Alda Merini

I poeti della domenica #154: Alda Merini, Ogni mattina il mio stelo…

Ogni mattina il mio stelo vorrebbe levarsi nel vento
soffiato ebrietudine di vita,
ma qualcosa lo tiene a terra,
una lunga pesante catena d’angoscia
che non si dissolve.
Allora mi alzo dal letto
e cerco un riquadro di vento
e trovo uno scacco di sole
entro il quale poggio i piedi nudi.
Di questa grazia segreta
dopo non avvrò memoria
perché anche la malattia ha un senso
una dismisura, un passo,
anche la malattia è matrice di vita.
Ecco, sto qui in ginocchio
aspettando che un angelo mi sfiori
leggermente con grazia,
e intanto accarezzo i miei piedi pallidi
con le dita vogliose di amore.

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© da La Terra Santa [1984], ora in Alda Merini, Il suono dell’ombra. Poesie e prose 1953-2009, Mondadori, 2010

«Visioni sonanti»: intervista a Patrizia Mattioli

L’incontro con Patrizia è avvenuto nel 2015 nell’ambito di Electro Camp, Festival di arti performative che ha luogo da alcuni anni a Forte Marghera, Venezia-Mestre. Iniziava lì uno scambio forse timido ma proficuo, di letture, visioni del mondo, uno scambio che è soprattutto musicale. Mentre il mio orecchio era teso e i miei occhi erano pronti a scoprire novità e a farle proprie (o a riscoprire quello che, nel profondo, mi appartiene da sempre) il suo live con la danzatrice Marta Ciappina mi catturava, mi ammaliava. Restavo folgorata dal lavoro di Patrizia pur sentendo di non avere tutti gli strumenti per comprenderlo; la stessa cosa accadeva lo scorso gennaio a Venezia, in occasione del sesto compleanno della netlabel veneziana electronigirls: il suo live concert (che si può riascoltare qui) diventava un’esperienza di ascolto che ripeterò spesso, in seguito. Da questi ricordi affettivi e molto personali nasce la chiacchierata informale che leggiamo oggi, alla scoperta di un mondo plurimo che − proprio per la sua complessità − merita tempo e attenzione.

Alessandra Trevisan

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Da molti anni ti occupi di musica elettronica “di ricerca” e di elettroacustica ma la tua storia musicale inizia altrove. Voglio chiederti come tu sia approdata a questo ambito e di definire – in modo più appropriato di quanto possa fare io – quale sia il tuo lavoro oggi. Inoltre, non te l’ho mai chiesto ma trovo sia d’obbligo: quando è maturata questa scelta di lavorare con la musica elettronica, in quali termini si è declinata all’inizio e quali sono stati i tuoi principali punti di riferimento da subito nel tuo percorso?

La mia storia inizia dal Conservatorio di musica “Arrigo Boito” di Parma con il corso di clarinetto e il conseguimento del diploma nel 1993. In quel periodo ho iniziato a frequentare, come polistrumentista, gruppi di avanguardia musicale quali  T.A.C., Kinoglaz, Kind of Cthulhu. Sono approdata così in diversi generi musicali passando dalla musica classica, contemporanea al post industrial, al dark, eccetera. Ho iniziato ad improvvisare con qualsiasi tipo di strumentazione, synth, percussioni, gong, drum machine, clarinetti.
La possibilità di ampliare i miei orizzonti con i musicisti più svariati mi ha permesso di arrivare finalmente alla composizione. L’incontro con il teatro Lenz Rifrazioni è stato fondamentale.
Ho intrapreso un viaggio di ricerca sonora lavorando a stretto contatto con attori, registi, artisti drammaturghi, poeti. Musica per la scena scritta e suonata dal vivo. La ricerca della drammaturgia sonora.
Il percorso compositivo all’interno della compagnia è durato 8 anni, la sperimentazione timbrica si è evoluta passando dalla strumentazione classica fino all’analogico, synth, campionatori, registrazioni, concept sound di paesaggi sonori per installazioni con artisti visivi. Dopo questi anni intensi di lavoro ho deciso di intraprendere un periodo sabbatico fuori dal teatro e fondamentalmente fuori dall’Italia.

Nell’estate del 97 sono partita per Londra per esplorare me stessa e ricercare una nuova maturità artistica. L’anno londinese mi ha portato a nuove partiture, sperimentazioni con suoni urbani, musiche per cortometraggi. A Londra è nata Dance for a Tube Station, partitura per violino e paesaggi sonori ed elettronica (soundscape metropolitana londinese). Il violinista ha una notazione complessa, un concertato di linee della tube station e notazione per arco. La partitura è stata eseguita a Londra e a Monaco dal violinista Adriano Engelbrecht. In seguito The Tower of Babel Partitura per quattro lingue d’attore ed elettronica importante composizione che delineerà la mia  ricerca stilistica.
The Tower ha una strumentazione analogica – campionatori, drum machine, microfoni, pedali, effetti: le quattro voci dialogano con sonorità impazzite nella caduta della torre
La composizione vince il concorso all‘Ircam di Parigi (Institut de Recherche et Coordination  Acoustique/Musique). Ho la possibilità di studiare a Parigi per uno stage intensivo di informatica musicale all’Ircam. Da questo periodo ricco di stimoli decido di lavorare assiduamente alla musica elettronica dialogando tra analogico e digitale. Johanna M. Beyer, Alice Shields, John Cage, Luigi Nono, Erik Satie, Karlheinz Stockausen, Daphne Oram, Giacinto Scelsi, Kraftwerk, Pierre Schaeffer, Cluster, Xenakis sono stati i miei punti di riferimento del mio percorso.

