‘Gli scomparsi’: la poetessa Anna Lamberti-Bocconi

Gli scomparsi sono i libri che non abbiamo mai saputo di voler ritrovare: libri dimenticati, libri fuori edizione, libri introvabili, libri mai tradottilibri trascuratiOgni settimana qualche brano da un libro“scomparso”, nella speranza che questo piccolo spazio nascosto possa contribuire a riesumarne qualcuno.

Edoardo Pisani

Le Muse, Jan Toorop

Il libro di oggi è Il vino di quella cosa, di Anna Lamberti-Bocconi, una raccolta di poesie non del tutto scomparsa – pubblicata nel 1995, è stata riedita nel 2004 – ma che per quanti lettori abbia non ne avrà mai abbastanza: Lamberti- Bocconi è una poetessa magnifica. Proponiamo una sua poesia dedicata alla luna.
Aggiungiamo anche qualche verso dalla sua ultima raccolta, La signorina di Cro- Magnon, edita dalla “capanna editrice” Sartoria Utopia.


Alla luna, da Il vino di quella cosa

Ma tu chi sei, cos’hai, perché non parli,
non argenti di stelle anche lo scialbo
mattino? Sei tu stessa a incasellarli,
gli astri lucenti, o sei anche tu una figurina
senza potere, se non nelle notti
di ferire gli amanti come spina?
E quanto più sei gelida più scotti.
Ahi, bella, se potesse tutto il male
che mi consuma mutare la spada
di luce tua in un giro di scale
armoniche, ascendenti, in una strada
che a te mi conducesse! Ma non vale
niente che io faccia, che resista o cada.
Tu non mi ami: questo è il grande lutto
che oscura le mie vesti. Ma ora voglio
dirti la verità del lato brutto,
paradossale, a cui non si rimedia:
Tu non mi ami – questo è il grande male.
Io non ti amo – questa è la tragedia.

da La signorina di Cro-Magnon

Com’è facile essere soli
com’è difficile essere soli sempre
com’è frequente esserlo e non esserlo
come la primavera e la morte distruggeranno l’amore
come ne getteranno le fondamenta
la primavera inseguirà l’inverno
e l’inverno la primavera
si ricorderanno
si rincorreranno
come sarà eterno l’amore a qualunque età
tuffato nella solitudine
tuffato nella morte sua antagonista
Euridice sospinta in avanti
Orfeo guarderà sempre indietro
com’è difficile sostenere il decreto
e leggere il cognome della vita!

da La signorina di Cro-Magnon

Ti amo sul mio mare che lascia il mare
la vela bianca e grigia che sembra nebbia
sul sale che incrosta lento l’amo incagliato
immerso da anni e anni dentro il relitto
dal giorno livoroso della tempesta,
il fiore ombelicale che ignaro nacque
avido, amaro, errato, colmo di pianto
il fiore che viveva come un furore,
ti amo da quella gioia dimenticata
quel vecchio paradiso tinto di sangue
che non ne vuol sapere di tramontare.

 

(“Io sono una che gira per Milano col demonio in cuore e con due occhi azzurri bellissimi” ha scritto Anna Lamberti-Bocconi ne La furia dei venti contrari, un libro su Amelia Rosselli. “È andata così. Ho scoperto la poesia a sedici anni e me ne sono appassionata. Ci ho dato dentro per un sacco di tempo, l’ho inventata mentre leggevo, è come se l’avessi creata io, la poesia, esplorandone traiettorie un po’ a caso, anzi a ventura, a sorte, per fato, nello stesso modo in cui capita di venire su – da alberelli senza tralicci. Un rapporto di verginità assoluta. Menomale”).

Ricostruzione delle favole: Fernando Della Posta, con un’introduzione di Umberto Piersanti

Esce in queste ore Ricostruzione delle favole (Italic Pequod) di Fernando Della Posta.
Per l’occasione, pubblichiamo qui un estratto delle bella prefazione al libro, curata da Umberto Piersanti e, a seguire, alcune poesie selezionate.

Monet, Filare di pioppi

“Inizio col dire che la mia lettura è diversa da quella che Fernando Della Posta propose per presentarmi Ricostruzione delle favole. L’autore traccia un percorso di conoscenza, un percorso quasi pedagogico, che intende via via smantellare pregiudizi, superstizioni e luoghi comuni che ammorbano ancora il presente.
Eppure, a mio parere, “Apparizioni” è la sezione più bella del libro. Qui non c’è volontà di insegnare e, neppure, di portare avanti una qualche forma di critica sociale. Il poeta si affida all’intensità del suo sguardo: le immagini hanno una forza intensa: soprattutto i quadri paesaggistici si impongono al lettore: nessuna nota retorica, nessun eccesso descrittivo. Fernando Della Posta va al cuore dell’immagine e del riverbero che da questa emana, ne coglie l’essenza: “Stromboli è tuffarsi in ossidiana”.
Ed ancora: “L’Olimpo è una roccia brulla”; Tuscania “alte torri come grida sul paesaggio”, e da “Il villaggio sul lago” emana un senso di quieto stupore, d’antica tenerezza.
Anche i momenti dell’amore vengono colti in un’aura di pienezza, quasi fiabesca, se da questo aggettivo togliamo la carica di fantastico e di irreale che lo contraddistingue.
Ne “L’arancia sanguinella” è immediatamente rintracciabile questa dimensione auratica: “nella tua mano appare come un’unghia/di luna”.
Poi arriva l’impegno, la volontà etica che ha moventi alti come nel verso: “visiteremo la madre morendo”, verso che costituisce la chiusa della poesia “Agonia dei ghiacciai”, che chiude la sezione che porta il suo stesso nome. In questo caso la tematica ecologica non rimane in un’impostazione ideologica, ma si fa carne e sangue, si fa poesia (…).


Nei tempi dorati in cui bambino
venivi avanti dall’informe, santi
eroi fissati per l’eternità
al culminare dell’ultima danza,
segnavano il sentiero dei viventi
ed anche il tuo confuso tra di essi.
Le casipole conchiuse in un nugolo
fatiscente, sorprese dall’arcangelo
a rincorrersi sul colle, celavano
famiglie attorno ai fuochi alimentati
dal respiro delle numerose proli.
L’illusione era che ogni cosa fosse
al proprio posto.

 

Quando la luna è alta e illumina il lento
sonoro brusio delle stelle, tu
dannato allo specchio cerchi uno stile,
la cifra, ma il simile cui non somigli
deride, diffida, ti cuce addosso
l’insignificanza, la tragica commedia.

 

Il bel sorriso
Bella è sempre stata, antropologicamente
la buona dentatura, la profilatura
della masticazione ottima, della
rapacità precisa e salda sulla preda.

 

Leggendo Cuore di Tenebra di Conrad
ci viene il vago sospetto che Beckett
prima di attendere il signor Godot
abbia disperato del signor Kurtz.

 

la leggenda era per noi
un palmo nel mare che ci accompagnasse
come una linea di correnti a favore
alla meta di un porto sicuro
sospetto seducente
che qualcuno si occupasse di noi
alla deriva tra i blandi rollii
di un sussultare di epoche
ma sbagliavamo nel confondere
secche e risacche nell’acqua di vetro
che ci serviva su punte di luce
il miraggio di una culla benevola

 

La verità c’è e ci tradisce quando
vediamo che la colpa dell’altro
è anche nostra ma non indulgiamo.
Così la prima persona plurale
si spande arrogante assolvendosi vita.


