Alessando Assiri

attraversando jabès

Edmond, i libri passano in un attimo, sono bellezza brevemente, esistono parole leggere perché è il silenzio quel che pesa.

Ti chiederei di rimanere ma sono io che continuamente cerco riparo oltrepassandoti, perché adesso abbiamo chiamato il futuro domani per cercarci più in la o per portarci appresso il senza peso dei fogli nella tasca.

E’ da una necessità che ci si manca, dalla banalità della somiglianza.

Ogni interrogazione Edmond si sostiene con le parole che la trattengono, chiedere diventa la costante di un tempo che si fa più fragile per l’impossibilità di pensarsi più lungo, ed è sempre dalla nostra mediocrità che ci avviciniamo alle cose.

Me l’hai insegnato tu che immaginare è un’aggiungere impreciso.

In ogni pronuncia Ed fuggiamo dal volto, fuggiamo per difetto, perché così facendo ci illudiamo che l’esilio sia lo spazio del ritrovo.

Chi si dice senza radici ha già trovato il luogo delle sue parole, e ti ho sentito sostenere che luogo è uno degli altri nomi di Dio.

Credo sia nell’umiltà che non ci si debba sentire “ostaggi del silenzio”.

Credo Edmond che ogni gesto sia un testo all’infinito, ma io per ora del mio niente mi accontento, perché a volte sembra grande ogni piccolo in rivolta.

Mi accontento di un capriccio alleggerito, di una porta con la scritta uscita.

Alessandro Assiri