8 settembre 1943

Antonio Paolacci, Il morbo che salvava la vita

Questa è la storia di un ragazzo italiano, una storia in apparenza come tante. È la storia di una malattia e di una grande, bellissima, menzogna. Inizia un giorno imprecisato di dicembre del 1937, a Roma. Il ragazzo si chiama Adriano Ossicini, è nato nel 1920 e quindi, nell’anno in cui inizia la nostra storia, è un ragazzino appena diciassettenne. Ma è anche un bravo ragazzo e uno studente molto in gamba.

In quel dicembre del ’37 si presenta all’ospedale Fatebenefratelli di Roma come volontario e prende subito servizio. Qui incontra il primario, ovvero il dottor Giovanni Borromeo e, molto probabilmente, inizia a considerarlo come una figura paterna.Giovanni Borromeo è un giovane medico molto carismatico. È stato nominato primario del Fatebenefratelli solo tre anni prima, cioè nel 1934, e in questi tre anni ha trasformato l’antico Nosocomio nel più efficiente e moderno ospedale di Roma. Il giovane Adriano lo ammira da lontano, con modestia, mentre svolge il suo servizio di volontariato. E nei corridoi sente le storie che lo riguardano. Dicono che Borromeo sia un grande medico. Si è laureato a soli 22 anni con 110 e lode e Premio Girolami. E di anni ne aveva solo 31 quando ha vinto il concorso degli Ospedali Riuniti di Roma per un incarico da Primario Medico. Avrebbe potuto essere ancora più in alto, dicono tutti, se negli anni Venti non avesse rifiutato di prendere la tessera del Partito Nazionale Fascista e questo non avesse limitato le sue possibilità di carriera.

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Adriano Ossicini negli anni Cinquanta

Quando Adriano Ossicini compie 18 anni, ha già deciso che diventerà medico. Ma questi sono anni difficili per studiare e basta, anni in cui un ragazzo sveglio come lui sente anche il dovere di guardarsi attorno. Nell’aprile del 1938, Ossicini è già schedato come sospetto sovversivo. A ottobre viene fermato per la distribuzione di alcuni volantini antifascisti, poi subito rilasciato.

Due anni dopo scoppia la guerra. Ossicini ormai ventenne ottiene il rinvio dell’arruolamento in quanto studente. Nel frattempo inizia svolgere piena attività antifascista. Il 18 maggio 1943, viene arrestato dopo una retata e finisce in carcere. Durante la detenzione viene torturato per alcuni giorni, ma non fa nomi, non dice niente. Si limita ad ammettere di aver espresso critiche alle leggi razziali, trovandole in contrasto con la dottrina cristiana. Vista la sua partecipazione a gruppi cattolici e la sua forte fede, il Vaticano intercede in suo favore. La sua liberazione, gli dicono, può essere immediata, a condizione che presenti domanda di grazia. Ossicini rifiuta. Ma in realtà sta solo andando a vedere un bluff, perché non ci sono prove del suo coinvolgimento nella lotta antifascista. Dopo due mesi di carcere e angherie, viene rilasciato, in attesa di essere condannato al confino.

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8 settembre 1943 (Ginzburg, Malaparte, Fenoglio, Sereni)

Alberto Sordi e Eduardo De Filippo in un fotogramma del film "Tutti a casa" (regia di Luigi Comencini, 1960)

Alberto Sordi e Eduardo De Filippo in un fotogramma del film “Tutti a casa” (regia di Luigi Comencini, 1960)

«La guerra, noi pensavamo che avrebbe immediatamente rovesciato e capovolto la vita di tutti. Invece per anni molta gente rimase indisturbata nella sua casa, seguitando a fare quello che aveva fatto sempre. Quando ormai ciascuno pensava che in fondo se l’era cavata con poco e non ci sarebbero stati sconvolgimenti di sorta, né case distrutte, né fughe o persecuzioni, di colpo esplosero bombe e mine dovunque e le case crollarono, e le strade furono piene di rovine, di soldati e di profughi. E non c’era più uno che potesse far finta di niente, chiuder gli occhi e tapparsi le orecchie e cacciare la testa sotto al guanciale, non c’era. In Italia fu così la guerra.»

Natalia Ginzburg, Lessico famigliare, Einaudi, Torino 1963, p. 147

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«Era stato per noi un magnifico giorno, quello dell’8 settembre 1943, quando avevamo buttato le nostre armi e le nostre bandiere non soltanto ai piedi dei vincitori, ma anche ai piedi dei vinti. Non soltanto ai piedi degli inglesi, degli americani, dei francesi, dei russi, dei polacchi, e di tutti gli altri, ma anche ai piedi del re, di Badoglio, di Mussolini, di Hitler. Ai piedi di tutti, vincitori e vinti. Anche ai piedi di coloro che non c’entravano per nulla, che stavan là, seduti, a godersi lo spettacolo. Anche ai piedi dei passanti, e di tutti coloro ai quali veniva il capriccio di assistere all’insolito, divertente spettacolo di un esercito che buttava le proprie armi e le proprie bandiere ai piedi del primo venuto. E non già che il nostro esercito fosse peggiore o migliore di tanti altri. In quella gloriosa guerra, non soltanto agli italiani, siamo giusti, era capitato di voltar le spalle al nemico: ma a tutti, inglesi, americani, tedeschi, russi, francesi, jugoslavi, a tutti, vincitori e vinti. Non c’era un esercito al mondo che, in quella splendida guerra, non si fosse, un bel giorno, preso il gusto di buttar le proprie armi e le proprie bandiere nel fango.

Nell’ordine firmato dalla graziosa Maestà del Re e dal Maresciallo Badoglio era scritto proprio così: “Ufficiali e soldati italiani, buttate le vostre armi e le vostre bandiere, eroicamente, ai piedi del primo venuto”. Non c’era da sbagliarsi. Era proprio scritto “eroicamente”. Anche le parole “primo venuto” erano scritte in modo chiarissimo, da non lasciar dubbio alcuno. Certo, sarebbe stato molto meglio per tutti, vincitori e vinti, e molto meglio anche per noi se avessimo ricevuto l’ordine di buttar le armi non già nel 1943, ma nel 1940 o nel 1941, quando era di moda, in Europa, buttar le armi ai piedi dei vincitori. Tutti ci avrebbero detto: “bravi”. È ben vero che tutti ci avevano detto “bravi” anche l’8 settembre 1943. Ma ci avevano detto “bravi” perché, in coscienza, non potevano dirci altro.

Era stato veramente un bellissimo spettacolo, uno spettacolo divertente. Tutti noi, ufficiali e soldati, facevamo a gara a chi buttava più ‘eroicamente’ le armi e le bandiere nel fango, ai piedi di tutti, vincitori e vinti, amici e nemici, perfino ai piedi dei passanti, perfino ai piedi di coloro che, non sapendo di che si trattasse, si fermavano a guardarci meravigliati. Buttavamo ridendo le nostre armi e le nostre bandiere nel fango, e subito correvamo a raccoglierle per ricominciare da capo. “Viva l’Italia!” gridava la folla entusiasta, la bonaria, ridente, rumorosa, allegra folla italiana. […] Finita la festa, ci ordinammo in colonna e così senz’armi, senza bandiere, ci avviammo verso i nuovi campi di battaglia, per andare a vincere con gli Alleati questa guerra che avevamo già persa con i tedeschi. Marciavamo a testa alta, cantando.»

Curzio Malaparte, La pelle, Mondadori, Milano 1978 (le pagine riportate dall’edizione ne “La biblioteca di Repubblica”, 2003, sono 52, 53, 54)

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«Johnny stava osservando la sua città dalla finestra della villetta collinare che la sua famiglia s’era precipitata ad affittargli per imboscarlo dopo il suo imprevisto, insperato rientro dalla lontana, tragica Roma fra le settemplici maglie tedesche. Lo spettacolo dell’8 settembre locale, la resa di una caserma con dentro un intero reggimento davanti a due autoblindo tedesche not entirely manned, la deportazione in Germania in vagoni piombati avevano tutti convinto, familiari ed hangers-on, che Johnny non sarebbe mai tornato; nella più felice delle ipotesi stava viaggiando per la Germania in uno di quei medesimi vagoni piombati, partito da una qualsiasi stazione dell’Italia centrale. Aleggiava da sempre intorno a Johnny una vaga, gratuita, ma pleased and pleasing reputazione d’impraticità, di testa fra le nubi, di letteratura in vita… Johnny invece era irrotto in casa di primissima mattina, passando come una lurida ventata fra lo svenimento di sua madre e la scultorea stupefazione del padre.»

Beppe Fenoglio, Il partigiano Johnny, Einaudi, Torino 1968 (incipit)

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«Sono caduto prigioniero in Sicilia, a Pececo (Trapani), ad opera di un reparto aviotrasportato dell’esercito americano. Erano le ore 13,30 circa del 24 luglio 1943, la vigilia del crollo del regime. Da due anni o quasi il mio reparto cercava di raggiungere l’Africa del Nord senza riuscirvi. Fummo ad Atene quattro mesi per questo, al tempo dell’Asse fermo a El Alamein e quasi in vista di Alessandria. Quella del luglio ‘43 fu la volta buona, da prigionieri. Sbarcammo a Biserta il giorno di Ferragosto, tra lo schermo e peggio dei francesi là stanziati, gollisti o meno: dei colonial-fascisti di laggiù, diremmo oggi (ma vale anche per allora). Meno male per noi, nemmeno nel ‘43 gli americani li avevano in simpatia.
Non c’è bisogno di arrivare all’8 settembre ‘43 per scoprire che uno dei sentimenti diffusi tra noi, ufficiali dell’esercito italiano, era una specie di senso di colpa verso l’alleato dal quale stavamo staccandoci. Saltavano i fascetti dai baveri degli ufficiali della Milizia caduti prigionieri con noi e venivano sostituiti con le stellette dell’esercito, mentre gli ufficiali superiori in servizio permanente effettivo, cui gli americani avevano lasciato una larva d’autorità in quanto responsabili ai loro occhi della moltitudine di sbandati che eravamo, si affannavano a scovare nel campo gli antibadogliani, i fascisti insomma, secondo loro. Sicché il meccanismo semplicistico, l’unico disponibile del resto, della fedeltà al re che vuol dire fedeltà alla patria garantita dall’onore militare il quale fa sì che le guerre continuino, fece presto a dividere il campo in due parti: quelli che non discutevano il 25 luglio e quelli che lo discutevano ma già sottovoce.
In nome di che cosa, questi ultimi? Diciamolo chiaro: in nome dell’onore militare, della parola data e di altri impegni e giuramenti di fedeltà. Certo, ci sarà stato anche chi taceva su tutto e vedeva pur qualcosa al di là di certe fasulle alternative di incompatibilità tra parola data da una parte e fedeltà al monarca dall’altra (vespai in cui a cacciarsi l’onore militare!), ma non ne fanno cenno le cronache di quel formicolante campo di prigionia: che era per l’esattezza il 127 di Chazny, Algeria, non molto lontano da Sidi-Bel-Abbès, località cara alla Legione Straniera. (Chazny, Chazny bijou de l’Algérie – eau courante – tous les conforts – visitez-la). Completava il quadro un ragguardevole numero di gente catturata in panni borghesi e in panni borghesi giunta sin lì: siciliani o residenti in Sicilia che dal reparto in sfacelo se l’erano squagliata a casa ma poi avevano dovuto presentarsi alle truppe occupanti; e un ragguardevole nucleo di combattenti d’Africa che ancora non erano stati spediti nei campi d’oltre Oceano. Bisognerebbe dire qualcosa dell’aria astratta, alquanto stralunata di questi ultimi, per i quali guerra doveva essere diventata niente più che un fatto agonistico e personale tra loro e gli inglesi, mesi e anni avanti e indietro per il deserto; e qualcosa del dileggio e delle baruffe cui dava luogo la presenza di quegli altri in abito civile.
Al grido di “fuori i borghesi!” s’incrociava nel campo quello di “fatelo federale!”, di recentissimo conio – e certo quasi incomprensibile alla gioventù di adesso.»

Vittorio Sereni, L’anno quarantatre (1963), in Gli immediati dintorni (primi e secondi), Milano, il Saggiatore, 1983, pp. 82-84 (ora in Idem, Milano, il Saggiatore, 2013, pp. 80-81).

8 settembre 1943: Il lavoro della festa

Pignola (PZ): veduta aerea

                                 Pignola

Il lavoro della festa

di Anna Maria Curci

Papà sentenzia: “Non vi illudete, ora cominciano i guai!”. 8 settembre 1943: è un mercoledì e a casa si festeggia l’onomastico di mamma. Sì, lo so: la ricorrenza del nome di Maria è il 12 settembre, oggi si ricorda Maria Bambina, ma papà così ha deciso e stabilito. A tavola, è come se fosse domenica: strasc’nat’ col sugo di capretto, perché la festa va celebrata con la pasta fatta in casa, dalla donna, Carmela, o, preferibilmente da noi figlie. So di non essere la preferita di papà: questa, per me, sarà una ferita sempre aperta.
Chissà quali piani avesse per me, quando mi ha fatto battezzare con quel nome improbabile: Costanza! Forse pensava a un futuro di matura e regale maternità, come quello che toccò a Costanza d’Altavilla, di cui Dante – che papà, scrupoloso autodidatta, non manca mai di citare – scrisse nel Paradiso: “Quest’è la luce de la gran Costanza che del secondo vento di Soave generò ‘l terzo e l’ultima possanza”. Forse mi vedeva, ancora in fasce, già laureata. Qui a Pignola, a otto chilometri da Potenza, don Ruggero di Lauria è famoso per la sua mentalità severa ma ardita per i tempi. Per lui, le figlie devono, questo sì, saper sfaccendare e aiutare in cucina, ma a loro non va precluso lo studio per il solo fatto di essere donne. Per questo la sua preferita è Dina, Dina la dotta, Dina la calma, Dina la studiosa. Questa poi! A me appioppa questo nome ingombrante, che non si può accorciare, che non ha un vezzeggiativo e mia sorella, nata un anno dopo di me, lui decide di chiamarla Dina. Dina non è il diminutivo di Geraldina, né, come sarebbe più naturale qui da noi in Lucania, di Gerarda. Dina è stata battezzata Dina e basta. (altro…)