proSabato: Lucetta Frisa-Marco Ercolani, Rita

Rita

Rita Hayworth, Orson Welles

A Peter Bogdanovich

Pasadena, 5 giugno 1977

 

Caro Bogdanovich,

lo scorso gennaio, mentre pensavo a una soluzione per Cuore di tenebra (non ho mai smesso di sognare di dirigerlo), sono passato per Pasadena. C’era un sole gelido e io ricordavo Il fiume di Renoir. Con quelle tinte dorate nella mente, mi trovai a perdere la strada. Dov’ero? Dove stavo salendo? Chiesi a uno in camice bianco. Mi disse che mi trovavo al St. Mary Hospital.
Stavo per andarmene, ma imboccai casualmente un corridoio con i soffitti e i pavimenti lucidi come specchi, asettico, inondato da una fredda luce al neon. Il silenzio era innaturale. Potevano essere quasi le sette. Né un medico né un infermiere. Vedevo facce dementi sollevarsi dai cuscini e corpi rigidi camminare nella corsia. Ricordai  Shock Corridor, di Fuller, ma ti giuro: non era un film quello che vivevo. Era un incubo reale.
Al letto diciotto mi colpì una donna. Assomigliava vagamente a qualcuno che conoscevo. Capelli grigi e corti, sguardo ebete. Uno scheletro. Mi faceva ribrezzo. Sedeva sul letto con il cuscino appena sollevato. Muoveva le mani ossute in modo  particolare, con le dita della sinistra carezzava il braccio destro. Perché, quel gesto? Sembrava un rituale. Mi chinai in fondo al letto e sopra la linea della febbre vidi un nome: Rita Cansino. Rita Hayworth. Lei, la mia mitica ex-moglie. Lei, quella cosa pietosa.
Sulla sedia c’era un’anamnesi, dimenticata dai medici. La lessi d’un fiato:
     11 maggio 1977. St.Mary Hospital, Pasadena. Letto diciotto, signora Rita Cansino. All’indagine radiografica si riscontra ingrossamento ventricolare e lieve atrofia del lobo temporale. Pseudodemenza diffusa, caratteristica del morbo di Alzheimer in fase avanzata…
Non capii nulla di quanto leggevo. Lasciai cadere la cartella clinica e fuggi dall’ospedale, senza un filo di pena per la malattia di Rita. Eccitato, mi trovavo a pensare un’idea, una vera idea, dopo anni di confusione e di progetti.
Dire tutto, sul mito di Rita. Le dive si corrompono, si coprono di rughe, indementiscono. Lo star-system disfa gli esseri umani e li riduce a fantocci: ecco l’idea. I fotogrammi dei volti di Rita, da Gilda a  Trinidad, da La signora di Shangai  a Pioggia, da Fascino a Cordura, alternati ai poveri brandelli del suo volto nel tempo irreale della sua vita reale, scandito da stupidi matrimoni e inutili gravidanze, da piscine miliardarie e squallidi viaggi in Spagna – ecco un film alla Welles.
Io stesso, quando eravamo sposati, mi divertivo a scherzare, avevo girato dei piccoli cortometraggi in cui invecchiavo Rita, e Rita rideva; le accentuavo le rughe degli occhi con un gioco di ombre, il mento lo ritoccavo con la magia di un chiaroscuro. Nella Signora di Shangai le avevo tagliato i capelli rossi che facevano impazzire l’America, li avevo tinti di biondo e l’avevo fatta morire in mezzo a degli specchi frantumati, povera dark lady. Avevo ucciso il fantasma di Gilda, vendicandomi su di lei perché non era stata pari al suo mito. Un assassino sarebbe stato meno crudele.
Mentre giravo il film sullo yacht di Errol Flynn, mi venne da confrontare il sorriso di Errol in Robin Hood a quella faccia gonfia di alcool che vedevo vagare nella cabina dello Zaca. Fu la prima volta che pensai alla bellezza dei volti nella magia dello schermo e alla loro corruzione reale nell’inferno del tempo. Un film sulla corruzione: ecco quello che voglio. Rita Hayworth, come è stata in tutte le sue immagini, dalla bimba di Tijuana al fantasma di Pasadena. Sfortune, fallimenti, trionfi, malattie. Un film di cassetta, buono per i cinéphiles e i voyeurs.
Inoltre, non costerebbe quasi nulla. Per i materiali, userei i film del suo mito, quelli in bianco e nero. È il montaggio, Peter, la vera avventura. Comprendi quello che voglio? Il contrasto impietoso: quella vita come marcisce nell’ospedale di Pasadena mentre il viso intatto di Gilda è ancora in tutte le sale d’essai con i capelli folti e rossi che ricadono sugli occhi verdi e la mano che sfila il guanto nero dal braccio bianchissimo a ritmo di samba.
Un film perfido, tagliato con il bisturi del montaggio. Il montaggio è l’unica arma con cui il regista possa non cedere agli scempi del tempo reale; io, per esempio, concluderei il mio film non con il volto di Rita Cansino, divorata dal morbo di Alzheimer, ma con i capelli rossi e abbaglianti di Gilda. Chi me lo vieta? Sarà un film-condanna allo star-system, alla Sodoma hollywoodiana. Metterò il dito nella piaga, frugherò gli archivi di Rita, dalla giovinezza al Carthay Circle Theater, ai balletti spagnoli col padre Eduardo a Agua Caliente. Dal fulgore di Dona Sol in Sangue e Arena ai cinegiornali con Alì, Jazmine e Rebecca, dalla prostituta Sadie Thompson in Pioggia, alla sua faccia sfatta, scialba, volgare, scrostata come un quadro che fu una volta bellissimo.
Tratterò Rita non come un essere umano ma come un paesaggio. Quando mi capitava di girare dei film in certi luoghi splendidi, io li vivevo in modo così violento che, quando per caso li rivedevo, erano per me completamente morti – delle tombe – e non potevo più né guardarli né abitarli. Lo stesso mi accadeva per gli attori: quando, per non so quale miracolo, interpretavano parti indimenticabili – penso a Bogart in Casablanca, a Peter Lorre in M – e, anni dopo, li vedevo recitare in film di quart’ordine o li spiavo nelle loro case, intervistati da qualche giornalista anonimo, mi sembravano solo degli idioti a cui fosse stato tolto il fluido vitale – degli zombie. Era una semplice formalità che sopravvivessero. Come è un caso che io abbia visto Rita viva in un ospedale di Pasadena.
Ecco, farò un film  del vero e del falso – dei loro splendidi volti catturati nell’attimo  prodigioso della finzione. Non ti è mai venuta voglia di vomitare vedendo invecchiare un fascio di energia pura come James Cagney? Non hai mai imprecato contro il tempo osservando gli occhi di Claudette Colbert diventare opachi, perdere, con lo scorrere del tempo, quella luce di incantevole ironia?
I miti smascherati. Non solo Rita, ma Keaton, Gilbert, Stroheim, Welles.
Ma non corriamo troppo: come sempre, mi ubriaco di idee. Questo sarà un film su Rita, (non contro Rita, mi pento ancora della mia giovanile ferocia), come Quarto Potere lo fu su Charles Foster Kane. (Anche se Rita, muta e alienata, non avrà mai la forza di dire Rosebud, come Kane).
Un film del vero e del falso. Il vero è il film immortale, il falso è la vecchiaia reale. Che stupido quando, nella Signora di Shangai, volli fare a pezzi il suo mito! Fu facile e deludente. Ma la vita è più ingegnosa delle finzioni dei registi e l’ha massacrata meglio.
Il vero e il falso: ho già girato un film su questo. Ma F for Fake è stato un fiasco e dovrei stare zitto, soprattutto con te che lo hai finanziato, e non insistere più con questa voglia di sperimentare idee. Ma F non è stato un gran che, ho voluto solo fare l’istrione, il re dei falsi, e inventarmi un capriccio in libertà. Mi dirai: piantala di dire stronzate e finisci The other Side of the Wind. Ma come posso? Troppo sublime, troppo felliniano. E io sono un cialtrone, un Falstaff insolente.
Cosa vuoi farci? Era destino che, alla fine, ci fossi tu ad ascoltarmi. Ma oggi, se ti chiedo ventimila dollari, oggi ho un’ottima ragione. Anche i produttori che si spaventano alla sola parola Welles – l’orco mangiadenaro – non avranno niente da ridire.
Cosa ne dici, Peter? Ventimila dollari: giusto per pagare l’affitto dei materiali e la distribuzione del film. Il mio ultimo film, speculare al primo.
Titolo provvisorio: OMBRE. Continua a leggere