Fernando Della Posta, nato nel 1984 a Pontecorvo (FR) vive a Roma. Tra i tantissimi piazzamenti nei concorsi letterari nazionali ricordiamo i primi posti al Premio Bologna in Lettere del 2016, al Premio Poetika del 2017, al Premio Zeno del 2018, al Premio Antica Pyrgos del 2020 e al Premio Arcipelago Itaca del 2021. Sue piccole sillogi e recensioni ai suoi libri sono reperibili sul web sui migliori blog letterari ed è presente in diverse antologie di rilievo nazionale. Ha pubblicato le raccolte di poesia “L’anno, la notte, il viaggio” (Progetto Cultura 2011, prefazione di Abele Longo), Gli aloni del vapore d’Inverno (DivinaFollia 2015, prefazione di Silvia Denti), “Cronache dall’Armistizio” (Onirica 2017, prefazione di Anna Maria Curci), “Gli anelli di Saturno” (Ensemble 2018), “Voltacielo” (Oèdipus 2019, prefazione di Roberta De Luca e postfazione di Doris Emilia Bragagnini), “Sembianze della luce” (Ladolfi 2020, prefazione di Luca Benassi e postfazione di Giulio Greco) e Sillabari dal cortile (Macabor 2021, prefazione di Nicola Grato).

Giulia Bocchio: “Tre versioni di Giuda”, ovvero le finzioni rivelate di Borges

Tre versioni di Giuda, ovvero le finzioni rivelate di Borges

di Giulia Bocchio

 

Tre versioni di Giuda è un racconto di Jorge Luis Borges che compare fra le pagine della raccolta Finzioni, collocato nella sezione intitolata Artifici, 1944.
L’epilogo è ambiguo, perché Nils Runeberg, autore dotto e illuminato, perno e protagonista della riflessione, non solo è pura invenzione ma ispira un approfondimento della sua opera che, nella realtà, è impossibile. Perché non esiste, perché non ha mai scritto niente di tutto quello che di rivoluzionario e utodistopico (in senso teologico, va da sé) Borges analizza, come se fosse egli stesso un suo affezionato lettore. E chi legge potrebbe benissimo non accorgersene, pensare di scorrere semplicemente un articolo vero, un pezzo di critica pubblicato da Borges per qualche rivista.
Eccezionalmente per un racconto, Nils Runeberg è qualcuno che inseriresti in una bibliografia, è un autore che cercheresti fra gli scaffali di una vecchia biblioteca. È qualcuno che leggeresti e potresti quasi allearti a quella sua visione un po’ confutabile, e un po’ noir quasi, del dramma cristologico che vede Giuda Iscariota non meno necessario ed eletto di Gesù Cristo Redentore.
In un 1904 e un 1909 che non ha mai abitato, Runeberg pubblica due libri pretenziosi, libri che gli eresiologi cristiani, i teologi e perfino il clero in sé, non accetteranno mai: Kristus och Judas e Den hemlige Frälsaren.
L’assioma del mistero insondabile della fede è un’analisi che Runeberg porta alle estreme conseguenze, una figura in particolare si dilata sino al limite della provocazione; il tutto partendo da una riflessione semplice, da un fatto che è anche linguaggio, e si sa, linguaggio e pensiero si fondono in filosofia: tutte le cose che la tradizione attribuisce a Giuda Iscariota sono false.
Tutto è falso, tutto è stato tradotto e interpretato dal punto di vista sbagliato e dunque anche il mistero della fede va riletto in una luce metafisica nuova e ben più rivelatrice, qualora vogliate conoscere davvero Dio, certo.
È la storia di tutte le storie: Gesù, il Messia, viene tradito da un suo apostolo, da un suo seguace, da un uomo che lo aveva seguito ovunque e aveva veduto i suoi miracoli, un uomo che aveva condiviso con lui il pane e la preghiera. E che lo tradì, per avidità, per trenta denari. Per consegnarlo al giogo di Roma, a chi se ne lavò le mani.
Poi Giuda Iscariota, il vile, si toglie la vita e Gesù Cristo, redentore di tutti gli uomini, siederà alla destra del Padre. E il resto è preghiera, è Chiesa, catechismo, è ciò che da sempre sappiamo e leggiamo.
Ma c’è una tesi che comincia a farsi strada. Una tesi che praticamente nessuno ha preso in considerazione: il movente: volgare ricondurre il gesto dell’Iscariota all’avidità, quasi ingenuo pensarla così. Dietro quel bacio c’è un disegno ben più articolato e quindi celato.
Ciò che afferma Runeberg è che il tradimento di Giuda non fu affatto casuale, fu un gesto selezionato, un atto con un preciso scopo nell’economia metafisica del creato. A Dio, Padre, serviva un uomo per portare a compimento il disegno divino del Verbo che diviene carne, serviva qualcuno che si degradasse al punto da rappresentare l’infamia eterna, Giuda era necessario a Gesù, necessario a suo figlio. Senza il sacrificio di Giuda, non ci sarebbe stato quello di Cristo.  Continua a leggere

La verità: «Se cercate spiegazioni, seguitemi»; un racconto di Mauro Germani

Come un biglietto lasciato fatalmente sul comodino, quello che trovano sempre gli altri e di solito in ritardo rispetto al contenuto. Ma anche la lucidità può essere fatale, e la verità spesso la è , lucida. Come in questo racconto inedito di Mauro Germani.

Max Klinger, Un guanto

LA VERITÀ

Forse era troppo tardi o forse troppo presto. In ogni caso fuori tempo. Fuori luogo.
Fuori di me.
Preparai tutto come avevo programmato. Presi l’occorrente e lo sistemai in un angolo. Per alcuni giorni mi piaceva fissarlo, immobile. Ogni tanto chiudevo gli occhi, mi facevo sorprendere dal buio. Certe volte tremavo un poco e sorridevo.
Sentivo che avrei avuto il privilegio di godermi tutta la verità. Poi venne il momento. Rilessi le poche righe che avevo scritto: «Se cercate spiegazioni, seguitemi». Lasciai il biglietto sul tavolo, in bella vista, appoggiato al vaso da fiori.
Dopo aver fatto la doccia, mi vestii di tutto punto: camicia, giacca, cravatta. L’abito che avevo acquistato era perfetto. Accesi tutte le luci della casa e mi decisi. Non andò, però, come avevo previsto. Mio fratello, che aveva le chiavi dell’appartamento, mi trovò cianotico, ma ancora vivo, con la corda al collo.
Da quel giorno non ha più voluto lasciarmi solo e ha deciso di ospitarmi a casa sua, insieme a sua moglie. Io dormo sul divano-letto della sala. Non ho una stanza tutta per me, ma sono tranquillo. Loro mi trattano fin troppo bene, sono pieni di riguardi.
Tutti dicono che mi sono ripreso ed è proprio così. Non sono più nervoso come prima, non mi tremano le mani. Quando ho soffocato nel sonno mio fratello e mia cognata sono stato proprio bravo. Non si sono dibattuti più di tanto perché prima li ho storditi con il cloroformio. È durato poco. Sono rimasto un po’ a guardarli, convinto di avere agito bene. Per me e per loro. Ora smetto di scrivere, mi lavo, mi vesto, mi pettino e vado ad impiccarmi in salotto.
Questa volta nessuno mi disturberà. La verità è mia.

Il demone dell’analogia #46: Lucertola

«Una strana amicizia, i libri hanno una strana amicizia l’uno per l’altro. Se li chiudiamo nella mente di una persona bene educata (un critico è soltanto questo), lì al chiuso, al caldo, serrati, provano un’allegria, una felicità come noi, esseri umani, non abbiamo mai conosciuto. Scoprono di assomigliarsi l’un l’altro. E ognuno di loro lancia frecce, bagliori di gioia verso gli altri libri che sembrano (e sono e non sono) simili. Così la mente che li raccoglie è gremita di lampi, di analogie, di rapporti, di corti circuiti, che finiscono per traboccare. La buona critica letteraria non è altro che questo: la scoperta della gioia dei libri che si assomigliano». Mario Praz

Ritratto di gentiluomo, Lorenzo Lotto

 

Scompare la lucertola

lingua salmastra
assassina di mosche
tra le foglie ornamentali
di un cespuglio o di una palma
dopo i giorni pluviali.
Cacciata cacciatrice,
composita scaglia
rigenerante lacerti
di amputazioni astute:
col falso moto di nervi
(miracolo evolutivo
geminare cadenti
sosia d’inganno)
mi sorprendi alla luce febbrile
dallo scabro vaso
nella nuova piazza disabitata
tra uffici commerciali.
Al mio passo fa un fruscio
e la rapida coda
resta – lei striscia
in fuga, si salva
dal gioco ragazzino
di mettere alla prova quanto dura
la vita sopra un prato.

