Silenzio Rosso – Alessandro Ghignoli, Via del Vento 2003

 
Silenzio RossoAlessandro Ghignoli2003 pag. 31

volumetto n. 29

Via del Vento (collana Ocra Gialla)

«Ci sono giorni come rettili, lisce carezze d’acqua, rovine in cerca del luogo dove oramai non sono». Inizia così Silenzio Rosso, il viaggio nel tempo di Alessandro Ghignoli. Un tempo diverso, che va al di là del mero autobiografismo, facendosi spazio in cui la parola accolta sgonfia la tridimensionalità del reale distribuendola su «piani temporali» che, indistinguibili, «si sovrappongono».

Dalla breve plaquette di Ghignoli emerge tutta la fiducia che il poeta ripone nella parola («le parole attendono sempre una risposta») di cui è padrone, anche se si scorge una volontà di abbandono, di lasciarsi guidare dalla voce della lingua. Un abbandono che supera di gran lunga lo sforzo del farsi comprendere, inibendo – fin quasi ad annullarlo – il desiderio di suggerire le proprie visioni, che sfumano in «un singhiozzo che dà aria al respiro».

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defrag

 

 

 

 

 

 

 

quale pioggia ha fatto di te

un torrente e quanto tempo è passato

dal brivido alla piena?

 

non ho trattenuto la spinta

il taglio è partito dal cuore

nella curva stretta della discesa

ho intuito il senso delle rocce, la direzione

con forza mi sono opposta alla diga

alle mani che facevano muro

ed è stato un dilagare di cocci, le pareti

la casa, l’intera foresta dei dubbi

strappata alle furia, rigenerata

dentro ogni grido

 ho tentato una difesa

armato le spalle ma ora che importa

se

scomposta e felice

s’incammina la vita

illesa

“ma di tempi e di luoghi farmi corteccia” – poesie – di Sebastiano A. Patané (post di natàlia castaldi)

“ma di tempi e di luoghi farmi corteccia”, ho voluto usare un mio verso e la bellissima foto di Elio Copetti, nell’introdurre questa breve raccolta di poesie di Sebastiano A. Patané, per il comune sentire “le cose” fino a farsene voce di pelle e ossa, sì da tentare l’azzardo di coniugarsi con il proprio stare al mondo.Vi invito a leggerle, solo questo.ncCorteccia

Se ti fossi…

Se ti fossi cielo, se ti stessi accanto clamore e silenzio

certo di registrare ogni sorriso ai bordi del cammino

nello scarso senso della corteccia rotta…

.

Piegami di venti e piene, di venti e turbini senza più istantanee

con i respiri larghi delle mareggiate, molla e sostegno

della mia incertezza, lato di lati inaccessibili. Se ti fossi stella

se ti fossi panca, su me conteresti i petali mostrandomi la scelta

sotto la piega esatta del delizioso seno               Riempimi di spezie

l’alchemico disagio, prendi e trascina tutte le sentenze, lasciale nei fossi

dai fuoco alle persiane chiuse e sveglia  -che è l’ora- ogni circostanza

.

C’era un rifugio sul colle del mio cuore e se ti fossi mare o se ti fossi cielo

li ti propagherei in successioni d’amoroso estendersi verso l’altra forma

Chiara è la curva della ricorrenza che torna e reclama tutte le distanze

quando al passaggio delle margherite si spezzano i gialli  per dar posto alla Gloria

*

Simmetrie

Guarda come raccolgono la luce le simmetriche geometrie della terra

e come  – vedi –  non soffrono questo nostro tempo…

                                                                        Rincorri quel sogno Marta
                                                     non temere la perfezione delle mosche
                                                     e se ti chiedono, dì che sai volare!

Nelle clamorose rotazioni dei dervisci crescono i venti

che apriranno le nuove curve del silenzio e più in là, verso il caos

un piccolo dardo accenderà la rosa

                                                                         Rimandiamo ogni gesto alla prossima stagione
                                                     notte regina,
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SPACCASANGUE – Iole Toini

Iole Toini, SPACCASANGUE, Le Voci della Luna, 2009

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E una chiave,
una chiave enorme,
che apre qualcosa
(qualche utile uscio)
da qualche parte,
lassù.
– Anne Sexton

Cammino sugli spilli delle loro voci,
un segno sotto l’occhio,
il blu di un chiodo che mi fa paura.

/

Ho sgozzato i miei genitori dentro la mia cassa da morto.
Ho cominciato da bambina, senza saperlo.

Era una specie di salvezza,
disubbidire la colpa che mi richiamava all’ordine.

La prima volta avevo sei anni.
Ho visto il sesso fare l’occhiolino
dai pantaloni di un uomo.
Così sono venuta al mondo.
Non ho strillato.
Sono rimasta ferma fino a che mi ha compiuto.

Ero alta come la sillaba
che non sapevo dire.
Ero un fungo.
I funghi crescono senza paura
di essere divorati dai vermi.
Non sanno di essere nati.
Neanche io lo sapevo.
Mi gonfiavo nelle ossa della casa,
crescevo nel pollaio, in inverno e in estate
dietro i calcagni di mia madre.
Il silenzio definiva la mia statura,
mi scavava nella gola l’altitudine di una bomba.

Con gli occhi agganciati all’aria
solcavo a bracciate le macchie sui muri.
I crocifissi bisbigliavano una stanza dopo l’altra
mappe che inghiottivo vuote di dolcezza.
Il rumore spariva dove un topo danzava la tana senza uscita.

Ero una bambina cattiva, facevo pensieri
lontani da Dio. Uccidere mio padre, mandare mia madre
al manicomio, sputare come un uomo.

Volevo nascermi di nuovo, uscire dalla bocca.
Essere bella e cattiva, Bella e cattiva e fortissima.

Ero aria.
Mi gonfiavo come un palloncino
pieno di odio.

Portavo la bambola nel fienile. La picchiavo, la
svestivo, le facevo un sacco di cose.

Fuori la notte mi toccava le spalle, lisce, le curve
dei gomiti, gli occhi dove era il nero.
Rotolavo come un ovulo dentro la tuba;
ero un embrione senza testa.
Un dito gigante mi indicava
come fa il prete alla domenica.
Io allora toccavo più giù
fino al principio del cielo, dove comincia il cuore
sul fondo, tra le gambe.
Lo ascoltavo battere il tamtam della mia festa.

A quel punto arrivava il mostronauta,
mi salpava verso il nessun mondo.
Un gigrobot con gli scarponi. Sistemava fra le lenzuola
crani di bambini nati due volte.
Mi girava in tondo, faceva cerchi perfetti.

Si muoveva lento. Come chi ti vuole bene.
Mi prendeva la mano.
La mettevo sulla sua testa bagnata.
Come un battesimo.
Sibilava il silenzio per farmi più buona.
Mi teneva la mano sulla sua lancia
liquida come una lacrima.

Voleva diventare un uomo.

Anche io volevo diventare un uomo.
Avere le braghe larghe,
il pisello che spara oltre la siepe,
fare la guerra, entrare in una donna.

Allora mi calavo la maschera d’oro.
Un trillio di fata colore del fieno.
In spalla il peso dolce della campagna,
una gerla e le risa che si incollavano alle labbra
come qualcosa di chiaro.
Mi addormentavo.

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Roberto Ranieri – poesie

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Roberto Ranieri – poesie – una lettura interessante

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Avrei mille domande

da farti, mille querule

voci da contrapporre al tuo concerto

di mare sempre a tono, sempre aperto,

avrei mille ragioni

per camminare svelto sulle acque

da riva a riva, e tingere il miracolo

di un’eccezione della prospettiva;

l’acqua che si fa terra, e nel decidere

se recitare naufrago o viandante

la parte convenuta, sopravvivere.

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Ho speso per intero la tua rendita

d’eterna posizione sulla retina

nel blu per farmi bello col Nostromo

onnipotente ed imitare il suono

.

della partenza, il soffio millenario

che regola l’inizio della rotta

rinviando solo un poco l’inventario

delle spese per chiudere la bocca

.

ad infiniti con zero periodico

Circi sempre fameliche di cuori

recitativi d’albe a prezzo modico

per trappole di neuroricettori

.

ed è servito a poco; sono in viaggio

dall’alba dei tuoi tempi, mi è rimasto

un kit per monodosi di coraggio

.

e qualche buono pasto.

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Anche Carver ha scritto poesie | Daniele Gennaro, LietoColle 2009

