Alessandra Pigliaru

Maria Lenti, Elena, Ecuba e le altre (rec. di Anna Maria Curci)

 

Maria Lenti, Elena, Ecuba e le altre. Prefazione di Alessandra Pigliaru, Arcipelago itaca 2019
 

Fammi essere Antigone, ti prego,
se ancora a questo gioco vuoi giocare.
Io raccolgo le spoglie abbandonate.
A te lascio i trofei da conciatore.

(Anna Maria Curci, 20 dicembre 2015)
 

Attraverso l’epica e il mito per una coscienza piena della storia, per una scelta alternativa alla sequela di violenze e sopraffazioni che pare ineluttabile e che come tale, nel corso dei tempi, è stata imposta. La riscrittura del mito come denuncia della menzogna e come costruzione di una convivenza pacifica ha avuto un’interprete che ha fatto scuola fin dagli anni Settanta del secolo scorso, Christa Wolf. A Cassandra e a Medea, alle voci loro conferite da Christa Wolf ha prestato attento ascolto Maria Lenti negli anni e, recentemente, con la sua raccolta Elena, Ecuba e le altre.
Ma dietro Christa Wolf ci sono altre autrici, altri autori, appassionatamente letti e ‘curati’: senza ombra di dubbio Karoline von Günderrode – penso al componimento Arianna a Nasso – la cui riscoperta ha preso l’avvio proprio da Christa Wolf, che ne curò l’antologia delle opere, Einstens lebt ich süßes Leben (tradotta in italiano con il titolo L’ombra di un sogno), e la pose al centro del racconto Nessun luogo. Da nessuna parte, insieme all’altro protagonista Heinrich von Kleist.
Lo stesso Kleist di Pentesilea, così come Goethe di Ifigenia in Tauride sono autori, come ha ben messo in evidenza Ruth Klüger in Frauen lesen anders (“Le donne leggono diversamente”), che hanno saputo dare espressione alla parte del pensiero umano che coltiva la pazienza e, soprattutto, il noi. Questo passaggio dall’io al noi, così limpidamente auspicato da Maxie Wander nelle pagine del suo diario, viene sottolineato, proprio a proposito della ‘scelta di metodo’ di Christa Wolf, dalla studiosa italiana Rita Calabrese, in un passaggio del suo libro Sconfinare. Percorsi femminili nella letteratura tedesca (Luciana Tufani Editrice, 2013): «L’IO va assumendo connotazioni femminili, mentre il NOI comincerà ad abbracciare le donne dell’una e dell’altra parte, nella comune oppressione patriarcale e nella stessa costruzione d’identità.»
La riscrittura di Christa Wolf colpisce per l’originalità degli accenti, per l’incisività del dettato, per l’acume nella lettura del presente: «A Corinto non ho mai sentito nessuno parlarne, ma un’osservazione accidentale di Acamante una notte mi ha fatto capire improvvisamente quel che Medea fa per lui, senza minimamente saperlo: gli dà la possibilità di dimostrarsi che può essere giusto, privo di pregiudizi e persino amichevole con una barbara. Assurdamente questo modo di essere è venuto di moda a corte, ma non tra il popolo basso, che estrinseca il suo odio per i barbari senza rimorsi e senza riserve» (Christa Wolf, Medea. Voci, trad. di Anita Raja, edizioni e/o, Roma 1996, 83-84).
Tutto questo si può dire a ragion veduta della scrittura di Maria Lenti in questa raccolta, ricchissima di echi e soluzioni e capovolgimenti. Sì, perché se la pazienza porta il discernimento, qui ci troviamo dinanzi a un repertorio molto ampio e poeticamente efficace di puntuali rettifiche rispetto a tradizioni e dicerie. Non è un caso se, nella bella prefazione, Alessandra Pigliaru riprende il filo di quel “discorrere del noi” che Rita Calabrese aveva individuato per Christa Wolf: «Si ritorna allo sguardo, alla fatica – impareggiabile di guadagni – nel sentirsi prossime. Le une alle altre. Dando avvio, che è sempre un proseguire, al percorso che si produce cominciando con una paroletta che è “io” e che ha tuttavia il senso di un agire. […] Queste sono Elena, Ecuba e le altre: fili perduti e ostinati di una storia a venire.». Un altro sguardo, allora, dal margine alla pienezza, è quello che nutre la poesia di Maria Lenti. (altro…)

Maria Lenti, Elena, Ecuba e le altre (rec. di Roberto Marconi)

Donne che criticano gli uomini

(sul libro di poesia di Maria Lenti, Elena, Ecuba e le altre, Prefazione di Alessandra Pigliaru, Arcipelago itaca, Osimo 2019)

si ripete che penelope fosse solo un sogno
di omero, che fosse solo sua sorella, ma la
realtà ci guarda bene, perché lei aveva da
tempo lasciato ulisse, farsi i proci comodi
suoi, s’era emancipata ma non vendicata
e poi aveva fondato una scuola di cucito
con allievi maschi; ora compone poesie
R. Marconi

1.

Molte sono le letture, come occorre, che si possono affrontare con un libro. Ad esempio nell’autrice in merito: riconoscere i legami tra le interpreti (protagoniste) e i loro compagni/antagonisti, oppure sfidare direttamente la sua scrittura (sovente essenza di parole significanti) o, andando in media res, far fronte a una importante questione femminile che perdura da una vita e che potrebbe risolvere tante vicissitudini.
Quest’ultima opera poetica di Maria Lenti (Elena, Ecuba e le altre, Prefazione di Alessandra Pigliaru, Arcipelago Itaca, Osimo 2019) è un libro di persone, personaggi, donne in evidenza, scritto spesso come se ogni composizione fosse quasi una sentenza che potrebbe esser fondativa di una resa al merito della convivenza civile, come fosse una specie di lezione sul rispetto dell’altra.
Nel viaggio tra le pagine c’è questo metter in discussione l’idea del Mito, che ci siamo fatti. Autrice che rivede Autori per eccellenza e da una conclusione diversa, femminile, alle leggendarie storie che ci hanno accompagnato negli anni di scuola o nei racconti degli sceneggiati per chi non leggeva o studiava, come a dare voce a chi altri hanno scelto per loro. Chi riscrive più che dare un’ultima parola (almeno stampata) preferisce portare un’altra versione (un’altra chance), quindi rifare, come qualcosa che non è andato a buon fine, una sorta di rivincita, senza fare giustizia, sul percorso storico della vita.
Le vendette sono terribili quanto le colpe (e chi ricoprendo un ruolo importante fomenta paure fa lo stesso gioco).
I versi di Maria sono centellinati (è spesso il timbro di tutta la sua poesia, di questa raccolta come delle precedenti), perentori, quasi aforistici. Qui vuole restituire il verso a tante figure mitologiche, rivedute oggi, dopo il ’68, dopo tanti diritti conquistati e non regalati. Un riscatto dall’essere viste soltanto come incubatrici, all’essere etichettate come scandalose.
Oggi qualcosa è cambiato ma non possiamo fermarci.
In conclusione del libro mi sembra di aver avuto sotto mano un ripasso, veloce, dell’Eneide, dell’Iliade, dell’Odissea, delle Tragedie di Euripide, di Ovidio. Storie scritte all’origine con la voce di questi autori, maschili, ora rivivono con la voce anche femminista di Maria Lenti. Nei termini che caratterizzano appunto la storia dei comportamenti umani. Ribadirlo non fa mai male.
Si taglia il filo per inaugurare questa raccolta con Arianna che s’innamorerà di Teseo, lo aiuterà a uscire dal labirinto e lui come ringraziamento la pianterà in Nasso. L’autrice però riscatta la figlia di Minosse perché, se Teseo se n’è andato, lei in fin dei conti è più “leggera e liberata”; così per la donna più bella, famosa e amata del mondo antico, Elena, che preferisce restare con la sua “ombra”, Paride, e non tornare a Sparta con Menelao.
Opera nella sostanza, questa raccolta, in cui le parole sono dosate proprio per non lasciare forse nessuna rivalsa.

 

2.

Una brevissima rassegna,
————————————————dal ragionar col membro

 

Erifile ad Anfiarao

Per una collana e lenzuola candide
ti avrei indotto a marcire contro Tebe.
Sei così sciocco da scambiare orgasmi
con l’esistenza intera?

———————————————–alla tenerezza dell’Amore

 

Bauci a Filemone

Una carezza il vento tra le fronde
antica fedeltà reciproca,
—————-Filemone,
ininterrotta.

———————————————-dal non annullarsi per un uomo

(altro…)

Bologna in lettere 2015

Venerdì 15 al Cassero LGBT center si dà il via alle iniziative legate a Bologna in lettere  con la performance di Monalisa Tina, Pinina Podestà Nicola Frangione, il gruppo di OBLOM Poesia e chiusura con il recital “La macchina miracolante” dedicato a Pier Paolo Pasolini e prodotto dallo staff del festival. Il Festival si svilupperà in tre weekend nel mese di Maggio 2015: Ven. 15, Sab. 16, Ven. 22, Sab. 23, Ven. 29, Sab. 30.

gic-4-1-cop-defQuesta edizione del Festival è dedicata alla complessa ed articolata figura di Pier Paolo Pasolini. Lo staff del Festival, operando secondo l’ottica dei “Sistemi d’Attrazione” (gli spazi di confine e le linee di intercomunicazione tra i vari linguaggi artistici ed espressivi), ha inteso concertare e strutturare un focus pasoliniano  che si articolerà nelle prime 5 giornate.