Si è acquietato nell’ombra
un lampo che rimanda la cattura.

da Delle nostre immagini di Costantino Turchi

 

LIPOCOSMA CHIRALIS
(a mio fratello)

In un gioco che graffia le ginocchia
avevamo un’amaca di roccia.
Non un battito di ciglia
per salvare ogni istante delle nostre pupille.
Auscultando la lucertola addosso
senza tradire l’inganno della tanatosi.
Una rotta bianca incideva la curva del mondo,
entrava nel mio punto di mira e subito nel tuo
trattenuta e insolubile.
Poi veniva il vento
e ci strappava dal sogno.
E con te e senza te rigettata dalla notte
mi risveglio.

inedito di Arianna Bonino

 

NELLA FIORIERA

La lucertola che si disseta
aspetta senza paura
le gocce che lascio cadere
sulla piccola foglia:
torna a bere, mi guarda
il suo occhio m’incontra,
sembra dirmi
la sua meraviglia.

da Il paese nascosto di Luca Nicoletti

IX Edizione del Premio Letterario “Paolo Prestigiacomo” San Mauro Castelverde

IX Edizione del Premio Letterario “Paolo Prestigiacomo” San Mauro Castelverde

Il Comune di San Mauro Castelverde (PA) indice la IX Edizione del Premio Letterario “Paolo Prestigiacomo” per promuovere e riportare all’attenzione l’opera dello scrittore maurino Paolo Prestigiacomo (San Mauro Castelverde, 1947 – Roma, 1992).
Il Premio, indetto nel 1993 su iniziativa di Gabriella Sica e Nunzio Prestigiacomo, si è protratto per un totale di sei edizioni fino al 2007. Ripreso nel 2019 da Fabrizio Ferreri in collaborazione con Grazia Calanna e con il sostegno dell’amministrazione comunale, di Gabriella Sica e di Nunzio Prestigiacomo, annovera tra i vincitori figure fondamentali della scena poetica italiana contemporanea: Patrizia Cavalli (1993), Franco Loi (1994), Franco Marcoaldi (1995), Valerio Magrelli (1996), Iolanda Insana (1997), Maurizio Cucchi (2007), Tiziano Broggiato e Giuseppe Grattacaso (2019), Milo De Angelis e Umberto Piersanti (2021).

Quest’anno la giuria del Premio è composta da Gabriella Sica (Presidente), Silvano Salvatore Nigro, Elisa Biagini, Gilda Policastro, Alberto Bertoni. Il Premio è aperto a opere di poesia in lingua italiana edite dal 10 marzo 2021. La partecipazione è gratuita. Per tutte le informazioni è possibile prendere visione del bando allegato al presente Comunicato Stampa.

Il Premio è inserito nell’ambito del Festival di Poesia Paolo Prestigiacomo, fondato e diretto da Fabrizio Ferreri in partnership con il periodico culturale l’EstroVerso diretto da Grazia Calanna, giunto alla seconda edizione.
Nell’ambito del Festival, il giorno precedente alla serata di premiazione si terrà il convegno “La poesia e la sconfitta. Ripensare i margini”. Il Comitato Scientifico del convegno è composto da Andrea Accardi, Giuseppe Condorelli, Diego Conticello.

Gli Atti del convegno dell’edizione 2021 “Diamoci verso. Visioni, pratiche e ricognizioni della poesia in Sicilia” usciranno nel mese di aprile 2022 per l’editore Le Farfalle, a cura di Fabrizio Ferreri e Grazia Calanna e in collaborazione con Andrea Accardi, Giuseppe Condorelli, Diego Conticello.

Il programma completo delle giornate del Festival sarà pubblicato sul sito de l’EstroVerso (www.lestrverso.it) a partire dal mese di giugno 2022.

“Con il Premio e il Festival di poesia intitolato a Paolo Prestigiacomo, poeta di San Mauro Castelverde, discepolo e amico di Palazzeschi, scomparso prematuramente a Roma nel 1992 – dichiara il Sindaco, Giuseppe Minutilla (all’unisono con l’Assessore alla Cultura, Matteo Mazzola) – e con l’istituzione prossima della Casa della Poesia a lui intitolata, l’Amministrazione comunale intende proseguire su quel percorso di rigenerazione culturale indispensabile per valorizzare tutte le energie di futuro del nostro splendido borgo storico”.

“Rafforzati dal riconoscimento prestigioso di Civic Places assegnato a fine 2021 dalla Fondazione Italia Sociale ai luoghi del Festival Prestigiacomo – dichiara Fabrizio Ferreri, fondatore e direttore artistico del Festival – questa nuova edizione del Festival e del Premio di poesia edita Prestigiacomo conferma la propria presenza con rinnovato entusiasmo, coltivando una visione della poesia come spazio aperto e non scontato di comunione, provando a riscoprire, in una società fortemente accentrata, il valore e il potenziale di ciò che, al margine, non perciò è marginale”.

  • Comune di San Mauro Castelverde (PA) – Piazza Municipio, n.11. Cap 90010 San Mauro Castelverde (PA) Tel. 0921674083 Fax 0921674386 e-mail: comune@comune.sanmaurocastelverde.pa.it pec: comune.sanmaurocastelverde.pa@pec.it

PREMIO LETTERARIO “PAOLO PRESTIGIACOMO” SAN MAURO CASTELVERDE IX Edizione, 2022

(scadenza 10 GIUGNO 2022)

Nell’ambito del 2° Festival di Poesia Paolo Prestigiacomo, fondato e diretto da Fabrizio Ferreri in partnership con il periodico culturale l’EstroVerso diretto da Grazia Calanna, il Comune di San Mauro Castelverde (PA) indice la IX Edizione del Premio Letterario “Paolo Prestigiacomo” allo scopo di promuovere e riportare all’attenzione l’opera dello scrittore maurino Paolo Prestigiacomo (San Mauro Castelverde, 1947 – Roma, 1992), già allievo e amico di Aldo Palazzeschi.

REGOLAMENTO
Art. 1 – Il Premio è  aperto a opere di poesia in lingua italiana edite dal 10 marzo 2021.

Sono escluse le opere che hanno partecipato alla precedente edizione. Gli autori che hanno partecipato alla passata edizione possono ripresentarsi purché con opera diversa dalla precedente.

Art. 2 – La partecipazione al premio letterario è gratuita.
Art. 3 – La giuria è composta da Gabriella Sica (presidente), Salvatore Silvano Nigro, Elisa Biagini, Gilda Policastro, Alberto Bertoni.

Gabriella Sica: poetessa e scrittrice italiana, dal 1978 al 1987 ha fondato e curato la rivista “Prato pagano”. I suoi libri in versi: La famosa vita (1986), Vicolo del Bologna (1992), Poesie bambine (1997), Poesie familiari (2001), Le lacrime delle cose (2009), Tu io e Montale a cena (2019) e il recente Poesie d’aria per Interno Libri. Tra i riconoscimenti il Premio Internazionale “Lerici Pea” per l’Opera poetica 2014. Tra i suoi libri in prosa: Sia dato credito all’invisibile. Prose e saggi (2000), Emily e le Altre. Con 56 poesie di Emily Dickinson (2010), Cara Europa che ci guardi. 1915-2015 (2015). Sue poesie sono tradotte in varie lingue. Ha inoltre realizzato per RaiPlay docufilm su Ungaretti, Montale, Pasolini, Saba, Penna, Caproni: https://www.raiplay.it/programmi/poetidel900.

