‘Perché il lifting brasiliano dei glutei non ci salverà’: Tishani Doshi, Un Dio alla porta (a cura di Giulia Bocchio)

Tishani Doshi

La poesia diventa un fatto attraverso l’occhio vigile di Tishani Doshi, poetessa, giornalista e narratrice indiana che ha dimestichezza con il flusso del tempo che attraversa il corpo, la società e le strutture del potere: per quindici anni è stata prima ballerina di bharatanatyam nella compagnia Chandralekha, a Madras. È infatti una questione di attraversamento la sua riflessione, dal corpo alle fibre delle sinapsi, sino alla rielaborazione concreta e multiforme del reale.
A God at the Door – Un Dio alla porta (Internopoesia, 2022, a cura di Andrea Sirotti) è la sua quarta raccolta poetica, selezionata lo scorso anno per il prestigioso Forward Prize for Poetry, e si tratta di pagine complesse, perché Tishani Doshi scrive versi che denudano il mondo di oggi, un mondo prosaico, nel quale ci alitiamo addosso, annaspando sudati e connessi a internet fra una controversia e l’altra.
Dalla cronaca a YouTube, femminismo, recensioni come oracoli su Trip Advisor, malattia, ambiente, passando per i glutei rimodellati di Kim Kardashian, la storia è anche questo, uno yo-yo fra trascendenza, spazzatura e vivere quotidiano. In quest’ultimo si insinua un po’ di tutto, specie le ingiustizie che portano al sangue e le disuguaglianze di genere, più profonde di una qualsiasi fossa comune.
Tishani ne ricava poesie che non risparmiano, naturalmente dense, intense, così lucide da non rassicurare nessuno, eppure, nel medesimo istante, sono riconducibili a uno stimolo creativo, pulsante e militante. Addirittura si intravede nella stesura grafica dei testi stessi  – fra spazi bianchi e forme che suggeriscono in pagina un’immagine – un ritmo, una discesa a imbuto nella coscienza.

Fra perimetri e ambiguità la poetessa attraversa il mondo contemporaneo facendosi largo fra una presa di coscienza che dovrebbe essere collettiva, ma che rimane comunque un cammino iniziatico assai personale, differente per ognuno, esattamente come l’esperienza. Esattamente come un Dio che un bel giorno bussa alla tua porta, ma, attenzione, ognuno sceglie il proprio, chiunque esso sia, qualsiasi cosa esso sia. È una metafora che è, come sapientemente fa notare Andrea Sirotti, “Un dio con l’iniziale minuscola, forse un’allusione agli ishta devtas, gli dèi personali della tradizione induista, un dio che in qualche modo riesca a palesarsi nella vita quotidiana per sbrogliare le inestricabili complessità della nostra tormentata epoca”.
Che qualcuno bussi o no alla porta, l’esperienza che facciamo del mondo è subordinata a un elemento importantissimo: il corpo. Difficile separare l’esistenza corporea da estetica e mortalità, specie per le donne, che nei secoli hanno visto il loro corpo giudicato, brutalizzato, usato, svilito, violato, ma anche rimpolpato attraverso filler e medicina estetica, costretto alla fuga da una vecchiaia che lo specchio non perdona e se lo fa, ineluttabilmente emargina.
La poetessa sprofonda in questo vortice aspro, con una consapevolezza che diviene gesto sicuro: la scrittura poetica, nonché il linguaggio come strumento di potere, rivolta, emancipazione, resilienza, autodeterminazione.
Scrive in inglese, un inglese che si fa duttile, che si modella anche sui telegiornali, non senza satira, non senza ironia.
Un Dio alla porta è una raccolta che si discosta da tanta letteratura aulica, incentrata squisitamente sul tormento personale con brevi sprazzi dedicati all’universale; è matura Tishani Doshi, è una donna che sembra accettare le condizioni imperfette dell’esistere, ovvero del r-esistere.
In agguato c’è sempre un po’ di tutto, difficile dare un volto, difficile poter usare il singolare in certi casi: da qualche parte c’è la guerra, qualcuno ha il Covid e non lo sa, in questo momento una giovane ha bisogno di trovare un modo per abortire, dall’altra parte del mappamondo l’inquinamento devasta silenzioso i polmoni di tanti bambini. Le città sorgono e cadono, l’abbiamo studiato per anni. Il mondo è racchiuso in una sfera all’interno della quale, come in una biglia, certi elementi si mescolano. A volte sembra un miracolo sopravvivere a tanta assurdità, a certe ingiustizie radicate o ideologiche.
Eppure succede. Tutto è un flusso.

 

A cura di Giulia Bocchio

Sulle poesie erotiche di Ritsos e Kavafis (a cura di Sara Vergari)

Come vivono i morti senza amore?
Sulle poesie erotiche di Ritsos e Kavafis

di Sara Vergari

 

 