Ven. 15, La macchina miracolante, recital ispirato alla corrispondenza epistolare tra Pasolini, Leonetti e Roversi, dalla quale è scaturita l’esperienza della rivista letteraria bolognese “Officina”, testi e regia Enzo Campi, musiche Mario Sboarina, con Alessandro BrusaEnea Roversi.
Sab. 16, Bologna, le contraddizioni di una città pasoliniana per caso, un intervento di Stefano Casi.
Ven. 22, la proiezione del video della performance “Intellettuale” di Fabio Mauri, con Pasolini come attore, con un’introduzione di Roberto Chiesi; Supplica a mia madre, lectio magistralis di Antonella Pierangeli. Sab. 23, le premiazioni dei due concorsi letterari dedicati a Pasolini banditi dallo staff; la presentazione del volume “Pasolini, la diversità consapevole”, a cura di Enzo Campi, edito da Marco Saya Editore.
La kermesse pasoliniana si concluderà Ven. 29 con un vero e proprio focus che comprenderà un intervento di Roberto Chiesi sui luoghi bolognesi del cinema pasoliniano, la performance “Io non ritratto” di Dome Bulfaro, la presentazione – a cura di Daniele Poletti, Ermanno Moretti e in anteprima nazionale – del saggio “Sulla rivoluzione incompiuta di Pasolini” di Peter Carravetta (Diaforia Edizioni), la proiezione del documentario “Pier Paolo Pasolini” di Carlo Di Carlo (aiuto regista di Pasolini in Mamma Roma, La Ricotta, La Rabbia), un’affabulazione di Sonia Caporossi, un intervento di Antonella Pierangeli e la kermesse Oltre ogni possibile fine: Versi per PPP, a cura di Claudio FinelliCarmine De Falco, con Bruno GalluccioFerdinando TricaricoOmar GhianiCostanzo Ioni.
Nell’arco del Festival avranno luogo altri due focus di approfondimento dedicati a Elio Pagliarani Patrizia Vicinelli, e un focus tematico sulle riviste letterarie in Italia con un incontro coi redattori di “Anterem” (rivista attiva da circa quarant’anni).
Ven. 22, Proseguendo un finale, focus su Elio Pagliarani, a cura di Francesca Del Moro in dialogo con Maria Concetta Petrollo; Relatori Luigi BalleriniBiagio CepollaroFrancesco MuzzioliVincenzo FrungilloSonia Caporossi, Luciano Mazziotta; Letture e testimonianze Maria Concetta PetrolloRosaria Lo RussoCarla ChiarelliSara VentroniRita GalbucciNadia Cavalera. Nel corso della serata verrà proiettato un estratto de “La ragazza Carla”, regia Alberto Saibene, un film di Carla Chiarelli, Carlotta Cristiani, Gianfilippo Pedote, Alberto Saibene, con Carla Chiarelli, fotografia Luca Bigazzi, Simone Pera.
Sab. 23, Focus su Patrizia Vicinelli, a cura di Daniela Rossi, con Niva LorenziniCecilia Bello MinciacchiRosaria Lo Russo, Jonida Prifti, Patrizia Mattioli. 
Sab. 16, Anterem – 1976/2015 – Quarant’anni di poesia e pensiero, a cura di Enea RoversiAlessandro Assiri, con Flavio ErminiRanieri TetiGiorgio BonaciniRosa PiernoLaura CacciaDavide CampiMarco FuriaMara Cini.
Gli spazi dedicati ai focus culmineranno con un approccio ad una delle poetiche imprescindibili del panorama contemporaneo: Ida Travi, che sarà introdotta criticamente da Alessandra Pigliaru nella giornata di Sabato 23.
La rassegna nella rassegna quest’anno prende il nome “Vetrine del nuovo millennio – Macchine e macchinazioni”, ed è rivolta a presentare alcuni degli artisti più rappresentativi del panorama contemporaneo che operano sugli spazi di confine dei vari generi.
Ven. 15, Pinina Podestà (video-arte), Nicola Frangione (recital), Mona Lisa Tina (performance), e il gemellaggio con il Festival “Oblom Poesia” di Torino, con azioni di Ivo De PalmaIvan FassioFabrizio Bonci,Salvatore Sblando.
Sab. 16, Andrea Inglese & Stefano Delle Monache (performance/installazione), Tiziana Cera Rosco (performance), Maria Korporal (video-arte), Nina Maroccolo & Emiliano Pietrini (performance). Sab. 30, cortometraggi, azioni, recital, performance, sonorizzazioni, proclami e varie artisticità con Marion D’AmburgoFrancesco ForlaniJulian ZharaSolidea RuggieroRita BonomoBarbara PinchiGiovanni CampiMarthia CarrozzoVanni SchiavoniChiara CossuSilvia Benedetti.
Il Festival si concluderà Sabato 30 con la consueta maratona non-stop di eventi dalle 11.00 alle 23.00, dove tra reading, letture, approfondimenti e performance, troveranno spazio anche alcuni progetti tematici: una tavola rotonda sull’editoria di poesia e sul pensiero pratico curata da Luca Rizzatello (Prufrock spa), Mariangela Guatteri (Benway Series), Daniele Poletti (Diaforia), la presentazione dell’antologia italo-rumena “Père-Lachaise – Racconti dalle tombe di Parigi” (Edizioni Ratio et Revelatio), curata da Laura Liberale, la presentazione dell’antologia “Poeti della lontananza” (Marco Saya Editore), curata da Antonella PierangeliSonia Caporossi, il progetto “Umafeminità” (Edizioni Joker) ideato e curato da Nadia Cavalera, la presentazione del numero 60/61 della rivista “Le Voci della Luna”, a cura di Maria Luisa VezzaliMarinella  PolidoriLoredana Magazzeni, Roberta Sireno, la presentazione dell’antologia “Femminile Plurale” (Vydia Edizioni), curata da Cristina Babino, e altre due anteprime assolute: la presentazione di “Il pane del giorno prima” (Ladolfi Editore) di Valentina Pinza, la presentazione di “Spazio di Destot” (Edizioni Diaforia) di Fabio Teti. Nel corso della maratona finale saranno coinvolti più di un centinaio di autori.
Informazioni e programma specifico su: https://boinlettere.wordpress.com/

Direttore artistico Enzo Campi
Staff: Luca Ariano, Alessandro Assiri, Alessandro Brusa, Martina Campi, Francesca Del Moro, Rita Galbucci, Serenella Gatti Linares, Agnese Leo, Loredana Magazzeni, Iacopo Ninni, Marinella Polidori, Sergio Rotino, Enea Roversi, Mario Sboarina, Maria Luisa Vezzali
Collaboratori: Vincenzo Bagnoli, Sonia Caporossi, Roberto Chiesi, Silvia Comarella, Laura Liberale, Renata Morresi, Antonella Pierangeli, Maria Concetta Petrollo, Daniele Poletti, Luca Rizzatello, Daniela Rossi.

Un Posto per ogni distanza.

Sì, ammettiamo che ci piace parecchio correre il rischio di tentare la lettura di un libro che è già passato sotto i ferri di una grossa parte della critica e affrontare così il percorso tortuoso per evitare il già detto e il già sviscerato. Il rischio poi è ancora più elevato se ci riferiamo ad un testo la cui edizione in lingua originale risale a più di trent’anni fa (1983) e pubblicato solo l’anno scorso da L’Orma editore, grazie al notevole lavoro di Lorenzo Flabbi, traduttore ed editore. Il posto di Annie Ernaux ci è piaciuto così tanto che era impossibile non poter dire la nostra, ma per completezza vi consigliamo di tenere in considerazione, tra le tante, le recensione di Di Mauro su “Alias” e l’intervista di Alessandra Pigliaru per “il Manifesto”. Il-posto-Ernaux

Il Posto non è solo un’identità geografica, il paese del nord della Francia che fa da contorno alla vicenda, ma anche (e perdonate il calembour) la posta in palio nel gioco di ruolo che va via via crescendo tra la posizione sociale del padre (con tutta la Storia che si porta dietro e dentro) e quella a cui inevitabilmente tende la figlia, nata e cresciuta in un momento storico in cui la società si smarca sempre di più e con una velocità incalzante e feroce da tutto ciò che è provincia. Ecco quindi il bisogno di definire i contorni di una separazione e dare un ruolo e il posto giusto al dolore; quello rabbioso di una separazione culturale e quello profondo della separazione sensoriale, affettiva, corporea, per sfuggire definitivamente, come figlia ma anche come scrittrice da quella paura ancestrale, generazionale del trovarsi “fuori posto” e assolversi così dalla colpa di un tradimento culturale e sociale nei confronti della figura paterna, colpa a cui solo la scrittura, attraverso un necessario “scollocamento” può dare un senso di sollievo (come ci dice Genet).
Il libro nasce necessariamente autobiografico ma la continuità narrativa si frantuma e apre finestre continue sul presente, sul lettore, nel bisogno quasi ossessivo di giustificare le scelte semantiche e di rassicurarsi attraverso una scrittura lucida, quasi cinica del non cadere mai nella possibilità del bluff e dell’interpretazione là dove la memoria falla e si accettano con consapevolezza le imprecisioni sfumate dei ricordi che inevitabilmente contornano e arricchiscono questa epica famigliare. Non è un caso che la narrazione esordisca con l’accenno al dubbio quasi demotivante nel porre temporalmente il rapporto tra due eventi così importanti e così dolorosi nella loro contraddittorietà (il funerale del padre e il concorso per l’insegnamento), ma il dubbio si risolve solo attraverso un linguaggio assolutamente puro, scevro da ogni possibilità di accenno al sentimento, alla nostalgia e al giudizio e l’aspetto biografico rimane impermeabile. granitico. Un libro sulla memoria non può tuttavia non fare i conti con Proust e Annie Ernaux non se lo dimentica e anzi lo cita almeno due volte, rimarcando nel corso della narrazione la sua imperativa necessità e convinzione di dover definire sempre e comunque con dignità il limite tra ciò che è memoria e ciò che diventa fiction. Lo scrivere di povertà e di ignoranza, non è mai un espediente estetico come in certe caratterizzazioni proustiane o come nella narrazione cinematografica (l’episodio della carne coi vermi che su ripeterà, perché “…non è la corazzata Potemkin.”) ma è la chiave necessaria, se priva di alcuna autocommiserazione o lettura ironica dei limiti culturali e grammaticali paterni, per riuscire a definire quella lotta impari di una generazione contro una società che troppo velocemente prende distanze siderali dalla rassicurante immutabilità della tradizione (il pranzo dopo il funerale, per esempio), delle abitudini e del rimanere legati a quella condizione di semi ignoranza per cui da un momento storico in poi non è più un alibi l’indistinzione tra il parlare e l’agire, ma la presa d’atto di ritrovarsi in un “posto” di assoluta e palese inferiorità; la prima grande dolorosa frattura tra una generazione cresciuta relazionandosi attraverso il dialetto e un linguaggio di sopravvivenza e chi vede nella padronanza del linguaggio e della grammatica una conferma dell’appartenere ad una classe diversa: – ogni volta che qualcuno mi ha parlato di lui, la narrazione cominciava sempre con “non sapeva né leggere né scrivere”, come se la sua vita e il suo carattere non potessero comprendersi che alla luce di questo dato. Questo lo scrive a proposito della figura del nonno, ma è una caratterizzazione necessaria, per trovare una radice da poter rivelare, che non diventa giustificazione, ma consapevolezza. La bellezza di questo libro sta proprio in quella che non esito a definire un’architettura funzionalista delle frasi dove la pulizia disincantata della scrittura, non è solo cronaca ma è un atto di rispetto, verso la storia di un uomo visto attraverso gli occhi di una figlia e non compare mai la ricerca di un motivo per cui assolversi così come non c’è alcuna ricerca consolatoria in una narrazione precisa, dove la stessa lingua paterna, non viene derisa, ma consapevolmente accettata come necessaria, in quanto lingua delle origini. Ma il Posto da cui la si contempla diventa l’accettazione dolorosa e irreversibile di una condizione diversa e distante.

© Iacopo Ninni

Stefania Crozzoletti, poco prima della guerra

Stefania_Crozzoletti

Stefania Crozzoletti, poco prima della guerra

Nota di lettura di Anna Maria Curci*

 I “canti per il tragitto” – così leggo la raccolta di Stefania Crozzoletti poco prima della guerra,  nella quale i termini “viaggio”, “cammino”, “passeggiata” ricorrono con limpida frequenza – hanno il sapore sicuro del cibo austero custodito nel tascapane e consumato durante le sosta. Sapore austero,  non bacchettone: al gusto piccante della boutade, alla sferzata aspra del monito, allo sgomitare di sensazioni, Stefania Crozzoletti oppone la forza quieta del meditare su presente e memoria. La riflessione su meccanismi e dinamiche dell’agire e interagire umano, sul gioco, non di rado contradditorio,  di intenzioni e omissioni, trova nell’uso del modo condizionale non solo ampiezza e precisione espressiva, ma anche l’aggancio a una prospettiva ‘altra’: intenzionalmente inusuale, inattuale, ma alternativa alla resa, al “presente che taglia il mostro in due senza ferite evidenti” (clessidra). Centrale in clessidra, iniziale in bersagli, conclusivo in prima di tutto questo, il condizionale ‘dovremmo’ dipana tutto il repertorio di significati che la lingua italiana gli attribuisce e si collega, ancora una volta con calma fermezza,  a un ‘noi’, insieme mittente e destinatario, punto di partenza e destinazione. L’esortazione non è mai retorica, ma si affianca, nel cammino, a una messa in discussione dei rapporti di forza esistenti.

Nel capovolgimento dell’usuale, dell’ovvio, nella rivolta alla “legge che impone l’oblio” (canto d’agosto)  assume particolare rilevanza la figura del bambino “seduto accanto a mazzi di spine” (prima di tutto questo), della nascita, della “follia infante”, della ri-fondazione (“la mia piccola madre di carne”, canto d’agosto) di mondo e parola. Un punto di vista, questo, che accomuna la poesia di Stefania Crozzoletti a quella di Lutz Seiler di nel latino dei campi.

Il canto è nuovo e risolleva, nel momento della caduta e dell’azzardo, come braccia forti e inattese che “arrivano da fuori”, come canto senza spartito di bambini.

Non ha il fiato corto e canta, la poesia di Stefania Crozzoletti, lungo il tragitto di parola spezzata e capace di spezzare e demolire così come di allontanare “mostri legnosi, tignosi”, p. 16); lo sguardo dritto muove gli occhi stanchi “che hanno spogliato il re” (p. 39). Sommessa, mai dimessa, sceglie il futuro e il plurale, oltre l’attraversamento che non nega né tace: “diremo”.

©Anna Maria Curci

clessidra

vuoi riempirti di tutto il tempo
ci provi, almeno, usando cautela
ma lui ubriaco oscilla
si prende gioco della mira
oltrepassa perimetri, allunga gli arti
– annusando la tua confusione –
sparge intorno i figli interrotti delle possibilità

dovremmo forse rassegnarci all’idea
di essere solo ciò che siamo diventati
non il passato che canta gentile
e a tratti ci spaventa con cieli neri
che divoriamo con gli occhi
non l’idea impossibile, il pensiero
che non conosce direzione
ma questo presente che taglia il mostro in due
senza ferite evidenti

[stanco ti consegni
ti aggrappi agli occhiali nuovi
li rigiri tra le mani e pensi
è una fortuna non averli dimenticati
proprio oggi che c’è il sole]

(p. 25)

bersagli

dovremmo abitare questa città di morti
accettarne le vene trafficate, l’orribile oscillazione
le facce gonfie di cerchi irrisolti

immersi in questo catrame trovare la forza di sorridere
al barista
vedere in un angolo qualcosa che assomigli alla salvezza

[approssimarmi alla fine con confidenza
trattare i corpi con cura, brindare ai futuri radiosi]

in queste strade sporche, nel rumore che confonde
nell’odore della morte che va di fretta

in apnea, dovremmo lasciarci attraversare
diventare bersagli di attenzioni, ricettacoli di premure

senza rimandare mai a tempi migliori, aspettare
che la roccia si sciolga nell’eden e l’orizzonte diventi
uno stralunato scenario di pace

(p. 57)

canto d’agosto

“Ricomporsi”
è l’invito, il suono che risveglia
“chiamare a raccolta i pezzi perduti nello spazio
circostante, dimenticati dalla storia”.

Confusi arrivano
al mio centro, si attaccano
come ferraglia sulla calamita

un disordine che fa male.

Si cercano mente e frammenti di corpo
che sono stati uno
nei rari momenti di grazia
[non reggono ora la fatica del riconoscersi].

Serve soccorso, anime
e chiamo a me le voci delle madri
eredità di parole in forma di conforto
acqua e cibo nei giorni di metallo.

Arriva il canto e incide la pelle
sorelle maggiori portano in grembo
buone domande che sono già risposte

respira!”, dicono
“possiamo partire, ora”.

Cammino con la mia piccola madre
di carne, creatura di seta partorita dalle colline
senza parole per sé, senza il calore

non dipendere mai da un uomo
l’unica certezza, il suo dono
ma io li ho contati i suoi mille sì
detti sottovoce.

Vedi, se c’è una storia, questa è la radice:
desideri mai pronunciati, il dovere che sfiora
il martirio.

Il tempo ripara con pazienza
dice la legge che impone l’oblio

ma con che cosa teniamo unite le storie, le mani
se abbiamo solo corpi che spurgano finzioni.

Il canto d’agosto arriva da prati d’erba e ortiche:
è il respiro della nascita, infinito e puro,
il fiato lento e calmo delle madri che cullano.

(pp. 34-35)

prima di tutto questo

È una nascita la mattina che ha pelle trasparente,
lo specchio riflette bianche le ossa, il cuore
ha fratelli forti e sorelle devote.
I satelliti curvano senza affanno.
In pace, il giovane tutto lavora e non chiede sforzo,
invisibile moto segreto sotto la superficie del lago.

Il nero intorno agli occhi miopi è il fondo di un
pensiero circolare
[doveva essere prima, prima di tutto questo].

Si chiude e non parla, più tardi, l’involucro,
al fumo sputato dalle macchine sotto casa,
dietro le porte del treno abitato da troppe speranze
[i sogni dei più sono pratiche inevase].

Perché fuori è sempre buio, che sia partenza o arrivo.
Dal finestrino sporco, la vedi senza contorni e imperfetta
la vita fuori.

C’è quel vecchio dolore che non è più lama, ma pennello
che tinge a tradimento il giorno, setole dure che graffiano
dove la volontà è molle.

E c’è quel bambino seduto accanto a mazzi di spine,
urla, non smette la follia infante.
Non lo salva l’abbraccio della madre, la preghiera.
Lei non conosce i fantasmi, non cattura il suo male.

Questo viaggio è un infinito urlo asciutto che non ci
contiene.

Allora dovremmo piangere tutti, un coro di lacrime,
un diluvio che ci annienti, o che ci disseti, ci salvi
finalmente
da queste attese nel deserto, dai diavoli domestici.

(pp. 55-56)

canto senza spartito

A Laura stanno ricrescendo i capelli, ha il sorriso bello,
gli occhi lucidi e scuri: “non ero preoccupata per me,
pensavo piuttosto ai miei figli”.

È così che dovremmo essere, roccia e sempreverde insieme.

Ci attacchiamo alla vita quando sfiancata oscilla e minaccia
di cadere a terra come un frutto maturo,
non vogliamo perdere nemmeno un grammo di possibilità,

perché se tutto finisce, s’interrompe il canto
e abbiamo bisogno delle note finali
per applaudire l’orchestra.

Arrivano da fuori le braccia che mi riprendono,
sono bambini che cantano senza spartito.

(p. 38)

 

Stefania Crozzoletti, poco prima della guerra. Prefazione di Alessandra Pigliaru. Kolibris edizioni, Ferrara 2013

Altre poesie di Stefania Crozzoletti, dalla raccolta poco prima della guerra, sono state scelte da Fabio Michieli per Poetarum Silva e qui pubblicate il 16 giugno 2013.

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* Questa nota di lettura riporta quasi integralmente le mie impressioni sui testi, allora inediti, di Stefania Crozzoletti; è apparsa sul sito  “I poeti del parco” qui  e, il 26 dicembre 2012, sul blog “Cronache di Mutter Courage”, qui 

crozzoletti


 

 

Letteratura Necessaria – Parola, nome relazione: Alessandra Pigliaru legge “Dall’intramata tessitura” di Enrico De Lea

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Enrico De Lea

Dall’intramata tessitura

 

Edizioni Smasher – Collana Ulteriora Mirari – Sezione Monografie

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Prefazione Alessandra Pigliaru

Postfazione Enzo Campi

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Alessandra Pigliaru

Parola, nome, relazione

Della parola


La poesia è figlia della notte, ricordava Jabès. Dovrà usare la voce per uscire dall’oscurità. Si farà trasparente la parola poetica, e non invisibile; raccoglierà i brandelli di ciò che in altro modo non può essere detto. C’è una necessità nel dire poetico che sovverte l’alba e si fa saldo coro degli opposti. Per poter vedere quell’indistinto che preme alla soglia del giorno si dovrà muovere con cautela verso un lume, oppure lasciarsi vincere dalla caduta in un altrove. C’è un doppio monito nelle parole di Jabès: da una parte si deve stare in guardia da chi canta immobilizzato dalla sorpresa e dall’altra ci si deve far piegare dalla notte come da una confidente a cui tendere le mani. La notte conosce l’intramata tessitura della memoria, del sofferto e cogente desiderio che dalla terra passa al verso. La nuova silloge di Enrico De Lea si fa largo nell’indistinto e caotico fragore dell’oscurità per dire, una volta per tutte, che non si arriva al mondo da soli. Neri e gaudiosi lumi in valle è la sezione di apertura dell’intero volume e la dichiarazione di un impossibile spaesamento. De Lea sa bene infatti che non ci si espone se non in quel noi che presagisce il passo a venire. Il coro è questo dirsi voce solo in quel noi. Da un plurale che dissolve l’aderenza dell’Io dunque, De Lea intona il proprio avvertimento. In quella terra raccontata dal poeta tuttavia le mani tese alla confidente sono come visitate da un linguaggio che ci parla; il dasein infatti sta nei versi come abitacolo di una perpetua veggenza. Quel ci che contraddistingue la tonalità emotiva è fonte sorgiva dell’essere-parola. Qui e ora o al di là?

Del nome


La nominazione è una faccenda assai complicata. Determina un soggetto che abbia coscienza di essere tale e una lingua da considerarsi familiare. Nominare le cose conforta sulla possibilità di mantenere in vita l’ossessione del passaggio. Eppure alla nominazione è sottesa un’ambivalenza linguistica di fondo. Insieme al nome, come suggeriva Blanchot, si decreta una sentenza di morte. Un trapasso necessario potremmo dire, proprio perché nominare riferisce di una scomparsa e insieme di una resurrezione nella parola. La poesia, che non soccombe all’ombra dell’algido concetto, mostra questo turbamento abbacinante del linguaggio in tutto il suo tremore. Nei pressi di una nominazione tradita e riconsegnata alla visione poetica, incontriamo l’opera di Enrico De Lea. L’iride si stempera e racconta di un occhio che sonda al di là. Il poeta diventa aruspice delle sue stesse viscere esposte in terra. Affidare al mare, senza un nome, / le ombre temibili del sonno, / invocando protezione, madre nera, / all’abbraccio dell’alba. Il nome diventa un’abrasione sulla lapide, un simbolo nella canicola del giorno a venire. Ma qual è il nome che va cercando De Lea? Quello del riconoscimento di sé oppure un nome alt(r)o, originario, che convochi il soggetto della parola? Certamente siamo in presenza di una salda andatura terrestre, di un solido colloquio con il proprio corredo familiare; ed è proprio a quest’ultimo che De Lea dà voce, in un coro inesausto di accadimenti che radunano a sé quarantena delle madri e accuse dei padri. Il nome è un sottofondo muto, qualcosa da rendere – indicibile – al rumore della propria trama d’infanzia. Il nome è anche quello agognato, quello a cui si stenta a credere se significa abbandono. Tentare l’ascensione / tra i sentieri invasi dalla storia, / dalle siepi di spine trionfanti. / Attrezzare non le mani, / ma il soffio con cui resisti / al sangue, ai graffi, / alle benvenute ferite. Il soffio come parola che travalica la storia,  sa congedare la morte e mettere a frutto la semenza della generazione. Quell’ascensione è un’eventualità abissale di redimere le trappole del falso sé, di impastarsi alla brocca sorgiva che tuttavia si sottrae. Continuamente.

Nomi da proferire come scale in pietra / che il piede nudo ascolta, divenuto / la leggerezza dell’infamia, / il segno del tradire degli eredi. Al corredo familiare che il poeta riunisce non si può sfuggire. La tradizione, come il tradimento, è un fardello da portare come un sintomo di mancata rispondenza alla propria tessitura. Ci si svesta dunque dal maldestro sonno della stirpe, ci si avventuri nella speculare dimora del linguaggio che, se non riferito all’altro, rischia di stare come peso morto del ricordo. Quel lume che doveva assistere al cedimento della notte diventa consapevolezza del sé.

Della relazione


Solo davanti al volto dell’altro il poeta arriva al due. In un respiro pieno e incessante. Perché il volto è segno di un’attualità interrogante; è fondo che perde la neutralità del noi per diventare tu. Il volto nelle Arie, seconda e poderosa sezione della silloge, non si attarda ad emergere e viene reclamato per dare statuto all’io. Traccio dei volti sopra certe rocce, / per primo il tuo e non lo disconosco, / anzi lo guardo, gli parlo a volte, lo nascondo. Il volto è dunque traccia dell’infinito di levinasiana memoria ma non c’è alcun appello alla responsabilità; dal volto non arriva alcuna preoccupazione che ripeta l’asfissia degli avi. Integrati i moniti genitoriali, compreso il rischio della dimenticanza, il poeta diventa artefice della propria esistenza. Quel volto disegnato, diventa il gioco dell’incontro con l’altro. Una possibilità di entrare in relazione che il coro non consentiva pienamente. L’altro è attore dell’incontro a venire che non può essere più rimandato. È qui che l’incubo dell’accusa e della quarantena si risolve per diventare flusso desiderante dell’altro. Un flusso nomade in cui i soggetti, almeno due, abitano il crinale dell’al di là. La relazione consente, poco più avanti, di mostrare che Siamo, nei padri, dentro le visioni / e, nelle madri, dentro carni e voci. Lo scacco della nominazione lascia qui spazio al dialogo, all’individuazione di sé traversando la prossimità. T’informo che alle volte il mondo è nuovo. / T’informo che ho saperi inusitati, su alberi / e su foglie, e sui cartoni lasciati dai dormienti, / e sugli spazi là intravisti all’alba. / T’informo pure che dimentico e ricordo, / che ho mani nascoste nelle tasche. / T’informo, inoltre, che – appena ieri – / indifferente andavo per burrasche. Il tu è mediazione tra sé e il circostante perché la percezione è doppia. C’è una parola poetica che costruisce il senso, manque à être che governa la distanza dal noi e non ci sa rassicurare – fortunatamente. Patirne lo slittamento significa toccare l’altro sparpagliandone le impronte. Perché d’acqua e farina sono quelle impronte che la scrittura tramanda.

E, pure, dico “grazie” a quel poco / di luce originaria, a quel che vedo / e che ieri vedevo. Calmo, rientro / nei possessi che l’occhio raduna. La parola poetica produce consonanze temporali, attutisce i riverberi dell’ombra e sa riferire di quella gratitudine originaria, rischiarata la radura umbratile dell’essere. Quel luogo notturno che Jabès esortava a percorrere e che De Lea si appresta a riunire. Dalla mano all’occhio. Dal nome al passo al di là.

(AP)

Selezione dai testi


Quarantena delle madri,

l’impastata notte di carbone e latte,

dietro il Coro, intorno alla fontana

delle mormoranti nostre brocche,

si tace del ritorno dell’acqua

a Selino, dopo anni di secca,

per la prossima festa, per la

devozione dell’urna al plenilunio.

Indugiare, sorelle, ave, nella conta dei morti,

pienamente parlare ed affidare

alla pazienza solare dei terrazzi,

è argento che il vivente strania, una fuga

ed un fiato montano improvviso.

*

L’ascensione dei morti lo affatica,

pavidi santi esausti scosta

dalla vista, allontana – questo drappello

fedele che è la vigna, dopo gli anni

tra i carrugi, le nebbie, i laghi crespi:

elevarsi e a sostegno il mandorlo

il ciliegio il noce a fuoco, col vicino

che devasta anni e zolle, con un volto

d’adulterio che lo fonda.

*

Mater dolorosa e fiacca,

deipara la mole della madre,

la fata la velata la reina

del ciottolo valgo e d’un sabato tardivo.

Con la scienza capitaria del maggio

all’infanzia del vespero floreale

accadono la costanza dei gelsi

e una seta del ritorno in vita.

*

Ancora un’ascesi del paterno

raccolto, in quell’arabia di ruderi

solenni, manca l’abbraccio

che impasta ulivi ed uomini.

Senza che sia risorto il costruttore

del secco casamento, un nulla di pietre

nel greto delle piene, una consolazione

da olivastri, giganti pronti

a nessuna salvazione del morente.

*

Fontana ultima alla brocca e sorgente,

dove riappare il chiarore iniziale, da

insaccare per risarcire la fine del viaggio.

Aggiungono le madri altre parole,

note, nomi come cose, che premono

tra l’odore prossimo del forno, ostie

somministrate dalle donne,

da deglutire senza masticare

nel paese-altare antemarino.

Nomi da proferire come scale in pietra

che il piede nudo ascolta, divenuto

la leggerezza dell’infamia,

il segno del tradire degli eredi.

*

Siamo, nei padri, dentro le visioni

e, nelle madri, dentro carni e voci.

Come uno scavo d’aria dalle Rocche

precipita e ramifica al Bastione;

dopo che un vino d’alto ha consumato

la parola, ad un tacito decreto

della verzura consentiamo, restiamo

ben impiantati nella terra smossa

dai passi, dal passaggio degli umani

dopo il rasserenato dopopioggia.

Siamo, stiamo, con un corpo

di fatica estesa, da millenni.

*

Su DIECIDITA di Jacopo Ninni

Ho briciole per terra per perderci nei sogni
Dita fragili per conservarci appesi ad ogni attesa
Una ferita gelida per ricordarci ad ogni fine
Un bicchiere rotto, per annegarci ad ogni nuovo inizio
(da “712010”)

Ti sembreranno poche 10 dita
A contare nelle sere quelle stelle e
al meriggio, ogni fiore del tuo bosco.
(da “10 dita”)

Dietro la fragilità di diecidita, dietro parole pronunciate sottovoce, lavora con pazienza un seme di tenacia. In diecidita, in una piccola porzione di corpo, si concentra la forza necessaria per tenersi aggrappati al mondo. Come le mani di uno scalatore, i versi di Jacopo Ninni afferrano la roccia e la tengono stretta, nonostante la perdita, la mancanza. C’è una piccola parte che resiste, si attacca alla memoria, alle persone che rimangono, alle cose di tutti i giorni (Le carte ancora in tavola / Urla di bimbi nei cortili / un bicchiere, le briciole sul tavolo).


Appesa tra abisso e salvezza, in bilico sul vuoto (Temono di perdere il controllo della sponda. / Io mi ci siedo spesso, lo sai bene), la parola prende forma, diventa preghiera, invocazione, talvolta imprecazione.

E’ quasi inconsapevole questo tenersi, non è esplicita determinazione quella che impedisce  di chiudere gli occhi e di lasciarsi andare, ma necessità, urgenza di mantenere vivo il ricordo. Le diecidita di Jacopo Ninni, a dispetto di tutto, raccolgono il dolore e lo trasformano in parola, evocando suoni, colori, odori, ferite e fatiche. La poesia diventa così una lenta ma ostinata risalita, nutrita dal coraggio degli affetti, nel nome della memoria.

Stefania Crozzoletti

qui alcuni testi e OUTro di Alessandra Pigliaru

qui la prefazione di Natàlia Castaldi

[novità editoriali] – Diecidita – di Jacopo Ninni – Ed. Smasher, 2011 (post di Natàlia Castaldi)

Diecidita - Jacopo Ninni

Jacopo Ninni

Diecidita

ISBN  978-88-6300-027-6
Euro 10,00 – Pag. 66
1a edizione maggio 2011

(cliccando sulla copertina si apre il link per ordinare il libro)

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Di tutte le impronte possibili su diecidita.

Prefazione di Natàlia Castaldi e OUTro di Alessandra Pigliaru

Intraprendere la lettura di una raccolta poetica necessita sempre un passo doppio, che nello scarto letterale rintracci tutte le possibili connessioni che fanno di quest’arte la voce più  intima ed immediata dell’universalmente meravigliosa e colorata, dolorosa e cruda parabola spazio-temporale, che convenzionalmente chiamiamo vita e di cui, invano e consapevolmente, tentiamo di decifrare le aporie.

La raccontano in molti la verità
Il dovere di non trasecolare.
Il bisogno di non trascendere
I colori delle tue abitudini
Correre alla festa di tua figlia
Contarne gli anni sulla punta dei capelli
Aspettando che ti dica il nome giusto
Prima di riprendere il respiro
Provare poi a filtrare l’orologio
Privare le lancette di ogni punta
Scolorire il tempo di ogni goccia
O stringere i riflessi al suo rintocco
 […]

Ma, in modo direi quasi prepotente, prescindere l’esperienza vita da quella poetica, nel caso di Diecidita, apparrebbe un’operazione forzata, innaturale, quasi priva di fondamento, giacché pensiero e parola appaiono cesellati e “musicati” per essere espressione l’uno dell’altra, senza mai perdere di tono, senza cadute né abbandoni, ma con un’alta e spontanea delicatezza, che si fa ricerca nella scelta di ogni nota, di ogni singolo suono.

Ho
parole
Divise da colpe
scavate nel fango,
Parole uniformi
Alle voci
Che sento aldilà
Parole di fame
E silenzi
Spezzati a metà

[…]

La scelta del verso libero affida al ritmo intrinseco al verbo, alla sua naturale espressione fonetica, il compito di “cantare” e “tra-durre” ogni sfumatura emotiva che pensiero e immagine esprimono, lasciando al lettore il compito di sussurrarne la verità senza dover ricorrere ad artifici declamatori, ma abbandonandosi ad una semplice lettura piana, che in sé rivela tutti i colori e le possibili intersezioni di luci ed ombre, consoni ad una vera sinfonia.

Confesso che ho cambiato casa stamattina
Bruciato il letto e ogni spora estranea al tuo respiro
Gli occhi rimasti ad indicare sulla porta
Le stelle che mi hai chiesto di lasciare.
Ecco è così che il cuore si separa
Dal silenzio tuo addormito in quella cassa
E io appeso al singhiozzo di ogni passo
Conto il battere dei giorni, ritmo al tuo saluto
Oggi è di qua che si va e ci si conserva
Deviato è Il passo e poco oltre il cancello
sei tu leggera sulla testa del corteo
che guidi ogni lacrima ad attecchire ai muri
[…]

In questi versi a pulsare è la vita, intesa come percorso gravido di colori, speranze, sogni, umori, aspirazioni; dunque imprescindibile dagli schianti, dai dolori, dalle inevitabili mancanze.

[…]
Pietra d’angolo la saliva
Luce schiva, tu di paura
Nel silenzio diluito e vaginale
Ov’io m’addormo, tiepido
Indole segreta il tuo sudarmi
indomita tu e la tua ferita acerba
Cantami la ruggine del sangue
Ricamo e fonte del tuo respiro
[…]

La morte stessa acquista movenze sinuose e nitide, ed il dolore trova dignità nuova, lucida e sensibile che non può lasciare indifferenti dinanzi alla sua tensione mai melensa, mai languida ed abbandonata, ma – paradossalmente – vivida, vera, intensa, che sembra gridare la necessità del ricordo, la volontà di memoria, nonostante tutto, nonostante la speranza, che rigenerata dei sogni e delle movenze di dieci piccole dita, sussurra che c’è ancora percorso, che c’è ancora vita.

[…]
Ho Briciole per terra per perderci nei sogni
Dita fragili per conservarci appesi ad ogni attesa
Una ferita gelida per ricordarci ad ogni fine
Un bicchiere rotto, per annegarci ad ogni nuovo inizio.
[…]

Dunque perché Diecidita?

Dieci sono le dita bambine che tattilmente scoprono come giocare col mondo, dieci sono le dita che ancorano Jacopo alle stelle di una creatura da crescere, e dieci sono le dita di due mani che si intrecciano insieme, tenendosi per mano.

Ti sembreranno poche 10 dita
A contare nelle sere quelle stelle e
al meriggio, ogni fiore del tuo bosco.
Scoprirai così, nella quiete di un sorriso
la sorgente più profonda dei tuoi occhi
per contenere il cielo e ogni suo orizzonte
[…]

E Diecidita perché attraverso dieci dita attuiamo la nostra prima ed infinita missione alla scoperta dello spazio che ci ospita e ci “dà luogo”, tastando e definendo le distanze tra tutto ciò che oggettivamente ci circonda e ciò che soggettivamente sentiamo di essere: materia di sogno, materia di sentimento, materia d’istinto e bisogno, materia di curioso esplorare, materia di conoscenza.

[…]
Ho spazi e mani
per contendere emozioni,
contrasti alla tua bocca
carezze ai tuoi silenzi.
[…]

Una nota a parte credo meriti la poesia – o sarebbe meglio dire le poesie (?) – “È bene che tu sappia”, in cui la fine di un amore è narrata con disincanto e crudezza “scenica”, cinematografica, in cui colori, graffi, odori, esperienze, ricordi, angoli di casa ed azioni, confluiscono in un narrato denso, tagliente, duro, che non giudica, non infierisce, eppure si mostra determinato a voler cacciare per ricostruire, consapevole della sua esperienza,  dell’importanza che comunque ogni passo ha inciso, sia pure dolorosamente.

[…]
Che ho cancellato l’unica poesia
non perché incompiuta o scritta male
Ma sterile, bugiarda, inutile, blasfema.
Parlava di una donna che non c’era
Di sensazioni provate con chiunque
fragili e scontate, come le tue scuse
davanti a un mondo offerto in poche righe
[…]

La caparbia volontà di sopravvivenza in Ninni supera ogni acredine attraverso la delicatezza d’animo sua propria, che traspare nella ponderatezza di ogni termine, che si rivela soppesato, calibrato ad esprimere i colori di ogni singola esperienza.

[…]
Che questa casa ha già cambiato odori
(La luce stessa vi traspira più leggera).
E come i suoi colori, cambia il giardino.
Non più il tuo arancio di calendule e tageti
Ma un semplice, bianco profumato gelsomino
E dell’orto che vantavi come impresa
Resta un solco che non si lascia fecondare.
[…]

Ed il colore, difatti, è protagonista indiscusso di tutta la raccolta, dacché in essa si può perfettamente distinguere un piccola silloge Chromethica, attraverso la quale Ninni sembra rispondere alla fatidica domanda “qual è il tuo colore preferito?”, con una paradossale risposta: “il suo calore”. Ma cosa significa, “il suo calore”? È semplice: il colore, lo studio pittorico del colore che Ninni effettua attraverso la parola, tende ad affermare l’imprescindibile tra percezione visiva e affezione emotiva, che lega ogni esperienza sensibile alla sua interiorizzazione.

Dunque il rosso, sarà calore nella dimensione del fuoco, della passione, del desiderio, della rabbia;

[…]
Ovunque tu
Passi
Calore, rosso
di fuoco
Di Terra su capelli
Rossi
Come tracce su lenzuola
Raccolte
Su rossi morbidi corpi
In Calore
di Silenziosi morbidi Colpi
Come mattutini flebili
Passi
E ovunque tu vada
[…]

ed il bianco espressione percettiva della neve e dei silenzi, ma anche assenza di inchiostro, di suono, ed ancora luce, trascendenza ed inspiegabile memoria; poi ancora i blu e le svariate gradazioni dal cupo al trasparente azzurro che legano indissolubilmente elementi vitali quali acqua ed aria, alla materia di terra e cielo, reale ed ideale, tangibile ed “inspirabile” nel calore dell’irrimediabilmente infinito, etereo, inafferrabile.

A quest’ora che si orienta
al gelido risveglio
Ho una luna riflessa nel vetro
Di un treno che infecondo
sprofonda
Nella liquida sonnambula aria
Per plasmarsi in case

.

E poi città.
[…]

Un lavoro complesso Diecidita, su cui scrivere è intraprendere lo stesso naturale percorso dell’autore, col rischio di perdersi, senza saper mettere un punto finché ci sia inchiostro per poter dire. Un lavoro del quale mi preme sottolineare il messaggio ultimo e complessivo di una speranza tutta terrena e vitale, ancorata al senso semplice di tutte le piccole impronte di un cammino, che ci sia concesso trattenere su diecidita.

[novità editoriali] Enzo Campi – Dei malnati fiori – Ed. Smasher maggio 2011 (post di Natàlia Castaldi)

Dei malnati fiori - Enzo Campi - ed. Smasher 2011

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                                            Enzo Campi

 

                                         Dei malnati fiori

.

            (Smasher Edizioni – Collana Orme di poeti)

 

         http://www.edizionismasher.it/enzocampi2.html

 .

.

*

affine
al confine
in cui sfiorare la fine
senza rendermi prossimo
a nessuna implosione
che non sia già esplosa
e conclusa
m’integro alla soglia
ridendomi
nell’escrescenza del sema
che decolora l’abisso
abbacinandone le forme

non c’è una cifra
che valga un corpo votato all’erranza

*

non ancora ancorato
solo accorato
disperdo all’aria
e al riso sincero
del mio lamento
i petali
a uno a uno
recisi
dal bocciolo-sole
privato del suo

                centro

 

C’è dissomiglianza
tra rosa e
rosa?
L’una è sfiorita
l’altra è mistica

*

Corifeo)

non c’è un ego
meno smisurato di questo

solo un ago arroventato
che s’insinua negli incavi tra le dita
sperando che il sangue giunga in soccorso
e regali il suo credo all’inebetita scrittura
che si trascina arrancando
tra sillabe decapitate e verbi inconclusi

 

Coro delle Parche)

tabor labor

une maille a l’endroit et une maille à l’envers

*

mi si spronò
frusta a frusta
in colpo
d’allora in ora scandito
inerudito assioma
inalberato a soma
che vanisce il sema
che qui s’esibisce
mancandosi

 

dal pugno ben serrato cade lenta
una scia di polvere che si dissolve
senza tentare il contatto con la madre terra:

chiaro indizio di una distanza
assunta a ragione di vita

 

di vano in vacuo mi rialloco e vago

*

non c’è un tempo
più adatto di un altro

 

si flette il corpo
delocandosi
tra smunti riverberi di sole
e tenebre di ghiaccio
amplificando il pus
che tracima dalle ferite
esposte al pubblico dileggio

solo una spanna
d’impura manna
fluida come bava
precipita
in limpide stille
dal livido labbro
teso a respirare
la pienezza del vuoto

*

grondiamo
vacue diaspore
che acuiscono
senso e sesso
riedificando
grammatiche perdute
private del senno

non c’è un alfabeto
più pregnante di un altro

solo soffi
a vanificare
pavide stille di rugiada
che s’ostinano
ad imperlare
l’arido passo dell’erranza
lo so e me lo ripeto
dissimulando il silenzio
in laviche levate
di giochi labiali
appena accennati

*

Corifeo)

nell’assordante silenzio il fragore del nulla
lavora lento ad inguainare la soglia
i soffioni invadono le narici
e il corpo traspira dai pori la puzza del naufragio

 

Coro delle Parche)

tabor labor

une maille a l’endroit et une maille à l’envers

 

* 

non ho mai detto io sono
solo il cadavere che sono

e sarò qui tumulato
col dito ancora levato
innervato verso l’odiata soglia
spalancata sulla perfida madre
che consente il transito
solo sul sentiero
che elude le rose
e conduce all’abisso

non ho mai amato
le sfingi dissolute
se non nel gesto
di assaporarne l’umore
perché il verbo
non rinviene
che al sordido lume
dell’annosa interrogazione
e sempre s’insinua
tra incavi e pieghe

 

nella muta parata dei gomitoli di fibre
che caracollano mesti alla luce coatta
di un giorno impossibilitato a definirsi
la firma subisce il rifiuto della marca
e il calco cede il passo all’avvento dell’informe

*

si sputano schegge
per disinibire l’arto
nell’umbratile concerto
del cosa è cosa
se non flusso ininterrotto
sì come inscritto a specchio
nelle piaghe del verso

 

schemi schermi
scherniti forati
se mai crivellati
incedono tronfi
a inanellare impavide
crisi irrisolte

e la voce
che sventola lesta
l’appena accennato
soffio
sogna il patibolo
a differire

*

non c’è bisogno
di soffiare

l’anelito c’è

è inconosciuto

Essere scoperto nervo
ad uso inane
del gioco al massacro
è
chiusura della radura.

Mi conduco
ad ibernare il gesto
.

*

si moltiplicano i coacervi
e lo sterco dilaga
mi dileguo dal puzzo
soffiando con tatto
l’anelito aporetico
del mio non sarò mai là
ma accetto
approvo
e non ricambio lo sputo
perché l’imbuto
tracima
l’umore ambrato
che abiura l’ambrosia
e aspira
al sangue versato

*

Corifeo)

pari al pari
terra su terra
rasoterra
rinnegando il cavo
da cui proviene
il viandante
strisciando
s’avvia al monte
non curandosi
dell’incompiutezza della strofa
inneggiando se mai
la catatonia incombente
di un calco improprio
che non restituisce nulla
se non i tagli inferti dalle spine
che non lacerarono mai
alcunché di significativo

 

Coro delle Parche)

tabor labor

une maille a l’endroit et une maille à l’envers

*

ristagna un sentore d’inaccaduto
per quanto qualcuno insista nel riproporre
a memoria il gesto di rivalsa con il quale
la sibilla disseminava la sua lava edulcorata

non c’è un guado
che permetta l’attraversamento

le acque sono gravide di senso
e ripudiano le dighe ove frangersi e rifluire

il corpo edotto da millenni di sapide erranze
evita la catarsi e si tuffa nel gorgo
cerca invano un peso
a cui ancorarsi per meglio inabissarsi

*

Corifeo)

nella polvere il senso
a ricoprire cosa e cose
cose minute di vani minuti
destituiti dall’immediato

tutto avviene senza accadere
nel ricordo di una consumazione
nessun evento degno di nota
solo una nota che reiterandosi
ritarda l’avvento del chiodo
eppure il buio amplifica i pulviscoli
evidenziandone lumi e barlumi

 

Coro delle Parche)

tabor labor

une maille a l’endroit et une maille à l’envers

*

ciascuno a sé sommato
si rialloca in fine di parvenza

 

e il sollazzo che sopravviene
all’impropria figura
defigurata nello speco
è beata beanza
che avanza incosciente
dalla bordatura
al senza fondo
in cui inscrivere
e vanificare
il punto di fuga

 

evidente riverbero
qui silenziato
a guisa d’incompiiuto

*

dileguato è in me l’agguato

*

solo ascensioni
e accesi accessi
agli ascessi
che insorgono
esondando
da vacue parentesi
e ineludibili incisi
volti a conclamare
l’inesprimibile

 

non c’è una marca
che contraddistingua un corpo votato all’erranza

*

Marzia Alunni

 Alterità e nascondimento

(la condanna metafisica dell’Io)

 

L’opera è accompagnata da una dedica illuminante: “A me stesso, al verbo / e a chi ha voluto che io fossi qui”. È quasi una dichiarazione programmatica che rassicura sull’apporto del poeta, demiurgo che si colloca in disparte e però lascia, come segni infiniti, le parole a denotare il suo intervento mai casuale, piuttosto affrontato con una ‘regia’ non invasiva.

  L’autore, per sua scelta un po’ ‘absconditus’, intende aprire un ciclo, con questo suo contributo, che già si avvale, come prologo, della splendida Ipotesi corpo. In un suo recente intervento difatti precisa: “Quel chi che «detiene la parola» non è portavoce del proprio ego […] Rubo una frase da uno dei prossimi libri del ciclo: «ego ex machina / appare solo dileguandosi»”. 

[…]

Il senso di un’alterità – guadagnata attraverso il cammino, vagabondo e ipotetico, della parola, complice e testimone empaticamente viva della distanza fra ‘io’ e ‘altro’ –  ha un valore specifico nella poesia di Campi, specialmente nel progetto del suo ciclo poetico.

   L’entusiasmo dell’apologeta poi è fra le righe della testualità appartenente al Nostro, ne sono una prova le frequenti domande metafisiche, i passi citati da Ermini, Bigongiari, Travi e Derrida che introducono le quattro sezioni principali in cui è diviso il libro, ai quali si associano, sul piano delle idee, alcune stimolanti ‘narratio’ dell’autore, prosimetricamente unite al  resto del percorso poetico.  

[…]

Nel tentativo di guidare il lettore conviene tuttavia proporre una possibile interpretazione del titolo e dell’opera: Dei malnati fiori. L’aggettivo malnati cattura e risveglia l’interesse perché vi scopriamo subito due aspetti che occorre sottolineare.  Il primo di essi allude allo statuto esistenziale del soggetto, l’Io, quindi del suo mondo, entrambi affetti da precarietà e perciò, in un certo senso, ‘nati male’. La seconda caratteristica chiama in causa il significato emotivo della parola, carica di ostilità, ‘malnato’ è chi viene fatto oggetto di un’invettiva: “Del malnato fiore / ch’a me s’affaccia / con lo sguardo indegno / di chi fomenta lo scontro / voglio amar lo sdegno / che vibra come incontro / nel loco ameno / del disconoscimento”.

L’associazione, tra i fiori e i due originali significati, è frutto di una riflessione sul fondamento dell’essere e di uno sdegno anche per la frattura cosmica che si pone come sfondo alla discrepanza tra parole e cose.

Riecheggiano allora le riflessioni profonde di Flavio Ermini, citate – idealmente –  in un dialogo perfetto con la viva testualità campiana, in quanto: “Torna a farsi chiara la coscienza della frattura che divide le parole dalle cose. […] Consente l’annunciarsi del non-detto con l’inaugurazione di quella silenziosa voce che precede ogni dialogo tra gli uomini e ogni nominazione”.  

Si direbbe allora che per l’autore talvolta “nomina – non – sunt consequentia rerum!”

[…]

“le parole rinunciano al messaggio / e si fanno sensibili”: è il riconoscimento della vulnerabilità umana non rimosso, essere infatti precari al mondo vuol dire fraternizzare con ogni respiro, con qualsiasi delicata, o forte, esperienza, accettandola in un’ottica di rara dignità e bellezza.  L’abbandono alla condizione “malnata” non è senza appello, resta la capacità di sostenere il proprio destino ‘errabondo’ avvalendosi anche della potenza della parola, farmaco (Derrida) non da sottovalutare. È il senso elevato del “ludere”, suffisso dei termini chiave, posti all’inizio di alcune sezioni dell’opera campiana (pre-ludi; inter-ludi; epi-ludi): i significati non sono mai quelli che sembrano a prima vista, parrebbe dire il poeta che tra rime pregevoli e consonanze accentate, filastrocche dotte e più livelli di significato, accompagna il suo lettore in un’avventura testuale senza precedenti.

 ***

 Alessandra Pigliaru

“Tutto avviene senza accadere”

I malnati fiori elogiano il terzo, il testimone che non tace più e accede alla coscienza del molteplice. Un terzo che tuttavia è capo, a-capo del verso: l’interlocutore principale e insieme il detentore della parola. Cosa succede in quella cruna è svelato e ri-velato nella scrittura di Campi che, con magistrale capacità endoscopica, dipana tutti i fili, uno ad uno – quelli difficili da dividere e quelli che sono sull’orlo di spezzarsi, quelli mischiati alla tattilità del corpo e quelli legati agli indugi dell’Altro. Una parola che scheggia il guscio dell’ordito e ne fa intravedere il senso che poggia sulla polvere, l’intenzione. Non c’è linearità ma esattezza circolare del procedere per domande e definizioni. Le Parche sono sempre lì, a reclamare attenzione e a custodire il cammino prodigioso del capo e della coda. Le maglie scandiscono il tempo che fagocita i fiori per restituirli al coro solitario dell’essere che non si basta e che si rassegna a dirsi in molti modi; il punto è che però quel ti estì è in mano propria seppure apparentemente si chiami con altri nomi.

È il chi infatti – e non il cosa.

Il percorso lento procede in alterco con se stesso ed è in questo stretto passare che chi detiene la parola sem(in)a nelle forme dell’armonia. In questa sua nuova amalgama però (che è ogni volta monito di rara bellezza) sembra che la parola poetica di Campi acquisti una rinnovata compiutezza, quasi un sollievo dettato da quell’abisso innato che fa da sfondo e in cui ci si riconosce come soffio. Si accetta il tradimento dell’imprevedibile confessando la necessità dell’erranza: la cifra che mantiene vigili sulla sopraffazione dell’agguato. Sempre nella cartografia crudele del thumos desiderante.

Tutto avviene senza accadere – sì.

*

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http://www.edizionismasher.it/enzocampi2.html

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[Novità editoriali] Diecidita – di Jacopo Ninni – OUTro di Alessandra Pigliaru (post di natàlia castaldi)

 

Diecidita, di Jacopo Ninni – ed. Smasher 2010

OUTro

 

di Alessandra Pigliaru

 

Il tempo comprende l’attesa dalla separazione. È un vorticare inesatto sul vuoto della distanza, un lento propagarsi di radici uterine da rimembrare. Così le poesie di Jacopo Ninni si fanno farmaco per l’abbandono e l’imprevista sortita del fato. A contare l’attesa non è solo chronos ma anche – e soprattutto – un liquido disporsi negli anfratti dell’opaca esistenza.

La verità te la succhiano tutti./ È questione di stile e non è poco/ Sedersi sopra il ciglio ed ammirare/ Il vuoto che vorrebbero lasciarti.

I versi diventano strutture mobili che se da un lato riverberano luci, dall’altro scoprono le ipocrisie dell’essercon-gli-altri. La parola diventa spettatrice dell’incalzante assenza, di un nome che manca all’appello a difendere colori e odori vissuti in contrappunto. Un volto muto è sempre lì a suggerire del resto, a confondere la fisionomia del tuo riposo, e a sollevare quel non detto con sterminati intrattenimenti della ragione. Così la scrittura ripete ciò che è accaduto segnandone un’impressione rinnovata e meno irrespirabile. Il privilegio della traccia, nonostante la severa angoscia, serve al poeta per distinguersi nel mondo, per separare la paura dalla morte radunando l’ora debole con la sua indolente spinta verso il nulla. La qualità di quel segno è polvere che poggia su ciò che è stato: riconoscere alla parola – così come al vetro – la sola possibilità di nitidezza.

Intanto ci si appresta all’immagine che eccede la parabola poetica di Jacopo Ninni. Nelle dita, nei capelli, nelle date da segnare, negli occhi e nelle stelle da sbranare e inondare di intenzioni, il verso procede infatti inesorabile pronunciando l’incanto di quel momento d’essere, di quell’attimo in cui lo sguardo rapisce il futuro e custodisce ciò che è scivolato via. Tutto quel che rimane fuori è ciò di cui apparentemente non si ha bisogno seppure graffi la bontà di rivoli sigillati. Del digiuno si avrà sempre memoria, come di un rosaio che conficca spine generando germogli. Io ho ancora tempo per passare.

*

(link per ordinare il libro: http://www.edizionismasher.it/ )

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10 dita

 

Ti sembreranno poche 10 dita

A contare nelle sere quelle stelle e

al meriggio, ogni fiore del tuo bosco.

.

Scoprirai così, nella quiete di un sorriso

la sorgente più profonda dei tuoi occhi

per contenere il cielo e ogni suo orizzonte

.

Se poi ripieghi, ogni mattino, un sogno

lo tieni stretto in tasca, fino a sera

Ritroverai il destino di ogni stella.

.

Sarà il tuo canto a conservarla accesa

ad ogni tuo ritorno cupo o stanco.

Coglierai così sorrisi in ogni ombra,

.

sentieri nuovi per ripartire ancora.

.

*

Parole

.

Ho

parole

Divise da colpe

scavate nel fango,

Parole uniformi

Alle voci

Che sento aldilà

.

Parole di fame

E silenzi

Spezzati a metà

.

parole tronco

Dove incido

Sputi e carezze,

Parole compagno

a cui affido ricordi

e bagagli

.

Parole proiettili

Sparati verso occhi

Riflessi nei miei.

.

Parole per te

Che sordo giaci

Poche urla più in là

.

Liberamente ispirata ad “Ossicine” di Mariangela Gualtieri

.

*

È bene che tu sappia

.

Amore di un matrimonio per contratto:

.

Che questa casa ha già cambiato odori

(La luce stessa vi traspira più leggera).

E come i suoi colori, cambia il giardino.

Non più il tuo arancio di calendule e tageti

Ma un semplice, bianco profumato gelsomino

E dell’orto che vantavi come impresa

Resta un solco che non si lascia fecondare.

.

Amore delle urla e delle botte:

.

Che ho spazzato via con soffio lieve

I lividi e i graffi che hai lasciato

Prima che come omertoso fango sotto neve

lascino croste ai miei occhi lucidi al risveglio

io e la mia storia martiri prescelti

per un dolore che non ho mai causato.

vittime sacrificali al tuo passato.

.

Amore dei 2 o 3 libri vantati come eletti:

.

Che ho cancellato l’unica poesia

non perché incompiuta o scritta male

Ma sterile, bugiarda, inutile, blasfema.

Parlava di una donna che non c’era

Di sensazioni provate con chiunque

fragili e scontate, come le tue scuse

davanti a un mondo offerto in poche righe

.

Amore esibizionista e senza meta:

.

Che non conservo nulla del passaggio

Tutto si è dissolto nel silenzio

di questo azzurro che sorvola bieco

i tuoi fragili e stupidi sentieri

A cui forzavi spesso i miei di passi.

Con la scusa di un desiderio da esaudire

Per catalogare disillusioni come alibi

.

Amore dei “contintasca” e senz’amore:

.

Che se penso a dove e come sei finita

Rido di gusto dentro al mio bicchiere

Da solo o condiviso in questa casa

Che resta mia, così come l’ho trovata

la porta ora è aperta ad altri colori.

Il tuo si è diluito nel lavabo.

e il resto, poco o nulla: già slavato

.

Amore d’altro in soli 20 giorni:

.

Che 3 anni sono svaniti in una notte

Schiantati sminuzzati e inceneriti.

Donati al vento, che ne faccia nuvole

Per chi “saluta il sole” ma fugge l’alba

Sorgente della più dolce mia occasione.

Calda, curativa e profumata

Come teriaca che si dona al benvenuto.

.

*

Cadenze

.

La raccontano in molti la verità

Il dovere di non trasecolare.

Il bisogno di non trascendere

I colori delle tue abitudini

.

Correre alla festa di tua figlia

Contarne gli anni sulla punta dei capelli

Aspettando che ti dica il nome giusto

Prima di riprendere il respiro

.

Provare poi a filtrare l’orologio

Privare le lancette di ogni punta

Scolorire il tempo di ogni goccia

O stringere i riflessi al suo rintocco

.

Puoi anche star sdraiato ad origliare

Ai pavimenti di cento e mille bar

Per cogliere il respiro di ogni vetro

Caduto o consumato in qualche gola

Mescolare allora il coìto con la birra

innamorarti della docile cassiera

Prima che il rutto dello sconosciuto

La desti dal suo sogno primordiale

.

Risolverti poi a casa, riassumendo

Il tuo sentire in frasi tanto esanimi

Indirizzate a un’anima incantata

Che tutto accoglie eccetto il tuo dolore

.

Puoi piangere se vuoi, ma nel silenzio

esile di un cantuccio di deserto

Scandire le sincopi di ogni lacrima

Fingerne un’ eco per toccarne la distanza

.

La verità te la succhiano tutti.

È questione di stile e non è poco

Sedersi sopra il ciglio ed ammirare

Il vuoto che vorrebbero lasciarti

.

Stenderti poi e rivelare al cazzo

poesie che riportano altri odori

Vomitare il tuo sperma quotidiano

In un angolo delle tue solitudini

.

Prendere allora il filo di ogni soglia

Addomesticare porte e ogni finestra

Al battere e levare di ogni foglia

Prima che autunno inclemente ti divori.

.

*

712010

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Confesso che ho cambiato casa stamattina

Bruciato il letto e ogni spora estranea al tuo respiro

Gli occhi rimasti ad indicare sulla porta

Le stelle che mi hai chiesto di lasciare.

.

Ecco è così che il cuore si separa

Dal silenzio tuo addormito in quella cassa

E io appeso al singhiozzo di ogni passo

Conto il battere dei giorni, ritmo al tuo saluto

Oggi è di qua che si va e ci si conserva

Deviato è Il passo e poco oltre il cancello

sei tu leggera sulla testa del corteo

che guidi ogni lacrima ad attecchire ai muri

.

Nel silenzio, trasfiguro le carezze

Come la mano che si lascia dalla stretta.

Mi fermo a consumare il vacuo che ci resta

Tra ogni sillaba e il tuo morire stanco

.

Ho Briciole per terra per perderci nei sogni

Dita fragili per conservarci appesi ad ogni attesa

Una ferita gelida per ricordarci ad ogni fine

Un bicchiere rotto, per annegarci ad ogni nuovo inizio.

.

In quest’assenza percepisco ogni tua visione

La purifico da ogni lontananza

Come preghiera e canto che si accorda nei presenti

ai freddi marmi accorsi come suoni

.

LE TOUCHER (eros arte e scrittura) – Il reading

è tempo di libri

Enzo Campi

IPOTESI CORPO

 

Edizioni Smasher – Messina

 

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http://www.edizionismasher.it/campi/enzocampi.html

 

 

Il corpo è qui tema dell’indagine e palcoscenico in cui l’io mette in opera un monologo questionante che – poematicamente e teatralmente – si incarna nel corpo del testo e della parola cercando di risolvere (dissolvere?) l’unicità di senso di un doppio movimento che oscilla incessantemente tra il dispendio (come ragione di vita) e il ricominciamento (come unica possibilità di proiezione verso l’a venire). Ciò avviene attraverso la scissione drammatizzata tra forze centripete (pulsione, desiderio, istinto-carne) e forze centrifughe (ragione, indagine e ricerca-alterità).

(dalla prefazione di Natàlia Castaldi)

 

 

 

AAVV

 

POETARUM SILVA

 

Edizioni Samiszdat – Parma

 

Antologia di prosa e poesia a cura di Enzo Campi

Testi di

Alessandro Assiri,  Cristina Bove, Enzo Campi, Giovanni Campi, Natàlia Castaldi, Giovanni Catalano, Stefania Crozzoletti, Glo’ D’alessandro, Luigi Di Costanzo, Gabriella Garofalo, Federica Gramiccia,  Vincenzo Mancuso, Luciano Mazziotta, Silvia Molesini, Arturo Moll, Gianni Montieri,Andrea Pomella, Anna Maria Salvini, Antonella Taravella, Antonella Troisi.

Per acquistare il libro

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http://www.pchelp.it/Lara/Negozio/index.html

Silvia Rosa

 

DI SOLE VOCI

 

Edizioni LietoColle – Como

 

Per acquistare il libro

qui

http://www.lietocolle.info/it/rosa_silvia_di_sole_voci.html 

 

Così i versi di Silvia Rosa sono una cronaca del giorno a venire, della conta dei passi che servono per uscire dal fondo di sé per farsi Sola Voce. Il verso chiama una profonda cura del dettaglio e dello stile così come una parola piena, contundente e circolare che si fa carne nuda: il mio Corpo cede peso all’Anima/ e cambia di significato e di sostanza/ nello spazio del discorso/ si appunta come un segno nero/ a margine. Ecco che la nudità diventa la possibilità di decifrare con la pelle la scrittura e il segno del mondo: resta come un coagulo che si distingue dall’anima e accede al Senso. 

(dalla prefazione di Alessandra Pigliaru)