Alberto Casadei

Gianluca Spitalieri, quattro poesie da Racconti di un’assenza (Transeuropa, 2016) e un testo inedito

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Assilli

I mille sguardi dei morti lasciano un paese a pezzi
e rimangono solitarie le strade di notte senza asfalto.
Hai forse trovato riposo in uno dei tanti letti presi in affitto
in quel luogo desolato?
Ho gettato semi nel water questa notte, raccolti in contenitori di cellulosa
serbo speranze nell’uomo.
Riuscirebbe a ritrovare un figlio perduto in quelle strade solo dallo sguardo.
Serbare speranze gettare seme e raccogliere sguardi
sembrano propositi alti per un paese di morti.

Ti ho lasciato anche questa notte con un abbraccio forte
e mi mancava il fiato per la presa. Così lascio i miei amanti
mentre stringo le palle alla luna illudendomi.

Avresti preferito un lavoro decente e mille prestiti in banca
invece di una notte passata con me. Posso capirlo.
Sono un precario anch’io. Ma di amori. Quelli che restano in gola
e che non vanno giù nemmeno a morire.

Questa notte quel letto lo paghi tu però.

 

Bolle di sapone

Non era altro che una bolla di sapone
che non si orienta nello spazio e che muove
monotoni i corpi in quella stessa direzione che non
lascia scelta.

Così lasciava giocare nel cortile senza panchine
e si rincorrevano le bolle.
La ripetizione è forma difficile della luce
come i giochi della mano lasciano nuda
la solitudine delle labbra.

E se conversassimo del più e del meno sarei soddisfatto lo stesso
perché in una una bolla di sapone è permesso consumarsi. (altro…)

Nuovi Argomenti n. 74: Amelia Rosselli

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Tommaso Pincio “Sfere celesti” 2015, materie varie su tavole (foto di Alessandro Vasari)

Amelia Rosselli, «Nuovi Argomenti», n. 74, 2016

Introduzione
di Maria Borio

«Nel pulsare di tutte le moltitudini». Forse è questo uno dei versi attraverso cui oggi si può lanciare lo sguardo alla scrittura di Amelia Rosselli e ritrovarne la presenza almeno in almeno due fenomeni: una tonalità emotiva centrata su una pronuncia individuale e interiore, che si sgancia dalle poetiche del Novecento e cerca con fatica la propria autenticità espressiva; e la capacità di tenere insieme più linguaggi, musica, parola, diverse lingue. Questo verso, tratto dalla raccolta Sleep-Sonno, descrive in controluce l’assemblaggio che lavora le inserzioni semantiche e il ritmo come andamento tonale, ma anche come forma grafica, elaborando la poetica musicale e visiva descritta in Spazi metrici e dando vita a quello che potrebbe essere chiamato uno ‘sperimentalismo esistenziale’. Nanni Balestrini, con una dedica in versi, ci consegna il suo «attimo in fuga»; Antonella Anedda, con una inedita poesia-saggio, restituisce un’interpretazione dell’incastro ibrido che lo sguardo a più livelli e a più voci della Rosselli può suggestionare; Roberto Deidier disegna uno scatto-documento emerso da un originale inventario privato.  La vocazione di questa poesia ricrea, forse prima di tutto, l’affollamento dell’inconscio di un’interiorità contemporanea che pulsa come un sismografo in uno scambio tra l’esperienza e la storia, tra l’io e un essere – o ritrovarsi – personaggio. E il poeta, come Amelia Rosselli amava definirsi abolendo le distinzioni di sesso o scale d’appartenenza, è un universo che si compone e solidifica nei legami sonori, semantici e grafici, un universo che Stefano Giovannuzzi porta alla luce nei nodi tra la scrittura e la biografia, Alberto Casadei attraverso le possibili funzioni dell’inconscio biologico-cognitivo, Caterina Venturini nel rapporto tra la figura della madre e la psicoanalisi, Alessandro Baldacci nella ricostruzione di un simbolico mondo di presenze animali. Caso unico nella poesia italiana del Novecento, la Rosselli fluttua in una solitudine eccentrica e «quadrata», che le permette di strizzare l’occhiolino a Sanguineti e alla Neoavanguardia, come ben ricorda Gian Maria Annovi, o ai palinsesti dei cosiddetti Novecento e Antinovecento, di cui parla Gandolfo Cascio scrivendo sul poemetto La Libellula. Nella sua unicità, tra la «variazione», che lavora musicalmente, e il «documento», che usa l’individualità come filtro della storia, la Rosselli tende a spossessare l’intenso inconscio lirico per farlo rifluire in una sorta di inconscio collettivo, in una sola moltitudine, incontro di tutte le moltitudini, con uno «sforzo per essere autentici», come diceva Amelia di Boris Pasternak, come scrive Laura Barile commentando i Nonnulli, e come si legge nei ricordi di Daniela Attanasio e Gabriella Sica. Essenziale l’incastro tra le lingue, forse naturale antesignano di certe recenti tendenze al genere ibrido, che si riverbera nei lavori sulla traduzione: nei contributi di Jennifer Scappettone e di Daniela Matronola per l’inglese, e di Jean-Charles Vegliante per il francese. Infine, Laura Pugno, con un delicato ritratto lirico, e Ulderico Pesce, in una conversazione sulla rappresentazione teatrale di alcune opere di Amelia e del suo rapporto con Rocco Scotellaro, lasciano due fotografie in scrittura da conservare.

 

(La sezione dedicata ad Amelia Rosselli, per il ventennale della scomparsa, a cura di Maria Borio, propone contributi di Nanni Balestrini, Antonella Anedda, Roberto Deidier, Stefano Giovannuzzi, Alberto Casadei, Caterina Venturini, Alessandro Baldacci, Gian Maria Annovi, Gandolfo Cascio, Laura Barile, Daniela Attanasio, Gabriella Sica, Laura Pugno, Ulderico Pesce.)

 

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Tommaso Pincio “Sfere celesti” 2015, materie varie su tavole (foto di Alessandro Vasari)

Orlando500: pro bono malum

Ariosto (nel frontespizio del Furioso 1532)

Ritratto di Ludovico Ariosto (“Orlando Furioso”, frontespizio edizione del 1532)

Le donne i cauallier’: l’arme gli amori
     Le corteſie: l’audaci īpreſe io canto
     Che furo al tēpo che paſſaro i Mori
     D’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto
     Seguendo l’ire, e i giouenil furori
     D’Agramante lor Re, che ſi die vanto
     Di vendicar la morte di Troiano
     Sopra re Carlo imperator romano..

Diro d’Orlando in vn medeſmo tratto
     Coſa non detta in proſa mai ne in rima
     Che per amor venne in furore e matto
     D’huom che ſi ſaggio era ſtimato prīa...

Non so se esista una classifica degli incipit più fortunati, folgoranti e immediati delle patrie lettere; sicura­mente dopo il primo verso della Commedia del sommo Dante, nella mia personalissima classifica, Ariosto segue a ruota, scalzando (e scalciando) di gran lunga il primo verso del primo sonetto dei Rerum vulgarium fragmenta di Petrarca. Ovviamente il gioco finisce qui, ma è innegabile che quel primo verso, tutto chiuso nel più bel chiasmo che poeta italiano abbia mai partorito, dove chiare si palesano subito sia le direttrici della «poetica del diletto», sia direttrici di segno opposto che consegnano il poema invece a una lettura ben più critica della civiltà rinascimentale, sospesa appunto tra sogno cavalleresco e guerre sanguinose (il 1527 non è poi così lontano dal 1516), sia uno dei motivi che hanno reso immediatamente l’Orlando fu­rioso un classico tra i classici.
È vero e noto che a tanto bel verso Ludovico Ariosto arrivò soltanto nel 1532, con la terza e definitiva edizione del suo poema (portato da quaranta a quarantasei canti), con le Prose della volgar lingua del Bembo pubblicate da sette anni e una nuova idea di lingua e stile che ancora, fortunatamente, non s’era fatta manierismo, ma che Ariosto sente necessaria per la sua opera, e non solo in virtù della moda petrar­chista già impostasi sul piano teorico con gli Asolani, sempre del Bembo, e sul piano poetico con gli Amorum Libri Tres di Boiardo.
Eppure quel primissimo attacco che compie oggi 500 anni, quel «Di donne e cavallier li antiqui amori» annun­ciava già nel 1516 tutta la modernità del poema, por­tando, e non solo accogliendo, le donne in primo piano, come protagoniste-eroine, e come lettrici-uditrici, con uno scatto in avanti ben più lungimirante degli illustri precedenti, dei quali il più illustre rimane il Decameron di Boccaccio; Ariosto metteva sullo stesso piano, in modo paritario, i due filoni della tradizione alla quale si attingeva a piene mani: quello delle gesta dei paladini carolingi, tutto incentrato sulla guerra contro l’infedele, e quello arturiano, legato agli amori, ai sentimenti, che per tutto il Medioevo mai aveva trovato casa in un’unica narrazione. E tutto già nel chiasmo del primo verso, in quel «Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori» che unisce felicemente l’esordio di Boiardo («Signor e cavallier che ve adunati»), tutto rivolto ai fieri uomini di corte, e necessario tributo da pagare immediatamente con il diretto predecessore di cui si vuole continuare la narrazione, con un sorprendente, e forse inatteso, rinvio dantesco, che non si limita al solo recupero della figura retorica: «le donne e’ cavalier, li affanni e li agi» (Purgatorio, XIV 109). (altro…)