Ci sono collane editoriali che andrebbero comprate e lette per intero un numero dopo l’altro senza troppo domandarsi e con la sola certezza che, giunti al termine, avranno cambiato, sconvolto, emozionato ogni fibra del nostro corpo. Una di queste è Lekythos di Crocetti editore. Nicola Crocetti, fondatore della casa editrice nata nel 1981, è uno degli ultimi grandi intellettuali editori sulla scia di Luciano Foà, Roberto Bazlen e ancora Italo Calvino e Roberto Calasso. La cura estrema e personale di ogni volume rende i libri di Crocetti oggetti preziosi nella forma e nel contenuto. Alla carta pregiata e la raffinata veste grafica, sempre bianca con titolo rosso, si accompagna una scelta di autori che compone un canone isolato in Italia. Il nome della collana, Lekythos, si accorda con le origini e la formazione di Nicola Crocetti, nato in Grecia e studioso di cultura classica. Quasi tutti i nomi delle sue collane in effetti rimandano a una particolare tipologia di vaso greco; nel caso specifico si tratta di un vaso dalla forma allungata usato per oli e unguenti. Il logo stesso della casa editrice è la kylix, una coppa da banchetto.
Lekythos, che conta al momento circa cinquanta numeri, raccoglie una scelta raffinatissima di poesia contemporanea. Una particolare attenzione va ancora alla poesia greca, a cui vengono affidati i primi due volumi della collana con Erotica di Ghiannis Ritsos e Poesie erotiche di Kostantinos Kavafis. I due testi sembrano perfettamente dialogare tra loro, suggerendoci l’avvio di una collana in cui nessun libro sarà un’isola.

Leggendo queste due raccolte che Nicola Crocetti ha scelto e tradotto dal greco (il testo in lingua originale è comunque presente nei volumi) è evidentemente il tema dell’eros a dominare. L’eros in tutte le più sottili sfumature che assume nel significato greco, nella passione bramosa del tatto di un corpo vivo, nello struggimento per il dolore mortale che questo comporta, nella dolcezza del ricordo sfumato e quasi perduto.
La sezione Corpo nudo in Erotica di Ritsos (la raccolta contiene anche Piccola suite in rosso maggiore e Parola carnale) è insuperabile, indigeribile, è una serie purtroppo finita di colpi di lirismo brevi e intensissimi. I versi, spesso ridotti a singole parole, sono crudi, fatti di lessico semplice e quotidiano, che nella sfera sensoriale dell’erotismo assumono una forza carnale e disperata. C’è un corpo lontano dall’io del poeta che un tempo si è lasciato sfiorare con tenerezza e possedere con bramosia e c’è un’assenza insopportabile senza la quale l’arte non sarebbe nata e la vita sarebbe continuata. I versi di Ritsos sono pieni del corpo amato, solido, tangibile ma non delineato da tratti caratterizzanti. È sicuramente di donna ma non femminino, fatto di piedi, ginocchia, unghie, capelli. Sembra un corpo fatto a pezzi dal dolore del poeta, i cui brandelli sono per lui ossessivamente presenti. Al contrario non si costituisce mai l’immagine di una figura intera perché, per quanto sentita come reale e carnale, non si concretizza nell’oggi del poeta. Continua a leggere

Il demone dell’analogia #52: Ramarro

«Una strana amicizia, i libri hanno una strana amicizia l’uno per l’altro. Se li chiudiamo nella mente di una persona bene educata (un critico è soltanto questo), lì al chiuso, al caldo, serrati, provano un’allegria, una felicità come noi, esseri umani, non abbiamo mai conosciuto. Scoprono di assomigliarsi l’un l’altro. E ognuno di loro lancia frecce, bagliori di gioia verso gli altri libri che sembrano (e sono e non sono) simili. Così la mente che li raccoglie è gremita di lampi, di analogie, di rapporti, di corti circuiti, che finiscono per traboccare. La buona critica letteraria non è altro che questo: la scoperta della gioia dei libri che si assomigliano». Mario Praz

Collage digitale by Dina Carruozzo Nazzaro

Il ramarro, se scocca
sotto la grande fersa
dalle stoppie –
la vela, quando fiotta
e s’inabissa al salto
della rocca –
il cannone di mezzodì
più fioco del tuo cuore
e il cronometro se
scatta senza rumore –
. . . . . . . . . . . . . .
e poi? Luce di lampo
invano può mutarvi in alcunché
di ricco e strano. Altro era il tuo stampo.

Da Le occasioni di Eugenio Montale

UN RARO RAMARRO MARRONE
Un raro ramarro marrone
errando bizzarro per strada
trovandosi presso a persone
a farsi un pò verde provava.
È dura sentirsi diversi,
eppure è più triste adeguarsi​.

Da Piccole poesie passeggere di Andrea Casoli

RAMARRO
Nelle vastissime notti
io sento
il rumore dell’ossatura delle cose,
gli alberi che battono sulle strade.
La terra tesa con spasimo
che potrebbe schiantarsi
come il ghiaccio di un lago.
Io debbo reagire
per non farmi sovrastare
dal rumore del mio corpo,
per non farmi tendere
come pelle della terra.
Cerco di spezzare le corde
che stirano ogni cosa.

Da Ramarro di Paolo Volponi

La cura è una forma di dolore: ‘La mischia’, di Valentina Maini (a cura di Omar Suboh)

Zdzisław Beksiński, AA78

Credo che il mio romanzo possegga tante letture quante sono le voci che contiene.
Lo si può leggere come un’agonia. Lo si può leggere anche come un gioco.
Roberto Bolaño, Tra parentesi.

 

«Gorane un giorno ci ha detto la libertà è una gabbia sappiate».
Ci sono libri che si muovono taciturni, partoriti nelle segrete di qualche stanza imperscrutabile e che, come una mina deflagrante, esplodono nella quiete più assoluta tra le oasi di orrore e i deserti di noia: quelli della letteratura. La mischia di Valentina Maini (Bollati Boringhieri, 2020) è uno di questi libri. Pubblicato in un silenzio assordante, complice il tempismo (non) perfetto all’indomani dello scoppio della pandemia globale – il libro è uscito a febbraio duemilaeventi, i giorni in cui venne scoperto il ‘paziente 1’ a Codogno –, e vittima di un sistema editoriale in sovrapproduzione, con il rischio di soffocare la qualità a discapito delle opere più spendibili nel mercato, è riuscito comunque a farsi strada e farsi notare nella selva di novità non sempre imprescindibili.
Opera prima per la scrittrice – e traduttrice –, che riesce a irrompere sulla scena scombinando le regole del gioco, ribaltando il tavolo delle letture consolatorie, appaganti, da pagine pulite e impeccabili per forma e (assenza) di contenuti. Se, come scrive Giorgio Vasta in una recente intervista/inchiesta sulle scuole di scrittura in Italia, si andasse a imporre – come si riscontra in modo sempre più maggioritario – uno stile connotato da «trasparenza, intelligibilità immediata, assenza di nodi, di movimento spericolato, di crisi: se la scrittura venisse intesa come una questione di veglia, addirittura di lucidità, e non anche, tanto, di sonnambulismo –, allora questo per me corrisponderebbe a uno scadimento della didattica medesima». Chi pensa che la lucidità sia un valore assoluto nella scrittura allora dovrebbe fermarsi prima di varcare questa soglia: La mischia è la prova, come scrive Vasta, che scrivere è affacciarsi sul vuoto; abitare il linguaggio quando raggiunge il suo picco brancolando nel buio; è il caos delle traiettorie non prevedibili, che alterano ogni dettaglio compresso nella realtà in cui siamo immersi tutti i giorni trasformandolo in visione, aprendo spazi inattesi sia per chi legge che per chi scrive.
Gorane e Jokin sono due fratelli sonnambuli che si muovono in una Bilbao psichedelica e fosforescente, così come fantasmagorici sembrano tutti i personaggi che appaiono e scompaiono nello spartito polifonico di questo romanzo inedito e sorprendente per una scena italiana che sembra così avvitata su sé stessa, quasi incapace di immaginare scenari alternativi, registri innovativi e sperimentali, per raccontare il nostro tempo. Figli di una coppia di terroristi dell’ETA, la loro storia si intreccia con le vicende personali a cui vanno incontro perdendosi all’interno di un labirinto inestricabile, così come tutta la parabola della loro rincorsa verso una meta irraggiungibile, può essere letta come un tentativo di rispondere alla domanda: che cosa sia la libertà.

Il libro è diviso in tre parti. Nei primi tre capitoli della prima, assistiamo all’alternarsi dei punti di vista rispettivamente prima di Gorane, poi di Jokin e infine dei genitori di entrambi ad Arrautza. La seconda si compone di due movimenti che accelerano vertiginosamente l’andamento della storia innescando una serie di ipertesti e metanarrazioni spettacolari, dove il racconto del fratello scomparso Jokin, e la sua affannosa ricerca da parte della sorella Gorane, si moltiplica in un coro di voci – rese attraverso l’espediente dei verbali della polizia che hanno arrestato Jokin perché accusato di aver compiuto una serie di attentati –, ognuna con una sua particolare prospettiva in grado di trasmettere al lettore, oltre a una serie di innumerevoli indizi per ricostruire il profilo di Jokin, il carattere dei personaggi che compaiono e scompaiono come comparse nel palcoscenico della vita dei due fratelli.
Per tutto il libro – fatta eccezione per il secondo capitolo della prima parte – Jokin non parla mai, un po’ come avviene ne I detective selvaggi di Roberto Bolaño per Ulises Lima e Arturo Belano (i due poeti realvisceralisti, che partono alla ricerca di Cesarea Tinajero: poetessa autrice di una sola poesia, letta da nessuno, ma che segna profondamente l’anima dei due autori), ma è sempre raccontato dagli altri, da amanti, fidanzate, amici, lo psichiatra Jespersen (lo stesso che aveva in cura Gorane), e lo scrittore Dominique Laque: autore di un libro dal titolo Entangled, scritto nel tentativo fallimentare di venire a patti con i propri demoni interiori e provare a chiudere la ferita, che ancora sanguina, per un amore impossibile per la figlia Germana (amante di Jokin…). Gorane, venuta a conoscenza del manoscritto, segue le tracce come una poetessa selvaggia dei luoghi e dei personaggi citati, ma come in un labirinto senza fine, sembra non trovare mai l’uscita. Così, approdata a Parigi – una volta scoperto che il fratello tossicodipendente e batterista in un gruppo di drum ‘n’ bass ha lavorato in un museo locale –, si ricicla in svariati lavori: da donna delle pulizie, a spacciatrice (precisamente come tagliatrice di valigie, per nascondere nel fondo i mattoni di eroina da importare) nel tentativo disperato di ritrovarlo, un po’ come il tempo nel capolavoro proustiano.

