agota kristof

proSabato: Agota Kristof, Non mangio più

Agota Kristof, Non mangio più

..È troppo tardi. Non mangio più. Rifiuto il pane e i nervi a pezzi. Come rifiuto il seno materno, offerto a tutti i nuovi arrivati nelle latterie del dolore.
..Non appena ho imparato a vivere mi hanno nutrito di mais e fagioli.
..A tutti i piatti sconosciuti, avevo eretto un santuario andando a rubare qualche patata nei campi sconfinati del mio paese natale.
..Oggi ho tovaglia bianca, cristalli, argenteria, ma salmoni e selle di capriolo sono arrivati troppo tardi.
..Non mangio più.
..Sorrido alzo il bicchiere di vino pregiato in onore dei miei invitati al pasto serale. Poso il bicchiere vuoto, le mie dita bianche e magre accarezzano i fiori ricamati della tovaglia.
..Ricordo…
..E rido osservando i miei ospiti chinarsi voraci sul civet di lepre che io stessa ho cacciato nei miseri campi del loro paese natale.
..Nient’altro, in realtà, che il loro gatto domestico prediletto.

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in La vendetta, trad. it. di Maurizia Balmelli, Torino, Einaudi, 2005 [C’est égal, Paris, Éditions de seuil 2005]

#Festlet #2: Istruzioni per raccontare il mondo

«Navi alte e solenni facevano rotta nelle otto direzioni del mare accompagnate da un aspro addio di sirene navali». Così Leopoldo Barechal, raccontando Buenos Aires in Adán Buenosayres. E così sul cartellone che campeggia all’ingresso della Tenda dei Libri di Piazza Sordello, dove Adrián N. Bravi, Héctor Febres, Cecilia Graña e Emanuele Leonardi sono gli esperti che presentano una biblioteca aperta ed esposta, una fonda libreria a cassetti bianchi che custodisce guide e romanzi, fumetti e libri di storiografia sulla capitale argentina. La formula è svelta e calorosa: i libri sono in libera consultazione, il pubblico va dagli esperti, ne discute, si lascia consigliare e suggestionare. Li seguo anch’io: mi siedo accanto a Leonardi, che ora sta parlando di Borges e della tigre albina incontrata nello zoo di città, e aspetto il mio turno.
Gli chiedo: ha un consiglio per me, per noi? Lui prende Cortázar, Storie di cronopios e di  famas, e inizia a leggere l’incipit del Manuale di istruzioni. Dovresti sentirlo in lingua originale, però, mi dice. La questione della lingua sarebbe tornata per tutta la giornata.
Federico Taddia, ad esempio, presenta quest’anno un ciclo di incontri di autori su autori dove il criterio è l’aver riletto un libro. Non sarà il primo – con Donatella Pietrantonio – l’ultimo incontro cui andrò, tanto è vario il programma e tanto mi ha colpita l’edizione precedente, dove il criterio era raccontare del libro letto a diciassette anni. Donatella Di Pietrantonio parla di Trilogia della città di K., di Agota Kristof. Un libro va riletto, dice, quando la prima lettura non ci trova pronti, quando ne restiamo impermeabili, ma intuiamo la grandezza di quello che abbiamo tra le mani. Nel suo caso, con un bambino piccolo, l’incipit con la separazione di una madre e i suoi gemelli ha creato uno scarto: ma da subito sa che sarà solo questione di tempo per rincontrare quel libro. Così è, quando scopre come la Kristof sia andata via dall’Ungheria e si sia impadronita di una lingua straniera per scrivere, anche spiando sui quaderni del figlio decenne per controllare la scorrevolezza e correttezza della sintassi e del lessico. Conquista parallela, dice Donatella Di Pietrantonio, alle sue: l’italiano nato sul dialetto da bambina e, più tardi, la scoperta di uno stile semplice e piano dopo tanta ipotassi. C’è stata anche una terza lettura, racconta l’autrice, questa volta in francese: «Volevo provare la sua stessa difficoltà nella lingua straniera, volevo immaginare quali parole potesse aver cercato sul dizionario». (altro…)

