L’ultimo racconto, di Giorgio Pozzessere

a Marco

Era un vecchio scrittore ed erano trentatré mesi che si metteva davanti alla pagina bianca e non scriveva nulla. Tutto il paese credeva ormai che avesse perso il suo tocco e che avesse una forma di sfortuna simile a quella che avevano i protagonisti delle sue storie o che fosse la decisione del Signore Iddio di riequilibrare la vita dell’intera comunità. La moglie pensava che fosse solo molto stanco e che avesse perso la sua tranquillità.
Il vecchio scrittore non aveva più una vita piena da molto tempo e non ne dava colpa alla moglie. Aveva scelto quel piccolo paese del Sud proprio per la sua tranquillità e per la sua capacità di fermare il tempo. La prima volta che ci era passato aveva pensato che sarebbe stato adatto per la pensione e per riposare, e che il mare fosse bellissimo e ancora selvaggio. Lo aveva detto alla moglie, che aveva risposto con un cenno con la testa, senza emettere parola. Lei non era tipa da mare e non era tipa da piccolo paesino sperduto di una regione non sua: amava la vita nella sua città e gli impegni. Alla fine, però, aveva acconsentito e aveva chiesto il trasferimento.
Nel paese nessuno più gli si avvicinava: ogni volta che la gente lo incrociava sul viale o per strada cercava di evitarlo per non essere intaccata dal malocchio e non andare contro la Volontà di Dio, anche se continuava a dire che era per non disturbare la sua ispirazione. Solo una ragazza, che era stata sua allieva e che lo considerava un grande scrittore e un secondo padre, ogni tanto gli faceva una visita. Quella mattina era andata a trovarlo con due brioches e un cappuccino. Sapeva che era ciò che poteva metterlo di buon umore, ormai aveva imparato a conoscerlo.
La stanza era piena di libri accatastati a terra e in scatoloni, al centro c’era una scrivania grande con una macchina da scrivere e un foglio bianco. Il vecchio era seduto e fissava con le mani sulla testa la libreria di fronte a lui. C’era l’intera produzione di Thomas Mann, di Herman Hesse, di Jean-Paul Sarte, di Albert Camus, di Louis-Ferdinand Céline e tutta la collezione dei suoi libri con protagonista Francesco, il suo personaggio più famoso. Gli altri libri erano pieni di polvere.
– Ciao.
Il vecchio scrittore si mosse.
– Non ti ho sentito suonare, disse.
– La porta era aperta.
– Ah!
La ragazza gli si avvicinò.
– Ti ho portato la colazione. So che ti piace quella del bar.
– Grazie, non dovevi.
– Hai avuto qualche idea?
Il vecchio s’intristì.
No, niente.
– Vedrai che poi andrà meglio.
– Sì, è questo che si dice.
– Lo penso.
– Anche questo si dice.
La ragazza lo abbracciò.
– Forse devi solo staccare un po’, andare in giro.
– E per cosa? E per parlare con chi? Tutti pensano che sia un relitto dopo l’intervento.
– Non è vero. Io non lo penso.
– Tu mi vuoi bene. Sai, un tempo scrivevo senza fermarmi. Avevo le parole in testa. Le dovevo solo battere a macchina. Era facile.
– E perché non fai lo stesso?
– La mattina mi mettevo qua, guardavo i titoli di Mann o Hesse, sfogliavo le loro pagine e mi mettevo a scrivere. Fumavo una sigaretta. Era tutto facile.
– Sai che non puoi fumare.
– Ora la pagina è bianca, la sigaretta non c’è.
– Sai che non puoi fumare. Mangia la brioche.
– Ora nulla è facile, nemmeno pisciare.
Diede un morso alla brioche. Era alla marmellata di mirtilli, la sua preferita.
– Grazie, disse. È buona.
– So che ti piace.
Il vecchio s’incupì.
– Devi solo metterti e scrivere la prima frase. Poi tutto sarà facile, ne sono certa.
– No, il difficile è continuare. Iniziare è sempre facile.
La ragazza lo fissò. Le vennero le lacrime agli occhi. Il vecchio se ne accorse; finì la colazione.
– Le brioches erano proprio buone. Grazie -, disse.
Tolse il foglio dalla macchina da scrivere, lo appallottolò e lo buttò nel cestino.
– Anche i fogli bianchi vanno buttati quando non si riesce a scrivere.
– Sono convinta che anche i tuoi Mann, Hesse, Camus hanno avuto momenti del genere. E ne sono usciti. Bisogna avere fiducia.
– Sì, è questo che si dice.
La ragazza sospirò. La intristiva vederlo in quello stato, ma non sapeva come aiutarlo, come fargli tornare il buon umore.
– Devo andare, il mio turno inizierà fra poco.
– Sì, devi.
– Sai, dovresti comprare un computer e scrivere come fanno tutti ormai. Magari è questo.
– No, sono vecchio.
– E con questo? Ti insegno io, se vuoi.
-No, sono un uomo del passato. Ho le mie abitudini. E poi… non cambierà niente.
– Cambiare qualcosa, cambia qualcosa.
– Quando si è vecchi, l’abitudine è l’unica cosa che non si vuole cambiare. La parte finale della sigaretta fa schifo, ma non ha senso buttare la tua preferita per prendere la parte finale di un’altra che non ti piace.
La ragazza non seppe che dire.
– Devi andare, ora.
– Sì, devo.
Il vecchio scrittore la guardò prendere la giacca, mettersela, salutarlo e andare via. Prese un disco di Chet Baker e lo ascoltò tutto, sfogliando le pagine del Doctor Faustus e sonnecchiando. Anche se si sforzava, la sua routine non era più la stessa dall’intervento.
– Magari hanno ragione giù in paese. Magari ho perso il tocco, si disse, andando a letto.
Dormì tre ore piene, sognando gli scogli a strapiombo sull’oceano e le barche a vela. Sognò anche Kerouac che vomitava sangue a Big Sur e Leverkühn che prendeva la sifilide tra le bombe. Si svegliò alle due, non aveva fame. La moglie non c’era e non sarebbe tornata prima di sera. Decise di vestirsi e di uscire, poi si ricordò che tutto era chiuso e che in quel posto minuscolo non si poteva fare nulla tra le 14:00 e le 17:30. Volle provarci di nuovo, andò nel suo studio, prese un foglio bianco e lo mise nel rullo. Sospirò. Un tempo avrebbe acceso una sigaretta e avrebbe osservato il fumo diradarsi e assumere una forma, l’avrebbe osservata con una luce e, senza pensare a quello che stava facendo e che avrebbe dovuto fare e a come avrebbe dovuto farlo, avrebbe scritto del suo amato-odiato Francesco. E sarebbe stato soddisfatto per qualche ora, per qualche giorno, se fosse andata bene.
Ma adesso non c’era nessuna sigaretta, nessuna storia e Francesco non aveva più senso d’esistere. Rimase fermo per ore, pensando alla ragazza. Poi lasciò perdere; prese il foglio bianco, lo appallottolò e lo buttò. Uscì.
– Dicono che un vizio può servire in questi casi, si disse.
Ma, chiudendo la porta, già non ci credette più nemmeno lui. Continua a leggere

