Acquabuia

Francesca Matteoni, Acquabuia (poesie e una nota di lettura)

acquabuia_aragno

Francesca Matteoni, Acquabuia, Nino Aragno, 2014, € 8,00

di Pier Francesco De Iulio

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La prima sensazione che si ha leggendo la raccolta di poesie di Francesca Matteoni, Acquabuia (Aragno, 2014), è di assistere a un susseguirsi di quadri della tradizione fiamminga, dove insieme a nature morte e scene animaliste trovano posto le panoramiche paesaggistiche di Joachim Patinir o la singolare visionarietà di Hieronymus Bosch. La rappresentazione del reale è dunque motivo per il suo superamento — la costruzione di uno spazio d’indagine ulteriore mediato da prospettive imperfette — permettendo in tal modo alla poesia di sondare il “mistero” della realtà — o la sua “illusione” — e assumere in filigrana i connotati caratteristici del fiabesco e del fantastico.
Natura incombente e matrigna che informa tutto il libro, sin dall’esergo leopardiano: «Questo è quel mondo?», ripreso dal celebre idillio A Silvia. Natura che, in riferimento alla poesia di Leopardi, si associa all’altro tema portante della poesia di Francesca Matteoni: l’infanzia. Proprio la dualità Natura/Infanzia consente infatti all’autrice di “andare oltre” la realtà — alzando il velo sulle connessioni intime che legano storia ed esperienza personale — così da poter dare finalmente un nome alle “cose nel mondo”, facendo uso di un linguaggio scarnificato, fin dove «i verbi tremano».
Infanzia, quella evocata da Matteoni, che non concede nulla alla commozione — neanche quando si “personifica” nei versi che ricordano la vicenda tragica di Alfredino Rampi —, simbolo ineludibile di una predestinazione — la natura infatti “uccide” l’infanzia — e che, proprio in questo suo soccombere alla ineluttabilità degli eventi, nel ribaltamento del  senso comune si fa testimone “salvifica” del mondo.
Contraltare a questa Natura impenetrabile e “fuori dal tempo” sta dunque l’esperienza umana — quella adulta — che si sostanzia dell’oscurità degli oggetti, nel silenzio — che «è un non esserci» — delle relazioni quotidiane “dentro il tempo”. Anche un autobus o il ripiano di una cucina, un animale o una montagna, un sasso nel fiume e l’acqua che vi scorre sopra, possono allora dare forma alla memoria e al suo sogno di resistenza e bellezza, in un incessante ritorno ai luoghi del passato dove la dimensione del presente è sempre rielaborazione immaginifica del mondo sognato e perduto dei bambini.

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[dalla sezione: Ragazzo Volpe]

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Cercavo un luogo sicuro
nella radura dei castagni
il cielo stava a pezzi sulle cime.

Tu lo crederesti — tutto questo sarà scordato
e la capanna in pietra, il tavolo,
la lampadina scarna — le cose
che pure qui si annidano inutili
(un dio indù, il mucchio stantio delle coperte)
staranno lievi nei ricci che si staccano
fanno un tonfo cieco sul terreno.

La stufa di smalto traccia un’ombra del passato.
Dentro la stessa legna di boscaglia antica
la massa nodosa nella fiamma.

Questo mio silenzio è un non esserci, quasi
o un prender parte
ai solchi stretti dei tronchi
l’ovale delle foglie — penne indiane —
quel verde nel pietrame che si accende.
Un segno d’ala, un graffio di rumori.

Odori. Altari. Alfabeti.

Torri (Volotto), 11 ottobre 2009

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“Ho questa carne scomposta in molte vite.” Per Francesca Matteoni

di Cristina Babino

© Ashley Maselli  I knew who i was this morning but I've changed a few times since then, 2014.

© Ashley Maselli
I knew who i was this morning but I’ve changed a few times since then, 2014.

I bambini non buttano mai nulla. Si affezionano agli oggetti come a parti di sé, non ne percepiscono il deteriorarsi, la perdita di utilità, li accumulano in modo caotico, apparentemente indiscriminato. La scrittura di Francesca Matteoni, che di infanzia vive e si alimenta, è piena di oggetti, di richiami e associazioni, di immagini conseguenti e sovrapposte, di suoni inseguiti, ricercati: io la ascolto come il tonfo profondo e cupo del sasso lanciato in uno specchio mosso d’acqua, la leggo come il rincorrersi concentrico dei cerchi che quella caduta eccita, produce.
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