Salvatore Silvano Nigro: critico letterario e docente di letteratura italiana in prestigiose università tra cui la École Normale Supérieure di Parigi, la New York University, la Yale University, la Scuola Normale di Pisa e lo IULM di Milano. Si è occupato, tra l’altro, di novellistica del secolo XV, de Il libro mio di Pontormo, di Dante, della letteratura barocca, di Matteo Bandello, Luigi Pulci, Mario Soldati, Alessandro Manzoni, Giorgio Bassani, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Leonardo Sciascia, Giorgio Manganelli, Andrea Camilleri e Giuseppe Bonaviri, oltre a presentare opere letterarie e pittoriche contemporanee. Ha vinto il Premio Brancati nel 1996 e il Premio Dessì nel 2012.

Elisa Biagini: ha pubblicato otto raccolte poetiche fra cui L’Ospite (Einaudi, 2004), Fiato. parole per musica (Edizionidif, 2006), Nel bosco (Einaudi, 2007), The guest in the wood (Chelsea editions, 2013 – 2014 Best Translated Book Award), Da una crepa (Einaudi 2014) e Filamenti (Einaudi 2020). Ha curato e tradotto l’antologia Nuovi Poeti Americani (Einaudi) e Non separare il no dal sì (Ponte alle Grazie), una scelta di poesie di Paul Celan. Con Antonella Anedda ha pubblicato Poesia come ossigeno. Per un’ecologia della parola(Chiarelettere). Sue poesie sono tradotte in più di quindici lingue e ha partecipato ad importanti festival italiani e internazionali. Insegna scrittura a NYU Florence.

Gilda Policastro: è scrittrice e critica letteraria. Collabora a giornali e riviste, è in particolare redattrice del sito «Le parole e le cose». Ha pubblicato i romanzi: Il farmaco (Fandango, 2010), Sotto (Fandango, 2013), Cella (Marsilio, 2015), La parte di Malvasia (La Nave di Teseo, 2021). Tra i libri di poesia: Non come vita (Aragno, 2013), Inattuali (Transeuropa, 2016), Esercizi di vita pratica (Prufrock spa, 2017). Tra i saggi: Polemiche letterarie dai Novissimi ai lit-blog (Carocci, 2012), L’ultima poesia: scritture anomale e mutazioni di genere dal secondo Novecento a oggi (Mimesis, 2021).

Alberto Bertoni: è nato a Modena nel 1955. Insegna Letteratura italiana contemporanea all’Università di Bologna. Tra le sue pubblicazioni saggistiche: La poesia contemporanea (Il Mulino 2012), Poesia italiana dal Novecento a oggi (Marietti 2019), Una questione finale. Poesia e pensiero da Auschwitz (Book Editore 2020). Per Einaudi ha pubblicato L’isola dei topi (2021). Come poeta ha pubblicato diverse raccolte confluite poi nel volume Poesie 1980-2014 (Aragno 2018).

Art. 4 – Il premio si articola in un’unica sezione.
Art. 5 – Per partecipare al premio gli autori (o le case editrici) dovranno inviare per email, in formato PDF comprensivo della data di

pubblicazione, la propria opera entro e non oltre il 10 giugno 2022.

Indicare nell’oggetto dell’email la dicitura: Partecipo – Premio Letterario “Paolo Prestigiacomo” IX Edizione, 2022.

L’email, unica, deve essere inviata a:

Fabrizio Ferreri: ferrerifabrizio@hotmail.com

Grazia Calanna: graziacalanna@lestroverso.it

Oltre alla propria opera, i partecipanti devono allegare all’email in un unico file word i propri dati anagrafici e di recapito: luogo e data di nascita, e-mail, riferimento telefonico, indirizzo di domicilio.

La giuria, entro la prima metà di luglio 2022, diramerà una lista di finalisti ai quali sarà chiesto di spedire n° 5 copie cartacee della propria opera. Le copie dovranno essere inviate entro 7 giorni dall’avvenuta comunicazione al Comune di San Mauro Castelverde, Piazza Municipio 11, 90010 (PA).


Sul plico della spedizione dovrà essere apposta la seguente dicitura: Premio Letterario “Paolo Prestigiacomo” IX Edizione, 2022. Le opere inviate non saranno restituite né agli autori né alle case editrici.
Una copia di ogni opera resterà nella costituenda Casa della Poesia del Comune di San Mauro Castelverde.
Art. 5 – Il premio letterario prevede un vincitore e due menzioni speciali.

La giuria si riserva inoltre di assegnare un premio di poesia a un’opera under 40, e, a propria discrezione, di assegnare premi speciali e/o segnalare opere.

La segreteria del premio comunicherà i nomi dei vincitori e dei menzionati entro la fine di luglio 2022. Art. 6 – PREMI
– Vincitore del Premio Letterario “Paolo Prestigiacomo”:
Euro 1.000 e targa di premiazione.


– Menzioni speciali:

Euro 300 e targa di premiazione cadauno.

Vitto e alloggio cadauno (1 cena più il pernottamento per una notte in occasione della serata di premiazione).
Art. 7 – I vincitori del premio, gli autori che hanno ottenuto la menzione speciale e ogni altro premiato si impegnano a confermare la propria presenza alla serata di premiazione entro il 5 agosto 2021.
I premi di cui all’art. 6 dovranno essere ritirati personalmente durante la serata di premiazione, pena la perdita degli stessi. Non sono ammesse deleghe.
La serata di premiazione si terrà nella seconda metà del mese di agosto 2021 a San Mauro Castelverde (PA).

Art. 8 – La partecipazione al premio implica l’accettazione completa del presente regolamento.
I dati personali dei partecipanti al premio letterario sono tutelati ai sensi del DL n.196 del 30 giugno 2003.

Nell’ambito del Festival di Poesia Paolo Prestigiacomo, giunto alla seconda edizione, il giorno precedente alla serata di premiazione, si terrà il convegno “La poesia e la sconfitta. Ripensare i margini”.
Il Comitato Scientifico del convegno è composto da Andrea Accardi, Giuseppe Condorelli, Diego Conticello.
Il convegno è aperto a tutti e libero. Previa comunicazione via email a ferrerifabrizio@hotmail.com, graziacalanna@lestroverso.it e al comitatopremioprestigiacomo@gmail.com ci si può proporre come relatori, interpretando la seguente traccia:
Il genere poetico sta attraversando una crisi paradossale: se ne scrive tanta, e in buona parte di valore, se ne discute con passione e cognizione di causa; al tempo stesso, però, la poesia di oggi è senza pubblico o quasi, fatta eccezione per un gruppo sparuto di specialisti e per i medesimi autori/lettori all’interno di un circuito che si consuma da sé, venuto meno quel mandato sociale che sembra essere stato oggi assunto dalla canzone, e non solo la cosiddetta “d’autore”, rispetto a un certo bisogno di esaudimento lirico della soggettività. Si aggiunga poi che molta poesia, chiamata per brevità di ricerca, si è da tempo allontanata con decisione da una base di trasparenza comunicativa del linguaggio, esplorandone possibilità poco conciliabili con un vasto pubblico (al quale invece arrivano attualmente pochissimi autori di versi, che con buona approssimazione possiamo considerare non i migliori, e in nome di una idea di Poesia assoluta e stereotipica).
Ma una poesia per così dire sotterranea, divenuta quasi clandestina, quale tipo di attrazione esercita nei confronti di contenuti altrettanto asociali, non addomesticabili? Non si tratta di recuperare l’immagine ormai fuori tempo di un poeta romantico messo ai margini della comunità, quanto di considerare la poesia come attività umana che lavora ai fianchi dell’esistente, sulle scorie, sull’espulso, e su più livelli, sociale, esistenziale, psicologico, ma anche geografico e periferico, finendo insomma, genere letterario “sconfitto”, per dare voce e risalto cognitivo alle istanze sconfitte del mondo. Va da sé che proprio il quadro negativo di partenza produca invece il suo contrario, e una poesia non conclamata, che agisce per così dire di straforo, possa indicarci nuovi spiragli da cui guardare e comprendere la realtà, e ridefinire la nostra esperienza.

