Il demone dell’analogia #1: Scale

IL DEMONE DELL’ANALOGIA

«Una strana amicizia, i libri hanno una strana amicizia l’uno per l’altro. Se li chiudiamo nella mente di una persona bene educata (un critico è soltanto questo), lì al chiuso, al caldo, serrati, provano un’allegria, una felicità come noi, esseri umani, non abbiamo mai conosciuto. Scoprono di assomigliarsi l’un l’altro. E ognuno di loro lancia frecce, bagliori di gioia verso gli altri libri che sembrano (e sono e non sono) simili. Così la mente che li raccoglie è gremita di lampi, di analogie, di rapporti, di corti circuiti, che finiscono per traboccare. La buona critica letteraria non è altro che questo: la scoperta della gioia dei libri che si assomigliano.» Mario Praz

#1
SCALE

Poi, come anch’egli saliva la scala, vide la dama di spalle.
Ella saliva d’innanzi a lui, lentamente, mollemente, con una specie di misura. Il mantello foderato d’una pelliccia nivea come la piuma de’ cigni, non più retta dal fermaglio, le si abbandonava intorno al busto lasciando scoperte le spalle. Le spalle emergevano pallide come l’avorio polito, divise da un solco morbido, con le scapule che nel perdersi dentro i merletti del busto avevano non so quale curva fuggevole, quale dolce declinazione di ali; e su dalle spalle svolgevasi agile e tondo il collo; e dalla nuca i capelli, come ravvolti in una spira, piegavano al sommo della testa e vi formavano un nodo, sotto il morso delle forcine gemmate. Quell’armoniosa ascensione della dama sconosciuta dava agli occhi d’Andrea un diletto così vivo ch’egli si fermò un istante, sul primo pianerottolo, ad ammirare. Lo strascico faceva sui gradini un fruscio forte. Il servo camminava indietro, non su i passi della sua signora lungo la guida di tappeto rosso, ma da un lato, lungo la parete, con una irreprensibile compostezza. Il contrasto tra quella magnifica creatura e quel rigido automa era assai bizzarro. Andrea sorrise.

da Il piacere di Gabriele D’Annunzio

SULLE SCALE

Scendevo quella maledetta scala;
tu entravi dalla porta; per un attimo
vidi il tuo viso ignoto e mi vedesti.
Poi, per non esser rivisto, mi nascosi, e tu
passasti in fretta, nascondendoti il viso,
e t’infilasti in quella casa infame
dove non avresti trovato il piacere, come me del resto.
Pure, l’amore che volevi l’avevo io da darti;
l’amore che volevo – lo dissero i tuoi occhi
sciupati e diffidenti – l’avevi tu da darmi.
Si sentirono, si cercarono i nostri corpi;
compresero la pelle e il sangue.
Ma ci nascondemmo, tutti e due sconvolti.

da Poesie erotiche di Konstantinos Kavafis

Dormiva davvero quando balzò in piedi e spalancò le tende con un grido: «Vieni!» Quel gesto lo svegliò: come mai lo aveva compiuto? Vapori di nebbia coprivano l’erba del parco e ne sbucavano fuori i tronchi degli alberi, simili ai pali di segnalazione nell’estuario vicino al collegio della sua adolescenza. Faceva un freddo bestiale. Maurice rabbrividì e strinse i pugni. Si era levata la luna. Sotto di lui c’era il salotto, e gli uomini che stavano riparando il tetto della mansarda avevano lasciato la scala appoggiata contro il suo davanzale. Perché mai? Scosse la scala e appuntò gli occhi nel bosco, ma la voglia di entrarci svanì non appena ebbe modo di farlo. Che gusto c’era a scendere laggiù? Era troppo vecchio per sollazzarsi nella guazza.
Mentre però tornava indietro per andare a letto, ruppe il silenzio un lieve rumore, un rumore talmente intimo che avrebbe potuto esser sorto dentro il suo corpo medesimo. Gli parve d’incrinarsi e di bruciare e vide la cima della scala che oscillava nell’aria contro il chiaro di luna.
Spuntarono la testa e le spalle di un uomo, si fermarono, un fucile fu posato con gran cura sul davanzale, e qualcuno che riconobbe a stento mosse verso di lui e gli s’inginocchiò accanto e sussurrò: «Era me che chiamava, signore?… lo so… lo so, signore,» e lo toccava.

da Maurice di Edward Morgan Forster

“Il sabato tedesco” #3: Un altro sguardo: dal margine alla pienezza (di Anna Maria Curci)

“Il sabato tedesco”, rubrica da me curata per Poetarum Silva, prende il nome da un racconto di Vittorio Sereni e si propone di raccogliere riflessioni, conversazioni, traduzioni intorno a testi letterari. (Anna Maria Curci)

Un altro sguardo. Dal margine alla pienezza, di Anna Maria Curci*

«Mi sono immersa nella lettura di Flaubert e ho iniziato il libro, meraviglioso, di Romain Rolland su Tolstoj. Ho scoperto Bettelheim e ho trovato in un testo di Heyer questa frase: “Ogni vita in divenire ha bisogno della resistenza con altrettanta urgenza di quanto abbia bisogno della conferma. […] Se non c’è un io, perché non è cresciuto, perché l’io non osa essere e non sa essere, allora questo io non viene vissuto come espressione di tutto ciò che è divenuto ed è stato acquisito, ma allestito come gioco a fare effetto”. È risaputo che tutto ciò che vale per la singola persona può essere applicato anche alla società. Questo è vero, e lo è con un discreto grado di esattezza, per ciò che riguarda le debolezze della società. Di ogni società. Questa storia dell’io e del suo giocare a fare effetto – perché non è cresciuto! Questa brama cieca di fare colpo sempre e dappertutto, di pretendere lodi e di parlare sempre degli stessi successi. Solo se ci confrontiamo quotidianamente con le contraddizioni della vita le nostre forze possono crescere, la società può rimanere viva.»

