Sulla morte, con cauto ottimismo: “L’isola di Caronte” di Alessandro Buttitta

Alessandro ButtittaL’isola di Caronte
Laurana Editore 2021

 

Per il bel romanzo d’esordio di Alessandro Buttitta (Laurana Editore 2021), questo passaggio potrebbe valere come una dichiarazione di poetica:

Mi ritrovai a pensare che, se fossi stato uno scrittore tardo-romantico, avrei indugiato sui flutti in eterno conflitto con le scogliere, sugli occhi gentili della ragazza che amava perdersi in oscuri sentieri, sulle mani sudate del becchino che le stava dietro, sui passi titubanti del militare che un tempo rifletteva sui massimi sistemi. Tuttavia, nel rispetto delle incongruenze del Creato, mi adeguavo a tempi tristi nei quali il sublime ha ceduto irrimediabilmente il passo alle sublimazioni. (p. 100)

Al centro della storia c’è in effetti Ustica, isola al largo di Palermo, trattata con grande compostezza di stile, senza facili tentazioni atmosferiche, quasi come il pretesto per dare al racconto la coerenza di un’unità di luogo. A Ustica si reca il protagonista Andrea Mangiapane insieme agli altri becchini dell’agenzia Vita Natural Durante, per la morte ancora da spiegare del giornalista Vella. Da lì si mette in moto la macchina narrativa dell’indagine, ma la stessa struttura del giallo appare a sua volta come il pretesto per ragionare, sovvertire, giocare con qualche stereotipo di genere, affrontare nel finale un dilemma etico centrale della cultura siciliana, e più diffusamente ironizzare “con cauto ottimismo” (p. 7) sulla morte. Anche in questo mi pare che sia stato molto bravo l’autore, che è riuscito a costruire un testo godibile, leggero nel senso migliore, capace di confrontarsi di continuo con il pensiero della morte, sottraendosi però al sublime, alla vertigine, cercando di stemperare, a volte scherzare, e per quanto possibile di capire. Direi che è una postura già tipica di Buttitta, che nel libro precedente, non un romanzo ma un saggio (Consigli di classe, Laurana 2017), affrontava il tema della scuola sfruttando lo schermo della letteratura, del cinema, dell’arte, ed evitando così le accensioni passionali della retorica. Anche qui la letteratura viene spesso in soccorso, fin dal titolo, non inutilmente, fornendo le parole per dire almeno in tralice le cose che ci spaventano: «Per chi come me era stato sedotto dalla letteratura, la bara a bordo somigliava a un triste presagio. Mi ricordai del finale di Moby Dick con un compiaciuto brivido» (p. 30); «Mi toccò così la suggestione tutta ungarettiana che stare accanto a un cadavere, sentirne gli odori, osservarne con circospezione le irregolarità, soffermarsi sui peli ispidi che fuoriescono dalle cavità nasali, mi facesse sentir meglio, attaccato alla vita come l’edera sui muri» (p. 47); «In cuor mio forse speravo che Giuseppe Vella si fosse risparmiato il destino di Pier delle Vigne» (p. 53); «Colto da un’improvvisa folgorazione, trovato il suo sguardo, le confidai solamente che Verrà la morte e avrà i tuoi occhi era il verso più tragico della letteratura di tutti i tempi» (p. 97); oltre a Sciascia, che si rivelerà decisivo per l’intuizione finale, e Franco Battiato, che appare prima sotto traccia («Non proferì parola, immerso nell’oceano di silenzio che pochi virtuosi sono capaci di attraversare», «Mi convinsi che, in quel preciso momento, il signor Durante si stesse ponendo importanti domande sul proprio transito terrestre», p. 120) e poi in modo conclamato, con l’inconfondibile e struggente chiusura gnomica di Prospettiva Nevski («Mi bastava avere al mio fianco qualcuno che mi insegnasse ad apprezzare l’alba dentro l’imbrunire», p. 142).
Tutto ciò non sembri soltanto un gioco intertestuale compiaciuto, ma la pasta stessa di cui è fatto il protagonista, piuttosto simpatico, reduce da studi universitari in Lettere con tesi sulla mappatura letteraria dei cimiteri di Palermo, e per questo indirizzato dallo zio verso l’agenzia di pompe funebri di Antonio Durante, in zona via Pindemonte (che, come ogni palermitano sa, è la strada che porta dritta dritta alla cripta dei Cappuccini), dove preferirà «seppellire le proprie ambizioni che esser seppellito con le proprie frustrazioni» (p. 13). E proprio Andrea Mangiapane sarà l’interferenza, la svolta imprevista dentro l’etica apparente dei becchini, fatta di mutismi e dimenticanza: «Un silenzio astruso, difficile da interpretare, diverso da quelli a cui erano abituati i becchini della Vita Natural Durante. Era il silenzio degli occhi, il più pericoloso, a destare preoccupazione» (p. 43); «Noi non giudichiamo, noi non ricordiamo. Noi li onoriamo. Siamo becchini e i becchini dimenticano. Sempre» (p. 49). Mangiapane conserva invece una qualche fiducia nelle parole, nella memoria, nella condivisione con gli altri uomini; è in fondo una riduzione comica dell’intellettuale, costretto dalla necessità dei tempi a indossare i panni del becchino, ma non per questo definitivamente scoraggiato. Mi pare allora che Buttitta si appoggi saldamente a Leopardi, non soltanto per averlo messo in epigrafe con una citazione dalle Operette morali. Cosa è infatti l’immagine ricorrente delle formiche (che addirittura chiude il libro) se non una metafora della social catena che unisce gli uomini, e rende perfino la morte un po’ meno insopportabile? Ecco in che modo il signor Durante racconta della morte del fratello, il rispetto tributatogli dalla civiltà delle formiche, che suggerisce una società umana più coesa, dove “sminuzzare il pane e il formaggio che gli erano caduti di mano” sembra figuralmente oltrepassare i bisogni materiali, e farsi lascito, condivisione simbolica:

“Quando arrivai, le formiche erano lì. Erano numerose e gli stavano accanto rispettosamente. Non erano salite sul suo corpo freddo, non lo avevano oltraggiato, non lo avevano macchiato. Si erano limitate a sminuzzare il pane e il formaggio che gli erano caduti di mano. Avevano portato via il cibo per condividerlo come fanno tutti gli onesti padri di famiglia.”
Il signor Durante prese fiato e dignità.
“Le formiche sono state oneste perché hanno mangiato pane e formaggio. I paesani si sono cibati invece della dignità di mio fratello parlando sottovoce, cincischiando nei retrobottega, farfugliando nei bar, pronti a chiudere la bocca soltanto nel momento in cui incrociavano mia madre. Mio fratello, morto perché in questo mondo chi è sazio non crede al digiuno, divenne così, nelle dicerie del paese, un giocatore d’azzardo, un biscazziere, uno che si giocava pure le forchette e i cucchiai di casa se occorreva”. (p. 117)

© Andrea Accardi

Umberto Brunetti, Poesie inedite

“I promessi sposi e la Torre Eiffel”, 1913, di Marc Chagall (1887-1985, Belarus)

 

Come il Bamboccio

Mi hai confuso con Pieter van Laer, detto il Bamboccio.
Ho baffetti arricciati e il viso rotondo,
è vero, ma sono meno malconcio
e non mi terrificano artigli di mostro.
Non farmi passare per quel che non sono.
Ho paura di altro: sobbalzo
nel bagno di un bar quando il tuono
dell’asciugamani elettrico mi coglie allo specchio
da solo. Tremo come un fifone
se penso agli incolmabili screzi,
alla farsesca finzione, alla veemenza da accusa,
alla prepotenza, all’incomprensione.

 

 

Fiducia del venerdì

Può un canto cucire il cielo strappato?

Ho visto in alcuni ragazzi al corteo
(di quelli sulla scorta di Greta)
l’entusiasmante scoperta
di poter farsi sentire, la voglia
di agire, di essere attori del mondo.

Nasceva lì quel briciolo di utopia,
che sotto il ciglio germoglia come una cispa,
la lente invisibile che fa variare diottria.

Perenne cicatrice dell’occhio,
germinazione poetica,
felice condanna
concreta
e incorporea.

(2019)

Continua a leggere

Beati gli inquieti, soprattutto oggi

Stefano Redaelli, Beati gli inquieti
NEO. edizioni 2021

Faccio pubblica ammenda a Stefano Redaelli e alla NEO. Edizioni per la tempistica con cui rendo pubblica questa mia recensione. Quando iniziai a scriverla parecchi mesi fa, le giornate andavano avanti secondo una costante predisposizione alla tutela dall’altro, per cui anche l’uscire di casa e il rientrare nel mondo seguivano una logica inquieta di correzioni e adeguamenti gestuali che mi portavano immediatamente a cercare una conferma vitale nella presunzione di “sanità” mentale. Mi intimoriva quindi entrare nella narrazione dell’esperienza di Antonio ricercatore universitario che chiede di poter soggiornare nella Casa delle Farfalle, struttura psichiatrica che ospita Carlo e Simone, compagni di stanza di Antonio; Angelo, l’artista, il curatore, il perseguitato e poi la poetessa Cecilia e la seducente bella Marta. Mi intimoriva parlarne nonostante le necessità per così dire editoriali (eravamo in tempi di Premio Strega e Beati gli inquieti era tra le prime candidature, come capita spesso alle produzioni NEO) perché ognuno di queste persone rappresentavano un possibile incontro, una possibile faticosa interazione e comunicazione.
Parlare della follia, raccontarla è sempre una sfida interessante tra lessico e struttura, tra parole e senso comune, un allontanarsi dalla grammatica del quotidiano e un percorrere accidentale i tracciati neuronali delle persone come logica di appartenenza al mondo e non come disguido o difetto. Stefano Redaelli sa districarsi in una narrazione che può essere tranello (quanto poco ci vuole veramente per descrivere un matto?) e costruisce un romanzo attraverso uno scavo profondo nella banalità della routine medicalizzante e la ritualità dei gesti, dei bisogni.  Attenzione però a non cercare rifugio negli eventi, negli episodi dirompenti perché sono logica contestuale di un percorso, più accidentale che incidentale. La Messa, il gioco dei triangoli, le improvvise rivelazioni, il finale stesso; tutto è in nuce fin dall’incipit. Proprio per questo i matti spaventano, perché non ti rivelano nulla di nuovo: prevedono e sibillini ti avvisano guidandoti verso una fine nota.
Beati gli inquieti allora, coloro che non temono un finale forse prevedibile, ma proprio per questo assolutamente coerente e forse l’unico che oggi ancora siamo in grado di accettare.
Soprattutto oggi.

