Alberto Pellegatta

Qualcosa di inabitato (Stelvio Di Spigno, Carla Saracino)

2013-12-24 17.40.40

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Stelvio Di Spigno

*

Quadranti

Quanti fascicoli di luce, quanti sguardi innevati,
e mattine il cui carico è dolore dovrà attraversare
questo corpo corale di tutte
le gioie distrutte, i disamori, le cadute,

prima che il tempo di ognuno anche per me
si esaurisca, sulla soglia di casa, o rinculando
con montagne di parole nella mente, guardando
solo il cielo, facile da vedere qui da Anzio,

quando, per non odiare gli uomini, storci il collo,
distrai gli occhi, punti a caso dentro una stradetta
senza uscita,

e i lavori in corso sono la sola certezza
che tutto si riabitua e si riabita,
ma non saremo noi a goderla, la felicità promessa.

*

Napoli rivisitata

Forse hai capito quale festa ti dà gioia,
se Ognissanti o Natale, mentre previeni
il vento ottuso del porto, con tutti
quei presepi di barche e budelli,
e fuori c’è l’aria secca dei palazzi, e sembra che il Vesuvio
bruci elettricità nell’atmosfera: un giorno
andammo con mio nonno a leggere le pietre
nella grande vasca della stazione,
e su di loro c’era un volto napoletano.

Città di fame immonda e solo da guardare: oggi
lavoro lontano, non posso vederti invecchiare,
hai un saluto per tutti nelle asole bollenti,
e passi in umiltà senza domandare
che i tuoi arrivi siano scaltri la sera, che si disfi
quella mole di infamia che ti fa nera, che una mano
infili nel fitto dei tuoi vicoli una riserva umana
di latte impiantato tra colli e caserme.

Ogni volta che hai pianto ti ho visto
perdere a dadi ogni verginità, e come
se fossi una madonna abbandonata
in una delle mille edicole di quartiere,
ho cercato la tua essenza da amare
dentro un barattolo di complimenti a ore,
sapresti regalarmi ancora un po’ di castità
fermarti dove si passa dal diluvio alla sciagura,
essere in tempo per salvare ancora te
dalla tua storia  e insieme prendermi e farmi
ancora tuo, come quando ero
uno dei tuoi fantasmi arroventati.

*

Diario, 2.1.2004

Andrea è in Francia e io me ne sto qui,
cercando di guarire ma peggioro –
È tremendo
come può avvoltolarsi
la vita intera a un gambo di ortica,
succhiarne tutto il succo,
bollire sulle labbra, morire di bruciore,
credendolo piacere.

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*

Carla Saracino 

*

Non parlare, vita d’una volta.
Ogni scrittura sul foglio
della fatica di ricordare
è dilapidazione, preparazione
alla morte.
Sii dentro, sta’ reclusa.

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*

A poche cose dedichiamo un nome.
Nella vita, come nella menzogna,
i nomi coincidono col cuore.
E a nulla vale crederli.
Loro sanno  cosa non dire.

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*

Cercare il cuore del secolo nelle case
abbandonate del materano, un pomeriggio,
mentre l’erba stipa sotto terra l’annuncio
del tempo che non vedrai.
Essere nella fiamma del camino d’un albergo
senza bellezza
e fumare il gelo sulle labbra alla fastidiosa cerimonia
della cena.
Essere in tanti dentro se stessi, una volta sola negli altri.

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*

Alla tua vita imploro una cosa:
restare nascosta dove io passo.
Alla tua vita non chiedo altro che
il colmo di un vile significato.

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Stefano Di Spigno, Carla Saracino, Qualcosa di inabitato, EDB Edizioni, Milano, 2013.

Wilderbeast di Jack Underwood e Francesca Moccia

jack

Titolo: Wilderbeast

Autori: Jack Underwood e Francesca Moccia

Editore: Edb Edizioni, 2013

È una novità e un privilegio, come afferma Alberto Pellegatta, curatore della collana Poesia di Ricerca, per EDB Edizioni, poter ospitare nel nuovo volume Wilderbeast la voce di uno dei giovani di punta della nuova poesia inglese, Jack Underwood – che nel 2009 è stato pubblicato nella prestigiosa collana di poesia dell’editore londinese Faber&Faber – e quella di Francesca Moccia. Il volume, arricchito da tre disegni della brava scultrice Nada Pivetta, è anche l’esordio in italiano di Jack Underwood, che qui viene tradotto in maniera efficace dallo stesso Alberto Pellegatta.

