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Il Disegno di Milano

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Il 16 marzo alle ore 18.00 si terrà presso il nhow Milano di via Tortona 35 l’evento letterario “Il disegno di Milano” a cura del giornalista e poeta Mario De Santis. Saranno lette pagine di romanzi e poesie per costruire un mosaico di istantanee sulla città attraverso testi di: Helena Janaczek, Alessandro Bertante, Giorgio Falco, Elisabetta Bucciarelli, Elena Mearini, Fernando Coratelli, Giuseppe Munforte, Marco Balzano, Gianni Montieri, Stefano Raimondi, Luca Vaglio, Tommaso Di Dio.

“Il disegno di Milano” si svilupperà come un reading sinestetico e collettivo per costruire in una sera un mosaico narrativo e poetico, il ritratto di una Milano plurale, come le voci degli autori che parteciperanno e che l’hannodescritta – e la descrivono, la immaginano e svelano, nella sua mutevolezza storica, nei suoi contrasti da metropoli che si sottrae ad esserlo fino in fondo. La lettura sarà accompagnata dalla proiezione
di un flusso immagini che rivelano iconograficamente la città “di ieri e di oggi”, tratte una raccolta fotografica nata da un challenge di #igersmilanoispirato al giallo di Dario Crapanzano (edizioni
Mondadori).

INGRESSO LIBERO E GRATUITO

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Una frase lunga un libro #44: Alessandro Bertante, Gli ultimi ragazzi del secolo

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Una frase lunga un libro #44: Alessandro Bertante, Gli ultimi ragazzi del secolo, Giunti, 2016, € 16,00. ebook € 9,99

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Abbiamo trascurato ogni memoria, anche quelle più recenti, così drammatiche e crudeli che parevano impossibili da rimuovere. Siamo riusciti a dimenticare la nostra guerra, l’irriducibilità dei nostri crimini, pensando, nonostante o forse grazie a questa ignoranza, di avere una risposta a ogni domanda. Seduti sul divano davanti al televisore, ci siamo illusi di avere capito dove nasce l’odio, di conoscere il motivo per cui viene stuprata una donna o ammazzato un vicino di casa, ci siamo illusi di possedere la giusta chiave d’interpretazione per ogni crimine, di guardare il mondo da un punto di vista superiore, di essere superiori per diritto di nascita. E adesso non sappiamo più dove ficcare la testa.

Siamo nati tra la fine degli anni sessanta e i primi anni settanta. Nati da generazioni che avevano visto qualcosa, avevano visto morte e distruzione, avevano visto le cose rinascere, avevano creduto che le cose stessero rinascendo. Nati da generazioni che avevano creduto che quello che stava arrivando non era tutto, che si poteva cambiarlo, che si poteva fare politica, che si poteva lottare, che fosse giusto rivendicare i diritti, combattere per la libertà. La generazione precedente la nostra, gran parte di quella, era pronta, o credeva di esserlo, a sovvertire il sistema, il resto era pronta a passare ore in fabbrica e in ufficio per assicurarsi un futuro, per assicurarcelo. Siamo nati col culo al sicuro, lo abbiamo creduto e questa è una delle nostre condanne. Leggo Gli ultimi ragazzi del secolo consapevole di essere uno di questi, e, mentre le pagine scivolano sotto i miei occhi a una rapidità impressionante, penso a molte cose. Mentre Alessandro Bertante mi porta in due posti molto diversi, che sono un inizio e una fine, ma soprattutto un durante, la Milano degli anni ottanta, decennio che finisce davvero nel 1992, e la Sarajevo del 1996, quella della guerra appena finita, di una pace sancita pochi mesi prima, con nuovi confini che sono così fragili che basta una buona gomma per cancellarli e ricominciare, penso che tutto il futuro che pensavamo dovesse spettarci e che invece non si è presentato sia venuto a mancare per colpa nostra. Alessando Bertante scrive un romanzo autobiografico, molto coraggioso, duro, spiazzante e commovente. Credo che la maniera giusta di raccontare quegli anni sia quella di scriverne da dentro ed è questa la scelta che Bertante ha fatto.

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Alessandro Bertante – Estate crudele

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Alessandro Bertante – Estate Crudele –Rizzoli 2013 – euro 17,00 – ebook 11,99

 