Con queste annotazioni, che Maxie Wander, scrittrice austriaca allora residente nella RDT, appuntò sul suo diario il 26 aprile 1966, ho scelto di aprire le mie considerazioni su uno sguardo, “un altro sguardo”, che continua a essere relegato ai margini, che si tratti della compilazione di un canone di letture – l’esempio dei manuali di storia della letteratura in uso nelle scuole, quale che sia la lingua e la cultura di riferimento, è lampante – o della scelta editoriale di privilegiare o scartare per la traduzione e, dunque, la diffusione al ‘grande pubblico’.
Proviamo a seguire il ragionamento di Maxie Wander, allora. Inizia con appunti di lettura, testimonianza di una predisposizione allo stupore che si dispiega ad ampio raggio, muovendosi con accogliente consapevolezza tra il vagabondaggio casuale, e pur sempre – sistematicamente! – disposto alla meraviglia, e la ricerca mirata. Attenzione, però: da ogni esperienza di lettura si diramano, come rete sempre più estesa, altri viaggi, incuranti di barriere di genere e generi; da ogni lettura prendono l’avvio altre considerazioni che occupano a pieno diritto quello che potremmo definire il “livello meta-”. Si tratta infatti di riflessioni sui procedimenti di lettura e di scrittura, sui meccanismi dai quali scaturiscono gli impulsi alla narrazione del sé e alla trasposizione di questi meccanismi nelle dinamiche sociali, che si caricano di una inusuale densità di significati e si elevano su un piano universale di condivisione.
Le riflessioni di Maxie Wander mi offrono l’opportunità di rinvenire proprio in quella «storia dell’io e del suo giocare a fare effetto» uno degli ostacoli più duri da rimuovere al passaggio di “un altro sguardo” dal margine – posizione nella quale viene solitamente relegato – alla pienezza, come è specificato nel sottotitolo di questo contributo. Se è l’io unilateralmente teso a fare sfoggio di sé, sordo a voci differenti da quelle che si trascinano sulla sua scia, sarà solo la capacità, animata da un moto che non sia solo rettilineo, di percepire e accogliere modalità di percezione e rappresentazione diverse dalla propria, a sottrarre alla condizione di marginalità, di lontananza dal mainstream, quello sguardo altro, ad affiancarlo allo sguardo proprio, allo sguardo anche frettolosamente riconosciuto come ‘familiare’, in vista del raggiungimento di una vera pienezza.
Non si tratta di un appello a “quote rosa” in antologie e manuali, ché il criterio compilativo e meramente quantitativo non solo sarebbe una vuota concessione lasciata cadere dall’alto, ma, soprattutto, non è in grado neanche lontanamente di scalfire approcci tanto radicati nell’uso e nelle convenzioni da agire come condizionamenti irriflessi. Si tratta, piuttosto – e nel senso praticato da Ruth Klüger in quel libro esemplare e purtroppo mai tradotto in italiano, Frauen lesen anders (“Le donne leggono diversamente”, dtv, München 1996) – di ampliare l’orizzonte, estendere la visuale, praticare gli “approcci plurali” non solo alle lingue e alle culture, ma anche a tutte le letterature.
In tale cornice di riferimento e, insieme, di aspettative, mi giungono particolarmente incoraggianti, proprio nel segno dell’incontro tra attività di scrittura ‘in proprio’, critica letteraria e teoria della letteratura (e qui mi permetto di menzionare, accanto a quello di Ingeborg Bachmann, il cui testo Letteratura come utopia è stato tradotto, altri nomi di scrittrici provenienti dall’area di lingua tedesca, i cui testi di critica letteraria dovrebbero essere resi accessibili, mediante la traduzione, a un numero sempre più ampio di lettrici e lettori: Hilde Domin, Felicitas Hoppe, Marie Luise Kaschnitz, Maxie Wander, citata in apertura nella mia traduzione), gli esempi di Maria Borio, Sonia Caporossi, Viviana Scarinci, Alessandra Trevisan.
Gli itinerari di lettura percorsi, gli strumenti di indagine riconosciuti e messi alla prova, la visuale indicata mostrano vie di accesso ai singoli testi presi in esame, a correnti e autori, alternative e particolarmente feconde. In Poetiche e individui Maria Borio indica nelle poetiche un criterio valido e alternativo ai generi per seguire l’evoluzione della poesia italiana dal 1970 al 2000. In Da che verso stai?, opera che fa chiarezza su senso, significatività e strumenti della critica letteraria, Sonia Caporossi individua nei temi e nei motivi una alternativa alla classificazione per generi. La monografia Elena Ferrante di Viviana Scarinci (recentemente tradotta in tedesco con il titolo Neapolitanische Puppen**) mostra come l’analisi di testi letterari nulla ha a che vedere con la ricerca, che può diventare morbosa, della coincidenza autobiografica, e si propone come una ragguardevole “buona pratica” nella critica. In Goliarda Sapienza, Una voce intertestuale Alessandra Trevisan mette in guardia dall’adesione acritica, quasi ‘fideistica’ a modelli di lettura dell’opera di una scrittrice (la cui dimensione di lettrice e critica meriterebbe attenzione ben più approfondita di quella fin qui dedicatale) che hanno sofferto di un confinamento e di una catalogazione limitati. Esporre, per così dire, la ’cassetta degli attrezzi’, avere il coraggio di andare oltre, percorrere altri sentieri, sono qualità comuni al lavoro delle autrici qui menzionate, che indicano una via di uscita dalla condizione di marginalità della critica a uno sguardo più ampio, ‘un altro sguardo’.


* articolo apparso originariamente sulla rivista «Zer0Magazine 2018»
** di recentissima pubblicazione è: Viviana Scarinci, Il libro di tutti e di nessuno. Elena Ferrante Un ritratto delle italiane del XX secolo, Iacobelli editore 2020. Il volume sarà presentato sabato 3 ottobre 2020 presso la Casa Internazionale delle Donne, Sala Lonzi, a partire dalle 10,30. L’incontro è organizzato dalla Società Italiana delle Letterate in collaborazione con Leggendaria e Letterate Magazine.


Bibliografia
Maria Borio, Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000, Marsilio Editori, Venezia 2018
Sonia Caporossi, Da che verso stai? Indagine sulle scritture che vanno e non vanno a capo in Italia, oggi, Marco Saya Edizioni, Milano 2017
Hilde Domin, Gesammelte autobiografische Schriften, Fischer, Frankfurt am Main 2009 [1998] (la traduzione di un brano dal libro, ad opera di A.M. Curci, si può leggere su Poetarum Silva: https://poetarumsilva.com/2016/02/22/gli-anni-meravigliosi-21-hilde-domin/)
Felicitas Hoppe, Sieben Schätze. Augsburger Vorlesungen, S. Fischer Verlag, Frankfurt am Main 2009
Marie Luise Kaschnitz, Zwischen Immer und Nie. Gestalten und Themen der Dichtung, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main 1971 (la traduzione di un brano da questo libro, ad opera di A.M. Curci, è stata pubblicata nel 2011 sul blog „Cronache di Mutter Courage”: http://muttercourage.typepad.com/cronache_di_muttercourage/2011/08/met%C3%A0-della-vita-la-mia-poesia.html)
Ruth Klüger, Frauen lesen anders. Essays, dtv, München 1996
Viviana Scarinci, Elena Ferrante, e-book monografico, Doppiozero 2014
Viviana Scarinci, Neapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt von Elena Ferrante. Traduzione in tedesco di Ingrid Ickler, Launenweber, Köln 2018
Alessandra Trevisan, Goliarda Sapienza. Una voce intertestuale, La Vita Felice, Milano 2016
Maxie Wander, Ein Leben ist nicht genug. Tagebuchaufzeichnungen und Briefe, Frankfurt 1990 (la traduzione del brano è di A.M. Curci, pubblicata su Poetarum Silva https://poetarumsilva.com/2013/03/22/dal-diario-di-maxie-wander/)