Mario Fresa, Bestia divina (rec. di Francesco Iannone)

Mario Fresa, Bestia divina
la Scuola di Pitagora editrice, 2020

Mario Fresa, poeta salernitano già con una bibliografia solidissima, ci regala con Bestia divina (la scuola di Pitagora editrice, 2020) una testimonianza di poesia autentica. Non sono, per onestà e temperamento, un dispensatore di elogi, né mi verrebbe mai in mente di essere disinvoltamente generoso quando si parla di poesia. Ma un uomo di fede è innanzitutto un uomo di speranza, e la mia speranza, da lettore “disperato” quale sono, è di imbattermi in una parola che abbia la ruvida spietatezza di un lanciatore di coltelli e, allo stesso tempo, la cara affezione del palpito che aspira ai tepori della fiamma. Con Bestia divina questo piccolo miracolo è accaduto. E allora un vento di gratitudine ha soffiato i suoi mulinelli di gioia nei miei occhi. Bestia divina è innanzitutto un libro di voci, voci che sopravanzano secche attraverso la sapiente costruzione di pensiero e visione. Il poeta scavalca i muri dell’io e si cala nel folto di un coro innamorato e crudo, si muove fra le rupi e il fardello, e qui c’è la bestia, la sua caduta terrestre, e fra la vetta e suoi cieli celesti (citando l’immenso Beppe Salvia), e qui c’è l’uomo proteso sui suoi stessi abissi. Quando in I Musici scrive «l’alternativa è diventare/ un altro nome; o una mosca, diciamo, d’allegria» penso che Fresa stia proclamando ciò che la poesia dovrebbe essere: un canto che fa splendere sulle labbra il nome degli altri e non per un vago senso d’amore per il mondo, ma per un dannato attaccamento a sé stessi, laddove l’atro è lo specchio amplificatore del nostro desiderio e della nostra ferita. Fresa riporta in cima il rosso succo di un melograno maturo: l’amore. E commuove quando scrive: «ci si ama perfino nel minuto/ del fuoco ben tirato sugli occhi», un distico che è il capogiro di un uomo al culmine del suo scavo interiore. È lo slancio esausto di chi anela farsi corpo di giardino dove una terra incolta incontra le cure di una mano amata. Fresa in questa raccolta smantella i recinti degli agi e osa turbando gli equilibri logici della sintassi tanto da creare talvolta nel lettore quegli spaesamenti necessari alla scoperta di strade nuove, sentieri inediti. E se il tempo fa balbuzie, è dal respiro fiammante – ancora torna l’immagine del fuoco quasi come in una carnale Santa Caterina da Siena – che si ri-nasce alla fine degli svenimenti, dopo i lunghi sonni, dopo le veglie ai capezzali di sé stessi. Fresa rincorre le svolte della vita, risale i precipizi del dolore consapevole che «il terreno, come d’incanto, ci spinge/ a essere vivi». Ed è proprio questa vitalità a rendere preziosa la poesia di Fresa nominandoci custodi delle sue più intime rovine. 

© Francesco Iannone

 

Fare poesia e cultura nel lavoro: “Epica quotidiana” di Ilaria Grasso (rec. di A. Raffaele)

Ilaria Grasso, Epica quotidiana
Macabor 2020
Fare poesia e cultura nel lavoro
di Antonio Raffaele

Quanto può essere pericoloso avere occhi distratti che si posano e non vanno oltre la superficie che rendiamo scivolosa non appena si presenta un problema, che solo apparentemente non ci appartiene? Quanto è cancerogeno il silenzio delle nostre labbra di fronte a quello che non va? E quanto è pericoloso continuare a delegare?
Epica Quotidiana è uno specchio a volte anche ironico, dove non solo ci si può riconoscere ma anche vedersi seduti su uno scomodo “sgabello” per non compiacersi troppo delle mancanze che non sono ad appannaggio esclusivo degli altri. Ilaria Grasso più che “scrivere poesia” preferisce “fare poesia” e d’altronde la poetessa si riconosce nei greci antichi per i quali “poiesis” si addice più al fare che non al dire. E meno male perché questo suo procedere fa riprendere alla poesia la sua funzione sociale che sembrava essersi persa e che ora da più voci fortunatamente riprende a parlare. Infatti nella prima sezione del libro non è un caso che si affidi a le gesta dei padri di un novecento ormai crollato e si chieda cosa potrebbe pensare oggi Rocco Scotellaro di fronte a un centro commerciale che ostenta una ricchezza di facciata e al suo interno la stessa se non peggiore fatica e povertà di allora. Per non parlare del lavoro attuale spinto alla produzione sempre più veloce e fredda che la Grasso paragona a un rapporto sessuale non solo senza amore ma volto al godimento a senso unico e continuato della sola parte del padrone o dell’utente di turno senza mai un riconoscimento, una gratitudine o una sedia per far riposare la controparte più debole.
Questa raccolta di poesie può ben rappresentare in itinere (seconda sezione) una intera giornata di lavoro. Si parte dal mattino con semafori interminabili, autobus come bottiglie di vetro al cui interno siamo piante di “carne snervata” stipate all’inverosimile fino al capolinea dove finalmente ognuno può riprendere il proprio spazio vitale e si conclude la sera gettandosi nel letto «sperando di godere/ (anche di ottima salute)». Giunti in-organico, la terza sezione, si passa dall’adolescenza all’età adulta come si passa dalla parola bullismo nelle scuole alla parola mobbing all’interno dell’ambiente lavorativo «che nessuno si prende la briga di tradurre/ forse per paura che qualcuno la riconosca». La poetessa affronta il tema del lavoro precario facendo riferimento tra gli altri al mondo sommerso e senza diritti dei riders a cui è dedicata, oltre che un testo all’interno, la foto di copertina e le parole su Antony, rider suicida dopo essere stato licenziato con una e-mail. La sua è una analisi scrupolosa, critica e reale che dà voce a chi non ha il coltello dalla parte del manico, a chi lavora in nero come rider, appunto, ma anche con i computer, nei call center, nei condomini a pulire le scale o come dog sitter, a chi si ritrova l’ansia, la depressione, la schizofrenia e la nevrosi e si cura con il Tavor, alle donne che subiscono abusi da parte di chi, finché lo Stato non lo scopre, non ritiene reato le sue evasioni sessuali oltre che fiscali.

Interinali, a progetto o contrattualizzati,
riders, croppers e delocalizzati
sempre senza garanzie e prospettive
perennemente ai piedi del capitale

Sono le nuove scimmie ammaestrate di Taylor che portano avanti il circo «come se davvero nessuno potesse farci niente», è il luogo dove la cultura si allontana dalla produzione e proprio questo è il nodo centrale e doloroso per la poetessa che si domanda: se con la cultura non si mangia, «noi di cosa parliamo quando mangiamo?» Continua a leggere

La morte a Palermo (di Paola Deplano)

Eccolo, Don Fabrizio. Incede con olimpica calma nel suo palazzo, tra fughe di porte. Alto, a suo modo bello. Fulvo come una belva, e ugualmente regale. La madre, tedesca, ha risvegliato nei suoi lineamenti chissà quale antico e sopito sangue normanno. Don Fabrizio, da buon gentiluomo del sud, ama le donne e la caccia, e si dedica con successo ad entrambe. Di mezz’età, ma forte e sano. Tutta apparenza. La vecchiaia (e la morte) lo seguono, nei corridoi del palazzo.
Nell’agosto del 1860 il canonico di casa, Padre Pirrone, è il primo a far sentire al Gattopardo il peso dell’età, comunicandogli che la figlia Concetta è innamorata. Tomasi di Lampedusa scrive: «un uomo di quarantacinque anni può credersi ancora giovane fino al momento in cui si accorge di avere dei figli in età da amare».[1] Dopo alcune pagine, però, il personaggio viene descritto come un «civilizzatissimo gentiluomo cinquantenne».[2] Fra il primo episodio, che è dell’agosto 1860 e il secondo, ambientato nell’ottobre dello stesso anno, passano quindi solo due mesi, ma nel primo si dice che il Principe ha quarantacinque anni, nel secondo cinquanta. Certamente una svista di Tomasi di Lampedusa, che morì prima di aver potuto dare gli ultimi ritocchi alla sua opera. Verità lapalissiana, questa, della quale nessuno può dubitare. Ma è ugualmente suggestivo che in questi due mesi, a causa dei capricci della scrittura, per Don Fabrizio siano scivolati via cinque anni. Forse l’autore sentiva che un quarantacinquenne è ancora troppo giovane per sentire la morte vicina. Ma la morte c’è, vicino al Gattopardo. Prima di tutto nel suo giardino, trasformato in cimitero dal cadavere sventrato di un soldato borbonico. Poi nella sua villa che sta cadendo in rovina: il servizio buono che non esiste più e le stanze ormai chiuse, polverose, abbandonate, sono la spia di qualcosa che sta tragicamente cambiando. Persino i possedimenti nobiliari, ultimi residui dell’agonizzante mondo feudale siciliano, stanno volando via, come le rondini.
A quanto pare la decadenza è cominciata molto prima che i Garibaldini sbarcassero a Marsala. E sembra che sia lui stesso, il Gattopardo, a corteggiare la fine. L’ascendente nordico e malinconico della madre lo ha plasmato anche interiormente, non solo esteriormente. Nonostante le donne, la caccia, i piaceri della tavola, è un altro se stesso che il Principe ama di più: l’appassionato di stelle. L’astronomia, algida scienza fissa e immutabile, lo impegna più della cura del suo piccolo regno ormai in putrefazione. Lui stesso decreta la fine del proprio dominio, prima consigliando ai suoi fittavoli di votare “sì” al plebiscito, poi spingendo Tancredi, il nipote prediletto, al matrimonio con una ricca popolana.
Don Fabrizio è l’ultimo, e lo sa. Tancredi gli dice: «Tu corteggi la morte.» E questa frase non lo meraviglia, anzi lo affascina. Muore vecchio, il Gattopardo, nel luglio 1883. Ma a questa morte si è già preparato, con lentezza e voluttà, assolvendo nobilmente il suo ruolo di epigono. Il primogenito non gli assomigliava, e del resto, ormai, è morto; il nipote Fabrizietto, insulso finanche nel nomignolo, è tale e quale ai borghesi; le figlie, inacidite vestali, sorvegliano stupidamente la vecchia casa, ormai solo covo di superstizione e di religiosità deteriore.  Solo Tancredi gli somigliava un po’, ma era, purtroppo, il figlio di sua sorella e non il suo. Non più un Salina, dunque, ma un Falconieri. Tuttavia, se lui avesse sposato la cugina Concetta, qualcosa, forse, si sarebbe potuto salvare.  Invece no. Lo zio stesso, corteggiando non solo la propria fine, ma anche quella della nobiltà, lo ha spinto tra le braccia di una contadina arricchita.  E non, come si usava un tempo, da signore e padrone, per esigere lo jus primae noctis, bensì per sposarla, per sempre, e per generare con lei dei figli principi solo a metà, e per metà bisnipoti di Peppe ‘Mmerda.
C’è più che decadenza, in Don Fabrizio, c’è voglia di morte. Questo deve aver sentito Visconti, mirabile cantore di apocalissi, quando ha deciso di farlo suo.[3]

© Paola Deplano

 


[1] Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Feltrinelli, Milano 1988, p. 73.
[2] Ivi, p. 97.
[3] Il presente articolo è stato pubblicato per la prima volta sul giornale «La voce del Campo» del 16 aprile 1992 e viene qui ripubblicato con modifiche.

Viola Amarelli, L’indifferenziata. Appunti di lettura di Carlo Bordini

Viola Amerelli, L’indifferenziata
Seri Editore, 2020
Appunti di lettura di Carlo Bordini

CIÒ CHE FORSE POTREBBE
È un testo estremamente complesso e, credo, uno dei più alti che abbia prodotto in Italia la poesia contemporanea.

Primo pezzo:
LA FORMA DEL FIATO

Dentro L‘indifferenziata ci sono tutte le parole – mischiate – come nei cassonetti dei rifiuti. Dire che ci sono tutte le parole può apparire puerile; anche nella Divina Commedia o in un dizionario ci sono tutte le parole. Ma qui sono mischiate, messe una accanto all’altra, senza che ne nasca nessun discorso o nessun disegno.
C’è però un nesso: tutte queste cose stanno nel cervello di una persona che guarda, o che sogna, o che ricorda: «il lucido sogno, non ha più i volti, le facce, le inventa, disegna, il lucido sogno che chiamano coma.» Non è esperienza, quindi, è qualcosa che possiamo associare a uno stato confusionale, o, come suggerisce l’autrice in una nota di lettura, primordiale. Un flusso di in-coscienza. È un flusso a cui è necessario abbandonarsi, come ci si abbandona a una musica. O come si guarda un’opera architettonica. La razionalizzazione del linguaggio scritto o parlato è stata già superata, è rimasta inesorabilmente indietro. E non tornerà. Addio razionalità, addio ragione…
Potrebbe anche essere un grafico della morte, questo testo, di ciò che accade nella testa che cessa di funzionare e che affastella schegge di cui era fatto il logos, come nel cervello di HAL di Odissea 2001 quando viene disattivato. «Stracci a un mercato d’africa», d’Africa – e non, appunto.
In effetti nel libro c’è molta musica. Non c’è nulla di aspro. Scorre musicalmente, armoniosamente. L’armonia che non è nel logos è – dove? – nella musica? O non piuttosto nella danza, forma ancestrale di gioia? Nello scorrere di questo testo che è una danza? È un testo che può comunicare solo se ci si abbandona ad esso, come al ritmo di una danza o a una cantilena. Potrebbe anche essere un testo sciamanico, per esempio.
L’importante è che non si deve sapere cos’è: «solo gioco di ormoni finché dura la carne», e basta. Benessere: «chissà in quale jungla una ragazza freme,/ inarca schiena e gambe, ride da sola», infatti.
«lei prende i pensieri, li raggela/ e poi li e-dita// così una bisnonna incorniciava/ i suoi lavori a punto a croce.» Il testo diventa sempre più femminile. Il superamento del logos (in avanti, o all’indietro) è sempre più femminile. La danza è femminile.
Poi comincia la guerra. I ritmi si fanno aspri per un attimo. I tamburi rullano veloci. Continua a leggere