Stella N’Djoku, Il tempo di una cometa (rec. di Sabatina Napolitano)

 

«Esistono suoni/ e nodi tra gole vento/ e montagne». Non credevo di trovarmi di fronte ad una voce così delicata. Ammetto di essere partita da un pregiudizio dato dal titolo della silloge, ma la potenza dei versi di Stella N’Djoku e l’intensità mi hanno fatto cambiare idea fin dalla prima poesia. Questo è un libro di poesie brevi che si rivolge a un pubblico vasto: certo non possiamo dire che sia un libro di poesia orale, o che sia inscrivibile in una cornice che ne limiterebbe il respiro. La realtà non è solo lirica, ma è soprattutto ancorata in una sospensione che continuamente segna l’inizio non solo di un verso carico ma anche di un pensiero innamorato, introiettato e quindi maturo, consapevole, che sembra attraversare quindi il sentire più importante e lo specchio dei giorni. Certo perché sommariamente ci identifichiamo in una poesia diaristica, che non vuole incontrare le cose come stanno, e dimenticare del tutto che il sentimento è radicato anche nelle incertezze, non solo negli slanci. Invece la consapevolezza di Stella N’Djoku è disarmante, questo permette alla sua raccolta Il tempo di una cometa (Ensemble, 2019) di essere un gioiello della nostra letteratura. Le poesie sono eleganti, corrisposte da una coincidenza interna che le rende un resoconto sospeso nel tempo; probabilmente anche per questo Valerio Grutt nella prefazione parla di “benedizione del silenzio” e “dramma della perdita”. Le citazioni che guidano la lettura delle poesie sono diverse: Mariangela Gualtieri, Matteo Greco, Rilke. Gli autori delle citazioni non sono solo un punto di riferimento apparente ma, più specificamente, sembrano essere autori che attraversano il sogno del libro che di certo non è un sogno “facile”: “Non sento. È tutto ciò che sento” recita infatti un verso che ci fa chiedere dove è il confine quindi tra una cultura del sentire e quella del “non sentire”.
Quale lingua riesce a veicolare e regolare meglio le emozioni? La traduzione è una possibilità, un modo per dare nuovi binari e guadagnare più campo d’indagine. Offre cornici nuove o accentua degli aspetti: Stella N’Djoku parla diverse lingue, ma per questa raccolta poetica ha scelto l’italiano. Con questo voglio dire che le poesie riuscirebbero a bastarsi anche tradotte. Per ora questa sembra non essere la preoccupazione di N’Djoku che scrive assolutamente consapevole del valore spirituale e del mandato poetico: solo dentro una appartenenza di lunga durata può iscriversi l’amore, può svilupparsi il desiderio, concedersi la realtà dopo le immagini. E di certo non è cambiando la lingua, distruggendola che cambia il desiderio o si giustifica in modo diverso. Il mondo esterno è un riflesso del mondo intimo, il fatto è che dobbiamo sempre tener presente cosa chiediamo alla poesia. Le chiediamo un riformismo interno, una ibridazione con le letterature e le arti, una reazione al tempo liberandosi dalle mitologie, una critica sociale e antropologica, una resistenza ai media e all’appiattimento culturale.
È evidente che gli argomenti della poesia del Duemila non sono quelli della poesia del Novecento. La poesia del Duemila sente nel cuore il continuo legame al secolo precedente eppure dovrebbe incidere sempre meno nella vita degli artisti del Duemila, così come per una ovvia fisiologia. Cosa succede se tutto d’un tratto smettiamo di sentire il Novecento? Il futuro ci troverebbe meno pronti o più pronti? Nessuna sintesi de novo in poesia può essere tanto forte se non si radica all’abbandono della voce, ed è luminoso per gli autori del primo Duemila permanere nella memoria del Novecento. Con questo intendo anche dire che soprattutto i giovani autori contemporanei nelle loro prove poetiche sottolineano l’introduzione al secolo prevedendone probabilmente i riconoscimenti futuri e le derive. Il nostro sentire quindi non sta semplicemente nel depennare continui passi nella scalata alla carriera, nel punto massimo del successo. Anzi il nostro sentire sta nel dirci cosa ha bisogno il futuro, quali parole nutrono i pericoli, quali invece uccidono le anime. Cosa succede se i poeti cominciano a vivere nell’isolamento? E se gli intellettuali non assecondano più gli slanci alla difesa dei diritti umani? Ci troveremmo in una situazione di pericolo in cui probabilmente ogni secolo si è trovato con diverse coincidenze e diverse paure. Il fatto che la poesia regge una ontologia che non si può evitare per proteggersi, «L’eternità è il nostro nominarsi nei secoli/ come una carezza/ una promessa» è il senso del perché siamo ancora scrivendo in versi.

Questa è l’età che non esiste
l’interminabile calcolo
quando a raccontare ai bimbi 
saranno le ginocchia. 
E nel silenzio sarà l’ora che ci è data e il risalire
questa stessa strada. Continua a leggere

Tommaso Di Brango, «Ridere della filosofia». Appunti sul rapporto Pascal-Leopardi

«Ridere della filosofia». Appunti sul rapporto Pascal-Leopardi

Il mio ingegno non va sempre avanti, va anche indietro. Non diffido meno dei miei pensieri perché sono secondi o terzi invece che primi, o presenti invece che passati. Ci correggiamo spesso altrettanto scioccamente come correggiamo gli altri. (…) Il mio io di adesso e il mio io di poco fa, siamo certo due. Ma quale sia migliore non posso davvero dirlo. [M. de Montaigne, Saggi]
La vera eloquenza ride dell’eloquenza, la vera morale ride della morale; la morale del giudizio, cioè, ride della morale dell’intelletto, che è senza regole. Il sentimento infatti appartiene al giudizio, come le scienze appartengono all’intelletto. La finezza è propria del giudizio, la geometria dello spirito. Ridere della filosofia è fare veramente filosofia. [B. Pascal, Pensieri]
Nessun maggior segno d’essere poco filosofo e poco savio, che volere savia e filosofica tutta la vita. [G. Leopardi, Pensieri]

