Il gusto del parlare


 

con l’intervento di Antonella Taravella
e la partecipazione straordinaria di Beppe Costa

le parole… maturano al sole?

sono    l e    a l i le    parole?

e crescono    sole ?

le scompagina il tempo?

le indirizza il vento?

Sono canoniche le parole

prestigiose cattedre del vuoto

pesano quanto un mattone e     galleggiano

nel sogno   dentro la realtà.

Non hanno età      le parole    si ridipingono la faccia

razzolano per terra e aspirano al cielo.

S’intrufolano s’inerpicano singhiozzano e strimpellano

s’inchiostrano s’incancreniscono

mettono zavorra alla chiatta del discorso

allentano il contatto tra

la pelle del dio e tutto ciò che    il demone

inventa      a loro insaputa.

.

Da Nel lusso e nell’incuria- inedito- f.f.

Kenneth Koch – L’acqua che bolle

Kenneth Koch (1925-2002), è stato un esponente storico della Scuola di New York, insieme a Frank O’Hara e John Ashbery. Molto vicino all’espressionismo astratto, dall’action painting al lavoro di amici come Alex Katz e Larry Rivers (“avevano degli studi molti ampi e luminosi e organizzavano sempre feste durante le quali riuscivano anche a vendere quadri!”), subì le influenze dell’avanguardismo europeo in genere (dal cubismo al surrealismo francese) ma portò avanti con sorprendente originalità un’idea di poesia intelligente, ironica, drammatica, dal fortissimo impatto emozionale. Significativo questo “The Boiling Water” tratto da “The Burning Mystery of Anna in 1951” (1979) di cui ho tentato una mia traduzione.

Alex Katz, Portrait of a Poet: Kenneth Koch (1970)
Alex Katz, Portrait of a Poet: Kenneth Koch (1970)

The Boiling Water

A serious moment for the water is
when it boils
And though one usually regards it
merely as a convenience
To have the boiling water
available for bath or table
Occasionally there is someone
around who understands
The importance of this moment
for the water—maybe a saint,
Maybe a poet, maybe a crazy
man, or just someone
temporarily disturbed
With his mind “floating”in a
sense, away from his deepest
Personal concerns to more
“unreal” things…

A serious moment for the island
is when its trees
Begin to give it shade, and
another is when the ocean
washes
Big heavy things against its side.
One walks around and looks at
the island
But not really at it, at what is on
it, and one thinks,
It must be serious, even, to be this
island, at all, here.
Since it is lying here exposed to
the whole sea. All its
Moments might be serious. It is
serious, in such windy weather,
to be a sail
Or an open window, or a feather
flying in the street…

Seriousness, how often I have
thought of seriousness
And how little I have understood
it, except this: serious is urgent
And it has to do with change. You
say to the water,
It’s not necessary to boil now,
and you turn it off. It stops
Fidgeting. And starts to cool. You
put your hand in it
And say, The water isn’t serious
any more. It has the potential,
However—that urgency to give
off bubbles, to
Change itself to steam. And the
wind,
When it becomes part of a
hurricane, blowing up the
beach
And the sand dunes can’t keep it
away.
Fainting is one sign of
seriousness, crying is another.
Shuddering all over is another
one.

A serious moment for the
telephone is when it rings.
And a person answers, it is
Angelica, or is it you.

A serious moment for the fly is
when its wings
Are moving, and a serious
moment for the duck
Is when it swims, when it first
touches water, then spreads
Its smile upon the water…

A serious moment for the match
is when it burst into flame…

Serious for me that I met you, and
serious for you
That you met me, and that we do
not know
If we will ever be close to anyone
again. Serious the recognition
of the probability
That we will, although time
stretches terribly in
between…

 

 