L’estate del 2003 è stata una delle più calde degli ultimi anni. Per Milano fu un’estate soffocante, l’aria sembrava fosse stata trasportata da un’altra parte. Il respiro era diventato qualcosa che con il capoluogo lombardo non aveva più niente a che fare. Dentro quell’estate, in uno dei quartieri più popolari di Milano, quello a nord di Piazzale Loreto (Turro, Viale Monza, Via dei Transiti, Viale Padova, Via Crespi), Alessandro Bertante ha ambientato il suo nuovo, importante e decisivo, romanzo. Milano è una città  involuta, diventata ormai l’ombra di se stessa. La periferia non è altro che uno degli specchi di questo nulla. Bertante sceglie il caldo per raccontare il disagio, le rovine di un luogo e di un tempo. Il caldo è più funzionale della pioggia, perché il caldo fa sentire meglio la puzza. La puzza di fogna. Alessio Slaviero, il protagonista, ha studiato da antropologo, il suo spessore culturale è elevato. Slaviero spaccia droga. Consuma benzodiazepine e molto alcol. Vive qui, nelle vie dove tra casa e topaia non c’è alcuna differenza. Il quartiere una volta è stato luogo di botteghe, di artigiani, di piccole fabbriche. Zona di non trascurabile rilevanza storica. Fuori i nativi dentro i meridionali, via i meridionali dentro i sudamericani, gli arabi, gli africani, i cinesi. Nessuno è destinato a lasciare traccia, in queste stradine si consuma una disperata lotta di sopravvivenza. Ma è una sopravvivere tra morti. Il calore terribile si abbassa  denso e in quella densità cupa e putrida non c’è speranza, non c’è più alcuna ragione che giustifichi l’esistenza di qualcuno. Alessio si aggira stanco, disilluso, arrabbiato. Porta addosso un peso che è la propria vita. Si muove squallido tra personaggi squallidi. Lui lo squallore lo cerca, se lo infligge. Non scappa da nulla, è la rappresentazione dell’uomo che una volta affondato scava la sabbia per sparire ancora più giù. C’è qualcosa di vivo che torna però, uno sguardo al balcone di fronte, la debolezza di una carezza. “Il sangue, a vederlo da vicino, è sempre più scuro di quanto s’immagini.” Una frase chiave. Bertante guarda da vicino: gli uomini, il declino, sono osservati con la lente di ingrandimento. Raccontati mentre la loro fine accade. Estate Crudele è un bellissimo romanzo, di lucida potenza. La scrittura di Bertante è ricca, colta, mai banale, incisiva, brillante e devastante. Il romanzo si legge molto rapidamente ma costringe a ritornare su alcune pagine come se lasciasse addosso la voglia di cercare, il desiderio di capire di più. Alessandro Bertante ha più o meno l’età del protagonista (Slaviero è un quarantenne), chi sono questi uomini nati tra la fine degli anni sessanta e l’inizio degli anni settanta? Quali sono gli accadimenti politici, sociali che ne hanno condizionato le esistenze e poi la scrittura. Cosa non è accaduto? Questo libro tira i fili di un inesorabile declino, quello di un tessuto urbano che fagocita tutto in un’unica voragine di indifferenza e solitudine. “Io sono solo, sconfitto, imprigionato e ingannato tutti i giorni di questa estate rovente. Non vuole finire. La finestra spalancata cerca l’aria ma nella stanza entra solo il frastuono della strada. Gente che grida coprendo il basso continuo dei tubi di scappamento, dei motorini eccitati, delle utilitarie bloccate nel traffico.” Cruel Summer è la canzone beffarda che accompagna le giornate di Alessio, ma anche in un’estate così terribile a un certo punto piove, il momento in cui la puzza diventa odore.

© Gianni Montieri

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recensione uscita per la rivista QuiLibri (numero 18 – luglio/agosto 2013)

Solo 1500 n. 30 – Trolley (i commentatori con la valigia)

Solo 1500 n. 30 – Trolley (i commentatori con la valigia)

Dopo l’articolo di Alessandro Bertante (pubblicato su Saturno e poi rilanciato da Marco Rovelli su Nazione Indiana – in basso troverete i link) sui Troll, questa specie di Spectre dei blog, quest’associazione di stampo insultistico/fascistico, (persone che non commentano i post ma si limitano quasi sempre agli attacchi personali verso l’autore che pubblica, o verso il sito che lo ospita ecc.) mi è venuto in mente che a questa,dei disturbatori seriali, va aggiunta una categoria peggiore, molto più pericolosa: I Trolley. I commentatori con la valigia. Chi sono questi tizi che partono dalla camera da letto con questa borsa sempre (troppo) piena di cazzi loro e arrivano davanti al pc, svuotandola in un commento che è (nella maggior parte dei casi) più lungo dell’articolo commentato? Attenzione, i Trolley sono molto bravi e furbi, perché mica la aprono subito la valigia. Nelle prime righe sembra che realmente stiano commentando l’articolo, poi proseguono e dopo una cinquantina di parole cominciano ad aprire la cerniera della borsa piazzando (con finta umiltà) un link che riconduce a un loro “già scritto sullo stesso argomento” e vanno avanti così in scioltezza; alcuni, va detto, con discreta classe, a doppiare l’originale con una valanga di cazzi propri, di rimandi personali – scritti pure bene, ci mancherebbe – che a un certo punto non riguardano più il post (di cui gli altri lettori si saranno ormai scordati) ma soltanto l’Io del commentatore, la sua maleducazione. I Trolley, appunto, che sono di più e più temibili dei Troll.

Gianni Montieri

Link al post di Alessandro Bertante e Marco Rovelli sui Troll