La capacità che questi versi hanno di evocare l’in truglio misterioso di amore sensuale e punti di vista opposti, con artifici quasi metafisici adatti alle solite domande assillanti, questa capacità ci viene offerta come un dono, come in certi limoni rivieraschi nella cui spessa scorza sta la dolcezza, e la polpa sembra un contorno, o un sup porto adatto al nutrimento ininterrotto. L’amore dunque, e la carne, di cui si sfiorano i teneri sapori, senza contare la gioia dimensionale della fami glia, dimensionale perché queste poesie narrano di eventi, di concretezze certe, in un mondo che ha iniziato a vantarsi della propria incertezza. Non si ha paura d’essere provinciali, d’altronde bisogna anche essere capaci di costruire la propria mitografia, e non solo per conquistare un popolo di aficionados, ma se mai per poter affermare un giorno ai propri figli: “guarda qui, non sono nato a Denver, Colorado, ma tuo padre ha saputo cantare il tuo calcio al pallone o il tuo disegno colorato, e sai cosa ti dico, a qualcuno è piaciuto”. […] Dovremmo essere cosmonauti, per inten derci sulle parole, e d’altronde anche questo è un sogno naufragato. Ma la poesia resta pur sempre la miglior parabola possibile, con la sua azzurra “terrestritàe l’energia di cui è capace rende consistente il volo più ardito: in definitiva è proprio dall’alto che si riescono a vedere i segni determinanti del nostro mondo, le cicatrici più profonde, le vastità stupefacenti della superficie. Un poeta vitale come Daniele Gennaro ha questo di bello, ha i passi traballanti eppure sicuri del proprio cammino, senza alcun timore di sperimentare, prima virtù e segno di buon carattere per chi voglia ancora aver a che fare con la poesia, oggi.

dalla nota introduttiva Storie o non storie, questa è poesia di Elio Grasso

dalla sezione
Non sono, solo storie

Scherzetto in fa maggiore

Zoppico felice nel mio cappotto marrone
raggiungo canticchiando la piazza dove
vedo passare, parando aquiloni,
ricche signore in pelliccia e pavoni
leccati a moritura memoria.
Sollevo il naso, annuso la pioggia,
saluto il soldato che annuisce:
cappello di nuvole il cielo alabastro.
Mi vedo allora in piedi sul tetto
chi passa da sotto mi informa del mondo.
Sorrido e apro, levantino, le braccia
parrebbero ali, azzurre e tremanti.
Parrebbero, non sono, solo storie (stelle)
filanti formaggio da che spingo la fame.
Traveggolo e affabulo al primo che passa,
bruco insalate e cadute di stile.
Sorride Lazzaro da dietro il portone:
era un sosia il cadavere,
un sosia burlone.

Assenzio

Ribolle il tuo ridere bello di sole
mi sbellico anch’io e arieggio la stanza
dal pensiero del lupo cattivo che viene
miscelo ingredienti che profumano d’acqua
assenzio, cardamone, anice giallo
di turca azzurra speranza dipingo
sensazionale intensità dolcezza e tremore
mi aliti addosso la tua neve di maggio
evapora spenta in una clessidra di indaco smalto
scrivo, declino e mi sbaglio
sintatticamente ti amo poesia di natura
sei un dono, e applaudo all’aurora
che volteggia nel pallido mantello di ghiaia
che schiarisce, da grigio stellato al rosa brunoamaranto
magnifico appare al mio sguardo lucente
un mercoledì qualunque di un giorno cosacco
scorre la vita dall’occhio sinistro al mio naso
uno starnuto a chiudere il quadro
un bacio, sillabo arcuato
al piccolo secondo rubato.

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è tempo di libri

Enzo Campi

IPOTESI CORPO

 

Edizioni Smasher – Messina

 

Per acquistare il libro

qui

 

http://www.edizionismasher.it/campi/enzocampi.html

 

 

Il corpo è qui tema dell’indagine e palcoscenico in cui l’io mette in opera un monologo questionante che – poematicamente e teatralmente – si incarna nel corpo del testo e della parola cercando di risolvere (dissolvere?) l’unicità di senso di un doppio movimento che oscilla incessantemente tra il dispendio (come ragione di vita) e il ricominciamento (come unica possibilità di proiezione verso l’a venire). Ciò avviene attraverso la scissione drammatizzata tra forze centripete (pulsione, desiderio, istinto-carne) e forze centrifughe (ragione, indagine e ricerca-alterità).

(dalla prefazione di Natàlia Castaldi)

 

 

 

AAVV

 

POETARUM SILVA

 

Edizioni Samiszdat – Parma

 

Antologia di prosa e poesia a cura di Enzo Campi

Testi di

Alessandro Assiri,  Cristina Bove, Enzo Campi, Giovanni Campi, Natàlia Castaldi, Giovanni Catalano, Stefania Crozzoletti, Glo’ D’alessandro, Luigi Di Costanzo, Gabriella Garofalo, Federica Gramiccia,  Vincenzo Mancuso, Luciano Mazziotta, Silvia Molesini, Arturo Moll, Gianni Montieri,Andrea Pomella, Anna Maria Salvini, Antonella Taravella, Antonella Troisi.

Per acquistare il libro

qui

http://www.pchelp.it/Lara/Negozio/index.html

Silvia Rosa

 

DI SOLE VOCI

 

Edizioni LietoColle – Como

 

Per acquistare il libro

qui

http://www.lietocolle.info/it/rosa_silvia_di_sole_voci.html 

 

Così i versi di Silvia Rosa sono una cronaca del giorno a venire, della conta dei passi che servono per uscire dal fondo di sé per farsi Sola Voce. Il verso chiama una profonda cura del dettaglio e dello stile così come una parola piena, contundente e circolare che si fa carne nuda: il mio Corpo cede peso all’Anima/ e cambia di significato e di sostanza/ nello spazio del discorso/ si appunta come un segno nero/ a margine. Ecco che la nudità diventa la possibilità di decifrare con la pelle la scrittura e il segno del mondo: resta come un coagulo che si distingue dall’anima e accede al Senso. 

(dalla prefazione di Alessandra Pigliaru) 

Scendono

nel pozzo  le parole scelgono la morte

l’altro lato della lingua

scelgono di Continua a leggere

appartenenza

immagine di Antonia Dettori

 

Afose   le   giornate,  si presentano opache come d’ambra in penombra.   

Spoglia dell’abito pesante giro in fondo – o proprio affondo? – in un lento   

torpore di cotonina leggera, marcata dal sole che ora staziona storto sui   

fianchi di una lucertola. La coda del mio occhio non   

sarà mai variopinta come   

il sonno  che si leva  dalle scaglie minuscole. Ho lo sguardo coperto da   

panno scuro, la bocca asciutta e i piedi che battono, come su legno   

di portone antico. 

 Un lato di ferro e metallo, l’altro di petalo e fibra.   

Nel mezzo, giusto una fessura.

A José Saramago

Ci ha lasciato una delle più grandi voci della letteratura mondiale contemporanea, premio Nobel e comunista.

Ciao, Maestro.

Di ieri e di oggi, che poi è lo stesso – Appunti improvvisati – poesie e prose di Pier Maria Galli (post di natàlia castaldi)

Le rose precipitate – foto di Pier Maria Galli

 

[appunto improvvisato ora, perché non si ascolta se lo leggi]

da quale vento, e prima che l’aria possedesse un qualsiasi
movimento o squarcio tenue dove entrarvi, potremmo essere piegati
o anche soltanto scivolati nell’attimo successivo, quell’attimo
che è sempre più recente di noi che stiamo sempre quei pochi passi indietro
rispetto al punto più sensibile dell’assoluto da dove giungono sempre quei venti
che non hanno mai avuto inizio né cielo e quell’ora stabilita che meriteremmo
che è poi quell’aria che è un tempo che respiriamo, che è adesso

(ora, da mattina)

*

[gesto n. 8 (forse nel 2005, forse ora, forse mai)]


prima i tuoi seni smontati sul comodino.
poi le singole parti di una caffettiera
questa mattina alle 6.45.
come una trama a parte,
occorrerebbe ricostruire pezzo per pezzo
in cima ai tuoi capelli il viso e
la distanza esatta tra il mio letto e la cucina,
e l’occorrente per fare
la tua molteplice bocca.

(quasi spiegarsi a gesti
per farsi capire
dalla parola amore)
*
(un film sulle acque emerse)

c’è un’ora che è mattina
dove il film esita e
ogni grammo della pellicola
finisce lì.
ci sono due attori che si amano.
è in una certa ora della mattina
che precipitano lì
dove le mani e le labbra
hanno peso.
il paesaggio di canneti dà su una finestra
che è il pretesto degli amanti.
lui e lei dialogano di parole che cadono
verso la parte più bassa della pagina,
anch’esse. come loro che parlano.
come la finestra che li contiene.
scrivono i loro corpi
interamente e inseparabilmente. lì.
in quel punto della mattina
dove nessuno osserva gli amanti.
e l’acqua non ha più parole.
lasciando i due attori che si amano e
come per davvero
in una statura di cose non dette
che è estremamente più alta di loro.
dunque
una linea ascensionale di pioggia
li spinge a metà di quel film
che si epiloga così come procedesse dopo
sulla luce bagnata di un lago
dove in un’ora che è l’intera mattina
si appoggiano sul fondo senz’aria
delle loro bocche e senza annegare

(giugno 2005)

*

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L’attesa (inediti 2010)

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Farsi a meno per un po’

promettersi ritorni a breve

importa quando si è una pelle?

.

Ti aspetto di notte a luci basse

come si aspetta l’aria

a volte, come ieri, leggo Raboni a voce alta

altre mi preparo un tè che bevo lentamente

prenoto il treno giorni prima per accorciare

le distanze, le mancanze

.

non mi chiedo, non ti domando

mi limito a sentire:

qualcosa è esploso

senza avvisarci, senza bussare.



@gianni montieri (inediti 2010)

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