agostino cornali

Un inedito, di Agostino Cornali

 

La poesia è dedicata al nonno Nunzio, amatissimo dal poeta. «A Milano, da piccolo – mi racconta Agostino – prima di dormire facevamo un gioco infantile: la lotta. Avevo 4-5 anni».
Abbiamo di fronte a noi uno spartito, che viene cantato. Un canto antico e presente, originario e in tensione: l’arena degli spettacoli, dei leoni, dei gladiatori. Vita o morte, come una stessa cosa.
Cornali però, «incubo dopo incubo», a un certo punto ci sorprende. Sceglie un’immagine religiosa a tutela del corpo della poesia scagliandola nel cuore del testo: la lotta di Giacobbe con Dio, dal Libro della Genesi, ovvero la lotta con l’angelo di Dio, come nel dipinto di Delacroix. Braccia, vene, polsi incarnano un’implorazione pronta a sprigionarsi: non cedere, non cadere, non crollare.
Rappresenta l’interlocuzione profonda che il cristiano autentico, così come l’ebreo, ha con il proprio Dio. Di fronte al Padre non ci si presenta come servi, ma come figli, quindi con Lui in aperta discussione, anche in lotta giustamente, perché il figlio prima di tutto è interprete di sé e per questo (naturalmente) ribelle. Si tratta di una ribellione amorosa, è chiaro. Il padre, in questo caso il nonno, implora il figlio di non smettere mai una contesa che – lo si sente bene – è qui più una forma (con apparente paradosso) di “protezione”, di cura. Protezione, quindi proiezione, che di uomo in uomo possa propagarsi. Proiezione e dunque: prolungamento. Così si spiegano le ombre tentacolari dell’inizio, sul soffitto.
Ora, stiamo parlando di stile, cioè di visione. Poi certo, c’è la tecnica che permette tutto questo. Sentiamo assonanze e consonanze rincorrersi, fluire: proietta che si lega a soffitto; letti – affiancati; forti – polsi. Una rima, una sola in tutta la poesia, importantissima, è incastrata a cavallo delle tue terzine iniziali: arena-scena. Avvertiamo come tutto il ritmo e il senso provengano da lì e poco oltre nel testo dalla centralità di significato dell’aggettivo «interminabile», attribuito alla lotta.
Tecnica è misura, sì, e conoscenza. Una successione di coppie di versi in ciascuna delle tre “stanze” rivela la specialissima cura del componimento, ne mostra la grammatica, lo spartito come si diceva: due splendidi endecasillabi, uno a maiore e il successivo a minore, dattilico, nella prima terzina; un settenario seguito da un novenario, entrambi significativamente sdruccioli nella seconda; e i due novenari che preparano il meraviglioso enjambement finale, imperativo e forte.
Questo è il canto. E al suo cantore va la nostra, profonda, gratitudine. (Cristiano Poletti)

Il lampadario di cristallo che proietta
ombre tentacolari sul soffitto
sopra l’arena dei letti affiancati…

in questa camera va in scena
incubo dopo incubo
la nostra lotta interminabile

come l’angelo di Giacobbe
hai le braccia ancora forti
con le vene azzurre in rilievo
e mi afferri i polsi, mi implori
di non cedere.

 

XIII Quaderno di poesia contemporanea: un corridoio d’acqua

CopertinaQuaderno

Tredicesimo quaderno italiano, Marcos y Marcos, 2017, € 25,00

Ho scelto l’acqua per attraversare il XIII Quaderno italiano di poesia contemporanea.
L’acqua è un elemento che compare in quasi tutte le poesie di Agostino Cornali (1983); una presenza costante, persistente. Il campionario è vastissimo: si tratti di rogge, fossati, pozzanghere, sorgenti, marcite, vasche, ghiacci, torrenti, laghi, fiumi, mari, proprio attraverso l’acqua sembra dettarsi, prima di sciogliersi nel nulla, la sua (sua e potenzialmente di ognuno) “geografia dell’io”. Dirò meglio: Cornali prova a pescarsi in una toponomastica che gli serve da puntellamento esistenziale e immaginativo, e l’acqua è un contorno fondamentale. Siamo in presenza di una ricerca e di una fantasia dell’io. I luoghi e le situazioni di Camera dei confini sono dunque punti, nomi che diventano tracce di epifania, perché del suo io avvenga l’annullamento. Cornali è autore anche di prosa, ama l’invenzione e lo scavo di Mari, ama l’asciuttezza e l’essenzialità di McCarthy. Così tutto è un confine nella sua poesia, che si muove tra storia, leggenda (come quella del Lago Gerundo col Drago) e la quotidianità di tutti. Cosa resta, alla fine? Una grandezza, una vastità sognante, potremmo dire, tra antichità e futuro dell’io, in una poesia che ci fa toccare magnificamente solitudine e abbandono.

                                           Chieve

È il respiro del drago Tarantasio
che fa tremare le persiane
nelle notti di febbraio

e sulle barche che solcano il lago
i nostri antenati longobardi
si alzano in piedi, tremanti sulle prue,
le spade e gli scramasax in mano

guardano la testa crestata del mostro
che emerge lentamente dalle acque,
i suoi occhi accesi nella nebbia
le fauci spalancate

e allora divampa
il fuoco sulle torri
dei castelli di pianura
e il pianto dei bambini risuona sulle coste
da Fara Gera d’Adda ad Acquanegra.

Di quel lago maledetto
che dà il nome alla tua via
è rimasta una piccola pozza
che non riesce ad asciugare
in un campo di frumento.

Ma tu, nel sonno, continui a tossire.

 

Il nome di Franca Mancinelli (1981) è un nome già affermato, saldo nel panorama della poesia contemporanea. Tasche finte, dopo i libri Mala kruna e Pasta madre, è il contributo di novità che si offre in questo Quaderno. Ha ragione Antonella Anedda, introducendo l’opera, nell’evidenziare quanto il gerundio sia venuto in soccorso in queste ultime prose poetiche (o possiamo forse dire: “false” poesie). Interessa notare il procedimento creativo di Mancinelli, come le immagini cioè diventino incisioni, e come il gerundio, in effetti, consenta in modo efficace e affascinante un rallentamento nel farsi di queste immagini: raffinate immagini  che pian piano si disegnano, entrano in un disegno filmico, entrano nella nostra mente, depositarie di una delicatezza (ma non disgiunta dalla forza) che le distingue e le esalta. Scelgo ancora l’acqua, come dicevo, per poterci inoltrare nella sua poesia. Fin qui, dove l’approdo è appena oltre il silenzio:

Qui ciò che cade indurisce nello spazio assegnato dal caso o dal destino. Cadendo si abbandona, perde ogni appartenenza. Iniziano a crescere radici, sottili come capelli. I tuoi, sul pavimento, nella polvere. Ma oggi il tempo è entrato, risuonando sui vetri. Le pareti si sono fatte sottili. La casa di membrana. Ogni stanza entrava nell’altra, sovrapposta come in un gioco di dimensioni perfette. Ne restava una sola alla fine, profonda di tutte le altre. Vi entrava anche il giardino, con gli alberi, la strada di auto lente, il canale. Ti stava facendo questo, pazientemente, la pioggia. Aprendo una sillaba all’infinito fino all’inizio dell’articolazione di un suono. Portandoti appena dopo il silenzio. In quella durata dove potevano fare ritorno, trovare luogo le cose.