Solo 1500 N. 13 – Ray, David, Agota (in rigoroso ordine di sparizione)

 

Solo 1500 N. 13 : Ray, David, Agota (in rigoroso ordine di sparizione)

La prima cosa è un conforto infantile. La certezza di sapere che i tuoi scrittori preferiti sono tutti morti, e che per quanto si possa scavare prima o poi gli inediti finiscono. Questo ti dà la sicurezza di possedere tutti i loro libri. La seconda cosa è uno sconforto totale. Perché non sarà più possibile alzarsi una mattina, accendere il computer e leggere cose del tipo: A dicembre il nuovo romanzo di Agota Kristof. Senza parlare della “nuova” raccolta di racconti di Raymond Carver. E a ottobre di quest’anno con l’uscita in Italia di: The pale king, si esauriranno, anche le scorte lasciate in magazzino da DFW.  Da ognuno di loro ho imparato qualcosa. Mi hanno inchiodato per giornate intere al divano. E spinto in strada, per far sapere agli altri come scrivevano. Diversi l’uno dall’altro, profondamente diversi. Carver efficace come nessuno a disegnare un  personaggio soltanto facendogli lavare le tazze della colazione. La Kristof, a tratti, glaciale nella scrittura, eppure capace di addolcirsi e emozionare. DWF, che usava cento parole dove Carver ne avrebbe impiegate più o meno dieci, eppure non era mai superfluo. A volte mi viene da pensare che cose come: “sei un minimalista”, “sei glaciale”, “sei cerebrale”, non vogliano dire molto davanti a tre artisti della scrittura. Gente che sapeva cosa fare. Quando cominciare a scrivere e quando smettere. Che sapeva quando non scrivere. Tutto ‘sto giro è per dire che io spero di trovarne altri di scrittori così, perché io questi tre li ho proprio amati. DFW scriveva: “Mi manca chiunque”. A me, intanto, mancano loro tre.

Gianni Montieri

qui i link ai tre numeri precedenti:

n. 12  n. 11  n. 10

Agota Kristof – (1935-2011) Oggi siamo un po’ più poveri…

Oggi ci ha lasciato una grande Scrittrice.

Agota Kristof.

Siamo un po’ più poveri.

 

Arriviamo dalla Grande Città. Abbiamo viaggiato tutta la notte. Nostra Madre ha gli occhi arrossati. Porta una grossa scatola di cartone, e noi due una piccola valigia a testa con i nostri vestiti, più il grosso dizionario di nostro Padre, che ci passiamo quando abbiamo le braccia stanche.

Trilogia della città di K. (incipit)

 

Tornerò a casa.
Fuori gli alberi urleranno, ma non mi faranno più paura, e neanche le nuvole rosse, né le luci della città.
Tornerò a casa, una casa che non ho mai avuto, o troppo lontana perché me ne ricordi, perché non era, non è mai stata veramente casa mia […]
Camminerò in queste strade spazzate dal vento, illuminate dalla luna.
[…] Bambini quasi nudi mi ruzzoleranno tra le gambe, li prenderò in braccio ricordando i miei che saranno grandi, ricchi, e felici da qualche parte. Li accarezzerò, questi figli di chiunque, e regalerò loro cose luccicanti e preziose. Rialzerò anche l’ubriaco caduto nel canale di scolo, consolerò la donna che corre gridando nella notte, ascolterò le sue pene, la calmerò.
Arrivata a casa sarò stanca, mi distenderò sul letto, un letto qualunque, le tende ondeggeranno come ondeggiano le nuvole.
Così il tempo scorrerà via.
E, sotto le mie palpebre, scorreranno le immagini di quel brutto sogno che fu la mia vita.
Ma non mi faranno più male.
da La vendetta