La voce di Cristina Bove

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Reflejos: testo di natàlia castaldi, lettura di Cristina Bove

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io me ne invischio

Across the Universe

delle cose del mondo

di questo circolo di acrobati

di questo consesso di disarmanti santi  inf(r)anti

di quello che mi sta davanti

o addirittura sotto         i piedi

tutto ciò che sta

è     l’altra parte della stessa sfera.

Io ho  la certezza

che la terra non  sia  mia

ma una casa sempre senza patria

una splendida matria

o una matrioska       al più

un porto dentro l’antro del cosmo

perché la geografia è corrente su tutta la sua crosta

su quel corpo da titana

o forse meglio da gitana

un’ antica matrona tatuata

che non ha meta e va in giro impostata

intorno a se stessa e attorno al mutamento senza fermarsi

un secondo incidendo

sotto e sopra  le scritture delle piogge delle nevi dei ghiacciai

mentre i sismi  ne incrinano la pelle ne divelgono i tendini

le divincolano le ossa.

Io me ne invischio

della fame   della miseria

di ciò che inquina e ciò che consuma

me ne invischio della pace e della storia

della cultura e del silenzio

me ne invischio totalmente

di ogni altro

di ogni tempo e di ogni parola.

Tutto è

e silenzio è anche questo

un gioco per nascondere l’essenza.

Io me ne invischio

me ne invischio

me ne invischio    anche di quella.

.

f.f- 14 gennaio 2010Me ne invischio- da Carte sensibili

.


C’è nell’intimità degli uomini un confine (Anna Achmatova)

C’è nell’intimità degli uomini un confine
che né l’amore, né la passione possono osare:
le labbra si fondono nel terribile silenzio
e il cuore si spezza per amore.
Anche l’amicizia qui è impotente, e gli anni
pieni di felicità alta infiammata,
quando l’anima è libera e distratta
dal lento languore della voluttà.
Pazzo è colui che vi si appresta,
raggiungerlo è morire d’angoscia…
Ora puoi capire perché non batte
il mio cuore sotto la tua mano.

 

Postato da Antonella Troisi

Enzo Campi legge “Reflejos” di Natàlia Castaldi

REFLEJOS

Ti fossi stata notte
avrei abitato i sogni
in tango di stelle e luna

Nel riflesso del lago argentato
avrei intessuto caviglie e polpacci
in geometrie d’archi tra nuca e schiena

Ti fossi notte ancora
leverei cime di giunchi a scimitarra
per silenziare il ronzare delle ore

mentre la danza
s’increspa sulla pelle
alla deriva

(Natàlia Castaldi)

L’approccio critico a una poesia non dovrebbe mai essere univoco. Quantomeno dovrebbe prendere in considerazione vari aspetti. Non è sicuramente questo il luogo per analizzarli (travisarli) tutti, per cui concedetemi uno sguardo, per così dire, approssimato e obliquo.

Cos’è lo sguardo obliquo?
Tutto ciò che non si accontenta del semplice fluire sulle linee orizzontali rientra nella categoria dell’obliquità.

Partiamo dal titolo: “Reflejos”.
Consideriamone almeno tre accezioni: riflesso, riflessione, riflessività.
Non a caso la poesia si apre con una proposizione riflessiva: “ti fossi stata notte”.
Sembrerebbe una semplice asserzione, ma in realtà dice molto più di quanto non sembri a prima vista. Intanto, poco più avanti, si ripete differenziandosi in apertura della terza strofa.
Basterebbe solo questo a renderla il vero leit motiv della lirica.

Come sempre accade (o dovrebbe accadere) non è tanto importante dare risposte quanto continuare a proporre domande.
Accadimenti?
Cosa accade qui?
Molto semplicemente (si fa per dire) ci si dà attraverso una delocazione che permette il connubio tra due particelle pronominali: il “mi” del nome proprio e il “ti” della disappropriazione.
Il “ti” – ponendosi a favore del nome – è qui sostantivato, non solo grammaticalmente ma anche semanticamente.
Il “ti” rappresenta, a tutti gli effetti, la delocazione del soggetto.
Qual è il soggetto?
Molto semplicemente l’io. Un “io” che non si accontenta della sua condizione “al singolare” e che pretende la coabitazione con l’ “altro”.
Ma prendiamoci il tempo di arrivarci per gradi.
Una semplice particella pronominale apre le danze e fomenta il “transito” della parola.
Parole penetranti (“ti” fossi notte) e che avrebbero potuto penetrare (“ti” fossi stata notte).
La variazione del tempo verbale è già sinonimo di una variazione di genere.
Mi viene da usare un termine squisitamente derridiano: trans/partizione.
Quante volte appare il “ti”?
È presto detto: 2 volte.
Il “ti” si deloca, si rialloca due volte attraversando e attraversando-si nella pluralità dei suoi stati d’animo.
Variazione dello stato d’animo come variazione di genere (e di enunciato , – non a caso ho parlato di particella semantica)?
Un’ipotesi nemmeno tanto azzardata; basti pensare che il passaggio (trapasso, trans-passo, trans-partizione dei passi) ri-partisce i vari momenti allocandoli in uno spazio che è anche temporale (semanticamente: “il ronzare delle ore”; grammaticalmente: il passaggio dall’imperfetto al trapasato), non disdegnando inoltre di provvedere anche alla spartizione (spaziamento) delle parti di sé, alla ridistribuzione spazio-temporale delle “particelle” che compongono il suo nome e che mettono in scena il “récit” della disappropriazione.
In poche parole: il “ti fossi stata notte” enuncia un rimpianto e il “ti fossi notte ancora” enuncia un desiderio. In entrambi i casi si afferma una “mancanza”. C’è qualcuno o qualcosa (non importa chi o cosa) che non c’è e a cui ci si rivolge per riflesso, per riflessione e per riflessività.

Bisognerebbe qui considerare tutto il ventaglio delle particelle pronominali: il “si” del render-si (anche accentato e raddoppiato, alla Derrida: sì, sì ; che qui viaggia in un regime di simbiosi parentale con “vieni”, “vieni-mi”, “venir-ti”), il “ci” dell’esser-ci, il “mi” dell’eterno ritorno a sé, il “ti” del desiderio, il “vi” del dono, ecc.
Basti considerare (indagare, riflettere, disaminare, ponderare… tutti sinonimi di riflessione ) che esse vengono generalmente usate come complemento di termine al posto di “a me – a te – a sé – a noi – a voi”.
C’è quindi un qualcosa che parte da… e arriva a…
Un percorso (i passi da compiere… meglio se “danzati”) che presuppone un “dono”.
Pensate come una semplice (e sottovalutata) particella pronominale possa instaurare il seme della differenza e aprire la porta all’alea (in letteratura bisognerebbe sempre rischiare) delle accezioni, alla trans/partizione delle possibilità. Il “ti”, in tal senso, diventa possibilista, inaugura cioè il palinsesto dei “supplementi”. Il “ti” lascia sperare in un “a venire”, ovvero: sia al compimento del desiderio che al consolidamento della mancanza.
In nome di chi o di cosa?
In nome del soggetto che si deloca (che muove i propri passi, che provvede alla propria trans/partizione, anche disappropriandosi) e in nome di quella cosa che si chiama desiderio.
In nome = a favore del nome = pro-nome.
Cos’è il pronome?
Una micro-parola che sostituisce il nome, o meglio: che agisce per conto di un nome, o meglio ancora: in nome di un nome.
Ma anche pro-nome come porsi a favore del nome.
Non un nome assoluto. Non l’io preso nella sua unicità, né tanto meno l’io che basta a se stesso.
Il nome è qui pluralizzato, vive in funzione di un presunto connubio.
L’io (si) auspica il contatto con l’altro, e l’altro serve da tramite per permettere all’io di dir-si, di dar-si o quantomeno di sperare che ciò avvenga.
In quest’ottica il “ti”, la particella pronominale nomina un nome doppio.
Avviene così un raddoppiamento del destinatario: non solo l’io, non solo l’altro, ma l’io e l’altro insieme fusi e confusi (con-fusi).
Il “ti” (si) risuona, si offre all’ascolto (“ci” offre l’ascolto di sé), si consegna al pasto cannibalistico della fruizione (il “si consegna” in questo caso andrebbe permutato in “mi consegno”).
Ne converrete, qui non ci sono particelle univoche e singolarizzate.
Ogni parte di sé dicendo X presuppone l’esistenza di Y.
Ogni particella viaggia all’unisono con un’altra o con tutte le altre.
Cos’è il “con”?
Prossimità (render-si prossimi)?
Coabitazione (con-divisione delle distanze: “avrei abitato i sogni / in tango di stelle e luna”)?
Fusione?
Cos’è la fusione?
Un ripiegar-si l’uno nell’altro (quelle caviglie e quei polpacci disegnati in geometrie d’archi non sono forse flessioni e ripiegamenti?)
Cos’è la confusione?
Il carattere imprescindibile dell’amore e dell’eros?
Non stiamo forse parlando di amore e di desiderio?
No?

(Enzo Campi)

Vite Parallele, Franco Battiato

Mi farò strada tra cento miliardi di stelle

la mia anima le attraverserà

e su una di esse vivrà eterna.

Vi sono dicono cento miliardi di galassie

tocco l’infinito con le mani

aggiungo stella a stella

sbucherò da qualche parte,

sono sicuro, vivremo per l’eternità.

Ma già qui vivo vite parallele

ciascuna con un centro, con un’avventura

e qualcuno che mi scalda il cuore.

Ciascuna mi assicura

addormentato o stanco

braccia che mi stringono.

Credo nella reincarnazione

in quel lungo percorso

che fa vivere vite in quantità

ma temo sempre l’oblìo

la dimenticanza.

Giriamo sospesi nel vuoto

intorno all’invisibile, ci sarà pure un Motore immobile.

E già qui vivo vite parallele

ciascuna con un centro, una speranza

la tenerezza di qualcuno.

Tu pretendi esclusività di sentimenti

non me ne volere

perché sono curioso, bugiardo e infedele.

Qui vivo vite parallele

ciascuna con un centro, con un’avventura

e qualcuno che mi scalda il cuore.

Oceano

 

(per Celeste, donna, folle, suicida, dimenticata)

uso abuso
usura
di neuroni tamponati
con chimiche attenzioni
colpi di vento
e volano via
a rincorrere foglie
d’oscena fragilità
abuso di collegamenti
terminazioni nervose
che s’inceppano
sinapsi troppo veloci
o troppo lente
o semplicemente inesistenti
ed allora?
dondolìo autistico
sotto coperte gelate
ore minuti secondi
scanditi dalla dura madre
pensieri girotondo
fermati solo
dalle sbarre
della scatola cranica
che pare esplodere
in un caleidoscopio di panico
niente cinemascope
solo piccoli innafferrabili
buchi neri
in cui s’annaspa
nascondendo il viso
dentro mani graffiate
sinapsi scollegate
schizofrenia vagante
e gli altri?
universo mondo
d’ostracismo velato
o platealmente palese
corpi che si scostano
lentamente
con bocche ghignanti
di parole sul disagio
forse che una nuova lebbra
distacchi pelle e carne
dalle loro ossa?
solo pensieri ammalati
intrappolati nel dolore
da tempi lontanissimi
dolore impietoso
che inaridisce i giorni
rifugio ultimo
di menti sfuggite
dalle grinfie della normalità
ma si osserva
a volte
quando rughe sorridono
trasparenza di vene
acqua pioggia
rugiada neve
candore esterrefatto
che annusa il cielo con corpo animale di bambina intriso d’oceano.

Gesti d’aria e incombenze di luce (variazioni)

(Fiorì sfiorì l’ombra
in cui inabissai
la parvenza di luce
che il mio corpo
in un gesto d’aria
ancora offriva
all’incedere del suo
simulacro)

Si moltiplicano
le domande per chi
per cosa
o semplicemente perché ancor
persiste insiste
la voglia sfrenata
di miniare
a mo’ di ghirigoro
il dissolversi della firma
e l’incoscienza della marca
Si
disvelano veli
in cui fumigare
il sono scritto
e dico
con parole ignave
l’incauta curva
per ridisegnar l’ellisse
in cui vanìre il ritorno
Ancora
sui miei passi
rinnovo il colpo
del sono toccato
e tocco
l’evanescenza
delle voci che cristallizzano
l’aria
in cui sottrarsi al gesto
Di
poco
in poco
ritrapuntati e franti
riemergono inabissandosi
i pulviscoli rubati
alla luce
dell’altrui irriverenza
Groviglio di linee
estese tese le stesse diverse
sanno
e comprendono
la pura elettricità
volta a sfaldar l’arteria
e precipitano di testa
nella chora austera
dell’intervallo
Carne
al macello
di traverso al seno :
se
non escuoce
il cuore cuoce
fibrillando sulla graticola
Di
foce
in vece
dell’intero
smembro la voce
in faglie
ri-mediate in piaghe
stillanti l’iconoclastia
del verbo
che s’involtola ed estrude
il sorgivo fonema
in cui condursi al fondo
Sono
io
differito e demandato
ad altro
e altri ancorinsorgono
laidi e inviperiti
contro l’unoche non vuole rendersi
molteplice
Ipso
e fatto
di vago in vacuo recto
e verso :
bestie
da soma siamo
e urliamo
l’utilità dell’inutile
pratica
in cui sfrangiare la rosa
e ritemprare la cosa
Sia
rianimato l’inanimato
dall’algido fiato
in cui mescere
il perlaceo succo
della luce
che cade a perpendicolo
e mi tace
mi dice
di quell’aspra ligatura
che s’offre all’urto
chiudendosi a riccio

(Fiorì sfiorì la luce
in cui si staglia
l’ombra sfrangiata
che il mio corpo
in un’incombenza d’aria
ancor mancò
al ritrarsi del suo
simulacro)

Enzo Campi

Silenzi (José Saramago)

Oggi non era giorno di parole,
con mire di poesie o di discorsi,
né c’era strada che fosse nostra.
A definirci bastava solo un atto,
e visto che a parole non mi salvo,
parla per me, silenzio, ch’io non posso.

Postato da Antonella Troisi

In quell’abbraccio caldo (o Edipo)

Vita

Moltitudine
Ancestrale di
Desideri
Rincorsi
Eternamente


Gustav Klimt,

In quell’abbraccio caldo

del tuo seno, di cui

già non ricordo

il latte, ancora

sonnecchia la mia testa

come un girasole.


Eppure

non cercavo che te.

Fanno la fila

i ferri da stiro
quando evaporano lettere
che scrivo a me stessa
-a chi interesserebbe sapere
il colore di un comune calzino?-
a volte per le stanze danzano
foglie rosse autunnali
che nessuno sfiora con un dito
è più facile calpestare un sorriso
che esplorare un petalo di foglia
e ti chiedi perché non vivi
di quel solo colore
senza orologi che ti segnino il passo.

Il gusto del parlare


 

con l’intervento di Antonella Taravella
e la partecipazione straordinaria di Beppe Costa

le parole… maturano al sole?

sono    l e    a l i le    parole?

e crescono    sole ?

le scompagina il tempo?

le indirizza il vento?

Sono canoniche le parole

prestigiose cattedre del vuoto

pesano quanto un mattone e     galleggiano

nel sogno   dentro la realtà.

Non hanno età      le parole    si ridipingono la faccia

razzolano per terra e aspirano al cielo.

S’intrufolano s’inerpicano singhiozzano e strimpellano

s’inchiostrano s’incancreniscono

mettono zavorra alla chiatta del discorso

allentano il contatto tra

la pelle del dio e tutto ciò che    il demone

inventa      a loro insaputa.

.

Da Nel lusso e nell’incuria- inedito- f.f.

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