Al centro dell’inverno

PoEstate Silva #27: Biagio Cepollaro, da “Al centro dell’inverno”

da Tra i due lembi della notte

 

il corpo sfoglia i decenni come fa per i petali della margherita
ciò che sembrava il tempo lungo di una vita si conferma ora
un battito di ciglia: prodigiosa è questa capacità
della specie di ricordare e trasmettere. miracolosa è questa
sua capacità di bellezza nel cuore di un’eterna barbarie

 

il corpo svegliandosi nel sorriso dell’altro si raccoglie tutto
nel semplice e nudo della vita. le sue pulsazioni sono gli accenti
di un dire che conclude la frase solo per cominciarne un’altra
il flusso che lo innalza è lo stesso che ha spinto la notte
fino alla sua placida estenuazione: la luce è fiato che riprende
è provvisoria e pacifica neutralità delle cose del giorno

 

 

da Umido e luce

 

il corpo al centro dell’inverno si copre come può. eppure
non bastano le maglie né gli strati che allontanano la pelle
dalla distanza gelida del sole. basta poco per gettare
una metà del pianeta nell’oscurità. qui
anche i pensieri faticano a formarsi e infiammano
le mucose cibi troppo speziati per consolazione

 

il corpo al centro dell’inverno resta in bilico: il freddo
è luce metallica che preme sulle palpebre è il tunnel
che sembra non avere uscita. ci si scalda le mani
ci si abbraccia anche: si attende che il caldo nasca
da non disperdere nulla dal trattenerci davvero qui

 

 

Biagio Cepollaro, Al centro dell’inverno, L’arcolaio 2018
(qui le poesie del Prologo)

 

 

L’inizio di un’epica: su “Il luogo delle forze” di Vincenzo Frungillo

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Per secoli gli uomini hanno saputo opporre alle forze della dispersione un sistema simbolico coeso e forte, tale da porsi a salvaguardia dei valori condivisi: anche questo di fatto è stata l’epica antica per i suoi contemporanei, serbatoio di gesta esemplari compiute dagli eroi e trasmesse alle generazioni successive. Qual è invece il senso di un’epica nel nostro presente antieroico, in cui “la dispersione è rappresentata dalla proliferazione indistinta e indifferenziata di segni” (p. 9) e il rischio dell’oblio nasce piuttosto dall’eccesso di comunicazione e da un vorticare di valori contrapposti che finiscono per annullarsi? A questo cerca di rispondere Vincenzo Frungillo con il suo saggio Il luogo delle forze (Carteggi letterari, 2017), e lo fa di fronte a un effettivo e massiccio ritorno della poesia a una vocazione poematica, a libri di versi fortemente strutturati, opere-mondo “da opporre alla disseminazione” (p. 9). Se infatti non vi è dubbio che una scrittura neo-epica e programmatica risponda a una esigenza di ordine, bisognerà pur vedere in che modo questi autori hanno fatto la loro proposta di ricomposizione del mondo legittimandosi sostanzialmente da sé, in assenza delle basi tradizionali di una volta.
L’argomentazione di Frungillo si incardina intorno alla metafora del corpo, che in età classica si configurava come corpo esemplare, corpo esposto dell’eroe. È il caso del cadavere di Ettore, reclamato dal padre Priamo che diventa garante della memoria eroica: “sul corpo di Ettore si gioca lo spazio del racconto che è uno spazio etico, estetico e metafisico allo stesso tempo, qui si apre lo spazio della memoria […] Dimenticare il rischio della fine significa perdere il senso stesso della parola e quindi il nostro spazio di specie, la nostra nicchia ecologica […] il corpo dell’eroe trattiene lo spazio che permette la Storia e una narrazione condivisa” (pp. 14-15). Il “rischio della fine” è la possibilità che si interrompa il discorso che dai padri passa ai figli e dal singolo alla comunità, e che insomma prevalgano le forze della dispersione. A parti inverse, un altro eroe, Enea, porta sulle spalle il corpo sofferente del padre Anchise, come un’eredità fisica e simbolica a partire da cui poter ricostruire una Patria. L’immagine del corpo va insomma in risalto laddove avvengono scambio e condivisione tra generazioni, e cioè laddove si fonda una tradizione. Che ne è invece del corpo nell’epica contemporanea, che opera in un tempo nel quale “la tradizione, intesa come portato di valori comunemente accettati, non è più garantita” (p. 17)? Già con Pagliarani (autore di riferimento costante per Frungillo, e nel libro termine di paragone per tutti i poeti successivamente presi in considerazione) il ritorno in poesia di macrofigure (linea narrativa, presenza di personaggi) si combina con il senso profondo della loro drammatica inattualità; avviene cioè “la messa in crisi del corpo dell’eroe protagonista come centro ideale della memorizzazione” (p. 20). (altro…)