Mantova, signori. Festlet

Durante i mesi del lockdown, oltre a svariate riflessioni di ambito economico e sanitario, uno dei pensieri che mi ha assillata è stata l’idea di perdere Mantova. La sineddoche (o forse la metonimia) sta per il FestLet, che da sette anni è per me il regno dell’inaspettato, il banco di prova delle mie perseveranze e la conferma della bellezza nel mondo. Perderlo, nell’economia dell’anno che per me inizia a settembre e non a gennaio come i bizantini, sarebbe stato come saltare un gradino con l’inciampo.
E invece sono riusciti nel miracolo, nonostante virus globali e il bruttissimo lutto dell’indimenticabile Luca Nicolini. “Coincidenze e miracoli”, mi dice in treno Fabio Stassi riguardo a tutt’altro, e io rido in attesa che il treno sfiori il Mincio perché è davvero miracolo, e lo dimostra fin dall’inizio con la coincidenza di un amico incontrato per caso in stazione per una comune tratta di treno. Non ho presenziato ai suoi eventi, sulla mia amata letteratura per ragazzi, e me ne dispiaccio. Saranno stati bellissimi, e ne avrò conferma non appena l’Archivio, magnifica istituzione del FestLet, me ne darà l’occasione.
Il mio è un capolino di pochi giorni. Mi siedo ad ascoltare Luca Daino e il suo profondo studio di Raboni, troppo, autore troppo vasto, per lui, per essere definito “lombardo” se non addirittura “epigono della linea lombarda”, e piuttosto “autore europeo”. Daino si concentra sulle critiche di Raboni e più specificatamente sulle stroncature che comparivano nei giornali e nelle riviste per le quali collaborava, critiche verso le “opere false”, che assecondano i gusti del pubblico «mostrando i lustrini dell’arte alta» per illudere il pubblico di avere gusto; opere che sono spinte non dalla forza del loro valore ma da quella dell’ufficio stampa e di parte della critica letteraria. Vittime illustri di queste stroncature sono state Tamaro, Eco, perfino Borges, «effetto ottico di grandezza».
Nella stessa tenda a Piazza Sordello, un po’ diversa per adattarsi al momento storico (tutto a Mantova è sempre stato adattamento e ricerca di soluzioni ed elasticità).
Nello stesso luogo, quella sera, Michela Murgia e Chiara Valerio proseguono il gioco che tanto ci ha tenuti divertiti durante il lockdown, la tenzone verbale di “Buon vicinato”, l’arte di tirare a sorte l’accordo o la contrarietà su un argomento e svilupparli fino all’estremo dell’oratoria. Il tema del loro incontro al FestLet riguarda appunto l’opportunità dei Festival. Tra le molte cose che si dicono, paradossalmente tutte condivisibili, un concetto di Murgia mi colpisce molto: come il lettore accampi diritti sul corpo dell’autore per il solo fatto, del tutto estraneo a ogni patto di confidenza interpersonale, di aver letto un suo libro. Come pretenda di conoscerlo in virtù di uno scritto che il più delle volte è diventato estraneo all’autore stesso. E io, che sono una grande estimatrice del pudore, mi chiedo se mi sono mai presa confidenze che scavalcassero il mutuo accordo tra due umani (e chi ha letto le mie cronache mantovane del passato sa che in questo momento c’è almeno un Cunningham al mondo che sta annuendo vigorosamente). Continua a leggere

Inediti da “Memoriale del fiume” – di Alessio Paiano

 

CRONACHE CITTADINE
(UNA VISIONE)

o l’abbozzo di un poema impossibile

 

Scena: Cupola della Basilica di San Marco

IV. (inizio della visione)

La ballata degli angeli ritorna:
nei girotondi di corti dorate
bocche incantate accordano lamenti
e tessono sudari ai redentori.

Non resta che disfare le trame
ritornare alla linea di partenza
dove è rimasta una parola, un’orma
evaporata nei rimandi del tempo.

V.

La scena dell’Apocalisse dice:
dal tuo grembo, madre, partorirai un re,
e ai piedi giungeranno sette teste
alate a divorarti il pube e il figlio.

Per mille duecento sessanta giorni
vagherai al suono di una triste voce;
visioni di serafini eccitati
chiederanno il perdono dei peccati.

Scena: Piazza San Marco

IX.

Usciva. Si ritrovò ubriaco tra la folla,
intontito da quel sogno profondo.
Barcollava verso il molo,
poi spariva in una macchia indistinta.

Le stanche navi di un altro pianeta
suonavano i confini dei secondi,
e da quel sogno andato, una parola,
un addio, trascinavano le maree.

 

MEMORIALE DEL FIUME
(ERINNERUNG)

I.

M’appare una memoria-discarica ammassata al fondo:
so che dovrò strapparti via come un’ortica del cuore

Per l’ultima volta mi vedo nel sueggiù da un altro mondo,
avvolto in una giacca che sa di crisalide scura,
mi guardo nel volto di bestia che chiede aiuto
…………………………………….(gli dico: non so, resta qui)

eccomi allora biglia che rotola e rimbalza
m’indico e ti dico io qui m’abbandono girare
 
sui gradini d’una chiesa a picco sul mare,
tu che da anni non parli e io che ti dico
ma noi qui tutto già travalicammo.

IV.

Alzavamo lo sguardo su quel sole sempre alto sulle mura:
la luce che bruciava la terra tracciava gli antichi lineamenti,
e il volto rugoso della Storia sedeva dormendo sull’alta palma.

Perché allora indicarti nelle increspature le rotte della pietra,
le diramazioni dei secoli che le dita seguivano incredule,
le dita che scatenavano su noi l’aggrovigliarsi polveroso
dei giorni, un franare del tempo nella sua pioggia sottile.

Ce ne andavamo al tramonto con il sole conficcato sulla spalla
e un’anima scheggiata disperdevamo tra i vicoli. Continua a leggere

Premio Letterario Nazionale Gianmario Lucini, II edizione

Se vai lungo la costa dello Jonio
da Reggio a Squillace, osservali
gli scheletri di muri che la ‘ndràngheta
ha disseminato lungo il litorale
e rifletti se questo è il Paese
magnifico che abbiamo ereditato
dagli antichi Greci e dai Normanni.

Considera poi che la bellezza
è soltanto una piccola preda
nel carniere dei loro misfatti:
rifletti sulla tua stessa vita
aggrovigliata nel disordine e nel grigio
dell’incertezza che ti consegna inerme
a giochi segreti e perversi

di massoni deviati;
non crederti indenne perché abiti a Milano
o al Nord o in Inghilterra,
in ogni Paese ormai la guerra
unilaterale è da tempo dichiarata:
la ‘ndràngheta avanza, il mondo
le cade tra le braccia
– illuso di sconfiggerla
con l’efficienza della polizia
o il candore dei fragili versi
d’una poesia –

(Gianmario Lucini)

 

Premio Letterario Nazionale GIANMARIO LUCINI
II edizione

Dal 2019 il “Premio Gianmario Lucini”, in ricordo del poeta valtellinese, critico e editore scomparso nel 2014, che per anni ha diffuso i valori della poesia, in particolare quella di impegno civile e di contrasto alle mafie. Il Premio è sostenuto dal Comune di Piateda (Sondrio).

 

REGOLAMENTO – II edizione del Premio Letterario Nazionale “Gianmario Lucini” 2020

Il premio è articolato in due sezioni:

sezione A, raccolta inedita;
sezione B, poesia inedita (max 3 poesie).

 

I.
Sezione A

Si partecipa con una raccolta inedita – minimo venti poesie, massimo quaranta poesie (i testi in lingua diversa dall’italiano, devono affiancare al testo originale la traduzione in lingua italiana) da inviare
– con posta elettronica a premiolucini@poiein.it entro la data del 30 settembre 2020 in formato doc o pdf, in un unico file allegato denominato con NOME e COGNOME (ad esempio GianmarioLucini.pdf) e con in oggetto Sezione A.
Nel messaggio della posta elettronica vanno indicati nominativo, indirizzo, recapito telefonico e indirizzo email dell’autore, e i partecipanti devono inoltre dichiarare, assumendosi ogni responsabilità, che le opere presentate sono inedite e mai premiate in altri concorsi: tale dichiarazione deve essere contenuta nel corpo della email.
I partecipanti devono allegare anche una copia della distinta di bonifico della quota di partecipazione di € 10,00 (si veda Articolo 3 del Premio).
Ai fini della corretta partecipazione, vale la data di spedizione delle opere. La Segreteria del Premio avrà cura di inviare a ogni partecipante una notifica di avvenuta ricezione della email e della distinta di bonifico. Le opere inviate non verranno restituite.
I partecipanti, nel caso di vittoria di un altro premio o analogo riconoscimento che preveda la pubblicazione del volume con la stessa raccolta, sono tenuti ad avvisare la Segreteria del Premio, ritirandosi ufficialmente (la quota non sarà rimborsata).
Tutti i dati raccolti verranno trattati nel rispetto dell’art. 13 del D. Lgs 30 giugno 2003 n. 196 e dell’art. 13 del GDPR (Reg. UE 2016/679).

 

II.
Sezione B

Si partecipa alla sezione con la presentazione di poesie inedite per un massimo di tre (3) e i testi in lingua diversa dall’italiano, devono affiancare all’originale la traduzione in italiano
– con posta elettronica a premiolucini@poiein.it entro la data del 30 settembre 2020 in formato doc o pdf, in un unico file allegato denominato con nome e cognome (ad esempio GianmarioLucini.pdf) e con in oggetto Sezione B
La posta elettronica va spedita con il nominativo, indirizzo, recapito telefonico e indirizzo email dell’autore, e i partecipanti devono inoltre dichiarare, assumendosi ogni responsabilità, che le opere presentate sono inedite e mai premiate in altri concorsi: tale dichiarazione deve essere contenuta nel corpo della email. I partecipanti devono allegare anche una copia della distinta di bonifico della quota di partecipazione di € 10,00 (si veda Articolo 3 del Premio).
Ai fini della corretta partecipazione, farà fede la data di spedizione delle opere. La Segreteria del Premio avrà cura di inviare a ogni partecipante una notifica di avvenuta ricezione della email e della distinta di bonifico. Le opere inviate non verranno restituite.
Tutti i dati raccolti verranno trattati nel rispetto dell’art. 13 del D. Lgs 30 giugno 2003 n. 196 e dell’art. 13 del GDPR (Reg. UE 2016/679).

 

III.
Quota di partecipazione

Per il Premio Lucini – Sezione A è richiesto, a titolo di contributo, un importo di € 10,00.
Per il Premio Lucini – Sezione B è richiesto, a titolo di contributo, un importo di € 10,00.

I versamenti dovranno essere effettuati sul conto corrente bancario IT 27P0569611000000035650X51, intestato ad Associazione Culturale POIEIN – Via Bonfadini 38, Sondrio (SO), Banca Popolare di Sondrio, entro e non oltre la data del 30 settembre 2020. Dovrà essere riportata come causale: il nome e il cognome del partecipante, e la dizione “Contributo Premio Lucini Sezione” indicando la Sezione A oppure la Sezione B.

 

IV.
Giuria

Le opere verranno selezionate e premiate a insindacabile giudizio dal Comitato composto da:

Presidente: Marina MARCHIORI

Giuria: Cristina BABINO, Luca BENASSI, Anna Maria CURCI, Massimiliano DAMAGGIO, Donato DI POCE, Alessandra GIAPPI, Giovanna IORIO, Francesca MARICA, Simone MOLINAROLI, Christian SINICCO, Ottavio ROSSANI e Francesco TERZAGO.

 

V.
Premi

Sezione A

La Giuria selezionerà tre finalisti, dandone comunicazione ufficiale e pubblica. Sarà premiato il primo classificato. Il vincitore riceverà un premio in denaro di euro 200,00 e la pubblicazione del volume nell’anno successivo a quello della premiazione (2021) con la casa editrice Vydia.

Sezione B

La Giuria selezionerà tre finalisti, dandone comunicazione ufficiale e pubblica. Sarà premiato il primo classificato. Il vincitore riceverà un premio in denaro di euro 300,00.

*L’Associazione POIEIN si riserva la possibilità di aumentare l’ammontare dei premi, dandone ampia e preventiva comunicazione, nonché istituire eventuali premi aggiuntivi anche per altri classificati. La Giuria si riserva altresì di segnalare le opere in concorso, la rosa di segnalati e finalisti, sui siti e le pagine del premio, nonché in quelle dei media partner.

 

VI.

Premiazione e scadenze del Premio

La premiazione si terrà sabato 28 novembre 2020 a Piateda (Sondrio).
Si avvisano i concorrenti che i premi in denaro dovranno essere ritirati personalmente durante la cerimonia di premiazione, pena la decadenza da ogni diritto inerente alla riscossione. I premiati e i finalisti verranno tempestivamente informati di persona dal Comitato organizzatore e saranno tenuti a confermare o meno la loro presenza alla cerimonia.
Tutti i partecipanti sono comunque invitati, fin d’ora, a intervenire alla premiazione.
Ulteriori informazioni sul Premio sono disponibili sul sito poiein.it e sui siti dei mediapartner.
La scadenza del Premio potrà essere prorogata, nonché la data della Cerimonia di Premiazione potrà subire variazioni. Eventuali proroghe e variazioni saranno comunicate sul sito Poiein.it.
La partecipazione al concorso implica l’accettazione di tutte le norme previste dal bando.

 

Segreteria del Premio e Comitato organizzatore

Associazione POIEIN
Via Bonfadini 38 – 23100 Sondrio

Presidente dell’Associazione
Marina MARCHIORI

Componenti del Comitato organizzatore
Francesca MARICA, Massimo MIRABILE, Giuseppe NIBALI, Michele RANIERI, Claudio PROTTO, Christian SINICCO.

 

 

Con il contributo di

Comune di Piateda

Biblioteca Civica di Piateda

Officina delle Idee

 

Con la collaborazione di

Vydia editore d’arte

 

 

Media partner

Poesiadelnostrotempo.it, Poetarumsilva.com

 

Antonino Caponnetto, Come un libro mai scritto

Antonino Caponnetto, Come un libro mai scritto
Prefazione di Anna Maria Curci. Postfazione di Liliana Arena
Campanotto Editore 2020

