Alberto Cellotto

Testi da ‘Abbiamo fatto una gran perdita’ di Alberto Cellotto

 

Hotel Misa, Marzabotto
Domenica 28 settembre pomeriggio

Caro Lucio,
non credo resterò qui a dormire stanotte. Sono partito ieri,
ho dormito in Veneto, e stamattina ho voluto visitare ancora
la città etrusca e la necropoli. Mi soffermo sempre
sulle ciotole e sugli aghi. Ho ripensato a Montreux e al
museo della città, dove c’è una collezione bellissima di ditali:
vacci una volta quando torni a Losanna. All’esterno
ho osservato l’erba e la strada che passa sopra la necropoli.
Quando sono andato al bagno ci sono rimasto a lungo,
seduto su una sedia in plastica. Non che mi sentissi male,
ma quella sedia era in una posizione perfetta, orientata secondo
l’asse che quella necropoli dispone e inclina ancora
oggi sulla faccia della terra. Posizione, orientamento e
inclinazione: se li trovi ci sei quasi. Quando è entrata una
giovane donna non ha evitato di chiedermi se stessi male e
mi servisse aiuto. Le ho risposto che poche volte ero stato
meglio in vita mia e sono quindi uscito di nuovo sull’erba,
alla penombra del boschetto dell’acropoli, diversa da
quella che avevo lasciato, più chiara, mentre più densa
scorreva l’aria dentro il petto.
Questo hotel è perfetto, ma mi ha preso l’ansia, aumentata
alla visione della fantasia animale dei copriletto, e sento
che è meglio se non rimango qui stanotte. Pagherò la
stanza tra poco e cercherò qualcos’altro vicino a Codigoro,
ma prima volevo scriverti che sarò in giro per una ventina
di giorni e ripasserò per Bologna prima di tornare a casa.
In quell’occasione ti chiamerò senz’altro. Ti scrivo così,
ho il telefono con me ma non il computer. Immagino tu
sia uno che ha scritto un sacco di lettere da giovane. Mi
sbaglio?
Ho stazionato sulla sensazione di essere torturato, qui
da solo, in questa stanza. Quel che vivo non è un rituale
di tortura e nemmeno l’ubbia che ci sia qualcuno che mi
perseguita da lontano con qualche maleficio. La tortura è
quella che mi porto in serbo da troppi anni, è essere attorcigliato
tra dire e non voler dire più nulla. Una postura
insulsa che ormai è diventata il mio tono di voce. A volte è
il desiderio di togliermi dalle spese, sebbene io non sia mai
andato vicino al suicidio. Di qua passa questo stordimento
che avanza come un’auto di notte in una strada di campagna,
tra le rane, le bisce e i ricci investiti che provocano
una lieve scossa sotto i pneumatici.
Che cosa resta da confessare, Lucio? Che cosa possiamo
confessare senza la tortura? E quanto dobbiamo
torturare ancora o essere torturati affinché le confessioni
accadano? Io non lo so dire meglio, ma credo che dovremmo
arrivare presto a essere tutti in preda a una foga di
confessione. Voglio che rimaniamo ben lontani da quelle
confessioni che ci capitano spesso, quell’espressione capace
solo di vuotare un sacco, lo sfogo, altrimenti facciamo
bene a continuare a diffidare delle confessioni, a sentirle
come estrema forma della malafede.
Il tempo oggi è buono, faceva un gran caldo e sono rimasto
a lungo nell’acropoli che è più in ombra e sopraelevata
rispetto al piano vasto dove si sviluppa la necropoli.
Ci dovresti andare anche tu un giorno. Poco fa sono passato
davanti a una trattoria vuota. Una cameriera sfaccendata
con la polo arancione del locale leggeva un quotidiano
e sono ripiombato nell’immagine della strada che per anni
ho percorso per andare al lavoro, con la collina davanti
tanto vicina che m’immaginavo spesso di andare a sbatterci
contro. Mi sono sempre chiesto in quale punto un’auto
può schiantarsi su una collina senza la dolcezza di una
strada in salita che prevenga lo scontro, come se la collina
fosse un muro a piombo dove si può finire a sbattere giungendo
da lontano a gran velocità.
Ti riscrivo presto.
Martino

*

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Nota critica su “Traviso” di Alberto Cellotto

di Roberto Batisti

Traviso

Con questa raccolta, la sua quinta in dieci anni da Vicine scadenze del 2004, Alberto Cellotto inaugura come meglio non si potrebbe la collana ‘hence le joie’ di Prufrock spa (e all’editore vada un plauso per la cura adoprata nel confezionare un oggetto libro elegante e azzeccato sul piano grafico, materico, oltre che per il coraggio e la coerenza di visione con cui sta costruendo il suo catalogo). In linea con l’indirizzo programmatico della nuova collana («libri che in massimo venticinque poesie svilupperanno un immaginario profondo e autosufficiente»), l’autore inanella ventuno brevi liriche, di sette versi ciascuna (si confronti la misura media ben più distesa del precedente Pertiche del 2012, che addirittura si chiudeva con un lungo poemetto), scandite da una misteriosa numerazione che per salti discontinui arriva fino a 72; e le arma di una coerenza interna, di una densità linguistica micidiale. A tutti i livelli.
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L’importanza di essere piccoli – quarta edizione dal 5 al 9 agosto

locandina Importanza

L’IMPORTANZA DI ESSERE PICCOLI – IV edizione
poesia e musica nei borghi dell’Appennino tosco-emiliano
dal 5 al 9 agosto 2014

POETI E MUSICISTI
SI INCONTRANO NELLE VALLI E NEI BORGHI DELL’APPENNINO TOSCO EMILIANO

con
FABIO PUSTERLA, MARIO BENEDETTI, RICCARDO SINIGALLIA, PEPPE VOLTARELLI, DAVIDE TOFFOLO e molti altri

Per il quarto anno, dal 5 al 9 agosto, torna “l’importanza di essere piccoli” un festival in cui musicisti e poeti si incontrano riabitando i borghi, i cortili, i sentieri e le radure dei boschi.
“L’importanza di essere piccoli” è organizzato dall’associazione culturale SassiScritti Circolo Arci di Porretta Terme (Bo) con la direzione artistica di Azzurra D’Agostino e Daria Balducelli e il contributo di Regione Emilia Romagna, Provincia di Bologna, Comune di Castel di Casio, Comune di Granaglione, Comune di Pistoia, Comune di Porretta Terme, Comune di Vergato, Arci Bologna, Fondazione del Monte, e Pro Helvetia Fondazione svizzera per la cultura.
La bellezza ruvida dei paesaggi che fanno da sfondo agli incontri e ai concerti è la materia viva del festival che da alcuni anni rende possibile, insieme agli artisti e agli abitanti dei paesi, la parabola della poesia, il suo fremito. I versi oracolari tratti dal poemetto di Amelia Rosselli ‘Libellula, panegirico della libertà’, hanno suggerito l’immagine di quest’anno, emblema di grazia e levità, un lapsus poetico che nel suo librarsi bilancia le ali e si dona allo sguardo.

Fabio Pusterla, Peppe Voltarelli, Mario Benedetti, Riccardo Sinigallia, Davide Toffolo, Roberto Angelini, Mara Redeghieri, Luigi Socci, Chandra Livia Candiani, Dina Basso, Yari Bernasconi, Alberto Cellotto, sono gli ospiti che con la loro poesia e musica si libreranno sulle frazioni e i borghi dell’ Appennino, trasfigurando gli orizzonti e cangiando loro stessi alla presenza dei paesaggi. Gli ampi campi della sede del circolo culturale ippico Scaialbengo a Castel di Casio, che come praterie ospitano allo stato naturale i cavalli che possono vivere liberamente in branco, così come il parco pluviale del fiume Reno che solca la valle del Molino del Pallone, sono esempi di luoghi speciali da scoprire e riabitare con l’arte. E ancora: la suggestiva e antichissima Pieve della Rocca di Roffeno (Vergato), risalente al X secolo, la dolcezza dei declivi di Capugnano (Porretta Terme) e il borgo Castagno di Piteccio (Pistoia) che incontra la linea transappenninca della Porrettana, gioiello dell’ingegneria ferroviaria del XIX secolo: sono questi i paesaggi così lontani dai “giganti passi dell’uomo” che saranno solcati dagli artisti e dagli ospiti, come libellule che abitano i campi. La partecipazione degli abitanti dei borghi è poi la linfa de “L’importanza di essere piccoli”: sono loro che ospitano gli artisti, li incontrano e passano il tempo con loro, tra una lettura e un soundcheck.

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Traviso di Alberto Cellotto (Prufrock Spa Edizioni)

[Traviso è un tentativo di scrittura breve e intervallata dal protagonismo del numero che sta tutto nell’alveo di un’ossessione precisa, cioè quella per il volto dell’uomo, per quel pensiero che raduna le diverse combriccole dei volti, quando si percepisce che ogni viso è legato a ogni altro. Allo stesso tempo il travisare diventa un nascondimento necessario, forse per provare a uscire dal loop dell’ossessione.]

Traviso

2.

Segue, la sodaglia dell’inverno
il ghiaccio rotto nelle pozze
e l’aria sa con l’ora dei posti dove
mai sono stato, quegli
unici dove ho
davvero sostato,
eterno.


13.

Solamente la distanza dai civili
usi e terreni, solo il lontano: unico
oggetto che sento. Esperto paesaggio
sporgente, serrato a festa.
Per me o te la strada bagnata e i raggi
vecchi, la vietata vista, i becchi
nei cortili.


31.

Sta per finire per sempre il dovere.
Dove ti riprendi l’allegria
adesso, dove si mangiano i figli?
Quasi mai sai e accetti la guardia
del piacere, la stuoia di questa
pioggia che gioca già con tutte
le ere.


37.

Plausibile immagine, somiglianze, come
ernie da una guancia.
Tra i lobi tuoi s’incaglia
il mento, non hai tempo
per il mondo e il mondo
non ha tempo né terre
senza nome.

 

alberto cellottoAlberto Cellotto è nato a Treviso nel 1978. Ha scritto i libri di poesia Vicine Scadenze (Editrice Zona, 2004), Grave (Editrice Zona, 2008) e Pertiche (La Vita Felice, 2012). Ha tradotto dall’ inglese opere di Gore Vidal, Stewart O’Nan e Frank Norris. Cura il blog Librobreve. Altro su albertocellotto.it

Alberto Cellotto – Pertiche

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Alberto Cellotto – Pertiche – La Vita Felice – 2012

Due delle possibili chiavi di lettura del bel libro di Alberto Cellotto, potrebbero essere: la terra (o Luogo) e il ricordo. Presi singolarmente questi due elementi lascerebbero pensare, semplicemente, a qualcosa di molto personale e particolarmente legato alle origini del poeta e, questo,sarebbe corretto se guardassimo soltanto ai punti di partenza di Cellotto.  “Così per quanto ne sanno  / questi giocatori soli / di sera, si può chiedersi ugualmente:  / vero che è bello qui? Che stiamo  / bene e manca solo quello che manca?” I luoghi del passato (recente o distante, si veda il poemetto sulla Prima Guerra Mondiale) sono quelli del Nord-Est, i ragazzi di adesso sono i soldati di allora. Lo scatto in avanti del poeta è consentire a chi leggerà (a qualunque latitudine appartenga) di sentire la stessa appartenenza, la stessa (a volte) poca speranza, la malinconia, la rinuncia a qualcosa che mai verrà, presente in questi versi. C’è poi qualcosa in più (che è spesso la differenza tra un libro e un ottimo libro): riuscire a leggere anche tutto quello che l’autore lascia fuori dai testi. Io ho avvertito (e credo di non sbagliare) una fatica dello stare al mondo in  un certo modo, l’oscillazione, terribile e dolcissima, tra il tenere i piedi per terra e spiccare salti nell’aria. Cellotto ci  mette in mano una matita con cui unire i puntini di un “insieme” non facile da realizzare ma necessario. “a questo cerchio di mattine e sere, / a quello che tutti non abbiamo detto / per paura.”

© Gianni Montieri

Nota: recensione pubblicata sul numero 16 della rivista QuiLibri