A. Jodorowsky

Martina Campi, La saggezza dei corpi

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Martina Campi, La saggezza dei corpi. Prefazione di Sonia Caporossi e Postfazione di Christian Tito. Fuori Collana, Collana diretta da Fabio Michieli, L’arcolaio 2015

Savio, avveduto, esperto diventa il corpo nel suo esporsi, arrendersi, o, molto più semplicemente, esistere nel tempo. Che cosa succede dinanzi alla malattia, al conflitto interno, alla degenza, alla constatazione di una crisi? La risposta di Martina Campi è un itinerario che non nasconde il richiamo simbolico al numero sette biblico, mitologico, perfino fiabesco. E si tratta di una risposta che ha caratteristiche originalissime, che se da un lato rifuggono dal cupio dissolvi e dalla contemplazione barocca del disfacimento, dall’altro non hanno – felicemente – nulla a che vedere con la non tanto impertinente o blasfema quanto piuttosto immotivatamente tronfia ‘liturgia della secrezione’.
La saggezza dei corpi è un poemetto articolato in sette parti, una per ciascuno dei sette giorni di degenza. Da un osservatorio sofferto, subíto, il corpo sofferente non perde, ma, al contrario, sembra affinare la capacità di percezione, interna ed esterna. I dati sensoriali, magnificati da ciò che arriva come straordinaria allerta delle terminazioni nervose, sono raccolti e riportati non come semplici macchie, impressioni scollegate nonostante la loro nitidezza, ma danno vita – colgo immediatamente la suggestione potente dell’apertura del Giorno #1 – a un fiume ininterrotto e compatto, dal ritmo rigoroso e serrato. È un fiume che raccoglie considerazioni e narrazioni, rivelazioni e illuminazioni nello spazio, a volte angusto, a volte insperatamente ampio, della discesa, del passaggio, della inusuale “occasione”. Già, ma quale occasione? Non potrebbe sembrare addirittura sarcasmo ritenere propizia la sospensione della propria libertà di movimento e della vita ‘normale’, l’obbligo al confino determinato dal ricovero? Al contrario, proprio nella parte iniziale del poemetto va ricercato il significato, paradosso in positivo, del concetto di occasione qui: «è l’instabilità dei nessi che ti fa/ parlare, è l’improvviso ritrarsi dispotico/ della memoria e non puoi credere a niente/ adesso come adesso, di quello che vedi». In altre parole: ricoverata, si arresta qui, è vero, l’ordinaria sospensione dell’incredulità, ma, d’altro canto, è proprio un dato che la ‘normalità’ rifugge, vale a dire la precarietà dei collegamenti che siamo abituati a considerare ‘logici’, a far parlare, a muovere la parola. Si tratta, è bene esplicitato in tutto il poemetto, di una modalità eccezionale, sofferta, patita e pur sempre occasione. (altro…)