A night at the Opera

Altri dischi #9: Queen, A night at the Opera

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Queen
A Night at the Opera
EMI, 1975

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di Ciro Bertini

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È il 10 settembre e mi accingo a scrivere questa recensione con la memoria ancora piena delle foto di Freddie Mercury circolate fino a pochi giorni fa sui social network per celebrare il suo (mancato) settantesimo compleanno e dei moltissimi, spesso magniloquenti, quasi sempre eccessivi elogi che fans, speaker radiofonici e giornalisti di tutto il mondo hanno nuovamente tributato all’istrionico cantante. Il 5 settembre 2016 Farrokh Bulsara avrebbe compiuto settant’anni. Cosa sarebbe successo se l’AIDS non se lo fosse portato via, quel lontano 24 novembre del 1991? Probabilmente nulla, o perlomeno nulla che, da un punto di vista strettamente musicale, valesse la pena ricordare.

Lo ammetto, non avevo intenzione di scrivere una recensione su un disco dei Queen, ma il bombardamento visivo e vocale di pochi giorni fa mi ha convinto a dire la mia su uno dei gruppi più sopravvalutati dell’intera storia del rock, e in particolare sull’unico album che Mercury e colleghi abbiano mai composto. Per “album” non intendo le tante accozzaglie di canzoni, alcune scadenti, altre buone, altre pessime, sfornate dalla band britannica a partire dal 1973, ma un’opera organica, dove ogni brano è fondamentale all’equilibrio complessivo, un tassello che con spirito umanitario raccoglie l’eredità del precedente, la rielabora con la propria individualità e la trasmette al successivo. Mettiamo da parte le schifezze pop degli anni Ottanta, la canotta bianca e gli inni da stadio. Questi sono i Queen coi capelli lunghi e gli incredibili abiti attillatissimi, quattro musicisti non particolarmente dotati né sul piano tecnico né compositivo ma con uno spiccato senso dell’umorismo e una teatralità fuori dal comune, quattro giovani molto ambiziosi (o tre, se si esclude il timido e riservato John Deacon) che fondono hard rock, prog, glam, operetta, pop e cabaret e si presentano come dandy decadenti e stravaganti che sembrano rinnovare sul palco il mito di Oscar Wilde. Uno di loro, il cantante, è un Oscar Wilde anche giù dal palco. Parliamo di lui, appunto, Farrokh Bulsara, qui ancora chino sul pianoforte a coda, prima di rinunciarvi per esigenze di esibizionismo, senza baffi e con una folta chioma corvina, capace di scrivere e interpretare belle melodie, talvolta con qualche guizzo di genialità. Nulla di quello che i Queen hanno proposto fin dai loro primi album suona particolarmente nuovo e originale (gli Slade, David Bowie e i Roxy Music c’erano già stati, non parliamo di Jimi Hendrix, Mick Jagger o i Led Zeppelin), ma il quartetto dimostra una notevole determinazione, una smisurata autostima e una grande coscienza dei propri mezzi, a partire da quel “No synthesisers!” fieramente ribadito fra le note interne di ogni loro album fino al 1978.

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