Anteprima: Nazim Comunale, Chiamala febbre

Nazim Comunale, Chiamala febbre. Fotografie di Alessandra Calò. 
Edizioni San Lorenzo

 

Ho avuto il privilegio di leggere in anteprima – e prima ancora della dichiarazione dello stato di emergenza; precisazione, questa, che intende sgombrare il campo da equivoci circa la genesi di questa raccolta – Chiamala febbre di Nazim Comunale. Man mano che ne scorrevo le pagine, andavo appuntando osservazioni, spunti di riflessione e articolate tessiture di richiami letterari. Un’affermazione in un testo è stata la mia guida nel viaggio in anteprima tra i versi di Chiamala febbre: pancia e quaderno aspettano, reclamano a gran voce di essere riempiti.
Se è vero che pancia e quaderno aspettano di essere riempiti, è vero altresì che la sazietà non è mai raggiunta, che prosegue, con l’acume di chi vive e scrive, l’osservazione e la partecipazione, se pur critica, al tentativo di colmare un vuoto: la vacuità di questa fine del mondo in piccole dosi quotidiane che riceviamo, veleno e farmaco. La sazietà non è raggiunta perché, felicemente, la raccolta di Nazim Comunale colma e, allo stesso tempo, rinnova la sete nelle due istanze che trovo fondamentali nella poesia: slancio e rigore. Slancio e rigore che Nazim tende in avanti e rende, quindi, dinamico fare poetico, con una percezione acuta, e una altrettanto acuta, perfino febbrile, “disastrografia”, che non dimentica, nei viaggi molteplici verso le periferie, verso gli estremi, due direzioni dell’impegno: quella verso i maestri, nominati non solo nelle epigrafi, bensì, anche, filo robusto che attraversa l’originale tessitura del dire poetico, e quella verso la propria professione, nel caso di Nazim la professione di maestro nella scuola primaria.
Lo slancio è lo slancio dello sguardo che taglia, che scava, che anticipa, lo slancio della constatazione, della rilevazione della temperatura (febbre!), della percezione del fuoco: ed ecco il mio primo richiamo letterario: Johanna, il romanzo di Felicitas Hoppe, con le sue variazioni sul tema del fuoco, dal rogo al bivacco, dal bivacco al rogo.
La constatazione si fa, indignata in misura sacrosanta, constatazione del reale, per comprenderlo in una dimensione universale, e dunque politica, squisitamente e autenticamente politica, anche quando racconta di un viaggio in pullmann lungo la Basilicata o del sogno prima del risveglio scarabeo di Kafka a Mosso Sao Paolo, Bahia.
Lo slancio è, ancora – filo di Paul Celan nella tessitura della poesia di Nazim Comunale –, il canto “oltre la spina” (Celan, Salmo), ma è anche, con Ingeborg Bachmann, “il canto oltre la polvere” (Bachmann, Canti lungo la fuga, XV).
Il rigore è il rigore del principio di realtà che dà una misura, la cerca, la impone al brodo che sdogana tutto, alla sofisticazione obnubilante, alle revisioni menzognere: esemplare è al proposito Io sarò sempre con voi. Il rigore è la precisione del dettato, la freccia scoccata dalla parola e dalla forma, di volta in volta sorprendentemente mirata, che sia un esercizio Dada oppure il richiamo a Pascoli in Logos (“pigolio di luce”), che sia una convincente ripresa del topos della nave in viaggio (“nave con vele nere”, Petrarca, Heine, Carducci) in My ship o, ancora, una versione, tutta nella cifra della scrittura “chiara” di Nazim Comunale, di Piaceri di Bertolt Brecht e di Inventario di Günter Eich («piccolo inventario»); che sia, infine, una sorprendente e inaspettata consonanza, attraverso il tema duplice della medusa e degli spettri, con la poetica di Marion Poschmann.

Anna Maria Curci

 

Dalla sezione Minuscoli prototipi di paura

Dichiarazione

Prendo atto
che la mia vita oggi è un fascio di fradicie sterpi
e le vespe ci fan nido
che la mia vita è tasche sfondate, letti sfatti
giorni dal respiro troppo corto
o smagato.

Prendo atto
che il dolore passa
dalle dita ai denti
dai denti alla lingua
con identico, elettrico furore.

Ti scorgo nella nebbia
e non mi vedi.
La morte, la morte
comincia dai piedi.

