di L. Cenacchi)

Prima di iniziare ad occuparci della poetica di Brusa alla luce del suo ultimo libro credo sia necessaria, da parte mia, una premessa di metodo volta a inquadrare meglio gli argomenti di questo intervento. Ritengo che, nelle poetiche degli autori, riesca a risuonare più di quello che le loro letture immediate farebbero supporre. Perché? perché ogni autore legge e leggendo assorbe anche elementi non direttamente inediti della poetica di chi sta leggendo; ovvero tutte quelle scorze rimaste dal confronto che a sua volta l’autore letto ha fatto con altri. Può anche accadere che, cercando di sviluppare temi personali, ritenuti una propria inventiva, questi, intrecciandosi con altre istanze, portino al medesimo risultato di quelli già trattati in modo similare nel corso della storia.[1]
Così la poetica di un autore sarebbe simile a una pianta radicata in un particolare terreno di letture scelte. Ogni terreno, tuttavia, ha anche altre componenti oltre se stesso, che finiscono per alimentare e costituire la struttura della pianta.

Ma veniamo a noi. Con la pubblicazione di In Tagli Ripidi Alessandro Brusa chiude una “trilogia” iniziata con il Cobra e la Farfalla (romanzo) e La raccolta del Sale (poesia).
Se la struttura della nuova raccolta[2] è stata ben trattata negli interventi all’interno del libro, per cui sarebbe superfluo, a mio avviso, tornare ulteriormente su di essa, sarà comunque indicativamente utile sin d’ora tenere presente la dimensione fondamentale, ma non totalizzante, del corpo in questa raccolta, come ha ben espresso Fabio Michieli: «[…] corpo inteso in senso fisico (membra), sia in senso metafisico come limite della comune percezione da valicare.»
È necessario parlare preventivamente anche della multiculturalità rilevata come uno dei possibili caratteri fondanti di questo libro. Io credo che la commistione, del tutto istintiva, di due tradizioni[3] lontane (taoismo e la lirica delle origini mediata da infiltrazioni boccaccesche)[4] sia il risultato naturale di una necessità come alternativa alla cristianità tradizionale: la ricerca di una sacralità terrestre (immanente)e genuina fondata sulla esperienza, che non può che essere quella personale dell’autore. Necessità naturale in qualsiasi persona che sia dotata di sensibilità e viva nella modernità liquida. Questo bisogno trova soddisfazione proprio nel momento letterario, da sempre territorio fertile per l’incontro di culture diverse con l’obbiettivo di superare determinate “patologie” che affliggono l’animo umano in determinati momenti storici: fra le tante la perdita del senso del sacro. (altro…)

Alessandro Brusa, In tagli ripidi

Esce oggi In tagli ripidi (nel corpo che abitiamo in punta) di Alessandro Brusa, la nuova raccolta di poesie del poeta bolognese. Propongo le prime tre poesie della raccolta (tratte dalla prima sessione, Il vento che insegue veloce) e alcuni passaggi dalla prefazione, che ho avuto il piacere di scrivere.
Ma prima di lasciarvi alla lettura mi preme fare due ulteriori considerazioni che non hanno trovato luogo nella prefazione. La prima considerazione è semplice: questa nuova raccolta chiude un ciclo, come dice Brusa stesso, e lascia già intravedere una nuova fase, diversa, della sua scrittura. Lo scarto con Il cobra e la farfalla prima, e con La raccolta del sale poi, è evidente poiché è chiaro che si è chiusa la fase di formazione della scrittura, mentre si è trovato il proprio segno. La seconda considerazione invece è di Marco Simonelli, che firma la postfazione, e per questo non poteva figurare nella mia prefazione. Simonelli fa subito notare che chi decide di abitare un corpo «accetta di viverlo anche in punta, vale a dire nei suoi aspetti più aguzzi e pungenti», e molto probabilmente questa poesia «nasce da un graffio, una puntura della realtà che scalfisce l’epidermide e provoca una ferita». E a dircelo, fa notare sempre Simonelli, è la poesia stessa («più Nemesi che Musa») che si pronuncia nel primo componimento. Come un poeta classico, Brusa cerca un «contatto diretto con il lettore» attraverso la poesia e il suo codice, che è codice del corpo. (fm)

Alessandro Brusa, In tagli ripidi

Alessandro Brusa, In tagli ripidi (nel corpo che abitiamo in punta). Prefazione di Fabio Michieli. Postfazione di Marco Simonelli, Giulio Perrone Editore, 2017

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D’uso io annuso l’aria che tira

: perché ho memoria

perché ricordo ogni emozione
.    che porti

perché scandaglio la storia
.    ed ogni tua percezione
e scatto come grilletto
.    cercando lo scontro
o cercando la fuga

.

non sono nata
.    per le cose del mondo
ma per giudicare l’ingiusto
ed il peso con cui ti stira le membra

perché sono l’emozione grezza
.    che non capirai mai
ed è per me che avrai
.    salva la vita.

.

