alba

I poeti della domenica #285: Giorgio Caproni, Alba

Una cosa scipita,
col suo sapore di prati
bagnati, questa mattina
nella mia bocca ancora
assopita.

Negli occhi nascono come
nell’acque degli acquitrini
le case, il ponte, gli ulivi:
senza calore.

È assente il sale
del mondo: il sole.

.
In Come un’allegoria (1932-1935), Genova, Degli Orfini, 1936.

I poeti della domenica #258: Samuel Beckett, Alba

beckett 2

Alba

prima che giunga il giorno sarai qui
con Dante e il Logos e tutti i cieli e i misteri
e la luna maculata
al di là della candida superficie di musica
che qui enuncerai prima del giorno

grave soave cantabile seta
chìnati sull’oscuro firmamento di areche
effondi sui bambù fiore di fumo filari di salici

chi mai se anche ti chini con dita di pietà
a sottoscrivere la polvere
non vorrà aggiungere alla tua elargizione
il cui splendore sarà un foglio dinanzi a me
un resoconto della stessa emesso da oltre la tempesta di emblemi
così che non ci sarà sole né disvelamento
né alcuna schiera
soltanto io e quindi il foglio
e massa inerte

[traduzione di Gabriele Frasca]

 

Alba

before morning you shall be here
and Dante and the Logos and all strata and mysteries
and the branded moon
beyond the white plane of music
that you shall establish here before morning

grave suave singing silk
stoop to the black firmament of areca
rai on the bamboos flower of smoke alley of willow

who thought you stoop with fingers of compassion
to endorse the dust
shall not add to your bounty
whose beauty shall be a sheet before me
a statement of itself drawn across the tempestt of emblems
so that there is no sun and no unveilling
and no host
only I and then the sheet
and bulk dead

 

© Samuel Beckett, Ossa d’eco (“Echo’s bones”), da Le poesie, a cura di Gabriele Frasca, Einaudi, 1999

Le cronache della Leda #16 – Quando passeggio

biennale architettura 2010 - foto gm

 

Le cronache della Leda #16 – Quando passeggio

 

Vado a passeggiare, c’è un piccolo fiume appena fuori dal paese. È lì che vado a passeggiare, poco dopo l’alba, non tutti giorni, ma abbastanza spesso. Vado quando voglio pensarti, figlio, passeggio quando voglio ricordarmi. La luce rosa quella che siamo abituati a vedere nelle fotografie qui non si vede quasi mai, qui le albe hanno un colore che varia dal grigio al bianco. I colori ce li metto io quando ti penso, il silenzio fa il resto. Ti penso in silenzio.

Penso a me madre e alle cose che non ti dico. Le cose che non riesco a dirti. Non ti ho mai detto che mi manchi, tu me lo dici sempre, io ci credo fino a un certo punto. Ti manco come può mancare una madre anziana che vive lontana, qualcosa a cui si pensa con nostalgia, come quando si guardano le foto sbiadite e si accenna un sorriso buttando l’occhio fuori dalla finestra. Sono una presenza che non c’è, una che segue a distanza la vita tua e quella di suo nipote. Esisto nelle vostre vite come un rimbalzo, come una voce fuori campo, un racconto in terza persona. Come i regali che si fanno per Natale. Quello è il mio regalo, voi due che venite per Natale. E anche quelle volte non è completamente gioia, è più qualcosa dopo la gioia, una cosa che somiglia a voi due che andrete verso l’aeroporto. Baci e abbracci.

In queste passeggiate che non sono né lunghe né corte, soltanto necessarie, vedo te da bambino, vedo tuo padre di schiena che ti solleva, vedo me che sto tre passi indietro e rido, vedo tutte le cose possibili. Non fraintendermi, molte cose lo sono state. Il tuo futuro è accaduto, possibile e aperto come l’avevi immaginato. Non è accaduto il nostro, ecco quello che avevo pensato. Una maggiore vicinanza, berci un caffè insieme, andare a prendere tuo figlio a scuola, raccontarlo a mio marito a cena la sera. Passeggio e so che potrebbero sembrarti stupidaggini e, credi a tua madre, lo sono. Eppure ho bisogno di pensarle e di fare finta di dirtele.

Passeggio più o meno per un’ora, l’ora più preziosa, quelle che rende possibile tutte le altre. L’ora di cui non parlo con la Luisa, con la Wanda, con l’Adriana. Non ne parlo nemmeno con l’avvocato, quell’ora è mia soltanto. Ti sento più vicino mentre cammino che quando ci parliamo su Skype. Nelle nostre videochiamate nessuno dei due è sincero, siamo contenti, ma tre quarti delle cose che ci diciamo sono frasi di circostanza. Sono le cose che vanno dette: la salute, il tempo, la scuola del bambino, la cena, i libri. Forse sui libri siamo sinceri, quella è la cosa dove ci siamo sempre trovati. A volte credo che tu mi voglia bene più per i libri che leggo che per altro. Non è una brutta cosa voler bene a qualcuno in base alle letture che fa, ma forse a una madre si dovrebbe voler bene un po’ di più, a caso, senza motivo.

Naturalmente, mentre diventa più chiaro, mi faccio la domanda trappola: «Dove ho sbagliato?» Non c’è risposta e forse non c’è sbaglio. Mi parlo e ti parlo e dico che le cose, forse, sono andate come dovevano andare. Con una donna sola, messa lì a metà tra un cimitero di provincia e gli Stati Uniti d’America. Parlo con le cose, con i miei oggetti, perché così non impazzisco. Tengo ancora il portapenne con la falce e il martello, le foto delle riunioni del partito insieme a quelle di te che giochi in cortile. Ogni tanto dormo con un maglione di tuo padre, no, non ha più il suo odore dopo tutti questi anni, ma in quelle notti mi pare che il tempo mi restituisca qualcosa, come queste passeggiate. Cammino lungo il fiume e compenso. Respiro e ti dico le cose che non ti dirò.

Quando la luce si fa piena mi volto verso il paese, smetto di pensare e di parlarti, figlio, e me ne torno a casa, mi faccio un tè e ricomincio la mia vita con più cose che persone. Un luogo dove i libri e i ricordi la fanno da padrone.

Leda

***
©Gianni Montieri

Solo 1500 n. 22 – Il meccanismo dell’alba ansiosa

Solo 1500 n. 22 – Il meccanismo dell’alba ansiosa

Ho fatto un sogno. Dentro c’eravamo io e un mio amico. Ci trovavamo in un palazzo storico di Milano. Il palazzo del Comune, quello dell’anagrafe di via Larga. Non so per quale motivo gli domandavo come fosse stato costruito quel palazzo, come fossero dislocati i lunghi corridoi. Lui mi spiegava che tutto era stato pensato seguendo il meccanismo dell’alba ansiosa. A quel punto mi sono svegliato, ma l’idea di quel meccanismo lì mi è rimasta in testa. A pensarci bene “Il meccanismo dell’alba ansiosa” è una cosa bella da sentire ma un po’ inquietante da applicare. Scomponiamo la frase e partiamo da Meccanismo. Viene da pensare agli ingranaggi, in particolare quelli degli orologi. Precisione, ticchettii, incastri perfetti di tempo. La seconda parola è: Alba. Tenendo da parte per un attimo, i colori di certi posti al mare, alle cinque di mattina, e pure quelli di alcune mattine cittadine da foschia umida. L’alba è bella se vuoi alzarti e orrenda se non vuoi. Arriviamo alla terza parola: Ansiosa. Forse è la chiave del sogno. Quell’ansia spartiacque tra la notte e il giorno. Il confine fra sogno e ragione. Ansiosa come staccare la testa dal cuscino e in due secondi ritrovarsi in ufficio, prima di capire chi sei. Il momento prima dell’alba pare sia la parte più buia della notte, forse quella in cui siamo più soli. Mi piace pensare che sia quello l’istante in cui l’ingranaggio, il nostro tempo, ricominci a girare. In quello scuro prima del rosa, della corsa, il meccanismo dell’alba ansiosa riparta e ci ricordi, in meno di un lampo, che siamo vivi. Un’altra volta.

Gianni Montieri