Possibili spunti assolutamente non esaustivi:

  1. 1)  Poesia e luoghi dimenticati
  2. 2)  Poesia e malattia
  3. 3)  Poesia e inutilità

Il programma del Festival di Poesia sarà pubblicato sul sito de l’EstroVerso nel mese di giugno 2022.
Per qualsiasi informazione, visitare il sito web de l’EstroVerso, https://www.lestroverso.it/ o scrivere a ferrerifabrizio@hotmail.com.

*

L’Albo dei vincitori:

1993 – Patrizia Cavalli, Poesie (1974-1992) (Einaudi).
1994 – Franco Loi, L’Angel (Mondadori).
1995 – Franco Marcoaldi, Celibi al Limbo (Einaudi).
1996 – Valerio Magrelli, Poesie (1980-1992) e altre poesie (Einaudi). 1997 – Iolanda Insana, L’occhio dormiente (Marsilio).

2007 – Maurizio Cucchi, Il rosso e l’azzurro (Quaderni di Orfeo).
2019 – Tiziano Broggiato, Novilunio (Edizioni LietoColle), Giuseppe Grattacaso, Il mondo che farà (Edizioni Elliot); Menzioni Speciali: Antonio Lanza, Suite Etnapolis (Interlinea), Maria Pia Quintavalla, Quinta Vez (Stampa2009).
2021 – Milo De Angelis, Linea intera, linea spezzata (Mondadori); Menzione Speciale: Cettina Caliò, Di tu in noi (La nave di Teseo). Premio alla Carriera: Umberto Piersanti. Vincitori sezione under 40: Marco Corsi, La materia dei giorni (Manni), Giorgio Ghiotti, La via semplice (Ensemble).


PREMIO LETTERARIO “PAOLO PRESTIGIACOMO” SAN MAURO CASTELVERDE IX Edizione, 2022

SEZIONE SCUOLE SECONDARIE DI PRIMO E SECONDO GRADO RICADENTI NEL COMPRENSORIO DELLE MADONIE

(scadenza 10 GIUGNO 2022)

Nell’ambito della IX Edizione del Premio Letterario “Paolo Prestigiacomo”, indetto dal Comune di San Mauro Castelverde allo scopo di promuovere e riportare all’attenzione l’opera dello scrittore maurino Paolo Prestigiacomo (San Mauro Castelverde, 1947 – Roma, 1992), già allievo e amico di Aldo Palazzeschi, si inaugura la sezione del premio aperta agli Istituti Secondari di primo e secondo grado ricadenti nei Comuni dell’area madonita.

La giuria del premio è composta da: Matteo Mazzola (Assessore alla Cultura del Comune di San Mauro Castelverde); Fabrizio Ferreri (poeta e direttore artistico del Festival di Poesia Paolo Prestigiacomo); Grazia Calanna (poetessa e direttrice della rivista letteraria online l’EstroVerso); Andrea Accardi (poeta e membro del comitato scientifico del Festival di Poesia Paolo Prestigiacomo); Giuseppe Condorelli (poeta e membro del comitato scientifico del Festival di Poesia Paolo Prestigiacomo); Diego Conticello (poeta e membro del comitato scientifico del Festival di Poesia Paolo Prestigiacomo).

Per partecipare al Premio è necessario inviare, con email unica entro e non oltre il 10 giugno 2022, una poesia a tema libero e senza limiti di lunghezza ai seguenti indirizzi email: Matteo Mazzola: mat.mazzola@tiscali.it

Grazia Calanna: graziacalanna@lestroverso.it Ferreri Fabrizio: ferrerifabrizio@hotmail.com Andrea Accardi: a.accardi@gmail.com Giuseppe Condorelli: condorg@tiscali.it Diego Conticello: diegoconticello@gmail.com

Oltre alla poesia, il partecipante deve inviare nello stesso file word contenente la poesia, l’autorizzazione alla partecipazione firmata dal genitore, se minorenne, e le seguenti informazioni: nome e cognome, età e luogo di nascita, classe e istituto frequentato, nome di un docente di riferimento con relativa firma.

La giuria selezionerà tre vincitori a cui andranno una targa di premiazione e un buono libri da 50€ cadauno. I vincitori verranno inoltre invitati a leggere la propria poesia durante la serata di premiazione finale del Premio di Poesia Edita Paolo Prestigiacomo che si terrà a San Mauro Castelverde nella seconda metà di agosto 2022 alla presenza di importanti poeti italiani.

Il Premio è inserito nell’ambito del Festival di Poesia Paolo Prestigiacomo, fondato e diretto da Fabrizio Ferreri in partnership con il periodico culturale l’EstroVerso diretto da Grazia Calanna, giunto alla seconda edizione. Nell’ambito del Festival, il giorno precedente alla serata di premiazione si terrà il convegno “La poesia e la sconfitta. Ripensare i margini”. Il Comitato Scientifico del convegno è composto da Andrea Accardi, Giuseppe Condorelli, Diego Conticello.

Il programma del Festival di Poesia sarà pubblicato sul sito de l’EstroVerso nel mese di giugno 2022.

Per qualsiasi informazione, visitare il sito web de l’EstroVerso, https://www.lestroverso.it/ o scrivere a ferrerifabrizio@hotmail.com.

‘Gli scomparsi’: Il dominio del cuore, di Renato Minore

Gli scomparsi sono i libri che non abbiamo mai saputo di voler ritrovare: libri dimenticati, libri fuori edizione, libri introvabili, libri mai tradottilibri trascuratiOgni settimana qualche brano da un libro“scomparso”, nella speranza che questo piccolo spazio nascosto possa contribuire a riesumarne qualcuno.

Edoardo Pisani

Le Muse, Jan Toorop

Il libro di oggi è Il dominio del cuore, di Renato Minore, che era amico di Ennio Flaiano e che lo ha in parte ritratto proprio in questo romanzo, ormai introvabile. Zefiro è e non è Ennio Flaiano, ha detto Minore in un’intervista. Anche lui ha un figlio malato, come Flaiano aveva una figlia malata, e anche lui è uno scrittore – per l’appunto simile a Ennio Flaiano. Proponiamo due brani molto toccanti del libro, che andrebbe ristampato.


E intanto Zefiro, confuso tra i bambini, spettinato dal vento, osservava le meraviglie esposte in vetrina al Museo della Scienza e della Tecnica. Attraverso la combinazione matematica, cercava di aprire una cassaforte. Ci riusciva, finalmente, e rideva. Rideva, di quello stupore tornato infantile che consente di guardare con uno sguardo rinnovato tutto ciò che abbiamo intorno. Con grande e crescente gioia Zefiro toccava un bottoncino rosso e invitante. E subito il modellino della Terra, girando intorno al Sole, mostrava l’alternarsi del giorno e della notte, il variare delle stagioni.
Sornione e ironico, divagava:
“Stelle ciarliere e fin troppo loquaci penetrano nei destini, e li forgiano, e noi ci illudiamo di esserne forgiati, speriamo che ci tolgano dal malefizio di un mondo vuoto di significato e di pietà. Freddo, razionale, incomprensibile.”
Divagando, Zefiro parlava dell’astrologia di massa, una religione del nostro tempo così invadente e confortevole, opposta all’idea di un universo stellare gelido, indifferente alla nostra sofferenza, impegnato in una cieca trasformazione di se stesso. Alle stelle pietose sono affidati i responsi che attendiamo per aver successo, o per fallire, nella via intrapresa.

