Alessandra carnaroli

Alessandra Carnaroli, Primine

Alessandra Carnaroli, Primine, Edizioni del Verri, 2017, € 10,00

 

1
mio babbo ha ucciso il gatto
dice graffia la bestia fa male attacca

mica diventa cieca tu o tua sorella
piccola
mio babbo tornato dall’albania molto brutto
a vendicarsi dell’italiani che lo hanno cornuto
se la prende con il gatto se no ci da fuoco a tutto
mamma va a lavoro in bicicletta
sta con lui per rabbia

.

15
piero è meglio di mio padre
più alto
più magropiù forte
e gentile
mi compra le cingomme
le patatine i succhi
bacia mamma
sulla bocca
mi rispetta
perché tifo inter
anche se babbo
è di caserta

.

23
la malattia di mio padre si chiama
degenerativa
non so dove gli prende
però è per sempre
è come un fulmine
nel cielo di mia madre
che adesso è nuvoloso
minaccia di crepare.

.

60
sei una poco di buono
coi calzoni a mutanda tua madre
come ti manda
a scuola
o a fare compere

ti guardano i vecchi e gli uomini fatti
il vigile il muratore
il negro parcheggiatore

già a questa età si capisce
chi finisce in paradiso
chi dal ginecologo
del pronto soccorso

.

87
io volevo guidare il camion
fare zig zag tra i birilli madri
e figli
vederli atterrare sulle palme
le teste al posto
delle noci di cocco
sentire l’urto
nel vetro come se ti piove contro
ma sono gomiti o ginocchi

così da meritare il paradiso
le vergini il miele
o almeno un posto sul pulmino
un pezzo di merendina
una matita in prestito
quando la scordo

una bella bambina

© Alessandra Carnaroli

 

Lo sguardo delle donne de-scrive le Marche – per una lettura dell’antologia “Femminile plurale”

di Marco Di Pasquale

femminile plurale

Quando si parla di un’opera letteraria che sfugge alle solite categorie sembra fuor di luogo iniziare introducendo uno dei più vieti luoghi comuni, ma è un fatto acclarato che le Marche sono contemporaneamente una ed innumerevoli regioni, intrecciate come una trama tessuta da un pettine di colline digradanti verso il lago-mare Adriatico che a noi, suoi abitanti, fa da consolante confine e rampa di lancio verso il futuro. In questa variabilità di paesaggi e di contesti, chi vi abita finisce per assumere caratteri diversi e acquisire molteplici prospettive, come innumerevoli e disparati sono gli sguardi e le sensibilità che la poeta e studiosa di letteratura marchigiana Cristina Babino, ha voluto raccogliere nel volume antologico Femminile plurale – Le donne scrivono le Marche, uscito sette mesi fa per la casa editrice maceratese Vydia, riunendo in queste pagine diciassette voci di donne che vivono e riflettono quotidianamente sui simboli, i caratteri e su un’ipotetica comunità antropologica, sociologica e culturale di questa terra.

(altro…)

Il Jingle Jungle di Alessandra Carnaroli. Recensione di Martina Daraio

animalier

Per Alessandra Carnaroli la poesia è un’operazione di “scrosto”: consiste, cioè, in quella «passione insana che dimostrano i bambini nel levarsi le croste dalle ferite, quel farsi male con piacere, per vedere cosa c’è sotto, per amor del Cicatrene».
Pressoché priva di artifici retorici o di abbellimenti lirici, la sua ultima raccolta si propone allora di scrostare l’apparente civiltà della società italiana contemporanea lasciando emergere tutta la bestialità sottostante.
Il titolo, Animalier, è in questo senso già parecchio esplicativo: il termine rimanda infatti al campo tessile, e in particolare a quegli abiti leopardati, zebrati, tigrati, pitonati che rappresentano lo stile di chi si sente aggressivo, felino, e allo stesso tempo capace di cambiar pelle e di immedesimarsi in ruoli differenti purché interni a dinamiche animali del tipo preda-predatore.
Dalla fashion-jungle alla jungle-e-basta, come mostra Alessandra Carnaroli, il passo è però più breve di quanto si creda: Animalier è infatti il racconto di una società, la nostra, ancora descrivibile a pieno titolo attraverso logiche darwiniane basate su rapporti di forza e squilibri intrinseci anche alle più banali interazioni quotidiane.
Sono storie di violenza fisica o psicologica, come nel caso della poesia sui migranti in cui dalla voce “ingenua” di una bambina emerge la brutalità ideologica soggiacente ai contesti in cui cresce: «i musulmani gli puzzano le mani / dice mia figlia di sei anni / che glielo ha detto la collega bambina anche lei / della scuola primaria / primaria dell’odio / delle razze». Particolarmente riuscita, sempre nello stesso testo, la sovrapposizione della condizione dei migranti “spiaggiati” e quella dei turisti: «s’abbronzano i vermi in fila regazzine col costume spezzato / confrontano il segno dove finiscono le mutande inizia / il riconoscimento delle salme / un po’ d’olio nel sistema / solare per proteggersi dai tumori / della pelle esposta».
Il discorso scorre con un ritmo piuttosto accelerato nella forma di un flusso di coscienza, in cui le associazioni mentali si accostano in efficacissimi enjambement, smontando le tradizionali norme metriche in versi rotti, spesso formati da discorsi quasi prosastici (salvo il fatto di essere separati al loro interno da barre oblique), seguiti a poca distanza da versi composti da una sola parola e a volte anche meno. Un po’ come se l’urgenza del dire non avesse tempo per la grammatica e la forma, o come se in fondo la realtà descritta nemmeno la meritasse tanto è aliena dalla bellezza.
Tornano temi e stilemi di FemmINIMONDO, come in poesia su un proiettile che bucò i polmoni e lesionò il midollo in cui l’occasione è tratta da una tragedia probabilmente attinta da un fatto di cronaca o, peggio, da un trafiletto sul giornale a cui il tutto si è ridotto.
La Carnaroli sceglie un registro linguistico decisamente basso, piuttosto pulp: non si tratta infatti solo di rivolgersi alla quotidianità e alle sue situazioni, ma di una scelta più profonda che appiattisce il linguaggio alla sua forma meno controllata, quasi come se si trattasse di un verso animalesco talvolta quasi forzato, ostentato, pur di far sgorgare del sangue, al limite di perdere il contatto con quella stessa realtà che si vuole raccontare: «Noi teniamo la paura a novanta per montalle / Sopra e scrinare le natichelle / Alla chetichella scopare / spiegare / Il ventaglio delle possibilità arrese / Al deficit cognitivo all’handicap / psicofisico / Al ritardo / mestruale / Come scoreggia / amore profonde : / Invoglia / La bestia / riattacca il filtro catartico / e impietoso / Alla marmitta / Umana / Discende dunque / Dalla scimmia / dopo averla inculata». Frequentissimi sono i riferimenti al parlato: le ripetizioni, la deissi, le espressioni dialettali, l’utilizzo del che polivalente e dell’indiretto libero o dell’indicativo al posto del congiuntivo. Il punto di vista è quello di un io molto dialogico, completamente assorto nelle varie situazioni che la poesia mette in scena e dunque, nell’insieme, quello corale di un io collettivo.
L’aspetto più interessante di questa operazione sta nel riuscire, attraverso queste catene associative, a mostrare come le parole non siano mai innocenti e, anzi, spesso sottintendano delle idee del mondo discriminatorie o violente. Non direi che si tratti, però, di una poesia civile o di denuncia: lo “scrosto” infatti, più che un gesto di demistificazione e svelamento preparato al dolore che potrebbe conseguirne, pare nascere più come processo liberatorio, catartico. L’intenzione che spinge a togliere la crosta pare derivare, cioè, più da un profondo desiderio di provare (e provocare) dolore ostentando brutalità per poi liberarsene.
Tra le incrostazioni di cui disfarsi, infine, non viene risparmiata neanche la tradizione poetica, la forma lirica classica, gli autori del canone letterario. Ecco ad esempio il montaliano non chiederci la parola trasformato, ancora una volta, in un episodio di brutalità: «attaccata al ramo resisto / come nido come scimmia / non chiedermi il biglietto / che il ventre possa aprirmi / ho già pagato dazio ho / la ricevuta del pestaggio».
Infine: chi volesse leggere la raccolta, cosa io che consiglio di fare, sappia che sarebbe del tutto inutile rivolgersi ad una libreria o ad un editore. Fedele al suo rifiuto delle logiche di scambio capitalistiche, la Carnaroli baratta i suoi testi solo in cambio di altre bestialità, siano esse un pelo, una bottiglia di vino o la presente recensione.

© Martina Daraio

Ti do la mia parola (manifestazione)

Invito-25-e-26-maggio

TI DO LA MIA PAROLA

1° edizione – 25/26 maggio 2013  Museo Del Bali’

 

LA FIDUCIA

“Ti do la mia parola” è un Progetto culturale con finalità di prevenzione del disagio sociale e psicologico.

Prevede un appuntamento annuale in cui si discute dell’Uomo, inteso come animale sociale ed individuo protagonista nella comunità. È la realtà contemporanea che vogliamo andare ad indagare, comprendere, interpretare. Una modernità strappata che ha perso sicurezza, dimenticato un comune linguaggio capace di fare società.

 “Ti do la mia parola” era una frase che consolidava.  Bastava in sé. Conferiva valore simbolico al gesto, alla stretta di mano, al patto solidale. La parola diventava azione, garantiva fiducia, certezza etica. Anche nella contrapposizione i ruoli mantenevano una solidità identitaria che costituiva il presupposto dialettico. La modernità, da un lato, ha generato una facilitazione dei rapporti, dall’altro ne ha minato le basi fondanti. Un baco, una rete bucata, un etimologia negata, questo il lascito.

Da che parte è necessario ricominciare? Quale la genesi che ha condotto a questa crisi di sistema?  Quali strumenti è necessario mettere in campo per ricostruire un linguaggio condiviso? Una psicoanalista e una scrittrice si sono incontrate e hanno individuato nella parola, nel suo uso corrente così come nel suo archetipo, uno strumento fondamentale di elaborazione, uno specchio illuminante, un grumo prezioso e complesso, per rispondere a queste domande.

La psicoanalisi fornisce una visione del soggetto, della sofferenza psicologica e del legame fra gli individui che risulta rivoluzionaria nel nostro tempo. L’epoca del computer, del consumismo imperante percorre la via di una scientificità standardizzante che nega la singolarità non solo di ciascuno ma della stessa condizione dell’uomo fra le altre forme di vita esistenti in natura. Tale singolarità si fonda sull’uso della parola, del linguaggio e di un ordine simbolico che “snatura” il corpo dell’essere umano. La parola crea una dimensione nuova che Freud ha chiamato “l’Inconscio”, un “territorio straniero interno” con cui ciascuno deve fare i conti, un’estraneità intima, che racchiude la verità del desiderio singolare di ciascuno e che spesso viene negata. L’inconscio è fatto di parole, segni, marchi linguistici lasciati all’interno delle prime relazioni. Aprire un dibattito sull’inconscio significa lavorare sulla parola e di conseguenza sul legame sociale, sulla dimensione relazionale della struttura umana…. Un punto di partenza che può aprirsi a tutti gli aspetti della vita: economico, psicologico, lavorativo, familiare, amoroso ecc

La parola è segno che nomina, che chiama, che riconosce. È necessario ritrovarla nuda e pregna, togliere la polvere dell’uso-abuso, riascoltarla senza qualunquismo e oscurantismo. La parola fonda le idee e la cultura, il comportamento sociale, la qualità delle relazioni. Prima ancora di essere comunicazione, è esistenza.

La parola poetica, che è ogni volta quella parola e nessun altra, in tutto il suo senso e in tutto il suo suono, è un viatico primario nel processo di definizione e scoperta del linguaggio.

Ogni anno verrà proposto un tema che sia un’esplorazione linguistica, e quindi sociale e culturale, a partire dalla relazione che la parola fonda tra gli esseri umani. Si incontreranno molteplici figure professionali: giornalisti, filosofi, psicoanalisti, economisti, medici, scrittori, artisti ecc.

 

Per l’anno 2013 il titolo sarà: La Fiducia

La crisi. Termine divenuto oggi di uso quotidiano per descrivere il malessere economico e sociale. Con essa si indica il “male”, essa è il male. Utilizzata come richiamo onnipotente, non lascia spazio all’azione dell’uomo. La crisi diventa il soggetto e l’alibi. Il senso etimologico del termine sta indicare in verità l’azione di cambiamento che nel corso della malattia decide la guarigione o la morte del soggetto. Ecco allora che la “crisi” non può essere considerata il passo ultimo, o la ferma statica ed immutabile di una condizione, così come oggi viene intesa, bensì la possibilità di decidere, di scegliere il cammino. Un percorso che, per essere virtuoso, necessita di complici, compagni di strada, altre parole feconde come “fiducia”, parente laica di quella fede che offre affidamento e consegna. “La Fiducia”, si declina come una necessità, un’urgenza imminente per i rapporti sociali, nel lavoro, dentro l’unità familiare.

 L’evento si svolgerà in due giornate: apertura il sabato mattina alle 10, chiusura la domenica alle 12, presso www.museodelbali.it