Per il resto vivo qui e male
ragnetto appeso al dire verticale
allago quaderni
metto il pollice nel palato
costeggio la guancia destra della città
e so di non essere atteso
neppure spiato.

Un approccio metodico alla chimica dell’innamoramento:
tranquillità in capsule
e un nascondersi sempre uguale
come cane di carta
ombra, perfetta immagine.

E il corpo?
Solo evocato.

Non so nulla del mio ombelico
e nemmeno di quello di Carlotta.

Perciò celebro la sfiancante inutilità di qualsiasi appunto.

Celebro le pause, gli artigli del caso
la solitudine catalana
le donne vittoriose in bicicletta
l’ombra che sa i secoli della fontana.

Celebro l’odore delle sale d’aspetto
i quaderni strappati
un pettine nella selva
la polvere sugli specchi.

Io però sono altrove:
nella linguistica del disastro
nel pessimismo concavo
nello spiraglio esatto
dove gioia e gloria ora non passano.

Io sto qui
seduto
in attesa di eventi
in attesa di averti.

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Le altre stanze della clinica: inediti di Giuseppe Gabriele Scuderi

Immagine di Robin Tomens

 

Roberto, 56 anni
Disturbo di personalità paranoide

“Io so che è lei che scrive di me.
Sappia che anche io scrivo di lei.
La scrittura sa sempre tutto degli uomini”

Come vi dicevo poc’anzi, da quel giorno
Roberto cominciò a scarabocchiare strani disegni nella sua camera.

 

Francesco,
Schizofrenia

Il vuoto che possiede

                        è parantesi dei (contenuti)
[detenuti]

Scusate,

——————la parola vuoto

è sbagliata.

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Bustine di zucchero #42: Robert Lowell

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

Lowell

È noto che il Lowell – il «Poeta Laureato dell’Età dell’Ansia» (Massimo Bacigalupo) – che avviò col suo stile un nuovo sentire nella tradizione della poesia americana, è quello da Life studies (1959) in poi. Il nostro letterato, appartenente all’aristocrazia bostoniana, abbandonò certe forme poetiche rigide e impersonali per far vibrare di vita i suoi versi, di una sostanza personale spogliata di ogni orpello ed etichetta. Lavorò poeticamente sul suo materiale autobiografico, in particolare nelle penultime raccolte For Lizzie and Harriet e The Dolphin – rispettivamente dedicate alla sua ex-moglie Elizabeth Hardwick e alla figlia Harriet, e alla sua nuova moglie, l’angloirlandese Caroline Blackwood – in cui «confessò» se stesso e i suoi affetti, il suo travaglio coniugale (Rolando Anzilotti), il che comportò forti critiche all’uomo e al poeta. Fu rimproverato da Elizabeth Bishop, sua cara amica, e la poetessa Adrienne Rich inveì furiosamente contro di lui per essersi appropriato e aver utilizzato, proprio per The Dolphin, alcune parti delle lettere dell’ex-moglie Lizzie. La poesia Dischi («Records») è un esempio di questa “appropriazione indebita” che Lowell, per dare maggiore crudezza e incisività, intercalò e virgolettò nei versi, a dimostrare che certe poesie si costituiscono in buona parte di scritture private, dialoghi o resoconti intimi. In Lizzie, che commenta con la figlia Harriet la voce di Lowell incisa su un disco, si legge desiderio e rabbia verso l’ex-marito, una storia turbata dalla consapevolezza della tragica condizione di «uno che lotta contro l’irrealtà» e di un amore ormai «vinto dalla misteriosa sconsideratezza di lui». Per Lowell la sostanza poetica doveva ormai affondare le mani nella piena esistenza, per quanto sgradevole potesse apparire dire di sé e della sua vita privata. A quanto pare la critica britannica si mantenne obiettiva nel giudicare il libro e non l’uomo, concentrandosi «sulle ragioni della poesia» (Rolando Anzilotti). Per il poeta statunitense, ammiratore di Pound e Berryman, si potrebbe parlare di un atto d’ispirazione dal vissuto personale come un principio di esplorazione indirizzata più a se stesso che al pubblico. Nel meccanismo, naturalmente, c’è di più: oltre a dare rilievo a un dettaglio personale, l’angoscia registrata nei versi raggiunge il suo climax, come in una narrazione, esprimendosi in silenziosa esasperazione, momento topico, sorda lacuna, persistente e insopportabile rumore, per poi risolversi in metafore e immagini più attenuate. A fronte di un atto sacrificale, quello cioè di operare nei versi un taglio chirurgico senza anestesia sulla sua vita e quella altrui, a fronte di questo «colpo basso», così definito da Adrienne Rich, Lowell riesce dal personale a cogliere i motivi profondi del gesto poetico, indagare se stesso e il mondo. Chi legge Lowell sa, nonostante la “cartella clinica” umana ed esistenziale da lui raccolta nel tempo, che i fatti personali raggiungono, ad un certo livello, un punto di rarefazione per far posto a un silenzio saturo in cui tutto si concentra. Perché, qualcuno aveva scritto, è fra i silenzi che bisogna indagare le ragioni di una scrittura. Il rumore diventa di fondo e, ad un dato momento, cessa di essere assordante.

