Adua Biagioli Spadi

Adua Biagioli Spadi, Il tratto dell’estensione

 

Adua Biagioli Spadi, Il tratto dell’estensione. Poesie, La Vita Felice 2018

Ciò che si manifesta come fragile e precario, oppure che viene marchiato come tale, riceve nella raccolta di Adua Biagioli Spadi, Il tratto dell’estensione, uno sguardo attento, volto a fare chiarezza su supposizioni e credenze, pronto a cogliere segnali di altro avviso.
Occorrerà innanzitutto dare un ambito di significato sia al termine “estensione” – ampliamento dell’orizzonte, accoglimento di altre dimensioni, anche percettive – sia al termine “tratto”, che va inteso almeno in due accezioni, vale a dire quella di caratteristica, peculiarità, e quella di segmento di percorso.
Se già questa operazione preliminare di accesso all’opera ne mette in risalto la ricchezza di coniugazioni possibili, l’esplorazione dei singoli testi rivela ulteriori opportunità. In particolare, là dove ci aspetteremmo un discorso poetico condotto su un piano ‘geometrico’, aspetto pur presente e che peraltro viene esplicitamente annunciato già nel titolo della prima sezione, La linea fragile, assistiamo, oltre a ciò, a un percorso cromatico con forte valenza simbolica e con vere e proprie esplosioni espressionistiche, talvolta esplicite, come avviene nel componimento che si richiama alle «onde fisse nella notte» di Munch, talvolta più allusive, ma non meno pregnanti, come si può constatare nella menzione di quella «azzurrità» che richiama il paesaggio rivelatore e, insieme, abbacinato da visioni di Georg Trakl.
L’andamento che contraddistingue Il tratto dell’estensione, a sua volta introdotto dalla significativa affermazione «Alcuni stati d’animo/ non sono che evoluzioni dell’apprendere», è dunque dalla traiettoria netta, dal precipitare di una freccia nel componimento iniziale – «il passaggio della scesa,/ là dove l’arrestarsi precede il dardo, la caduta» – all’esplodere ardente di colori inteso come ripartenza già prefigurato nel testo immediatamente successivo: «Ripartirò da qui, dall’incendio dei colori», dall’ansia della precisione (e, diremmo, dall’affannoso e “umano, troppo umano” inseguimento della linearità) – «Ci vogliamo esatti» all’invocazione appassionata di una metamorfosi (se non salvifica, almeno una nuova possibilità) dalla precarietà della materia alla vagheggiata libertà di un tono cromatico senza tentennamenti: «tramuta la friabile materia della mia persona in vermiglio».
Lo scontro permanente tra pieno e vuoto, tra accoglienza e rifiuto, respingimento, tra le infinite possibilità e il condensarsi in una sola, si esprime in tutte e tre le sezioni che compongono la raccolta, La linea fragile, Il segno del possibile, Perdersi non più, con un riferimento fecondo alle diverse manifestazioni delle arti figurative – con la dialettica, già messa in evidenza, tra disegno e pittura – e con un ricorso consapevole alla sonorità della parola, in specie attraverso coppie allitteranti: «scomposti sensi», «frantumi delle foglie» (con la ricorrente allitterazione in ‘f’ a sottolineare la friabilità della materia e la fragilità dell’esistere), «risveglio rosato».
«Restituiscimi il frammento del tempo»: questo verso, chiaro e sonoro, si situa al centro di una raccolta che merita, da parte di chi legge e di chi si pone all’ascolto, incursioni ripetute e rinnovate esplorazioni. Anche solo un frammento basterebbe, per tentare di ricomporre l’umano e il creaturale, recuperare, risanare, ché salvare non si può, non sta a noi, ma unire, o almeno ricollegare, con-templare.

© Anna Maria Curci

 

Sempre la fragilità si dirige sommessa alla deriva
nello slaccio d’abbandono del sentire,
è la lacrima a cogliere la perfetta stanza
della noncuranza,
incauto nascondiglio della goccia
il passaggio della scesa,
là dove l’arrestarsi precede il dardo, la caduta
l’affidarsi estremo, disorientato abbraccio. (altro…)