 «È così difficile permettere a chi ami di farsi male concedergli l’opportunità di distruggersi odiarti morire». Se cresciuti ed educati in un contesto dove la famiglia non è più espressione dell’oppressione contro cui si battevano i critici della società del sessantotto, ma è libertà estrema, possibilità di fare quello che si vuole (senza orari, regole e senza autorità alcuna), allora la ribellione che si manifesta non è più emancipazione, ma sterile antagonismo contro il nulla. Ribellarsi significa qualcosa di molto più ampio, è la storia di un affrancamento da un sistema che deve essere compreso, in prima istanza, per essere combattuto, e questo fa della libertà come concetto la paradossale ricerca di un autodisciplinamento: lo stesso a cui va incontro Gorane che, come l’acqua prima e il fuoco poi, fluisce lungo il fiume metafisico della esistenza, sperimentando, sporcandosi le mani, e poi appiccando il fuoco alla casa: la sua può essere letta come una autentica ribellione. Ma ciò non significa abdicare all’imprevedibile, alle deviazioni dai percorsi prestabiliti. In una panoramica più ampia significa conferire ancora più valore alle deviazioni: «La vita, nelle sue storture porta con sé doni meravigliosi, anche quando sembra che ti stia punendo, e ti si para davanti con sentieri ripidi che avevi spacciato per discese, proprio mentre stai per stramazzare ti ricorda in qualche modo che nella strada sbagliata che hai intrapreso c’è un regalo, un regalo che potevi trovare solo lì e che nessuna buona strada avrebbe mai potuto offrirti».
La mischia è mescolanza di ricordi e fantasie rievocate nella corrente di avvenimenti che, impetuosamente, si rovesciano sulla pagina proiettando il lettore in una affannosa ricerca che lascia senza fiato – come una sorta di noir metafisico, dove si aspetta di scoprire l’assassino, ma con gli occhi della mente rivolti verso mondi altri: composti da geometrie complesse e uova astratte, disegnate da Gorane nella sua attività creatrice di pittrice –.
La terza, e ultima, parte prova a tirare le fila di questa folle corsa verso la rivelazione finale: la sintesi (impossibile) di una estenuante ricerca verso il ricongiungimento con la propria metà, quella di Jokin: riflesso speculare di Gorane, così come allo stesso modo tutti i personaggi sembrano riflettersi prismaticamente l’uno sugli altri, alterando la percezione di spazio e tempo, scardinando le coordinate rassicuranti di una narrazione lineare e conclusa, così come i colori di frattali invisibili sembrano moltiplicarsi negli occhi durante un’ esperienza psichedelica, conferendo l’illusione di aver intrapreso un viaggio senza fine.
Ricordare equivale a utilizzare la forza della fantasia, e scrivere non significa esporre la propria visione del mondo, ma somiglia di più a un gettarsi nell’ignoto, ad andare incontro verso qualcosa che non si conoscere, alimentando il mistero stesso di ogni attività creativa. Scrivere è più una forma di ascolto, e di ricezione, piuttosto che di affermazione del pensiero che ci sostiene, così come nelle parole dello psichiatra Jaspersen, la cura corrisponde al prendersi carico del dolore degli altri: «Questo è forse il ruolo di chi cura: condividere una parte della pena. Assumersi il dolore altrui, diluirlo e farlo sparire da qualche parte nell’universo. Essere parte dell’universo che sparisce».   

A cura di Omar Suboh

Le ‘Memorie fluviali’ di Isabella Bignozzi (a cura di Annamaria Ferramosca)

Max Ernst, Occhio del silenzio

 

In questo nuovo libro di Isabella BignozziMemorie fluviali (MC Edizioni 2022, collana Gli insetti a cura di Pasquale Di Palmo), il porre il significativo brano di Paul Celan in apertura e il ribadirne un memorabile altro verso in capo alla prima poesia, è già un incisivo segnale lanciato verso chi legge: questa scrittura è parola «senz’ombra», offerta come attenta cura del sentire limpido dell’autrice, dono-sostegno per attraversare l’inquietudine. E quel che subito accade leggendo queste pagine è infatti lo svelarsi di un’acuta sensibilità che, dopo il libro d’esordio di appena un anno fa, come un fiume in piena, decide di esondare da un letto di interiorità tormentata, e di farlo attraverso una scrittura che sembra liberarsi da tempeste passate e presenti, donandosi a chi legge con il sapore di una raggiunta pacificazione. Pensieripoesia densi di immagini rasserenanti dunque iniziano a sommergere il lettore, «un florilegio che grida/ l’incanto, e che rinvia d’ogni cosa/ la radiosa spina» sono versi che di certo non svelano le radici dell’inquietudine, appena costeggiata, ma sospingono in un territorio luminoso dove una voce si fa compagna nella nostra insaziata ricerca di senso.
E Isabella sa come far sedimentare, anche attraverso le nebbie visionarie, o le opacità irrisolte del vivere, quelle nostre eterne domande, semplicemente sostando, come faceva la grande Emily Dickinson, su minimi movimenti dalla natura, fremiti capaci di indicare: «agli occhi d’umano/ (con un ronzio – ape s’affaccenda tra le corolle)/ chiedere risposta:/ – chi siamo, come stiamo».
Il fondale da cui emerge il mobile mondo visionario di Isabella è spesso quello, arido, della nostra realtà robotizzata, dominata da un disumano meccanicismo e qui tratteggiata con un lessico scientifico (che la poetessa domina con grande efficacia e stile grazie alla sua formazione), ma che nel suo porgersi svolge un ruolo come di controparte, di vivo e fiero contrasto, nello svelamento di tutto «l’altro», che vi si oppone, e che è la dimensione salvifica e assoluta della Poesia. Così anche nelle scene di vita familiare della prima sezione di questo libro, dedicato al padre, la distanza emotiva dalla figura paterna è mirabilmente resa da versi inusuali, con termini estranei ma fortemente incisivi, che accentuano il fuoco della mancanza: «ma sono rimasta a guardare/ inebetita/ il nostro cristallo/ farsi anisotropo/ deformarsi/ la tua voce/ divenire/ massa mancante/ priva di trasmissione».
Trovo che questo uso lessicale di termini dalla scienza non è solo fortemente evocativo, ma assume una funzione nuova e fondamentale nella poesia di Bignozzi per il suo farsi indicatore di fenomeni irreversibili e destinati, come l’evoluzione dei viventi, il loro confluire nella eterna spirale ciclica, come si vede nel testo Cronache di evoluzione (p. 20), che dichiara il destino e tutto lo stupore di fronte alla geometrica armonia della natura.
Pure in questa poesia vedo uno slancio inaspettato, come un’ala protesa verso un’altra dimensione; Bignozzi sembra infatti prefigurare un territorio immaginario discreto e quasi familiare, una nuova nostra casa possibile, che invita ad abitare mantenendo una postura di attenzione e umiltà (come dalle luminose indicazioni dell’amata Cristina Campo), costantemente mettendosi in ascolto dei moti della natura e di quel «tintinnare di sistri» che richiama l’arcaica pacifica età dell’oro, densa di scene mitiche.
Numerosi sono infatti i riferimenti alla dimensione mitico-cosmica, che fa universale il passo di questa poesia: «la cella del dio, l’Ostro riarso, le perdute effemeridi…». E pure nel flusso del dire, nel suo ritmo a volte franto, quasi un singulto, si percepisce quel nostro male del vivere, con i tentativi di annullarne le ferite, e questa «grazia/ indifesa/ disarmata», che costituisce la cifra personalissima di questa intensa parola-poesia.
La silloge comprende tre sezioni che in realtà sono solo scansioni di un andamento poematico senza cesure, dove la seconda sezione, dal titolo Passo d’addio (dal verso di Cristina Campo che diede il nome alla sua prima raccolta di liriche), attraversa il tema dell’amore con immagini di delicatissimo eros che sembrano richiamare il Cantico biblico: «mio vulcano e boscaglia/ tu solo, nel treno d’occhi che precipita/ in questo mio smarrito mare» (p. 42). E alcuni testi pure hanno finali di soffusa malinconia esistenziale, come veri pas d’adieu che alludono all’indicibile mistero della vita.
La terza sezione, dedicata all’amore umano universale è quella dove con più forza incalza, in fasci di versi ipnotici, l’apertura a scene assolute, con catene di metafore e lampi verticali di bellezza, pure mescolati a parole più volte ripetute nel libro, semplici e dense come cura, dono, mani, buono, quiete.
Ma evidente è il bassocontinuo sotteso in ogni testo: la nostra fragilità, che: «guarda la lealtà ancestrale perduta/ che si addensa e riscalda attorno alle creature come/ pulviscolo cosmico» e la nostra ansia di ritrovare un cerchio perduto perché: «su tutto/ duole/ uno smarrito/ antichissimo cercarsi».
Questo libro, che si chiude con un memorabile brano di poesia in prosa, è dunque libro esemplare e necessario oggi, per le luci che proietta sulla nostra deriva, per l’indicazione di cura incessante a ricostruire umanità.

A cura di Annamaria Ferramosca


Isabella Bignozzi è medico, autore di articoli scientifici di rilevanza internazionale.
Ha pubblicato racconti, prose e contributi critici su varie riviste letterarie. Alcune sue liriche e prose artistiche sono apparse su «Inverso – Giornale di poesia», «Poesia del nostro tempo», «Versante ripido», «Atelier poesia», «rivista ClanDestino», «larosainpiu», «La foce e la sorgente», «Formicaleone», «Le parole di Fedro».
La sua prima silloge Le stelle sopra Rabbah, è uscita per Transeuropa nel maggio 2021. Una sua prosa inedita è stata finalista alla 35^ edizione del Premio Lorenzo Montano. Con il romanzo storico a memoriale Il segreto di Ippocrate, edito da La Lepre edizioni, è stata finalista al premio Como 2020. La sua seconda silloge, Memorie fluviali, è nella collana Gli insetti di MC edizioni, curata da Pasquale di Palmo.
Cura la rubrica La parola dell’attuale, su «Poesia del nostro tempo», e dirige la rivista on line «L’Astero rosso – luogo di attenzione e poesia».

Raúl Zurita, INRI : La salvezza del Cile attraverso la poesia (A cura di Annachiara Atzei)