 


Bibliografia in bustina
R. Lowell, Il Delfino e altre poesie (a cura di R. Anzilotti), Milano, Mondadori, 1989.
M. Bacigalupo, Robert Lowell. Poeta laureato dell’età dell’ansia, articolo apparso sulla rivista «Poesia», n. 334, (febbraio) 2018.
P. Sehgal, «The Dolphin letters shine light on a famous marital and literary scandal», pubblicato sul New York Times, 3 dicembre 2019, disponibile a questo collegamento. Il rimprovero di A. Rich, inserito nell’articolo, è espresso laconicamente nella domanda: «What does one say about a poet who, having left his wife and daughter for another marriage, goes on to appropriate his ex-wife’s letters written under the stress and pain of desertion, into a book of poems nominally addressed to the new wife?» [Cosa dire di un poeta che, dopo aver lasciato moglie e figlia per un altro matrimonio, si appropria delle lettere dell’ex-moglie scritte sotto la tensione e il dolore dell’abbandono, in un libro di poesie dedicato nominalmente alla nuova moglie?].

I poeti della domenica #462: Giovanni Giudici, La cortina di ferro

 

La cortina di ferro

La bella mattina di sole
Un appena passato d’amore.

E tu già di là io di qua
in due aspettando una fine.

E il treno che sul confine
si mosse a un piccolo trotto.

Presburgo – appena invisibile
a un tiro di schioppo.

 


da O Beatrice [Mondadori, 1972], in Giovanni Giudici, Poesie 1953-1990, v., 1, Garzanti, 1991, p. 266

I poeti della domenica #461: Giovanni Giudici Il prezzo del sublime

 

Il prezzo del sublime

Mi domandi se potrai.
Mi domando se potrò.
Io sarò – non sarai.
Tu sarai – non sarò.

Per noi sarà quello che non potremo.
Quello che non saremo su noi potrà.

Non-tu non-io noi -remo.

Ma contro la specie che siamo orgoglio estremo
verbi avvento al cliname
che ci rotola a previste tane
umanamente inumane
persone del futuro seconde e prime.

Io -rò.
Tu -rai.

Il niente.

è il prezzo del sublime.

 


da O Beatrice [Mondadori, 1972], in Giovanni Giudici, Poesie 1953-1990, vol. 1, Garzanti, 1991, p. 249

proSabato: Stefan Zweig, Mendel dei libri

Stefan Zweig, Mendel dei libri 

 

Di nuovo a Vienna e di ritorno a casa da una visita nei quartieri fuori mano, mi sorprese un rovescio di pioggia che, con sferzate d’acqua, costringeva la gente a rimpiattarsi rapida sotto i portoni e altri ricoveri, e anch’io cercai in fretta un tetto sotto cui ripararmi. Per fortuna a Vienna c’è un caffè in attesa a ogni angolo, e io mi rifugiai in quello proprio lì di fronte, con il cappello già gocciolante e le spalle bagnate fradice. All’interno si rivelò il solito, tradizionale caffè di periferia, senza il contorno accattivante di quelle orchestrine alla moda che in centro imitano i locali tedeschi, ma pervaso invece dall’atmosfera familiare della vecchia Vienna e affollato di gente modesta che consumava più giornali che dolciumi. A quell’ora, verso sera, l’aria già di per sé viziata presentava nelle azzurre volute di fumo un fitto disegno marmorizzato, e tuttavia il caffè aveva un aspetto lindo con i suoi divani di velluto palesemente nuovi e con la cassa di alluminio chiaro. Nella fretta non mi ero dato la pena di leggere il suo nome da fuori, ma a che scopo d’altronde? E adesso ero lì seduto al caldo, e guardavo impaziente di là dai vetri inondati d’azzurro e mi domandavo quando quella pioggia molesta avrebbe avuto la compiacenza di spostarsi di qualche chilometro.
Sedevo dunque inoperoso e cominciavo già ad abbandonarmi all’indolente apatia che, invisibile, emana come un narcotico da ogni vero caffè viennese. Pervaso da questo senso di vuoto osservavo uno per uno gli avventori, ai quali la luce artificiale del fumoir segnava ombre di un grigio malsano intorno agli occhi, guardavo la cassiera passare meccanicamente al cameriere lo zucchero e un cucchiaino per ogni tazza di caffè, leggevo distratto e quasi in trance gli uggiosi manifesti alle pareti, e questa sorta d’ottundimento aveva un che di benefico. Ma all’improvviso una scossa repentina mi strappò chissà come da quel sopore. Qualcosa di indeterminato prese a muoversi dentro di me rendendomi inquieto, come quando si annuncia un lieve mal di denti, e ancora non sai se parta da destra o da sinistra, dalla mandibola o dalla mascella; sentivo solo una tensione sorda, un’inquietudine spirituale. Tutto d’un tratto infatti — e non avrei saputo dire per quale ragione — mi resi conto che lì, anni prima, dovevo esserci già stato e che un particolare ricordo mi legava a quelle pareti, a quelle sedie, a quei tavoli e a quell’ambiente estraneo e saturo di fumo. Continua a leggere

Valentina Sturli, “Figure dell’invenzione” (Quodlibet 2020)

Valentina Sturli, Figure dell’invenzione. Per una teoria della critica tematica in Francesco Orlando
Quodlibet, 2020

 

Introduzione

Questo saggio esplora soprattutto l’ultima e meno conosciuta parte della riflessione di Francesco Orlando (1934-2010), quella riguardante i meccanismi dell’invenzione letteraria, rimasta interrotta a causa della morte dello studioso e in larga parte inedita.1 La proposta, che egli andava elaborando nei suoi ultimi anni di insegnamento, avrebbe dovuto condurre a un saggio che costituisse un ripensamento della sua intera teoria freudiana in una nuova prospettiva logico-figurale. Il suo ultimo corso universitario (2005/2006), dal titolo Figure dell’invenzione, è concepito per gettare le basi di questa ricerca, mai portata a termine. Poiché esiste tra le carte di Orlando una notevole serie di appunti e scalette su questo argomento, oltre alla registrazione integrale del corso, e poiché lo studioso ha spesso accennato, in interventi scritti e orali, all’interesse capitale che per lui rivestiva questo nuovo campo di indagine, mi è sembrato che il materiale meritasse un’attenzione critica approfondita.
Il mio saggio riguarderà tanto la parte edita che quella inedita della produzione di Orlando, con particolare riferimento all’ultimo decennio della sua attività: per quanto riguarda il materiale edito, si farà riferimento a tutto l’arco della produzione dello studioso, integrando all’analisi dei saggi più conosciuti l’apporto degli articoli degli ultimi anni e del postumo Il soprannaturale letterario (Einaudi, 2017); per quanto riguarda gli inediti, farò riferimento sia alla sbobinatura del corso sull’invenzione, da cui avrò modo di citare passi e il cui riassunto lezione per lezione è contenuto in Appendice, sia agli appunti a mano che contengono la lista delle potenziali figure dell’invenzione, fornite in trascrizione integrale alla fine del saggio.
Quando ho cominciato a interessarmi a questi inediti il progetto era fornire un’edizione dei testi del corso sbobinato e degli appunti, con un apparato di commento e note. Il modello cui pensavo di poter fare riferimento era l’operazione che avevo svolto, insieme a Stefano Brugnolo e Luciano Pellegrini, sulle lezioni relative al Soprannaturale letterario. Come spesso avviene nel campo della ricerca le mie prime attese sono state smentite, e ho dovuto rendermi conto che un’operazione del genere non sarebbe stata possibile sui materiali riguardanti le figure dell’invenzione: se il corso sul soprannaturale era arrivato a uno stadio di definizione altissimo e tale che le sbobinature risultavano perfettamente adattabili alla forma scritta, lo stesso non poteva dirsi di quello, tutto ipotetico ed esplorativo, tenuto nel 2005/2006 per la prima e unica volta. Questa consapevolezza ha orientato il mio lavoro successivo, che si è posto prima di tutto due obiettivi: rendere conto nella maniera più precisa possibile dei materiali inediti a disposizione, ma anche intervenire su di essi per chiarirli, contestualizzarli, svilupparne le potenzialità e discuterne le lacune, perché mi sembrava significativo riflettere su tutto quello che in essi era latente e implicito. Proprio per questo motivo il libro ha assunto la forma che ha, ovvero un saggio che vuole riflettere sull’ultimo decennio di attività di uno dei più importanti teorici della letteratura del secondo Novecento, valutando proposte, suggerendo direzioni di indagine, tracciando linee potenziali di sviluppo di un pensiero di cui non si può e non si deve nascondere l’intrinseca frammentarietà e incompiutezza. Troppo spesso si è voluto leggere la figura di questo studioso come quella di un teorico arroccato su posizioni ormai passate di moda, tutto concentrato nelle sue certezze, nei suoi schemi limitativi e geometrici. Se in ciò c’è qualcosa di vero, Orlando non è certo stato soltanto, né soprattutto, questo: come proverò a mostrare, il coraggio di ripensare la propria riflessione, l’ardire di farsi domande che possono portare disordine in un impianto teorico edificato in decenni, non è operazione adatta a chi sia solo alla ricerca di conferme. Continua a leggere

