Achim von Arnim

Verzaubert, verhext: la magia nella letteratura di lingua tedesca

E.T.A. Hoffmann, illustrazione per “L’uomo della sabbia”

Verzaubert, verhext: la magia nella letteratura di lingua tedesca

Sin dagli inizi la magia è tema ricorrente nella letteratura di lingua tedesca: il Volkbuch Historia von D. Johann Fausten (1587) la pone al centro della vicenda, la quale, a sua volta, fornirà materia narrativa fertile: basti ricordare, dopo il ‘soggiorno britannico’ con il Doctor Faustus di Christopher Marlowe, il ritorno in Germania con il Puppenspiel, il teatro delle marionette e il percorso che parte dall’abbozzo di dramma Doktor Faust di Lessing (1763), attraversa l’opera che ha segnato l’intera vita letteraria di Johann Wolfgang Goethe, Faust, passa per il dramma Don Juan und Faust (1829) di Grabbe, per approdare al romanzo di Thomas Mann Doktor Faustus (1947).
Nei testi qui analizzati, tutti scritti tra il XIX secolo e il XX secolo,[1] non vi è la pretesa dell’esaustività in materia, ma la speranza di un invito alla lettura.  In essi la magia appare, di volta in volta, irruzione dell’incubo, dell’irrazionale nell’esistenza, che ne viene scossa dalle fondamenta, una pirotecnica mescolanza di superstizione e artificio di sostegno a potenti, ignari o meno di esserne i beneficiari, strumento di manipolazione e ipnosi collettiva o, infine, moto abile e complesso di ribellione a un regime.
Dal secondo romanticismo tedesco della Spätromantik arrivano a noi L’uomo della sabbia di E.T.A. Hoffmann e Isabella d’Egitto di Achim von Arnim.
Der Sandmann (L’uomo della sabbia, 1815)[2] è un’opera che ha sollecitato le fantasie di schiere di artisti (tra gli altri, Offenbach di Les Contes d’Hoffmann e Delibes di Coppélia) e che ha ispirato il saggio di Freud Il perturbante.[3] Ernst Theodor Wilhelm Hoffmann ha una biografia che affascina per il suo essere vissuta perennemente su due piani, quello diurno, che lo vede impegnato nella sua professione di magistrato, che svolgerà con acume e grande senso di equilibrio anche nella fase più buia della restaurazione prussiana post-napoleonica, e quello notturno, che ci rivela davvero l’altra faccia della medaglia romantica: e infatti Hoffmann è di notte scrittore dalla fantasia pressoché inesauribile, disegnatore e compositore. Vive così la sua doppia vocazione, tra l’esercizio concreto del quotidiano e l’estro della creatività artistica.
Appartiene ai Nachtstücke, i Racconti Notturni.[4] Abbiamo notizie dettagliate sulla genesi del manoscritto, alla cui stesura Hoffmann si accinse all’una di notte del 16 novembre 1816 e che otto giorni dopo era già pronto per la pubblicazione. La storia della letteratura annovera più d’una di queste stesure febbrili: una genesi analoga avrà, un secolo dopo, il racconto La metamorfosi di Kafka. In entrambi i casi ci troviamo dinanzi a tappe fondamentali della narrativa. Come s’è accennato prima, Sigmund Freud individua ne L’uomo della sabbia la nascita di un genere letterario, la