Che «un Eden sia pensabile ed umano»: Sulla poesia di Antonino Caponnetto

La similitudine che dà il titolo alla raccolta di Antonino Caponnetto, Come un libro mai scritto, assume la misura di un settenario e prelude a un percorso breve – trentacinque testi – e, tuttavia, molto ricco per le direttrici disegnate e per le prospettive che vengono di volta in volta intuite, schiuse, quando non addirittura messe a nudo. L’introduzione a questo libro seguirà dunque un itinerario per direttrici e per prospettive.
Ecco, dunque, le direttrici di una raccolta che tiene conto della pluralità di lingue, di linguaggi e di fonti letterarie di nutrimento, ancora prima che di riferimento: l’assunzione di responsabilità, il ruolo della storia, la meditazione che diventa testimonianza.
Chi, per primo, si assume responsabilità, è il poeta, nel suo vivere nella storia e nella sua relazione, in continuo divenire, con un mistero che viene sfiorato, accarezzato, scosso, assaltato, perché riveli e si riveli. Il componimento iniziale, Versi per un cantore, disegna in tal senso, nelle quattro quartine che lo compongono, un vero e proprio programma: «Come antico profeta reso cieco/ dai capricci d’un dio, tu guardi e vedi/ con l’occhio della mente l’ampio stormo/ delle gru cenerine alzarsi in volo». Guardare e vedere, vedere dopo aver semplicemente guardato: non a tutti è dato questo talento che è, contemporaneamente, fardello da portare con sé, stigma e peso della diversità, in un viaggio fuori di sé, per ricongiungersi all’Uno che racchiuda anche l’Altro: «vago d’un Sé o d’un Dio cui tu, mortale/ ricongiungerti aspiri, farti uno/ con quell’Altro te stesso, e non pensarti / un casuale specchio d’universi».
La sete d’infinito, che il poeta asseconda nel suo perenne sollecitare, dà vita a un moto a onde che si susseguono con ampiezza crescente, a un movimento che tutto vuole comprendere e che, per esplicita dichiarazione del poeta, è innanzitutto avvolgente, come testimonia il frequente ricorso all’enjambement, e che si avvolge attorno a quel mistero che di quel moto è, insieme, scaturigine e meta.
Dall’assumersi responsabilità, da parte del poeta nella professione del suo guardare e vedere, nel moto che si propaga dalla sua sete d’infinito, deriva la schietta consapevolezza circa la strumentazione che non solo guida il suo viaggio, ne illumina le coordinate, ma ne irrobustisce, oltre a ciò, la costituzione o, viceversa, sa liberarsi dalle zavorre, in modo da favorire l’ascesa. La parola, il suo congiungersi e affiancarsi ad altre parole in un discorso che non si presta a equivoci e che pure si sa articolare per molteplici snodi e costruzioni complesse, è parola che dialoga con il silenzio, con il fecondo silenzio, proiettato nel futuro: «Lenta si spoglierà la lingua d’ogni/ parola obliqua ed abusata fino/ a quel confine in cui solo il silenzio/ esisterà e lo sguardo finalmente/ di là dall’orizzonte potrà andare» (Lingua).
Vive il poeta, che pure anela al mistero, nella storia, e al suo insegnamento, dai più scansato, sciattamente o accuratamente evitato, non vuole sottrarsi. Ma il poeta guarda e vede, e sa riconoscere, nei grumi sanguinari e nello scorrere, non di rado a fiotti violenti, della storia, gli “emblemi” della minaccia sempiterna, sia essa in maschera o in palese manifestazione: «Era un Signor Nessuno l’Imbianchino/ del quale Brecht cantò le nefandezze/ Ma la storia ne fece un dittatore,/ un nero emblema della distruzione,/ come forse farà delle feroci/ e sanguinarie belve che dall’ombra/ emergono per darci un altro mondo» (Emblemi).
La consapevole cura dei propri strumenti e le considerazioni, attuali e inattuali, circa il legame tra poesia e storia, nutrono una meditazione che si fa testimonianza, testimonianza dei limiti, così come dei felici ancorché episodici superamenti di quei limiti. Ne nascono ipotesi non banali di nuove combinazioni, di nuove coniugazioni: «Io non credo, lo sai, che la parola/ senza un exemplum vitae, sia capace/ di far diverso in te l’intero mondo// Nel silenzio confido e nell’istante/ del più puro risveglio, quando appare/  in piena luce il volto della vita» (Exemplum vitae). Continua a leggere

In viaggio nella Grecia di Patrick Leigh Fermor. L’eredità del Mani (di Aldo Spano)

We shall not cease from exploration
And the end of all our exploring
Will be to arrive where we started
And know the place for the first time.
(T.S. Eliot)

Aveva ragione Ibn Battuta, l’instancabile viaggiatore di Tangeri vissuto nel XIV secolo, quando sentenziava laconicamente che “chi non viaggia non conosce il valore degli uomini”. Sin dai tempi più remoti, il viaggio – esperienza ben diversa dal turismo mercificato esploso nel XX secolo – ha indicato alle prime comunità umane il tortuoso percorso della conoscenza. Dalle narrazioni orali che attraversavano come un vento mite le coste del Mediterraneo, sorse uno dei pilastri della letteratura europea, l’Odissea, il poema dell’uomo che impara grazie a una incessante esplorazione. E su un viaggio allegorico Dante fonda il suo progetto letterario di inestimabile valore, destinato a mostrare la strada maestra ai contemporanei. Omero e Dante sono soltanto due esempi, per quanto illustri, del legame solidissimo tra viaggio e letteratura. Essi inoltre ci confermano, semmai ce ne fosse bisogno, che il viaggio è un’occasione di rara importanza che mette a nudo l’uomo, lo sfida, lo pone di fronte al limite, all’imprevisto e soprattutto all’altro da sé. Il viaggio non è mai un’esperienza solitaria. Non esistono approdi facili o scontati; ogni sentiero rivela l’impronta del divino, del caso, del fato. È la strada che illumina, come pensava Kavafis, la vera natura di ciascuno di noi. Se è vero tutto questo, non sembra insensato ripensare in questo momento storico a un modo nuovo di viaggiare, che non coincida con il consumo superficiale e narcisistico dei luoghi, ma che guardi in profondità, alle fenditure più nascoste e più vitali delle terre che visitiamo. A mio parere, utile in tal senso potrebbe essere la riscoperta di una delle massime (e forse delle ultime) espressioni della narrativa di viaggio del XX secolo, Il Mani. Viaggi nel Peloponneso, scritto dall’inglese Patrick Leigh Fermor e pubblicato per la prima volta nel 1958. Paddy (come lo chiamavano simpaticamente in patria) non era un rivoluzionario né un filosofo. Di lui si può dire certamente che è stato un narratore formidabile e un autentico viaggiatore. I suoi brillanti resoconti di viaggio, confluiti in opere letterarie di pregevole fattura, sono un crogiolo di saperi: letteratura, geografia, antropologia, linguistica. Già nel 1933, appena diciottenne, prese la decisione di girovagare tra le ceneri ancora fumanti dei due vecchi imperi, quello austroungarico e quello ottomano, saltati in aria in seguito al primo conflitto mondiale. Poi la seconda guerra, più disastrosa della prima, imprigionò la sua curiosità ribelle di cui tanto si lamentavano gli insegnanti della King’s School di Canterbury. Ma il viaggio più accattivante doveva ancora arrivare. La scelta della destinazione è singolare: la penisola del Mani, un lembo di terra del Peloponneso meridionale, una terra felicemente desolata, dimentica della storia più recente. Un cosmo duro e aspro come l’animo dei suoi più antichi abitatori, gli Spartani, e battuto per secoli da venti di guerra bizantini, veneziani e ottomani. Non è solo nostalgia ciò che anima la partenza, è un insieme di virtù: una irresistibile curiosità, una sensibilità vivida per l’antropologia e la storia e la ricerca del vero. Nel mondo postbellico che corre impetuoso verso la ripresa economica e l’omologazione, la periferia – quel Sud dell’Europa che sembra non mutare mai nonostante le scorrerie violente della storia – può ancora rivelare al viaggiatore le tracce di una vita autentica, sospesa tra passato e futuro. E in effetti la sua Grecia, come il meridione italiano di Pasolini, affiora quasi come un reperto di pregiatissimo valore su cui non si depositano né polveri accademiche né ideologia politica. Il Mani non è l’incantata Ellade di Pericle, né quella degli affollati voli low cost: è una Grecia intima, nuova e ineluttabilmente arcaica, un refugium, che odora di fichi bruciati dal sole, di paximadia e di salsedine. Il viaggio inizia a sud di Sparta nel 1948 insieme alla sua compagna di vita, Joan, a cui l’opera è dedicata. E di lì ha inizio una vorticosa catabasi verso la punta estrema della penisola, Capo Matapan, l’ingresso dell’Ade per gli antichi: una discesa dantesca alla scoperta dell’animo più vero dei greci. Ma, è chiaro, Fermor grazie ai manioti, gli abitanti del luogo, scoprirà se stesso. Il viaggio offre un ventaglio di voci, varie e vivaci, a cui lo scrittore presta sempre ascolto. Egli ha appreso la lezione dei maestri: proprio nelle vesti di un viandante, persino il più umile, si può nascondere la scintilla del divino. E nelle terre desolate come il Mani lo straniero non è mai solo: è intoccabile e sempre accolto, anzi grazie a lui si può sentire il respiro del mondo che circonda e, a volte, spaventa. Il libro è un affresco, a tratti barocco, di paesaggi quasi sempre brulli e accidentati: immobili – “era un luogo morto, astrale, un habitat di draghi. Ogni cosa era immobile”. Il Mani è un fossile arido e fecondo che custodisce canti funebri omerici, retaggi del paganesimo e miti sorprendenti: una incontaminata terra del rimorso o una Aliano, ancora più impenetrabile, che si distende a picco sul mare. Fermor ama narrare proprio come il suo mentore, Erodoto. L’Inglese accosta ingegnosamente la persuasione del racconto alla forza argomentativa e al resoconto storico (a volte, si può dire, persino troppo audace e fantasioso). E come Erodoto, Fermor è sedotto dall’eccezionale, da ciò che genera meraviglia e sorpresa. Non ha dubbi: è lo stupore scatenato dall’inatteso il motore della conoscenza. Alla fine del viaggio, il Mani non lascia delusi, ma schiude la quintessenza dell’animo greco, del nostro essere: la visione tragica e al contempo eroica dell’esistenza, una passione inarrestabile per la vita, le premure verso lo straniero (che è sempre un ospite prezioso), i tesori dell’amicizia, il dovere dell’ozio. Lo scrittore, incantato dalla luce accecante di quei paesaggi, decise di rimanere a Kardamyli, uno dei borghi visitati durante la sua escursione, che divenne la sua Itaca. Lì conversava insieme a Joan con i greci che lo accolsero e lo ascoltavano; e non di rado ospitava i viandanti che vedevano in lui l’incarnazione del nuovo Odisseo. E lì rimase fino alle soglie della morte, insegnando al viaggiatore di oggi a fermarsi, a non correre. Perché l’ozio, si sa, è fatale solo al mediocre.

Aldo Spano

Bustine di zucchero #51: Izet Sarajlić

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza. Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

sarajlic

La poesia Cambio d’indirizzo del poeta bosniaco Izet Sarajlić è datata 1976 che corrisponde all’anno della morte di Alfonso Gatto, cui è dedicata e col quale Sarajlić aveva stretto un forte legame di amicizia. Sarajlić visitò spesso l’Italia e, ci ricorda Erri De Luca, amava la lingua e la poesia italiana e, tra i poeti, naturalmente Alfonso Gatto. Forse una delle spiegazioni più poeticamente lucide della scrittura del poeta bosniaco la fornisce proprio De Luca quando dice che in guerra «un poeta è una specie di Noè, fa salire sulla sua barca di carta un raccolto di persone e luoghi, li conserva al riparo del diluvio e li fa sbarcare all’asciutto di un dopoguerra». Una testimonianza di questo attraversamento in Sarajlić è nei versi La classifica del fuoco in cui De Luca ricorda che, durante l’assedio di Sarajevo, fu necessario bruciare libri per riscaldare una casa, e quella rivediamo proprio la casa di Sarajlić il quale, per resistere agli inverni balcanici, bruciò libri nella stufa e scrisse poesie. Eppure, leggendo quella dedicata a Gatto, si comprende che questo tentativo di salvare volti e luoghi, Sarajlić lo applicava anche al di fuori del contesto bellico. Ogni sua poesia è un saluto di accoglienza all’umanità intera e ai posti dove l’umanità lascia il suo odore, le sue orme, i suoi sentimenti. L’ultimo indirizzo di Gatto è palesemente il peggiore («Era migliore persino quello/ del tempo di Mussolini:/ Alfonso Gatto,/ Casa circondariale,/Milano»). Ma se la vita di un poeta si spezza, ecco che un altro poeta lo fa salire sulla sua barca per preservarne la memoria. Pertanto la poesia si tramuta in un luogo di persone, uno spazio vitale di affetti e amicizie, di solidarietà e fratellanza; non sono solo memorie, ma momenti di un poetare immanente, una scrittura dell’umanità, non unicamente un poetare di oggetti e immagini, ma l’espressione del mondo. In altre parole la poesia è corale attraverso la voce sola del poeta. Dietro la cifra di una semplicità vigorosa troviamo un senso civile e di resistenza contro il male e le brutture del mondo, resistenza tradotta in un desiderio di bellezza persino nelle sofferenze più atroci («8 marzo novantaquattro./ La Sarajevo amorosa non si arrende» in Ultimo tango a Sarajevo) e negli eventi più drammatici come la perdita della moglie («ci sono rimasti soltanto/ questi nostri tristi incontri d’amore al cimitero del Leone./ Ti dirò/ anche quando nella mia disgrazia sono più felice:/ quando al cimitero mi sorprende la pioggia.// Mi piace da matti inzupparci di pioggia insieme!» in I nostri incontri d’amore al «Leone»). Quindi Cambio d’indirizzo conferma un’ulteriore e imprescindibile caratteristica che è fondante della poetica di Sarajlić, ed è l’amore come forza propulsiva, spinta quotidiana, ispirazione unica di un percorso. L’amore è il vero atto di denuncia contro la crudeltà del mondo. L’atto certamente più ostacolato («All’amore hanno dichiarato guerra./ Totale. Fino allo sterminio./ Che possiamo fare allora,/ noi di Trebinje?» in Poesia d’amore degli anni sessanta del secolo), ma di sicuro il più forte capace di tradurre ogni gesto nel linguaggio che accomuna ogni uomo nella solidarietà e nell’universalità.

 


Bibliografia in bustina
I. Sarajlić, Chi ha fatto il turno di notte (a cura di S. Ferrari, prefazione di E. De Luca), Torino, Einaudi, 2012.
I. Sarajlić, 30 febbraio. Poesie dal 1950 al 1998 (a cura di S. Ferrari), Genova, San Marco dei Giustiniani, 1999.

 

 

Considera David Foster Wallace (a cura di Giulia Bocchio)

Considera David Foster Wallace
a cura di Giulia Bocchio

Alzi la mano chi ha letto Il pianeta Trillafon in relazione alla Cosa Brutta e ha poi pensato “accidenti, quel pianeta è più affollato di quanto uno non creda, forse ci sono stato”. Chi l’ha letto capirà perfettamente questo riferimento. Chi non ha alzato la mano legga quanto segue.
Di David Foster Wallace non bisogna fidarsi, bisogna piuttosto af-fidarsi e, vista la portata di questo immenso autore, la differenza è notevole.
Per scomodare i classici si potrebbe dire che la sua lucidità e il suo acume somiglino a un Émile Zola con la potenza di Dante e tutto il disperato virtuosismo di Paganini. Ma c’è dell’altro nelle opere di Wallace, vale a dire tutto: c’è David Letterman, gli anni Novanta, la pubblicità, le droghe, la cultura americana, la depressione, il rap, la tristezza, l’ironia tagliente, la comicità grottesca, la poesia, la metafora, l’avant-pop e c’è persino Wittgenstein, la trigonometria, le scuole di scrittura, il tennis, il porno, le elezioni, le aragoste e tutto quello che chiunque ha sperimentato almeno una volta nella vita.
E non si tratta dei grandi sentimenti universali di sempre, certo ci sono anche quelli, ma in Wallace c’è soprattutto il dettaglio, quel maledetto dettaglio, quello che fa sempre la differenza, quel dettaglio con il quale fare i conti; c’è la sfumatura, c’è quella crepa che racconta alla perfezione una ferita senza aver bisogno di citare il sangue. Tanto sappiamo tutti cos’è una ferita.
Wallace piuttosto ti racconta l’arma, di come spesso è impossibile difendersi, o di quanto difendersi non sia poi proprio la soluzione, può sempre servire una ferita: per ridere, per recriminare qualcosa, per dare la colpa a qualcuno. A te stesso per esempio.
Ma, attenzione, non c’è nulla di triste in tutto questo, David Foster Wallace ha scritto libri che conservano un sarcasmo e un’ironia che sa di meraviglia e ha scritto storie che hanno fatti i conti con la realtà reale e con l’importanza della parola, della lingua in una maniera che ha cambiato per sempre la letteratura americana degli ultimi decenni.
Geniale, rivoluzionario, contorto e poliedrico, le sue sono frasi lunghe una pagina, note elefantiache, termini complessi, padronanza assoluta di un lessico che deve molto alla filosofia ( e a cosa se no, direbbe Seneca ) perché, l’autore in questione, nato a Ithaca, NY, nel 1962, cominciò più o meno da lì, con una laurea in letteratura inglese e filosofia appunto, con una tesi complicatissima che proponeva una soluzione al problema del rapporto fra semantica e modalità fisiche legate al tempo, alla logica-matematica ecc… Continua a leggere

“Il sabato tedesco” #2: Erich Loest, “Una ruga, sottile come tela di ragno”

“Il sabato tedesco”, rubrica da me curata per Poetarum Silva, prende il nome da un racconto di Vittorio Sereni e si propone di raccogliere riflessioni, conversazioni, traduzioni intorno a testi letterari. (Anna Maria Curci)

Erich Loest, foto del 2001, ©picture-alliance/dpa

 

Sette anni fa, il 12 settembre 2013, moriva a Lipsia Erich Loest, che sulla storia tedesca – cronaca, testimonianza, critica – non ha fatto mai mancare la sua voce di narratore. Dal racconto Eine Falte, spinnwebfein (“Una ruga, sottile come tela di ragno”), composto nel 1974, ma pubblicato nel 1979 nella raccolta Pistole mit sechzehn, propongo di seguito un brano nella mia traduzione. Come scrive Paola Quadrelli nel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura della DDR, «La vicenda si svolge nell’arco di una mattinata. Una quattordicenne, Monika Haubert, è in lizza per l’ammissione alla EOS; una mattina a colazione la madre della ragazza, che ha ricevuto indiscrezioni al riguardo dall’insegnante di Monika, informa la figlia che solo due studenti saranno ammessi alla “classe preparatoria». Un candidato di sicuro successo è Hotte, che aspira alla carriera di ufficiale e che nonostante il suo comportamento indisciplinato e la media dell’1,4 è privilegiato nelle procedure di ammissione; si contendono il secondo posto Angelika, la migliore amica di Monika, con la media dell’1,19 e la stessa Monika che ha una media lievemente inferiore, 1,21» (p. 183), Il “Leistungsdruck”, la “pressione produttiva”, l’urgenza di successo scolastico a tutti i costi assume nella vicenda qui narrata caratteristiche e conseguenze drammatiche. Monika suggerisce ad Angelika la soluzione errata di un esercizio; quella sera, davanti allo specchio, scorge sotto le palpebre la prova della sua mutazione: una ruga “quasi impercettibile”, “sottile come tela di ragno”.

L’acqua bruciava sulla pelle tesa, scorreva gelata negli occhi aperti, che ne divennero lucidi, così si diceva. La situazione era ancora tutta fluida, poteva cambiare. Ma come risultato di medio termine: Angelika Arndt con 1,19 davanti a Monka Haubert con 1,21, poi Hotte Manzelt con al massimo 1,4, ma i ragazzi venivano generalmente preferiti alle ragazze, il posto di Hotte alla EOS era sicuro. Un numero pari di ragazzi e ragazze veniva ammesso alla EOS, e per un attimo Monika permise al pensiero di essere respinta di affacciarsi alla sua mente, ecco che si spalancò un buco nero, lei dimenticò di chiudere la bocca, si strozzò, si chinò sulla vasca e tossì. Non essere ammessa alla EOS: questo era come la paura di una malattia spaventosa, come andare sotto a un tram e perdere una gamba. EOS e licenza liceale e università, il diritto all’istruzione, così si era sentita dire in continuazione, e diventare ingegnere come papà o studiare al Politecnico come Ralph, non doveva mica essere per forza medicina. Neanche per sogno, avrebbe potuto perdere una gamba o ammalarsi di meningite e diventare demente e se ne sarebbe stata seduta in un angolo con volto vitreo, e Ralph avrebbe fatto sfilare i suoi amici, alzando il sopracciglio, davanti alla sorella deficiente. Monika portò indietro la testa e respirò in modo regolare, smise di tossire. Pensò: non pensare a null’altro, non figurarsi in anticipo quello che sarebbe successo, non descriverlo.*

Erich Loest, da: Eine Falte, spinnwebfein, in: Pistole mit sechzehn. Erzählungen, Hamburg 1979 – il racconto è alle pagine 219-228
(traduzione di Anna Maria Curci) Continua a leggere

Francesco Amoruso, Nessuna città (rec. di Raffaele Calvanese)

Francesco Amoruso, Nessuna città
Scatole Parlanti 2020

Nessuna città è l’ultimo libro di Francesco Amoruso pubblicato da Scatole Parlanti. Lo scrittore e saggista, originario di Villaricca, ha già pubblicato vari libri tra cui la raccolta di racconti Mangiando il fegato di Bukowski a Posillipo nel 2017 che testimonia il suo sconfinato amore per l’autore americano su cui Amoruso ha speso parte della sua produzione accademica e di lettore.
Pubblicare un libro in piena pandemia non è cosa semplice, ci vuole coraggio e intraprendenza, doti che all’autore e al suo editore non mancano. Francesco Amoruso ha tra le sue doti non solo la scrittura su carta ma anche quella legata alla musica, ha pubblicato infatti un album (Il Gallo Canterino) nel 2014. Chi ha avuto modo di ascoltare le sue canzoni riconoscerà nel libro molte delle tracce caratteristiche della penna di Francesco. Un’esplosione di parole, di immagini, di calembour che vanno a consolidare una prosa ricca e intensa, in una parola: sanguigna.
Il dialetto è il grande collante della narrazione, non a caso alla fine della storia troviamo un glossario minimo che è una sorta di mappa geografica che capace di guidarci nelle sfumature del testo più sentite dall’autore.
Poesia e polvere, questi sono gli estremi (vedi alla voce Bukowski) che si intrecciano appunto in Nessuna città dove Marco e Dana, i protagonisti, come in un film di Inarritu si muovono in una città senza nome partendo da luoghi lontanissimi tra loro, cercando prima loro stessi tra i vari fallimenti che ognuno nella vita porta con sé, e poi quasi quando non ci pensavano più trovano l’altra persona quasi andandoci a sbattere addosso.
Grande protagonista, mai citata davvero ma sempre presente, è una Napoli futuristica e non proprio futuribile in cui molti dei problemi odierni sono portati alle loro più estreme conseguenze e in cui come liquidi gli abitanti cercano di adattarsi. È un atto d’amore e di odio questo libro per un luogo che fa innamorare e poi tortura con piccoli grandi gesti di repulsione ogni giorno. In questo scenario troviamo anche personaggi che si vorrebbero secondari ma che hanno piena dignità come Sabrina, Laura, Gennaro. Paco e Giovanni che con la loro umanità richiamano alla mente altre mille storie che tutti abbiamo incrociato prima nelle nostre vite.
Francesco Amoruso muove i suoi personaggi con delicatezza, come fossero persone di famiglia, cercando di fargli sempre trovare la famosa alba nell’imbrunire che ci circonda. A volte li sommerge di parole quando basterebbe farli camminare più leggeri, come due innamorati che si muovono nel trambusto di Piazza Garibaldi, ma è quando queste vite entrano nei vicoli più silenziosi che danno il meglio di loro.

© Raffaele Calvanese

Paola Deplano, Ricordo di Foscolo nel bicentenario di “To Callirhoe”

“Con tutta la sua dottrina e il suo ingegno, non avete perso niente se non avete visto Foscolo, egli è quello che il Dottor Johnson chiama ‘un compagno formidabile’, e si esprime col clangore di una tromba parlante, in un gergo misto di ogni lingua della madreterra, mai udito dai tempi della torre di Babele in qua”.[1]

Così scriveva il politico e pubblicista Joseph Jekyll alla cognata Lady Gertrude Sloan Stanley il 13 gennaio del 1818, vale a dire circa un anno dopo l’arrivo di Foscolo in Inghilterra. Questo “gergo” col quale il poeta suppliva alla sua scarsa padronanza dell’inglese era molto probabilmente un misto di italiano, dialetto veneto, neogreco, qualche parola di tedesco e il suo “francioso” sgrammaticato, appreso in ambito militare. Cosima Campagnolo, in uno studio in cui si indaga il rapporto fra Foscolo e le lingue moderne, avanza la suggestiva ipotesi che il poeta non riuscì mai a padroneggiare la lingua del Paese che l’ospitava a causa della sua provenienza zantiota. Secondo tale studio, il fatto che fosse cresciuto in una società in cui si usava il neogreco per le comunicazioni quotidiane e l’italiano in ambito amministrativo e ufficiale aveva generato in lui i tipici problemi dei soggetti bilingui, con continue interferenze tra un sistema linguistico e l’altro.  Questo sarebbe il motivo per cui gli anni inglesi sono costellati di prose ibride, in cui i passaggi repentini da un idioma all’altro sono talmente frequenti che in alcuni casi si fatica persino a capire in quale lingua egli intendesse realmente scrivere.[2]
A ciò si aggiunga il fatto – come osserva Paolo Borsa in Per l’edizione del Foscolo inglese – che diversamente da altri esuli italiani egli «non raggiunse mai una piena padronanza della lingua inglese. Non lo aiutavano né l’età ormai matura, che non predisponeva all’apprendimento di una nuova lingua straniera […] né l’assenza di una vera e propria necessità di acquisire una salda competenza dell’idioma del paese ospite, visto che il francese e l’italiano gli erano più che sufficienti a mantenere e sviluppare le sue relazioni in quei circoli esclusivi che tanto ricercavano la sua presenza.»[3]
Durante il soggiorno in Gran Bretagna, egli redigeva dei testi in un italiano semplificato e in un francese arbitrario affinché fossero poi resi in inglese per la pubblicazione da dei traduttori sempre più scadenti,[4] logica conseguenza del fatto che la sua situazione economica stava vieppiù peggiorando fino a trascinarlo in una spirale di debiti che gli costò persino un breve soggiorno in prigione.[5]
Solo in due casi, per quanto ne sappiamo, egli scrisse in inglese, sebbene pesantemente coadiuvato da amici e segretari: l’articolo Classical Tours, che sarebbe dovuto apparire sulla rivista «Quarterly Review» ma all’ultimo momento venne rifiutato dall’editore e la poesia To Callirhoe, di cui quest’anno ricorre il bicentenario della composizione.
Non è un mistero per nessuno la capacità che avesse il poeta di innamorarsi follemente di donne non sempre disposte a corrisponderlo. Caroline Russell, la destinataria di To Callirhoe, era una di queste: bella, colta, aristocratica, volontariamente nubile a ventott’anni, divenne per un Foscolo solo, pieno di debiti e malato un’ossessione nel vero senso della parola. Del resto, il padre di lei, un ex giudice in pensione due volte vedovo e con un’abbondante progenie, conoscendo i suoi polli lo aveva profeticamente avvertito: «Badate che Caroline vi farà girare la testa»,[6] ma ciò non valse a salvare il poeta dalle frecce di Cupido, anche perché la situazione si presentò molto favorevole all’amore:

Ospite graditissimo a Wimpole Street 62, l’illustre letterato frequenta la mensa dei Russell, le loro feste e i loro cenacoli, esibendosi in meravigliosi conversari al caminetto; spedisce e consegna di persona buoni libri da far leggere alle ragazze; con le due sorelle maggiori, Katherine – moglie di Mr. Jones e madre del piccolo Henry – e preferibilmente Caroline, legge e commenta in modo sinuoso le poesie del Petrarca, con particolare riguardo per quelle d’amore. A sua volta Caroline gli scrive per comunicargli qualche invito, per avere sue notizie se è malato, per rimandargli indietro i guanti e il bastone che la sera prima ha dimenticato sul divano per distrazione o di proposito, per chiedere lumi sulle prescrizioni che riceve dal medico per la sua dieta, in modo tale che al desco dei Russell possa trovare i cibi che meglio si convengono al suo stato di salute.[7] Continua a leggere

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