L’acqua che bolle

Un momento impegnativo per l’acqua è
quando bolle
e sebbene si guardi
come una comodità
disporre d’acqua calda
per il bagno e per la tavola
c’è occasionalmente qualcuno
che ammette
l’importanza di questo momento
per l’acqua – forse un santo
o un poeta, forse un pazzo
o soltanto qualcuno
temporaneamente disturbato
con la mente “leggera”
in un certo senso, lontano dalle sue più profonde
preoccupazioni per cose
più “inconsistenti”…

Un momento serio per l’isola
è quando i suoi alberi
cominciano a fare ombra e
un altro è quando l’oceano
bagna
il fianco di cose grosse e pesanti.
Uno passeggia e guarda
l’isola
ma non proprio l’isola, quello che c’è
sull’isola e uno pensa
non deve essere semplice nemmeno essere
quest’isola, per niente, qui.
Dal momento che qui giace esposta
a tutto il mare. Tutti i suoi
momenti potrebbero essere seri. È
un serio problema, sotto un tale vento,
essere una vela
o una finestra aperta o una piuma
che vola per strada…

La serietà, quante volte ho
pensato alla serietà
e quanto poco ho capito
a parte il fatto che ciò che è serio è urgente
e ha a che fare col cambiamento. Tu
dici all’acqua,
non è il caso di scaldarsi adesso
e allora spegni. E così smette
d’agitarsi. Inizia a raffreddarsi. Tu
metti dentro una mano
e dici l’acqua non è più seria,
non più. Ha il potenziale,
comunque – quell’urgenza di fare
bollicine, di
trasformarsi in vapore. E il
vento,
proprio quando diventa parte di un
uragano, che fa esplodere la
spiaggia
e le dune di sabbia non sanno
tenerlo alla larga.
Svenire è giusto un segno di
serietà, piangere un altro.
Tremare è un altro
ancora.

Un momento impegnativo per il
telefono è quando squilla.
E una persona risponde, è
Angelica o sei tu.

Un momento impegnativo per la mosca è
quando le sue ali
si muovono e un momento
difficile per l’anatra
è quando nuota, quando prima
tocca l’acqua, poi porta
sull’acqua il suo sorriso.

Un serio problema per il fiammifero
è quando s’accende.

È serio per me averti incontrato e
serio per te
aver incontrato me e il fatto che non
sappiamo
se staremo ancora vicino a qualcuno
di nuovo. È difficile riconoscere
le probabilità
che avremo, anche se il tempo
tra di noi s’allunga
tremendamente…

(Traduzione di Giovanni Catalano)

Una proposta

Se, ciascuno dei compagni di viaggio di questo sito, mi riferisco agli autori, porta sia un suo scritto sia il testo di un altro, con una sua lettura, forse ognuno avrebbe l’opportunità di vedere altri rami in cui porsi, nella selva che qui è nata. E’ un modo per conoscere questa voliera, questa raccolta di fioriture, le vele delle ali, i nodi degli alberi o i nidi in cui vivificano, non solo dalla nostra finestra ma all’interno di una nuova stanza. Ogni volta un autore, come se andassimo a trovarlo a casa sua e ne ascoltassimo la voce, poiché egli è qui e dunque la  stanza  contiene l’incontro, non è solo una vetrina da esposizione, come capita in quasi tutti i siti e i blog. Che dite? ferni

Eco di Peretz Markish

Eco

Qui le mie estati trascorrevano un tempo,
Come cicogne che spariscono tra le nuvole.
Mi sembra di sentire le loro voci qui,
o nel vento, o nel frangersi della risacca.
Devo lanciar loro un fischio leggero, come da giovane?
Lì – un uh-uh echeggiante, che ora vola da loro.
Sparite. Questa estate è pure già
in attesa di volar via, come una cicogna.
O dal mare mugghiante o dalle mute montagne,
o dal suono delle mie mani che batto
si può sentire un’eco moltiplicata per sette.
È mia. Non è persa. La riconosco.
Ognuno può riconoscerla. Si moltiplica all’infinito,
Come onde da una pietra, da vento e risacca.
Qui le mie estati trascorrevano un tempo,
come cicogne che spariscono tra le nuvole.