§

Dalla borsa tirò fuori una foto di quel settembre. Zefiro abbraccia il bambino, lo guarda teneramente e il bambino si rivolge al padre in piena simmetria di gesti. Lo sguardo è lo stesso, solo più spento, assente. Come fiorito e, poi, abbandonato sopra un corpo che non ha la forza di reggersi e, per muoversi, ha bisogno di braccia amiche o di una carrozzella. Come una copia – quello sguardo – a cui, per il maligno scherzo di un tiranno senza nome, è stato tolto lo spirito, l’intelligenza, la forza anche dolorosa del comprendere, dell’organizzarsi in pensiero, del rispecchiarsi nella tristezza e nella vanità della propria persona. Restano l’apatia, l’assenza di emozioni e di desideri, un silenzio opaco senza lume di partecipazione.
Sonia Zefiro ora parlava del rapporto straordinario che, in quei giorni di fine estate, Zefiro aveva stabilito con il bambino. Mai aveva visto suo marito così sereno e laborioso, come in una vigilia dolcissima. Una sensazione di calma, di pace finalmente raggiunta.
La mattina raccoglievano conchiglie, granchi morti, gusci di patelle. Giocavano con la sabbia. Glielo aveva consigliato qualcuno: la sabbia poteva essere una terapia. Gli parlava. Gli raccontava storie buffe, soavissime storie e il bambino non capiva, non poteva capire.
Sonia Zefiro disse come sgravandosi da un peso:
“Ancora oggi ha la mente offuscata di poco più di un anno. Non parla, non ha mai parlato. Per comunicare emette suoni gutturali incomprensibili per tutti, ma non per chi gli sta vicino. Anche grida potenti che di notte possono spaventare. Ma quelle storie del padre lo calmavano, gli davano serenità.”
Tofi non aveva proprio nulla da dire. Cortese partecipava al racconto in silenzio. Nei giorni più caldi facevano il bagno. Il padre lo carezzava, lo spruzzava, lo massaggiava, anche per ore: anche l’acqua in questi casi è benefica. Sonia Zefiro precisò: “Ore e ore per strappargli un balbettio che voleva dire: ‘Grazie papà’. Lui non aveva mai provato la gioia che hanno tutti di essere chiamato ‘papà’.”
Poi il pomeriggio Zefiro scriveva, scriveva. La storia di Carlo M. appunto. Ne accennò anche alla moglie come di un grande mistero. È possibile, è lecito uccidersi nel fiore degli anni e delle esperienze? Come sono pensabili scelte così assolute? La vita giustifica sempre se stessa…
Giustificava anche quella del bambino che tanti anni prima, in una notte angosciosa, era stato sul punto di morire e, poi, uscito dal coma, s’era ritrovato menomato e per sempre irrecuperabile alla normalità. Era nata l’investitura tragica del padre, scelto dal destino per sancire, con i giorni che gli restavano da vivere, l’interminabile agonia dell’essere da lui più amato.

 

(Ennio Flaiano ha scritto, in un appunto postumo compreso nel Diario degli errori: “Quando avremo sondato l’Universo alla ricerca della nostra incapacità di dominarlo e di capirlo, dovremo ritornare al Poeta e concludere che a muovere il Sole e le altre stelle (a muoverle, ma non a spiegarle) è l’Amore. Allora la nostra fede non sarà più liberatrice, ma deduttiva, accettata per la nostra incapacità di andare oltre. Crederemo perché è evidente, non perché è assurdo.” Ha anche scritto, nella decima strofa del magnifico poema La spirale tentatively: “Per tornare al discorso della morte / se mi chiedete in che giorno io l’ho vista negli occhi / posso dirvelo, nella notte tra il 14 e il 15 aprile / di un anno lontano. Allora, per tutta una notte, la vidi. / La morte aveva quel volto romano / pronto all’ambiguo accomodamento / quel volto di case dall’intonaco sfatto / e d’infermieri al bar gonfi d’indifferenza / di porte che sbattevano lontano / di villini acquattati intorno nell’ombra / e di quel grido che ritornava a tratti, / il volto degli orologi e dei calendari! / La ragazza era in fondo nel corridoio / nello studio del medico primario, non c’erano / altre stanze libere e per tutta la notte ebbe il male, / orribili assalti del male che la storcevano / o la irrigidivano con una mano tesa verso l’alto, / verso me, come a chiedere pietà o aiuto. / Solo una volta strinsi quella mano e pensai / di morire io al suo posto, sfidando una contabilità / che mi escludeva. Io dovevo soltanto testimoniare / quello che stava accadendo. La parte che mi si chiedeva / era questa, infame, al limite del tradimento / e venivo guardato come un intruso al quale / niente si deve dire, se non che la morte della ragazza / della dolce ragazza che ha vent’anni / è soltanto liberazione, la fine di ogni sofferenza / la chiusura di un capitolo sbagliato / un nonsenso che trova la sua ragione / nell’attimo stesso in cui si conclude. / Così andai nella stanza di attesa e attesi che – / che qualcuno, senza dirmi nulla ma solo – / ma solo con lo sguardo mi annunciasse che era finita. / Le mattonelle erano di un grigio vecchio e senza vita / le poltrone di plastica, la luce velata da tabarin / i muri spogli,
la finestra dava sul cortile, / l’alba tardava a venire, mai ebbi contatto / più segreto e osceno con la morte, e più lucido / con le sue indiscutibili ragioni / con la sua intransigenza cortese e suadente, / mai mi sentii così inutile e vinto e vile / e verme che cerca la sua giustificazione. / Gli equivoci rumori della notte, il corridoio, / poi il primo grido degli uccelli all’alba / e questa luce che contorna le cose del cortile / e infine la donna affranta che voleva capire / e accettava la conclusione, come un’ironica e orrenda / fatalità e ormai la implorava senza lagrime / purché
l’interrogatorio finisse. / Allora sentii una nuova calma, una leggerezza / confortante e calda, avevo rovesciato la situazione / decidendo che il morto ero io. E che da allora / la mia vita sarebbe quella, la lunga morte / di un essere che amavo e che sarebbe sopravvissuto, / e quando mi dissero: “Vivrà”, risposi che andava bene / sapevo già tutto, avevano accettato il cambio / e ora dovevo mantenere la parola, come nelle tragedie. / Ecco perché stamane penso che tutto è già successo / se vogliono la ripetizione della cosa l’avranno. / Che posso dire di più? – l’avranno).

Radure, di Maria Allo (a cura di Paola Deplano)

A. Ligabue, Circo

 

Maria Allo.

Proponiamo oggi tre poesie di Maria Allo, tratte dalla sua raccolta Radure, edita nell’aprile 2021 per Giuliano Ladolfi Editore.
Sono tre istantanee di vita, tre flash di poesia per leggere il mondo, tre inviti a specchiarsi nel nostro universo interiore.

 


IL VENTO DEL SUD

Il vento del Sud ha l’assorta pazzia
e la compassione delle bestie
che infuriano nel bosco.
Si avventa a pugni chiusi
dentro la sorgente sotterranea
delle mie cento pelli.
Lo vedi, sul mare e nell’aria prosciuga
la terra e queste erbe sulle frane
hanno il fiato di fendenti consumati
sulle zolle del futuro.
In ogni fibra cresce in verticale
la ferocia di sopravvivere
[…] salva il biancospino che ci lega
come tra noi il dialogo pacato

più antico di un amore secolare.

PUÒ COME DI VIOLE

Dunque, può morire come di viole il mare.
Gabbiani stridono i rauchi amori
finché gli echi perdono sostanza.
Richiami di sirene incrociano assenze
[…] ma questo già lo sai. Sei il vuoto
tra le distanze in un mare di cobalto.
Le quattro del mattino. Nel pigro aprile
alla luce delle cose il mandorlo in fiore
ovunque nei pendii fiorisce se sognato.
Quando sono stata un’Antigone?

