Alberto Moravia

proSabato: Alberto Moravia, Il pagliaccio

Il pagliaccio

Quell’inverno, tanto per non lasciar intentato alcun mestiere, presi a girare per i ristoranti suonando la chitarra a un mio compagno che cantava. Il compagno si chiamava Milone, anche soprannominato il professore per via che un tempo aveva insegnato la ginnastica svedese. Era un omaccione sui cinquanta, non proprio grasso ma inquadrato, con una faccia spessa e torva e un corpaccio massiccio che faceva scricchiolare le seggiole quando si sedeva. Io suonavo la chitarra da par mio, ossia sul serio, senza quasi muovermi, gli occhi bassi, perché sono un artista e non un buffone; il buffone invece lo faceva Milone. Cominciava come per caso, ritto in piedi, appoggiato a un muro, il cappelluccio sugli occhi, i pollici sotto l’ascella, la pancia, fuori dai pantaloni e la cinghia sotto la pancia: pareva un ubriaco che cantasse alla luna. Poi, via via, si scaldava e, pur senza veramente cantare, perché non aveva né voce né orecchio, finiva per dar spettacolo di sé, o meglio, come ho detto, per fare il buffone. La sua specialità erano le canzonette sentimentali, le più famose, quelle che normalmente commuovono e inteneriscono; ma in bocca sua quelle canzonette non commuovevano bensì facevano ridere perché lui sapeva renderle ridicole, in una maniera tutta sua, spiacevole e triste. Io non so che ci avesse quell’uomo: o che in gioventù qualche donna gli avesse fatto un torto; oppure che fosse nato a quel modo, con un carattere così, da prender gusto a mettere alla berlina le cose buone e belle; fatto sta che non era un semplice caratterista; no, lui ci metteva non so che rabbia e ci voleva tutta l’ottusità della gente mentre mangia per non accorgersi che non era ridicolo ma semplicemente penoso. Soprattutto superava se stesso quando si trattava di rifare le mossette, le smorfie e i vezzi femminili. Che fa una donna, sorride civettuola? e lui, da sotto la falda del cappello, abbozzava un ghigno sguaiato da baldracca. Batte, come si dice, un poco l’anca? e lui si metteva a far la danza del ventre spingendo in fuori la natica quadrata e massiccia come un pacco. Fa la voce dolce? e lui stringendo la bocca, ne tirava fuori una vocetta flautata, alla melassa, addirittura stomachevole. Non aveva, insomma, misura, passava sempre il segno, diventava scurrile, ripugnante. A tal punto che io spesso mi vergognavo, perché un conto è accompagnare con la chitarra un cantante e un conto tener bordone a un pagliaccio. E poi ricordavo di aver suonato non molto tempo addietro quelle stesse canzoni, cantate sul serio da un bravo artista; e mi faceva pietà vederle ridotte a quel modo, irriconoscibili e indecenti. Glielo dissi, una volta, mentre trottavamo per le strade, da un ristorante all’altro. “Ma che ti hanno fatto le donne a te?” Al solito, dopo aver fatto il buffone, era distratto e tetro, come se avesse avuto chissà che pensieri per la testa. “A me”, disse, “non mi hanno fatto niente.”
“Dico così”, spiegai, “perché a prenderle in giro ci metti una passione.” Questa volta lui non rispose e il discorso finì lì. L’avrei lasciato se non ci avessi avuto l’interesse; perché, sebbene questo possa sembrare impossibile, faceva più soldi lui con le sue volgarità che tanti bravi posteggiatori con le loro belle canzoni. Giravamo soprattutto per quei ristoranti non proprio di lusso, quasi delle trattorie, alla buona ma cari, dove la gente ci va per rimpinzarsi e stare allegra. Ora, appena entravamo, e io zitto zitto, sfoderavo la chitarra, da quei tavoli affollati era un solo grido: “Oh, il professore… ecco il professore… vieni qua professore.” Torvo, sbracato, stralunato, strisciante, Milone si presentava dicendo: “Comandino” e quel “comandino” era già così ridicolo, alla maniera sua, che tutti scoppiavano dalle risate. Intanto arrivava la pasta asciutta; e, mentre il trattore si affannava in giro a servire, Milone, con una vocetta fessa, annunziava: “Una canzonetta proprio bella: Quando Rosina scende dal villaggio… io farò Rosina.” Figuratevi quelli: a vederlo fare Rosina, coi soliti lazzi e le solite scurrilità, restavano perfino in sospeso con gli spaghetti penzolanti dalla forchetta, tra la bocca e il piatto. E non erano mica compagnie di macellai o roba simile; era tutta gente fine: gli uomini vestiti di blu scuro, impomatati, la perla sulla cravatta; le donne impellicciate, coperte di gioielli, delicate, preziose. Dicevano tra di loro, mentre Milone faceva il pagliaccio: “È grande… è proprio grande;” oppure qualcuno, allarmato, gridava: “Mi raccomando, non lo dite in giro che l’abbiamo scoperto… se no si guasta.” Tra le altre volgarità, Milone aveva una canzone in cui, ad un certo punto, per render più ridicolo il personaggio, faceva con la bocca un certo rumore che non dico. Ebbene, ci credereste?, erano proprio quelle damine così vezzose a volere il bis di questa canzone. (altro…)