Peretz Markish
(traduzione di Anna Maria Curci)

Viderkol

Do zaynen zumers mayne durkhgegan amol,
vi in volkns geyen durkh farshvindndike bushlen.
Mir dukht: ikh her do zeyer kol,
tsi inem vint, tsi inem khvalyedikn tsushlog.
A fayf gebn tsu zey farshayt, vi yungerheyt?
Ot flit mit pliesk tsu zey a hilkhiker a-u-u shoyn.
Farshvundene. Oykh ot a der o zumer iz in rey,
shoyn greyt tsum opfli, vi a bushl.
Tsi funem royshndikn yam, tsi fun di shvaygndike berg,
tsi af dem plieskndikn klang fun mayne dlonyes,
a viderkol a zibnfakhik zikh derhert.
S’iz mayns. S’iz nit farloyrn. Ikh derken es.
Derkenen vet es yederer. Se mert zikh on a tsol,
vi vaserkrayzn fun a shteyn fun vint in tsushlog.
Do zaynen mayne zumers shoyn adurkhgegan amol,
vi in di volkns geyen durkh farshvindndike bushlen.

Peretz Markish

Nel video, Mendy Cahan propone altri versi yiddish di Peretz  Markisch

Nel Nome del Padre

© photos by Stanislas Guigui

ed è nel nome del padre
che offriamo i figli in braccio
sul golgota di un credo
della sofferenza che non sfama ma uccide
su questi piedi scalzi
su queste pietre aguzze
in cammino
verso l’arcadia e il pensiero
mentre una lama sottile
mimetizza l’odio
e il dolore di un nome
che alla sera,in ginocchio,preghiamo
tacendo le parole di chi non ha voce

da “Vertigini Scomposte”, Ed.Smasher 2009
Antonella Taravella

Canzone d’amore (Herman Hesse)

Per dire cos’ hai fatto di me,
non ho parole.
Cerco solo la notte fuggo davanti al sole.
La notte mi par d’oro
più di ogni sole al mondo,
sogno allora una bella
donna dal capo biondo.
Sogno le dolci cose,
che il tuo sguardo annunciava,
remoto paradiso di canti risuonava.
Guarda a lungo la notte
e una nube veloce-
per dire cos…’ hai fatto di me,
non ho la voce.

A Canaria- di Vincenzo Mancuso

un tempo avevamo una voliera, era grande come una casa, l’aveva costruita mio padre per dare asilo alle tortore per cui andava pazzo. Lasciava le porte aperte, nessuna scappava, anzi, arrivavano tantissime altre specie. Mio padre curava i malconci, li rimetteva in sesto ma non chiudeva mai le porte. Quando entrava per le pulizie gli uccelli gli si posavano sul corpo senza sporcarlo mai, sembrava che avessero da dirgli le impellenze o i desideri, come fanno i figli con i genitori. Ricordo che era felice lì in mezzo, era come se il mondo lo sentisse più leggero, a l a t o.

Stammatìna na Canaria

s’è fermata for’ ’a loggia

se appuiata ‘ncòppa e’piante ’e rose

e ha accumminciato a cantà.

Nu canto accussi bello e fino

c’à nun aggio  putute fa ’a meno

‘e arapì ‘a fenesta pe’ guardà.

Songo asciuto fora, ancora chino ’e suonno

e  senza paura

s’è avvicinata ’a mme muvenne ’a capuzzèlla

comme si vulesse dì: Bongiorno!

Comme sarà bello, aggio penzàto,

avè na Canaria comme amica

cantà e pazzià cu’ essa tutt’ ’a jurnata,

però io vulà nun saccio

e m’accuntento d”a vedè ogni tanto fora ’a loggia

ca me fa na serenata

P”a ringrazià d”a cumpagnìa

ci’aggio dato na mullechella

– m’ha guardato , l’ha pezzecàte na vota e po… l’ha lassata –

Và, và vola Canaria, ci’aggio ditto

tiene sta furtùna

và e dimàne tuorne ccà

a me cuntà

‘e chello ca ‘ncielo  s’è parlato

.