unheimliche Literatur. L’aggettivo unheimlich, tradotto come “perturbante” nell’omonimo saggio che Freud pubblica nel 1919, può essere reso in italiano come “sinistro”, “inquietante”. Unheimlich – che unisce nel suo significato il familiare e l’ignoto, che porta alla luce, in modo spaventoso, ciò che doveva restar nascosto – è l’intervento della magia, che nel racconto diventa sconvolgente mescolanza di suggestione (di Nathanael, io narrante nella prima parte, figura principale di quanto raccontato dal narratore onnisciente nella seconda), alchimia e artifizio, nel racconto di E.T.A. Hoffmann. Come Nathanael narra all’amico Lothar nella prima delle tre lettere che aprono il racconto (ma la lettera, lapsus significativo, finirà per sbaglio nelle mani di Clara, la lucida, chiara e razionale sorella di Lothar nonché fidanzata di Nathanael), è stato l’incontro fortuito con un ottico e venditore di barometri, Giuseppe Coppola, di origine italiana, più precisamente piemontese, a risvegliare nel giovane il trauma dell’infanzia. Uno dei brani centrali del racconto, magistralmente orchestrato e caratterizzato nel suo culmine dal passaggio brusco dal tempo passato al tempo presente, ricostruisce infatti l’origine sconvolgente e, appunto, sinistra, del trauma: la scoperta che il minaccioso uomo della sabbia altri non è che l’avvocato Coppelius, il quale, di notte e nello studio del padre di Nathanael, fa con questi strani esperimenti di alchimia. Il piccolo Nathanael, nascosto dietro una tenda, vede e sente, elabora con una fantasia sovreccitata. Accortosi della sua presenza, l’uomo della sabbia alias Coppelius ha una reazione irata e spaventosa. Al piccolo pare che pretenda i suoi occhi – il terrore della perdita degli occhi è, come ben fa notare Freud, uno dei motivi conduttori della vicenda – e che solo il padre, pur intimidito dall’avvocato, con le sue suppliche riesca a distoglierlo dall’intento. Poi, Nathanael perde i sensi e faticherà per giorni a riprendersi dall’orribile episodio, quando un altro, luttuoso evento sopraggiunge a minare ulteriormente la psiche del ragazzo. Si tratta della morte del padre, in seguito a una esplosione verificatasi proprio nel suo studio, conseguenza di uno dei tanti misteriosi esperimenti di questi con Coppelius. La somiglianza tra Coppelius e Coppola turba Nathanael, che sente e vede destarsi i fantasmi degli incubi passati e che perderà definitivamente il senno quando scoprirà non solo che Olimpia, la giovane figlia dello stimato professor Spalanzani – un altro italiano, un altro riferimento sia alla cultura scientifica, Spallanzani, sia all’immaginario popolare, vista la somiglianza, così scrive Nathanael all’amico Lothar, del fisico professore universitario, del quale Nathanael segue le lezioni, con Cagliostro ritratto da Chodowiecki – è in realtà una bambola, alla cui creazione hanno contribuito Spalanzani e Coppola. L’esito è tragico e l’itinerario dalla magia alla follia è segnato con ritmo incalzante e sicuro. (altro…)

proSabato: Giorgio Galli, da “La parte muta del canto”

Guido Cantelli

Nel Corno meraviglioso del fanciullo di Arnim e Brentano, c’è una poesia che dice:

Il cuculo è caduto stremato
ed è morto ai piedi del salice.
Morto è il cuculo! Caduto stremato!
È caduto ai piedi del salice!
Ed ora, durante l’estate,
chi ci potrà far passare il tempo?
Cucù! Cucù!
Chi ci potrà far passare il tempo?
Ma certo! Il signor usignolo,
sì, lui ci penserà!
Lo farà il signor usignolo
che siede sul suo verde ramo.
Il piccolo, dolce usignolo,
il caro, gentile usignolo!
Sempre allegro canta e salta
quando tacciono gli altri uccellini.
Aspettiamo il signor usignolo,
che sta sulla sua fratta verde,
e che quando il cuculo è stremato,
allora incomincia a cantare!*

Fra il 1948 e il 1956, tutti nel mondo della musica pensavano che il cuculo era Arturo Toscanini e l’usignolo Guido Cantelli. Classe 1920, Cantelli aveva militato nella Resistenza. Classe 1867, Toscanini non aveva potuto prender parte alla Resistenza, ma l’aveva fatta a modo suo. Primo al mondo, s’era rifiutato di dirigere a Bayreuth quando la famiglia Wagner era diventata un’appendice del gabinetto di Hitler e gabellava le opere del suo antenato come un’appendice del Mein Kampf. Toscanini non voleva dirigere in un festival di Bayreuth diventato una succursale delle adunate oceaniche. E scrisse una lettera a Hitler. Fu tra i pochi al mondo a farlo. Osò scrivergli che non poteva più dirigere in Germania. Che la sua coscienza glielo impediva. Lui, figlio di un sarto di Parma, osò scrivere al Führer: «La schiena si curva quando l’anima è curvata». Sotto il dominio di Mussolini, aveva continuato a dirigere, ma rifiutandosi d’eseguire Giovinezza in apertura dei suoi concerti. Gli altri direttori eseguivano tutti Giovinezza, lui no. Fu richiamato, fu ancora richiamato, e nel 1931 schiaffeggiato. C’erano Ottorino Respighi e sua moglie quando un manipolo di squadristi aggredì il sessantasettenne Toscanini per le strade di Bologna. Respighi e sua moglie Elsa videro allibiti che il capo della squadraccia – che altri non era che Leo Longanesi – chiese a Toscanini: «Dirigerai Giovinezza?»; e, al diniego di lui, lo prese a schiaffi. Arturo Toscanini, figlio d’un sarto di Parma, non era un intellettuale. Leo Longanesi era un intellettuale. Ma chi dei due si mostrò più lucido, più serio, più colto in quella occasione? Avere coraggio o spirito di gregge, appartenere all’umanità o al fanatismo non è questione di libri letti. Quando Toscanini fu espulso dall’Italia, per prima cosa andò a dirigere nel nascente Stato d’Israele, al che i giornali fascisti lo ribattezzarono L’ebreo onorario. Dal suo esilio in America diresse il primo movimento della Quinta di Beethoven quando gli Alleati sbarcarono in Sicilia; e diresse l’intera Sinfonia quando l’Italia fu liberata. Sopra i muri della Scala, nel violento aprile del ’45, mani entusiaste scrissero Viva Toscanini!Ritorni Toscanini! E Toscanini tornò, nel 1946, per dirigere il primo concerto alla Scala ricostruita dopo i bombardamenti. (altro…)

Primavera 2011: ricordi, riflessioni, rom

Il 2 dicembre 2001, su invito di Maria Olita,  insegnante di scuola elementare, impegnata da anni nell’Opera Nomadi, ho parlato a Cosenza dei Rom nella letteratura di lingua tedesca, all’interno di un corso di formazione in servizio sull’educazione interculturale da lei progettato. Ricordo che, mentre parlavo, avevo su di me lo sguardo serissimo di una ragazza poco più che ventenne. Sembrava soppesare ogni mia parola. Al termine del mio intervento, la ragazza si è avvicinata a me e mi ha chiesto dettagli bibliografici. Mi ha spiegato che, cresciuta in un campo nomadi a Cosenza, dopo aver frequentato la scuola dell’obbligo (Maria era stata sua insegnante) si era iscritta all’Università. Considerava quel corso come una tappa importante della sua formazione. Avevo appena affrontato un esame, mi accorsi a quel punto. Ecco, i fatti di cronaca della mia città natale, in questi giorni, chiedono a gran voce che “non ci tiriamo fuori”. Ripropongo qui il testo del mio intervento di allora. Credo che la conoscenza dell’altro sia una via privilegiata per il superamento delle paure, che le paure, a loro volta, siano generate in gran parte dall’ignoranza. Il contributo si trova anche in rete, insieme ad altre proposte formulate nella cornice del progetto ELiCa, per un canone letterario europeo. Può essere consultato anche qui.
Invito a dare un’occhiata anche alla bibliografia e consiglio la lettura  (o la rilettura) de Gli Zingari e il Rinascimento di Antonio Tabucchi.

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