Augusto Pivanti, Le infinite sponde di Luciano Cecchinel

Le infinite sponde di Luciano Cecchinel
Luciano Cecchinel, Da sponda a sponda
Arcipelago itaca 2019
Premio Viareggio 2020

Dichiaratamente libro di viaggio e di viaggi, Da sponda a sponda appare invece a chi scrive come una straordinaria sequenza di osservazione e di osservazioni sul sé e sulla propria storia, in un itinerario costruito assai più sul “dentro” che sul “fuori”: dovunque si intercetti la scrittura di Cecchinel, infatti – sia nello svolgersi orizzontale rispetto a una diaristica similchatwiniana, sia che si ponga nella verticale delle relazioni interpersonali – Da sponda a sponda sembra raccontare la condizione antenata nella prospettiva di una soluzione pronipote, che chi conosce Luciano sa essere in certa misura irrisolta (o – meglio – risolta proprio malgrado).
Dire “itinerario costruito” appare in realtà improprio, ché è stata la vita stessa – altri direbbe il destino – a suggerire le tappe, dunque le sponde dalle quali partire e alle quali ritornare: non ha scelto l’autore di nascere da madre americana, né è stato nelle possibilità di Cecchinel prevedere un epilogo diverso nella generazione che egli ha messo al mondo. È in questa dualità femminile “genetica” che sembra esprimersi in modo compiuto – più sotterraneamente, ad un piano diverso dell’esplicito testuale – il lavoro dell’autore: dalla sponda della madre a quella della figlia, con un transito che attraversa, nell’esperienza personale, un tratto di storia collettiva che rende Da sponda a sponda un “esercizio privato/pubblico di comunione e di comunità”, al di qua come al di là dell’oceano.
I rendiconti dettagliati di panorami e sensazioni di territorio e di natura – con il riaffiorare implicito del “tema paesaggio” – farebbero indugiare i meno attenti nell’abusata immagine di un Cecchinel debitore alla visione di Zanzotto, mentre un più accurato esame pare indicarne l’assoluta originalità: già nella prima sezione da quella sponda, il (linguisticamente perfetto) principio di irrisalenza lungo il Muskingum River richiama il Brodskij lagunare, anch’egli “irrisalente”: «[…] All’Adriatico manca il respiro profondo delle grandi maree. Ma è da questa assenza di agitazione della superficie e di profondità che deriva la bellezza di Venezia, poiché la città dà l’impressione di galleggiare sull’acqua, soprattutto quando sembra che i vogatori avanzino nel fango […]».
Nel cimitero del Midwest, poi, risuonano gli echi del Noteboom di Tumbas e – più classicamente – del Masters dell’Antologia di Spoon River, ma anche dell’assai meno noto e diffuso Tarcisio Damizia con La mia Spoon River, «[…] là dove Toraton Wilder scuoteva Emilia Web dal sonno senza sogni per ripensare l’ora di un dolce compleanno; là dove parlano ancora di vizi e di rancori, di patria e di bandiere (quelli di Edgard Masters sul colle di Spoon River), sognava Luther King […]». Qui, di grande pathos appaiono i versi di Cecchinel: «lungo questa valle solitaria/ ognuno camminò il suo sentiero/ – non c’era chi potesse farlo per lui –/ e nudi nomi coprono ora la ventura/ del contadino disseccato da vento e sole/ dell’operaio del metallo/ nero di colate e fumo/ e del minatore del carbone/ che si tossì in polvere i polmoni».
Come non cogliere, poi, le assonanze tragicamente attuali tra le migrazioni di qui ebbero duro viaggiare, e dei successivi bisbigli, con quanto accade – oggi e ogni giorno – davanti ai nostri occhi? Interessante appare – al riguardo – la differente misura con la quale Luciano tratta i morti e i vivi: nelle due poesie tra loro successive sulla tomba di Billy the Kid e il signore di Frisco, infatti, sembra emergere nell’autore un’assecondante comprensione per i fatti e le figure dell’America che andava formandosi, quanto una se pur educata avversione per il trionfalismo americano del presente.
Venendo poi alla seconda sezione – da questa sponda – e assecondando il gioco scacchistico autoriale, si coglie un passaggio dalla riflessione familistica all’orazione civile, che in altra patria perduta trova ragione e testimonianza: «e come un pegno portavo i fucili/ venuti un tempo dai tuoi cieli/ lassù ai tuoi soldati bambini/ come per gioco a sorvegliare/ orizzonte stelle e nubi/ prima di andare a piangere a morire/ lontano in foreste afose/ in grondanti paludi/ anche così scambiando coi tuoi figli/ poche come sacre parole/ ero con te come ai tuoi piedi». Continua a leggere

Il demone dell’analogia #13: Telefono

«Una strana amicizia, i libri hanno una strana amicizia l’uno per l’altro. Se li chiudiamo nella mente di una persona bene educata (un critico è soltanto questo), lì al chiuso, al caldo, serrati, provano un’allegria, una felicità come noi, esseri umani, non abbiamo mai conosciuto. Scoprono di assomigliarsi l’un l’altro. E ognuno di loro lancia frecce, bagliori di gioia verso gli altri libri che sembrano (e sono e non sono) simili. Così la mente che li raccoglie è gremita di lampi, di analogie, di rapporti, di corti circuiti, che finiscono per traboccare. La buona critica letteraria non è altro che questo: la scoperta della gioia dei libri che si assomigliano.»
Mario Praz

“Lobster telephone” by Salvador Dalì and Edward James (1936)
Telefono

 

TELEFONO

Sei tu, sei tu, sei tu. Mentre ti parlo,
mentre t’ascolto, immobile, mi pare
che la tua voce seguiti a vibrare
in questo orecchio mio per lacerarlo.

Sei tu, sei tu. La tua voce mi giunge
da una profondità d’anima oscura.
Io ti rispondo, amica, ma ho paura,
ché vicina mi sei tu che sei lunge.

Ho paura di te, di questo ordigno
che al povero cuor mio che più non sogna
dona la voce tua, la tua menzogna
come per uno spirito maligno.

Che vuoi da me? Che mi domandi ancora?
L’ultimo sogno cadde come un frutto.
Io nulla vedo, nulla voglio, tutto
ciò che fu mio lasciò la mia dimora.

E mi par quasi che fra tanto fasto
d’illusioni solo questo ordigno
fedele al muro, come un vecchio scrigno
pieno d’accenti tuoi, mi sia rimasto.

Tu parli e io vedo il tuo bianco profilo
un po’ chinato sopra l’apparecchio
mentre raccogli nell’intento orecchio,
più che il mio dire incerto, il mio respiro:

tu parli e io non t’ascolto: non t’ascolto
perché ti vedo: vedo d’improvviso
una lieve penombra di sorriso
ch’erra nel volto tuo, chino e raccolto…

Ah ridi ridi ridi tu che sei
bella e ami solo la tua gioventù.
Io? Ti rispondo, ma non sono più
che due numeri: 10-36.

da Poesie scritte col lapis di Marino Moretti

 

Telefono (s.m.): Infernale invenzione che elimina purtroppo parte dei vantaggi inerenti alla saggia abitudine di tenere a distanza le persone sgradevoli.

da Dizionario del diavolo di Ambrose Bierce

 

EL POETA HABLA POR TELEFONO CON EL AMOR

 Tu voz regó la duna de mi pecho
en la dulce cabina de madera.
Por el sur de mis pies fue primavera
y al norte de mi frente flor de helecho.

 Pino de luz por el espacio estrecho
cantó sin alborada y sementera
y mi llanto prendió por vez primera
coronas de esperanza por el techo.

 Dulce y lejana voz por mí vertida.
Dulce y lejana voz por mí gustada.
Lejana y dulce voz amortecida.

Lejana como oscura corza herida
Dulce como un sollozo en la nevada.
¡Lejana y dulce en tuétano metida!

IL POETA PARLA AL TELEFONO CON IL SUO AMORE

 La duna del mio petto nella dolce
cabina in legno la tua voce intrise,
e al sud dei piedi primavera irrise
e al nord della mia fronte fior di felce.

 Cantò un pino di luce in quel rettangolo
senz’opera di seme né d’aurora,
e il mio pianto intessé una corona
di speranze, la prima, verso l’alto.

 Dolce e lontana voce per me effusa.
Voce dolce e lontana alla mia sete.
Lontana e dolce voce che si smorza.

 Lontana come oscura cerva in fuga.
Dolce come un singhiozzo tra la neve.
Lontana, dolce e infitta nelle ossa.

da Sonetti dell’amore oscuro di Federico Garcìa Lorca (traduzione di Mario Socrate)

Mattia Tarantino, Per Gabriele. Poesie

Per Gabriele. Poesie

I

Avrei voluto mi seguissi tra le ortiche,
tra piazze, ferrovie, tra le finestre
aperte sulle urla delle sagre.

Avresti detto che i miei angeli gattonano
e sottovoce raccontano di riti
antichi da città di mare.

 

II

Mi dicevi che un giorno avremmo visto
il mare rivelarci la stagione
delle favole, dei morti e delle birre.

Mi dicevi che un giorno avremmo visto
il mare: delle favole, dei morti
e delle birre avremmo riso ad alta voce.

 

III

Ed è vero che i segni si dilatano,
ostacoli alle cose, disperdono
i nostri nomi tra le voci di chi abbiamo
amato tra i rovesci e gli schiamazzi.

Sparse a terra, cenere e cartacce
indovinano le sagome dei morti.

 


Gabriele Galloni (1995-2020). Ha pubblicato le raccolte poetiche Slittamenti (Augh!, 2017), In che luce cadranno (RP, 2018), Creatura breve (Ensemble, 2018) e L’estate del mondo (Marco Saya, 2019). Ha pubblicato, inoltre, la raccolta di racconti Sonno giapponese (Italic Pequod, 2019). Ha co-diretto «Inverso. Giornale di poesia» e collaborato con la rivista «Pangea».

 


Mattia Tarantino è nato a Napoli nel 2001. Co-dirige «Inverso. Giornale di poesia»; collabora con «YAWP. Giornale di letterature e filosofie» e «Menabò. Quadrimestrale internazionale di cultura poetica e letteraria»; come traduttore con «Iris News. Rivista internazionale di poesia». Ha pubblicato Tra l’angelo e la sillaba (Terra d’ulivi, 2017), Fiori estinti (Terra d’ulivi, 2019) e tradotto Poema della fine (Terra d’ulivi, 2020) di Vasilisk Gnedov.

Luigi Fontanella, Monte Stella (rec. di Claudia Manuela Turco)

Luigi Fontanella, Monte Stella. Poesie 2014-2019
Passigli Editori, 2020

Come insegnava a suo tempo Adalgisa Lugli, durante le sue lezioni di Museologia e Storia del Collezionismo, quando si entra in un museo è opportuno cercare di dimenticare tutto quello che si è imparato, per poter vivere un rapporto diretto con l’opera d’arte e permettere al senso di meraviglia di rendere l’esperienza unica e appagante. Altrettanto può essere fatto con le opere di poesia, entrando nel loro mondo, nella realtà cui danno vita, in punta di piedi. E così a volte mi capita di perdermi tra le pagine di un libro, per ritrovarmi nella parte più profonda di me stessa, senza provare il desiderio di produrre particolari riflessioni sulla forma e il contenuto che hanno reso possibile il volumetto che ho tra le mani. Ne scaturisce una sensazione di pace, malgrado il silenzio che mi circonda risulti al tempo stesso venato di una certa tristezza. Vengo catturata in un vortice di immagini, che mi ammutoliscono: la mia parola diviene superflua.
Quest’anno ciò mi è capitato leggendo Monte Stella di Luigi Fontanella. Il titolo è stato inserito nella Collana “Passigli Poesia”, fondata da Mario Luzi e diretta da Fabrizio Dall’Aglio, nella quale già era apparso nel 2015 il prezioso tomo de L’adolescenza e la notte.
Luigi Fontanella non ha di certo bisogno di presentazioni per chi abbia dimestichezza con il mondo della poesia italiana contemporanea, con particolare attenzione a quanto accade negli Stati Uniti; infatti Fontanella, Chief Editor della casa editrice Gradiva Publications della Stony Brook University di New York, nell’ormai lontano 1983 ha assunto la direzione della rivista internazionale “Gradiva” (“International Journal of Italian Poetry”), fondata nel 1976, di cui ora è Senior Editor e che viene attualmente pubblicata dall’editore fiorentino Leo S. Olschki.
Egli non è solo poeta, essendosi distinto e affermato a livello internazionale pure come traduttore, narratore, saggista e drammaturgo. Alla sua poesia Macabor Editore, nel 2018, ha dedicato un volume monografico, a cura di Bonifacio Vincenzi, inserito nel progetto Viaggio nella poesia del Sud nazionale e cosmopolita. Sulla sua vasta e ricca produzione, però, sono auspicabili ulteriori approfondimenti e analisi, avendo Luigi Fontanella donato al lettore opere che meritano di essere rilette a più riprese, destinate come sono a vincere la sfida del tempo, nella loro complessa stratificazione.
Oltre che voce singolare, Luigi Fontanella è anche lettore sensibilissimo, come dimostrano i suoi numerosi studi. Soprattutto non si può non citare almeno, sul versante della narrativa, Il dio di New York (Passigli Editori, 2017), con il quale ci ha regalato un indimenticabile ritratto di Pascal D’Angelo, un’appassionata quanto appassionante ricostruzione della sua breve vicenda biografica (impossibile scordare quei tre gradini in Abruzzo, su cui Pasquale e sua madre sedevano all’inizio della storia e che ogni tanto riaffiorano nella memoria). Costretto dalla povertà, come molti connazionali, a lasciare la sua terra, il suo approdo alla “terra promessa” è sostanzialmente un attraccare all’isola della poesia, attraverso l’acquisizione e l’apprendimento di una nuova lingua. Fontanella, che vive da molti anni tra Italia e gli Stati Uniti, fedelmente ripercorre la documentazione rinvenuta, colmando le lacune non solo ricorrendo all’immaginazione, bensì soprattutto grazie a una capacità di immedesimazione non comune, conoscendo molto bene il contesto socioeconomico in cui si è trovato a dover combattere per sopravvivere Pascal D’Angelo, sino al tragico epilogo.
L’appartenere a diverse realtà geografiche e la tematica del viaggio, variamente inteso, ritornano spesso nelle opere di Luigi: il viaggio in senso di spostamento fisico o mentale, in senso metaforico, il percorso poetico ed esistenziale, l’andata e il ritorno, le varie tappe, la meta. Ne La morte rosa (Stampa 2009, 2015, Quaderno dedicato «agli occhi di Emma») il poeta dichiara: «Io vi adoro, amatissimi viaggiatori/ dell’ieri senza domani». In Round trip, “diario in versi” (pubblicato per i tipi di Campanotto Editore nel 1991), a inizio prefazione (tale prefazione è di Giorgio Patrizi) leggiamo: «Ha scritto Cocteau che non dovrebbero essere più tanto necessari libri di viaggi quanto piuttosto libri che fanno viaggiare». E Luigi fa viaggiare il lettore in molteplici direzioni, nel tempo e nello spazio, con varietà di accenti e colori, di toni e umori, sino ad avvicinarlo alla soglia dell’ignoto, che tanto ci spaventa. Così avviene anche in Monte Stella.
La prefazione di Sebastiano Aglieco, dal titolo Questo è il luogo assegnato, riprende il terzultimo verso del libro e ben inquadra l’intero percorso poetico tracciato da Fontanella: «In questa lunga attesa dell’oblio si situa la poesia, il cui compito sembra essere quello di creare altre forme, altre illusioni della materia. Ma anche, in extrema ratio, quello di pregare a mani giunte, che ci sia pietà per i vivi e per i morti, che uno squarcio nel velo d’ignoranza ci permetta di poter intuire la terra di un paradiso perduto in cui ogni cosa è finalmente riconosciuta e riconsegnata». Soprattutto: «in questo libro, dove il finale sembra allontanarsi come la riva di un’isola che mai si raggiunge, il respiro prevale su ogni istante di morte».
Il volume si compone di cinque parti, e precisamente: Monte Stella, La vita in cerchio, Kind of Blues, Familiari, Il movimento dei rami (ispirata dalla musica di Ezio Bosso). Una Nota dell’autore di tre pagine in fondo al libro ci ricorda che l’opera è stata concepita come un polittico (contiene pure un piccolo riferimento al suo poemetto Dittico praghese). Racconta il poeta: «Il titolo, Monte Stella, è il nome della montagna che si stagliava poco lontano dalla nostra abitazione a Salerno, dove io ho abitato con la mia famiglia dal 1949 al 1956, una montagna che non ho mai scalato ma sulla quale, affacciato dal nostro balcone, fantasticavo a lungo». E ci viene svelato che, per quanto riguarda l’esistenza di un Monte Stella anche a Milano, tale coincidenza è soltanto nominale, ed è stata scoperta solamente a correzione già avvenuta delle ultime bozze. Essa, comunque, è stata accolta come significativa, poiché, a loro modo, vi compaiono sia la natura che l’artificio.
Se ci poniamo idealmente dinanzi al Monte Stella di Luigi Fontanella, sotto la protezione di questa montagna che può ancora rappresentare l’unione tra terra e cielo, e lasciamo che essa dialoghi con la nostra interiorità più profonda, possiamo notare, come si legge anche in prima di copertina, che proprio «Qui si celebra il canto del distacco» (trattandosi di un polittico e di un “canto del distacco”, potrebbe venire in mente il Trittico del distacco di Pasquale Di Palmo, con tutte le differenze del caso).
L’assenza si fa sentire un po’ ovunque, in particolare là dove il cambiamento ha scardinato parti vitali del nostro essere: «Una porta sui campi./ La gabbia vuota./ Il richiamo di capelli e sorrisi/ da un balcone all’altro. Siamo/ solo bambini, conchiglie/ dimenticate al vento». Ma è anche vero che, come si legge in L’adolescenza e la notte: «Quel mondo risorge/ come una partita di calcio/ sul nostro campetto sotto casa/ il sudore incolla foglie e capelli, mentre/ i maschi corrono a perdifiato./ Il tempo è in quel concentrato assoluto,/ fermo e preciso, come/ il tiro secco in porta». E anche in Monte Stella il tempo non di rado è fermo e preciso.
Luigi Fontanella rimane uno tra i pochi poeti ancora capaci di regalarci versi dedicati all’infanzia sempre coinvolgenti e mai scontati. Forse perché in lui vibra una lucida consapevolezza, che in L’adolescenza e la notte gli fa dire, molto onestamente: «[…] penso a un bambino appena nato alla vita/ che già piange la sua non esistenza./ Come faremo, noi genitori, a farci/ perdonare per avergliela data?».
A conferma di ciò, tra le immagini che rimangono più impresse nella mente del lettore, il ricordo della figlia portata in braccio tanto tempo fa, in una giornata estiva, passeggiando sul lungomare: «Orgoglioso,/come un guerriero antico/ che porti sulle spalle le gloriose insegne». Questi segmenti di versi, scritti “Per Emma”, ci rammentano Parole per Emma – le poesie dedicate alla figlia e raccolte in un libro pubblicato nel 1991 (Salerno, Edisud) –, e dipingono un ritratto suggestivo, almeno quanto quello di Enea con Anchise sulle spalle e Ascanio – il futuro – per mano.
Anche lo struggente ricordo della madre, variamente riproposto, affiora da una salvifica dimensione senza tempo. E allora così si rivolge A Nedelia: «Qui l’erba raccolse una mattina/ il tuo corpo senza peso.// Su una terrazza addormentata al sole/ grida di bambini carambolano/ da una pietra all’altra. Il tempo/ è fermo nei capelli di questa giovane madre/ vigile/ sigillata di là dai vetri». E ancora: «Sono sempre io che vi parlo,/ antichi Lari,/ simbolo e scure di ogni travaso […] Era proprio così?/ Vorrei chiederlo a te, Nedelia,/ o a uno spacciatore di sogni./ Non voglio più perdervi:/ padre madre, miei Lari».
Lo strappo fatale potrà essere molto violento e giungere nel momento più inatteso, tuttavia la perdita rimane da preferirsi al vuoto del non vissuto. Intanto, infatti, una dolce malinconia si nutre di ricordi e della quotidiana bellezza, che in qualche modo può sopravvivere persino tra le macerie.
Tra le immagini più interessanti, «una lettera da chiudere/ dentro una busta aperta», come la vita del singolo individuo, del singolo corpo, della singola foglia, che va a inscriversi, spegnendosi, in un orizzonte più ampio, in un accogliente cerchio, in cui la nascita si ripete quotidianamente («ogni giorno nasco e vivo»).
«Seduta sui tre gradini dell’ingresso/ una coppia di fantasmi» osserva il tempo e il nulla che rimane. In questo fotogramma pare di rivedere i tre scalini su cui sedevano anche Pascal D’Angelo e sua madre.
Un cerchio di tempo che può rimanere intatto, grazie alla forza della poesia di Luigi Fontanella.