Il titolo del volume Wilderbeast è tratto proprio da una poesia di Underwood, espressione intraducibile e gioco di parole, che può essere definito come qualcosa che va oltre il selvaggio, luogo o animale che sia, Wilderbeast è un’affinità di significati.

Underwood con la sua poesia apre un sentiero dantesco nella nostra vita di tutti i giorni, l’immaginario infernale si sposa alla quotidianità, al guardare in una luce differente, nuova, una teologia d’impatto, in una finezza del dettato che sprigiona significati e imposizioni di immagini.

Un chiaro esempio di questa poesia è A volte la tua tristezza è uno yacht: “enorme, bianco e costoso, come un’incudine/ caduta dal cielo: come saliremo a bordo/ se a forza di guardare in alto ci fa male il collo?/ Altre volte è una pietra su un prato all’inglese, e la materia/ non può mai essere distrutta. Ma oggi la teniamo ferma/ sul bordo del tuo letto, chiudendo gli occhi/ su un’altra ora aperta ascoltando/ le voci dei nostri vicini avere le voci/ dei loro amici a pranzo”.

Il campionario di Underwood non si traduce mai in derivazioni o logiche semplicistiche di pensiero o autobiografia; Underwood vive nel suo elemento selvaggio, dove nulla può sembrare compiuto ed eterno, dove il mutamento è regola, prassi.

La ricerca costante di una nuova terminologia di vita porta questo autore a comporre poesie come Teologia, dove il pensiero si scioglie in immagini ipnotiche e di estrema tensione come se la realtà fosse del magma da raffreddare o pietra scritta con inchiostro speciale: “Ho provato a pensare allo zoo,/ all’uccello che ha visto con la testa a incudine,/ alle lucertole che si aggiravano furtive nella casa dei rettili./ Era stata una buona giornata./ Ma ricordava la pantera nel recinto/ dove aveva aspettato trenta minuti,/ fissando la scura capanna nascosta tra gli alberi./ Immagina se non ci fosse la pantera”. Ora questa filosofia dello sguardo, di un pensiero sempre in attività, fa incontrare il diavolo, la bestia, quella vera, che pur rappresentata nella sua immagine più iconica richiama i vizi di sistema, i propri ricordi che risultano tentazioni, ombre dei nostri segreti e accenti più remoti: “…..Sono andato avanti, accelerando il passo. Satana ha cambiato tattica;/ mi ha immerso in sensazioni: la prima volta ubriaco,/ il calore di una bugia ben raccontata, l’adolescenza/ intravista tra i seni della parrucchiera,/ il profumo dello shampoo e l’alito di sigaretta./ Quindi da una piega del culo ha richiamato la pioggia/ e la coda davanti a un fish and chips, il sapore di birra e gassosa,/ le umide scarpe da calcio che fa penzolare per le stringhe,/ da cui cadono ghiande e castagne matte….”.

Discorso completamente diverso per quel che riguarda Francesca Moccia, autrice di poesia già nota, che può vantare l’inclusione in due importanti antologie di autori nati negli anni settanta, I poeti di vent’anni, a cura di Mario Santagostini (Stampa, 2000) e Nuovissima poesia italiana, a cura di Maurizio Cucchi e Antonio Riccardi (Mondadori, 2005), dove già aveva dato prova delle sue capacità tattili e materiche nell’affrontare un mondo allucinante e strisciante così compiutamente espresso nel suo primo libro La muffa del creato (Lietocolle, 2005).

Francesca Moccia è un’autrice molto particolare, dai tratti oscuri e permeabili; la sua poesia prova che esiste ancora una tensione vera per la parola, per un ribilanciamento della lingua e una vera ricerca, che porti ancora al centro l’originalità; chiaro esempio ne è questa poesia: “Le labbra di lupo finanziano l’anima/folte sopracciglia il particolare./ Disserta d’affari gli occhi/d’insetto stringono domande./ Il corpo cullato come fosse un rito sacro./ Ritaglia il gallo la lamiera, invoca il sole/ spalanca il becco, strilla”.

I paesaggi della Moccia stringono la realtà a idee di pensiero spesso poco rappresentate nella nostra poesia contemporanea. La sua scrittura stagna in un’idea metafisica della poesia, sempre lampante, come il prolungamento di una scia, il suo inarrestabile vortice trascina ogni cosa rendendo sogno e realtà la stessa attesa: “Lei è una piccola fantasia tra due/punti./ Somiglia a tanti è un’ipotesi che/ passa per uomo”. E ancora, l’idea presente di muovere la materia oltre i confini della decifrazione, in territori allucinati dove la compressione del mondo si distende e si respira una nebbia d’immagini interiori: “Un albero è vissuto senza bosco./ Svelato, appoggiato:/sembianze di un sogno”.

Nell’opera di Francesca Moccia qualcosa di sconosciuto ci prende in contropiede e crea connessioni di senso; idee e parole non sono più ostaggio della rappresentazione ma sostantivi certi e selvaggi: “Nella nebbia le figure si adattano/ la collina è un filo che si ritira/era freddo, ogni distruttore si alza/ al mattino e attacca l’opera./ Assapora pianissimo il dolore delle tue ossa./ La terra ha respiri più profondi dell’acqua”.

IL CERVO APPLAUDITO di Leopoldo Maria Panero

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Autore: Leopoldo Maria Panero

Titolo: Il cervo applaudito

Introduzione e traduzione: Ianus Pravo

Editore: Edb Edizioni, 2013

È uscito da poco per l’editore milanese Edb, nella collana “Poesia di ricerca”, diretta da Alberto Pellegatta, il nuovo libro di Leopoldo Maria Panero Il cervo applaudito. Introdotto e tradotto da Ianus Pravo, il libro è inoltre arricchito da due disegni di estrema raffinatezza firmati da Massimo Dagnino.

Il cervo applaudito è un’opera molto particolare: un’opera “dettata” dall’autore stesso a Ianus Pravo durante i loro incontri a Las Palmas di Gran Canaria, l’esilio solare dove da più di dieci anni Panero vive, ospite dell’ospedale psichiatrico. È solo da qualche anno che il pubblico italiano di poesia conosce meglio l’opera di Panero; sono stati pubblicati per l’editore romano Azimut Narciso nell’accordo estremo dei flauti nel 2005 e Dal manicomio di Mondragon nel 2007, sempre a cura di Ianus Pravo, che ne ha tradotto i testi. Un paio di anni fa è invece uscito Peter Pan non è che un nome per l’editore “Il Ponte del Sale” con traduzioni e curatela di Sebastiano Gatto e Ianus Pravo.  Nel 2011 è inoltre stato pubblicato il libro Senz’arma che dia carne all’imperium da Società Editrice Fiorentina, che contiene alcune poesie inedite in Italia di Leopoldo Maria Panero e di Ianus Pravo. In ultimo, è apparso nel mensile di Crocetti “Poesia”, Luglio/Agosto 2012 N. 273, un bellissimo saggio e traduzione di Alessandro De Francesco alla poetica della “crudeltà” di Panero.
Il cervo applaudito si conferma una piccola novità editoriale: il libro infatti è inedito sia in Italia che in Spagna.

Coglie nel segno l’incipit dell’introduzione al volume di Ianus Pravo, che cita il verso di T.S. Eliot, tratto da i Quattro Quartetti, «In my end is my beginning»: nessun altro poeta contemporaneo come Panero conosce e soffre l’impossibile identità artistica, incarna la figura del poeta prosciugato del suo stesso senso, la non figura. Proprio lo stesso Panero parla di sé, di come «Noi, gli scrittori ultimi o postumi, non siamo altro che correttori di bozze»: quindi si tratta di scrivere il già detto, la grande parola, il grande “Poema”, l’ultimo.
Panero è un maestro della citazione altrui, lo fa continuamente con frasi o autori come Pound, Yeats, Eliot, Novalis, Whitman, Dante Alighieri, Gimferrer, che sicuramente vivono nella sua tensione poetica, nel suo dizionario del plagio.
«Figura di Dio / un porco tra i rami / un porco che cade una volta ancora / al suolo sospirando / ferito dalla freccia del silenzio / Chi si aggirò tra viola e viola, lo disse Eliot, / facendo enorme la primavera / e distruggendo il sogno.»

La riscrittura è anche questo: è ordinarsi nel caos, è riproporre costantemente la propria fine attraverso tortura, crudeltà e follia. «Che pesci boccheggiano sulla spiaggia / invocando un fiume che non esiste / e disfacendo il dolore in piccole lamine /che solo sanno piangere / come il freddo nella tomba / la tomba perfetta del poema / fatta solo per urlare /per giocare con le dita della notte / e ricordo mia madre che morì senza le sue tette / e che il signore del mare accarezza / cercando una rovina più compiuta della rovina / più crudele del verso / che invoca se stesso / e ormai non piange.»

Nella sua poesia Leopoldo Maria Panero non solo cita, ma intesse una scrittura accesa, moderna; la riscrittura riparte anche da qui, dall’inglobare ogni cosa, ogni riferimento, ogni influenza. Nei testi, la forza e il magma surrealista rimangono la fonte principale dell’autore: il suo sguardo sul mondo, il suo andare oltre, verso il “poema”, verso questa Babilonia di significati e precisione: «Oh diamante ancora intatto / di cui sono il ricordo / perché sono solo il ricordo di me stesso / sulla sottile riva mi attraversano gli elefanti / e come un elefante cresce il poema / e come un serpente si contorce nella mia mano / cercando un palazzo che non esisteva / ed ero solo nella mano che scrive / dicendo / Dio vive nel palazzo della mia mano / nell’ombra crudele della mia mano / che aizza i suoi cani / come Diana i suoi cani / Diana sa la mattina per quanto valgono i suoi cani.»

La libertà del verso di Panero spazia da testi lunghi, complessi, che sono pura materia lavica e fantastica, alla precisione millimetrica di testi molto più brevi, che rendono ancora di più l’idea della mostruosità della mente umana, di quell’applicazione che il reale ha sul surreale, sul non visto, sull’immaginato. «Il mio grande amore si chiamava Maiz Blanco / fu torturata e stuprata sulle colline / vicino al lago dove bevevano gli elefanti / e una voce sputa nel mio cervello / la parola ieri.»
Questo è un percorso nel buio più profondo della mente, nella propria rovina e in quella del mondo, che può procedere nel sottosuolo dello spirito, sfinito, schiavo delle manie e delle sensazioni. «Il bambino è lo schiavo dell’uomo / e l’infanzia è soltanto / una rovina tra le mie labbra / tra le mie labbra chiuse alla vita.»
E ancora: «Una mano scrive sull’agenda / domani ucciderò una donna / e leccherò la capigliatura / morta della sua testa / e farò canzoni per spavento dell’uomo / e parlerò all’udito delle ceneri / che non mi ascoltano.»

C’è un continuo ribaltamento del soggetto, uno straniamento che non ha conclusione, nemmeno alla fine della poesia, nel punto di termine. I significati dell’opera di Panero vanno oltre la pagina, oltre la calligrafia stessa e oltre tutte quelle regole che reggono la letteratura, e la fanno schiava della retorica e della stagnazione formale.
«Walt Whitman è una donna che cade sopra il poema / e striscia lungo il verso / come ogni mattina / per parlare all’udito del sole / all’udito atroce del mattino / che non mi aspetterà.»
Leopoldo Maria Panero combatte contro se stesso, contro la sua stessa opera, che non vale il silenzio delle biblioteche e nemmeno il silenzio dei manicomi; perché la sua poesia è resistenza pura, continuo oltraggio ai doveri della vita, alle regole imposte, che sono strumenti e offese alla libertà della parola.

Per questo il non luogo della mente, dove si muove la poetica di Leopoldo Maria Panero, è una regione sconosciuta, sola, che non può essere affrontata con la ragione. Viene dalle profondità, si sposa con gli effetti delle parole, resta sulla pagina come l’ultima frase, come il “poema” da riscrivere, che conosce solo i territori più stretti e ostici. Il cervo è la figura chiave, la metafora, il simbolo dell’altezza estetica, della bellezza che non può guarire l’uomo e i suoi mali. La vera e unica bellezza dell’essere. «Il poema è un lago / dove finisce il cervo / applaudito soltanto dalla pagina / dalla pagina in silenzio dove muore il cervo / il cervo atroce della pagina / dove non ci sono io né c’è l’uomo.»

In questa perdita totale di se stessi, Panero chiude, lascia che il mondo si spieghi da sé, senza congetture e proclami, senza misure e limiti. Non c’è nessuna ragione per andare avanti, non c’è nessuna volontà di voler essere salvati, rimane solo la forza del pensiero, la parola viva, libera e il cadavere di se stessi da guardare con estrema osservanza.
«Non c’è misura, non c’è limite / dove non c’è nessun luogo / e dove il tempo non ha tempo / e il cadavere è / verde / Oh Alighieri, mon semblable, / mon frère che vuoi volere il crocifisso / e non sai sapere la volontà che muore / come un pane tra le labbra.»

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

Francesco Maria Tipaldi, Luca Minola: “Il sentimento dei Vitelli”. Recensione di Gabriele Gabbia

Il sentimento dei vitelli di Francesco Maria Tipaldi e Luca Minola è una delle recenti pubblicazioni delle Edizioni Edb, nella collana di poesia diretta dal poeta Alberto Pellegatta.
La silloge – composta da quindici testi per ciascun autore ed impreziosita da tre disegni di Massimo Dagnino – è, come lo stesso Pellegatta scrive nell’incisiva prefazione, un connubio creativo in cui i due giovani poeti “si confrontano direttamente sul linguaggio, abbandonando intenzioni e teorie letterarie”, accomunando il proprio sguardo concentratosi all’interno di quel trauma continuo, fecondo e propulsivo in entrambi, che è il tema centrale della raccolta.
In tal modo il libro si attesta come viaggio clinico, esplorativo delle viscere psichiche da cui scaturiscono le escrescenze idiomatiche degli autori, in tutta la loro irrazionale, disturbante potenza.
E ciascuno – è bene sottolinearlo – con le proprie definite peculiarità.

Un viaggio in cui Francesco Maria Tipaldi, ad esempio, con le sue immagini rurali e violente, con le sue preci sboccate e primitive, incontra i “culoni delle contadine / dove finisce l’orto”, perché “La terra dà le grida del parto / le carissime doglie” dove “nasce la verzura.”
Un microcosmo verbale brutale e tumefatto, quello tipaldiano (“siedi con me, cosa vuoi che / importi / se la morte ti germoglia sulle mani / o sul viso / io ho il nulla sul letto / e sbadiglia ed ingoia rumore ”) – tuttavia vitalissimo e non privo di sarcasmo, che nulla risparmia, a se stesso e agli altri (“Quando scoprì che la cagna era incinta / morì dal dolore. / L’amava come si ama una donna, / il figlio non era il suo.”), alla ricerca di una verità emotiva e di una onestà intellettuale anzitutto esperite, scontate ed inverate con furia nel corpus poetico proposto qui, dove anche i sentimenti amorosi vengono vissuti, sviscerati e mostrati nella loro impietosa crudeltà, come fossero carne al macello: “perché anima mia, lama di coltello / l’amore non c’avrebbe salvato / l’amore mette le ortiche nelle mutande”.

Diverso e complementare il discorso per Luca Minola, che sembra invece scrivere versi sovrastato da una luce chirurgica, ossessivamente rifratta, intrisa da un’elettricità motoristica e motoria, radiale e pervasiva: “Sono pieni di motori nelle braccia, / cercano di migliorare il cielo /, gli uomini”, perché “Senza le emissioni le vibrazioni dei sessi / rimangono nell’ordine”.
Minola ha la capacità di concentrare in epigrammi puntuti un lirismo denso ed icastico, esplicando in quei pochi centimetri quelle catastrofi che il poeta ravvisa e in cui anch’egli sembra perdersi e ritrovarsi, spaesato e sorpreso – spiazzato dall’acume del suo stesso sguardo, che si autoinferte – che lo ferisce: “Le pupille non trattengono, rilasciano / luce insistente sulle zone, pressioni. / Nel suo tempo migliore, spiega / l’azzardo, le cicatrici dei sensi.”
Anche i luoghi familiari, allora, come la casa o le strade percorse, sembrano dilatarsi nel ricordo e nelle fasi ipnagogiche (“Le sostanze sono chiare, piene di radiazioni, / portano il filtraggio, lo spurgo / (…) E gli occhi sono macchiati di giorni (…) nelle stanze le memorie sono calendari / di luce”), suturandosi in cicatrici ove il passato mnesico dell’autore diviene il baratro in cui tutta la vicenda sprofonda e marcisce, per giungere ai versi: “Dopo si brucia il verde delle foglie / fra estensioni e crampi dilatati nel tempo, / nello spazio ingrossato fra le strade / pronunciate e costruite”, perché ormai “la casa è passata dall’abito / e lo sguardo si carica di effetti nel tempo immobile, / il sonno che riproduce l’abbondanza.”

Gabriele Gabbia

(Francesco Maria Tipaldi)

Angelus

Via dai culoni delle contadine
dove finisce l’orto.

La terra dà le grida del parto,
le carissime doglie, nasce la verzura.
– Sia lode alle molli latrine dei maiali –
la domenica non si lavora,
si posano le zappe e ci si veste per bene.
-Dio presenta al mondo le sue lattughe-
Ai petti tumefatti degli alberelli
Una giostra di fieno, e l’anima uterina che bruca
di dita di pane a sazietà.

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Glory hole

siedi con me, cosa vuoi che
importi
se la morte ti germoglia sulle mani
o sul viso
io ho il nulla sul letto
e sbadiglia ed ingoia rumore

cosa vuoi che importi sotto il sole (?)
la vita è graziosa
noi avemmo il privilegio di non
durare
ricordi? qualcuno fecondò quelle tue
terre come fosse
un arcangelo

*

Novella prima o della morte per amore

Quando scoprì che la cagna era incinta
morì dal dolore.

L’amava come si ama una donna,
il figlio non era il suo.

*

234

Se un giorno mi perdonerai per essere
morto, senz’avvisarti
animale selvatico
ti restituirò quel bacio e faremo finta
che io viva ancora

perché anima mia, lama di coltello
l’amore non c’avrebbe salvato
l’amore mette le ortiche nelle mutande

*** *** ***

(Luca Minola)

Sono pieni di motori nelle braccia,
cercano di migliorare il cielo
sulla zona addormentata,
giugno, il minore,
il più lungo mese nella luce.

Le pupille non trattengono, rilasciano
Luce insistente sulle zone, pressioni.
Nel suo tempo migliore, spiega
l’azzardo, le cicatrici dei sensi.

Senza emissioni le vibrazioni dei sessi
Rimangono nell’ordine

Ispezionate nel lungo stato di chiarezza.

Non cederà il corpo venuto di pazienza e spazio
Nel legno fra le cose esatte.

(Luce stravolta nello stile).

La sostanze sono chiare, piene di radiazioni,
portano il filtraggio, lo spurgo
dalle lunghe ore di sonno.
E gli occhi sono macchiati di giorni,
di precise intenzioni.

Non ci sono altri oggetti da separare,
nelle stanze le memorie sono calendari di luce.

Negli spazi si individuano le ore dei nottambuli
quando la casa è passata dall’abito
e lo sguardo si carica di effetti nel tempo immobile,
il sonno che riproduce l’abbondanza.

Dopo si brucia il verde delle foglie,
fra estensioni e crampi dilatati nel tempo,
nello spazio ingrossato fra le strade
pronunciate e costruite.

(Nervi)

Alberto Pellegatta – due poesie da “L’ombra della salute” (Mondadori 2011) (post di Natàlia Castaldi)

Alberto Pellegatta – L’ombra della salute

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Alberto Pellegatta

L’ombra della salute

Mondadori (Lo Specchio)

(cliccando sulla copertina si accede al link per ordinare il libro)
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Il libro parte da una suggestione pittorica – gli oli veneziani di Turner, tra cui quelli che rappresentano la chiesa della Salute, di un informale ante litteram, estremamente materico – ma si sviluppa secondo un montaggio immaginativo. I testi, concepiti come autonomi e “indipendenti”, si inanellano per immagini, permettendo anche una lettura “random”. Ci sono altri richiami alla pittura moderna e contemporanea, da Chighine a Wols, da Piranesi al Salon des Refuses ecc. Ho forse ricercato corrispondenze con altre discipline, per esempio con la scienza – dalle lezioni all’Università di Giulio Giorello sull’Universo alla letteratura scientifica – con la filosofia, senza dimenticare la cronaca… Credo che, in qualche modo, ci sia anche qualcosa di “politico”.

Alberto Pellegatta

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 Due poesie

La memoria ha stanze immense

camere colme di specchio

polvere impraticabile. Invece

l’attualità è intermittente

come un’immagine rotta.

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Nel corpo tonico o nelle quiescenze

meridiane degli oceani,

si nascondono correnti devastanti

flessioni squassi e squagliamenti.

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Alberto Pellegatta

Alberto Pellegatta, nato a Milano nel 1978, lavora come giornalista e critico d’arte. Ha pubblicato Mattinata larga (Lietocolle 2000) e L’ombra della salute (Mondadori 2011).

Laureato in Filosofia all’Università degli Studi di Milano, nel 1999 ha studiato con borsa di studio all’Università di Barcellona, in Spagna. Suoi testi sono stati inseriti nell’antologia I poeti di vent’anni (Stampa, Varese 2000) e in Nuovissima poesia italiana (Mondadori 2004).

Traduce dallo spagnolo e scrive d’arte (L’artista, il poeta, Skira 2010).