SEGNI

In mezzo al porto un guizzo e niente storia.
Alla luce delle cose una sintassi
scricchiola come scaglie marine
tra gli scogli.
Sibilanti e consonanti alghe
senza intonazione.
Ma ti appartengono senza riserve
i segni semplici delle cose
che schiudono alla luce
tra i germogli di un cedro silenzioso.

 

Selezione a cura di Paola Deplano


 

Francesco Scarabicchi, La figlia che non piange – Poesie del limite e dell’oltre (a cura di Annachiara Atzei)

La figlia che non piange, pubblicato postumo per Einaudi (2021), contiene le riflessioni di Francesco Scarabicchi, poeta sensibile della contemporaneità italiana, sul tema della morte.
Pensiero costante, specie per un uomo che da tempo pativa la malattia, la morte è intesa, da un lato, come traguardo ultimo e, allo stesso tempo, concepita come parte stessa della vita: non è escluso a priori un dopo, bensì si contempla l’oltre con sguardo lucido e confortato.
E, nell’esplorare queste riflessioni, è un libro commovente. Un libro che, a una prima lettura, colpisce per il linguaggio essenziale e la misura del percepire il reale, ma che, al rileggerlo, inaspettatamente fiorisce.
Nel continuo rimando a quello che viene definito, di volta in volta, “confine d’ogni passo”, “ciglio verso il niente” o, ancora, “terrestre riva”, tutta la raccolta non è altro che la verifica – così profondamente e irrimediabilmente umana – di ciò che è stato, nonché amara constatazione che nessun istante potrà tornare. È il tempo il centro dell’indagine in questo lavoro: “Si decida il contabile del tempo/a restituirci gli anni non vissuti,/tutti i sogni, le cose, i persi sguardi,/le idee che vanno, veloci, a scomparire”. La sua direzione è una, ma si moltiplica e si dilata nel desiderio, nelle aspettative, nel pensiero.
La perdita del padre, all’età di dieci anni, costringe troppo presto l’autore a fare i conti col concetto di limite. Quel doloroso accadimento è descritto con spoglia drammaticità in una delle prose contenute nel volume e intitolata 1962: nell’evocare l’immagine del profilo dell’uomo allungato nella cassa durante la veglia funebre, viene tracciata una linea immaginaria che segna quasi un orizzonte oltre il quale non
sembra più possibile comprendere quale sia il destino delle cose.
Con la maturità, Scarabicchi scopre che quel confine lascia spazio al sentimento o, meglio, al riconoscimento che la vita è eterna nel suo perenne perdersi. L’idea della fine, alla quale i testi ripetutamente tornano, solo in apparenza respinge l’ipotesi che qualcosa perduri.
Con versi nitidi e delicati, il poeta cattura questo sottile processo temporale che contempla insieme ciò che scompare e ciò che resta, quella esistenza che è nei dettagli di ogni cosa e che non può mai essere data per scontata.
Il suo sguardo attento, che impreziosisce tutta la silloge, coglie l’essenza dell’essere: ne è l’esempio una delle poesie dedicate al figlio Giacomo, nella quale, con significativi accenti, Scarabicchi scrive: “In ogni adesso è il poi che potrà essere”, marcando l’avverbio in corsivo come se volesse trasformare il presente in eternità. Quei versi sono un testamento, o, se si vuole, una lettera ai vivi, e invitano il lettore a riflettere sul senso connaturato degli avvenimenti e a cambiare la prospettiva su chi e quanto ci circonda.
E poi c’è la Poesia, luogo e tempo del permanere. Proprio nel componimento che apre il testo, si legge: “Non c’è altro luogo, credimi, che questo,/tutto il bianco possibile, la pagina/e poi quelle formiche delle righe/a dire il poco, il molto che noi siamo” a intendere, probabilmente, che solo la poesia è capace di cogliere e preservare relazioni, legami e connessioni. La parola ha immenso valore: colma l’aria, si fa portatrice di memoria e del durare.
All’equilibrio del sentimento corrisponde l’equilibrio della scrittura: il verso, infatti, è piano, costante nel ritmo e dosato con maestria per tutto lo svilupparsi dell’opera. L’autore accosta componimenti brevi a poemetti e prose intense che, come lui stesso avvisa, sono “una sorta di sguardo della memoria o di distrazione dal presente”.
Al termine della lettura appare con ancora più limpidezza il significato dell’esergo nel quale, tra gli altri, si fa riferimento ai versi di Vittorio Sereni tratti da Stella variabile: “È cresciuta in silenzio come l’erba/come la luce avanti il mezzodì/la figlia che non piange” che richiamano, non a caso, la forza della materia e della vita e la corrispondenza tra i sentimenti e l’universo cari anche al poeta milanese.
Chi è, allora, la figlia che non piange? Non è qui la risposta. O, forse, non è questa la domanda. Ciò che conta in questa raccolta è l’intreccio tra il sentire e le cose, la dialettica tra l’attaccamento alla vita e il suo abbandono che tiene sospesi i versi di Scarabicchi tra l’andare oltre il confine e il restare.

A cura di Annachiara Atzei


Cinque poesie da La figlia che non piange (Einaudi, 2021)

 

Sarò puntuale quando sarai notte

Sarò puntuale quando sarai notte,
starò dalla tua parte a ravvisarti
gli anni di molte insonnie e passi calmi.
Avrò quel viso che non so di avere,
dirò parole appena per fermarti
sull’unico confine che scompare.

*

Ti guarderò da questa vita attesa

Ti guarderò da questa vita attesa,
da una fermata d’autobus, da un destino
che mi tiene lontano e sai che sono
più vicino che mai alla tua resa,
occhi che non si sporgono e non danno
luce che a chi la chiede,
sguardi che vanno dove tutto è niente,
a una finestra d’angolo, ad un cielo
di musiche e di voci tutto intorno.

*

Il giorno nuovo
a Giacomo

Cerca la luce d’ogni temporale,
nel fulmine e nel tuono il varco aperto.
Sempre la quiete segue la tempesta
così come l’età che chiama l’età nuova.
In ogni adesso è il poi che potrà essere,
nessuna fuga ti darà futuro,
il commuoversi muto dei tuoi sensi
che guida ad ogni passo chi lo cerca.

Arriverà e già sarai altrove,
inseguitore strenuo d’orizzonti,
sentinella dell’alba, nel chiarore
che annuncia il giorno nuovo,
nell’aurora.

27.VI.2014

*

Qui regna il tempo che scompare

Qui regna il tempo che scompare,
la fuga sua invisibile,
il nome che non resta,
giorno della stagione, breve resa,
limite d’ogni soglia inesistente.

*

Epilogo

Dalla porta del tempo passa il mondo,
dai suoi sentieri ignoti, dalle strette
vie degli istanti che non torneranno.
Dov’è che vanno, allora? A chi votati?
E quanto d’ogni umano si cancella?

‘Dietro ogni scrittore c’è un morto’: un racconto di Mauro Germani

Il racconto che proponiamo oggi è uno scritto inedito di Mauro Germani. Si intitola ‘Lo scrittore’.
Dietro un’opera c’è sempre un mondo, chi legge lo sa, può intuirlo se è bravo. Ma chi scrive? Chi scrive fa i conti con i fantasmi del proprio ego, con le ombre del passato, con le tentazioni del giudizio, con i capricci dell’estro, con i morti addirittura. 

E forse è proprio così, proprio come in questo ipotetico discorso : non esiste la letteratura, o meglio, quella che voi pensate…

Lawrencw Alma Tadema, Le Rose di Eliogabalo (particolare)

LO SCRITTORE

Permettetemi di riprendere fiato, di bere un sorso d’acqua. Non è facile, sapete, in questa occasione. Ringrazio chi ha voluto premiare ciò che scrivo con un riconoscimento così prestigioso che mai avrei pensato di ottenere. Sono molto contento, naturalmente, ma… l’emozione, questa sera, è tanta… Penso a quante volte ho dovuto rispondere alla domanda circa il segreto del mio successo! E quante volte ho dovuto mettere insieme quattro parole per soddisfare la curiosità di tutti voi: come le vengono certe idee?, oppure: crede nell’ispirazione?, o ancora: quanto c’è di autobiografico nelle sue storie? Domande legittime per voi, ma per me…
Se voi sapeste! I miei libri vi farebbero inorridire… Ma che cosa avete creduto finora? Non avete la minima idea di ciò che accade in realtà!
Ah, la letteratura! Il bel gioco! Le anime belle e maledette! E quel loro modo di parlare, di atteggiarsi come se fossero al di sopra di tutto! E le disquisizioni degli intellettuali, quelle analisi dei testi, quelle ricerche filologiche, quei raffronti critici tra autori… E invece… Io dichiaro ora, pubblicamente, che non ho scritto mai niente, capite? Mai niente! Vedo tra voi qualche sorrisetto, qualche stupido sorrisetto di chi pensa che sia la mia ultima trovata per stupirvi! No, voglio solo confessarvi che io non esisto come scrittore, e probabilmente non esistono nemmeno tutti gli altri… Non esiste la letteratura! O meglio, quella che voi pensate. E sapete perché? Perché dietro ogni scrittore c’è un morto… Sì, un morto che gli detta le parole… Io non ho mai scritto una riga, non ho la minima capacità o fantasia. I morti, loro scrivono ed esistono
davvero, e comunicano con noi tramite la letteratura, questa è la verità che nessuno osa dire! Sì, credetemi… Io l’ho visto, l’ho visto il mio scrittore, il mio fantasma, di cui non so nemmeno il nome! M’è apparso in sogno, mi ha rivelato tutto, mi ha detto ciò che dovevo scrivere. E quando mi siedo al tavolo sento la sua voce, la sua voce che s’impossessa di me…
Non potevo più tacere, ecco. Dovevo dirvi la verità, anche se… anche se per me è finita, lo so. Ho tradito il patto. Ho parlato.

 

Di Mauro Germani

‘Gli scomparsi’: Le monde extérieur, Marguerite Duras

Gli scomparsi sono i libri che non abbiamo mai saputo di voler ritrovare: libri dimenticati, libri fuori edizione, libri introvabili, libri mai tradottilibri trascuratiOgni settimana qualche brano da un libro“scomparso”, nella speranza che questo piccolo spazio nascosto possa contribuire a riesumarne qualcuno.

Edoardo Pisani

Le Muse, Jan Toorop

Il libro di oggi è Le monde extérieur, una raccolta di testi di Marguerite Duras inedita in italiano. Proponiamo un brevissimo e toccante paragrafo scritto da Duras per il film L’homme atlantique e rivolto al suo amato Yann Andréa Steiner.


Non ho paura

Non ho paura, di nessuna cosa, nessuna, nessuna delle cose, né di queste cose né di questi dèi né di questi spazi né di queste distese. Ma quando si tratta di te. Quando sei tu che cammini lungo i muri, i vetri, il mare, e che la telecamera ti segue e ti perde per riacchiapparti di seguito in un percorso inverso e sempre identico lungo le acque grigie, le sabbie, gli uccelli sotto il vento, rinchiuso solo nella fredda cavità della hall di un albergo della Manica, senza di me, ho paura.

 

(Il film L’homme atlantique – inizialmente chiamato Agatha ou les lectures illimitées – è una
delle opere più originali della grande Marguerite Duras; i francofoni possono trovarlo facilmente in Rete. Duras scriveva anche, in Scrivere, un suo libriccino ormai scomparso dalle librerie italiane: “Scrivere è tentare di sapere cosa si scriverebbe se si scrivesse. Lo sappiamo solo dopo. Prima, è la domanda più pericolosa che ci possiamo rivolgere. Ma è anche la più ricorrente”).

‘Ampi Margini’ di Gianni Montieri (a cura di Giulia Bocchio)

Le poesie sottostanti appartengono alla raccolta Ampi margini (LiberAria Editrice 2022) di Gianni Montieri, che ritorna su queste pagine da amico e da poeta, a raccontare di strade, calli e luoghi che hanno lasciato un’impronta nel mondo, restituendo a colui che scrive un moto che si fa verso da dedicare.
Alcune di queste poesie sono impressioni: fotogrammi potremmo dire, attraverso i quali sfilano i ricordi, un padre, l’amore, la famiglia, un mezzo pubblico, città iconiche.
C’è una vena nostalgica, lì, latente, qualche volta più esibita, eppure il passato non è una lama, è piuttosto uno specchio retrovisore, al quale rivolgere uno sguardo benevolo: se siamo qui ci sarà per noi un futuro.
Il tempo è un flusso personale e, spesso, a scandirlo è la logica emotiva degli eventi: a volte ricordiamo un anno solo perché ad esso è collegato un fatto. I margini sono ampi.
Tutta l’ispirazione è questione di memoria e rielaborazione, in fondo.
Ci pensa la poesia all’eternità.

 


Tornare soltanto per vedere
se ci riconosciamo
se allo specchio di Santa Fede Liberata
è il nostro riflesso che compare
o – e sarebbe più reale – l’ombra
delle vecchiarelle: carcerate,
prostitute, musiciste e, perché no,
tipografe e nonne di Benedetto Croce.

 

Con te sono venuti i vicoli, il banchetto
dei libri a Mezzocannone e la lava
d’acqua di quando piove – sembra
non possa smettere – le case si scurano
si fanno fragili, friabili, si piegano
ti seguono, ti ha accompagnato
pure la poltrona scassata messa
fuori da Filosofia, due si sedevano
si baciavano e poi si allontanavano.

 

In cima alle scale – quelle delle pagine
di Curzio Malaparte – ballano una tammurriata
sono otto, dieci coppie, girano
e io intorno a loro, su una saracinesca
hanno disegnato una porta da calcio
qualcuno viene dal passato, da un sogno
tira forte e il pallone segue l’effetto
del rumore, del volteggio, del suono
pare che tutto si concentri in questo punto
e mi lascio scivolare su un gradino
respiro, faccio pace con qualcosa.

 

Mio padre a Sesto San Giovanni
o forse l’ho sognato
in viale Marelli, mi guarda
Dove sono gli operai? Non sono
più qui, vorrei rispondere
sotto l’insegna gialla di un’officina
ma lo abbraccio, nei sogni si può tentare
la sorte in luoghi non attraversati.

 

Vorrei che queste poesie
le leggessi prima che sia tardi
eppure non so se sia il caso;
come tutte le volte
che dovevo parlarti
e ho rimandato, o tutte
le cose che volevi dirmi
e non è capitato.

 

Credo si possa essere felici
come è vero questo momento
in un cortile di San Sebastiano
le panchine vuote
a quest’ora nell’aria
resiste l’odore di sigarette spente
io matricola notturna cosa spero di imparare?
Cosa ascolto mentre guardo verso
la finestra dove ai tuoi studenti insegni
dove cerchi di sbrigarti e magari
sbirci l’ora oppure in basso
e mi trovi, scampato a calli e ponti
al primo freddo, al mio passato.

 

Precipito, acqua piovana
come foglia d’inizio autunno
prendo colore scivolando in basso
soprattutto non parlo
in questo volo radente
non pronuncio niente
è questo che ti sto spiegando
a ogni vuoto d’aria
stretta allo stomaco
ramo che spezzo col peso
la felicità è un abisso.

 

Imparassimo almeno dalle foglie
cadere nella stagione giusta
mantenendo un tono di decoro
la scelta del colore
chiedersi del volo:
fuori dallo stormo come l’aquila
o l’armonico motivo del migrare
davanti al mare
per una volta non accontentarsi.

 

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