2010

Krill, di Gabriele Belletti (Marcos y Marcos, 2015)

krill

Gabriele Belletti, Krill, Marcos y Marcos, 2015, € 17.

C’è una scansione temporale in Krill da histoire événementielle, una finestra che va dal 20 aprile al 4 agosto 2010, corrispondente ai tristissimi onori della cronaca in merito all’esplosione e all’inabissamento nel Golfo del Messico della Deepwater Horizon, piattaforma petrolifera appartenente alla compagnia inglese British Petroleum. I danni ambientali conseguenti a quegli accadimenti furono disastrosi.
Il “campo” marino, il profondo «blunulla» come lo chiama in modo brillante Belletti, è l’ambientazione di tutte queste pagine: il mondo liquido, molte volte offeso – sappiamo, per poi dimenticarcene – e deturpato, sfuggente e silenzioso sempre, e sempre da cantare perché onirico, dei mari.
Cantare, appunto. Si canta, alla fine, per superare il dolore. Troviamo una bella pagina di “educazione”, in proposito: «Il dolore non è condizione / piana, ma è scala, / solo chi nelle rampe / più distanti da terra ormai si trova / giunge a qualcosa, a un dove, / a un’indicibile prova» (p. 64). Ecco, nel correre tutto del libro vi è insistente la ricerca, compiuta occorre dire, di un canto originale, di data in data, una melodia che suggerisce qualcosa di dolce, che sfida e sfuma la tristezza, tanto che pare di essere alle prese con un dondolio permanente, capace di raccontarci l’avventurarsi di Dina in questo suo scandaglio sognante. Scandaglio di sé, della psiche e del divenire del mondo, terribile e allo stesso tempo luminoso. «Dina / che ritorna / a respirare», che da chiuso corpo morente perso nel vuoto (la sua è una vita consegnata ormai all’ospizio) «si lascia / rendere / altro»: una balena. Accadrà infatti che, giunta al suo morire, nel suo morire, «Dina si è fatta balena».
Deepwater Horizon e la balena Dina dunque, “due grandi vettori tematici, narrativi e simbolici” si fronteggiano, scrive efficacemente Fabio Pusterla nella quarta di copertina. Sono giustificate in questo senso, in questa idea di poesia (questo “fronte”), la presenza e la funzione del “coro”, voce collettiva in cui s’innesta il canto della metamorfosi di Dina.
Tra le due citazioni d’inizio, in esergo, spicca il Giudici di O Beatrice, con la poesia dal titolo Corpo, dove campeggia un grande Io a dare intonazione al verso, poi un trattino, e ancora: che senza posa esploro.
Si tratta di un invito, è evidente, che l’autore porge anche a se stesso, al proprio tentativo di fare poesia. Un tono idealmente completato dalla specificazione offerta da altri versi posti in esergo, dopo il prologo: «Per sempre si è / chiusi nel corpo / mai nella mente».
Il “corpo”, tema-termine tipicamente (forse, così si dice) assegnato alla poesia femminile, Belletti invece lo tratta in poesia superandolo, o verrebbe meglio da dire lo eccede, assegnando alla mente il compito di disegnare una via che è narrazione onirica. Sogno e narrazione: di qui la voglia e la capacità di esplorazione che l’autore mette in scena. Fin dove? Per scoprire cosa, alla fine? Il Krill, l’addensamento cioè di piccolissimi crostacei presenti nel plancton, di cui si nutrono le balene. Quindi, ecco il nutrimento, l’idea di un nutrimento possibile solo andando a fondo, oltre la cronaca, le date, oltre una sterile histoire événementielle, per ritrovare una possibile “forma” di rinascita e, oltre il dolore, forse di felicità.
Krill è della famiglia dei libri progettati, molto strutturati. È la sua forza, certo, e  al tempo stesso chissà, il suo limite. Un vero e proprio libro, di poesia, anzi di narrazione in poesia. Anche questa può essere avvertita come la sua forza e, insieme, il suo limite. Al lettore, a seconda della propria idea di poesia e del “gusto”, spetta ovviamente il giudizio. Ma il risultato, non v’è dubbio, è affascinante, riuscito, originale. Per effetto, soprattutto, dell’idea centrale, così forte e attraente, e per la capacità di far coincidere lo stile all’idea (uso della rima, dell’enjambement, e il movimento più generale della parola nella postura dei versi). Molti e vari sarebbero gli esempi. Ora, bastino i bellissimi versi di pagina 72: «Gli alberi anemoni allungano / i tentacoli per richiamarla / nel paesaggio infantile // Non si sa dove, / cancellati sono il nome / del paese e i volti / nel cortile».
E di lì, di respiro in respiro, verso acque trasparenti, purissime, lucenti, oltre la chiazza maledetta, oltre il nero, il dolore, appunto: la felicità.

© Cristiano Poletti

Parole in circuito (Fatti non parole)

Parole in circuito (Fatti non parole)
Antologia Nuovi Fermenti nr. 4
Fermenti Editrice, Roma, 2010
Pagg. 150, Euro 18.00

Il volume antologico “Parole in circuito” dell’Editrice Fermenti di Roma, raccoglie le voci di Domenico Cipriano, Stelvio Di Spigno, Francesco Filia, Antonio Fiori, Lucetta Frisa, Anton Pasterius, Raffaele Piazza, Raffaele Urraro, Giuseppe Vetromile e Giuseppe Vigilante. Raffaele Piazza, che è anche il curatore dell’antologia, presenta ciascun autore e ne individua un percorso che, pur nella sua specificità, sembra iscriversi in una comune ricerca, sembra guardare ad uno sperimentalismo più o meno teso al superamento della tradizione lirica ed elegiaca italiana, a favore di una parola concreta, testimonianza viva di nuovi tempi e nuovi luoghi, segno e atto. In Domenico Cipriano il riferimento a un luogo o a un tempo – sia esso reale o mentale poco importa – non è soltanto istinto di appartenenza. Paese e paesaggio si ricongiungono in una dimensione onirica, quasi metafisica. Ogni viaggio è a tutti gli effetti un’acquisizione culturale. Ora invenzione individuale, ora rappresentazione collettiva, il dualismo paese-paesaggio viene alla luce anche per privazione o per spostamento. Natura e cultura, immanenza e trascendenza, soggetto e oggetto si alternano e si scambiano di posto ad ogni occasione, i ruoli si invertono ad ogni ritorno (Mi volto sulla vallata/e divento feritoia/su S. Paolo del Brasile/col mondo sopra i miei occhi/e io sopra ogni pensiero). Lo spazio animato negli anni per Stelvio di Spigno è il teatro di un mondo senza nome o con più volti. Si sta in bilico tra dentro e fuori, tra inferno e paradiso, nell’attesa che qualcuno ci chiami, nell’ansia di non saper riconoscere. E anche per Francesco Filia il rapporto con la natura, con l’altro dentro e fuori di noi, è sempre filtrato da un vetro, da una pelle. C’è sempre un confine, anche invisibile, un orizzonte che è un invito e un limite. Come un muro traslucido – per citare il titolo del poemetto qui presentato – che insieme ci avvince/e ci tiene a distanza. E allora quasi basta una fessura, una ferita appena. Degli autori che hanno partecipato a questo lavoro collettivo, Antonio Fiori è forse il più classicheggiante. Quasi ossessionato dalla ricerca di un’impossibile simmetria, dal godimento di un’armonia che a ben vedere può solo essere raggiunta per rinunce, per divisioni successive, come in Semi (Sto scoprendo d’amare/la metà delle cose//-i semidei della mitologia/fatti persona dalla divisione//-i semiversi dove/ritrovo il tutto nella parte//-gli emisferi del mondo/in infinite mappe//e poi l’amore umano//-la mezza mela/quella di Platone). Se Lucetta Frisa rielabora i temi dell’infanzia e dell’eros, della follia e della memoria, del sogno e della morte, ricorrendo a soluzioni di icastica violenza (Vedi, io vivo con un coltello/ dentro lo stomaco), Anton Pasterius ambisce invece ad una leggerezza, una chiarezza seppur precaria, incerta e provvisoria. Per questo si nutre di luoghi comuni, li rovescia sullo sfondo di una pacata – e a suo modo trasgressiva – quotidianità che è tutt’altro che rassicurante (A piccoli passi timidi/inseguo/calmo e prudente/la felicità). Quando Raffaele Piazza ci invita a seguirlo in un viaggio iperbolico tra conscio e inconscio, chiama il lettore ad interagire col testo per tentare la ricostruzione di una storia di cui rimangono frammenti sparsi, indizi inattendibili, desideri e paure, ricordi di cui non possiamo fidarci (una penna e un foglio/per disporre il mosaico del campo//nelle mie coordinate corpo-mente,/per spogliare lei e giocare). Tratti, squarci, pezzi di un puzzle. Tanti autori, tanti modi di scrivere e concepire la scrittura. Se Raffaele Urraro sceglie uno stile piano (ti cercavo nelle vie della mente/dove un pensiero può nascere o morire/o nei flussi del cuore che s’accorda/sempre con le sue disarmonie), Giuseppe Vetromile predilige versi più lunghi e vagamente metaforici (Dimentica, anima mia, il solito giro della spesa). Con una versificazione limpida, fluida, a volte luminosa, Giuseppe Vigilante chiude questa antologia (Posso inseguire l’innocenza? Fermare lo sguardo, fermare la parola). Un’antologia tanto densa di belle scoperte e felici conferme.

Giovanni Catalano

Giovanni Catalano – Le donne in Cile

Le donne in Cile

In questo periodo
le ciliegie e le pesche
vengono dal Cile.

I denti fortunatamente
dritti, duri, uguali.
Così prendo un’altra pesca
e bacio la spalla
della tua assenza.

Eppure l’Europa
è un grande
esportatore di pesche:
le esportazioni infatti
sopravanzano le importazioni.

Ma qui le donne non sono
come le donne in Cile
poco sotto le macerie
e viste le parole pronunciate
non sono nemmeno
come le donne invisibili
dei paesi arabi,
le donne in Bangladesh
dove ogni due ore

una donna muore
o in alcune zone del Nepal
col tappeto sulle spalle
che è un profumo
di uomini mai avuti

o che se entrano di fianco
senza bussare, piedi di geisha
poi escono sempre
dal letto e a piedi nudi
ritornano dal bagno

le donne
sfigurate dall’acido
vivono meno degli uomini
le donne depresse
che non parlano d’altro,
le donne grasse coi piedi freddi
e che non dormono la notte

sono donne
tutte per gli uomini
le mogli dei soldati
con le scarpe di legno
se per giorni, settimane
di mare o di deserto
per raggiungere la Libia

certe persone
sono fatte per restare sole
ma si sentono come i gemelli
si dice sentano l’uno
il dolore dell’altro.
Poi diventano insensibili
come una mano aliena
o un arto fantasma,
c’è uno schema.

La mente umana
si organizza per schemi,
ricostruisce per simmetria,
ragiona come nelle frasi
impossibili di Chomsky.

Perché non può far altro.

E sono brave persone
solo che parlano dei morti
come fossero vivi.

Giovanni Catalano, inedito (2010)

Giovanni Catalano – Le figure della ripetizione

Alle sette del mattino
due cani nati sulla strada
annusano la spazzatura
che la sera prima
aveva preso fuoco.
Poi si scambiano di posto
e si annusano a vicenda.
Ora si tengono a distanza,
la distanza dovuta,
ora quasi si mordono
un orecchio, immobili.
Tutta la faccenda
non durò più di dieci minuti.

Una donna ritira i panni
senza vento e li piega
come fossero carta da regali.
Non porta gli occhiali in pubblico,
la calza bianca da ginnastica,
i pantaloni della tuta
(guarda fuori il giallo
invincibile delle forsythie). (altro…)

Giovanni Catalano – Natura morta con bicchiere e limone

Roy Lichtenstein, Still Life With Glass and Lemon (1974)

Supponiamo per un istante
di essere cambiati, di essere
uomini nuovi o migliori.
Una mostra antologica
su Lichtenstein che per una volta
fa il punto su tutto e tutti.
E andiamo insieme
che ci sentiamo meglio
ma soltanto se ci ripetiamo
che dell’immagine conta
più la sua riproducibilità.
Prendi una pietra
ad esempio
che se esiste è soltanto
perché ce ne saranno migliaia
di pietre come queste.
Le canne nel canneto,
gli uccelli migratori.
Tutti capiscono di cosa
stiamo parlando e forse
se ne ricorderanno.
Ma noi – ciò che ci distingue
dagli animali – non è sapere
usare uno strumento.
Se molte specie di scimmie
rompono una noce durissima
battendo una pietra
sopra l’altra e alcuni corvi
tengono col becco
una cannuccia di legno
per stanare le larve.
Solo l’uomo moderno
uomo o donna, naturalmente

con ogni gradazione
se sa usare uno strumento
per realizzare un altro strumento
si dice “nuovo”. Forse, migliore.
Così una sera, abbiamo preso
ad affilare una lancia
con lo spigolo scheggiato
della pietra che è caduta
qui per caso. E per un istante
ci sentivamo meglio.

 

Giovanni Catalano, inedito (2010)