(altro…)

Trevigliopoesia, presentazione del XIII Quaderno di poesia contemporanea

TRP 2016 - Cartolina Quaderni

 

Dopo dieci anni di attività, Trevigliopoesia, festival di poesia e videopoesia, chiude i battenti. Almeno per il momento. Un’esperienza a suo modo difficilmente ripetibile. Tantissimi gli incontri con protagonisti della scena poetica nazionale e internazionale che nel tempo si sono sono succeduti.
A dire il vero, non chiude del tutto. Attualmente è in fase finale di realizzazione un documentario su Fabio Pusterla, firmato da Francesco Ferri, un film nato e coprodotto da Trevigliopoesia.
Ma intanto l’ultimo degli incontri previsti vedrà Cristiano Poletti e proprio Fabio Pusterla presentare il XIII Quaderno di poesia contemporanea edito da Marcos y Marcos. Saranno presenti quattro dei sette autori inclusi in questo Quaderno: Cornali, Mancinelli, Pini, Ramonda, per una lettura a più voci. Mai prima d’ora era stato presentato a Treviglio uno dei Quaderni curati fin dal 1991 da Franco Buffoni. Sarà dunque questa l’occasione, insieme ai saluti finali, per una riflessione comune sulla vitalità della poesia italiana contemporanea.

Agostino Cornali – L’odore della resina

Parigi 2010 - gm

L’odore della resina

 

 

L’uomo con la camicia mise una mano sopra il suo bicchiere e scosse la testa.

            “Grazie, sono a posto così”

            Il padrone di casa alzò le spalle, si versò altro vino e fece per tornare a sedersi sulla sedia, ma poi cambiò idea, prese i fogli e si sedette sulla poltrona. L’altro si tolse il cappello da cowboy che aveva in testa e lo appoggiò sul tavolo, tirò fuori da un taschino della camicia la sua pipa, la smontò e cominciò a pulirne meticolosamente il cannello con lo scovolino. Poi la riempì di tabacco, chiese un fiammifero, lo mise a contatto col fornello  e la accese. Il bambino, seduto al suo fianco, non fiatava. Guardava le volute di fumo arrampicarsi verso la lampadina che pendeva dal soffitto. Entrambi aspettavano che il padrone di casa finisse di leggere quei tre fogli che aveva in mano e che portavano in calce una firma che lui conosceva bene. Mentre li esaminava, il suo volto concentrato, ricoperto da una folta barba nera, non cambiava mai espressione.

            Quand’ebbe finito rimise i fogli nella cartellina, la chiuse e guardò il suo ospite, che col bocchino della pipa si grattava un lato del naso. Una busta di carta scivolò sul tavolo verso di lui. Il padrone di casa si alzò sospirando e aprì la busta. Conteneva dei soldi, parecchi soldi.

            “Tre mesi al massimo, non un giorno di più”, lo rassicurò l’uomo con la camicia.

            “Perché non esci a fare un giro?”, chiese poi al bambino, “Vai a vedere gli animali. Dobbiamo discutere di alcune cose da grandi”.

            Quando il bambino uscì l’uomo con la camicia rimise la pipa nel taschino, si alzò dalla sedia e si avvicinò all’altro, che era in piedi con la busta in mano.

            “Non crea problemi”, confessò a bassa voce, “Hai letto, il nostro medico gli ha fatto tutti gli esami possibili. E’ sano come un pesce. Non ha detto una parola da quando è arrivato da noi, ma il medico dice che si tratta di mutismo volontario. E’ solo un po’ confuso. L’aria di montagna gli farà bene.”

            Il padrone di casa pensò alla sua mandria, al suo cane non ancora tornato, all’inverno da poco concluso e al prossimo, che era già troppo vicino. Quei soldi gli servivano, ma non era quello il punto.

            “Non mi avrebbe mandato fin quassù se ci fosse un’altra soluzione”, insistette l’uomo con la camicia. “Sette ospiti oltre la capienza massima, non riusciamo nemmeno più a controllarli. L’altra notte sono scappati, in due. Hanno scavalcato il cancello, hanno fatto un buco nella rete. Non so dove pensassero di andare.”

            Il mandriano infilò la busta sulla mensola sopra il lavabo, accanto a un vaso di vetro.

            “Due mesi e mezzo, non lo voglio qui d’inverno”

            “Il 15 di novembre”, rispose l’altro, dopo un veloce calcolo mentale. “I lavori finiranno intorno al 10”

            I due si strinsero la mano. Il mandriano si chiedeva se avesse dovuto ringraziarlo, ma mentre ci pensava passò il momento giusto e non disse nulla. L’ospite prese il suo cappello dal tavolo e uscì. Trovò il bambino davanti al recinto degli animali, a fianco della stalla. Si tolse il cappello, si piegò sulle ginocchia e glielo mise in testa.

            “Ciao, cowboy”, gli disse.

            “So che ti lascio in buone mani”, aggiunse rivolto al mandriano, che si era fermato sulla soglia di casa e stava pensando che con quei soldi avrebbe comprato tanta legna da non doverla più raccogliere per le prossime tre estati. Oppure si sarebbe comprato un altro paio di vacche, per ingrandire la sua mandria. O un fucile nuovo di zecca.

            Ma non era quello il punto, si ripeteva, aveva accettato perché quell’uomo che adesso si avviava lungo il sentiero che conduceva alla diga era stato mandato da qualcuno che gli aveva salvato la vita, tanto tempo prima.

            Andò in cantina e poco dopo tornò dal bambino.

            “Dammi le mani”, gli disse, “no, così”, posò per terra il sacco di iuta che aveva con sé e mostrò al bambino le mani a coppa. Il bambino lo imitò.

            Prese una manciata di cereali dal sacco e la versò nelle mani del suo piccolo ospite.

            “Mettile qui”, afferrò delicatamente i suoi polsi e li posizionò nell’apertura fra le due assi orizzontali dello steccato.

            Poi fece uno strano richiamo, a metà tra un fischio e un grugnito, e una coppia di capre uscì dalla stalla e procedette titubante verso di loro. Anche le galline e i conigli, forse attirati dall’odore di un essere umano sconosciuto, uscirono dai loro giacigli abituali e cominciarono a razzolare qua e là nel cortile. Mentre le capre mangiavano tranquille i cereali il bambino alzò la testa e il mandriano vide i suoi occhi chiari sotto la frangetta bionda. Quando ebbero terminato, il piccolo le accarezzò sul muso e sotto il mento. Passò una mano sulle loro corna ancora poco sviluppate.

            Le capre lo guardavano in silenzio. Nella loro saggezza animale forse sapevano già quello che gli sarebbe successo.

*

 

            I primi furono giorni di silenzio e di attesa. Sembrava che i due abitanti della casa si stessero annusando, come animali. Il bambino passava il tempo a dar da mangiare alle bestie nella stalla e a fantasticare sul bosco a nord-est della casa. Era oscuramente attratto da quel luogo misterioso, gli piaceva immaginare gli alberi, gli animali, i segreti che si nascondevano lì dentro.

            Una sera, improvvisamente, il mandriano cominciò a parlare.

            “Anch’io alla tua età parlavo poco”, disse mentre sorbiva la minestra dal suo cucchiaio. “Di notte dormivo male e durante il giorno ero troppo stanco per parlare. E poi decidevano tutto loro, noi dovevamo soltanto ubbidire. E’ ancora così, vero?”, cercò uno sguardo d’intesa col bambino, ma quello si era incantato a guardare le fiamme nella finestrella della stufa.

            L’uomo si versò un altro bicchiere di vino.

            “Mi odiavano tutti, là dentro”, continuò, “perché ero uno dei pochi che aveva conosciuto sua madre. Era stata lei a portarmi là, me lo ricordo bene, mi disse che nel pomeriggio sarebbe tornata a prendermi. Non l’ho più vista, e non ho più chiesto di lei. Avrò avuto sei o sette anni. Non so che fine abbia fatto”

            Il bambino adesso lo ascoltava con attenzione.

            “Sono stato all’Istituto fino a diciott’anni, poi mi sono trovato un lavoro come boscaiolo. Avevo una stanza giù in paese, mi alzavo alle quattro di mattina, venivo quassù e non facevo altro che trasportare tronchi enormi dal bosco alla teleferica. Ogni santo giorno. Vuoi ancora un po’ di minestra?”

            Il bambino scosse la testa.

            Allora l’uomo si alzò, mise i due piatti nel lavabo e prese da un armadietto una bottiglia di liquore e un bicchierino minuscolo.