Premessa

Il rapporto Leopardi-Pascal può essere inquadrato a partire da due punti di vista differenti. Il primo è di carattere filologico e consiste nell’individuare i luoghi testuali in grado di documentare l’effettiva familiarità del grande recanatese con l’opera pascaliana; il secondo ha natura più propriamente teoretica e comporta l’individuazione delle affinità e delle differenze che i due presentano sotto il profilo della riflessione filosofica.
Il primo – e meno praticato – approccio ha l’indubbio vantaggio di fondarsi su dati verificabili ma, al tempo stesso, corre il rischio di ridurre Leopardi a un mero ricettore della lezione di Pascal e di non considerare che i due pensatori possono presentare affinità e divergenze anche a prescindere da eventuali influenze del francese sull’italiano. Il secondo – e più fortunato – atteggiamento si mostra invece in grado di ampliare l’orizzonte del discorso ermeneutico esponendosi, però, ai continui agguati dell’impressionismo critico. Potrà essere dunque utile tentare un approccio integrato, teso a massimizzare i vantaggi di entrambe le prospettive.
Ovviamente non è mia intenzione esaurire, in questa sede, un tema di tale portata. Credo però opportuno individuare, partendo dai brani zibaldoniani in cui Pascal viene citato esplicitamente, un insieme di temi e problemi comuni ai due autori. L’auspicio è che un’operazione del genere possa porre le premesse per futuri e più approfonditi studi.

Leopardi lettore di Pascal

Potrà essere opportuno iniziare il nostro discorso partendo da un pensiero zibaldoniano del 2 dicembre 1820. In esso Leopardi, dopo aver negato qualità stilistiche alla moderna prosa francese, si sofferma sulle virtù dei suoi autori “classici”:[1]

Filosofi, oratori, scienziati, scrittori d’ogni sorta, non sanno essere e non si chiamano eleganti, se non per uno stile enfatico, similitudini, metafore, insomma stile continuamente poetico, e montato principalmente sul tuono lirico. (…) Anche i loro scrittori de’ buoni secoli, sebbene la lingua francese ha sempre inclinato a questo difetto, nondimeno hanno un gusto e un sapore di prosa molto maggiore e più distinto (eccetto pochi), hanno non dico austerità, neanche gravità né verecondia (pregi ignoti ai francesi) ma pur tanta posatezza e castigatezza di stile quanta è indispensabile alla prosa: come la Sévigné, Mme Lambert, Racine e Boileau nelle prose, Pascal ec. Anzi letto Pascal, e passando ai filosofi e pensatori moderni, si nota e si sente il passaggio e la differenza in questo punto.[2]

Questo pensiero contiene forse l’unico indizio («letto Pascal») che ci consente di dire che il grande recanatese doveva aver letto lo scienziato-filosofo d’Oltralpe già all’inizio degli anni ’20. La copia dei Pensieri presente nella biblioteca di Recanati non presenta infatti segni certi di lettura,[3] mentre delle quattro citazioni dirette di brani pascaliani presenti nello Zibaldone tre sono di seconda mano e una è un richiamo a memoria.
Un altro segnale dell’importanza avuta da Pascal nelle letture e nei progetti leopardiani viene dalle Memorie e disegni letterari del 1828, dove le Provinciali del genio francese vengono menzionate due volte, la seconda delle quali addirittura per ipotizzare la stesura di un libro con caratteristiche analoghe.[4] Quest’elemento, opportunamente evidenziato da Giuseppe Savoca,[5] ci consente di stabilire che la lettura di Pascal, da parte di Leopardi, non fu limitata ai Pensieri e, inoltre, ci lascia intuire che l’importanza avuta dal genio francese nell’immaginario leopardiano fu tale da influenzarne anche i progetti letterari. Continua a leggere

Marco Bini, Sei poesie inedite

 

Formigine
(a partire dalla foto di Luigi Ghirri)

Non è il viottolo a perdercisi dentro, ma è la nebbia
a stenderlo come stessero uscendo a chiamarci
tra le colonne in mattone-memoria della terra,
di un rosso che ha senso sempre e ho sempre amato.

Il nome fa tanto geometria – penso a “qui si dà forma”
– ma è uno scampolo di Emilia simmetrica dove scappa
quasi tutto, anche l’occhio che si stacca dal senso
di eterno da oro medievale del fondo latte e luce

e prende la verticale del palo, sale fin dove sa arrivare.

 

 

SIPE

Dicono che sotto il pavimento vegetale
delle felci, delle razze, restino latenti
i pericoli degli esplodenti che qui si facevano
come fosse la Bosnia, ma una post-industriale.

Sono la ballata di un mondo smarrito i reparti
svuotati tra superstrada e statale – contesto
servitissimo, c’è anche un anticipo di Apocalisse:
perfetto per leggerci La strada di McCarthy –

dove irrimediabile non è il dominio del rovo
ma come i denti in bocche marcite il mancare
dei vetri alle finestre ora spalancate per mostrare
un avanzo dal passato e l’affaccio sul mondo nuovo.

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Rita Pacilio, La venatura della viola

Rita Pacilio, La venatura della viola, Giuliano Ladolfi Editore 2019

Emblema, azione, sfumatura, resistenza, essenza, slancio, opposizione: a coppie di contrasti si offre a chi legge La venatura della viola, la raccolta più recente di Rita Pacilio (Giuliano Ladolfi Editore 2019).
La viola, fiore e colore, in delicate sfumature e in «compiuta […] tonalità», in diverse specie, “violetta, viola a ciocche, viola del pensiero”, menzionate da Rita Pacilio nella sua Lettera al lettore, porta con sé il simbolo, lo racchiude e lo trasporta, dunque, e continua, con tenace persistenza, a farsi emblema di una opposizione, mai timorosa, alla superficialità sfarzosa, allo sfavillio vuoto. Ecco che, allora, il simbolo si anima e nutre e cura, cura la resistenza al tempo frastagliato, squarciato da strappi e da rimbombi:

Qualcuno dice non puoi farci niente
rassegnati al timbro del frastuono,
allora coglierò tutte le viole
le terrò insieme come faceva nonna
e
abbandonata alla saggezza del necessario
sarò povera delle solite cose.

I contrasti, colti in apertura, disseminano l’intero percorso e ne arricchiscono i drammatici contrappunti, i punti di fuga e i ritorni al centro, i toni cromatici tenui – viola simbolo non solo di modestia, ma anche di quiete, rifugio, scampo al brutale – e le orgogliose rivendicazioni.
La dialettica tra contemplazione e resistenza assume le forme di ossimori vividi, efficacissimi. Nel giardino agognato si avvera allora «l’audace avventura del poco».
È audace, sì, l’avventura del poco, perché attraversa stazioni di sofferenza, prove laceranti. Sa della malattia, del commiato, conosce la desolazione delle gabbie metalliche dei letti di ospedale, l’incertezza della memoria, la domanda martellante: “che cosa resta?”.
È audace e resistente, perché al nulla che dilaga oppone una scrittura, atto di coraggio e di amore, una scrittura che crede e crederà ancora, pur nella «consuetudine della solitudine/ necessaria come una grata o un colpo di remo», a quello che Carlo Betocchi, in una poesia della raccolta L’estate di San Martino, chiamava «il reciproco amore / del fare insieme».

© Anna Maria Curci

 

In fondo l’aveva sempre saputo
che sarebbe accaduto il cambio
anatomico del saluto a mascelle
tese per evitare l’affanno dell’addio
durato quattro anni e mezzo
la ripetizione sovrabbondante
della chiusura. In fondo già
conosceva la sbattuta del portone
le parole che sarebbero tornate
quel tono negativo di cui preoccuparsi.
Vecchia storia suggerita dalla forza
gravitazionale nell’aria immobile
in cui tutto il mondo va alla deriva.

 

Dalla finestra continua a scendere il fondo
l’umidità degli uccelli pavidi
affaccendano l’estate tra i tuoni,
la volontà delle raffiche di vento
parla tutte le lingue e si espande
misteriosamente.
Il temporale mostra fauci scorate
arde la notte
gonfia le palpebre truccate e provvisorie
la consuetudine della solitudine
necessaria come una grata o un colpo di remo.

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I poeti della domenica #422: Enrico Testa, “Non possiamo ricominciare ancora…”

 

«Non possiamo ricominciare ancora.
Soltanto possiamo ancora finire».
«Ma non abbiamo mai finito».
«Oh sì, non crederlo.
Abbiamo finito molte e molte volte.
Non una volta sola.
E ora possiamo finire di nuovo.
E ancora e ancora.
Senza un nuovo inizio»

 

da Cairn, Einaudi 2018

I poeti della domenica #421: Enrico Testa, Bilancio

 

Bilancio

non è stato facile astenersi
dalla sciapa misticanza del misticume,
guadare lo stagno tiepido amato dai narcisi,
non giocare al meccano rugginoso
degli scombinacarte.

Tenersi da parte.
Anche a rischio di passar per fesso.
Farsi mettere in minoranza,
nell’assemblea degli io,
anche da me stesso.

 

da Cairn, Einaudi 2018

proSabato: Tommaso Landolfi, La spada

La spada

Una notte Renato di Pescogianturco-Longino, rovistando fra il retaggio degli avi… Occorre però dire brevemente in che consistesse questo retaggio. I Pescogianturco-Longino, a prescindere dagli avi crociati, erano stati tutti gente più o meno solida (come suol dirsi), si erano occupati dell’amministrazione dei propri beni, e della prosperità della famiglia in generale; fino ad arrivare al padre di Renato, buon’anima, che rappresentava quasi l’anello di congiunzione fra quell’edificante serie di gentiluomini e suo figlio. Questi, in poche parole, non era mai riuscito a combinare alcunché di buono, era fantastico capriccioso estremamente sensibile, e sopratutto pigro oltremisura: un malinconico scialacquatore. Insomma la sua illustre prosapia pareva destinata a corrompersi pienamente e da ultimo a estinguersi in lui; poiché l’apparire d’uno di questi cotali danna le più antiche famiglie a certa morte. È mirabile inoltre considerare in quanto breve tempo la prosperità di cui dicemmo si tramutasse in istento e poi in neghittosa miseria: nel corso di due sole generazioni. Eppure fu così; e, quanto a Renato, egli poteva benissimo considerare unico, o quasi, retaggio degli avi il vario e preclaro ciarpame sparso per le soffitte del maniero, all’infuori del maniero stesso. Dove, per tagliar corto ai preamboli, ormai s’era ridotto a vivere in penuria di mezzi.
Quella notte, si diceva, da un mucchio di armi e gualdrappe polverose, tutta roba d’altri tempi, estrasse a un dato momento una spada inguainata, che gli pareva di non aver mai vista prima. Alla luce del candeliere osservò dapprima la guaina, e vide ch’era di nobili tessuti, quali velluti e bissi, tenuti insieme da costole di pelli preziose e pinte dei più vivi colori, da borchie e fermagli che parevano d’oro e d’argento, malgrado la brunitura di che il tempo li aveva velati, opere di cesello. Quello sembrava, infine, un prezioso arnese davvero, e ciò specialmente eccitò l’attenzione di Renato: chissà che non se ne potesse cavar qualcosa? Egli decise di portarsi la spada nei suoi appartamenti ed’esaminarla con comodo.
Da qualche tempo Renato soffriva di strani turbamenti, di presentimenti che si rivelavano senza oggetto, ma che comunque lo angosciavano non poco. Confusamente si diceva egli che sarebbe stato tempo di far qualcosa e di uscire da quella situazione; pure, a parte un tal vago senso di rimorso, un bizzarro eccitamento lo pervadeva spesso, paragonabile a quello del cercatore di tesori quando si sente, per virtù divinatoria, prossimo a scoprirne uno. Gli pareva appunto d’avere una grande ricchezza a sua disposizione, non sapendo tuttavia precisamente di che genere fosse né come, ad ogni modo, avrebbe potuto servirsene. E adesso, quando fu colla preziosa spada davanti al fuoco del camino, fu ripreso da questo senso più forte che mai.
Appena un po’ spolverata, la guaina si rivelò quale Renato l’aveva intravista nel solaio. Inclita arme davvero era quella, e d’egregio artefice! E non c’era ormai dubbio che le borchie fossero d’oro fino, o che le pietre dell’elsa fosser topazi e smeraldi, sebbene quasi spenti dalla lunga segregazione. Nondimeno Renato non si decideva a trarre la lama; quasi un inesplicabile timore glielo impediva. Infine lo fece con moto brusco.
Le lame che il sole d’autunno allunga di tra le imposte socchiuse in una buia stanza, i dardi acuti che avventa contro gli angoli riposti, le vivide lingue che talvolta il fuoco leva, erano un nulla appetto a quella lama abbagliante! Renato socchiudeva gli occhi attonito perché il suo vivo splendore non li ferisse; eppure in quell’antica sala non c’era molto chiaro! Gli è che la lama sembrava splendere di propria luce. Forbita, intatta dai tempi antichi, si sarebbe detta di foglia d’oro, se poi una qualche cupezza, raggiante, per così dire, dall’interno (ché non ne ombrava neppure un poco la splendente trasparenza) non avesse imparentata la misteriosa materia di che era fatta al topazio stesso o forse a inusitate pietre d’oriente. Poiché era trasparente: Renato vi scorgeva, attraverso, le lingue del fuoco nel camino, solo un poco deformate. E così sottile, era, che pareva non avere spessore alcuno e tanto meno un filo e un dorso, o i due tagli e la nervatura, come tutte le altre spade; così sottile, che si sarebbe dovuta piegare e gualcire se un arcano procedimento di tempra non le avesse attribuita rigidezza e flessibilità quanto a ogni altra lama di buon acciaio.
«Capperi!» fece Renato a voce alta; e s’accostò la lama al pollice, come usa per saggiare il taglio. Non l’avesse mai fatto! un crescente d’unghia e un minuscolo spicchio di polpastrello saltarono via prima ancora, gli sembrò, che avesse esercitata la più lieve pressione. O meglio, questo è il punto, parve che la lama fosse passata attraverso l’unghia e il polpastrello come senza tagliare, certo senza suscitare dolore; e solo un istante dopo, a un movimento di Renato, il preciso spicchiolino di dito si distaccò e il bruciore si fece sentire. «Capperi!» disse ancora Renato asciugandosi il po’ di sangue; «ecco davvero un’arma tagliente!»
Riprese la spada e volle provarla su materia più consistente. L’allungò su un ciocco rotondo che, nel camino, ardeva da un estremo, mentre l’altro era sostenuto da un alare; e ve l’aveva appena poggiata, senza neppure premere, che il ciocco si fendé docile secondo un taglio straordinariamente preciso: il solo insensibile peso della spada era bastato a ciò. Balenando di sbieco contro le fiamme essa infulvì, pari a un vivo specchio di rame, e labili parole parvero affiorarne, incise forse o contemprate, parole leggere nel cuore. della lama, non si sapeva dove tracciate, come quelle che la polvere del sole può scrivere su un alito di vento. Renato lesse: «Io Cavaliere Castaldo Di Pescogianturco-Longino temprai questa spada Più tagliente di quella d’Orlando Or tu non avrai più nemico». Parevano versi e i caratteri erano molto antichi.
Qui Renato fu preso da grande concitazione e vibrò la spada contro la testa d’un alare, quasi disfida alle parole del suo remoto avo; e il pomo di rame forbito, opera fina, ruzzolò all’istante tra le fiamme. Dunque la spada tagliava colla stessa agevolezza anche il ferro! Abbandonando il camino e l’alare decapitato, Renato si levò e prese ad aggirarsi per l’antica sala roteando la spada e vibrandola contro qualunque oggetto gli venisse a tiro, e gridava, nel frattempo, parole sconnesse d’esultanza e malinconia, quali: «ohimè, ecco ogni fortuna mi s’apre! me misero ecco il mondo è mio, chi ormai potrà resistermi?» E, contro qualunque oggetto vibrata, quella lama di sole non sembrava conoscere ostacoli e s’apriva la sua via; essa ogni cosa trapassava, quasi spettro di lama. Né l’oggetto colpito rivelava fenditura alcuna, se, mancando l’equilibrio alle due parti e a seconda dell’obliquità del taglio non si scommettesse invece al suolo; ma pure, quando anche non appariva, la spada l’aveva tagliato e si sentiva che sarebbe ormai bastato un soffio, o il menomo movimento, a partirlo del tutto.
Si aggirava dunque Renato per la sala gridando, e sul suo volteggiare rotolava al suolo ogni cosa, ove non tenesse in bilico. Rotolarono così le teste dei due busti di pietra fra le tre porte, illustri antenati, caddero con fracasso le spalliere di alcuni seggioloni e con frastuono di ferraglie dalla vita in su le quattro armature; una marmorea mano di donna si tendeva da una nicchia e fu mozzata; s’afflosciarono a terra le vecchie portiere fendute in un lampo. Attirato dallo schiamazzo comparve stupito su una soglia il vecchione che faceva ormai tutta la servitù del maniero; Renato gli gridò qualcosa e il vecchione si ritirò subito, vedendo che il padrone non cessava di roteare la fiammeggiante spada.
Quella notte Renato dormì colla lama nuda accosto, nell’antico letto col baldacchino. Ecco, pensava, la fortuna che presentivo, ecco il tesoro che cercavo senza saperlo, ecco la mia grande ricchezza e la felicità che attendevo. Questa spada può penetrare fra le intime particole d’ogni corpo, scommettendole segretamente, ogni cosa può penetrare. Con questa spada menerò grandi imprese; quali non so ancora, ma grandi di certo. E voleva addormentarsi, ma a lungo non poté: l’angosciava oscuramente la presenza di quella viva spada, che anche al buio gli splendeva accanto. Continua a leggere

Cristiano Ranalletta, Il cielo sopra il Pigneto (rec. di Raffaele Calvanese)

Cristiano Ranalletta, Il cielo sopra il Pigneto, Scatole Parlanti 2019

Quando ero piccolo il Pigneto non c’era. Si chiamava Casilina, Prenestina. Tangenziale, nel complesso era abbastanza brutto e ci abitava il secondo tragico Fantozzi”.
Non si sentiva nessuno dire “abito al Pigneto” con l’enfasi con la quale lo sentiresti dire ora.

Così in uno dei capitoli del libro di Cristiano Ranalletta ci descrive quel luogo mitologico che è il Pigneto, immerso in una Roma vera protagonista del suo romanzo. Il libro, edito da Scatole Parlanti, racconta la storia di un amore “condizionato” come lo definisce uno dei protagonisti della storia. Il protagonista, Federico, è un personaggio immerso fino al midollo nel tessuto cittadino, nella narrazione la città alterna momenti in cui fa da sfondo ad altri in cui diviene vera e propria protagonista. Roma è a volta passiva altre maledettamente attiva ed entra bruscamente nella vita dei personaggi che sin inseguono tra le pagine de Il cielo sopra il Pigneto, sconvolgendole a volte in positivo altre in negativo.
Il libro è denso di citazioni legate alla città, ai suoi locali ed ai suoi personaggi storici. Ricco di modi di dire, di suggerimenti per i meno avvezzi alle dinamiche dell’Urbe. La scrittura è misurata, a volte anche troppo, sotto la pelle dell’autore si sente ribollire il sangue della passione a volte celata dietro le infinite citazioni di autori che abbracciano tutto l’arco delle scienze umane dalla sociologia alla letteratura passando anche per la musica.
La storia vive un climax che cresce in modo repentino nelle pagine relative alla separazione dove le pagine trasudano rabbia, risentimento ma anche tanta passione. Prima di questo, durante ed anche dopo resta la grande dichiarazione d’amore verso una città, Roma, che nel bene e nel male è impossibile dare per scontata. Tra le sue vive si sedimentano culture, storie e tradizioni diversissime. Una città sempre più cosmopolita all’interno della quale si muovono le storie dei personaggi del libro. A volte, leggendo il libro, sembra di sentire i profumi delle cucine diverse provenienti da tutto il mondo come anche gli accenti diversi provenire dalla strada quando in casa si fa qualche minuto di silenzio.

 

© Raffaele Calvanese

Helene Paraskeva, Storie, sogni e segreti

 

Helene Paraskeva, Storie sogni e segreti, FUIS 2018

Con un andirivieni affascinante tra l’originale neogreco e la versione italiana nel testo a fronte, IƩTORIEƩ ONEIPA KAI MYƩTIKA, Storie sogni e segreti di Helene Paraskeva (Federazione Unitaria Italiana Scrittori 2018) porge a chi legge stagioni, fiori, destini e morsi della poesia.
È un porgere che non teme l’immediatezza, perfino la sorpresa di uno schiaffo e che, tuttavia, sa immergersi nelle profondità della psiche. Tali profondità si palesano come illuminate, chiare e rivelatrici, luminose e illuminanti, una volta giunte alla superficie della parola pronunciata, del verso che si palesa in un dire conciso, segnato dal riferimento antico e sempre attuale del mito.
In un contesto così sapientemente predisposto, anche il paesaggio rievocato, il paesaggio delle terre natie e delle regioni avvolte nella nube del ricordo e del rimpianto, diventa un paesaggio dell’anima comunicabile allo sconosciuto interlocutore – vale a dire a chi legge – senza intermediazioni ulteriori rispetto al dettato poetico.
I riferimenti alla cronaca drammatica dei profughi, dei morti per acqua, delle barriere innalzate, prevalenti nella prima delle tre sezioni, Storie, così come le visioni oniriche della seconda, Sogni, con indubbie tracce autobiografiche, e le stratificazioni letterarie della terza, Segreti, non mancano mai, pur nella loro complessità, di colpire il bersaglio, di suscitare un’ampia eco sonora in chi ne riceve, leggendo i versi, i molteplici impulsi.
Il ricorso al mito, il riferimento all’epos così come, di volta in volta, all’archetipo, ben lungi dal rigettare la parola nella nebulosa dell’indeterminatezza, la restituiscono invece chiara, inequivocabile, priva di fumosità, ché in questa raccolta poetica di Helene Paraskeva ricordare è riportare al cuore del discorso, rimembrare è riscoprire, senza alcun risparmio sul dolore bruciante, la corporeità della memoria, rievocare è richiamare a gran voce – gli appelli, le invocazioni, gli esclamativi ripetuti ne sono prova sonora – immagini nitide e testimoni degni di fede.
Le stagioni, l’estate in particolare (Le estati della nostra Storia, Estate “top secret”), così come i paesaggi, le sponde di un’isola (Isola dell’anima) e gli scorci urbani (Tu!, Milano, Qui vicino) i fenomeni e i mostri antichi e ultramoderni (Coltan), gli individui e i personaggi, non solo dalla letteratura greca, ma anche da Shakespeare (Amleto alla Regina, Prima ancora), concorrono a rendere vividamente vocativa la poesia di Storie, sogni e segreti.

© Anna Maria Curci

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Alcune poesie da ‘La bambina lo sa’ di Serena Dibiase

 

_la bambina

resta qui a sentire
come il tempo strappa
un figlio dal seno prima di morire
siamo creature calde
solo quando ci incontriamo
il resto del tempo un battito
tirato a lucido

la madre per esempio
è una regina con labbra rosse
educata al silenzio
guarda attenta
mentre un padre dottore
pesa sua figlia

come un vitello prematuro
tutto perde peso nel corpo
piccolissimi organi fanno quasi buio
e la bambina lo sa
la sua calma anemica nel sangue
la sua bocca spalancata sempreviva
scritta sui muri
del paese morente

i silenziosi alberghi
astratti nella pioggia
sembrano più solidi

come i suoi amori clandestini
l’incarnato lunare delle ribellioni

non sa vivere diversamente
se non sentendo più dolore alla sera
da mortale rifiorisce
nei suoi effetti speciali
nel momento in cui l’estate frana
ingorda di ciliege
come se l’addio
……..….lucciola sconnessa
fosse un volto in più
della morte

 

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Venezia minore di Francesco Pasinetti

In questo breve documentario del 1942, Francesco Pasinetti ci guida in una Venezia poco conosciuta, inedita: la Venezia dei piccoli canali, delle calli strette, dei ponticelli e della gente semplice impegnata in faccende quotidiane.

Fonte © Archivio Istituto Luce

Maggiori informazioni qui:

Venezia minore

 

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