*

Del corpo non
.    ho ragione
e del fiato corto o
.    del pelo
che cresce a dispetto

ho cercato il mio viso
per nominare la curva
.    delle spalle
e una scusa per
.    l’inclinazione del naso
o l’arco che tiene
.    l’occhio sinistro come
.    quello di mio padre

ho consumato il tempo
nella distanza di un corpo
.    che chiedeva compassione

perché appartengo alle ossa
che conoscono parola. (altro…)

PAESAGGI DI POESIA 2016 – SETTIMA EDIZIONE

PAESAGGI DI POESIA 2016 – SETTIMA EDIZIONE

a cura di Sergio Rotino, con la collaborazione di Luciano Mazziotta

BOLOGNA, Ibs.it bookshop, piazza dei Martiri, 5 – Libreria Trame, via Goito 3/C

Modo ipofrigio, 2015 Stefania De Salvador Tecnica mista su tavola di legno, 60x40

Modo ipofrigio, 2015
Stefania De Salvador
Tecnica mista su tavola di legno, 60×40

 

 

Settima edizione consecutiva per Paesaggi di poesia, rassegna di incontri e dialoghi con alcuni dei nomi più interessanti del panorama poetico italiano ed europeo.
Organizzata a Bologna da Sergio Rotino,  principalmente negli spazi di Ibs.it bookshop ma anche in quelli di Libreria Trame, in questo settimo anno la rassegna si avvale dei suggerimenti di Luciano Mazziotta, giovane critico e poeta.

La formula è però rimasta invariata.
Infatti nell’arco di quattro mesi, da febbraio a maggio, verranno ospitati negli spazi delle due librerie 16 incontri con 18 poeti per un totale di 19 titoli. Gli autori provengono da tutta Italia (Lombardia, Sicilia, Campania, Marche, Veneto, Lazio, Emilia, Toscana), dall’Irlanda (Afric Mc Glinchey) e dal mondo anglosassone in generale.
La discrepanza fra numero di titoli e quantità di autori è dovuta alla creazione di DUE, un ramo della rassegna in cui due poeti dialogheranno l’uno sul volume dell’altro, e viceversa, in uno scambio di presentazioni. Oppure un poeta presenterà due suoi volumi, usciti in contemporanea. Oppure ancora due poeti parleranno del libro scritto a quattro mani, ma separatamente.

(altro…)

Voce di donna. Voce di Goliarda Sapienza a “Bologna in Lettere”

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Bologna in Lettere – Un Festival lungo un anno

presenta

Sabato 20 febbraio 2016 ore 18.00

Cassero LGBT Center

Via Don Minzoni 18 – Bologna

Cura e conduzione Alessandro Brusa

“Voce di donna, voce di Goliarda Sapienza. Un racconto”

Ideazione, realizzazione, interpretazione
Anna Toscano, Fabio Michieli, Alessandra Trevisan

Adattamento musicale
Alessandra Trevisan

Sito internet: https://boinlettere.wordpress.com/

Evento Facebook: https://www.facebook.com/events/170648896642404/

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Narrare la vicenda di una scrittrice italiana che è stata anche attrice di teatro e di cinema, e che, con le sue scelte di donna e di autrice, ha impresso alla sua vita e alla sua scrittura un segno indelebile di autenticità e impegno. Figlia di una donna altrettanto importante, anche se diversamente, per la “storia della donne” e decisiva per le svolte politiche e sociali femminili: questa è stata Goliarda Sapienza che viene raccontata, in questo “Un racconto”, attraverso i suoi libri e i libri scritti su di lei.

Una scrittrice tenace, una donna in una diversa prospettiva femminile, nel rapporto con l’arte, la scrittura e la vita, presentata con le sue parole tratte da romanzi e diari, pièces teatrali, sino a giungere ad Ancestrale, la sua raccolta di testi poetici uscita decenni dopo la sua scomparsa. È di Ancestrale che si può godere di una lettura a voci miste e musicata: un dare voce a quella voce da troppo tempo silente. Il filo conduttore di questo progetto sono le poesie che vengono lette, raccontate, musicate, performate e cantate. “Un racconto” per immagini che abbatte la distanza spazio-temporale tra la scrittrice e il lettore attraverso brevi fotogrammi, scorci, momenti.

Un “film di parole” che si augura di restituire la figura di Goliarda Sapienza in tutta la sua bellezza, di invogliare alla lettura di tutte le sue opere e di approfondirne la conoscenza. Un invito alla poesia in quanto legame a filo doppio con l’esistenza.

*
Anna Toscano vive a Venezia, insegna all’Università Ca’ Foscari e collabora con altre Facoltà. Collabora con “Il Sole 24 Ore” e altre testate, cura iniziative culturali legate a letteratura e poesia. Come fotografa sue fotografie sono apparse in numerose riviste, manifesti, copertine di libri, pubblicità, mostre personali e collettive. Ultima sua raccolta di poesie è Doso la polvere, per La Vita Felice nel 2012, preceduta da All’ora dei pasti, 2007, e Controsole, 2004; liriche, racconti e saggi sono rintracciabili in riviste e antologie; sua la curatela di cataloghi e libri di poesie. Ha ideato e condotto la trasmissione radiofonica Virgole di poesia, con A. Trevisan, per Radio Ca’ Foscari. Varie le esperienze teatrali. Da due anni porta in tournée lo spettacolo “Voce di donna, Voce di Goliarda Sapienza”, con F. Michieli e A.Trevisan, e altri spettacoli. Per la testata on-line “La Rivista Intelligente”, cura “Venerdì in versi, appuntamento con la poesia” e “Polaroid – l’immagine che di un libro rimane”. www.annatoscano.eu

*

Alessandra Trevisan ha conseguito la laurea magistrale in Filologia e letteratura italiana con una tesi dal titolo Goliarda Sapienza (1998-2013): una voce intertestuale (di prossima pubblicazione). Suoi saggi e contributi sull’autrice sono apparsi in antologie, riviste e presentazioni. Si è formata partecipando alle attività del collettivo mestrino “Spritz Letterario”, al redazione del “Festivaletteratura” di Mantova e di Radio Ca’ Foscari, dove ha ideato il programma “Virgole di poesia” con A. Toscano. Dal 2011 è parte della redazione del litblog “Poetarum Silva”. Sperimentatrice vocale, dal 2013 partecipa alla band UnkNwn (electronic, Idm, synthpop). Un suo brano è contenuto nell’album collettivo “Pleiadi” edito dalla netlabel Electronicgirls (2016). Lo scorso gennaio è stata tra gli artisti in residenza per l’associazione PLU Paris Lit Up. soundcloud.com/alessandratrevisan

*

Fabio Michieli nel 2003 ha dato alle stampe l’edizione critica e commentata del racconto storico Il duca d’Atene di Niccolò Tommaseo (Padova, Antenore), autore su cui si è laureato presso Ca’ Foscari. Suoi interventi critici dedicati a Tommaseo sono apparsi anche in rivista (“Quaderni Veneti”, “Giornale storico della letteratura italiana”) e in volumi miscellanei. Di prossima pubblicazione due nuovi lavori critici dedicati al letterato dalmata.
Nel 2008 ha pubblicato la raccolta di poesie Dire, per l’Editrice l’arcolaio (la seconda edizione accresciuta uscirà nel corso dell’anno). Dirige la collana “Fuori collana” dell’Editrice L’arcolaio. Lettore di poesia e di narrativa, sue recensioni sono apparse nel sito www.alleo.it e in rivista (“l’immaginazione”, Italian Poetry Review). È, insieme a Gianni Montieri ed Anna Maria Curci, caporedattore del litblog Poetarum Silva.

Novità: Giorgio Ghiotti, Estinzione dell’uomo bambino (Perrone, 2015)

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Ti ho chiesto di recitarmi dei versi:
Tìtire tù patulè…, hai cominciato.
Neanche per un momento ho dubitato
dei tuoi versi verissisimi.
Sei un poeta di solo amore.

Giorgio Ghiotti

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Giorgio Ghiotti, Estinzione dell'uomo bambino (Giulio Perrone Editore, 2015)Quando un po’ di tempo fa pubblicai l’articolo sulla poesia di Sandro Penna, proprio in questo blog, nella discussione che ne seguì ci fu chi mi chiese se ci fosse qualcuno, nel panorama attuale, che avesse fatto realmente tesoro di quella lezione penniana così cara e così rara. Be’, azzardo ora quella risposta che non seppi dare allora facendo il nome di Giorgio Ghiotti; azzardo sapendo di poterlo fare senza appioppare al giovane poeta un’etichetta che lo potrebbe perseguitare in futuro − (ma diamine! chi non vorrebbe essere perseguitato da una simile etichetta?) −; perché Penna incontra Bellezza nel punto esatto dove emerge la singolare voce di Ghiotti (come nella lunga Erotica che se si apre col più classico dei moduli di Bellezza, chiude con l’altrettanto classica − e ossimorica, data la posizione in clausola − epifania penniana).
Grazia e gioia di vivere (che non significano banalità e fuga dal dato reale, ma come la definisce Ghiotti stesso è «una scontrosa urgenza di grazia») scorrono in questo poeta giovane e già maturo in tale quantità da appannare schiere di debuttanti insieme a schiere di auto-confermati poeti.
Le sette sezioni che compongono questo corposo libro di poesie (sette sezioni come sette sono le Pleiadi astronomiche e mitologiche, le stelle-sorelle naviganti, capaci di guidare il marinaio-poeta) sviluppano il coacervo tematico di Estinzione dell’uomo bambino (uno dei più bei titoli dati a un libro da molti anni) che non fa mistero dei molti legami con i propri autori; autori che vanno dai già ricordati Penna e Bellezza, passando per Amelia Rosselli e Biancamaria Frabotta, fino ai numi tutelari della letteratura inglese, cuore degli interessi critici di Giorgio Ghiotti.
(altro…)