INRI, secondo i Vangeli, è l’epigrafe posta sulla croce di Gesù. In quell’acronimo c’è il motivo della condanna, ma soprattutto, la presa d’atto di una morte violenta e il riconoscimento di un uomo che perde la vita. Raúl Zurita intitola così la sua antologia poetica, utilizzando un simbolo dalla forza dirompente che è sia mistero che rivelazione. Tutto il libro si regge su una ferita originaria ed è come se da questo squarcio mai ricucito nascesse un amore nuovo e più forte che riguarda tutti, non ultimo, il lettore.
Quando, nel settembre del 1973, il governo democratico di Salvador Allende cadde sotto il colpo di Stato del generale Augusto Pinochet, Zurita era un giovane studente di ventitré anni, artista, militante e già padre. Insieme a molti di coloro che sarebbero stati destinati a scomparire senza lasciar traccia di sé poiché considerati oppositori del regime, venne d’improvviso prelevato dalle forze golpiste, rinchiuso e torturato. Questa dolorosa vicenda personale – e più ancora collettiva – di perdita della dignità umana per mano di un potere politico autoimposto che privò del nome e del volto migliaia di cileni, ha influenzato la sua produzione letteraria esplodendo in una raccolta immaginifica e ricca di pathos.
Qui troviamo morte e visione, amore e trasfigurazione, vita e sogno così come in tanta letteratura sudamericana a partire da Borges fino a Cortàzar e Bolaño: laddove il mondo appare circoscritto in un perimetro troppo ristretto e soffocante, la scrittura diventa un moltiplicatore del reale, talvolta rassicurante, altre volte ancor più terribile. I componimenti di Zurita si sviluppano in una doppia dimensione, quella degli elementi naturali del paesaggio e quella della memoria. La cordigliera, il mare e il deserto non sono solo uno sfondo, ma sono gli stessi desaparecidos e chi li ha perduti, il legame affettivo interrotto senza preavviso e poi ritrovato. Sono il Cile che cerca redenzione.
Il drammatico evento dei voli della morte viene rievocato per essere riscritto in una nuova forma: “Sorprendenti pasture piovono dal cielo. Sorprendenti pasture sul/ mare. Sotto l’oceano, sopra le insolite nubi di un giorno chiaro./ Sorprendenti pasture piovono sul mare. C’è stato un amore che/ piove, c’è stato un giorno chiaro che ora piove sul mare”: i corpi che cadono sono cibo per i pesci e i pesci sono tombe. Anche i fiocchi di neve rosa sulle montagne si fanno corpo scagliato così come l’immagine straniante di una nave nel deserto di Atacama rappresenta un carico di morti che fa gridare le pietre. Dapprima, viene descritto un movimento discendente, poi il paesaggio rifiorisce e tutto sembra innalzarsi verso il cielo. Il cielo stesso si solleva: “Nel cielo fluttuano i frangenti./ Tutti i corpi scagliati sopra le cordigliere, fiumi e mari del/ Cile fluttuano nel vento. Sono stati restituiti al cielo e fluttuano./ Onde resuscitate che
tornano”. Dalle orbite vuote degli occhi sbocciano gerani, campi di girasole, magnolie e ortensie azzurre e la natura sembra tornare alla vita.

R. Zurita

Il poeta recupera un passato amaro per dargli finalmente un’identità: Bruno, Viviana e lo stesso Zurita sono solo alcuni dei nomi che diventano lo strumento per richiamare all’appello chi manca: “Per sempre?/ Si ricorda allora tutta una nevicata di nomi,/ Paulina, Mireya, Isabel: avete visto Susana?/ Avete visto Bruno?”. Infine, all’apice di quell’ascesa, l’amore occupa tutto lo spazio: “E ti amerò di nuovo e ti dirò vieni. E tu mi amerai di nuovo e mi/ dirai vieni. E aprendosi il cielo ci dirà vieni come le lave rosse che/ coprono i monti le nostre carni copriranno di nuovo le ossa innevate/ di tutte le Ande e ti amerò di nuovo e sarà vieni”.
La ripetizione di immagini, parole e versi fa risuonare l’intero testo come un canone a più voci che si sovrappongono una dopo l’altra nell’unica melodia cantata dalla natura e dai corpi, dal paesaggio e dagli uomini, da un intero paese che è allo stesso tempo sepolcro e resurrezione.
Nell’epilogo, al centro del vortice emotivo nel quale chi legge non può che sentirsi risucchiato, l’autore si immerge esplicitamente nella dimensione onirica, quasi come tentasse un estremo riparo: “Un sogno magari sognò che c’erano dei fiori, che c’erano dei/ frangenti, che c’era un oceano che li sollevava in salvo dalle loro tombe nei/ paesaggi”. Poi, il definitivo disinganno che non toglie intensità, anzi porta all’estremo l’operazione letteraria di riscatto del poeta: “Sono già stati detti i fiori inesistenti. / È già stato detto il mattino inesistente”.
Roberto Bolaño che, come Zurita, visse sulla propria pelle il dramma di vedere il suo paese oltraggiato, scrive ne I cani romantici: “La maggior virtù della mia/traditrice specie/ È il coraggio, forse l’unica virtù reale, tangibile fino alle/ lacrime/ E gli addii”. Il coraggio, come quello di Raúl Zurita, di trovare l’amore nell’orrore, di salvare, con la poesia, la Storia dall’oblio.

Cinque poesie da INRI (Edicola Ediciones, 2021)

Sorprendenti pasture piovono dal cielo. Sorprendenti pasture sul
mare. Sotto l’oceano, sopra le insolite nubi di un giorno chiaro.
Sorprendenti pasture piovono sul mare. C’è stato un amore che
piove, c’è stato un giorno chiaro che ora piove sul mare.

Sono ombre, pasture di carne per pesci. Piove un giorno chiaro,
un amore che non si è potuto dire. L’amore, ah sì l’amore dal
cielo piovono pasture paurose sull’ombra dei pesci del mare.

Cadono giorni chiari. Strane pasture incollate a giorni chiari,
ad amori che non hanno potuto dirgli.

Il mare, si dice il mare. Si dice di pasture di carne che piovono e
di giorni chiari incollati a queste, si dice di amori incompiuti,
di giorni chiari e incompiuti che piovono pe i pesci del mare.

*
Ti palpo, ti tocco, e i polpastrelli delle mie dita, abituati sempre a
seguire i tuoi, nell’oscurità sentono che scendiamo. Hanno tagliato
tutti i ponti e le cordigliere affondano, il Pacifico affonda, e i loro
resti cadono dinanzi a noi come cadono i resti del nostro cuore.
Davanti alla morte qualcuno ci ha parlato della resurrezione.
Vuol dire allora che vedranno ancora i tuoi occhi svuotati? che
i miei polpastrelli palperanno ancora i tuoi? Nell’oscurità
le mie dita toccano le tue dita e scendono come sono discesi
ora le cime, il mare, come discende ora il nostro amore
morto, i nostri sguardi morti, come queste parole morte. Come
un campo di margherite che si piegano ti palpo, ti tocco, e
nell’oscurità le mie mani cercano la pelle di neve con cui
magari rivivremo. Ma no, discese dalle cime delle Ande
rimangono solo le tracce di queste parole, di queste pagine
morte, di un campo lungo e morto di fiori dove, con noi sotto
abbracciati ancora, affondano come sudari bianchi le cordigliere.

*

Un volto è il tuo volto un deserto fiorito. I fiori recisi si amano.

Un volto che si ama è un fiore nel deserto come il deserto è
una notte per i fiori. Gli hanno svuotato le orbite, lo sapevi?
gli hanno reciso gli occhi, I fiori recisi gemono e i nostri volti
morti fioriscono nel deserto perché un volto è un volto nella
brevità delle cose così come i fiori sono un deserto nella
brevità della morte. Quando sono i fiori della notte ed è la notte
l’amore accecato che ci ama.

Un deserto è allora un deserto un sogno fiorito e il tuo volto
cieco e morto sale coprendosi di roseti perché i fiori ci amano
e sono notti i fiori del nostro amore cieco che si issa sui cieli
recisi.

E ci amano i fiori, sì Zurita ci amano, e recisi crescono dai tuoi
occhi ciechi per dirci l’amore che mai le nostre patrie ci hanno
detto, quando dalla tua notte svuotata è cresciuto il cielo e tutto il
cielo è stato il tuo volto pieno di fiori che saliva.

Perché i fiori ci amano. Perché ci amano i fiori recisi. Perché i
fiori morti, Zurita, ci amano.

*

Nel cielo fluttuano i frangenti. L’oceano Pacifico, le spiagge.
Da sotto somigliano a venti, ma sono i frangenti del mare a
fluttuare sul cielo. Viviana ascolta ascendere sterminati
oceani e sale anche lei. Anche suo figlio sale con le nevicate
rosa delle cordigliere. Il sangue neve rosa delle cordigliere e le
onde color sangue dei mari restituiti fluttuano sospesi sopra il
cielo. Fluttuano anche i nevai, il mare, i monti.

Tutti i corpi scagliati sopra le cordigliere, fiumi e mari del
Cile che fluttuano nel vento. Sono stati restituiti al cielo e fluttuano.

Onde resuscitate che tornano, marosi che tornano e nuotano
distendendosi sul vento. Monti e monti salgono fluttuando,
cordigliere e cordigliere di corpi ritornano distese come
lave color sangue di tutti i vulcani, di tutte le cime e i nevai.
Nel cielo fluttuano frangenti della resurrezione e sono il mare.

Un mare. Dicono un nuovo mare. Oh sì dicono un nuovo cielo.

*

E ti amerò di nuovo. E dalle nostre pupille morte si apriranno i
cieli e mentre si aprono i cieli ci mostreranno da sotto le
cordigliere e vedrai un paese di vulcani ascendere come un
mare fino ai crateri dei tuoi occhi. E mi guarderai, e mi
guarderai di nuovo, e guardandomi i tuoi occhi vedranno la
lava dei vulcani e salendo i vulcani ti toccheranno le pupille e i
crateri delle mie pupille toccheranno di nuovo le tue. E le carni
che siamo stati ci copriranno di nuovo come la lava viva copre i
monti perché si è dischiuso un cammino nella solitudini ed è
stato vieni.

E ti amerò di nuovo.

E ti amerò di nuovo e ti dirò vieni. E tu mi amerai di nuovo e mi
dirai vieni. E aprendosi il cielo ci dirà vieni come le lave rosse che
coprono i monti le nostre carni copriranno di nuovo le ossa innevate
di tutte le Ande e ti amerò di nuovo e sarà vieni.


