A Valediction: Forbidding Mourning

“And makes me end where I begun” – Carmen Gallo

“And makes me end where I begun”
Riscrittura a due voci di
A Valediction: Forbidding Mourning
di John Donne

inizio e fine non coincidono
se nel mezzo la voce si fa lucida e ingombrante
inizio e fine si guardano le spalle
e hanno specchi sulla schiena
si danno appuntamento
nelle parole che danno nomi alle cose
nei tempi che si moltiplicano
lontano dalla storia
sotto cattiva stella, o al riparo
della divina provvidenza
restano atti non pensati
coincidenze sfuggite al caso
nell’ingorgo delle voci
una ne pronuncia il senso
l’eccezione all’ordine
e il tempo s’incrina per accogliere
la frattura del rincorrere, del ritornare
Forbidding Mourning, dicevi,
a vietarmi il lamento
a insegnarmi l’intero
del nostro essere
pura coincidenza
e rinnegare il fatto
che è solo nei tuoi occhi
che il destino che si traduce
nel profilo luminoso
di cose somiglianti
nelle figure sovrapposte
di purezze coincidenti

Come uomini virtuosi che al trapasso
Sussurrano all’anima di andare
Mentre amici rattristati si dicono
“Il respiro viene meno”, e altri “ non ancora”

Sciogliamoci noi, senza alcun rumore,
Senza alluvioni di lacrime o tempeste di sospiri.
Sarebbe profanare la nostra gioia
Raccontare ai laici del nostro amore.

profanazione sarebbe raccontare
che questo mondo crede ancora
in corrispondenze da celebrare
nella parata del tout se tient
del non è un caso, e non è un caso
se il respiro viene meno,
e le lacrime non fanno più rumore
se è solo tuo l’inizio, e tua la fine delle cose
se nasconderai ogni sasso lasciato sul percorso
occultando ogni mio gesto intorno

Il movimento delle sfere porta con sé mali e paure
Gli uomini lo sanno e sanno cosa significa
Ma la trepidazione delle sfere,
Per quanto grande, è innocua

L’amore degli ottusi amanti sublunari
la cui anima è senso – non ammette
Assenza, perché questa ne rimuove
Il principio e l’elemento

Ma noi, raffinati da un amore che noi stessi
Non sappiamo cosa sia, e rassicurati a vicenda
Dalle certezze della mente, ci curiamo meno
Di sentir mancanza di occhi, labbra o mani

Le nostre anime allora, che sono cosa sola,
Sebbene io debba andare, non subiscono
Frattura, ma espansione
Come oro battuto fino a farsi d’aria

fino a confondere l’aria, fino a disperdermi
in sostanza di buio, vorresti fare di me
anima senza senso, e battere occhi labbra mani
fino a farli coincidere con i tuoi
perché io non abbia un corpo sublunare
e fiato, fiato da sprecare
affinché io sia cosa e sola
in espansione mai divergente
né principio né elemento
delle cose che ti somigliano
ma calco vuoto del tuo identico

Se pure sono due, lo sono come i rigidi
Gemelli del compasso: la tua anima,
Il piede fisso, pare non si muova,
Se non quando l’altro si muove

E se pure è ferma nel suo centro,
Quando l’altro si spinge più lontano
Esso s’inclina e lo segue
E torna eretto, al suo tornare al centro.

Così tu sei per me che devo, come
L’altro piede, allontanarmi in obliquo:
La tua fermezza completa il mio cerchio
And makes me end where I begun.

ma io voglio
cominciare dove tu non finisci
farmi voce in tua assenza
voglio rincorrerti
nella tua fuga obliqua, e superarti
abbandonando i piedi al centro
voglio aspettarti
fuori dal cerchio
cuore lucido e ingombrante
e abitare lo spazio
dove la tua parola non arriva, e la mia
si fa mappa infinita
coincidenza indistinta del mondo col mondo
dare il mio nome alla liberazione del caso
e cancellare inizio e fine
e cadere, fuori da te.

(ritrovata…)

chiudimi il cerchio, occhiuta,
prendimi il vuoto, l’incavo,
e nulla rimarrà.
prendi lo sguardo estremo,
il tuo, che non vedrò,
che non ho visto mai.

da Giuliano Mesa, Chissà. Poesie 1999-2000

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