proSabato: Alberto Moravia, Pioggia di maggio

moravia racconti romani

Pioggia di maggio

Uno di questi giorni tornerò a Monte Mario, all’Osteria dei Cacciatori, ma ci andrò con gli amici, quelli della domenica, che suonano la fisarmonica e, in mancanza di ragazze, ballano tra di loro. Solo, non ne avrò mai il coraggio. Di notte, talvolta, mi sogno le tavole dell’osteria, con la pioggia calda di maggio che ci batte sopra, e gli alberi aggrondati che gocciolano sulle tavole, e tra gli alberi, in fondo, le nuvole bianche che passano e, sotto le nuvole, il panorama delle case di Roma. E mi pare di udire la voce dell’oste, Antonio Tocchi, come la udii quella mattina, che chiama dalla cantina, furiosa: “Dirce, Dirce”: e mi pare di rivedere lei che mi lancia lo sguardo d’intesa, prima di avviarsi giù in cantina, con quel suo passo duro che risuona sugli scalini. Ci ero capitato per caso, venendo dal paese; e quando mi offrirono di fare il cameriere alla pari, senza pagarmi, pensai: “Soldi non ne avrò, ma almeno starò in famiglia.” Sì, altro che famiglia, invece della famiglia trovai l’inferno. L’oste era grasso e tondo come una palla di burro, ma di una grassezza cattiva, acida. Aveva una faccia larga, grigia, con tante grinze sottili che gli giravano tutt’intorno il viso per il verso della grassezza e due occhietti piccoli, puntuti, simili a quelli dei serpi: sempre in farsetto e maniche di camicia, con un berrettino a visiera, grigio, calcato sugli occhi. La figlia Dirce, quanto a carattere, non era meglio del padre, anche lei dura, cattiva, aspra; ma bella: di quelle donne piccole e muscolose, ben fatte, che camminano battendo l’anca e il piede, come a dire: “Questa terra è mia.” Aveva una faccia larga, con gli occhi neri e i capelli neri, pallida che sembrava una morta. Soltanto la madre, in quella casa, forse era buona: una donna che aveva sì e no quarant’anni e ne mostrava sessanta, magra, con un naso da vecchia e capelli penzolanti da vecchia; ma forse era soltanto scema, almeno c’era da pensarlo vedendola ritta davanti ai fornelli con tutta la faccia tirata in un suo riso muto; se si voltava, si vedeva che aveva un dente o due e basta. L’osteria si affacciava sulla strada con una insegna ad arco, colore sangue di bue, con la scritta: “Osteria dei Cacciatori, proprietario Antonio Tocchi”, a lettere gialle. Poi, per un viale, si arrivava alle tavole, sotto gli alberi, davanti al panorama di Roma. La casa era rustica, tutto muro e quasi senza finestre, col tetto di tegole. D’estate era il tempo migliore; veniva su gente dalla mattina fino a mezzanotte: famiglie coi bambini, coppie di innamorati, gruppi di uomini, e sedevano ai tavoli e bevevano il vino e mangiavano la cucina di Tocchi guardando il panorama. Non avevamo il tempo di rifiatare: noi due uomini sempre a servire, le due donne sempre a cucinare e a risciacquare; e la sera eravamo stracchi e ce ne andavamo a letto senza neppure guardarci. Ma l’inverno oppure anche alla buona stagione, se pioveva, incominciavano i guai. Il padre e la figlia si odiavano, ma odiare è poco dire, si sarebbero ammazzati. Il padre era autoritario, avaro, stupido, e per ogni nonnulla allungava le mani; la figlia era dura come un sasso, chiusa, sempre lei ad avere l’ultima parola, proterva. Si odiavano, forse, soprattutto perché erano dello stesso sangue e, si sa, non c’è nulla come il sangue per odiarsi; ma si odiavano anche per questioni d’interesse. La figlia era ambiziosa: diceva che loro con quel panorama di Roma avevano un capitale da sfruttare e invece lo lasciavano ai cani. Diceva che il padre avrebbe dovuto costruirci una pedana di cemento per il ballo, e affittare un’orchestra e appendervi palloncini veneziani, e trasformare la casa in ristorante moderno e chiamarlo Ristorante Panorama. Ma il padre non si fidava un po’ perché era avaro e nemico delle novità; un po’ perché era la figlia che glielo proponeva, e lui si sarebbe fatto scannare piuttosto che darla vinta alla figlia. Gli scontri tra il padre e la figlia avvenivano sempre a tavola: lei attaccava, con cattiveria, offendendo, su qualche cosa di personale, mettiamo sul fatto che il padre mangiando faceva un rutto; lui rispondeva a parolacce e bestemmie; la figlia insisteva; il padre le dava un ceffone. Bisogna dire che doveva provarci gusto a schiaffeggiarla, perché faceva una certa faccia acchiappandosi coi denti il labbro di sotto e strizzando gli occhi. Ma alla figlia quello schiaffo era come l’acqua fresca su un fiore: rinverdiva d’odio di cattiveria. Allora il padre l’acciuffava per i capelli e menava giù botte. Cascavano piatti e bicchieri, la madre ne toccava anche lei, mettendosi in mezzo, ma da scema, con quel riso eterno sulla bocca sdentata; e io, il cuore gonfio di veleno, uscivo e me ne andavo a spasso sullo stradone che porta alla Camilluccia. (altro…)

Luca Buonaguidi: respiro d’assenza

indiaja

India
Complice il silenzio
(Italic Pequod, 2015)

Sono felice.
Potrei aggiungere altri dettagli
ma la felicità sta nel toglierli.

Punakha
03/05/2013

Lampi di gioia che non a caso si mischiano alla sparizione di una vanitosa e scontata costruzione verbale. Nessuna offesa all’andamento poetico, certo che no, ma neppure orpelli inutili in questa nuova raccolta di Luca Buonaguidi nella quale, tanto umilmente quanto decisamente, si dichiara finalmente assente, comunicando la bellezza dell’attimo apparentemente immobile.
Avvertendo questo e non solo, le sue poesie scivolano via lente mentre ogni verso colpisce a segno la stanchezza inevitabilmente accumulata intorno e dentro ognuno di noi.
Così l’altrove, termine che ricorre spesso e rincorre sempre, si fa altro dal come noi comunemente lo utilizziamo e diventa un altrove che scopriamo inesistente, solo termine ad indicarci quanto per noi essere non debba obbligatoriamente vantare un punto visivo, tattile, fisico.
Si è comunque, si è ancor meglio. Si è davvero quando la tensione del (ri) trovarsi perde l’importanza, l’impellenza e nel trasmettere  quanto e come davvero si possa realmente “essere” l’autore si fa maestro nel messaggio poetico di quanto non più conoscersi possa, debba, essere nuova vita, nuova realtà informe, inutilmente nominabile e finalmente ignota.
Questa la sconoscenza che potrà mostrarci la strada, indicata da una terra antica che sa tacere in un sorriso per poi davvero dire anche solo in uno sferragliare di treno fuori moda o solo ostaggio, come infatti Buonaguidi ci fa notare: “sotto una raffica/di insegne luminose”.
Nella sua introduzione l’autore si augura di raggiungere il lettore, mostra in ogni sua fotografia un’India appollaiata che ci aspetta da sempre e certo non saranno fuochi d’artificio a riceverci, ma un silenzio che noi anche grazie a questi versi, sapremo bere e mangiare. Potremo farne conoscenza e nutrimento e con loro riconfermarci inesistenti per tornare ad essere.

© clelia pierangela pieri

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Sono lontano, amico
e mi sono vicino.
Mi cerco
sui treni notturni
e nelle grandi stazioni
dove tu non giungi.
E neppure io.
[Quando mi credo
in qualche luogo
sono già un altro.]
Come posso dirti ancora?
Vedi, ora scrivo
ma quando mi leggo
mi sono straniero.
Pezzi di stoffa
tessono la veste
che un altro indossa.
La mia ricerca di nudità
muove altrove;
si è cercata,
non si è trovata.
Lascia un’ombra
dietro a sé.
Una vacca sacra
vi indugia stanca
e senza un perché,
questa mia energia
di cento soli
cerca l’ombra avanti a sé,
infine reclina
laddove più non è.

29/03/2013
Pushkar

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L’album di famiglia. Gli anni di piombo nella narrativa italiana – di Gabriele Vitello

Vitello

Pubblichiamo le pagine introduttive del saggio di Gabriele Vitello, L’album di famiglia. Gli anni di piombo nella narrativa italiana, che uscirà a gennaio per Transeuropa, ma disponibile già oggi sul sito http://www.transeuropaedizioni.it.
Per riflettere sul modo in cui gli scrittori hanno raccontato la stagione del terrorismo, l’autore ha preso in esame un significativo corpus di romanzi scritti negli ultimi quarant’anni. Non si tratta di un libro di critica tematica, semmai di un tentativo di coniugare critica letteraria e critica dell’immaginario. Se della prima riconosciamo la pratica della lettura ravvicinata dei testi finalizzata alla formulazione di un giudizio di valore estetico, della seconda L’album di famiglia eredita almeno due cose. In primo luogo, la consapevolezza che quello letterario è solo uno (peraltro marginale) dei tanti “discorsi” che hanno contribuito alla costruzione della nostra immagine del terrorismo e della memoria degli anni Settanta. Pertanto, il critico dovrà necessariamente confrontare quelli letterari con altri “testi”: ricostruzioni televisive, documentari, autobiografie, testimonianze e, ovviamente, le narrazioni cinematografiche. In secondo luogo, nell’Album di famiglia i testi letterari sono considerati alla stregua di formazioni di compromesso che rivelano ciò che le ideologie occultano: in altre parole, delle vie d’accesso privilegiate al nostro inconscio politico.

L’immaginario è storia tanto quanto la Storia.

Marc Ferro, Cinéma et histoire

Alla fine del nostro primo incontro mi butta lì: – Perché non mi fai un romanzo sugli anni Settanta? Sono sicuro che ne verrebbe fuori una cosa fortissima.

Antonio Moresco, Lettere a nessuno

Letteratura e anni di piombo: una storia possibile?
Nell’immaginario collettivo italiano gli anni Settanta suscitano sentimenti ambigui e contraddittori: da un lato paura, angoscia e desiderio di rimozione, dall’altro un senso di nostalgia, di attrazione e di fascino. Come ha osservato Giovanni Moro, «a proposito degli anni Settanta abbiamo un linguaggio difettoso, fatto di parole ed espressioni che per lo più mancano di una sintassi che le connetta e le doti di significato. Costruire una sintassi del decennio mi sembra il compito a cui, come Paese, non abbiamo ancora atteso.»1 La stessa categoria anni di piombo è un’espressione impropria e infelice che ha finito per schiacciare il ricordo del decennio unicamente sulla violenza e il terrorismo: «Tutto è stato appiattito su quella definizione, – ha scritto lo storico Giovanni De Luna – tutto è precipitato nel vortice del terrorismo, tutta la memoria di quegli anni si è raccolta intorno alla figura carica di sofferenza e di dolore di Aldo Moro.»2
Si deve considerare inoltre che, addossando tutta la responsabilità della crisi degli anni Settanta al terrorismo, la formula “anni di piombo” rimuove la corruzione e il degrado della vita politica giunto già allora a vette allarmanti (si ricordi che, un anno prima del delitto Moro, il Presidente della Repubblica Giovanni Leone si era dovuto dimettere a seguito del “caso Lockheed”), e allo stesso tempo, alludendo alle armi da fuoco usate prevalentemente dal terrorismo di sinistra, censura anche le bombe neofasciste della strategia della tensione.3
Per porre in discussione quest’immagine fosca e luttuosa del decennio, alcuni storici come Guido Crainz e il già citato Giovanni De Luna preferiscono parlare di “anni ’68”, mettendo in luce come la contestazione studentesca diede nel corso degli anni Settanta i suoi frutti migliori sotto forma di un inedito protagonismo della società civile;4 in effetti, nel campo dei diritti civili, gli anni Settanta sono stati, come ha ricordato anche Gustavo Zagrebelsky, il decennio di maggiore concretizzazione dei principi della Carta Costituzionale: si pensi, ad esempio, al referendum sul divorzio e a quello sull’aborto, allo Statuto dei lavoratori e infine alla legge 180 sulla chiusura dei manicomi.
Per usare la metafora di Moro, la mancanza di una «sintassi» del decennio è molto probabilmente la causa dei molti equivoci e distorsioni nella trasmissione della sua memoria. Basti pensare che secondo i risultati di un’indagine condotta dall’Associazione familiari delle vittime di Bologna, dal Cedost, dal Censis e dal Landis, nel capoluogo emiliano solo il 22% degli studenti delle superiori indica nei terroristi neri gli autori della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, il 34% non sa rispondere e il 21,7% indica addirittura le Brigate Rosse.
La letteratura partecipa a questo difficile processo di negoziazione della memoria del passato registrando i sintomi di un conflitto tuttora aperto. Il racconto degli anni Settanta offertoci dai nostri scrittori ha cominciato a interessare la critica, che negli ultimi anni vi ha dedicato alcuni convegni e importanti saggi.5
Questi contributi hanno permesso, innanzitutto, di sfatare il luogo comune sulla presunta assenza del tema del terrorismo nel romanzo italiano. Sebbene Alberto Arbasino l’abbia considerato un argomento troppo noioso per diventare materia di romanzo,6 è possibile rinvenire alcuni sintomi di un immaginario terroristico persino nelle opere dei principali autori degli anni Settanta: Il contesto (1971) di Leonardo Sciascia, Caro Michele (1973) di Natalia Ginzburg, Occidente (1975) di Ferdinando Camon, Petrolio (1975, ma pubblicato postumo nel 1992) di Pier Paolo Pasolini, Il sipario ducale (1975) di Paolo Volponi, L’arrivo della lozione (1976) di Sebastiano Vassalli, La vita interiore (1978) di Alberto Moravia, L’odore del sangue (1979, ma pubblicato postumo nel 1997) di Goffredo Parise.
L’interesse di questi scrittori si concentra prevalentemente sul terrorismo di destra, sulle stragi e sulla strategia della tensione. D’altronde, ancora fino alla metà del decennio, il Partito comunista definiva le Brigate Rosse “sedicenti”, “delinquenti strumentalizzati” o “provocatori”:7 epiteti che negavano la loro rilevanza politica e, soprattutto, la loro appartenenza alla tradizione del marxismo-leninismo.
Il corrispettivo letterario di queste formule reticenti è rappresentato dal rifiuto dei modi realistici, in favore di soluzioni allusive e simboliche. Tale tendenza a metaforizzare il terrorismo è anche una conseguenza delle dinamiche proprie del campo letterario, ovvero, dell’atteggiamento difensivo assunto dalla letteratura rispetto alle rappresentazioni della cronaca prodotte dagli organi della comunicazione di massa, in particolare dalla televisione. Infatti, come ha scritto Raffaele Donnarumma nel suo saggio sul terrorismo nella narrativa italiana, questa fase

coincide con la volontà della letteratura di affermarsi come campo distinto dalla comunicazione di massa. Questo comporta, più ancora che una resistenza a parlare di ciò di cui parlano già tutti, e troppo, parlarne in forme che esibiscano la propria natura mediata. Nella prima fase, cioè, si può raccontare il terrorismo solo a patto che il discorso sia esibitamente letterario e quindi non possa essere confuso con la descrizione giornalistica, la cronaca, l’indagine sociologica. Seppure in forme molto diverse, Calvino e Pasolini, Balestrini e Volponi, Sciascia e Vassalli concordano nel produrre libri in cui la ritualità letteraria, qualunque forma assuma, sia ben in mostra.8

Nessuna delle opere di questi grandi autori ha avuto, tuttavia, la capacità di imporsi nella storia letteraria e nella memoria collettiva come il romanzo sul terrorismo. Gli anni Settanta sono, d’altra parte, una stagione molto complessa della storia letteraria italiana, un decennio non privo di veri e propri capolavori (basti pensare a La Storia di Elsa Morante, romanzo che ha suscitato, com’è noto, un caso letterario) ma, allo stesso tempo, diffidente verso la forma-romanzo, della quale spesso viene persino dichiarata la morte. Di questi anni vengono ricordate piuttosto le polemiche sul silenzio e sulle presunte colpe degli intellettuali italiani di fronte alla degenerazione violenta della contestazione giovanile. Conviene, a questo punto, ripercorrere brevemente questo controverso capitolo di storia degli intellettuali.
Durante gli anni di piombo il dibattito sul terrorismo si è sempre concentrato sul tema delle responsabilità morali e politiche della sinistra.9 La famosa polemica sul “nicodemismo”, sulla viltà e sullo scarso spirito nazionale degli intellettuali va dunque interpretata come uno strumento che ha permesso al Pci di legittimarsi quale partito legalista e affidabile. Tutto iniziò, com’è noto, in occasione del processo di Torino del 1977, quando Eugenio Montale dimostrò la sua comprensione nei confronti dei cittadini che avevano rifiutato di fare parte della giuria popolare per paura di ritorsioni da parte delle Brigate Rosse. Giorgio Amendola reagì accusando il poeta di viltà, innescando così un’aspra polemica nella quale intervenne anche Leonardo Sciascia in difesa di Montale.10
Bisogna, tuttavia, ammettere che la minaccia terroristica aveva messo in forte imbarazzo gli intellettuali. Come ha scritto un osservatore straniero

gli intellettuali sono colti di sorpresa dagli omicidi mirati: di fronte a un fenomeno nuovo, in apparenza sfuggente, sembrano incapaci di scegliere tra un abbozzo di spiegazione e un silenzio volontario. Si ha l’impressione che, quando parlano, cerchino soprattutto di sollevarsi da qualunque responsabilità, anche a costo di farla ricadere su altri. Quasi che debbano difendersi in anticipo da un’accusa, a volte formulata esplicitamente: il terrorismo fa parte dell’album di famiglia degli intellettuali, come direbbe l’editorialista del «manifesto» Rossana Rossanda.11

C’è infine un altro punto da considerare, ovvero la frattura tra intellettuali e istituzioni emersa ancora più drammaticamente nei giorni del sequestro Moro. In quell’occasione, la stampa interpretò il silenzio degli intellettuali come la prova inconfutabile della loro adesione allo slogan di Lotta Continua “né con lo Stato, né con le BR”, o peggio, della loro complicità con l’azione delle Brigate Rosse.12 In realtà, si trattava non di complicità ma, come dichiarò Moravia, di un sentimento di profonda «estraneità» rispetto a quanto stava accadendo.13 Gli intellettuali si rifiutavano di difendere uno Stato nel quale non si riconoscevano, come confessò in maniera esplicita Sciascia: «“Vale la pena di difenderlo questo nostro Stato?” Dieci mesi fa ho detto: così com’è no, non vale la pena di difenderlo. Oggi dico: così come va diventando, siamo noi che dobbiamo difendercene.»14 Dal canto suo, Franco Fortini espresse un netto «rifiuto di usare le parole unità, democrazia, nazione, bene pubblico come copertura di una operazione politica che ha portato ad una maggioranza dove stanno insieme i rappresentanti degli sfruttatori e degli sfruttati.»15 Particolarmente significativa è anche la posizione di Cesare Cases, il quale denunciò a più riprese il clima di intimidazione suscitato da stampa e istituzioni e la strumentalizzazione dell’emergenza terroristica a fini repressivi: «dopo tutto – riteneva Cases – il terrorismo minaccia l’esistenza di pochi, il potere quella di tutti.»16
La sensazione di essere sotto processo e costretti a difendersi dall’accusa, a volte esplicita, di aver contribuito alla nascita del terrorismo, venne rafforzata due anni dopo con l’arresto di Toni Negri, il professore di filosofia politica dell’Università di Padova, leader di Potere operaio e successivamente dell’Autonomia operaia, accusato di essere il regista occulto dell’intera rete eversiva del paese. In questo clima di sospetto generalizzato si inserisce un divertente raccontino satirico di Cesare Cases, intitolato Il ballo dei sospetti, in cui si immagina un blitz delle forze della Digos che porta all’arresto dei più noti intellettuali italiani come Guido Quazza, Giorgio Bárberi Squarotti e Norberto Bobbio accusati di essere i principali organizzatori del terrorismo italiano.17
Il clima da “caccia alle streghe” vissuto dagli intellettuali è testimoniato anche da un racconto di Vincenzo Consolo del 1981 e intitolato Un giorno come gli altri, dove troviamo un esplicito riferimento al «professore di Padova arrestato in aprile». Si tratta del resoconto di una quieta giornata di uno scrittore, che termina però con un angoscioso incubo notturno, nel quale immagina che il suo appartamento venga improvvisamente sconvolto da una perquisizione della Digos:

Tutto si frantuma, svanisce ai terribili colpi che sento alla porta. Mi alzo di soprassalto e corro alla porta ad aprire. Irrompono, mitra spianati, modi feroci; si dirigono subito nel mio studio. Mi appiattisco, mani in alto, contro la parete, contro il disegno di San Gerolamo. Mentre uno mi sta a guardia, con l’arma contro il petto, gli altri si mettono a buttare giù i libri dagli scaffali con grandi bracciate. E’ una frana, un terremoto. Si ammucchiano sul pavimento, tutti quei libri, loro vi passano sopra con gli scarponi. Nuvolette di polvere vengono su dai mucchi come da piccoli vulcani.18

Si tratta di due testi molto diversi tra loro, ma che condividono un identico atteggiamento difensivo rispetto agli eventi: da un lato, vogliono raccontare la cronaca e intervenire sui temi discussi ormai quotidianamente sui giornali e in televisione, ma dall’altro, vogliono farlo in modo protetto, il primo ricorrendo ad un’invenzione satirica, il secondo immergendo i fatti in un’atmosfera onirica.
Dai primissimi anni Ottanta fino alla fine degli anni Novanta, il tema degli anni di piombo s’incontra raramente nella letteratura. Nel corso degli anni Ottanta esordisce una nuova generazione di scrittori (Pier Vittorio Tondelli, Enrico Palandri, Andrea De Carlo, Aldo Busi) che predilige temi giovanili come il viaggio e l’esotico, mentre alcuni autori già affermati si rifugiano nel mito; penso, ad esempio, alla strada imboccata con Retablo (1987) da Vincenzo Consolo, uno scrittore che pure aveva offerto nel Sorriso dell’ignoto marinaio (1976) una ricca e vivace rappresentazione metaforica dei conflitti politici e sociali degli anni Settanta. Dominano inoltre in questi anni le poetiche postmoderniste fondate sul pastiche e sulla riscrittura, che però di fatto mal si prestano ad una rappresentazione della realtà e quindi di un fenomeno politico e sociale così complesso come il terrorismo. L’assenza del terrorismo nella letteratura di questo periodo è quindi concomitante con la crisi definitiva delle poetiche realistiche e della fiducia nella referenzialità della scrittura letteraria. Sono gli anni, vale la pena ricordarlo, del trionfo del “pensiero debole” e della linea Nietzsche-Heidegger, del diffondersi di neo-orfismi e di “parole innamorate”.
Tra gli anni Ottanta e Novanta avvengono, tuttavia, alcuni fatti importanti. In primo luogo, si assiste ad un decisivo spostamento dell’attenzione degli scrittori dal terrorismo nero a quello rosso. In secondo luogo, come ha osservato Donnarumma, sono gli anni del «primato della non fiction sulla fiction.»19 Deposte le armi, gli ex-terroristi prendono adesso la penna in mano. I primi a farlo sono Patrizio Peci con Io, l’infame (1983) ed Enrico Fenzi con Armi e bagagli (1987); seguiranno poi Alberto Franceschini (Mara Renato e io, 1988) e Renato Curcio (A viso aperto, 1993). Subito dopo Rossana Rossanda e Carla Mosca pubblicheranno la loro intervista a Mario Moretti (Brigate rosse. Una storia italiana, 1994).20 In questo stesso periodo escono le inchieste di Corrado Stajano, L’Italia nichilista (1992), e di Sergio Zavoli, La notte della Repubblica (1992). Quest’ultima nasce dall’omonimo programma televisivo condotto dallo stesso Zavoli e andato in onda dal 12 dicembre 1989 all’aprile dell’anno successivo: un evento mediatico di enorme rilevanza nella percezione pubblica del terrorismo che ha permesso agli italiani di vedere il volto “umano” e fragile degli ex-terroristi, prima immaginati come mostri sanguinari.
All’inizio degli anni Ottanta il terrorismo comincia inoltre a colonizzare il noir, il genere che nel decennio successivo supererà la sua posizione periferica per conquistare il centro dello spazio romanzesco. Il primo noir sul terrorismo è Il vomerese di Attilio Veraldi del 1980. Durante gli anni Novanta, escono a firma di Cesare Battisti, ex-militante dei Proletari Armati per il Comunismo (PAC), alcuni noir di successo come Travestito da uomo (1993), L’ultimo sparo (1998) e L’orma rossa (1999, ma pubblicato in francese già nel 1995). Seguono Arrivederci, amore ciao (2000) di Massimo Carlotto, Catrame (1999) e Nel nome di Ishmael (2001) di Giuseppe Genna, Romanzo criminale (2002) di Giancarlo De Cataldo e Tre uomini paradossali (2004) di Girolamo De Michele. Sono gli autori noir che per primi cessano di considerare il terrorismo come un argomento scomodo e pericoloso e scelgono di sfruttarlo, invece, come un serbatoio di trame cui attingere anzitutto a scopo di intrattenimento romanzesco, indebolendone in tal modo la valenza storico-politica.
Negli “anni Zero” il terrorismo diventa un tema letterario alla moda, non più circoscritto nel campo del noir. Tanto per dare un’idea, nel solo 2004 sono usciti in libreria ben dieci romanzi sul terrorismo: Il paese delle meraviglie di G. Culicchia (Garzanti); Amici e nemici di G. Spinato (Fazi); Tre uomini paradossali di G. De Michele (Einaudi); Il corpo dell’inglese di G. Simi (Einaudi); Avene selvatiche di A. Preiser (Marsilio); La quattordicesima commensale di G. Marilotti (Il Maestrale); Tornavamo dal mare di L. Doninelli (Garzanti); Tristano muore di A. Tabucchi (Feltrinelli); Tuo figlio di G. M. Villalta (Mondadori); Lettera a Dio di V. Pardini (Pequod). Senza contare la riedizione lo stesso anno per i tipi di Avagliano del giallo di Attilio Veraldi, Il vomerese, già pubblicato come si è visto da Rizzoli nel 1980.21
Non si tratta di un fenomeno che concerne esclusivamente la letteratura, ma di un revival che interessa tutti gli ambiti dell’immaginario artistico: il cinema, la televisione, il teatro, la musica e i fumetti.22 Si pensi, per citare qualche titolo, a La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana (2003), a La prima linea (2009) di Renato De Maria e a fiction televisive come Attacco allo stato (2006) e Il Sorteggio (2010). Il terrorismo ha ugualmente ispirato il lavoro di alcuni autori teatrali più o meno noti, come Corpo di Stato di Marco Baliani, Aldo Morto (2012) di Daniele Timpano e Avevo un bel pallone rosso (2010) di Angela Dematté. Per quanto riguarda la musica, gli anni di piombo segnano fortemente l’immaginario di alcuni cantautori persino giovanissimi come Vasco Brondi. Non possiamo, infine, dimenticare le storie a fumetti come, ad esempio, La strage di Bologna (2010) di Alex Boschetti e Anna Ciammitti e Il sequestro Moro (2009) di Paolo Parisi.
Nelle pagine culturali dei quotidiani, il ritorno degli scrittori agli anni di piombo viene ora salutato come il segnale del superamento, tanto atteso, di una rimozione collettiva. Un entusiasmo analogo coinvolge anche alcuni settori della critica accademica, specie oltralpe. Gli autori di un recente contributo sulla narrativa ispirata agli anni Settanta sostengono infatti che essa «offre […] un orizzonte euristico senza paragoni, capace di farci penetrare nel cuore dei conflitti e delle passioni che hanno agitato l’Italia di quegli anni. La fiction, lungi dal ridursi a una messa al bando della realtà, diventa allora uno strumento indispensabile per chiunque voglia dare un senso all’intrico dei fatti e penetrare nel cuore della stagione delle rivolte.»23
Il fiorire di un vero e proprio filone di “romanzi sugli anni di piombo” può essere interpretato come reazione  al crollo delle Torri gemelle dell’11 settembre 2001, agli scontri durante il G8 a Genova che hanno provocato la morte di Carlo Giuliani (20 luglio 2001), ma soprattutto alla recrudescenza del terrorismo brigatista con l’assassinio di Massimo D’Antona (20 maggio 1999) e di Marco Biagi (19 marzo 2002).24 C’è anche chi ha interpretato la moda dei “libri di piombo” (la definizione è di Giuliano Tabacco)25 come una forma di compensazione immaginaria alla mancanza di un processo di riconciliazione collettiva con la memoria degli anni Settanta. Pierpaolo Antonello e Alan O’Leary ritengono, infatti, che «the emergence of an array of discourses, narrative and hypotheses and interpretations, in film and literature» sia espressione di un bisogno di «supplementary justice»: «in a process which may appear paradoxical, fiction has become the pre-eminent means to account for these missing pieces of our recent history and to keep the memory of certain events alive among non-experts.»26
La moda del terrorismo va inscritta, inoltre, all’interno delle dinamiche proprie del campo letterario, poiché si tratta di un fenomeno concomitante con il “ritorno al reale” della narrativa italiana di cui condivide gli equivoci, le contraddizioni e i limiti.27 Esso soddisfa la fame di “storie vere romanzate” che caratterizza i nuovi assetti del campo letterario italiano:28 i testi esemplari in tal senso sono Romanzo brigatista (2009) di Gianremo Armeni e il ben più famoso e già citato Romanzo criminale (2002) di De Cataldo.
Come cercherò di dimostrare, interpretare l’attuale fortuna letteraria degli anni di piombo come espressione positiva del superamento della loro rimozione collettiva può essere fuorviante. Essa è, infatti, forse segno di patologia piuttosto che di salute, poiché lungi dal riportare finalmente a galla un passato per troppo tempo dimenticato – quello che con un’espressione alquanto retorica viene considerato il “buco nero” della nostra storia – , la moda dei “libri di piombo” segnala ancora una volta la nostra difficoltà e resistenza a capire e raccontare il terrorismo.
A bene vedere, è lo stesso concetto di rimozione che rischia di venire eccessivamente enfatizzato. Stando a quanto ci insegna la psicanalisi, il trauma rimosso non è mai rimosso del tutto, poiché affiora nei modi difformi dei sogni, dei lapsus e dei motti di spirito.29 Di conseguenza, come ci ha ricordato Slavoi Žižek, «l’opposto di esistenza non è inesistenza ma insistenza: quel che non lasciamo esistere continua a insistere, a lottare per emergere all’esistenza.»30 Quest’affermazione di Žižek contiene, a mio avviso, un’indicazione metodologica molto utile per interpretare i romanzi sul terrorismo. Infatti, nell’analizzare una produzione letteraria che copre un arco cronologico esteso dagli anni Settanta ad oggi, non ci si dovrà affidare a rigide periodizzazioni precostituite, ma bisognerà partire direttamente dai testi e concentrare l’attenzione sulle strategie attraverso le quali la fiction deforma e modifica la cronaca, su quei dispositivi di rifrazione degli eventi che rivelano e occultano allo stesso tempo la realtà che intendono rappresentare.

[1] G. Moro, Anni Settanta, Einaudi, Torino 2007, p. 23.

[2] G. De Luna, Le ragioni di un decennio. 1969-1979. Militanza, violenza, sconfitta, memoria, Feltrinelli, Milano 2009, p. 8.

[3] Su questo tema cfr. A. O’Leary, Tragedia all’italiana. Cinema e terrorismo tra Moro e memoria, Angelica, Sassari 2007, N. Balestrini – P. Moroni, L’orda d’oro. La grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale, Feltrinelli, Milano 2005, C. Venturoli, Stragi fra memoria e storia, Libreria Bonomo editrice, Bologna 2007. Per una ricognizione su altre parole-chiavi del decennio (terrorismo, violenza politica, guerra civile) rimando al saggio di G. Panvini, Il “senso perduto”. Il cinema come fonte storica per lo studio del terrorismo italiano, in Ch. Uva, Schermi di piombo. Il terrorismo nel cinema italiano, Rubbettino, Catanzaro 2007.

[4] Cfr. G. Crainz, Il paese mancato. Dal miracolo economico agli anni ottanta, Donzelli, Roma 2003. Per una ricostruzione storica rimando anche a P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Einaudi, Torino 2006. Per una sintesi del dibattito storiografico si veda anche B. Armani, La violenza della politica: letture e riletture degli anni Settanta, in «Contemporanea», n. 4, 2010.

[5] Cfr. AA.VV., Imagining Terrorism: the Rhetoric and Representation of Political Violence in Italy 1969-2009, a cura di P. Antonello e A. O’Leary, Legenda, Leeds 2009. D. Paolin, Una tragedia negata. Il racconto degli anni di piombo nella narrativa italiana, Il Maestrale, 2008; R. Donnarumma, Storia, immaginario, letteratura: il terrorismo nella narrativa italiana (1969-2010), in AA.VV., Per Romano Luperini, a cura di P. Cataldi, Palumbo, Palermo 2011; G. Simonetti, Nostalgia dell’azione. La fortuna della lotta armata nella narrativa italiana degli anni Zero, in «Allegoria», n. 64, 2011. Il binomio letteratura e terrorismo è stato l’oggetto del convegno internazionale Littérature et «temps de révoltes» (Italie 1967-1980) tenutosi a Grenoble nel 2008 (una parte degli atti è disponibile nel sito: http://colloque-temps-revoltes.ens-lyon.fr/).

[6] «Romanzi sul terrorismo? Difficile, improbabile. […] trovare interessante il terrorismo sarà come trovare interessante il cancro, scrivere e leggere romanzi sul cancro, le testimonianze di chi l’ha avuto e ha tenuto diari […]?»: cfr. A. Arbasino, Un paese senza, Garzanti, 1990, p. 120.

[7] Cfr. G. Galli, Il partito armato, Kaos, Milano 1993.

[8] R. Donnarumma, Storia, immaginario, letteratura, cit., p. 447.

[9] Cfr. F. Attal, Gli intellettuali e il terrorismo: 1977-1978, in AA. VV., Il libro degli anni di piombo. Storia e memoria del terrorismo italiano, a cura di M. Lazar e M.-A. Matard-Bonucci, Rizzoli, Milano 2010. Attal nel suo saggio rievoca un episodio piuttosto significativo: durante il sequestro Moro, “L’Espresso” ha intervistato diversi intellettuali e uomini politici per un’inchiesta dal titolo «E noi di sinistra, in che cosa abbiamo sbagliato?».

[10] Il dibattito è ricostruito nel volume di D. Porzio, Coraggio e viltà degli intellettuali, Mondadori, Milano 1977.

[11] F. Attal, Gli intellettuali e il terrorismo, cit., p. 122.

[12] Sul silenzio degli intellettuali durante il sequestro Moro cfr. A. Giovagnoli, Il caso Moro. Una tragedia repubblicana, Il Mulino, Bologna 2005; M. Tolomelli, Terrorismo e società. Il pubblico dibattito in Italia e in Germania negli anni Settanta, Il Mulino, Bologna 2006; M. Gotor, Processo all’album di famiglia, in “Diario”, n. 11, 2008.

[13] Cfr. A. Moravia, Impegno controvoglia, cit., p. 284. Quello di estraneità è un concetto che verrà ripreso poi più volte da Leonardo Sciascia: cfr. L. Sciascia, La palma va a nord, a cura di W. Vecellio, Gammalibri, Milano 1982, p. 21.

[14] L. Sciascia, Non difendo questo uovo, in “Panorama”, aprile 1978, poi in Idem, La palma va a nord, cit.

[15] Citazione tratta da M. Tolomelli, Terrorismo e società, cit., p. 177.

[16] C. Cases, Terrorismo e intellettuali. Contro il ricatto, in “Il manifesto”, 24 marzo 1978, poi in G. Mughini, Gli intellettuali e il caso Moro, Feltrinelli, Milano 1978.

[17] Cfr. C. Cases, Il ballo dei sospetti, in Idem, Il boom di Roscellino. Satire e polemiche, Einaudi, Torino 1990, p. 223. Ringrazio Michele Sisto per avermi segnalato questo racconto.

[18] V. Consolo, Un giorno come gli altri, in AA. VV., Racconti italiani del Novecento, a cura di E. Siciliano, Mondadori, Milano 1983, p. 1441.

[19] R. Donnarumma, Storia, immaginario, letteratura, cit., p. 446.

[20] Per un’analisi di queste ed altre memorie autobiografiche di ex-terroristi si vedano G. Tabacco, Libri di piombo. Memorialistica e narrativa della lotta armata in Italia, Bietti, Milano 2010 e E. Betta, Memorie in conflitto. Autobiografie della lotta armata, in «Contemporanea», n. 3, 2009.

[21] Non è il solo caso di recupero da parte di intelligenti editori. Abitare il vento di Sebastiano Vassalli, ad esempio, era uscito per i tipi di Einaudi nel 1980 ed è stato riproposto nel 2008 da Calypso, una casa editrice particolarmente interessata agli anni Settanta.

[22] Sul concetto di immaginario vedi  J.-J. Wunenburger, L’immaginario, Il Melangolo, Genova 2003; sulle sue implicazioni nella critica letteraria vedi invece R. Donnarumma, Storia, immaginario, letteratura, cit.

[23] P. Girard – L. Scotto d’Ardino – J-C. Zancarini, Letteratura e «stagione delle rivolte», in Il libro degli anni di piombo, cit., p. 303.

[24] Alcuni testi sembrano confermare queste ipotesi: in Tuo figlio di Gian Mario Villalta e La guerra di Nora di Antonella Tavassi La Greca vi sono allusioni esplicite alle cosiddette Nuove Brigate Rosse; il confronto tra la generazione degli anni Settanta e quella del movimento “no global”, protagonista delle proteste al G8 di Genova, è tematizzato da Erri De Luca in Il contrario di uno e da Stefano Tassinari nell’Amore degli insorti.

[25] Cfr. G. Tabacco, Libri di piombo, cit.

[26] P. Antonello – A. O’Leary, Introduction, in Imagining Terrorism, cit., p. 10.

[27] Sul “ritorno al reale” vedi il numero di «Allegoria», n. 57, gennaio/giugno 2008; il numero di «Lo specchio» (inserto de “La Stampa”) a cura di A. Cortellessa, novembre 2008; New Italian Realism, “Tirature ’10”,  a cura di V. Spinazzola, Il Saggiatore 2010; Wu Ming, New Italian Epic. Letteratura, sguardo obliquo, ritorno al futuro, Einaudi, Torino 2008; si vedano anche gli atti del convegno tenutosi a Varsavia, Finzione, cronaca, realtà. Scambi, intrecci e prospettive nella narrativa italiana contemporanea, a cura di H. Serkowska, Transeuropa 2011, e quelli del convegno di Toronto del maggio 2010, Negli archivi e per le strade. Il ritorno alla realtà nella narrativa di inizio millennio, a cura di L. Somigli, Aracne, Roma 2013.

[28] Cfr. R. Donnarumma, Nuovi realismi e persistenze postmoderne: narratori italiani di oggi, in «Allegoria», n. 57, 2008.

[29] L’analogia tra terrorismo e trauma rischia di apparire impropria; infatti, «se il trauma è ciò che non accede alla coscienza e non può essere raccontato, poiché recalcitra alla simbolizzazione, il terrorismo è invece una costellazione di eventi su cui da subito sono proliferati discorsi e letture simboliche»: cfr. R. Donnarumma, Storia, immaginario, letteratura, cit., p. 442-3.

[30] S. Žižek, Benvenuti nel deserto del reale. Cinque saggi sull’11 settembre e date simili, Meltemi, Roma 2002, p. 26.