Biagio Cepollaro, Al centro dell’inverno

biagio cepollaro, foto di Dino Ignani

biagio cepollaro, foto di Dino Ignani

 

Presentiamo oggi pomeriggio poesie di Biagio Cepollaro dal libro in lavorazione Al centro dell’inverno; libro che chiuderà la trilogia Il poema delle qualità; iniziata con Le qualità (La Camera Verde, 2012)  e proseguita con La curva del giorno (L’Arcolaio 2014). Ringraziamo l’autore e vi auguriamo buona lettura.

 

Prologo
Dal collasso della storia

 

1.

il corpo ogni giorno si accende come si avvia un terminale
a lui fanno capo i messaggi in arrivo e ogni input che suona
è richiesta di attenzione e risposta. è pioggia che batte
sui vetri la chat che moltiplica i gruppi divisi per tema

 

2.

il corpo al centro dell’inverno può anche coprire con un respiro
lo spazio della stanza: desiderio e gioia ripetono la loro danza
ma è come stare su di una zattera o dentro un cerchio di luce
che scivola sulla terra. è tutto intorno che non si vede o peggio
è questo mondo prossimo che anche visto non si può toccare: sono
i corpi tutti nell’acquario che “postano” di cibi gatti e grandi imprese

 

3.

il corpo ogni giorno si connette attraverso un fascio di luce
ad altri corpi e le teste si annodano con onde invisibili
che muovono e smuovono anche di notte senza sudare
ciò che prima era solitaria fantasticheria ora è fantasma
di gruppo che si solleva dai cuscini e plana attraverso le porte
se il corpo tagliasse questo filo che lo lega agli altri
si sentirebbe immediatamente respirare ma l’incertezza
della strada sarebbe più grande e anche assordante
sarebbe l’immediato silenzio sceso nella stanza

 

4.

il corpo si tuffa nella piscina riempita da parole
che scorrono incessanti attraverso tubi invisibili
e lo connettono al mondo da ogni lato. sono continue
trasfusioni di senso che nella quotidiana insensatezza
affollano psiche fino a farla sola e febbricitante

 

5.

il corpo anche nel sonno avverte il sussulto del terminale
che dice il messaggio in arrivo o la battuta di qualcuno
a proposito di qualcosa ad una certa ora della notte: il silenzio
non c’è. in suo luogo una modalità silenziosa che piano
sovverte la calma del corpo e la sua greve indifferenza

 

6.

il corpo al centro dell’inverno è un vuoto che non si risolve
è un punto interrogativo che attende il tempo che lo prende
e lo solleva come quando è dentro al suo dire e non c’è differenza
col suo fare. affacciato sull’istante luminoso che non viene si sporge
oltre la minaccia di morte e malattia: ripassa a memoria i volti
pochi dell’incanto che lo salvano forse dal collasso della storia

 

7.

il corpo che si disconnette sguscia via dall’involucro
d’onde che lo stringe. fuori torna ad essere assenza
di linguaggio: ora è soltanto pelle e patina tempo
e postura mentre l’aria della primavera profuma

 

8.

il corpo al centro dell’inverno vede ancora più buie
le strade che portano fuori dalla città verso un’ecologia
di confine tra periferie sfigurate e il grigio negli occhi
molte vite si sbranano qui senza neanche un racconto
basta la rabbia e la tristezza basta per ogni giorno
l’abitudine e per ognuno la morte è la fine del mondo

 

© Biagio Cepollaro