© Iacopo Ninni

 

 

Payam Feili (di Salvatore Leone)

Tra le semplici linee delle tue braccia
può scoppiare una guerra,
potrebbe piovere,
o librarsi in aria
un uccello
proprio dal titolo sulla prima pagina dei giornali
– una rondine o uno storno –.

Tra le semplici linee della tue braccia
può succedere qualunque cosa.
Si potrebbero rappacificare due tribù,
persino Beirut
può allungare le sue snelle mani
e togliere la neve dalle spalle di Teheran.

Si chiama Payam Feili, è un poeta iraniano ed è apertamente gay. Nel febbraio del 2014, Payam è stato arrestato dai Pasdaran iraniani, per avere firmato un contratto per la traduzione in ebraico dei suoi lavori. Payam, infatti, non ha mai fatto mistero di non odiare il popolo ebraico e di apprezzare le aperture ai diritti degli omosessuali presenti in Israele. Dopo essere stato fermato, come riporta «Pen America», Payam è stato tenuto bendato per 44 giorni, dentro un container per le spedizioni, in una località sconosciuta. In seguito al rilascio, quindi, Payam è stato costretto ad andar via dall’Iran e trasferirsi in Turchia. Nell’ottobre scorso, Payam ha registrato un messaggio audio in ebraico, chiedendo direttamente agli israeliani di aiutarlo a ottenere un permesso di ingresso per visitare Israele. Il poeta voleva prendere parte alla prossima rappresentazione dello spettacolo “Tre Ragioni” a Tel Aviv. Uno spettacolo basato in parte sui suoi poemi.
La video richiesta di Payam Feili è stata vista anche dalla Ministra della Cultura israeliana Miri Regev. Toccata dalle parole di Payam, la Regev è intervenuta direttamente con il Ministro dell’Interno israeliano Silvan Shalom, chiedendo che la richiesta del poeta iraniano fosse esaudita. Come riporta il «Times of Israel», il Ministro dell’Interno Shalom ha approvato un visto speciale per Payam Feili, esaudendo il suo sogno. Quest’anno, tra le altre cose, Feili ha pubblicato la traduzione in ebraico del suo libro I Will Grow and Bear Fruit … Figs. Una storia di un amore proibito tra due amici, ambientata durante la Guerra Iran-Iraq del 1980. Il libro si apre con questa frase: «Ho 21 anni. Sono gay e amo il sole del pomeriggio».
Un sole che, anche sotto il governo del “moderato” Hassan Rouhani, i gay iraniani non hanno ancora il diritto di guardare senza paura di finire sul patibolo…

Prendiamo i bagagli
Prendi la strada irreversibile
Terza Fratellanza
Andiamo al bagaglio e mettiamoci in mezzo
Saliamo la scala verso la luna
Rilascia le tue glorie dall’inizio della nostra follia
Facciamo un passo nel pozzo prima che soffi il vento
Non dire che la mania per l’alfabetizzazione è la strada da percorrere
Lasciamo solo due rak’ah su questo qiblah
Togliamoci la maschera dal viso
Invece di scarpe volano le code
Non toccare la nostra casa nera sul mio calendario
Posiamo l’ascia su tutto il verde e lontano
Lascia che gli egiziani abbiano tutte le loro foglie
Viene quest’ultima foglia per il re

(Payam Feili
Traduzione di Salvatore Leone)

 


Madam Zona: Un libro di memorie

Io vivo nel paradiso dei folli, signora ministro

Tel Aviv è sempre sveglia. Come cadaveri troppo spaventati per dormire dopo la guerra. Le prime notti, non riuscivo nemmeno a dormire. Sono rimasto sveglio tutta la notte e ho guardato fuori dalla finestra della camera d’albergo. La strada sottostante non è mai stata tranquilla. Giovani ubriachi che ridono ad alta voce e si gridano i nomi l’un l’altro. Ho sentito per lo più parole e nomi arabi. Forse perché non conoscevo nessun ebraico. Costantemente, grida arabe, nomi arabi, ragazzi arabi … Mi ha rassicurato sul fatto che ero ancora in Medio Oriente. Ero felice di non essere stato costretto a scegliere tra America e America.
“Vivo nel paradiso degli stolti”
Quello che volevo era vedere ogni angolo di Israele. Volevo vedere se era la stessa terra fantasy che avevo scoperto nella Torah o no. Ma tutti volevano solo saperne di più. E ho continuato a rispondere alle domande dei giornalisti.
“Perché?”
Ma ero venuto in Israele solo per vivere nelle storie della Torah e per mentire in ebraico. Ero sicuro di non voler vivere in Pennsylvania o a Stoccolma. In luoghi freddi. Ho paura delle città fredde e delle persone fredde, e questo è qualcosa che non sono stato in grado di spiegare alla CNN o al New York Times.
“Vivo nel paradiso degli stolti”, è tutto quello che ho detto.
Non ho nome. Mia madre è andata al mare prima che potesse chiamarmi per nome. Ai mari…a un letto di alghe…nei resti di una vecchia nave. Neanche Poker e il giardiniere africano hanno scelto un nome per me.
Il poker dice: “È meglio così”.
Il giardiniere afghano dice: “Quando il nome della regina sorgerà dalle foreste del Mediterraneo, avrai un nome”.
Akhenaton dice: “Non c’è nome per te”.
Senza nome e senza sorriso, cammino lungo la riva del mare. Qua e là, chiazze argentate di luce brillano sulla sabbia intorno al molo. Penso a mia madre.Della sua nudità bagnata nell’acqua.Del pesce re che bevono il latte dai suoi seni e delle sirene che sfiorano dolcemente la sua pelle.
Riesco a riconoscere le sue impronte sulla sabbia.È tornata in città senza venire a trovarmi.
Mia madre è la dea dei mari. Il mio feto galleggia ancora nel suo grembo. Forse anch’io sono una dea. Mia madre guida le onde e i vortici. Guida le navi verso la riva… le nebbie verso il cielo.
Accompagno gli estranei che si aggirano di notte nel mio letto…
Granelli di sabbia strisciano sotto i miei piedi. Mi giro e vado verso il mare.Mi avvicino… mi avvicino… un passo… due passi… cammino sull’acqua.
L’ho imparato da mia madre.
Vedo un branco di zingari in lontananza. Cantano e camminano sull’acqua.
Mia madre ha imparato a camminare sull’acqua da loro.
Svaniscono sullo sfondo arancione. Li saluto con la mano… scompaiono.

 

Crescerò, darò frutti… fichi.

Ho ventuno anni. Sono omosessuale. Mi piace il sole del pomeriggio.
Il mio appartamento si trova nella periferia della città. Vicino al molo. In un luogo che è il regno delle conchiglie, il regno dei coralli, adiacente all’eterno dolore delle tartarughe.
Mia madre vive nelle acque. Nei resti di una vecchia nave. Su un letto di alghe. I suoi capelli brillano come una corona d’argento sopra la sua testa. Mia madre è sempre nuda. Mi visita di tanto in tanto. Nel mio appartamento alla periferia della città.
Prima attraversa il molo. Galleggia nei profumi sparsi del bazar. Poi fa una visita alla folla di pescatori nei caffè sul mare. Tra la loro mente, una perla nascosta. E lei li lascia e si dirige verso il mio letto. Naturalmente, lungo l’intero percorso, non è meno nuda.
Poker; è così che io lo chiamo. È il mio unico amico. Ci siamo incontrati durante l’addestramento militare. Ha ventuno anni. Gli piace il sole del pomeriggio e non è omosessuale.
Ritengo che si tratti di una minaccia. Non ho mai parlato con nessuno della mia inclinazione sessuale. Anzi, lo nascondo. Anche dai miei pochi partner sessuali. Con loro, fingo che sia la mia prima esperienza di questo tipo.
I miei partner sessuali sono nottambuli. Estranei. Il poker non è un pescatore notturno. Il poker non è un estraneo. E questo mi sta scheggiando dall’interno!

…So che sarò ucciso nei deserti dell’Africa. Nei deserti, lontano dagli occhi di tutti. Me l’ha detto poker. Sa delle cose della mia morte. Anche sulla mia nascita…
Il poker ha un flauto, e ogni volta che viene a trovarmi è alto. Sa molto sulle piante. Credo che lo debba al giardiniere afghano. È il nome che Gli ha dato Poker.
Il giardiniere afghano vive su questo piano. Proprio di fronte al mio appartamento. Un trentenne con i capelli neri e gli occhi neri e le labbra spesse e sensuali. La pelle bruciata dal sole copre tutto il suo corpo forte e agile.
Non ho alcun interesse per relazioni intime con lui. Lo considero un insider e questo uccide il mio desiderio di intimità con lui. È sempre così. È sempre stato così. Gli addetti ai lavori sono indesiderabili.
È solo quasi tutto il giorno. Ma di solito trascorriamo qualche ora insieme nel cuore della notte. È l’unica volta in cui non senti il suono di qualcosa che viene cesellato e scolpito proviene dal suo appartamento. A quell’ora della notte, l’unico suono che galleggia intorno è il suono dei nostri sussurri. Sussurri lenti e irregolari con un ritmo disperato ma desideroso. Il suo appartamento sembra il regno di un impero. Lì, tutto è sotto il dominio del giardiniere afghano; le finestre … le piccole frazioni di luce… i trucioli di legno … e anche la Regina. Il giardiniere afghano la sta conducendo dalle foreste. Con coltelli da intaglio e scalpelli d’acciaio.
La Regina è ancora un fallimento. Un busto fatto di legno di alberi mediterranei. Il giardiniere afghano la intaglia dalle stagioni che cambiano. Con un corpo innocente e nudo. Tutto il giorno… Al buio. Intaglia…intaglia…intaglia.

 

 

Questa oscura notte di Yalda, su un alto muro,
mi immergo nella tua solitudine, entro in te

sotto la luce della luna
Attraverso quella foresta lontana
profonda in quel lago svogliato
intravedo di voi nelle stelle

 

Lasciando porta dolore
Soggiornare porta dolore
Loitering in queste strade abbandonate porta dolore mi dolgo per il mio giornale del mattino, diffamato mi dolgo per i miei libri, piango il bellissimo figlio di mio zio Ali piango quei cupi passeri bagnati fino alla pelle fiorisco e divento alto


Oh! Ragazzo, tenero è il mio torso
Per ripicca per la bellezza dell’unico figlio di mio zio, un giorno,
Nelle strade del villaggio, per l’ingegno della mia disperazione cadrò preda.

 


Payam Feili è nato nel 1985 in Iran. Ha iniziato a scrivere nella sua prima adolescenza. Feili ha pubblicato il suo primo libro – The Sun’s Platform nel 2005 all’età di diciannove anni. Il libro è stato censurato dal Ministero della Cultura e dell’orientamento islamico.
Nel 2016, Feili ha chiesto asilo in Israele, che ha descritto come un posto “interessante, bello e sorprendente”. Dice che Israele “non è solo un altro paese. Per me è come un posto da favola.

 


Questo contributo è apparso in un primo momento nel diario personale di Salvatore Leone su Facebook. Colpito dalla storia di Feili e dalla forza della sua parola, ho chiesto a Leone di poterlo proporre qui su «Poetarum Silva». (fm)

Juan Terenzi, Quattro poesie

Te lo ricordi?

ti ricordi di quella goccia
di saliva
di vino
di sudore
di sperma
di un giorno
diviso in due
notti
quando ancora eravamo
due gocce

ti ricordi di quel ragazzo
che correva in riva al mare
su una striscia di sabbia così ampia
e che ci sorrideva

ti ricordi di quella ragazzina
che mi guardava con quattro sorrisi
e mi chiamava con il nome
del papà morto cinque anni fa

ti ricordi
della mamma piangente
perché il suo figlio
aveva abbandonato
la vita
il futuro
e del padre anche lui morto
lo guardava grave attraverso
il vetro sfocato dell’autoritratto

ti ricordi delle nostre mani
ti ricordi dell’altra ragazza
dell’altro ragazzo
altri
altre
altri
altre

così rotti
e rotte
come le nostre strade
tracciate senza una mappa
né rotta

te lo ricordi
te lo ricordi
te lo ricordi

Lembra?

lembra daquela gota
de saliva
de vinho
de suor
de sêmen
de um dia
partido em duas
noites
quando ainda éramos
duas gotas

lembra daquele moço
que corria pela orla
de uma faixa de areia tão extensa
e que nos sorria de volta

lembra daquela menininha
que me olhava com quatro sorrisos
que me chamava pelo nome
do pai morto há cinco anos

lembra deles
da mãe chorando
porque o seu filho
havia abandonado
a sua vida
o seu futuro
e do pai que mesmo morto
o olhava sério através
do vidro embaçado do retrato

lembra das nossas mãos
lembra da outra moça
do outro moço
de outros
outras
outros
outras

tão rotos
e rotas
como as nossas estradas
traçadas sem mapa
nem rota

lembra
lembra
lembra

 

Trentasette 

Per Rimbaud e ai suoi
trentasette anni:

mi hanno appena proposto
trattamento psichiatrico
e io ho detto
andremo insieme
anche se
due non siamo
poiché ciò che cerchiamo
è il deceduto
io

Trinta e sete

A Rimbaud e aos seus trinta
e sete anos:

acabaram de me sugerir
tratamento psiquiátrico
e eu repliquei
iremos juntos
mesmo que
dois não sejamos
pois o que buscamos
é o falecido
eu

 

Graviora manent

graviora manent
il sole
solo lui
no
le nuvole
solo loro
no
l’ombra
solo lei
no
la pioggia
solo lei
no
le mani
i piedi
l’aria che chiede
i bronchi
i poveri polmoni
solo loro
oh, solo loro
l’aria
ancora una volta
respira
forza
aria
aria
aria
la strada verso
i passi
di nuovo i piedi
senza preghiere
il sole
solo lui
e le nuvole
solo loro
nuvoloso giorno
no
pioggia
grandine
solo loro
no
l’aria
il polmone
no
graviora manent

Graviora manent

graviora manent
o sol
só ele
não
as nuvens
só elas
não
a sombra
só ela
não
a chuva
só ela
não
as mãos
os pés
o nariz
o ar que pede
os brônquios
os pobres pulmões
só eles
ah, só eles
o ar
uma vez mais
respire
força
ar
ar
ar
o caminho até
os passos
outra vez os pés
sem preces
o sol
só ele
e as nuvens
só elas
dia nublado
não
chuva
granizo
só eles
não
o ar
o pulmão
não
graviora manent

 

Coltivo

coltivo in me
una cattività

i grugniti sono pochi
la pelle si stacca
carne infiammata

se vedessi il dolore
se lo scolpissi
con sputi e sudori
semineresti senza spavalderia
le piantagioni
più sfuggenti
che sono in noi

però preferimmo la pausa
del disabbraccio
del disbacio
della dismisura

che discalcola
e ci inculca
una colpa qualsiasi
fanciulla nella sua età
nelle rughe la vetustà
di una preghiera
che non è stata mai ascoltata

coltivo in me
una cattività

se ora concedo
a loro dell’aria fresca
respireremo insieme
la sua assenza

Cultivo

cultivo em mim
um cativeiro

grunhidos são poucos
a pele se solta
carne inflamada

se você visse a dor
se você a esculpisse
em cuspidas e suores
semearias sem bravata
as plantações
mais arredias
que há em nós

mas preferimos a pausa
do desabraço
do desbeijo
da desmedida

que descalcula
e nos inculca
uma culpa não nossa
mas moça em sua idade
e vetusta nas rugas
de uma prece
que nunca foi ouvida

cultivo em mim
um cativeiro

se agora permito
o ar fresco a todos eles
respiraremos juntos
a sua ausência

 

© Juan Terenzi

Con il lapis #6: Andrea Accardi, Nosferatu non esiste

Con il lapis #6*
Andrea Accardi, Nosferatu non esiste
Contributi critici di Stefano Brugnolo e Francesco Filia
Arcipelago itaca 2021

 

*Con il lapis raccoglie annotazioni a margine su volumi di versi e invita alla lettura dell’intera raccolta a partire da un componimento individuato come particolarmente significativo.

 

Sangue del mio sangue
globuli e globi in viaggio
porti con te una luce?
Io lo so che è uno sbaglio
tenere tutto in ballo,
ma il desiderio vuole tutto,
vuole questo e vuole quello,
conserva ogni cosa dentro le stanze
vuote.

Una casa contiene più
di quello che un uomo sopporta.
Vieni tu ad alzare la polvere
a fare rumore, ad aprirmi
tra urla e bisbigli
la porta.

(p. 22)

Il desiderio, nelle sue molteplici forme e apparizioni – anelito, rimpianto, brama, sogno fino ai confini dell’ossessione e dell’incubo, cupidigia, ardore, pulsione – è il motore della creazione letteraria. Lo è insieme alla paura, altro formidabile impulso all’invenzione, alla disposizione, all’enunciazione della parola. La realizzazione del desiderio, così come la negazione della paura, può soffocare, se non addirittura inibire completamente la creazione artistica. È in tal senso che leggo (in entrambi i casi sono debitrice a Felicitas Hoppe per i riferimenti) da un lato il brano da Disastri di Charms nel quale il protagonista dell’aneddoto, invitato a esprimere un desiderio da chi è pronto a realizzarlo, ammutolisce e perde l’occasione, dall’altro l’affermazione di Mandel’štam «Quando la paura è con me, io non ho paura». Di queste constatazioni fa tesoro Andrea Accardi nelle poesie della raccolta Nosferatu non esiste.
Le Note al testo di Accardi forniscono le coordinate della particolare combinazione di desiderio e di paura. Si tratta, precisa l’autore, di un dialogo a due voci che ripercorre «il filo narrativo del romanzo di Stoker e della sua interpretazione cinematografica data da Murnau e poi ripresa da Herzog».
Desiderio e paura condivisi, mai sciolti, mai risolti. Anche il titolo della raccolta – che si compone di tre sezioni, L’impossibile di una casa, Simili ad alberi in marcia, Città o la fine dei topi, e di una Appendice: Un cane in livrea – è caratterizzato da una doppia negazione: Nosferatu (il non spirato, il non morto) non esiste.
Addentrarsi nel desiderio inestinguibile di una linfa che sgorghi da idiomi e parole, che tende a nutrire e saziare da un lato, a svuotare e contagiare dall’altro: questo è il percorso compiuto da Nosferatu non esiste. Desiderio e paura moltiplicati e coniugati in diversi linguaggi, con l’aspirazione, talvolta perfino spasmodica, a connetterli per dilatare la potenzialità espressiva, per saltare (topi con le ali, dunque: pipistrelli, nell’accezione simbolica e complessa che, ancor prima del 1922 con il film di Murnau, abbiamo imparato a conoscere in poesia con Trakl) oltre gli abissi che si spalancano tra significante e significato, incuranti di sbattere dolorosamente contro i muri, corteggiando e sfidando l’arbitrarietà del segno linguistico. Tra i desideri, quello principale è forse proprio quello di riuscire (penso a ciò che Christian Metz constatava nel 1966, in un contributo che pronunciò a Pesaro, “Per una coscienza critica del linguaggio cinematografico”) là dove il segno linguistico, arbitrario e immotivato non riesce, vale a dire, come può accadere in un film, a motivare la scelta degli elementi significanti con il significato che si vuole comunicare.
Proprio qui, tuttavia, sta il contrasto, il dissidio, la dualità disposta e esposta nel dialogo a due voci di Nosferatu non esiste. La voce, tra le due, che è caratterizzata dall’uso del corsivo, dichiara di non voler operare quella scelta: «Io lo so che è uno sbaglio/ tenere tutto in ballo,/ ma il desiderio vuole tutto,/ vuole questo e vuole quello,/ conserva ogni cosa dentro le stanze/vuote».
Alla luce di questi versi, Il sogno di Saussure di cui scriveva Raffaele Simone nel 1992, diventa visione e incubo, infinito fino allo sfinimento, un dilemma inesauribile di cui lo stesso Ferdinand de Saussure scrisse nel Cours de linguistique générale: «La langue est pleine de réalités trompeuses, puisque nombre de linguistes ont créé des fantômes auxquels ils se sont attachés. Mais où est fantôme, où est réalité? Difficile à dire…».
È un dilemma che si apre, tuttavia, a un ulteriore desiderio, a una possibilità ‘plurale’, come testimonia Saussure, il componimento che porta il nome del linguista ginevrino e che è l’unico rimasto, seppur con significative modifiche, con questo titolo rispetto alle precedenti versioni di Nosferatu non esiste, raccolta che ho avuto il privilegio di leggere ‘in corso d’opera’: «Bisogna permettere al mondo/ di accadere e tremare/ dirle in più lingue le cose che vedi/ altalena tavolo bicchiere/ stanze maniglie cespugli». Il “sogno di Saussure” diventa, in quella poesia, lo «sconforto/ di Saussure, la sua nave di carta/ che attraversa il canale».
I motori formidabili e inesauribili di cui ho scritto in apertura, il desiderio e la paura, conducono l’esplorazione di stanze, angoli, tele di ragno, stive e recessi, crepe e crepacci (Sangue sulle piste), spiagge e scantinati, isole e cripte (Vapori; Nuovi sepolcri), in una complessa ed eloquente topografia che ‘respira’ insieme alla prosa incisiva e visionaria di Andrea Accardi in Frattura composta di un luogo e Frattura composta di un nome (Ladolfi 2019 e 2020) e che tuttavia sa far risuonare qui tutti gli strumenti della poesia, sa dispiegare moti traversi e inversi della parola poetica, sa farla ribollire, gorgogliare (nel gioco di onomatopee e allitterazioni: «(Albumi d’alba, riflessi, screzi./ La trasparenza dei Carpazi)», p. 13), traboccare (con enjambement che imprimono una accelerazione vertiginosa), precipitare, inondare, travolgere e, al contrario, arrestarsi, sospendere, immobilizzarsi e, nel frattempo, spiare, scrutare, soppesare.
Che il sogno-incubo di Saussure trovi una epifania – fomentata nel nostro immaginario non solo dai modelli letterari, ma anche da quelli cinematografici (Murnau e Herzog in primis) – degna di tutti i crismi e di tutti i contagi linguistici, è dimostrato non solo dalle poesie che portano il nome dello studioso ginevrino, bensì anche dal continuo rovello circa l’espressione pertinente, dalla rincorsa al corpo, al suono e al senso delle parole ben manifestata, a volte quasi ostentata, nelle frequenti similitudini.
Un cane in livrea, parte del libro presentata come Appendice, non sottrae complessità e drammaticità all’insieme, ma, al contrario, ribadisce la coesistenza di “satira e sentimento”, di smascheramento e di rimpianto, del ricordo nitido di che cosa e come si vedeva il mondo da bambini e di uno sdoppiamento (tendente alla moltiplicazione) dei punti di vista, come accade in Antonello da Messina: «Come davanti a un quadro/ io che guardavo/ ero squadrato». Si tratta, in particolare, di una dimensione ‘giocosa’ della lingua. Intendo qui il ‘gioco’ come scoperta, come rivelazione, come continua corsa alla provocazione, come fuga e pur tuttavia come il bisogno, condito da richiami kafkiani tra Il processo e La metamorfosi, riletti magari alla luce del racconto di Tommaso Landolfi Il babbo di Kafka, di essere riconosciuto autore di una colpa, quale essa sia: «Visto che le facce diventavano minacciose,/ rinunciai ad ogni coraggio:/ “È stato K., l’ho visto,/ si è trasformato in scarafaggio/ ed è scappato sotto la porta.”/ Così rassicurati, cominciarono a uscire,/ lentamente, come un corteo di paese./ Ma sentivo che sarebbero tornati,/ o almeno così speravo,/ perché senza quella colpa addosso/ non avrei avuto più scuse» (La colpa).
È una dimensione anch’essa, sì, estenuante come un desiderio irrefrenabile, e rappresenta il tratto essenziale di una scrittura poetica che attraverso il rovesciamento e lo straniamento di senso restituisce l’immagine di una realtà devastata da epidemie, riconosciute precocemente (si tratta di testi scritti in anni anteriori al 2020) come permanenti e catastrofiche – qui la peste trionfa, da Manzoni a Camus, passando, appunto, per Murnau – e di una ricerca della parola che non depone il desiderio e che continua a tessere reti di associazioni, a rinvenire anomalie affini tra luoghi distanti, Bagheria, Spaccanapoli, Bali, Budapest, «spingendo fino in fondo la paura/ dei mostri», come avviene in Dracula, testo che conclude la raccolta.

© Anna Maria Curci

Mara Venuto, La lingua della città (lettura di Cristina Polli)

Mara Venuto, La lingua della città
Delta 3 Edizioni 2021

Anima mia anima ferina bestia
che appartiene e fugge al cacciatore,
vive quando i nemici hanno gli occhi chiusi
muore al crocevia dei folti passanti. (p. 26)

I versi qui riportati rappresentano bene il dissidio interiore che dà vita alla raccolta di Mara Venuto, La lingua della città, Delta 3 edizioni.  La città parla la sua lingua, lascia segni visibili, ma difficili da accogliere, difficili da accettare perché parlano di dolore e ne parlano con una complessità che lacera le pieghe di una rabbia impotente e di un rimpianto tenero e doloroso. Entriamo nelle dicotomie di un dramma intimamente vissuto, in un percorso di conoscenza che si dispiega a partire dalla perdita dello stato di grazia ingenuo e paradisiaco dell’infanzia, momento di spontaneo e stupito legame con l’immanente bellezza dei luoghi.
Abbandono, perdita, mancanza sono i segni con cui la lingua della città ci scortica la pelle, i suoni di un dire abraso di ruggine e ferraglia che ci passano per la gola e raschiano le pareti dello stomaco, la resa di Mara Venuto è plastica, leggendo viviamo anche noi in maniera viscerale il malessere della città di Taranto, vediamo il convoglio dei suoi morti (p. 13):

Nella stazione bruciata
un raduno di ferro digrigna i denti,
due strade senza scelta prendono il comando
finché cede lo sguardo oltre l’angolo
e si spezzano i voti
a tirare nella gola gli amen alle spalle.

Nei nostri ricordi vediamo i morti,
agganciati come vagoni
alla ruggine che addolora il sangue
e non muove più i treni.

Gli interrogativi ci accompagnano nella lettura, punteggiano la topografia della città, i luoghi, le strade, gli edifici che prendono voce; aderiscono agli oggetti, li trasformano come trasformano le persone attraverso il peso della privazione, del male che avvelena e consuma ogni energia (p. 51): Il cielo si chiude a pugno/ sopra un uomo che ride./ Dimentica i lividi e i denti, gli stessi del padre prima della morte. Le risposte, invece, non ci sono, o meglio c’è l’anelito a un coraggio sperato ma troppo distante, a un coraggio che la città non sa darsi perché vano rispetto all’ipertrofia e alla capillarità del male che dovrebbe essere combattuto con ben altri mezzi (p. 25):

Incespica la lingua affonda i passi
restano fuori solo i pudori
sulla guglia di una gola adolescente.

Manca il tempo di restare sulla riva,
a contemplare l’abisso affogato dagli anni.

Si ferma un alito di coraggio sulla soglia
dove sono sgraditi gli ospiti attesi,
le scoperte si fanno largo a bracciate
e noi cadiamo.

Anche la poetessa sembra cercare vanamente il coraggio (p. 28): Come me è questa terra, l’ombra ci copre/ e cadono gli ardori. Ma poi il coraggio cos’è se non la capacità di offrire autenticamente il proprio sentire togliendo le cortine che ci isolano? La capacità di reclamare innocenza e tenerezza, di denunciare il peso della rassegnazione? Comprendere chi è isolato, estraniato dalla fatica? (p. 14):

L’elica sembra si stacchi
Pende una falce sulla schiena dei vagoni
Come buoi stesi a riposare.

Dall’alto l’aria è immobile,
un muro di fatica sulle spalle degli operai,
se troppo duole il morso e i piedi hanno
sandali di ferraglia inutile.

Sfatti si lasciano prendere dal sonno
È una nenia la pala che rotea lontana,
non fa rumore, e il vento è un odore
che sfama i cani.

Ma la lingua della città vibra anche liricamente in un controcanto, elegia dolente che filtra con la voce bassa e sussurrata nella tenerezza di innocenze perdute e rimpiante, stati di orfanità a cui si giunge per la povertà e le morti, ma anche per la scissione del legame con i luoghi (p. 39):

Fa male essere bambini,
usare maschere vedere l’abisso
e poi emergere come esseri umani.

Il distacco dall’innocenza si carica qui di una doppia irreversibilità, non solo il tempo che trascorre e muta tutto, ma anche i luoghi muoiono preda della stessa reificazione di cui sono vittima gli esseri umani, reificazione  che toglie loro l’anima antica e nuova (p. 36), Il quartiere ha perso il calco della sua giovinezza.
Anche i luoghi, in silenzio, danno  tuttavia la loro risposta (p. 22):

Un cerbiatto sulla riva del mare
Non s’era mai visto, eppure
L’inatteso cede.

© Cristina Polli

Chiara Catapano, Mithridatis: quando il re sfida un impero

Mithridatis: quando il re sfida un impero
di Chiara Catapano

Sarà forse tutto racchiuso in quell’antico motto, “omen nomen”, il nocciolo della questione del caso che ha infiammato la Grecia, tanto da diventare materia di studio alla facoltà di Sociologia di Salonicco. Perché Mithridatis aveva il suo regno (come quel Mitridate il Grande), ed era il regno della musica e dei fan che da più di vent’anni lo seguono e lo sostengono (e tra loro una giovane me, tra le strade di Atene durante il felice periodo dell’Erasmus, qualche secolo fa ormai). E come l’antico Mitridate davanti al colosso dell’impero, non si è tirato indietro.
Solo che l’impero questa volta è lo stesso governo del suo paese, un governo in particolare (la destra di Mitsotakis), ma anche tutti i governi che dalla fine della guerra si sono susseguiti, e per i quali la Grecia s’è trovata in un imbuto sempre più stretto, fatto di debito, di sacrificio senza più nulla di sacro da offrire, di morte senza resurrezione.
Mithridatis è un rapper, una delle figure del pop greco più nota nel paese. Uomo intelligente, tagliente, che ha sempre denunciato – anche quando cantava assieme al gruppo con cui esordì, “Imiskumbria” – attraverso l’assurdo e l’ironia, la realtà spesso distopica in cui il popolo greco è immerso.

Che cosa è successo dunque questo 25 maggio? Mentre il dissenso serpeggiava e gruppi più o meno isolati di giornalisti, economisti, medici, avvocati cercavano di denunciare (quando non oscurati) la nera lunga notte greca, ma non riuscivano ad alzare abbastanza la voce; e mentre gli artisti, soffocati dai decreti imperiali, attendevano in una sospensione fatta di silenzio-assenso che la bufera passasse, Mithridatis, con la sola sua voce, è riuscito a farsi sentire da tutti. È uscito con un video documento (di canzone non si può parlare) che ha scosso potentemente la realtà congelata di Grecia. Perché questo è ciò che ci si aspetta dall’arte (bene la bellezza, ok “l’emozione”… ma gli artisti da che mondo è mondo sono stati sempre il carburante, se non il motore, delle rivoluzioni). Questo ci si aspetta dagli artisti: il coraggio di rompere il silenzio. E tanto più famosi sono, tante più anime possono raggiungere, tanto più a loro si guarda nei momenti di spaesamento e di crisi politica e culturale.
“Ghià na min ta chrostào” (tradotto: “Per non essere in debito”) ha raggiunto su youtube in meno di una settimana il milione di visualizzazioni, e dopo poco più di un mese viaggia oltre i due. Per non essere in debito, per non ritrovarsi poi (un “poi” che non si sa quando sarà, nell’incertezza angosciata e angosciante dei fatti che stringono in una morsa il mondo intero) con il peso dell’aver taciuto quando avrebbe potuto parlare. E, come lui stesso ammette, non ha avuto alcun tipo di supporto, neppure all’interno dello stesso ambiente musicale.
La canzone ha una durata di dodici minuti, è divisa in sette atti. Nel video c’è solo lui (ci mette la faccia, oltre la voce, con la telecamera puntata continuamente sulla sua figura), una cassa dov’è seduto, un sapiente gioco di luci. E non stanca. L’ascolti ancora e ancora, perché la narrazione è complessa, è dura, è vera. Nasce dal bisogno di pulizia, questo pezzo; dalla necessità di spogliarsi delle parole in eccesso e di rinascere dentro le uniche che davvero possano mettersi al servizio della cruda realtà. Non farò finta di nulla, sembra dirci, non vi farò sentire un altro pezzo per distrarci e raccontarci che “andrà tutto bene”. Non andrà bene nulla, se non cominciamo a prenderci sul serio la responsabilità di denunciare il rapito scivolamento – attraverso quell’imbuto sempre più stretto – dentro una gabbia.
Perché è importante per noi, conoscere Mithridatis? A parte l’esempio, a parte tutti gli a parte che mi possono ora passare per la testa, è fondamentale anche qui in Italia sapere quali svolte epocali si preparano nella civile Europa. Nella sua canzone, tra le molte altre cose, Mithridatis lo dice nero su bianco (lo dice prima che avvenga, e poco dopo è realtà in Parlamento): dalla sera alla mattina hanno cambiato la legge sul lavoro, una legge che ha riportato la Grecia indietro a prima delle lotte per i diritti che noi riteniamo acquisiti e inviolabili. Questa legge porta la giornata lavorativa da otto e dieci ore: e i Greci da una vita sono abituati a lavorare più di otto ore, solo che adesso quelle due ore di differenza non verranno più pagate come straordinario (in un paese dove lo stipendio medio si aggira attorno ai 480 euro e la povertà è uno tsunami).

Da noi non può succedere. Forse. O magari…
A chi storcendo il naso ha detto: “Una volta la sinistra ascoltava Ritsos, adesso ascolta Mithridatis”, ricordiamo che il dissenso, quando si abbatte, non è mai una questione di stile. Casomai lo diventa quando le armi sono oramai deposte. E che l’artista che riesce a raggiungere l’anima di un popolo ha già vinto, e lo ha fatto perché di certo, da quell’anima, non si è mai astratto. Ma qui non si tratta neppure di sinistra, non esiste più nessun solco nel quale inserirsi, aspettando di sbocciare innaffiati da questo o quel partito. È questa oggi la sfida, la solitudine nell’iniziare. Stando sempre, sempre in ascolto di coloro ai quali è stata sottratta ogni possibilità di replica.

Grazie, Mithridatis Imizbiz.

 

 

(Riporto a seguire una selezione dai sette Atti, un assaggio di alcuni passaggi che non siano troppo specifici di una situazione interna con riferimenti a noi difficili da cogliere)

 

ATTO I

Governo con bandiera il cucchiaio e la forchetta
per tiranno all’improvisso ti ritrovi una fichetta
Una Primoministranza che ha in abbondanza
ogni ordinanza, la meno importante avanza
tutti uccelli di aristo e di funny
ok direi “amico forse uno scherzo fanno
il nostro Ludovico, il generale, l’anax”
se la gente non ingoiasse tutto il giorno Xanax
Ministro dello schifo e della primordialità
dà generose le lezioni di sovranità
Ma anche il Ministero dell’Unzione e lo speleo
dà un’altra dimensione al senso di babbeo
Frufru profumata, tutta la legittimità
nella notte volontà, meccanica
passano leggi aborto, e a terra
soldi mal guadagnati presto sperpererà
Costituzional-ferocia senza onta
una situazia psicotròpa senza dopa
Otto ore di lavoro, è una banalità
e poi lo straordinario non lo si pagherà
fuori dalla parrocchia, a genuflettere
corteo di protesta? Non ne puoi parlare
Per ogni esitazione, mettono su un plotone
popolo in distopia e oppressione
Gruppi di repressione per la tua tranquillità
nella sorveglianza lo stato ha passionalità
e giubbe blu in facoltà con tutta l’anima
sopra gli studenti cadon botte e chimica[1]
Ascolta questa qua, ti rassicurerà
trovarti poliziotti  nel salotto di casa
sì sai, lì sotto sotto al condizionator
non desidererai neppure più l’antiscasso
Parla di sviluppo il foolie functional
si mette nel ridikoulo[2] international
e a Bruxelle affiora un ghigno spontaneo
mentre urtano i confini, i vicini nell’Egeo[3]
così prende una fregata, il ragazzo teloneo
s’abbatte torrenziale, e tu che vuoi plebeo?
“il più adattissimo” nel poll avventuriero
per il medio-piccolo, mensile pari a zero
[…]

 

ATTO IV

Ecco la pandemia, la fatale conoscenza
tutti nell’isteria, tempesta nella testa
Nella vita tutto diventa violazione
il “salva te stesso” emana il suo fetore
L’infelicità dei molti, di pochi bulimia
“tra i due litiganti”, recita la profezia
Macabre statistiche, in risalita vanno
e lo stato da lontano, nella logica del danno
Semplice il disegno, per salvare il popolino
chiusi nella stiva, punizione e gran casino
Rompi quarantena, lo stipendio tutto in multa
crudo autarchismo, intimidazione e sadismo
Con il virus come scusa per la proibizione
con motto “Fanculo E.S.Y[4] e facci l’orazione
fanculo depressione, mestieri in deflorazione
fanculo i debiti e lucchetti in intensificazione”
Figurati se assumono infermiere e medico
il clinico diventa brigante e mendico?
Figurati se investono un fico secco per la M.E.TH[5]
e chi si ammala a casa ascolti pure Megadeth
Misure protettive, con barca la speranza
misure con il timbro dell’ente d’assistenza
misure estratte a sorte dalla riffa nazionale
misure, stretta alla carotide in finale
[…]

 

ATTO V

Il falso, il pretestuoso, incita all’omogeneità
fa brindisi al silenzio e alla sordità
palpebre che cadono sul tuo discorso fiacco
prendi il tuo ‘corretto’ e ficcalo nel retto
Ficca poesia nella comunicazione
ma neanche una parola sulla movimentazione
Fai statement, fammi una dichiarazione
e lascia che i ragazzi faccian la manifestazione
Va beh io non m’aspetto che accoppi dei leoni
e in mezzo alle gambe che ti spuntino i coglioni
Drammaturgia la riprensione e ornamentale
ripugnante a te pare l’autovalutare
Più giusto di tutti quanti i giusti
più Gesù di tutti quanti i Cristi
e forse, più corretto di quanto sia corretto
ti va a genio e punti alla retorica del disprezzo
Il falso solidale, non vuole distinzione
fino al log out e chiude l’applicazione
Lui stesso, al vicino che è crepato
non dà neppure un fottuto saluto di commiato

 

ATTO VI

E’ noto, tutti quanti abbiamo convinzioni
e su internet la moneta ha mille espressioni
Con la tua stupidità fai attenzione al tuo profilo
[…]
La battaglia si decide sul keyboard
sugli unfollow, sui block, sui mute e sui report
Questi urlano “capre”, quelli gridano “pecore”
e tutti e due continuano dopo il “falle scendere”[6]

 

ATTO VII

E noi artisti i parassiti
ingoiamo smacchi, non digeriti
[…]
mutismo canticchiato i sistemati
fan Marcel Marceau gli accomodati
e i divi che mi fanno i turisti
i lavoretti mattinieri inorridiscono e gli hobbisti
Gli artisti rigettati, legati mani e piedi
e dentro la fine, bisogno o ostentazione?
“Qui il popolo s’è perso, almeno restino i teatri
dove sotto sotto, son tutti depravati”
Va bene che il periodo sia tutto sputtanato
a chi può interessare se morirai affamato?
[…]
Per questo io dell’arte non sono un impiegato
Sono suo marito ed il suo amante riservato

 

 


[1] Il riferimento qui è ai fatti di qualche mese fa, ovvero le proteste di docenti e studenti negli atenei greci, contro il disegno di legge su istruzione e lavoro. In particolare si contestava la presenza degli organi di polizia, che il governo voleva inserire con la scusa del giro di droga e gruppi anarchici nelle università, ma che nascondeva la volontà di controllo dell’insegnamento superiore (come testimonia una lettera aperta sottoscritta da decine di professori). Le proteste pacifiche sono state represse con la violenza da parte delle forze dell’ordine.
[2] Gioco di parole tra “ridicolo” e il diminutivo (Koulis) con cui Mitsotakis è conosciuto.
[3] Da noi se n’è parlato pochissimo, ma per mesi la Grecia si è trovata a dover ridiscutere i confini marittimi, cedendo porzioni importanti anche all’Italia, mentre la Turchia di Erdogan invadeva giornalmente le acque territoriali greche intorno a Creta. L’escalation di tensione veniva gestita dalla comunità europea a totale sfavore della Grecia, oltretutto sotto la minaccia di una possibile guerra con il vicino Turco. Al danno la beffa, la Grecia si è vista obbligata a comprare armamenti dalla UE come parziale risarcimento del debito accumulato, e i cui interessi da strozzinaggio fanno sì che non sarà mai possibile estinguere.
[4] Sigla dell’ente nazionale per la salute pubblica, ma nell’acronimo si legge anche la seconda persona singolare “tu”.
[5] Le M.E.TH. sono i reparti di terapia intensiva.
[6] Canzone tradizionale: “Falle scendere le capre e le pecore”.

 

Riletti per voi #31: Daria De Pellegrini, Spigoli vivi (Nota di Francesco Scaramozzino)

Omeopatia del dolore.
Nota a Spigoli vivi di Daria De Pellegrini

Spigoli vivi è una breve, intensa silloge di quarantaquattro poesie ordinate in tre sezioni – Guasti, Assedio e l’eponima Spigoli vivi – che già nel titolo delineano il compito che l’autrice si propone e che, nella sua irrisolvibile ragione di essere, ne fonda l’intima drammaticità, consegnando al lettore un’esperienza empatica di dolore e disincanto.
Si tratta del tentativo, ma, prima ancora, dell’esigenza di mettere a sintesi, cristallizzandole in un testo vivo nella sua profonda radicalità, dimensioni di per sé contrastanti – quella dell’allarme e quella dell’evento già consumato – raccolti in una contemporaneità in cui la voce che avverte è la stessa che accusa, e la mano che getta la pietra è la stessa che raccoglie il vetro in frantumi dei ricordi. Mano e voce che solo a tratti, quasi per riflesso e mai per scelta deliberata, riescono nel compito impossibile della consolazione in una poesia dove, al contrario, il timbro che prevale è spesso quello acre di chi preferisce condannarsi che assolversi.
Fin dall’inizio, infatti, il monito che l’autrice lancia al lettore è netto: qui sono «assenti la neve, la natività e la misericordia», e l’inverno «ostinato a bel tempo e sporco e opaco e senza misericordia», «ha fatto nascere gennaio già vecchio»: nulla è al suo posto perché perfino la primavera «sorride sdentata» e «a bocca larga la natura ride con smottamenti e frane»; qui perfino a «Pasqua, non viene nessuno a mangiare quello che non ho cucinato»: c’è solo certezza che gli acquazzoni «verranno a fare poltiglia di rose e di insalata» in uno scenario in cui l’assenza di maternità si risolve ora nell’ombra di una natura matrigna e vendicativa, che non assolve, ma, appena gliene è data occasione, punisce.
Tutto è dunque annuncio di un crollo imminente e al tempo stesso già avvenuto, percepito secondo lo schema di un circolo chiuso e insano, una sorta di uroboro in cui la testa del male ne rincorre e azzanna la coda, un continuo irrisolvibile succedersi di inizio e fine che condanna questa poesia a stare nel mezzo, “assediata” e costretta nel punto diacronico in cui il tempo si sfalda e non lascia altro che dolore: un gioco, in fondo, in cui la posta, altissima, è già stata spesa. E perduta. Un gioco di bimba, cattivo, come a volte i bambini sanno essere, ripetuto ossessivamente secondo la regola illogica e autolesionista di chi gioca contro sé stesso, e che per paradosso ora diventa logica, come se l’unico modo rimasto per assolversi, spezzando il circolo insano di cui si è detto, sia quello di condannarsi.
Così, dove il pettirosso vola nervoso in cerca di torsoli sul mucchio dell’umido, alla finestra uno sguardo fantastica che «finiscano presto cibo legna e gasolio», mentre «a monte la frana continua a smuovere sassi» e «a valle i detriti faranno sul torrente una diga»: immagini forti che rendono appieno il senso mai scontato di questa poesia, disegnando contrasti in cui una parte separa e l’altra contiene, e una cede e l’altra resiste, e l’autrice (e con lei il lettore) resta ancora una volta nel mezzo a «presidio del fango» con i suoi ricordi: «gli stivali di gomma e la mantellina che fu di mio padre» questa volta.
È il punto più alto di tensione e tenuta della silloge, dove il parossismo cresciuto, quasi alimentato di verso in verso si ricompone in altre immagini, esibite nel loro crudo, sfacciato antilirismo con la naturalezza di chi non si cura di incanto e bellezza: ora si comprano «cose inutili» da chiudere «in sacchi neri con gli avanzi di cucina, e i tubetti e le lattine, e i mozziconi e i lutti», perché ormai l’autrice si muove orientandosi sulla spartito straniante della silloge con la consapevolezza che non ci sono «riserve di carità e di amore» per affrontare insieme «la triste prospettiva» di ciò che sta per accadere, di ciò che, in fondo, è già accaduto. Ed è proprio con questa consapevolezza che, fra la fatica della «folla di agosto sulle strade», della «gente in costume da bagno sulle sponde del lago», si passa all’ultima parte della raccolta dove gli spigoli della vita si fanno sentire in tutta la loro acuta durezza: Spigoli vivi, appunto.
Non a caso la sezione si apre riprendendo il tema della assenza di natività che ora diventa «appropriazione indebita di infanzia e di memorie», e che si declina in una serie di testi in cui davvero non c’è più nulla di convenzionale e omologato: testi dove ogni cosa è fuori posto e l’onestà della voce si libera nella consapevolezza che il dolore non si codifica e per questo può diventare punizione, ulteriore carico che ci si impone in aggiunta a quello che ci è dato, quasi sia questo l’unico modo che la vita ci concede per far fronte alle colpe inemendabili a cui ci costringe: dolore, dunque, che si può curare solo con il dolore. In questi testi la parola assume infatti una funzione quasi “omeopatica”, di resa e confessione e con ciò stesso sanzione: «dall’amore di mia madre ho imparato ad essere cattiva» e per questo «quando non basta il rodio sordo nei nervi» in ginocchio strappo «centocchio e piantaggine e quell’altra erba cattiva che taglia le mani. Contenta di aver finalmente un plausibile motivo di pianto».
È parola che dice quello che non ti aspetti, spiazzante e disperatamente viva. E con ciò stesso vera.
Qui ogni argine è rotto e la voce finalmente fluisce in un crescendo di dolore e compassione, in cui la sintesi delle immagini, resa possibile da una parola potente, preparata al compito, compone alcune fra le più belle e riuscite poesie della raccolta, dove la ferocia apparente dei gesti si screzia di una dolcezza dilagante, e i versi trasmutano in tenerezza il materiale disumano a cui la malattia spesso riduce la vita. La risultante è una pietà resa nelle forme disadorne di un quotidiano còlto sul punto di smembrarsi e dissolversi in corpo inerme, amorfo, da sempre predestinato all’abbandono. Solo. Il corpo della vecchiaia dilaniata dalla cieca e folle malattia della vita.
Si tratta di almeno quattro testi di grande equilibrio emotivo, nei quali la parola si dimostra matura e capace di contenere la forza delle immagini: nell’ordine, «in ombra sulla veranda le piante grasse», «legata alla poltrona se la trascina sotto», «tra un posto e l’altro tiene» e «quale che prima sia stata la vita». Qui, fra immagini di vita quotidiana tratte dai ricordi dell’ospizio in cui fu ricoverata la madre malata, la vita coi suoi spigoli ci colpisce con dolo e immutata cattiveria, e ci fa male, «sporca di lutto e vergogna le mani», «fa tanto male quanto un coltello può su una tendina lacera», «sfarina la colla che tiene insieme corpo e coscienza e il tremito che dentro la scuote […] manda in frantumi nelle vetrine porcellane e bicchieri».
Poi tutto tace. Silenzio. Ma resta al lettore il dono di una poesia originalissima perché nata da una capacità sorprendente di mettersi a nudo; e sfrontata perché capace di unire in allitterazioni improvvise parole come “inutili” e lutti”. Una poesia soprattutto pulita perché capace di sporcarsi le mani scavando a fondo e senza remore fra i materiali infetti dei ricordi; e che volando come il pettirosso su cose “basse” – torsoli di mela e il sacchetto dell’umido – sa essere così raramente altissima nella sua perfetta, voluta imperfezione.

© Francesco Scaramozzino

 


Daria De Pellegrini, Spigoli vivi, InternoPoesia, 2017

Appunti di poesia greca contemporanea #2: Myrianthi Panayiotou-Papaonisiforou

Appunti di poesia greca contemporanea #2: Myrianthi Panayiotou-Papaonisiforou
A cura e con la traduzione di Alexandra Zambà

La poetessa è nata nel 1941a Paphos (Cipro). Ha studiato Scienze Sociali e si è occupata di poesia fin dalla giovinezza, pubblicando su riviste e giornali dell’epoca. Ha scritto libri di racconti e un vocabolario del dialetto cipriota. Inoltre scrisse letteratura per ragazzi e poesie dialettali. È stata insignita di premi di Ibby (International Board for Young People), dal Ministero dell’Istruzione e della Cultura di Cipro, nonché con un premio nazionale. Ha pubblicato 24 opere, tra le quali 13 per bambini e ragazzi.
Papaonisiforou è una voce poetica, solida e stabile. Si distingue per la semplicità del linguaggio e la brevità della narrazione. La sua scrittura lascia intendere una commozione pittorica, come simbolo primordiale di una realtà primigenia. Ha sviluppato parametri estetici, di una realtà sensoriale tramite la sua potenza visiva che ci porta fino alla poesia del vero. Nel tempo ha acquisito, in misura significativa, uno stile personale che si distingue, principalmente, per i messaggi chiari e convincenti che emana.

***

Natura senza tempo, 1988
(Άχρονη φύση, 1988)

Φιλιά σου στέλλω

με το φεγγάρι
αυτό το ίδιο το φεγγάρι
που φωτίζεται απ’ τα μάτια σου

Φιλιά σου γράφω
αμέτρητους σταυρούς
στα μύρια ταξιδιάρικα κύματα
στην αύρα της νυχτιάς
που σου χαϊδεύει τα μάγουλα
Φιλιά
Φιλιά σου στέλλω

Ti mando baci

con la luna
questa stessa luna
che s’illumina dai tuoi occhi
Baci ti scrivo
crocette innumerevoli
alle infinite onde scherzose
ai profumi della notte
che ti carezzano il viso
Baci
Baci ti mando

 

Viaggio retrò, 2011, autoproduzione
(Ανάδρομη πλεύση, 2011, αυτο-δημοσίευση)

Μη με ρωτάς 

Μη με ρωτάς πως βρέθηκα
σ’ ένα πεδίο που εκπέμπει
στη συχνότητα «τύψεις»
σε μια συν-οικία που πνίγεται
με κάγκελα και μάνταλα
και απαγορευτικές ενδείξεις

1970

Non chiedermi

Non chiedermi come mi son trovata
in un accampamento che emette
“rimorsi” a ripetizione
in una co-abitazione che soffoca
con ringhiere e mandala
e insegne di divieti

 

Τώρα 

Τώρα στα κλειστά μας παραθύρια
αποκοιμιούνται
τα δειλινά του χρόνου
και στη στέγη μας
το χιόνι πλάκωσε λευκό
τόσο λευκό
που δεν τολμάς να το κοιτάξεις με τα μάτια
και το γνωρίζεις μόνο
απ’ την αμείλικτη παγωνιά
που περονιάζει την ψυχή σου

1970

Ora

Ora sulle nostre finestre chiuse
si addormentano
i tramonti del tempo
e sul nostro tetto
la neve s’appiattisce bianca
così bianca
che non osi
guardarla con gli occhi
e la riconosci solo
dall’ implacabile gelo
che ti trafigge l’anima

 

Ασε να οδύρεται η βροχή

Άσε να οδύρεται η βροχή
χειμώνες άλλους να θυμίζει
ζήλια να φλέγει το κορμί
ορμή νερού να μ’ αφανίζει

Άσε να οδύρεται η βροχή
χίλιες κραυγές να μ’ αγρυπνάνε
νάναι τραγούδι το φιλί
λιμιώνας η αγάπη να ναι

Άσε να οδύρεται η βροχή
χειμερινοί να ηχούνε θρήνοι
νυχτόβιος πόθος στο κορμί
η ανάσα ξέψυχη να σβήνει

2003

Lascia la pioggia piangere

Lascia la pioggia piangere
altri inverni ricordare
bruciare d’invidia il corpo
l’impeto dell’acqua annientarmi

Lascia la pioggia piangere
tenermi sveglia migliaia di grida
diventare canzone il bacio
insenatura l’amore diventare

Lascia la pioggia piangere
invernale rimbombo di gemiti
come desiderio notturno sul corpo
come respiro esanime spegnersi

 

Su rotaie conosciute, 2018
(Σε γνώριμες ράγες, 2018, εκδ. Γερμανός)

Η πόλη

Σε σημαδεύουνε σαν βέλη οι κεραίες
τανάλιες σφίγγουνε το νου
βρισιές και χάχανα παντού
οι μεθυσμένες σαν ξεχύνονται παρέες.

Μες στα φτηνά της τα αρώματα η πόλη
στα πεζοδρόμια ξενυχτά
γίνεται σκύλα κι αλυχτά
φαρμακερό γίνεται φίδι και σε ζώνει.

Κι όλο ετοιμάζεις μια βαλίτσα για να φύγεις
σαν θα το φέρει ο καιρός
και τα φτερά τα μουδιασμένα σου ανοίγεις

ίσως πετάξεις χαρταετός
λαθρεπιβάτης μ’ ένα σπάγκο να ξεφύγεις
σε κάποιο σύννεφο φωτός.

La città

Ti segnano come frecce le antenne
pinze stringono la mente
imprecazioni e risate da ogni dove
quando irrompono combriccole ubriache.

Con i suoi profumi da due soldi la città
passa la notte sui marciapiedi
diventa cagna e abbaia
serpe velenosa diventa e ti stringe.

E di continuo prepari la valigia per andartene
quando il tempo sarà maturo
e aprirai le tue intorpidite ali

forse volerai come un aquilone
clandestino con un filo per scappare
in una nuvola di luce.

 

Come vento d’oriente, 2021 ed. Germanos
(Ως άνεμος καματερός, 2021)

Το δέντρο του αγνοούμενου

Οι μυροφόρες του μικρού συνοικισμού
στου δέντρου επάνω τα χλωμά κλωνάρια
-καρτερικές Μαγδαληνές του γυρισμού-
κρεμάνε του καημού τα θιυμητάρια.

Κι όπως ο άνεμος βογκά μες τις βραγιές
και κίτρινα ανεμίζουνε τα υφάδια
ίδια με ξεσκισμένες μοιάζουνε καρδιές
στοιχειώνοντας τα άυπνα σου βράδια.

Το νυχτοπούλι στη κορφή του θρηνωδεί
Αετίνα τις φτερούγες ξεμαδάει
Κι αντιλαλεί απ΄ακρου σ- άκρου η οιμωγή.

Η μέρα σκεφτική παραμιλάει:
μες την ασώματη σιωπή στη στέφρα γη
σκοπιά ο αγνοούμενος φυλάει.

L’albero del disperso

Le prefiche del piccolo quartiere
sui rami pallidi dell’albero
– pazienti Maddalene del ritorno –
appendono i ricordi del dolore.

E come il vento ansima tra le frasche
e agita le trame gialle
assomigliano a cuori sbrandellati
sconvolgendo le tue notti insonni.

L’uccello notturno su in cima si lamenta
Il falco strappa le ali
E risuona lo strazio da una parte all’altra.

Il giorno pensieroso delira:
nell’incorporeo silenzio della terra brulla
il disperso fa la guardia.

Nota: A Cipro dall’invasione turca del 1974 risultano disperse migliaia di persone

 

Παλιά βαλίτσα 

Είναι φορές που σκέφτομαι
να διαρρήξω εκείνη την παλιά βαλίτσα
με τα ρυτιδωμένα χερούλια
μιας και έχω χάσει τα κλειδιά
Όμως τρομάζω
μην ξεπεταχτούν από μέσα
σαύρες και φίδια του παλιού καιρού
σκώροι και τρωκτικά
μην έχουν διαβρώσει
το άλλοτε πολύτιμο υλικό της
Κι όλο αναβάλλω ελπίζοντας
πως κάποιος άλλος
κάπου
κάποτε
το κάμει αυτό για μένα

La Vecchia valigia

Ci sono momenti in cui penso
di forzare quella vecchia valigia
con i manici sciupati
visto che ho perso le chiavi
Ma mi spavento
casomai saltassero dall’interno
lucertole e serpenti dei tempi andati
tarme e roditori
abbiano polverizzato
ciò che un tempo era prezioso
E continuo a rimandare sperando
che qualcun altro
da qualche parte
prima o poi
lo faccia per me

 

Francesco Filia: “The Snow” and other poems

Selezione di poesie di Francesco Filia tradotte in inglese
Traduzioni inedite di Bianca Martinelli

 

da La neve (Fara, 2012)

(I frammento, Napoli 2007)

…noi siamo già quel che voi
sarete domani.

La neve, quella vera, non l’abbiamo mai vista
se non nella bocca a nord del vulcano
nei pochi giorni di cristallo dell’inverno come una minaccia
che ricorda quel che non abbiamo temuto abbastanza
ma il gelo, quello sì, è dentro di noi fino alle ossa
e lo sentiamo che morde le giunture e crepa le ossa
fino al midollo. Ce ne accorgiamo dai sorrisi tirati
dei passanti, dai gesti circospetti di chi vive per strada
dalle urla dei ragazzi impresse nell’aria, dal nostro esitare.
E non ci sono di conforto i nostri sogni agitati in piena estate
lo scambiare la notte per il giorno o il ricordo di una madre
il tepore della sua ombra. E se anche qualcuno di noi
si chiede qual è il respiro di queste strade, del loro teso
vibrare, della luce che apre spazio tra palazzi e i nostri
incerti passi affrettati rimarrà come un brusio di fondo
tra risate e un colpo di clacson. Tra misericordia
e cielo non c’è più tempo per esitare. L’assedio
è dentro le case. È tra la mano e il buio di stanze abbandonate
e non serve ritrarsi di scatto, anche le mura sapranno chi siamo
scrutando la paura nei nostri occhi e allora potremo solo obbedire
ascoltando il silenzio che si insinua tra il vocio e il magma di piazze
e strade, che invade portoni e giardini a mezzacosta, che copre
frammenti di dialoghi affamati di bocche e cuori e allora, tra vestiti
gettati e l’odore di arance cadute, saremo veri e senza età
come chi dovrà morire sul serio.

 

The snow

(Fragment one, Naples 2007)

We already are
what you will be tomorrow

Never have we seen the snow, the true one,
but in the mouth of the volcano, to the north,
in those few crystal winter days, as a menace
to remind us what we have never dared enough about
yet the freezing chill, yes, it is inside us to the bones
and we feel it biting the joints and creeping into the marrow of our bones.

We spot it in the worn smiles
of the passers-by, in the cautious gestures of those who live in the street
in the shouting of the kids imprinted in the air, in our hesitating mood.
And no comfort is there for us in our troubled midsummer dreams
nor in us turning nights into days, or in the memories of a mother,
her warm shadow. And although among us some
wonder what breath is there in these streets, in their strained
vibration, in the light that opens a leeway between the buildings
and our hasty uncertain footsteps,  a  subtle bustle remains
among laughters and car honks. Between mercy
and heaven, there is no longer time for hesitation. The siege
is inside our homes. It is between your hand and the darkness of abandoned rooms
and there is no use in a sudden retreat, even the walls would know who we are,
peering at our fearful eyes so that we cannot but obey
and listen to the silence insinuating among the bustle and the magma of squares
and streets, invading front doors and artificial gardens, covering
fragments of dialogues hungry for mouths and hearts and then, among our clothes
thrown away and the smell of fallen oranges, we will be true and ageless,
as those who will die, for sure.

 

 

Da Parole per la resa (Carta Canta, 2017)

Intorno alla natura delle cose non diremo parola
di troppo, dimoreremo nelle radici
di un ulivo secolare, nella terra penetrata e madre
nel fruscio verde-matto di questa stagione.
Ci troveranno nel silenzio di un frutto
caduto. Il cerchio dei giorni macina limpido olio
e morchia.

 

Around the nature of things we won’t say a word
more, we will dwell in the roots
of a centuries-old olive tree, in the earth, penetrated and mother
in the dusky-green rustle of this season.
They will meet us in the stillness of a fallen
fruit. The wheel of the days grinds limpid oil
and crude.

 

 

V – L’azzurro cupo di questa stanza

Ma il netto tagliare delle ore, la lancetta scatta,
mannaia dei secondi, reclama l’assioma
di quest’istante. Un ‘sempre’ si
deposita lentissimo, granelli sul piano
liscio di un tavolo. I passi sospesi
tra il gelo di piastrelle e il caldo vortice
dell’aria. Alito che ci avvolge, ci inchioda
a un quadrato di pareti indimostrate.
Cosa ci dispera? Ci rende vivi, veri?
Il vuoto di nessuna risposta, dei giorni
che si ripetono tutti diversi, uguali
l’estrazione di un senso
come una sorte che ci ha preceduto,
che separa il terso azzurro di questa stanza
dal cupo del sole in pieno giorno.

 

V – The dark blue of this room 

But the sharp cut of the hours, the second hand jumps forward,
axe of seconds, claims this moment
axiom. A “forever” settles
down so slowly, grains on the flat
surface of a table. Suspended steps
between the cold tiles and the hot swirl
of the air. A breath that winds us up, nails us
onto a square of unrevealed walls.
What grieves us over? What makes us alive, true?
The void of no answer, of days
that keep happening all variant, identical
the extraction of a sense
like a fate that preceeded us,
that divides the clear blue of this room
from the gloomy sun in the broad daylight.

 

 

Stride l’apparire di ogni cosa
il dolce segreto del miele
la cima che lega le barche al silenzio
il profumo di sale nell’aria. La fune
del ritorno è spezzata, il nòcciolo
assediato del cielo crolla. Alghe
sulla riva come frantumi, come una peste.

 

Everything screeches at its appearing
the secret sweetness of honey
the rope fastening the boats to the silence
smell of salt in the air. The rope
of the coming back has snapped, the besieged
heart of the sky crumples down. Seaweeds
on the shore, as fragments, as a pestilence.

 

Traduzione di Bianca Martinelli

 


Bianca Martinelli è laureata in Lingue presso l’Università Federico II di Napoli, insegna lingua e letteratura inglese nei licei. Traduce dall’Inglese e dal Tedesco.

Con il lapis #5: Daniela Pericone, La dimora insonne

Con il lapis #5*
Daniela Pericone, La dimora insonne
Postfazione di Alessandro Quattrone
Moretti & Vitali 2020

 

*Con il lapis raccoglie brevi annotazioni a margine su volumi di versi e invita alla lettura dell’intera raccolta a partire da un componimento individuato come particolarmente significativo.

 

È inerte l’aria e tuttavia
impetuosa richiama
il crepitare della brace
ancora viva, arroventata
così la terra cova le sue radici
sovverte sommessa il gelo
la ribellione pacata
dei reclusi

(p. 48)

Nella lingua che sceglie, plasma, accosta, innesta, chi scrive poesia edifica la sua dimora, avverte Daniela Pericone all’inizio della sua raccolta, memore, forse, dei versi di Rose Ausländer («Io vivo/ nella mia madre terra/ la parola»).
Articolata in quattro sezioni, dai titoli che raccolgono orme nascoste, sussurri, sentori di voci e suoni – Rumorio della cenere, Indizi di naufragi, La dimora insonne, I silenziosi, i solitari –, La dimora insonne di Daniela Pericone anima le sue stanze, fiuta il vento e i tremori d’ombre, «consegue il suo silenzio» (p. 71) e coglie, con acuta percezione dei contrasti («inerte» «e tuttavia/ impetuosa», «sovverte sommessa»), l’assillo come assedio e cura permanenti, il tracimare della tenebra, il trasalire del buio così come l’abbaglio del suo chiarore – «La notte/ scivola, chiara», p. 59 –, l’insurrezione quieta dei solitari, «la ribellione pacata/ dei reclusi».
Stanza dopo stanza, da interstizi, mattonelle, finestre, stipiti, tutto si desta a intercettare «il minimo fruscio» (p. 23), i messaggi della pioggia, che dirige le dita mentre queste picchiano sommesse sui tasti di un telegrafo singolare. I suoi dispacci vengono percepiti e accolti solo dai silenziosi e dai solitari, dagli «insorti, i perduti» (p. 66), nelle notti insonni. Precluso agli ignari è «l’incastro dei vivi/ dei sommersi» (p. 69).
Vale la pena rischiare, allora, «giocare alla pizia» (p. 82) e sognare di precipitare verso l’alto. Sempre edificando, su una «terra temeraria», la pazienza. (Anna Maria Curci)

 


Daniela Pericone è nata a Reggio Calabria nel 1961. Ha pubblicato i libri di poesia Distratte le mani (2017), L’inciampo (2015), Il caso e la ragione (2010), Aria di ventura (2005), Passo di giaguaro (2000). Sue poesie sono tradotte in francese, spagnolo e romeno. Scrive testi di critica letteraria e collabora a riviste e siti dedicati alla letteratura. Cura eventi e reading con enti e circoli culturali. La dimora insonne (Moretti&Vitali 2020) è il suo  libro più recente.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: