1996

Il sorriso di Wisława Szymborska

wislawa

In un articolo apparso sempre su Poetarum Silva il 6 febbraio 2012, giusto a pochi giorni dalla scomparsa di Wisława Szymborska, Andrea Accardi ricordava come la poetessa, invitata alla Normale di Pisa il 9 maggio del 2007, «lesse in polacco, con vocina minuta… da topolino» e quanto questo facesse a pugni con la voce impostata, da “attorone”, della recitazione a seguire, in italiano. Un discreto imbarazzo. Con tutta evidenza doveva suonare proprio male, prima di tutto alle orecchie della poetessa.
Per parte mia, ricordo quando nel 1996 vinse il Nobel, un fatto per lei, persona tanto riservata, del tutto sconvolgente. Quella vittoria fu così ubriacante, in negativo, che nei due anni successivi pare non sia quasi più riuscita a scrivere poesie. Tra i candidati di quell’anno compariva per la prima volta anche il nome di Bob Dylan. Si chiacchierò molto di questo, ci furono discussioni non di poco conto – come ce ne sono ogni volta ancora oggi – sulla pertinenza o meno di certi accostamenti. Alla notizia del vincitore sentii commenti addirittura del genere che il premio l’aveva vinto una poetessa sconosciuta, solitaria, anche un po’ beona (mi pare la parola esatta fosse whisky) e comunque affetta da forte tabagismo.
Al di là di questo paio di ricordi, la verità è che Szymborska ha mantenuto per tutta la vita, fuori da ogni posa, l’entusiasmo di una ragazzina, tanto meravigliosa da incarnare uno dei più famosi titoli proprio di Dylan, Forever young.
Con lei, riprendendo ancora le parole di Accardi, l’ombra della Poesia non è mai caduta sulla poesia; la sua «leggerezza pensosa» ha sempre offerto, con grande generosità, splendidi frutti. Perché motore della sua opera è stato essenzialmente il dubbio. Lo dichiarò anche pubblicamente, proprio in occasione del Nobel: «L’ispirazione, qualunque cosa sia, nasce da un incessante non so» disse, per poi aggiungere: «Anche il poeta, se è vero poeta, deve ripetere di continuo a se stesso non so. Con ogni sua opera cerca di dare una risposta, ma non appena ha finito di scrivere già lo invade il dubbio e comincia a rendersi conto che si tratta d’una risposta provvisoria e del tutto insufficiente».
E, pensandoci, il segreto di tutta questa leggerezza (pensante forse più che pensosa), è racchiuso proprio in quella voce “da topolino”, dietro la quale si cela, con naturalezza, una straordinaria, illuminante vocazione al sorriso.
Il sorriso in poesia, si sa: difficile, difficilissimo.
L’ironia d’altronde è una forza che gira nel sangue, si possiede oppure no, non si può recuperare con uno stratagemma, tantomeno inventare. Come la poesia, se c’è davvero fa i conti con la vita, e pulsa al ritmo del sangue.
In un articolo apparso sul Sole24ore il 9 febbraio 2014, intitolato appunto Poetessa del sorriso, tra le molte affermazioni di Berardinelli perlomeno discutibili, ce n’è una che non lo è: «…che la sua poesia voglia avere una funzione. In realtà, ha solo quella, fondamentale, igienica, di disintossicare dalle idee generali…». Trovare l’incrocio giusto, tra la piccola strada dell’io e quella ben più grande, della storia, dell’umano, appare un compito ineludibile della poesia. Cuore e perno di questo è il dettaglio, che davvero tutto muove, nel segno distintivo dell’unicità. Tutto si racchiude nel particolare, o da lì si sprigiona, toccando l’universale. Questa è “l’igiene”, “la pulizia” di immagini e forma che Berardinelli indica giustamente nel caso di Szymborska. E verrebbe da dire che in fondo si sorride per dettagli e anche di fronte alla peggiore delle avversità, anche nel più sofferto dei limiti può esistere-resistere un sorriso.
Ecco, Wisława Szymborska ha sempre saputo sorridere, fino al comico. Nei 54 minuti del video-documentario La vita a volte è sopportabile, a firma di Kolenda-Zaleska, oltre a incontrare personalità come Woody Allen, Umberto Eco, Václav Havel, vediamo la poetessa immersa in scherzi e battute, apparendo spesso persino “sciocchina”, o alle prese con curiosi bricolage e filastrocche. Comunque innamorata di tutto, e su tutti di Vermeer e di Ella Fitzgerald. Tutto, rigorosamente, sorridendo.
Per chiudere, occorre una poesia emblematica. Prima però, un ultimo ricordo, di qualche anno fa, una telefonata con Pietro Marchesani che mi raccontava quanto, nella traduzione di questa poesia, si fosse soffermato su un verso semplice e al tempo stesso di grande complessità: «Tiro la vita per una foglia». Dietro questo verso vediamo il corteggiamento e il sorriso; oltre, le domande, i dubbi di sempre.

 

Allegro ma non troppo

Sei bella – dico alla vita –
è impensabile più rigoglio,
più rane e più usignoli,
più formiche e più germogli.

cerco di accattivarmela,
di blandirla, vezzeggiarla.
La saluto sempre per prima
con umile espressione.

Le taglio la strada da sinistra,
le taglio la strada da destra,
e mi innalzo nell’incanto,
e cado per lo stupore.

Quanto è di campo questo grillo,
e di bosco questo frutto –
mai l’avrei creduto
se non avessi vissuto!

Non trovo nulla – le dico –
a cui paragonarti.
Nessuno ha fatto un’altra pigna
né migliore, né peggiore.

Lodo la tua larghezza,
inventiva ed esattezza,
e cos’altro – e cosa più –
magia, stregoneria.

Mai vorrei recarti offesa,
né adirarti per dileggio.
Da centomila anni almeno
sorridendo ti corteggio.

Tiro la vita per una foglia:
si è fermata? Se n’è accorta?
Si è scordata dove corre,
almeno per una volta?

Cristiano Poletti