Riferimento:

http://www.partecipiamo.it/Poesie/nuova_poesia/mancuso/vincenzo.htm

Il grido ed altri rumori

Ugo Guidi, "Il Grido"

Se hai la voce che

pende

da un cappio

legato all’ugola, allora

la senti

mentre ti strozza

la gola,

cercando di rapire le parole

che inutilmente penzolano

sul nulla

dal palato.

Solo un grido

che parta dalle viscere

può

rompere il silenzio

di cristallo

e aprire le porte al suono del non

detto.

Però

intorno

si sentono solo

flatulenze semantiche

e qualche lontana

scorreggia.

Girotondo otto – al g8

Hieronymus Bosch - The Garden of Earthly Delights - The exterior (shutters)

Come girano mordendosi le code

 uno con l’altro cappelli e pulci!

 Sembra il circo della mia infanzia

quando mia madre mi teneva la mano

 davanti ai pagliacci, Che paura!

Dopo si deliziava nel ruolo di mamma scimmia,

scrupolosa e intenta cercando uova viaggianti

 sui nostri capelli lucidi e fluttuanti,

 ancora legati al funambolo di scena!

 Ed ora? come me tutti cresciuti

assisto al penoso girotondo

di grandi miseri della terra

che spostano corte e cortigiani altrove,

 dove neanche la terra c’è più,

fragorosamente crollata nel potere del cemento!

Chi mai li ha voluti i loro banchetti sull’isola

liberata da armamenti e sfoggio di belligerante attesa!

 Chi si è ingannato ed inganna nel rivendicare le ossa di fine pasto,

 si accontenti ora di colonne infami che bucano il cielo a quadretti,

cemento e ferro, e sempre fame, immobili nel tempo,

al posto di secolari querce.

E continuano a mordersi la coda e le mani,

magari il ventre sempre colmo,

 rivendicando possesso ancora,

 tacendo sull’isola che di granito è fatta,

di vento e ginestre, di marea che avvicina e porta via!

 I potenti si divorino pure,

 gli indigeni compiono riti di ringraziamento agli dei dispettosi.

Poesia Dorsale

La Poesia Dorsale è un “esperimento” fotografico-letterario nato da una idea di Silvano Belloni (fotografie) e Antonella Ottolina (poesie). Ogni singola poesia è stata costruita utilizzando i titoli che appaiono sui dorsi di svariati libri, ognuno dei quali – messo l’uno sotto l’altro – rappresenta un verso. Una idea originale che emana bellezza. Ma, come si chiedono gli autori, “La bellezza salvera il mondo? Nel labirinto dell’ intelligenza la verita’ non serve a niente”.

Per fare tana

Per fare tana
dentro me stessa
una me stessa di lan(i)ata
in corpo rata con milioni di altri
soli alla fermata
corrente nel rebus dell’insensata p(r)osa

– conosci nella vita te stesso. –

Ma quale? E dove mi cerco?
Me, me stesso? Lo cerco come un altro?
Steso tra l’inizio e ciò che non so ho
già in corpo la fine
una pneumatica algebra di respiri e
compilate azioni logiche di topo-
grafie di pazzi.
Pa(la)zzi per ronde manicomiali
esecrate gesta altergo
di un alter ego che si riformula in scopie del niente.

Niente è
ciò che viene
detto
è la parola so(g)l(i)a
una frantumazione di qualcosa che copre il corpo
che lo brucia in-cene-rendo
un pasto consumabile.
Giochi
pretesti
summe te-o
logie di post-azioni
referendum elettor(e)ali
di uno sperpero continuo
all’interno di un fallo che si erge a maestro.

Non c’è altro?
Delirio la caduta è
senza fine?

In utile l’ inizio?

P(r)osa dio?

E l’essere un grumo
di fum(m)o?

.

f.f.- 12 gennaio 2010

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: