al faro

Quattro passi #1 – Bellezza

Pietro Annigoni, "Il germoglio"

Pietro Annigoni, “Il germoglio”

Quella che segue è una piccola rubrica che per quattro lunedì, ad agosto, proporrà altrettanti brani di celebri libri attorno a un unico tema, introdotto da un’opera di Pietro Annigoni. Oggi, “la bellezza”. Buona lettura.

La teoria dell’architettura della Grecia antica, per esempio; specialmente quel vecchio tempio di Atena vuoto e spalancato contro il cielo di Atene. Aveva un carattere più umano di qualunque altra architettura, le aveva detto. Era quella, secondo lui, la sua bellezza: una sorta di agio per l’occhio e la mente umani.
«Sono stati fatti per noi,» diceva «come una sedia o un letto ci si confanno quando siamo stanchi. Come l’abbraccio di un uomo si confà alla morbida donna che sta abbracciando; ti ricordi quando eravamo giovani? Come le braccia di una madre si confanno alla debolezza del figlio, e i suoi seni alla sua bocca famelica; ti ricordi quando i bambini erano piccoli?».
Lei rideva quando le parlava così, e lo rimbrottava, e diceva di non ricordare nulla di quelle cose. Ma ora, spinta dalla nostalgia, il ricordo della sua voce più nitido nella mente di quanto fosse mai stato all’orecchio, ricordava.
«Perché vedi,» le diceva «la bellezza non è soltanto sentimento, è matematica e psicologia. La vista del Partenone si lega all’esperienza degli altri nostri sensi e degli altri nostri sentimenti; dentro c’è tutto. Vediamo le sue proporzioni, e al tempo stesso sentiamo le proporzioni del nostro corpo, e corrispondono;  ed è un godimento per gli occhi, così come nel ballo i piedi godono della musica.»
[…]
Anche a Kimon, il loro amato figliolo, piaceva tanto sentire parlare il padre; ma come un giorno le aveva confidato, era più per la luce che gli si accendeva negli occhi, per la sua cara voce e per il fascino dell’oratoria; anche lui non ci capiva molto più di lei. Lo prendevano in giro perché diceva sempre «noi» – «noi sentiamo e noi reagiamo e noi crediamo» – mentre loro non sapevano di che cosa stesse parlando. Fra lei e Kimon c’era un’affettuosa, tacita intesa; Kimon, con quel suo carattere gentile, dolce come una donna. Lui le voleva bene più che a chiunque altro, e a volte le diceva: «Sei tu l’intelligente, mamma. Quella di papà è tutta erudizione e eloquenza.»

 (Glenway Wescott, Appartamento ad Atene, Adelphi 2003, traduzione di Giulia Arborio Mella. I ed. or. 1944)

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