alberto grifi

Croma k, collana di poesia italiana contemporanea diretta da Ivan Schiavone, “Oèdipus edizioni”

Due anticipazioni della nuova collana di poesia italiana contemporanea diretta da Ivan Schiavone

Croma k, Oèdipus edizioni

Lorenzo Durante, Quarantore, Croma k 1, 2016

Vincenzo Frungillo, Le pause della serie evolutiva, Croma k 2, 2016

di Alessandro Morino, "qui tutto è distanza,"

di Alessandro Morino,
“qui tutto è distanza,”

Croma K 1 cròmo– e –cròmo (o –cromo) [dal gr. χρῶμα «colore»]. – Primo e secondo elemento di parole composte in cui significa «colore», «colorazione», «sostanza colorante, pigmento» e sim. 2 cròma s. f. [dal lat. chroma «colore (della pelle); intervallo musicale d’un semitono»]. – Figura musicale di durata equivalente alla metà d’una semiminima, cioè a un ottavo di semibreve; ha forma uguale a quella della semiminima ma con l’aggiunta di una codetta (♪). 3 chromakey (o chroma-key) s. ingl. (propr. «chiave cromatica»; pl. chromakeys), usato in ital. al masch. – 1. Nella televisione a colori, particolare tecnica che consente di far apparire sugli schermi televisivi un intarsio con immagini (scritte, disegni, luoghi o persone reali) diverse da quelle riprese dalla telecamera, ottenuto disponendo nello sfondo uno o più pannelli di un colore al quale il sistema di ripresa non sia sensibile, e sovrapponendo la scena, resa così incompleta, alle altre immagini registrate in precedenza o riprese contemporaneamente da altre telecamere. 2. estens. L’effetto ottenuto con tale tecnica. 4 komak (30’-DV-2002) Docu-fiction fantascientifica sul mondo dei rave-party. Ha visto la partecipazione di Alberto Grifi e Michele Canosa.

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Vogliamo anche le rose – e molte altre cose. Sul documentario di Alina Marazzi

Il terzo film-doc che chiude la serie di focus su Alina Marazzi è Vogliamo anche le rose*. A trent’anni dalla legge 194 del 22 maggio 1978 esce questo “collage” che segue il ritmo di quelle che son state le frenetiche conquiste – mentali prima che legislative – del Femminismo, tutte molto vicine nel tempo: la rivoluzione sessuale, il divorzio, la parità sul lavoro, la contraccezione, l’aborto, e tutte molto difficili da difendere ancora oggi.
Il 2008 è un anno particolare perché è da poco stata rimessa in discussione la 194 (si veda Piove sul nostro amore di Silvia Ballestra, Feltrinelli 2007), tema che porta di nuovo al centro anche il dibattito sul ‘corpo delle donne’ e sulle sue declinazioni mortificanti, grazie – soprattutto – al documentario e al volume Il corpo delle donne di Lorella Zanardo (Feltrinelli e www.ilcorpodelledonne.com).
Marazzi raccoglie materiali di repertorio, filmati dell’epoca e incolla il tutto per spiegare a modo suo la storia di un movimento su cui si è detto tanto, e di cui però pareva soprattutto – fino a cinque anni fa – si fossero perse le tracce. Qualcuno disse “ci siamo distratte” e Se non ora quando nasce nel 2011; il resto è cronaca – dolorosa  di ogni giorno.

Marazzi costruisce un film con l’utilizzo di diari, che in parte si possono leggere nel volume allegato al dvd Feltrinelli dal titolo Le rose (che contiene anche inserti critici e approfondimenti), tuttavia la scelta d’utilizzare alcune scritture private, non manipolate, è in linea con quel percorso intrapreso nel 2002 con Un’ora sola ti vorrei, dove la voce portante del racconto è vera, e tiene unite le immagini concedendo senso: quello di Teresa, ad esempio, è del 1976 e parla del suo aborto:

“La maternità dev’essere una libera scelta.” […] Il dopo era cominciato […] Per la prima volta ho sentito dentro di me la forza di mille leoni. come per magia la paura si è dileguata, e ha lasciato posto a una consapevolezza nuova. Io, donna di quasi diciassette anni, ho diritto alla dignità, ho il dovere di farmi rispettare. È stato come se mi si aprisse uno squarcio nel cielo: per la prima volta ho visto la libertà possibile, non in un lontano futuro, ma nel mio presente. La libertà conquistata non con la menzogna, come mi hanno sempre costretta a fare, ma con il coraggio e la dignità.

Marazzi disegna una mappa sentimentale e civile, di testimonianza, che spiega oggi cos’è stato ieri, nel rispetto di fonti autentiche (i diari provengono dall’archivio di Pieve Santo Stefano-Arezzo, un polo molto importante in Italia anche per chi si occupi di ‘storia orale’, n.d.r.) e ‘altre’, com’è nel caso del cinema underground che qui figura. Molto utilizzate sono, ad esempio, alcune sequenze dai film di Alberto Grifi e di certa cinematografia di nicchia poco frequentata; e poi la scelta della colonna sonora originale dei Ronin, unita a pezzi rock dell’epoca. Donne in piazza, intervistate in casa, immagini di donne-fumetto per restituire una molteplicità di punti di vista e di linguaggi.
Vogliamo anche le rose unisce tematiche e stile: da un lato c’è l’arcipelago dei diritti che rappresenta anche la frastagliatura del corpo e del sentire delle donne, le spinte dirette e contrarie che governano il sentire femminile; dall’altra c’è la delicatezza di una regista, che sa come rimaneggiare i frammenti di un mosaico in cui vigono quattro parole chiave che figurano anche nel trailer, ossia conflitti-desiderio-amore-sogno, parole densissime che da sole bastano per definire quel ‘momento storico’.
Queste donne sono risvegliate e pretendono; son l’evoluzione di quelle pasoliniane dei Comizi d’amore (1963), e sono quelle di Nudi verso la follia. Parco Lambro 1976 di Angelo Rastelli. Ci sono i pregiudizi, e ci sono i giudizi, tutti.

Forse, ciò che non si deve dimenticare, e che il film di Marazzi mette più volte in primo piano, è il tenere alto il livello di coscienza, in tutti i campi dell’esistenza, privato e pubblico. Non a caso il titolo richiama dei versi del poeta statunitense James Oppenheim (poi divenuti canzone), che cento anni fa furono lo slogan della classe operaia americana:

As we come marching, marching in the beauty of the day,
A million darkened kitchens, a thousand mill lofts gray,
Are touched with all the radiance that a sudden sun discloses,
For the people hear us singing: “Bread and roses! Bread and roses!”

As we come marching, marching, we battle too for men,
For they are women’s children, and we mother them again.
Our lives shall not be sweated from birth until life closes;
Hearts starve as well as bodies; give us bread, but give us roses!

As we come marching, marching, unnumbered women dead
Go crying through our singing their ancient cry for bread.
Small art and love and beauty their drudging spirits knew.
Yes, it is bread we fight for — but we fight for roses, too!

As we come marching, marching, we bring the greater days.
The rising of the women means the rising of the race.
No more the drudge and idler — ten that toil where one reposes,
But a sharing of life’s glories: Bread and roses! Bread and roses!

Bread and roses è anche il titolo del primo film americano di Ken Loach, del 2000, regista irlandese molto impegnato nel sociale. E questi lemmi s’intersecano, sebbene con direzioni diverse. Marazzi traduce con We want roses too: la posizione finale di ‘anche’, per l’inglese, rafforza la richiesta e le rende giustizia. Chiedere le rose è ‘chiedere corpo’, diritti, dignità  tema molto caro al campo del lavoro soprattutto in questo momento storico, ma anche in materia di sessualità e di famiglia. Come nel titolo di quest’articolo, le rose son emblema di un tutto-assieme, sono l’idea ma anche l’oggetto, verso un futuro in cui si entra oltrepassando le soglie.

*Vogliamo anche le rose di Alina Marazzi, Italia/Svizzera, 2008. Produzione MIR e Rai Cinema. http://www.vogliamoanchelerose.it/

Per leggere gli altri due articoli su Marazzi, qui e qui.

© Alessandra Trevisan