Il tuo lavoro si è sviluppato in ambiti diversi e senza dubbio affini: il rapporto con il teatro e con la danza – con il corpo e la scena, forse – è pregnante nella tua pratica. In che modo la tua musica interagisce con queste forme artistiche? Potresti introdurci almeno due progetti recenti, nei rispettivi ambiti, cui hai partecipato o stai partecipando?

Il mio lavoro, negli anni, ha approfondito il rapporto con il corpo in scena. Gli ultimi progetti sono stati molto importanti: Digitale Purpurea è un live concert-spettacolo con la compagnia Stalker/Daniele Albanese. Le musiche per questo spettacolo di danza sono un vero live electronics con i danzatori che accompagnano, intercettano, scuotono ritmicamente i corpi in una vibrazione ritmica inarrestabile. Il secondo spettacolo è stato “AKASMIK – IMPROVVISO Dance Poetry Music” dedicato al poeta Roberto Sanesi: Bharatanatyam e Danza Contemporanea: Nuria Sala – Musica voce and Live Electronics: Patrizia Mattioli – Tabla Percussioni Elettronica Voce: Federico Sanesi – Poesie di Roberto Sanesi.

Improvvisare è come andare in “estasi” (letteralmente stupirsi, astrarsi dalle cose del mondo) è entrare cioè in quel particolare “stato modificato di coscienza”, attraverso il quale è possibile instaurare uno straordinario contatto con il corpo, lo strumento, la parola e la musica creata.

Il progetto “Akasmik-Improvviso” compone ed elabora dialogando a tre, la combinazione è tra movimento, flusso poetico e musica. Parola – Suono – Gesto – Visione. La raffinata e profonda poesia di Roberto Sanesi amplia lo spettro sonoro nel nostro trio, suggerendo molteplici interpretazioni possibili. Akasmik è “Improvviso”, stupore, scintilla, cogliere la visione dell’attimo. Entrare cioè in quel particolare “stato di coscienza”, attraverso il quale è possibile instaurare uno straordinario contatto con il corpo, lo strumento e la musica creata. In questa magica dimensione, ogni nota, ogni accordo, ogni suono, ogni movimento diventa meravigliosamente bello e carico di significato. Conoscersi e conoscere attraverso l’azione: danza, poesia e musica; oltre barriere di spazio e tempo, in cerca di accordi d’anima, di ponti tra terra e cielo. Le composizioni dialogano con suoni manipolati, frammenti poetici e si sviluppano con la danza e le percussioni in una estatica visione sonante.

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I poeti della domenica #77: Alda Merini, Toeletta

Alda Merini, Fiore di poesia (Einaudi)

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Toeletta

La triste toeletta del mattino,
corpi delusi, carni deludenti,
attorno al lavabo
il nero puzzo delle cose infami.
Oh, questo tremolar di oscene carni,
questo freddo oscuro
e il cadere più inumano
d’una malata sopra il pavimento.
Questo l’ingorgo che la stratosfera
mai conoscerà, questa l’infamia
dei corpi nudi messi a divampare
sotto la luce atavica dell’uomo.

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[da Terra Santa, in Alda Merini, Fiore di poesia, Einaudi, 1998]

L’inverso dell’oltre: “Carnaggio” di Giuseppe Guarneri

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Anche se il titolo sembra esibire una materialità provocatoria e aggressiva (ricorda a prima vista il Macello di Ivano Ferrari, su Poetarum Silva antologizzato qui), la poesia di Guarneri va poi in direzione opposta, produce il rovescio utopico di quella materialità, la sua contraddizione senza peso (mentre in Ferrari il sogno di un’alternativa nasceva solo dopo uno sprofondamento nell’olocausto animale). Le quattro sezioni in cui è diviso Carnaggio (Aracne editrice, 2015) fanno infatti riferimento a un altrove che potrebbe o avrebbe potuto essere liberatorio, declinando l’oltre in senso geografico (“Oltremare”), religioso (“Oltre”), mostrandolo come possibilità negata e confinata nella follia (“Non più oltre”), come atteggiamento eccessivo, anomico (“Oltremodo”), e spesso tutte queste cose insieme.
La voglia di superamento resta però irrisolta, trattenuta da una sorta di attaccamento ambiguo e rancoroso a un luogo, a una condizione (“Sul marcio/ sono condannate a germogliare/ le nostre spighe”, Mediterraneo, p. 19). Quando parla della Sicilia, l’autore non lesina clichés di ogni tipo, agitandoli con quella stessa spinta a inoltrarsi che attraversa l’intero libro, e al tempo stesso condannandoli all’immutabilità: il vento che arriva da lontano non si fa riconoscere, lascia la nostalgia di un nome (Non era, p. 68, mentre un altro poeta siciliano, Lucio Piccolo, aveva dato allo scirocco pienezza barocca, presenza concreta nel mondo); Cariddi sullo stretto aspetta sempre il miracolo, la caduta di un angelo (p. 31); il tonno che muore, “timida saetta lucida”, ricorda l’anguilla montaliana, ma la sua ostinazione alla vita è sterile, “boccheggia/ e pare cantare” (Rais, p. 27); nella bellissima Oltremare (p. 28), “il bosco/ ha profondità di specchio/ foglie di vernice/ fichi d’india di smalto”: non si scappa dal teatro dei pupi. Proprio l’immagine del pupo e delle sue declinazioni (paladino, Guerrino, ma anche “Paoli incappucciati”, e perfino Giufà) è funzionale a un immaginario neo-barocco e bufaliniano (Gesualdo Bufalino resta il modello poetico più influente in quest’opera) del travestimento e della finzione, della vita recitata. Diventa quindi la metafora perfetta per uno stato di turbata immobilità, di eroismo incatenato, del quale però non possiamo non percepire anche l’aspetto farsesco.
Ma se l’oltre fallisce, è perché esso stesso ci sembra posticcio, ingannevole. I messaggi dall’oltremare sono affidati ai cartelloni, e anche l’oltre per eccellenza è soltanto dipinto, oltraggiato dalla muffa (“vedo che i capelli/ son solo pennellate,/ che una macchia d’umido/ vela lo sguardo azzurro/ del bambino”, Affresco, p. 36). Per quanto persista un cupo rimpianto d’ateo (“Mi duole,/ più di questa carne lacerata,/ la mia assenza/ nelle tue preghiere”, Assenza, p. 35; “forse la mia fede/ m’aspetta lì,/ dove non serve,/ dove mai andrò”, Conchiglia, p. 42; ), lo accompagna spesso una nota paradossale, ironica, infine divertita (“Essere, almeno,/ un santo da calendario:/ qualcuno,/ leggendo il mio nome,/ crederebbe in me”, Recinto d’acqua salata, p. 24; “e a volte/ una bestemmia è più santa di una croce”, Erbario, p. 74; “Le saette degli Dei/ non illuminano/ che il ventre delle lucciole”, Mortali, p. 79). L’unico oltre che richiede serietà assoluta è invece l’altrove dei folli, proposto come recinto del potere, carcere dell’ordine (c’è forse Foucault nell’ideologia, Alda Merini nell’enfasi): rispetto a quello nessun distacco è permesso, nessun gioco (“Non vogliono essere curati/ riparati/ non vogliono essere salvati./ Basterebbe loro essere rapiti./ Ma corre,/ corre via il sole./ Rimane il dubbio di ogni sera,/ se qui perché dimenticati”, X, p. 56). Ma basta tornare alla società dei normali, dei legalizzati, per ritrovare l’orgoglio, eroicamente infantile, di essere al di qua delle regole, e la verve dell’escluso: “Odio gli altri/ fino a domandarmi che cosa avesse poi da dire/ un passero a San Francesco”, Calabroni e saio, p. 82. Come nella poesia Esaù (p. 38), si corre tanto, ma non ne vale forse la pena; l’oltre non ci dà garanzie, potrebbe non essere migliore; quello che abbiamo non possiamo scambiarlo con un piatto di lenticchie.

@Andrea Accardi

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Festival dei Matti 2013 a Venezia: Esìli

Festival dei Matti 2013
Quinta Edizione
ESÌLI

8-9-10 Novembre
a Venezia
www.festivaldeimatti.org
Pagina Facebook

Produzione e organizzazione
Cooperativa Con-tatto e Comune di Venezia

In collaborazione con
Associazione Culturale Alfabeti Emotivi, Associazione Culturale Caligola, Comitato Stop OPG,
IpseDigit comunicazione multimediale, mpg.cultura, Forum Salute Mentale, Marco Polo Book Store, Università Ca’ Foscari di Venezia, Sherwood.it

Con il patrocinio di
Provincia di Venezia e Università IUAV di Venezia

Si ringraziano per il prezioso e costante supporto
Ateneo Veneto, Camst, CGIL Veneto, Fondazione Banca Santo Stefano, Fondazione Franca e Franco Basaglia, I.R.E. Venezia, Telecom Italia Future Centre, BCM VEZ, Hotel Papadopoli, Hotel Principe, Hotel Ca’ Sagrado, Scuola Grande di San Teodoro

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Edizione 2013, Esìli

Quasi sempre dannazione, ma talvolta anche vita che scansa una morte annunciata, l’esilio è comunque spiazzamento, interno o esterno, disancoraggio, perdita della dimensione domestica, dell’ovvio, dolore, rottura e appello.
Esilio è fratello, ma anche padre e figlio di follia, in una parentela mobile che può scomporre genealogie e costellazioni familiari, rovesciare i destini, riaprire alla speranza.
Parleremo di molti diversi esìli e delle molte e contrapposte storie che ne sono venute. Ma soprattutto di quelle che potrebbero venirne.

Venerdi 8 novembre

Telecom Italia Future Centre – Refettorio

ore 16.00
Raccontare l’esilio
Marina Maruzzi incontra
Giulia Giraldello, curatrice di Se io sono la lingua. Aldo Piromalli e la scrittura dell’esilio (Sensibili alle foglie 2013); Magda Guia Cervesato, autrice di Tso (Sensibili alle foglie 2012); Antonio Esposito, curatore di Come camaleonti davanti allo specchio. La vita negli spazi fuori luogo (Ad est dell’Equatore 2013), e Elena Cennini, autrice di Tra stelle e ferite (nello stesso volume).

ore 18.30
Cronaca di un esilio interiore
Anna Poma, responsabile scientifico del Festival incontra lo scrittore Mauro Covacich. A seguire, reading dal romanzo L’esperimento (Einaudi 2012).

Sabato 9 novembre

Auditorium Santa Margherita

Ore 10.30
Esili senza ritorno: gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari
Tavola rotonda condotta dal giornalista Sergio Buonadonna con
Stefano Cecconi del Dipartimento welfare Cgil e referente nazionale comitato StopOPG; Dario Stefano Dell’Aquila e Antonio Esposito, autori di Cronaca di un manicomio criminale (Asini Editore 2013), Daniele Piccione, autore di Il pensiero lungo. Franco Basaglia e la Costituzione (collana 180 edizioni, Alfabeta Verlag 2013) e Franco Rotelli, Presidente Commissione Regionale Sanità Friuli Venezia Giulia.

Ateneo Veneto

Ore 15.00
Esili, viaggi, confusioni.
Massimo Cirri, conduttore di Caterpillar, incontra il regista Andrea Segre.

Ore 16.30
Abitare la distanza
Anna Poma incontra il filosofo Pieraldo Rovatti

Teatro Goldoni

Ore 21.30
in esclusiva nazionale
Delirio Amoroso
Lettura semiscenica di e con Licia Maglietta su testi di Alda Merini.

Domenica 10 novembre

Teatro Goldoni

Ore 10.30
Diritti in esilio
Tavola rotonda condotta da La Pina di Radio Deejay con
Giuseppina La Delfa, Presidente Associazione Famiglie Arcobaleno, Camilla Seibezzi, Delegata Diritti civili, Politiche contro le discriminazioni e Cultura lgbtq del Comune di Venezia, e Luca Morassutto, Avvocato del Foro di Ferrara e referente area penale di http://www.articolo29.it.

Teatrino Groggia

Ore 16.00
La bella Rosaspina addormentata.
Favola per bambini e adulti.
Spettacolo teatrale programmato in collaborazione con Associazione Culturale Alfabeti Emotivi e MPG Cultura.
Testo e regia di Emma Dante con Gabriella D’Anci, Rossana Savoia, Emilia Verginelli della Compagnia Sud Costa Occidentale. Assistente alla regia Davide Celona. Luci di Gabriele Gugliara.
Lo spettacolo fa parte del progetto Teatro Arcobaleno, promosso da Gender Bender Festival in partnership con Famiglie Arcobaleno, Teatro Testoni Ragazzi / La Baracca, Fondazione ERT Emilia Romagna Teatri, Pubblico Teatro di Casalecchio e Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università degli Studi di Bologna.

Teatro Goldoni

Ore 18.00
OBELIX&ASTERIX
Anteprima Nazionale de L’accademia della Follia.
Testo e regia di Claudio Misculin con Dario Kuzma, Giuseppe Feminiano, Ana Dalbello, Claudio Misculin, David Murcia Gonzalez, Gabriele Palmano, Donatella Di Gilio, Tadeu Liesenfeld, Giuseppe Denti.
Spettacolo teatrale liberamente tratto da Asterix e il Regno degli dei di Goscinny-Uderzo, Mondadori 1984.

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I luoghi del Festival

Ateneo Veneto – Campo San Fantin, San Marco 1897 –  Fermata Vaporetto: Fermata Vaporetto: fermata Rialto linea 2 o fermata Rialto o S. Angelo linea 1

Auditorium Santa Margherita – Campo Santa Margherita, Dorsoduro 3689 – a piedi da P.le Roma direzione Accademia

Telecom Italia Future Centre – Campo San Salvador, San Marco 4826 – Fermata Vaporetto: Rialto – Linee 1 o 2

Teatro Goldoni – San Marco 4650/b – centralino: Tel. 041.2402011 – biglietteria: Tel. 041.2402014 – Fermata Vaporetto: Rialto Linea 1 o 2

Teatro Groggia – Cannaregio, 3161 – Fermata Vaporetto: S. Alvise – Linee 4.1- 4.2 – 5.1 – 5.2

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Info e prenotazioni

www.festivaldeimatti.org – Pagina Facebook
info@con-tattocooperativa.it

Tutti gli appuntamenti sono ad ingresso libero fatta eccezione per

Delirio amoroso e Obelix&Asterix

Prevendite: www.teatrostabileveneto.it
Info Teatro Goldoni: Tel. 041.2402014

La bella Rosaspina addormentata.

Info e prenotazioni: Associazione MPG Cultura; www.mpgcultura.it ; info@mpgcultura.it

“Ci sono notti che non accadono mai”: ad Alda Merini, con un’intervista a Silvia Rocchi

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Ci sono notti
che non accadono mai
e tu le cerchi
muovendo le labbra.
Poi t’immagini seduto
al posto degli dèi.
E non sai dire
dove stia il sacrilegio:
se nel ripudio
dell’età adulta
che nulla perdona
o nella brama
d’essere immortale
per vivere infinite
attese di notti
che non accadono mai.

Alda Merini.

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Alda Merini è stata una poetessa prolifica: è grande l’abbondanza dei suoi scritti e allo stesso modo è stata profonda e piena la sua solitudine. Solitudine è forse un termine abusato nella nostra società ma non c’è nulla di più aderente alla vita di Merini: è come una chiave di volta per capire i suoi testi, anche nell’amore per lo sconfinato e l’indicibile, anche lì la solitudine si fa corpo, è collante per i versi. Da qui voglio partire, dalla comunicabilità di questa solitudine e dei suoi testi, che confluiscono in un’opera di omaggio all’autrice, un fumetto recentemente uscito per Beccogiallo dal titolo Ci sono notti che non accadono mai. Canto a fumetti per Alda Merini. L’artista della sceneggiatura e dei magnifici disegni che lo compongono è Silvia Rocchi, che percorre un doppio filo di narrazione per portare in scena l’esistenza spesso sbandata e senza punti di riferimento di Merini, intersecandola con la sua stessa poesia. Tante le citazioni che evocano mondi, luoghi, situazioni, calando la poetessa milanese nel quotidiano anche, riappacificando l'”ogni giorno” con l’altezza di alcuni suoi slanci poetici. C’è tutto il potere della metafora, è vero, come ben dice la stessa Silvia Rocchi nella postfazione al volume, c’è un sicuro trattare l’esperienza in modo filologico, temporale – i versi pre-manicomiali e i versi post-manicomiali – che creano e restituiscono un senso circolare. Cito ancora Silvia Rocchi nel ripercorrere il doppio filo, quello di una Merini senza volto che vaga alla ricerca dei volti altrui, in cui riconoscersi (prima), in un gioco – a mio personale avviso – molto simile a quello delle recenti performance di Marina Abramovic, quello di una Merini tra amore, violenza e pietà (poi) sempre alla ricerca di redimere se stessa. In questi disegni c’è il riverberare d’un destino ellittico e spezzato, che è già nel verso. La solitudine è “tema sostanziale”, che affranca il disegno, e alla fine lo esplode, come fanno il motivo del “dettaglio” e del silenzio, pregnante, anche laddove la parola (non) è pronunciata: i versi sono spesso voci fuori campo che invadono la pagina, e nel loro dirsi, nel loro riecheggiare nello spazio, si riappropriano dello spazio stesso e, come già la solitudine, si fanno corpo. C’è poca Milano però, che resta trasfigurata, appena accennata, abbozzata, o che sta sullo sfondo, in disarmonia con l’io; ci sono le colline, e ci sono gli interni, chiusi.
Merini ha scritto moltissimo ma credo sia giusto provare anche a spostare lo sguardo per richiamare altre immagini che Rocchi mette in movimento dal mio punto di vista, e proverò a riconsegnarne qualcuna perché quando un’opera comunica significa che funziona: c’è ad esempio una splendida citazione da Virginia Woolf nell’immersione nel fiume, nella decima tavola qui; la bocca che dice Sarò invece, nella tavola a pagina 5, possiede una rara sensualità, penetrante come un quadro di Egon Schiele.
Questi disegni tuttavia, risvegliano anche versi di altre poetesse; di Mariangela Gualtieri, ad esempio:

Volevo tutte le sbandate
essere viva fino allo scortico
essere tavolo pietra bestiale essere
bucare la vita coi morsi
infilare le mani in suo pulsare
di vita scavare la vita scrostarla
sfondarla spericolarla battermi con lei fino
ai suoi sigilli.
Per amore – per amore – tutto per amore.

e soprattutto di Anna Maria Carpi, che sintetizza anche tutta l’opera di Rocchi, secondo me:

IL MIO CUORE ha l’accesso stretto
il sangue non ci passa facilmente
o rigurgita o rimane dentro,
così gli altri non sanno
che passione ho per loro
che potrei
fermare anche gli ignoti per la strada
e dirgli
tutto quello che ho dentro e non mi passa –
e sarebbe la grazia.

Alda Merini il 21 marzo scorso avrebbe compiuto 82 anni. Questa è una dedica a lei con un’introduzione e un’intervista a Silvia Rocchi che qui segue, perché ci sono notti che non accadono mai e ci sono anche giorni che non accadono mai, ma ci sono vite che accadono e rappresentarle significa renderle eternamente accessibili.

(c) Alessandra Trevisan

***

Perché Alda Merini e come ti sei avvicinata alla sua poesia?

Perché mi è stata proposta dalla casa editrice BeccoGiallo. Io conoscevo la sua opera post manicomio, per una serie di mie ricerche legate anche a Basaglia e Tobino, ma dal momento in cui mi sono messa al lavoro sulla sua vita e la sua opera, mi sono completamente immersa nelle sue poesie in modo più complesso, più profondo.

Il doppio binario dei tuoi disegni si “fa” soprattutto in un gioco di citazioni di versi che evocano il visivo, e non solo. Con doppio intendiamo la storia narrata nel fumetto che s’intreccia ai versi di Merini, e viceversa. Voglio chiederti qual è stato il processo creativo che ha portato a questa tua opera.

Ho deciso di approcciarmi alla sua vita in questo modo “doppio”, perché per prima cosa non ritenevo giusto che la vita di una poetessa fosse raccontata da qualcuno che poeta non è. Per rendere al massimo la sua opera e il mio omaggio dovevo aver qualcosa con cui competere, e certo nel mio caso non è la scrittura. Così ho provato con il disegno, nel racconto si procede per immagini e per come la vivo io la parte importante è quella inferiore della tavola, più forte, più viva, di quella che dovrebbe essere la vita vera nelle scene superiori.

Una poetessa che stimo molto, Anna Toscano, dice che «i dettagli sono empatici/ aprono mondi». Ciò che mi colpisce dei tuoi disegni, da non esperta, è la cura dei dettagli anche laddove i personaggi appaiano – come Merini – senza volto o “spezzati” o per meglio dire “interrotti”. Ci puoi parlare di questa tua scelta che “fa stile”?

Non so se questa scelta fa veramente “stile” quel che so è che non mi piace aggiungerne dove regolarmente servono, come i dettagli del volto, che si perdono sempre, piuttosto aumentarne dove sono necessari per l’atmosfera della vicenda, come un comodino con i suoi oggetti, che richiamano la sua presenza. Inoltre il viso, l’espressione si perdono anche a favore dell’anatomia delle corse o delle brevi passeggiate per ritrovarli invece nei momenti in cui il taglio della vignetta si avvicina molto.

Mi piace pensare – forse per deformazione – che ogni artista, anche chi si occupa strettamente di arti visive, abbia a cuore la musica. Voglio chiederti dunque: che colonna sonora – se esiste – ha generato questo lavoro? Hai mai pensato ad una soundtrack che lo possa accompagnare?

Qualche tempo fa odiavo chi a questo genere di domande rispondeva con un impreciso: “ascolto un po’ di tutto”, ma purtroppo per me, oggi questa risposta mi rispecchia in pieno. Nel momento in cui so quello che devo fare, a storyboard ultimato, quando mi butto a corpo morto e passo ore e ore alla scrivania, i gruppi o i cantautori che mi accompagnano sono tanti e diversi, e no, non non ho pensato ad una soundtrack, altrimenti sentirei solo gente lamentarsi per esempio di gruppi come i Crass che con Alda Merini hanno poco a che fare.

A che progetti stai lavorando ora?

Sto finendo di preparare la mostra Bosco di Betulle, la cui inaugurazione si terrà il 5 aprile a Firenze, in via Cavour. Un progetto che per mesi ho condiviso con due amiche e colleghe Viola Niccolai e Francesca Lanzarini, trovandoci di volta in volta nei nostri rispettivi luoghi di provenienza per lavorare insieme sulla nostra memoria visiva/emotiva, in incisione, fotografia, pittura. Allego un link: http://boscodibetulle.tumblr.com/; per il resto inizierò un corso di incisione intensivo che mi terrà occupata per tre mesi e dopo vedrò.

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8512648309_c4cd1a3a69_bSilvia Rocchi è nata a Pisa nel 1986; ha studiato pittura a Firenze e illustrazione a Bologna. Nel 2009 ha contribuito alla nascita del collettivo La Trama, una piccola realtà dedita all’autoproduzione di fumetti. Questa per Beccogiallo è la sua straordinaria opera prima.
Sul web: http://silviarocchi.blogspot.it/

La foto che apre questo post è stata scattata presso Gatto Rosso, Cooperativa Sociale “Controvento” a Mestre (VE), nel quale lo scorso 5 gennaio e per alcuni giorni si è tenuta la bella mostra di tavole da Ci sono notti… che mi ha fatto conoscere questo volume. “Controvento” è anche un po’ casa, un luogo adatto per ospitare questo genere di iniziative aperte. Qui trovate un video della lettura fatta in occasione dell’inaugurazione della mostra. Buon ascolto!

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

Opera tutelata dal plagio su www.patamu.com con numero deposito 56540

Come leggono gli under 25 # 5 – Ballate non pagate – Alda merini

Risucchiata dall’esistenza: Alda Merini e le sue Ballate non pagate

di Alessandra Trevisan

«Ad una cert’ora della notte non c’è più nulla: solo le parole, un libro, un vecchio calamaio e un foglio. SOLO LA LETTERATURA INTRIDE COMPLETAMENTE la mia vita, e mi salva dalla solitudine». Lo appuntai su un post-it giallo nell’autunno del 2007 e lo appiccicai dentro Ballate non pagate di Alda Merini. Lo penso ancora, e non mi vergogno della ‘fictio’ che si nasconde dietro quell’ingenuo ‘calamaio’. Era poco tempo fa eppure paiono quattro vite fa; all’epoca non capivo quasi nulla di poesia, o meglio non la sentivo torcermi le viscere come accade ora, ferirmi e curarmi assieme. Questo pensiero privato si fa pubblico per due ragioni: una riguarda la catarsi (comprensibile), l’altra la centralità del tema qui invocato ossia ‘la solitudine’; inflitta, auto-inflitta, allontanata, risvegliata, male-di-vivere più acuto rispetto alla malattia mentale di cui la Merini ha sofferto per molti anni, è anche perno dell’antologia uscita nel ’95 ma che raccoglie versi dall’89 al ‘93, assieme al corpo (si parla di donne, e ancora si parla di corpo, sempre), all’amore e a Dio (e molta letteratura greca, com’è sin dalle prime raccolte).

«Ho una nave segreta dentro al corpo,/ una nave dai mille usi,/ ora zattera ora campana/ e ora solo filigrana» oppure «Ho gli inguini decisi/ come una donna/ ma son già lontana/ dalle richieste delle praterie». L’autrice cerca se stessa nei versi che son pendici del suo corpo, estremità imprescindibili della sua anima, e non si può dire altrimenti. Cos’è la poesia staccata dall’esperienza per Alda Merini? Cos’è la poesia senza il suo corpo ingombrante? Cos’è la sua scrittura senza il dolore, che rifugge il luogo comune, che trova però nel sangue e nella carne la sede del pensiero – e si direbbe anche nell’utero per quest’autrice altra. Niente, non sarebbe stata niente la sua poesia, avrebbe perso ogni sfumatura, ogni significato. Le immagini non facili, si intrecciano l’una sull’altra, come le sensazioni i sentimenti vissuti sino in fondo anche solo con le parole e tuttavia totali. E queste ballate nuove per il corpo – che non seguono lo schema classico della canzone a ballo -, non sono (ri)pagate perché condivise sì ma senza nulla in cambio.

Nel 2008 in un Teatro Bibiena gremito nell’ambito di Festivaletteratura, Alda Merini già molto malata sedeva su un palco fumando e parlando in versi: non svogliata ma assente, spostata, sola tra le sue parole. Fu un’ora di pura bellezza, d’incanto. Alda Merini resta per me un’esperienza fisica, e non solo letteraria, quella, l’essere travolta dalla sua poesia, che era la sua vita.

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Ballate non pagate: gli amori di Alda Merini

di Maddalena Lotter

A parlare di Alda Merini ci si trova impigliati in un fitto gomitolo di esperienze, perché se c’è una cosa che ha caratterizzato la vita della poetessa è proprio la voracità, la turbolenza con cui essa è stata affrontata dal principio. Le liriche della Merini riflettono questa ricchezza, questa ridondanza di immagini vissute (o create, nell’arte non fa differenza) e ricordate: “Liberatemi il cuore / da questa assurda stagione d’amore / piena di segreti ricordi” (Ballate non pagate, Einaudi 1995). La raccolta delle ballate comprende liriche dal 1989 al 1994, cioè dopo il Tutto, dopo il manicomio, dopo la guarigione e le ricadute, dopo la rabbia contro Dio, dopo quello che la Merini definì come un inferno terreno: “mi piace anche l’inferno della vita e la vita spesso è un inferno” (intervista alla poetessa). Le ballate però dimenticano questo rapporto-scontro fra la poetessa e il mondo, raccogliendo piuttosto storie reali, tangibili, ritratti di personaggi (G. Manganelli, M. Perri, “Titano”), presenze “cercate nel quotidiano da una donna forse stanca di Dio … un Dio a lungo chiamato e oggi un poco accantonato per aprire più decisamente le braccia al pagano, da sempre rimasto sull’uscio.” (Laura Alunno, prefazione al testo). Le Ballate sono insomma la certificazione dei legami vissuti, come in “Ricolma il tuo vuoto, amore / stampa gli occhi al cielo / come un’offerta mobile di ombre … Vorrei il vuoto della tua pienezza. / Insieme, misurandoci i ginocchi, / abbiam patito aspre dissonanze.”, e anche “Sei la finestra a volte / verso cui indirizzo parole / di notte, quando mi splende il cuore / e il pudore è vano”. Commuovono in Alda Merini la precisione e l’adozione rigogliosa del vocabolo, ad arricchire le crude realtà dell’amore, spesso molto semplici, talvolta addirittura scarne.

Una lettera, una fiammella (post di natàlia castaldi.)

Alda Merini – foto di Guido Harari

Scrivo questo post direttamente sulla pagina dell’editor, così “a caldo”, non lo faccio mai, ma oggi è stata una giornata particolare, con un bel sole primaverile fuori e tanta pesantezza nel cuore.

Dicono che succeda sempre qualcosa quando ti senti appesa ad un filo, a me succede sempre; sarà un caso, ma ogni santissima volta che dico basta è come se qualcosa mi tirasse per i capelli riportandomi alla penna, ed in un modo o nell’altro questo scossone spesso è venuto da Alda – che strano!?! – ho appena finito di leggere una mail inviatami dalle quattro figlie di Alda Merini, ecco, non so come sia successo, probabilmente staranno inviando quella stessa lettera a tutte le persone che curano spazi in rete dedicati alla poesia, ma a me è successo di riceverla proprio oggi ed ho pianto per la mia piccola fiammella.

