alchimia

Opera al verde

opera al verde

foto Giovanna Amato

La madre è seduta al margine della sedia. Penna e taccuino mangiano spazio alla tazzina del caffè, mentre il libro da cui prende appunti è disteso, aperto, sulle sue ginocchia. Ha provato a tenerlo dritto contro il tavolo sostenendolo con le mani, ma il libro è così pesante da averle indolenzito il polso. Ed è strano, pensa, se è vero che da un mese quel tendine è allenato a reggere un essere umano.
Così la madre sta, tranquilla, china. Lo sguardo a volte corre alla bambina; se potesse spiegare il movimento con cui suggerisce all’occhio di spostarsi, la madre direbbe che somiglia alla gittata con cui i serpenti sibilano la lingua. Ma la verità è che non è lei a dettare legge all’occhio. L’occhio sibila verso quel viso piccolo quanto una mano, quel naso minimo ma già definito e le ciglia lunghe, perfettamente umane, e non c’è niente che lei possa fare per impedirgli questa discreta, sibilante sorveglianza. Le avevano detto che una volta che avesse avuto un figlio il suo corpo, ogni molecola dentro il suo corpo, non avrebbe avuto altra occupazione che custodire il suo bene: e allora lei aveva immaginato quel bene come un panetto da stringere contro il vestito, e se stessa brancolante contro minacce temibili e improvvise. Nessuno l’aveva avvisata che invece ogni minuto si sarebbe riversato nell’altro, ciascuno completamente dotato di senso se lei avesse fatto il gesto giusto, se avesse ascoltato un impulso di sopravvivenza dieci volte più potente a quello cui era stata abituata dovendo preservare la sua sola vita. Nessuno le aveva detto che la sua mente si sarebbe gonfiata fino a inglobare la tenera, scapestrata autoconservazione e l’istinto superbo di tenere inchiodato al mondo quello che fino a un mese prima era stato parte del suo corpo. Il senso di colpa la assorda dalle due direzioni del tempo (avrà fatto? potrà fare?) come una ventata sbalestra il tragitto di un’ape operaia, e lei scende a patti con quella convivenza ogni centimetro che sua figlia conquista, ogni sutura del cranio che si prepara a saldarsi. Ora legge, mentre niente può distrarla, nemmeno la semplice verità del fatto che i suoi occhi a volte guardano altrove. Il suo corpo è un radar, un soldato lungimirante e addestrato. Sa che quello su cui poggia i piedi è un terreno, come sa che il lastricato sveglierà la bimba quando vi passerà con la carrozzina; quei giganti castani attorno a lei sono dei platani, e già si chiede se lei, cresciuta, apparterrà a quel popolo buffo che starnutisce a primavera; l’eco lontana di un pallone definisce il tracciato da evitare al rientro; la sua guancia misura l’intensità del vento per calcolare l’opportunità del ritorno. (altro…)