            “Litigavo con tutti”, continuò con un tono di voce leggermente più basso, “e ho capito che era meglio se me ne restavo da solo. Allora mi sono comprato questa baita e dei capi di bestiame, ho messo insieme una bella mandria, circa una trentina di vacche, e mi sono trasferito quassù.”

            Si alzò, prese dalla cesta un pezzo di legno e lo gettò nella stufa. Quando tornò a sedersi si versò un altro bicchiere di liquore.

            “Mi piace stare da solo.”

            Quella notte il bambino fece un incubo. Era sul fianco di una montagna, al centro di un enorme ghiaione. Le pietre avevano forme strane, allungate come fossili preistorici, ed erano tutte bianchissime. Sapeva che non poteva muoversi; un singolo passo in qualunque direzione avrebbe rotto il delicato equilibrio su cui quella gigantesca struttura naturale si teneva e l’avrebbe fatta crollare. D’un tratto gli sembrò di vedere un piccolo punto scuro, che da valle risaliva zigzagando lungo il ghiaione, verso di lui. Esultò, qualcuno stava venendo a salvarlo. Man mano che si avvicinava, però, diveniva chiaro che non si trattava di un essere umano: camminava a quattro zampe e diventava sempre più grande, fino ad assumere le inconfondibili fattezze di un orso bruno. Era ormai a pochi passi quando improvvisamente l’animale si fermò, si alzò sulle zampe posteriori ed emise uno strano verso, a metà tra un fischio e un grugnito. Il bambino sentì nell’aria un rombo fortissimo e la terra tremò sotto i suoi piedi. Si voltò. Qualcosa stava per precipitare dalla cima della montagna, qualcosa che li avrebbe travolti.

            Si svegliò sconvolto nella sua branda. Il mandriano russava nel letto dall’altra parte della stanza. Guardò la sua pancia andare su e giù mentre fuori, nascosti tra gli alberi, gli uccelli annunciavano l’alba imminente lanciando nell’aria i loro richiami. Scese da basso e decise di prepararsi la colazione da solo: versò un po’ di latte in un pentolino e lo mise a scaldare sulla stufa, poi spense la luce e bevve il latte guardando dalla finestra il chiarore del giorno che avanzava. Un vento freddo di fine estate attraversava impietoso i boschi attorno alla casa, fregandosene dei sentieri tracciati dagli uomini. Prese una coperta, si sedette sulla poltrona accanto alla stufa e sprofondò di nuovo nel sonno.

            Aprì gli occhi quando il sole era già alto e si trovò davanti il mandriano, che sembrava infuriato. Il bambino scattò in piedi, voleva scusarsi per avergli rubato il posto sulla poltrona, ma quello si portò un dito davanti alla bocca.

            “Non fiatare”, sussurrò, e si avvicinò cautamente alla finestra, cercando di non fare rumore.

            “Il fucile”, disse, “vai in cantina a prendermi il fucile!”

            Il bambino era già sulla porta quando il mandriano esclamò “Le chiavi! Sulla mensola!”

            Allora il bambino tornò indietro, afferrò le chiavi, uscì dalla casa e raggiunse di slancio la porta della cantina. Con la mano tremante aprì il lucchetto, tirò il chiavistello ed entrò.

            Non sapeva dov’era il fucile, trasse un respiro profondo e cominciò ad esplorare la cantina. Si fece largo tra la legna, le provviste per l’inverno, i pacchi di vecchi giornali, e poi, finalmente lo vide: era appeso al soffitto con un gancio di ferro, ma era troppo in alto, e dovette arrampicarsi su alcune casse piene di vasi di vetro. Alzandosi sulle punte dei piedi afferrò la canna del fucile, riuscì a togliere la cinghia dal gancio e tornò di corsa nella casa. Il mandriano era ancora in piedi davanti alla finestra, nella stessa posizione in cui l’aveva lasciato.

            “Quel figlio di puttana”, disse, “mi è scappato. Quel maledetto orso mi è scappato di nuovo”.

            Nel pomeriggio il mandriano disse al bambino che doveva aiutarlo. Prese il vaso di vetro dalla mensola sopra il lavabo, lo guardò alla luce della lampadina e disse “Bene, secondo me è pronta”.

            Quando lo pose sul tavolo il bambino notò che il vaso era pieno fino all’orlo di piccole pigne di mugo immerse in un liquido.

            “Quaranta pigne, raccolte ai primi di aprile”, disse l’uomo mentre recuperava da sotto il lavabo un imbuto e un panno di lino, “Bisogna lasciarla riposare per cento giorni esatti”

            Inserì l’imbuto nella bottiglia e chiese al bambino di tenere il panno di lino aperto e teso sopra l’imbuto. Versò il contenuto del vaso, un liquido denso color avorio, e sul panno si depositarono le pigne di mugo.

            “Ottima! Direi che possiamo filtrare anche gli altri”, disse il mandriano, dopo aver trangugiato un bicchiere di grappa.

            Il bambino avvicinò il viso alle pigne e annusò l’odore che emanavano. Era l’odore della resina, dei boschi di montagna, della solitudine.

            L’odore che l’avrebbe accompagnato per tutta la vita.

            *

            “E’ tornato” disse un mattino il mandriano, ma quando vide il terrore negli occhi del bambino aggiunse “il mio cane, è tornato. Non l’hai sentito abbaiare questa notte? E’ piccolo ma abbaia forte”

            Il bambino scosse la testa.

            “Era così felice di essere di nuovo a casa che non la smetteva più. Un mese fa l’ho mandato sull’altopiano a far la guardia alla mia mandria. Dice che stanno bene, che va tutto bene. Adesso se ne è andato di nuovo, a riposare un po’, come fa sempre. Ne ha diritto anche lui, non è vero?”, disse ridacchiando.

            Il bambino annuì.

            “Non so dove vada” continuò, mentre avvolgeva in un foglio di giornale un fascio di legna fine, “a volte sta via per un anno intero. Vorrei poterlo fare anche io. Partire, andarsene da un momento all’altro, senza avvisare nessuno.”

            Accese un angolo del giornale con un fiammifero.

            “Qui nella valle lo conoscono tutti, gli vogliono un bene dell’anima. Come fai a non volergli bene.”

            Spense il fiammifero agitandolo nell’aria.

            “Adesso tocca a noi, gli diamo il cambio, domani ti porto sull’altopiano. Ti porto a vedere la mia mandria”, disse orgoglioso.

            Il fuoco avvolse nel suo abbraccio la legna fine e poi aggredì i pezzi più grossi.

            L’altopiano era distante poco più di tre ore di cammino. Il mandriano regalò al bambino, per la sua prima escursione, uno dei suoi bastoni, ricavato dal ramo scortecciato di un faggio. Era più lungo della sua statura. Presero il sentiero che costeggiava l’orto e attraversava la pineta a nord-est della casa. Il mandriano si fermava spesso per istruire il bambino: gli insegnò a distinguere i funghi velenosi da quelli commestibili, gli mostrò le tane dei tassi, le cavità scavate sui tronchi dai picchi, le impronte dei caprioli e gli escrementi delle capre selvatiche, simili a piccole biglie. Il bambino era ammirato e lo ascoltava con la massima attenzione.

            Quando uscirono dal bosco si ritrovarono davanti a un grande prato verde e ondulato, punteggiato di piccoli fiori gialli e diviso in due dal letto di un torrente in secca, che terminava in uno strapiombo sul limite occidentale dell’altopiano.

            “Attento a dove metti i piedi”, lo avvertì il mandriano, scendendo nell’alveo del torrente, “qui è pieno di vipere”.

            Camminarono verso nord tra le pietre e i rami spezzati trascinati fin lì, in altre stagioni, dalla corrente di quel fiume fantasma. Il mandriano avanzava con cautela sotto il sole, procedendo a zig-zag e picchiando col suo bastone sui massi più grossi, per far scappare le vipere.

            “Ecco, qui sopra”, risalirono la sponda destra del torrente e si fermarono tra i sassi che affioravano dall’erba.