Nella mail mi invitavano a visitare il sito che hanno dedicato alla loro “ape furibonda”, sito che già conoscevo e già presente tra i link di questo blog, tornarci dopo le parole delle figlie ha avuto un senso profondo, intimo, che non so tradurre in parole, ma che spero di condividere con voi.

Vi invito, quindi, ad entrare qui  http://www.aldamerini.it/ e “ascoltare”

grazie.

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Dalla raccolta “La volpe e il sipario”

La mia poesia è alacre come il fuoco

La mia poesia è alacre come il fuoco,

trascorre tra le mie dita come un rosario.

Non prego perché sono un poeta della sventura

che tace, a volte, le doglie  di un parto dentro le ore,

sono il poeta che grida e gioca con le sue grida,

sono il poeta che canta e non trova parole,

sono la paglia arida sopra cui batte il suono,

sono la ninnanànna che fa piangere i figli,

sono la vanagloria che si lascia cadere,

il manto di metallo di una lunga preghiera

del passato cordoglio che non vede la luce.

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Sono nata il 21 a primavera … (post di natàlia castaldi)

Sono nata il ventuno a primavera

ma non sapevo che nascere folle

aprire le zolle

potesse scatenar tempesta

Alda Merini – foto di Giuliano Grittini

Io sono rimasta la stessa donna, un po’ enfatica e molto credulona, amo il quieto vivere e un certo tipo di tranquillità. Però, penso che in qualsiasi momento un serpente stranamente innocuo possa tagliare in due le nostre ferite. Non so da dove possa sbucare un serpente o che cosa sia il sibilo della paura e del malconsiglio. so che la gente quando non capisce inventa e questo è molto pericoloso.

***

Il delitto perfetto non si vede, ma si sente. Si sente nelle viscere, nelle calamità dei giorni, nella scomparsa improvvisa di amici e parenti, che si comportano esattamente come quando ero in manicomio: non si facevano vedere, per vergogna, per umiltà o perché non gliene importava niente della tua morte. In manicomio si moriva; per esempio non c’era niente in manicomio che facesse pensare a una casa, era tutto straordinariamente essenziale, inutile e propagandava l’ospedale.
Il manicomio é come un enorme balzo all’indietro, é la rivelazione di una cattiveria inenarrabile di cui tu straordinariamente ti senti autore. E come fai a essere autore se sei vittima?
Non so quanti libri ho scritto, quante poesie, e continuano a chiedermene, come se la mia mente non avesse bisogno di un naturale svago, come se la catena di montaggio non finisse più. Sono nauseata, schifata.
Mi sono vista sgusciare via dalle mani degli amori incredibili, bellissimi, pieni di poesia, per colpa di queste viziose case editrici che vogliono il peccato mortale del denaro. Forse il manicomio si apre per questo, perché il vero peccato mortale per gli uomini é la libertà. E quando uno, come me, vuol vivere in qualche modo, o sentirsi bene in qualsiasi modo, non ha una causa coerente, non ha un guadagno sicuro, allora é colpevole.
Se poi é straordinariamente innocente, diventa doppiamente colpevole.
S poi é una bella donna, diventa l’oggetto d’invidia di tutte le paranze che ormeggiano fuori casa, e se sei un bell’uomo dicono che tu hai attentato alla loro verginità. Balle.
In fondo il manicomio é la casa di Nazaret, dove non c’é niente di niente, ma paglia da imballaggio e asini e somari. Però, piuttosto che niente, va bene anche la paglia. Infatti i nostri non erano letti ma pagliericci.
Quando mi dicono che la mia casa é in disordine, e lo é (la sovraccarico di roba), non immaginano che ho provato il peggio e quindi me ne strafrego dell’ordine e del disordine. L’essenziale é avere un tetto. Ma che tipo di tetto? Sul nostro tetto non viaggiavano gli operai come su casa mia. Non ci molestava nessuno, anzi, ci ignoravano del tutto, e questo era per loro un grande ossequio alla malattia mentale, che voleva dire un grande menefreghismo. Tanto che io non parlavo più.
Ho imparato a parlare anni dopo, col tempo, ma mi hanno subito rubato le parle di bocca e si sono magiati anche quelle. Così finirò con una battuta che mi disse un’infermiera: “Lei non ci ha mai detto in tanti anni che scriveva”. Io le ho risposto: “Perché non ero matta”.
siamo usciti dal manicomio dopo dodici anni, al manicomio ci tenevano puliti. Allora poi siamo usciti, ci siamo sporcati con la terra, ci siamo cosparsi il volto ed il corpo, perché per dodici anni eravamo vissuti al chiuso e al pulito, sognando di poter toccare le rose, l’erba. Usciti dal cancello non ci potevamo credere. Eravamo di nuovo liberi di vivere sporchi. E quando mi dicono che sono disordinata, e lo sono, non sanno che io ho visto il peggio e sono sopravvissuta.

Alda Merini, da “La nera novella” – ed. Rizzoli romanzo.