Enzo Rega, “La linea dei passi” (rec. di Silvio Aman)

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Enzo Rega, La linea dei passi
Recensione di Silvio Aman

 

Il volumetto La linea dei passi, prose sulla città e il viaggio – Edizioni Helicon (primo Premio ex equo per la narrativa inedita, Edizione 2018 del Premio “La Ginestra”) Arezzo, 2019, pp. 180, Euro 14,00 – dello scrittore Enzo Rega, studioso di letteratura, filosofia, cinema e critica della cultura, raccoglie ventitré studiatissime prose intermesse da cinque lettere ad amici – missive che per il viaggiatore suppongo abbiano avuto la funzione di mantenere un legame e indicare ai corrispondenti, compresa la donna amata, i luoghi disseminati lungo molteplici itinerari, dalle città lombarde a quelle dell’Europa settentrionale: Francia, Germania, Olanda, Repubblica Ceca, Regno Unito.
Il costante richiamo a stati d’ansia e stanchezza accompagnati da un eccesso di sensibilità testimoniati da questo percorso odeporico a tenore diaristico, dipende, come si nota fin dalle prime pagine, dall’incessante estraniazione del soggetto che, nei suoi spostamenti avverte di non poter aderire alla realtà per come gli si presenta, sia essa data da Parigi, Berlino, Londra o Zurigo.
In Mein Reisetagebuch – Schweiz, abbiamo:

Ich bin “eigenartig” oder “seltsam”. Mi sento strano. “Strano”. Non so dire altro. Stranito. Un po’ angosciato, ansioso (aritmocardiaco). Spossessato (da me, da tutto), sfessato (Céline). Strano. […] Soltanto sono riuscito a strappare battiti rabbiosi e irregolari a un cuore, il mio, solo, stanco e caparbio. Non sono riuscito, così, a fermare, negli occhi, con questo – chiamiamolo così – oeil de l’intérieur (cercar di introiettare in noi il mondo, ma anche nel mondo vedersi), nulla di quello che vi scorreva davanti, dismembrandosi come in uno sconvolto universo dada. Continua a leggere

Riletti per voi #21: Francesca Del Moro, Gli obbedienti (nota di Maristella Diotaiuti)

Francesca Del Moro, Gli obbedienti
Nota di Maristella Diotaiuti

 

La raccolta di poesie di Francesca Del Moro edita da Cicorivolta edizioni ha per titolo Gli obbedienti, un titolo forte, immediatamente contundente nella sua perentorietà. È un participio presente che è un modo verbale non finito, ed è ambivalente, cioè ha una doppia natura perché partecipa alla categoria dei verbi ma è anche vicino all’aggettivo e al sostantivo, quindi indica un soggetto, nel titolo al plurale, che ha in sé l’autocoscienza del soggetto e, in quanto verbo, indica un’azione che però qui è negata a livello semantico, perché l’obbedienza indica una passività, una non-azione.
Già il titolo, quindi, ci dice la complessità e la profondità del modo di fare poesia di Francesca. Dico ‘fare’ non a caso, perché, ricordiamolo, la parola poesia deriva dal verbo greco poiein che vuol dire ‘fare’, ‘costruire’, ‘agire’, affermazione che riferita alla poesia di Francesca è estremamente calzante.
Perché Francesca, a differenza dei personaggi che abitano i suoi versi, non è ubbidiente, non contempla, non sta alla finestra a guardare impassibile, e non se ne sta in silenzio, ma sceglie di parlare, di indignarsi apertamente, di protestare, di ribellarsi, si fa carico di un fardello pesante, di dire le cose come stanno, del peso della denuncia.
Francesca Del Moro sceglie di agire e lo fa da poeta, lo fa con la poesia, con la parola brandita come un’arma, restituendo così alla poesia, e al poeta, uno dei suoi ruoli fondamentali che, purtroppo, nel nostro tempo, ha smarrito, o meglio le è stato sottratto, negato, quello di essere poesia civile, impegnata nella lettura e nella costruzione del mondo, della società, nella proposizione di altre realtà possibili.
Francesca, infatti, non risparmia una stoccata agli intellettuali, con una poesia, la XLII, vero e proprio atto di accusa al loro silenzio che li rende complici di questo sistema, denuncia del grave ripiegamento su se stessi, ad accarezzare il proprio dolore e la propria condizione di emarginazione e marginalità estetizzante.
Francesca restituisce alla poesia il suo statuto primigenio, la sua forza costitutiva. Nei suoi versi la poesia stessa raggiunge così il doppio obiettivo di urlare la miseria della condizione umana e di affrancare essa stessa dal torpore, da questa sorta di sonno in cui è precipitata. Per Francesca-poeta manifestare il disagio, il proprio personale, individuale disagio e quello di una collettività, è sostanzialmente un atto dovuto.
Per questo Francesca è una poeta politica, la sua è poesia politica, nel senso che parte dal conflitto, al tempo stesso momento fondante e materia del suo lavoro poetico. La sua è una poesia che non lascia indifferenti, che non accarezza, al contrario è una sorta di morsa che non dà tregua e scuote coscienza e mente. I suoi versi sono come scosse elettriche, colpi assestati con precisione chirurgica che mettono in allarme i sensi.
La stessa costruzione formale, l’intera tessitura della versificazione è subordinata a questo scopo, a cominciare dal ritmo dei versi, un ritmo veloce come una raffica di mitragliatrice, uno strale che raggiunge sempre l’obiettivo.
Le sue poesie sono tutte, o quasi, testi brevi, che si accampano in mezzo alla pagina e sembrano avere la necessità di espandersi, di non avere contorni; sono però intervallati da haiku precisi nella fattura, quasi in funzione antifrastica, antitetica, sicuramente spiazzanti con la loro rigidità metrica in cui le riflessioni, anche ironiche, sono fulminee e lapidarie.
La stessa scelta lessicale, le parole che predilige sono indicative di una volontà precisa, sono parole dal suono duro, aspro, anche a livello di fonazione,  molte sono lettere dentali, palatali, gutturali e insistono su ossimori, antitesi, ripetizioni, forti allitterazioni. Continua a leggere

Nelly Sachs, Nel verso oscuro tornano luci chiare

Nelly Sachs
Nel verso oscuro tornano luci chiare

 

Oggi, 12 maggio 2020, nel cinquantesimo anniversario della morte di Nelly Sachs, ho tradotto una sua poesia cercando di rispettare anche la struttura in rima incatenata. Quattro versi, densi, ai miei occhi una dichiarazione di poetica. Ho voluto interpretare il verbo “sollen”, chiaramente un dovere che è un impegno, come vera e propria missione della poesia. Nel dattiloscritto conservato nell’Archivio Nelly Sachs a Stoccolma »verstehen« è tra virgolette, a differenza di ciò che troviamo nelle versioni stampate di questa poesia, che fa parte del gruppo Glühende Rätsel, “enigmi incandescenti”*. (Anna Maria Curci)

 

Lichterhelle kehrt ein in den dunklen Vers
weht mit der Fahne »Verstehen«
Ich soll im Grauen suchen gehen
Finden ist woanders –

 

Nel verso oscuro tornano luci chiare
muovono la bandiera «comprensione»
Devo andare a cercare nel grigio, è mia missione
In altro luogo è il trovare –

 

Nelly Sachs
(traduzione di Anna Maria Curci)

Qui per l’audio del testo

* Nel volume Poesie (Einaudi), Ida Porena traduce il titolo del gruppo di poesie come Enigmi roventi . 

Alessandro Santese, «Due nell’uno»: su Milo De Angelis, tra “Millimetri” e “Poesia e destino”

Il testo qui presentato è parte di un lavoro più ampio, intitolato Verso il centro vuoto di Poesia, e rappresenta, per l'occasione necessariamente scorciato, il primo dei quattro sentieri che Alessandro Santese ha costruito per portarci nel Contemporaneo, per poterlo pensare e restituire. Tramite la poesia. (CP)

 

«Due nell’uno»: su Milo De Angelis, tra Millimetri e Poesia e destino

di Alessandro Santese

 

La descrizione di quel pane, briciola dopo briciola,
è una teoria dell’anima[1]

 

Non fuori; né dentro.
Torna e ritorna; si accosta strisciando, in questi giorni, all’orecchio, un detto sottile e scheggiato, terso, indiano anche questo. A portarlo l’anziano che vedo ancora di fronte a me, dall’occhio tumido di stupore, cilestre, grigiocilestre, appassito di ceneri e distacco come le acque parlate dai morti del Gange, dove va a sciacquare se stesso e le poche cose che da anni si porta sempre dietro, ramingando di quartiere in quartiere. Ha la veste che cade sulle ginocchia, le ginocchia incrociate, le braccia secche e brunite che si muovono senza fervore, come a riunire una folla di note che lui solo sa, nell’aria; seduto, parla, ma non è un parlare; è un rituale inconfessabile e felice anche questo.
«Né fuori, né dentro»; per chi creda nella via, raccolte tutte le forze, che porti davvero, quando tutto è caos e rumore, fuori del rumore, al centro esatto e salvifico del silenzio, allora, sì, né fuori, all’estremo, né dentro: allora, sì, «non si è che nella paura.» Non un gesto. La partenza, conficcata anch’essa nella pietra, allora, sarà lì, non distante, tanto quanto il cane al guinzaglio fedele, che accucciato freme e ti guarda.
Eppure può, è possibile, per colpo non sospetto, senza volerlo, darsi un giorno il contrario, mostrandosi invisibile prima un’altra strada guizzata fuori dall’erba all’opposto, per abbandono di ricerca, un giorno pieno e certo, quando silenzio è non più fuori, o sopra, o oltre te e le cose, ma delle cose, e il quotidiano rumore con il quale le cose compongono il testo del mondo diventa il suono del silenzio esso stesso, il battito o il sussurro con il quale ci viene scritto addosso il testo per il quale volevamo essere la bianca oscura pagina; esse allora, in quel punto, che diviene la congiunzione e la maglia tesa a diramare tra tutti i punti, manifestano se stesse, se stesse e dunque un mondo che sta, una via, una tregua, sebbene povera o falsa, non lontano dalla quale può darsi si dia in dono, senza posa, il suono segreto e osceno da stringere improvviso come il riso del dio, il musicale bruciante nesso che le congiungerà di nuovo a noi, le cose, a noi, «e all’universo …».
[…]

Secondo le pagine rilegate del grande libro del globo che ruota, in questo universo sacrificale che intorno si sfoglia e poco a poco nella luce si sfa, è cibo tutto, è pasto, è fame, dice la sacra leggenda, è tremendo pacificamente l’ochema che noi distrugge e rinasce della sete, ciò che sospinge a vedere le cose spezzandole dentro chi le vede. L’incantesimo, fatto da bambini, ritorna. La cosa diventa la costola vera e rotta; tu che entri, nell’ombra, – scostando una tenda – chi vede: e si spezza. Davvero.

E ti spezzi, dentro – e fa male – un poco anche tu.

Millimetri, il secondo libro di Milo De Angelis, parrebbe perseguire, inaugurandola (era il 1983), una simile, antica, dissepolta via, toccando o vero sia un territorio dove sfumato e labile può divenire il confine tra vita che sorge e vita che scema, come tra ciò che pertiene all’umano e ciò che appartiene all’inumano, tanto i due mondi si ameranno lottando, penetrando l’uno nell’altro; giacché la presa sia lunga, fatale, senza tregua. Continua a leggere

Bustine di zucchero #41: Jiří Orten

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

Orten

Il linguaggio e la morte, oppure il linguaggio è la morte. L’uomo vive nella proiezione della sua morte e la esprime attraverso il linguaggio. L’uomo non vuole morire – ci ricorda Unamuno –; per questo il linguaggio gli è urgente: per rendersi, sotto alcuni aspetti, immortale. Linguaggio e morte sono consustanziali all’essere umano che traccia il suo pensiero o il suo percorso per lasciare il segno. Si diceva: il linguaggio è morte. Esiste, cioè, una morte del linguaggio, rappresentata dall’indifferenziazione del suo uso che produce inaridimento e povertà, divenendo un volto mesto, imitazione, scimmiottamento, decuplicata ripetizione del niente, ponendo limiti alla stessa lingua, soffocandola. Come ritrovarne la luce? Il cèco Jiří Orten, «poeta dell’inverno» e «pellegrino praghese» (Angelo Maria Ripellino), ricco di amore, purità e compassione (František Halas), la cui lingua «fruga sotto le parole, che vede se stessa, che ripensa il proprio corpo» (Giovanni Giudici), poeta dal destino breve e dalla biografia tutta consegnata alla scrittura, ci ricorda che, come per la nave la materia pura è il legno, un «albero morto [che] viene nuotando verso il mio linguaggio» (Albero), così la lingua deve ritrovare una purezza che spalanchi l’orizzonte perduto delle parole. La poesia balbetta con sillabe potenti, sussurra a lampi – attitudine, questa, naturale nel suo dire, una discesa nelle parole per svuotarle e, quindi, ridarle alla sua rivelazione caratterizzante: la riscoperta dell’antico nella modernità. Il poeta cèco aveva capito, come Mandel’štam, che la poesia si origina da una pre-parola e, per cercare nel fondale di questa memoria, bisogna coglierne l’ardore, gli slanci e le direzioni. Quella di Orten è una scrittura verticale, punta sia in altezza («lieve innalzare/un castello vertiginoso» in L’esercizio difficile) sia in profondità («In fondo! Innestare la pietra» in In fondo), e si rifà a un nominare le cose fin dalla loro remota sostanza. Lui, novello Orfeo, sgomento e sofferente davanti alla storia dell’uomo, porta con sé i segnali di una lotta, un sentire tragicamente la lotta fra presagio della fine e desiderio totale di scrittura come canto estremo, simile allo streben di grandi pensatori e poeti (il Rilke delle Elegie e l’Unamuno del Sentimento tragico). Scrivere diventa l’esercizio a un dolore, comporta la coscienza di una morte della lingua, morte da cui salvarla per custodirne fedeltà testimoniale, ermeneutica, laddove poetare è interpretare oltre gli effimeri significati. Per Orten la poesia porta a «strappare dall’anima/le orme di passi lontani» (In fondo), qualcosa che non deriva più da sé ma esonda per raggiungere altri luoghi. È, questo, l’esercizio più difficile, far in modo che la parola si sollevi da terra, si stacchi da un’impronta provvisoria per ascendere. In altre parole: che diventi metafisica. Nell’insegnamento di Orten, scrivere vuol dire valicare i muri. Solo chi desidera, chi brama lo sconfinamento può vedere «la stella del mattino levarsi in tutta la sua bellezza», solo così «la morte tace al cospetto dei versi» (Settima elegia).

 


Bibliografia in bustina
J. Orten, La cosa chiamata poesia (traduzione di G. Giudici e V. Mikeš), Torino, Einaudi, 1969.
A.M. Ripellino, Praga Magica, Torino, Einaudi, 1973, 1991 (2002). Il riferimento a F. Halas è desunto dal libro di Ripellino.
R.M. Rilke, Elegie duinesi (traduzione di E. e I. De Portu), Torino, Einaudi, 1978, 1984.
M. de Unamuno, Del sentimento tragico della vita, Milano, Edizioni SE, 2003.

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