© Claudia Manuela Turco

Alla maniera di Christos Toumanidis

Alla maniera di Christos Toumanidis
Introduzione e traduzione di Chiara Catapano

Non abbiamo ancora avuto modo di intendere quali domande si siano fatte strada, tra le mura domestiche, evase forse dal buio delle notti in cui non ascoltavamo… Ma da dieci mesi ormai viviamo con la nostra voce che ripiega e riverbera, e le domande che vorremmo porre, ecco che tornano a noi: nostra le responsabilità di noi stessi, nella lunga notte del mondo fino a ora conosciuto.
E come torna a noi la voce di chi ha “occhi con occhi” (per citare lo stesso Christos Toumanidis), che ha due sguardi, più sguardi moltiplicati dal silenzio che si consuma e rigenera entro pochi metri quadri?
Toccare una ferita aperta, sia pure con la parola, è giocare col fuoco – fin dall’antichità è cosa nota: forse conosceva il rischio Frinico, sottoponendo gli spettatori delle Grandi Dionisie alla sua Presa di Mileto. Eppure, quanto ci serve oggi questa parola. Attendevamo in fondo che qualcuno, tra le mura di casa, rompesse il silenzio, e si mettesse a cantare. Che ci pronunciasse con parola poetica.
Questa selezione è stata pubblicata il 24 novembre scorso dalla rivista greca «Frear» (qui); ed è la voce di uno dei poeti contemporanei che più amo, per la sensibilità levigata, per l’inesauribilità del sentimento verso la vita, per i particolari che attraversano i suoi versi, e che tornano a essere cardine e cuore. Una scrittura che dice gli angoli, le abrasioni, le fa sue e ce le restituisce cariche di qualcosa che potremmo definire speranza, ma che io preferisco chiamare semplicemente Amore.
Buona lettura.

I tristici della reclusione
Variazioni sullo stesso tema

Alla maniera dello haiku
Una selezione

1.
Reclusione in fondo.
Un’altra libertà.
Dunque esisti.

2.
Le porte serrate,
e tu che voli.
Dentro e fuori.

4.
Ripiegati in te.
Lì, tutto il mondo.
Canzone muta.

8.
Uscita chiusa.
Guarda dall’alto.
La tua morte.

9.
Così, e come altrimenti.
Manteniamo distanze.
Per maggior vicinanza.

11.
Stazioni silenziose.
Teatro dell’assurdo.
I treni, per dove?

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Marco Ercolani, Un uomo di cattivo tono (rec. di Marco Bellini)

Marco Ercolani, Un uomo di cattivo tono
Amazon Fulfillment, 2020

È possibile chiedere aiuto, e direi addirittura una collaborazione sotterranea, per compiere il proprio destino e precipitarlo dentro pagine nuove, a un autore vissuto oltre un secolo prima? Con Un uomo di cattivo tono, Ercolani ci mostra come si possa “vibrare” in consonanza con uno scrittore, nel caso specifico con Anton Čechov, riuscendo a mettere a disposizione dell’altro la propria penna, realizzando pagine di grande forza sorgiva attingendo da un magma comune. È così che, partendo da un evidente riconoscimento di sé nell’altro, si accende un dialogo profondo e assolutamente sintonico che consente di affermare come: I libri veri sono destinati a smuovere l’immaginazione, in prosa come in versi. È evidente che, a premessa di quest’opera, vi è un grande lavoro di scandaglio delle potenzialità espressive di Čechov, attraversato, frequentato e avvertito come esperienza numinosa. Forse, potremmo arrivare a dire che, queste pagine rappresentano un’autentica dichiarazione d’amore. Un uomo di cattivo tono è un’opera viva e originale, la cui germinazione trae humus da I quaderni del dottor Čechov. Appunti di vita e letteratura 1891-1904; dei quali costituisce una personale integrazione o, per dirlo come Ercolani stesso, una reinvenzione apocrifa. La composizione per frammenti, illuminazioni, aforismi, spunti per nuovi racconti, tracce tutte da esplorare, riflessioni e molto altro, lo rendono un luogo dove possiamo incontrare il pensiero laterale e la scoperta fino a un autentico stupore. Siamo di fronte al “corteggiamento artistico” di uno scrittore/medico verso un altro scrittore/medico; professione che evidentemente rappresenta uno spazio dove si attivano/si attivarono energie rivelatesi comuni ai due e che trova riscontro all’interno del libro: Aspetto ancora i libri di un medico che sappiano rendere l’angoscia intollerabile di certe chiamate notturne. Attraverso l’incontro con l’autore russo, Ercolani ha visto disvelarsi parti della propria natura e della propria psiche che, attivandosi, si sono riversate dentro scorci e visioni nuove portatrici di un sentire fortemente cechoviano. I protagonisti, le ambientazioni e le vicende delle opere di Čechov si fanno fessure luminose attraverso cui lo scrittore/medico di oggi investe il proprio sguardo ribadendo come: Qui nasce la meraviglia. E io osservo, trascrivo; tentando, con successo, un dialogo e un rinnovamento: È come se gli anni ti costringessero a gettare via le parole superflue. Borges ci ha spiegato molto bene come uno scrittore vero crea, e in qualche modo giustifica, i propri precursori, affinandone le modalità di fruizione, attraverso la propria opera, ovviamente, dopo esserne stato influenzato. Ecco, credo che in questo caso, attraverso la parola contemporanea di Ercolani, qualcosa di simile sia avvenuto, al punto che la voce solida e connotata di Čechov si veste di una sfumatura nuova e insolita. Tutto questo sapendo che comunque: Ogni uomo, morendo, lascia incompleto il mondo e se ne rammarica.

© Marco Bellini

In giorni di malinconia e di silenzio essere in una grande libreria. Leggere è superfuo. Ma guardare i libri che, come da un anfiteatro ci avvolgono, consola sempre, come il canto degli uccelli nel bosco che credevamo silenzioso.

*

Per ragioni dipendenti dalla malattia la mia vita sarà breve e non riesco ad amarla più di tanto o commuovermi per il mio triste destino: posso creare personaggi che, più di me, suscitino una compassione universale. Io, da solo, resto un fabbricante di racconti.

*

Ogni tentativo di essere felici passa per lo stato d’estasi a cui ci abbandoniamo durante l’atto amoroso. Dopo, chissà quanta neve fradicia in cui inciamperemo.

*

Se rifletto al futuro, immagino finestre che non siano più pezzi di vetro preparati a separarmi dal mondo ma schermi che riflettono altre realtà, interne ed esterne, vicine e lontane, felici e infelici – foreste, mari, montagne, miraggi di città. Il mondo è informe, interminabile, ma allinearlo nelle giuste righe, con la parola dal giusto peso e dal giusto suono, è prendersi cura del mondo.

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Talvolta antiche scritture conservano una traccia che a distanza di anni possiamo notare non come la polvere del tempo trascorso ma come se, al contrario, la polvere si alzasse ora, rivelando verità nascoste.

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«E allora? Non avresti forse dovuto reagire a quello schiaffo? Sei un vile. Ora ti metterai a inventare qualche lamentosa eroina solo per curare la tua mancanza di coraggio!!».

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A me interessano le nervature delle vite: sono fragili, simili a quelle delle foglie.

*

In tutti i miei racconti esiste l’inutile fardello di un dolore presente e il tentativo di sconfiggerlo domani.

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Se un domani esisterà, ripeterà gli orrori di oggi. Non credo agli uomini. Credo al singolo uomo che si svincola dalle leggi e dagli orrori. Molti dei miei racconti restano sospesi in questo anelito, oltre il quale si deve solo tacere.

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Il problema non è morire ma restare vivi nel carcere di certe condizioni che non comprendono il concetto di “vita”.

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La conversazione con un uomo intelligente può salvarti la vita. O al contrario sprofondarti nella follia, se vieni a sapere che l’uomo con cui parli ha perso la ragione da un pezzo. Ma allora ti domandi: si può perdere la ragione e restare, nonostante quella perdita, intelligenti e sensibili? La mancanza di ragione, nel prepotente e volgare mondo della Rus’, è spesso presenza felice del cuore.

 

Su “Opera incerta” di Anna Maria Curci

Anna Maria Curci, Opera incerta
Postfazione di Francesca Del Moro
Editrice L’arcolaio 2020

Di libro in libro, di verso in verso, Anna Maria Curci ha intessuto le trame di un fitto racconto sull’individuo, la percezione del suo essere parte della storia collettiva, del suo non essere escluso, estraneo a ciò che accade. Una narrazione che ha puntato il dito più volte contro le varie forme di egoismi; una narrazione che non ha negato accuse esplicite, e che soprattutto ha rivendicato la fierezza di donna che sa e vuole dire le cose in un mondo che ancora vorrebbe zittire chi solleva il capo.
E ha sempre fatto tutto ciò tenendo alta la tensione linguistica che inevitabilmente – e fortunatamente per chi legge – è significato anche un’alta tensione poetica, chiedendo e imponendo al lettore un grado di attenzione maggiore per godere appieno di ogni sfumatura, di ogni immagine, di ogni allusione, di ogni aspetto di una poesia che ha impiegato molto tempo per essere riconosciuta, e che ora giustamente è apprezzata (come testimoniano le molte recensioni alla precedente raccolta, Nei giorni per versi, Arcipelago itaca 2019).
Bisognerebbe distendere tutte le poesie di Curci su un unico tavolo, o appenderle a delle cordicelle come faceva Jolanda Insana, per scorrere dentro la storia raccontata e scorgervi il forte, profondo amore per la vita, e quindi il profondo dolore per come viene trattata, che in esse viene profuso in un lungo discorso etico in cui lo sguardo fisso su ciò che siamo stati consegna inesorabilmente anche l’immagine di ciò che siamo diventati e di ciò che purtroppo saremo (il monito dantesco «nati non fummo…» si espande e rimbomba continuo). Le smancerie in poesia non sono ammesse. I facili risultati, il superfluo meno che meno. La poesia di Anna Maria Curci percorre le stesse strade che lei percorre come lettrice e come critica. Nel corso degli anni le sue note di lettura delle opere altrui, insieme alle sue traduzioni, ci hanno insegnato a guardare a una poesia che cammina parallela a quella che gode di una a volte ingiustificata maggiore visibilità: una poesia che custodisce il seme e la cura della tradizione. Specialmente se è espressione della cultura dialettale. E Opera incerta, raccolta di poesie fresca di stampa per L’arcolaio di Gian Franco Fabbri (che già pubblicò Nuove nomenclature e altre poesie nel 2015), tra le altre doti ha anche quello di invitarci a porci in ascolto della poesia in silenzio, con umiltà (luziana, aggiungo io, umiltà).
Il massimo che si concede l’io è quello di sorridere di tanto in tanto: sorridere con ironia, a volte con sarcasmo, altre volte per celare il dolore. Sorridere alla vita come cura; sorridere alle basse provocazioni come arma che disarma l’avversario.
Apparentemente in posa su una sponda del fiume, Curci osserva il farsi delle cose, il procedere (in processione) di individui esautorati di ogni individualità e resisi automi; un fiume che di volta in volta può sembrare il classico nonché dantesco Acheronte, ma che può essere anche il Bisenzio del magmatico Luzi, o il Tevere di voci care alla poetessa, come Ingeborg Bachmann. Perché la parola di Anna Maria Curci si fa carico di una robusta tradizione per spiccare in tutta la sua autonomia, in tutta la sua tensione capace di ardite figure di luminosa assolutezza e asciuttezza (una personale raggiunta concinnitas).
Già: “luminosa assolutezza”! Perché è nel segno di una ricerca della luce, metaforica luce, che si procede di verso in verso. E nuovamente la condizione dell’ascolto è d’obbligo, e nell’ascolto sempre il silenzio. Il mondo chiede d’essere ascoltato; ma immersi nello schiamazzo odierno abbiamo perso la percezione di quest’unica voce da cercare. Certo è una tensione tutta metafisica, religiosa, che in lei assume davvero i toni di un sentire cristiano messo in crisi nei suoi cardini. Una religiosità non tanto campiana (nessun estremismo, tanto meno arroccamento a un’ortodossia che nega l’evoluzione del pensiero in virtù della difesa della ritualità come rifugio) quanto piuttosto affine al sentire di Simone Weil proprio nel punto in cui Cristina Campo sembrò non riconoscervisi più. E in queste mie parole interviene il ricordo di una passeggiata sull’Aventino con Anna Maria che emerge nei versi della quartina XXI di Nei giorni per versi; quartina che porta in scena l’immagine dei granchi che nuovamente tornano ora, e rinnovano, nella loro andatura incerta, tanto la fragilità quanto l’opposta dimensione dell’impudenza di chi – come bene indica Francesca Del Moro nella postfazione – predilige «le vie più dirette», senza ostacoli, da velocisti brucia tappe («gli affannosi affanni» di chi avanza con «mazurche» e «ammiccare di anche»).
Ma la vita chiede, in quest’ultimo periodo più che mai, che ci si metta in ascolto dell’incertezza indicata sin dal titolo; questo titolo che rinvia a una precisa e antica pratica architettonica e allo stesso tempo sembra volerci dire che proprio nel suo incerto, impreciso, non perfetto mostrarsi, in questo suo essere composto di pietre diseguali, armoniosamente disarmoniche, risiede la necessaria solidità per resistere alla corruzione dei tempi: mura solide e non piedi d’argilla, per semplificare.

© Fabio Michieli

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