            Il bambino in un primo momento non vide nessuna mandria e non capì. Poi realizzò che quei sassi erano troppo bianchi. Erano ossa, decine e decine di ossa e carcasse di animali, ammucchiate in quella specie di cimitero da chissà quanto tempo. Si chinò e raccolse un teschio di bovino spaccato a metà, sul quale si potevano riconoscere le cavità circolari dell’occhio destro e della radice di un corno sulla fronte. Quando rialzò lo sguardo vide che il mandriano si era spostato di qualche metro: poco più avanti, su una collinetta erbosa, una croce formata da due assi di legno legate con del filo di ferro era conficcata nel terreno. Ai piedi della croce qualcuno aveva lasciato un mazzo di fiori, ormai appassiti, e il mandriano era lì con la testa bassa e le mani giunte, come davanti a un altare.

            “Quel figlio di puttana”, disse. “Tutte me le ha mangiate. Tutte.”

            Tornarono a casa quando si stava alzando lo stesso vento freddo del giorno prima.     Quella sera il mandriano non parlò molto, bevve più del solito e  mandò il bambino in cantina a prendere altri vasi di vetro. Si fece aiutare a filtrarli fino a riempire tre bottiglie. Se ne scolò una seduto sulla sua poltrona, mentre leggeva uno dei vecchi giornali che conservava in cantina. Fuori le cime degli alberi erano tormentate dal vento, che ululava come una bestia furiosa.

            Quando sentì il rumore delle prime gocce di pioggia sul tetto della casa, il bambino salì al piano di sopra e andò a dormire. L’uomo si era addormentato con i piedi appoggiati sul cesto della legna e il giornale abbandonato sulle gambe.

            Il bambino sognò di essere di nuovo sull’altopiano, ma in un’altra stagione: una brezza tiepida correva sul prato, su cui germogliavano fiori di ogni forma e colore, ranuncoli, stelle alpine, primule e genzianelle. Tutto il paesaggio era illuminato da una dolce luce rosata che pioveva dall’alto. Un fruscio attirò la sua attenzione: era il torrente che scorreva impetuoso. Il bambino lo scavalcò con un enorme salto da una sponda all’altra e si diresse verso il cimitero degli animali. Lì, proprio in mezzo alle ossa, vide due persone: un uomo e una donna, vestiti elegantemente di nero e di bianco, si tenevano per mano davanti all’altare con la croce di legno. Si stavano sposando. Lo sguardo del bambino girò intorno a loro; erano due ragazzini, giovanissimi e raggianti di gioia. Non li aveva mai visti, ma era certo che fossero i suoi genitori. Davanti a loro comparve, per celebrare il matrimonio, il mandriano, con in mano uno dei suoi vecchi giornali al posto del messale. Tutta la scena era molto buffa e al bambino veniva da ridere.

            Improvvisamente il rumore del torrente alle loro spalle si fece più forte. Il bambino si voltò a guardare: il corso d’acqua si era ingrossato rapidamente e quel boato continuo era accompagnato dal rumore dei massi che rotolavano a valle trascinati a valle dalla corrente. Il mandriano alzò gli occhi dal giornale e chiamò il bambino, una volta, due, tre, finché quello non si svegliò.

            L’uomo era seduto ai piedi del letto con la testa tra le mani. Fuori infuriava la tempesta, col rombo continuo dei tuoni e la luce dei lampi che illuminava la sua schiena.

            “Non ce la faccio più”, disse a bassa voce, come se temesse di svegliare qualcuno. “Lo sai cosa dicono di me? Lo sai? Tutti, qui nella valle, dicono che non so più badare ai miei animali. Che ho lasciato che morissero, uno dopo l’altro. Non posso continuare così. Hanno trovato delle unghiate sugli alberi del bosco. Devo prenderlo, capisci? Devo ammazzare quel maledetto orso”

            Il mandriano cominciò a piangere e tra le lacrime continuava a parlare, dicendo cose senza senso. Il bambino si alzò a sedere perché non riusciva a sentirlo e gli mise una mano sulla spalla. Voleva dirgli che quelle ossa erano lì da secoli, che l’orso non era mai esistito e che nessun altro viveva in quella valle oltre a loro due.

            Ma il mandriano si alzò di scatto.

            “Devo andare”, disse, e raccolse il fucile che aveva appoggiato alla sponda del letto.

            Continuava a piovere a dirotto e piccoli ruscelli d’acqua scendevano dal bosco verso la casa            . Il bambino lo guardò dalla finestra: nel chiarore crescente dell’alba, avvolto in un impermeabile scuro e con il fucile a tracolla, imboccò il sentiero che costeggiava l’orto. Una delle capre era uscita dalla stalla e belava disperata sotto il temporale.

            Quella sera, quando non lo vide tornare, all’inizio pensò che avesse trovato un riparo e stesse aspettando la fine della pioggia. Poi temette che fosse stato morso da una vipera e quel pensiero lo fece trasalire. Preferì figurarsi l’epica battaglia con quell’orso immaginario, un corpo a corpo furioso tra uomo e animale in mezzo alla tempesta. Forse si era sbagliato, forse quell’orso esisteva davvero.

            Non poteva immaginare la caduta nel fiume in piena, la testa fracassata contro un sasso, la corrente che trascina il corpo nello strapiombo. Ritrovarono il cadavere due settimane dopo, nei pressi della diga.

            Il bambino rimase da solo in casa per cinque giorni interi, durante i quali non smise mai di piovere. Si arrangiò mangiando qualche provvista conservata in cantina, del latte, qualche verdura dell’orto. Una sera, dopo cena, non resistette più, e decise che doveva andare a cercarlo. A lui non piaceva stare da solo. Si coprì con un cappotto pesante che aveva trovato in cantina e che gli arrivava fino ai piedi, indossò il suo cappello da cowboy e prese il lungo bastone che gli aveva regalato il mandriano.

            Vestito in quel modo assurdo, come un piccolo stregone delle montagne, il bambino uscì nell’aria gelida per andare incontro alle tenebre. E si perse per sempre.

            Era il 14 di novembre.

            L’uomo con la camicia arrivò puntuale il giorno dopo, a metà mattina. Entrò in casa, non trovò nessuno, uscì, chiamò a gran voce ma nessuno rispose. Li cercò anche nella stalla, e in cantina. Quando uscì notò che un piccolo cane era comparso davanti alla porta della casa, e mugolava. Si piegò sulle ginocchia per accarezzarlo, poi tornò dentro. Sedette al tavolo e accese la sua pipa. Dopo un paio di minuti si alzò e guardò sulla mensola sopra il lavabo: la busta con i soldi era ancora lì.

            *

            Questa è una vecchia storia, che in paese conoscono tutti. Del bambino non si seppe più nulla. In molti sono convinti che sia morto dopo pochi giorni, perché a quell’età non avrebbe potuto sopravvivere a lungo, da solo, in mezzo ai boschi. I più fantasiosi ritengono che la sua anima tormenti ancora gli intrepidi viaggiatori che si avventurano fin lassù e dicono che a volte, durante i temporali, si sente una voce infantile che chiama, che cerca il mandriano.

            Ma i più anziani, quelli che erano vivi quando l’Istituto era ancora in piedi, ripetono che non è possibile.

            Perché quel bambino non parlava mai.

***
© Agostino Cornali

Agostino Cornali – poesie inedite

berlino 2009 - foto gm

Berlino (foto di Gianni Montieri)

 

*
Restiamoci accanto
fino alla fine
di un altro anno

uniti davanti
allo stesso orizzonte
di epigrammi funerari
e stoppie
imprigionate nel ghiaccio.

Ma il raggio del tuo sguardo
che perfora la nebbia
e la perdona

attraversa i fuochi
accesi nel gelo,
le costellazioni capovolte,
il silenzio delle città morte

e arriva fino alle rovine
del nostro amore.

 

Doposcuola

Io sono quella che stava davanti
a un orizzonte di cumulonembi
e di lampi

quella con lo smalto viola
e la faccia sporca d’inchiostro

che ti ha difeso ogni giorno
davanti al mosaico dell’occhio di Dio
che si apriva alle quattro del pomeriggio
per vedere chi era rimasto.

Da vent’anni ti aspetto nel buio
nascosta in un’aula dell’ultimo piano
dove non arriva il suono
della campanella.

 

Madeleine

Nei fiordi della notte si nasconde
la lingua universale del rimorso
che ci ha tenuti svegli
fino alle luci dell’aeroporto

e davanti alle vetrate ricordavi
le tracce di rossetto sul soffitto,
i tuoi pazienti, l’Alzheimer
e quella malattia senza nome
che ti colpì durante gli anni
della prima adolescenza.

Gli ultimi argomenti strappati all’alba
grigia di settembre,
gelida come le acque
del Mare del Nord.

 

*
Dopo cena,
notizie
dai luoghi del disastro

trema una luce in ogni cucina,
trema la mano di tua madre
sulle labbra secche di tuo padre

nei solchi della notte
si nasconde il loro amore.

La Grazia discenda precisa
su queste case,
questi avamposti nel buio
schierati contro l’angoscia
della Quaresima.

 

*
Restavamo fermi per mesi
ad aspettare un segnale
dai templi del cielo

quando alzavamo la testa
l’orizzonte era una lama
puntata alla gola

il sangue
ci colava nelle vene,
lentamente.

 

Sigurtà

Il fiore che si rompe nel fiore
e accende una corolla di paura e di
risentimento

nel fondo più buio
dei tuoi occhi rassegnati
davanti alle vasche
invase dalla melma

è l’unico ordine concesso
al nostro vagare incerto
tra le spine dei roseti
non ancora fioriti.

 

*
Sono scesi a valle
molto prima che io nascessi,

hanno seguito il corso antico
del fiume
attraverso le pianure assolate,

hanno combattuto la voglia di tornare
all’ombra dei campanili
nelle piazze deserte.

Questa gente condivide il mio sangue
e nel sangue la stessa ansia
di partire, di lasciare i sentieri
tracciati dai padri.

La cadenza del loro parlare
mi è cara e familiare
e dentro la sintassi
stentata sento il gelo,

il vuoto di quella domanda
che non si può pronunciare.

 

Un’estate in città

Di tutta la gioia augurata
e consumata
nel fuoco del secondo agosto
passato senza te

non rimane che un volo di zanzare,
la compagnia dei tuoni
e un refolo d’aria benedetta
che improvvisamente si fa largo
tra gli alberi del parco.

 

Corte Palasio

Il sole a picco sul granoturco
sulle altalene
sui cortili degli oratori

e noi a morire d’invidia,
noi nascosti
nelle trincee dei canali in secca

e poi la fuga
tra i fontanili
a colpi di pedale

il tuo braccio alzato
contro il cielo bianco
come uno stendardo

e una promessa
ripetuta e tradita
a ogni giro di ruota.

 

© Agostino Cornali inediti

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Agostino Cornali – Un forte mal di testa

Un forte mal di testa

Era la prima briscola che vedeva da quattro mani ed era tentato di giocarla subito. Esitava perché aveva paura che il ragazzino avesse in mano il sette di denari, conservato fino all’ultimo per portarsi a casa l’asso di coppe, che in quel momento giaceva solitario sul tavolo davanti a lui. Ma il ragazzino non poteva aver seguito una strategia così raffinata. E allora perché il signor Ferri aveva giocato quel carico? Di sicuro sapeva che la briscola più alta rimasta in gioco era in possesso del suo compagno. Luigi si accarezzava la barba e rifletteva.

L’avvocato, davanti a lui, nel suo sudicio completo grigio, non poteva essere di alcun aiuto: ormai aveva perso del tutto ogni traccia di lucidità e da qualche minuto non faceva altro che seguire con lo sguardo le gambe della Teresa, che stava riordinando gli altri tavoli.

Mentre Luigi era immerso in questi pensieri la porta del bar si spalancò improvvisamente, lasciando entrare il gelo dell’aria di dicembre e un uomo che indossava una maschera anti-gas. Se a quell’ora nel bar ci fosse stato un villeggiante avrebbe pensato a una rapina, o all’entrata di un pericoloso squilibrato. Ma in paese tutti conoscevano quell’uomo mascherato, perciò il signor Ferri si limitò ad invitarlo a chiudere la porta. Poi esortò Luigi a giocare, finalmente, la sua carta.

“Allora, siete pronti?”, disse il nuovo arrivato con voce cavernosa e metallica, avvicinandosi al tavolo della partita.

“Teresa, gli fai un Montenegro con ghiaccio? E per noi un altro giro”, urlò il signor Ferri, “Offro io, se ci lasci in pace”.

“Dove l’hai trovata, quella?”, chiese il ragazzino.

L’uomo si tolse la maschera, tossì, si ravviò i capelli con una mano e si sedette su una sedia alle spalle di Luigi. “Giù da mio nonno, al mattatoio. Probabilmente la usavano per la puzza”

“E perché te la metti?”

“Come perché? Mancano… due ore e venticinque minuti”, rispose guardando l’orologio.

“Qui c’è una partita in corso”, disse il Ferri.

Luigi posò con delicatezza un quattro di denari sopra l’asso di coppe. Il signor Ferri fece schioccare le carte che teneva in mano come un giocatore consumato.

“Ci credi davvero?”, chiese il ragazzino, annusando la sigaretta che teneva tra le dita.

“Non hai sentito al telegiornale? In Indonesia c’è stato uno zulami”

“Adesso ci spieghi cos’è uno zulami. Giorgio, tocca a te”, disse il signor Ferri.

Il ragazzino guardò il banco, poi le sue carte, poi di nuovo il banco. Infine estrasse con orgoglio un sette di denari che atterrò sopra il quattro e rimase lì, in attesa.

“Non capisco come fate a starvene qui a giocare a carte.”

“Solo tu credi a queste stronzate. Avvocato, lei conosce per caso qualcuno che da mesi sta ammassando provviste alimentari in cantina?”

“Io in cantina conservo dei vini che voi, vi assicuro, rimarreste… ho un amico che me li manda dalla Francia e l’altro giorno…”

Teresa arrivò con un vassoio pieno di bicchieri. L’avvocato smise improvvisamente di parlare e le sorrise.

“Tocca a lei, la prego”, disse il signor Ferri.

“A che ora dovrebbe essere?”, chiese Luigi.

“Secondo i miei calcoli tra le tre e mezza e le quattro. La profezia dice esattamente tre ore prima dell’alba.”

Luigi si accarezzò la barba e rifletté. “Ma allora in altre parti del mondo non dovrebbe essere già successa?”

Il giovane esitò un momento. “Sentite, io non obbligo nessuno a far niente. Però se domani dovessimo per pura fortuna sopravvivere tutti e cinque non venite a chiedermi qualcosa da mangiare”. Trangugiò il suo Montenegro, si alzò, rimise a posto la sedia, prese la maschera e uscì.

“Sta peggiorando, poveraccio” disse il signor Ferri, mentre quello si allontanava.

Il soffio d’aria che entrò nel locale quando si aprì la porta svegliò dal suo torpore alcolico l’avvocato, che giocò un fante di bastoni regalando altri due punti agli avversari. Luigi chiuse gli occhi e sentì che stava arrivando un forte mal di testa.

Uscirono dal locale che erano quasi le due e mezza. L’avvocato faticava a stare in piedi, Giorgio si accese la sigaretta e guardò le stelle.

“Non sembrano diverse da quelle di ieri notte”

Il signor Ferri uscì in maniche di camicia e abbassò la saracinesca. Quello stridore ferì il silenzio assoluto della notte ed echeggiò per le vie del paese.

“E’ sempre un piacere giocare con voi”, disse, stringendo con forza le mani degli altri, poi attraversò la piazza e salì sul furgoncino bianco che era in attesa sull’altro lato. Teresa, uscita dalla porta sul retro per evitare le attenzioni dell’avvocato, l’aveva già messo in moto.

Luigi fece un cenno agli altri due, si infilò le mani in tasca e si avviò verso casa, passando sotto l’arco di pietra che un tempo veniva attraversato dai cavalli che scendevano lungo la valle e in piazza trovavano una stazione di posta. La via era buia e deserta, nemmeno un cane randagio in giro. Luigi camminava piano, assorto nei suoi pensieri come sempre. Mentre risaliva la strada sentì il rumore che amava: quello dell’acqua che sgocciolava nella fontana. Come ogni sera, passando davanti alla vasca di pietra, gli tornò in mente quello che era accaduto in quel luogo più di sessant’anni prima. La ragazza si chiamava Maria, ed era di Milano. Suo padre era ricoverato da mesi in ospedale per i postumi di una ferita di guerra, perciò la zia aveva deciso di portarla in montagna con lei per aiutarla a distrarsi un po’. Aveva quattordici anni, gli occhi verdi e lo sguardo triste. Si erano baciati proprio lì, la sera della festa di San Rocco, sul bordo freddo della vasca. Pochi giorni dopo suo padre era morto e la ragazza era dovuta tornare improvvisamente a Milano. Lui non l’aveva più vista né sentita. Da quel giorno Luigi non aveva più avuto nessun’altra donna e tutto ciò che sapeva dell’amore l’aveva imparato in quella sera d’agosto di tanti anni prima.

Deviò sulla destra per una scorciatoia che tagliava i tornanti passando in mezzo agli orti. S’inorgoglì del fatto che nonostante l’età era riuscito a percorrere quella ripida e impervia salita senza troppa fatica.

Quando sbucò di nuovo sulla strada principale si fermò per riprendere fiato. Guardò le cime dei monti: poca neve brillava alla luce delle stelle. Avrebbe voluto il paese imbiancato per Natale, ma mancavano ormai solo cinque giorni e del resto non nevicava prima di gennaio da molti anni, ormai. Un silenzio più profondo del solito gravava come un macigno su tutto il paesaggio circostante. Non si sentiva nemmeno il rumore del fiume sul fondovalle. Il suo mal di testa aumentava.

Guardò verso la parte bassa del paese, vide la chiesa, il campo da calcio dell’oratorio e l’alto edificio delle scuole elementari, dove aveva lavorato per quasi cinquant’anni come maestro di italiano, storia e geografia. Molti dei suoi alunni erano sposati da tempo, alcuni addirittura erano già nonni. Cos’aveva fatto lui in tutti quegli anni?

Ebbe la sensazione di essersi distratto, distratto per tutta una vita.

Accarezzandosi la barba pensò ai suoi più cari amici: in molti avevano abbandonato il paese e i pochi rimasti erano alcolisti o tossicodipendenti; tra questi, per esempio, l’avvocato, così chiamato perché da sempre aveva intenzione di iscriversi alla facoltà di giurisprudenza, trascurando il fatto che non avesse nemmeno un diploma delle superiori. Poi il povero Tommaso, il giovanotto che era entrato nel bar con la maschera anti-gas: le droghe gli avevano mangiato buona parte del cervello, e in quel momento era probabilmente rinchiuso nella sua cantina in attesa della fine del mondo. E il signor Ferri? Se non ci fosse stata quella santa donna della Teresa chissà che fine avrebbe fatto, anche lui.

E pensare che per Luigi c’era stata l’occasione di andarsene, quando suo cugino aveva cercato di convincerlo a trasferirsi con lui in Svizzera a fare il boscaiolo. Gli aveva risposto che non poteva lasciare i suoi ragazzi così, da un giorno all’altro. “Magari l’anno prossimo”, diceva. Dopo qualche tempo suo cugino si era sposato e i biglietti d’auguri che gli mandava per Natale recavano sempre anche la firma della moglie. Luigi ne conservava solo sette, di quei biglietti, perché una mattina d’inverno del 1961 il cugino salì su un albero, un ramo cedette e lui cadde per terra picchiando la testa su un sasso. La salma fu trasportata, secondo le sue volontà, al cimitero del paese d’origine, dove venne celebrato il funerale. Luigi ricordava bene lo sguardo che quella donna elegante, alta e bionda, gli rivolse prima della cerimonia, quando presentarsi e fare le condoglianze fu una cosa sola. In quello sguardo c’era del risentimento verso di lui, verso il cugino che in sette anni non si era mai degnato di andare a trovare il suo povero marito.

Perché non aveva mai lasciato il suo paese? Davvero amava tanto quel luogo e i suoi abitanti? Guardando le case sotto di lui si accorse che in realtà non provava nessun affetto per quelle persone. Anzi, provava solo rancore e rabbia per chi l’aveva imprigionato tra quelle montagne per tutta una vita. Ecco cosa avrebbe dovuto dire a Giorgio e agli altri ragazzi più giovani: andatevene finché potete, scappate il più lontano possibile. Ed ecco cosa avrebbe dovuto fare lui, l’indomani mattina: salire sulla prima corriera, arrivare in città e prendere un treno. Un treno qualsiasi, non gli importava. Magari sarebbe andato al mare, avrebbe camminato sulla sabbia calda e avrebbe mangiato un gelato in uno di quei bar sulla spiaggia di cui tante volte gli avevano parlato i suoi alunni al ritorno dalle vacanze estive.

Improvvisamente sentì un boato. Un colpo molto forte, che sembrava arrivare dal centro della terra. Si appoggiò spaventato alla staccionata di legno che divideva l’asfalto dal prato verde che scendeva ripido verso il tratto di strada sottostante. Si sporse per guardare in basso e non vide nessuna luce alle finestre delle case e nessuna persona in piazza o nelle vie. Forse da qualche parte stavano già provando i fuochi d’artificio e le misteriose traiettorie dell’eco avevano fatto rimbalzare il suono fino a lì. Strano, però, a quell’ora: guardò l’orologio, erano le tre e venti.

Lasciò la strada asfaltata per imboccare il breve sterrato che conduceva a casa sua. Aprì il cancello di legno facendo scorrere il chiavistello, percorse il vialetto ghiaioso e arrivò alla porta del garage. Prese le chiavi da sotto il vaso dei ciclamini e le infilò nella toppa. Dopo la prima mandata si bloccò. Aveva sentito qualcosa cadergli in testa. Si toccò con la mano e sfregò i pollici l’uno contro l’altro; era una sostanza strana, che si sfarinava al tatto. Si voltò e guardò in alto: un numero infinito di particelle bianche stava calando lentamente dal cielo buio. Nevicava. Si stupì, perché fino a poco prima il cielo gli era parso sereno e pieno di stelle. E poi non aveva mai visto fiocchi come quelli: più che neve sembrava cenere.

Era troppo tardi per stare a pensare a quelle cose e forse aveva semplicemente bevuto troppo. Entrò in casa, salì le scale, arrivò al piano di sopra, si tolse il cappotto e le scarpe e andò in bagno. Dall’armadietto dei medicinali prese un’aspirina effervescente e si spostò in cucina. Riempì un bicchiere d’acqua e vi lasciò cadere dentro la compressa. Guardò il dischetto bianco spezzarsi in varie parti, sfrigolando. Osservò quelle parti diventare sempre più piccole fino a sciogliersi e scomparire del tutto. Pensò alla Pangea e alla deriva dei continenti.

Mentre beveva il liquido contenuto nel bicchiere il suo sguardo si posò casualmente sul quadrante del vecchio orologio da muro appeso sopra la stufa. Segnava le tre e mezza e si era fermato. Lasciò il bicchiere sul lavabo e andò in salotto a cercare in un cassetto una confezione di batterie nuove, ma un pensiero improvviso gli attraversò la mente. Corse allora nella sua camera, che aveva la finestra che dava verso la valle. Aprì le tende con una violenza tale che per poco non le strappò e tirò su con furia la tapparella.

Nessuna lingua umana potrebbe descrivere ciò che i suoi occhi videro in quel momento.

Eppure non provava paura. Lui, che aveva avuto paura per tutta la vita, stava assistendo allo sbriciolarsi del mondo e si sentiva tranquillo, quasi sollevato. Era solo sorpreso, sorpreso che quel matto di Tommaso avesse avuto ragione. La cosa più incredibile era che tutto stava accadendo nel più totale silenzio.

Di colpo si sentì esausto. Si sdraiò sul letto e osservò il soffitto: i bagliori che venivano da fuori, attraverso la finestra, proiettavano sul muro un gioco di ombre e riflessi che sembrava un misterioso messaggio in codice. Di cosa si trattava? Una rivelazione? Un’ultima promessa?

Sentì un boato tremendo, molto più forte del precedente, che fece tremare i vetri di tutte le finestre della casa. Poi, come prima, il più assoluto silenzio.

Si accarezzò la barba e rifletté. Forse il mondo, in punto di morte, stava chiedendo aiuto a lui, Balduzzi Luigi, di anni ottantaquattro, ex maestro elementare. Proprio a lui, che il mondo non l’aveva mai visto ma che in quella notte di dicembre aveva avuto il coraggio di rimanere sveglio fino all’ultimo, e di guardare in faccia la fine.

Chiuse gli occhi e sorrise. Gli sembrò di sentire un rumore lontano: l’acqua di una fontana.

Il mal di testa gli era già passato.

(c) Agostino Cornali

Agostino Cornali – Alle Nozze

Alle nozze

 

Barcollo nel buio come un animale ferito. Sbatto contro l’armadio e la sponda del letto, poi mi aggrappo alla finestra e tiro su la tapparella. A quel punto la voce stridula di una donna attraversa tutto il corridoio, come un colpo di fucile alle spalle.

“Amore, sei sveglio?”

Sento il tintinnare di un cucchiaino e le voci dei bambini del piano di sotto. Sì, sono sveglio.

“Amore? Si raffredda il caffè! Hai visto che ore sono?”

C’è qualcun altro in casa mia. Si chiama Francesca, è la mia ragazza da tre o quattro anni. Mi trascino in cucina senza lavarmi la faccia né i denti.

“Ciao piccolo, hai dormito bene? Ti ho fatto anche due fette biscottate, se vuoi”

“Devo ancora abituarmi a vederti senza trucco, quasi non ti riconoscevo”, penso io, guardando le sue occhiaie e il suo volto pallido.

“Non ho dormito un cazzo”, le rispondo, spostando la sedia per sedermi.

“Io ho fatto dei sogni strani, sono un po’ agitata. Comunque dobbiamo muoverci, è tardi, e devo ancora truccarmi”

“Vai, dai, sistemo io qua”

“E in camera?”

“Ci penso io”

“Grazie, amore, faccio in fretta!”

Finisco di bere il caffè con calma, buttando nella spazzatura le fette biscottate che mi ha preparato. Al mattino non ho mai fame.

Torno in camera e mi accorgo del casino che abbiamo lasciato: raccolgo da sotto il letto due preservativi e un calzino, e vedo che sopra la lampada del comodino c’è il suo reggiseno nero. Di colpo sento una lieve eccitazione, mi infilo una mano nei pantaloni ma realizzo subito che prima di uscire non se ne parla, siamo in ritardo, non mi farà neanche un pompino veloce. Sistemo la stanza, mi lavo e mi vesto.

“Ti muovi? Io sono pronto”, le grido quando vedo che non è ancora uscita dal bagno.

Partiamo da casa con mezz’ora di ritardo.

“Dici che ce la facciamo?” mi chiede quando saliamo in macchina, poi tira fuori uno specchietto dalla borsa e si controlla gli occhi.

“Dipende dal traffico”.

Parcheggiamo davanti a un’edicola in uno spiazzo alberato, poi percorriamo il vialetto fangoso che porta alla chiesa. La tengo a braccetto.

“Mi si sporcano le scarpe nuove!”, si lamenta.

La chiesa è piccola e i pochi invitati sono già tutti dentro. Appena entriamo si voltano verso di noi. Ci sistemiamo su due sedie in fondo alla navata destra, accanto a una vecchia grassa con un vestito a fiori. Il prete è giovane, e durante la predica fa delle battute che nessuno capisce. Cerca di allentare la tensione degli sposi, ma in me produce l’effetto contrario; comincio a sentire il calore che sale sul viso, allento il nodo della cravatta e slaccio il primo bottone della camicia.

Dopo l’omelia la parola passa ai futuri coniugi e la sposa scoppia in lacrime ancor prima di iniziare a parlare. I presenti ridono. Io invece ho sempre più caldo, sto cominciando a sudare, e mi accorgo che la vecchia mi sta fissando. Francesca mi stringe la mano, forse ha capito che mi sta venendo un attacco, ma quando la guardo non si volta nemmeno. Ha gli occhi lucidi e lo sguardo rivolto all’altare, forse sta pensando a quando toccherà a noi.

La sposa riesce a terminare il suo giuramento, il prete alza le braccia, qualcuno applaude.

Il caldo diventa insostenibile: ho la fronte, il collo e la schiena fradici di sudore, e sono costretto ad uscire. Ha cominciato a piovere. Per tranquillizzarmi faccio un giro intorno alla chiesa, cercando di non bagnarmi troppo. Quando torno davanti all’entrata, alcuni stanno già uscendo. Francesca mi viene incontro preoccupata.

“Stai bene? Cosa ti è successo?”, mi chiede, accarezzandomi il viso.    “Scusa, non ce la facevo più”.

La pioggia comincia a cadere più forte, e tutti cercano di trovare un posto al riparo sotto il tetto della chiesa. Decine di persone che non si conoscono, stretti l’uno all’altro contro un muro, simili a dei condannati a morte. Qualcuno fuma la sua ultima sigaretta.

“Sposa bagnata, sposa fortunata!”, improvvisamente la vecchia col vestito a fiori esce dalla chiesa e si rivolge a me con tono amichevole.

“Ha ragione, signora. Da domani ci penserà il marito a farla bagnare”, le rispondo ridacchiando.

Francesca mi dà una gomitata, la signora sorride senza capire, poi si allontana sotto la pioggia camminando come un grosso pinguino.

Il ristorante dista dalla chiesa quasi cinquanta chilometri. Attraversiamo paesi che sembrano sfollati, se non fosse per qualche anziano in bicicletta e dei cani che a volte attraversano la strada. Francesca  guarda fuori dal finestrino per tutto il viaggio, senza dire neanche una parola. Forse è incazzata per la battuta che ho fatto alla vecchia. Ha ragione, ho esagerato.

Le appoggio una mano sulla coscia e lei finalmente si volta verso di me.

Ha ancora gli occhi lucidi.

*

            La sveglia del cellulare suona alle otto e un quarto. Lascio che le note della primavera di Vivaldi riempiano la stanza e mi diano la forza per affrontare questa giornata. L’uomo che è sdraiato accanto a me ha il respiro pesante, e non sente la sveglia perché dorme con i tappi nelle orecchie. Si chiama Andrea ed è il mio ragazzo da quattro anni e tre mesi.

Anche se rischiamo di arrivare in ritardo non voglio svegliarlo, perché so che poi rimarrà incazzato con me tutto il giorno, e dirà che gli ho rovinato il matrimonio di questa sua amica che neanche conosco. Non so come ho fatto a lasciarmi convincere, forse avevo solo voglia di dormire ancora una volta con lui.

Mi alzo e attraverso la camera senza accendere la luce, scavalcando i vestiti sparsi sul pavimento. Mi infilo la maglietta e i jeans che ho lasciato in bagno senza mettermi né mutande né reggiseno, che non so più dove siano finiti. Vado in cucina e comincio a preparare la colazione.

Mentre imburro le fette biscottate mi rendo conto di quanto odio questa casa, è fredda e c’è un odore che non ho mai sopportato.

Dopo quasi mezz’ora sento che apre la finestra della camera. Si presenta in cucina senza neanche passare dal bagno, ha i capelli scompigliati, gli occhi semichiusi e indossa i pantaloni del pigiama che gli ho regalato io. Spero che non voglia darmi un bacio, avrà un alito terribile.

“Non ho dormito un cazzo”, mi dice, con la testa tra le mani.

“Io ho fatto dei sogni strani, sono un po’ agitata… però dobbiamo muoverci, è tardi, e devo ancora truccarmi”.

Mentre lui sistema lo schifo che c’è in giro per la casa io vado in bagno e mi guardo allo specchio. Sto invecchiando, vedo già le prime rughe ai lati della bocca e degli occhi. Non ho più tanto tempo. È il giorno giusto, lo so, ma ho paura. La mano trema e non riesco a trattenere le lacrime, che fanno sbavare il rimmel.

Saliamo in macchina e dopo dieci minuti Andrea si rende conto di non sapere la strada. Ci perdiamo, e devo chiedere informazioni ad alcuni passanti.

A un tratto, finalmente, vede la chiesa in mezzo a un campo.

“Non dirmi che dobbiamo andare fino là a piedi!”, gli dico.

“Come vuoi andarci, volando?”

“Sicuramente c’è una strada asfaltata”

“Senti, Francy, siamo già in ritardo”

Mi costringe ad attraversare il campo a piedi, col fango che mi arriva alle caviglie.

Appena entrati una signora ci indica gentilmente due sedie libere accanto a lei. Ha gli occhi piccoli e azzurri, come quelli di mia nonna.

La sposa è più giovane di me, e ha un vestito color panna con uno strascico lunghissimo. I capelli sono raccolti in uno chignon decorato con un piccolo giglio bianco. È talmente commossa che non riesce a parlare. Il sacerdote cerca di farle coraggio, e io stringo la mano di Andrea, che la ritrae di scatto ed esce di corsa dalla chiesa.

“Cos’ha il suo ragazzo, sta male?”, mi chiede la signora.

“Non si preoccupi, sarà andato a fumare”, le rispondo.

Lei mi mette una mano sulla spalla, sorride, poi abbassa la testa e comincia a pregare.

La messa finisce e quando esco trovo Andrea appoggiato al muro della chiesa. Sembra un naufrago: ha lo sguardo perso, i capelli e il vestito completamente bagnati.

“Stai bene? Cosa ti è successo?”

“Scusa, non ce la facevo più.”

Comincia un forte scroscio di pioggia e anche la signora esce dalla chiesa, facendosi largo zoppicando tra la folla. Si avvicina a noi, le lascio un po’ di spazio sotto il tetto vicino a me.

Il viaggio fino al ristorante sembra infinito. La strada attraversa piccoli paesi immersi in una pianura deserta, a parte qualche cascina e le sagome delle fabbriche in lontananza.

So che è questo il momento giusto per dirglielo, ma non riesco a trovare le parole adatte, non riesco nemmeno a guardarlo in faccia.

A un certo punto mi mette una mano sulla gamba. Io mi volto verso di lui.

E glielo dico.

(c) Agostino Cornali

Fuochi sull’acqua. Incontri di poesia

 

Segnaliamo un’altra bella iniziativa di poesia di questo inverno Milanese. Qualcosa si muove in città

Agostino Cornali, Questo spazio può essere nostro

Agostino               

per Agostino Cornali (1957-1978)

Saltano gli schemi, stanze chiuse
– insopportabile il freddo delle maniglie –
e subito tre fischi dal corridoio..

Ci vuole coraggio a tornare qui
anni dopo la fine della partita
e trovare ante sfondate, vetri rotti
dalle pallonate, odore di cavolfiore..

Il tempo, è vero, ha svuotato gli armadi,
soffiato polvere tra le lenzuola
ma questa casa non è vuota
c’è chi resiste, rimane a guardia
delle assenze

e c’è una foto in bianco e nero
degli anni settanta
con la maglia della squadra,
le scarpe da calcio,
il sorriso di un goal.

una foto per incontrare il tuo sguardo
quando nessuno ci vede,
per ricordarmi che è tuo e non mio
il nome che porto

 

Via della Torre 15

Si perde il conto degli anni
in questo luogo
di case azzurre e piscine
che riflettono una luce accecante,
che confonde la mente

si dice vent’anni come dire
niente, fingendo di non sapere
che la mia casa è stata venduta
due volte,
e adesso ci vive un ragazzo
che non conosco.

Dentro hanno fatto un corridoio,
al posto della sala c’è una camera
e il bagno è davanti alla cucina,
tanto che adesso

se ci entri non ti orienti

così dice la Brigida,
la portinaia con la voce stridula,
la stessa di vent’anni fa

dice che hanno
modernato, che è cambiato un po’ tutto

ma lei si ricorda bene
di me, di mia madre, della cugina
che lavorava alla Scala.

Nel quartiere c’è silenzio,
sono scomparsi molti palazzi,
a volte si aprono squarci
su un cielo che non ti aspetti.

Non sembra la periferia di Milano,
sembra una città senza bambini
travolta da una guerra
di cui nessuno
ha avuto notizia

e io mi sento addosso la vergogna
del disertore

 

A scuola

In questa stanza sarà sempre autunno,
l’inizio di qualcosa
che non accadrà mai

dentro quest’aula vivrete seduti
e verrete interrogati
ogni giorno
come testimoni del nulla
imparato a memoria

in gola avrete sempre
la risposta soffocata
e nell’aria viziata alzerete le mani
per arrendervi

sarete condannati
per ogni peccato
che non avrete commesso

 

*
Giunti da ogni confine
col cranio trafitto dalla cometa

ma il cherubino disse
no, qui non accade
niente,

qui la pista si perde
in un cerchio di rovine
illuminate male

ma loro volevano l’urto dei corpi,
il sudore e la comunione

e il battito nelle vene,
la musica delle sfere
che fa tremare le pareti

 

*
Giocavano a tennis
in mezzo alla strada
e i figli dei figli contavano
i punti
seduti contro il muro della casa.

Qualcuno dietro un cancello
disse anche quell’uomo
è tuo parente, non lo
riconosci?

Questo accadde prima
di un temporale
e prima della malattia
che scavò le loro ossa.

Si cresceva in silenzio,
insieme alle ortiche.

 

 

la sua figura non differiva molto dalla tua
Sofocle, Edipo Re, v. 74

La prima pioggia d’agosto,
un coltello nella schiena

a fine stagione se ne andavano tutti,
tornavano nelle loro città
violente di pianura.

ci lasciavano qui
a parlare delle cose ultime,
quando il buio cala
come un colpo d’ascia
nel primo pomeriggio

e dopo cena ci contavamo le ossa,
i capelli, le macchie della pelle,
misuravamo le distanze
tra gli occhi, tra i denti

per trovare somiglianze,
relazioni, nuove
parentele

sperando che fosse almeno il sangue
a tenerci vicini
nelle notti d’inverno

 

Questo spazio può essere nostro

è qui che dovremmo vivere,
nascosti
tra le gradazioni del verde

qui dove le case cadono
a pezzi, i cani ringhiano
prima dei temporali
e i gatti si gettano dai tetti
con un tonfo che ci sveglia
nel cuore della notte.

Durante i fine settimana
cancelliamo i nomi di tutte le vie
per inventarci una vita diversa,
e poter fingere di incontrarci per caso
ad ogni svolta,
ogni incrocio

come gente appena tornata
da chissà quale paese,
gente che non si vedeva
da anni,

che chiede come stanno
anche i parenti più
lontani

 

Agostino Cornali è nato a Milano il 20 dicembre 1983. Laureato in lettere classiche all’università Statale di Milano, insegna materie uma­nistiche in una scuola superiore di Bergamo, città dove vive dall’età di sei anni.
Questo spazio può essere nostro è la sua prova d’esordio, pubblicata a seguito del riconoscimento di primo classificato nel concorso “Opera Prima 2010” di LietoColle.