A cura di Annachiara Atzei

Ribut: dialoghi, visioni e paradossi poetici

Sarebbe piaciuto ai grandi innovatori delle avanguardie questo libro scritto a più mani, miscellanea di poesie, immagini, musica, QR Code e messaggi profondamente sociali: si tratta di Ribut (Guida Editori), da un’idea di Marcello Affuso, fotografo e creativo a tutto oggi residente a Napoli. Insieme a Marcello, ad arricchire il progetto, giovani esordienti di talento: Maria Laura Amendola, Lucia Maritato, Manuel Torre, con le illustrazioni di Federica Dias e le ispirazioni musicali di Achille Campanile.
La domanda alla base è: si può riscrivere un classico? È ovvio che ogni grande autore (e dunque ogni grande opera) è legato a doppio filo alla propria epoca, a un certo modello di società, ma questa, lo sappiamo bene, muta velocemente. Rispondere non è semplice, ma il linguaggio possiede grande potere ed elasticità concettuale.
Ciò che importa in ‘Ribut’ è con-testualizzare un testo del passato per renderlo più attuale, più fruibile e più ancorato al presente. Partendo da un linguaggio inclusivo: «Abbiamo provato a ricomporre alcune poesie classiche – racconta Marcello – Infondendo attualità e concretezza a quei testi, per renderli davvero immortali, o per lo meno legati alla società di oggi, che è complessa e in continuo mutamento, e per far sì che anche i più giovani possano apprezzarli al di là di una fruizione passiva, come accade a scuola».
Un progetto letterario di grande respiro, con importanti messaggi sociali, culturali e politici al suo interno, la cui fruizione è variegata: immagini, parole, citazioni, suoni che da storia letteraria diventano la storia potenzialmente viva e pulsante di ognuno di noi.

Di seguito una piccola anteprima:

Estinzione
(Versi quasi ecologici, Giorgio Caproni, 1991)

Uccisi il mare
La libellula
Il vento
Soffocati i canti
Tacciono il lama
Il falcone
Il pino
Era fatto anche di questo
L’uomo
Che per vile profitto
Per nomea di titolo
Fulminava pesci
Raschiava fiumi
Sterminava distese
Morta l’acqua
Finita l’erba
Non c’è amore
Solo un parcheggio
Vuoto di respiro
Accantonata la foresta
È madida l’aria del ricordo
Di quel paese guasto
Senza voce né speranza di bambino
Nessuno si rincorre
S’affanna
Piange o ride
Umanità estinta
E cosa resta?
Fiori gracili
Si fanno strada
Lentamente
Spazzati però via
Dalla cecità di un vento radioattivo
E cosa resta?
L’ultimo canto di una balena
In un oceano orfano
Di pesci
Di corallo
Di vita in essere
Di essere in vita

§

11 ottobre
(X agosto, Giovanni Pascoli, 1896)

Anche un uomo
Voleva tornare al suo nido
Cadde senza premura di telaio
Soccorso
Rassicurazione
Tra cemento e spini
(Rumore sordo
Rosso liquido)
Lo sguardo attonito
Un ultimo accenno di pensiero
A chi invano per cena lo attende
Alle rughe del padre
Ai baci di moglie
Alla tenerezza di un figlio
E il suo digrigno inorridito
Fissa ora
Immobile
Un cielo
(impalcatura indifferente di stelle)
Lontano

Anche un uomo
Voleva tornare al suo nido
Lo uccisero
E nessuno disse: perdono

§

Assenza
(Amo in te, Nazim Hikmet, 1964)

In te amo
Ogni pulviscolo d’essere che sussurra
(Ammainaggio di mani)
L’avventura nei gesti
La continua scoperta
Gli opposti attratti
Le simiglianze

In te amo
La vicinanza del lontano
(Ipermetropia futurista)
L’impossibilità della resa
E la tenera dissoluzione
Di quando
Entrato nella piscina delle tue pupille
Mi sazio
(Leggerezza e piedi nudi)
Mordendo la tua carne

In te amo
La disperazione impossibile
Di averti avuto
E perso

In te amo
L’assenza presente

 


 

Isgrò il cancellatore, Isgrò il concettuale, Isgrò il poeta (di Giulia Bocchio)

Isgrò il cancellatore, Isgrò il concettuale, Isgrò il poeta
A cura di Giulia Bocchio

L’origine della scrittura è il segno, la forma del pensiero che diviene linea, tratto, punto, sino a ramificarsi in lettera, lemma, frase e altre arzigogolate soluzioni in cui tutto si mescola, rinasce e sì, si cancella anche.
Ma cancellare non significa per forza ridurre o depauperare, non nell’arte di Emilio Isgrò almeno.
Cancellare è anche ridefinire, ri-finire disegnando un linguaggio nuovo, che parla per iscritto e per non detto, pur rimando fisso sulla pagina, pur servendosi della riga, dello spazio e della comune parola.
Tutto questo sarebbe piaciuto a Guillaume Apollinaire, artista che con lo sperimentalismo grafico del calligramma aveva sconvolto la metrica, nonché la poesia stessa, e l’aveva letteralmente tramutata in immagine. Nel 1918 i suoi Calligrammes influenzarono anche i poeti e gli artisti italiani, che non potevano certo ignorare il forte impatto delle Avanguardie Artistiche né le innovazioni del futurismo, che già nel manifesto di Marinetti aveva esplicitato la sua portata internazionale e il dovuto legame con “il mondo moderno”, il “mondo veloce”, questione di adattamento in fondo.
L’arte è il modo di raccontare il mondo, l’arte è la migliore versione del tempo: quella di Emilio Isgrò è da sempre un tipo di arte concettuale che trova nella scrittura e nella sua stessa cancellatura l’origine e la sintesi di un messaggio in cui il risultato estetico è riconoscibilissimo e illeggibile, ma qui la grammatica non c’entra, quel che conta è una rarefazione che dà respiro al messaggio espresso.
Pensare a Isgrò artista figurativo, significa portare naturalmente alla mente quei grandi pannelli che ricordano un gigantesco libro aperto, in cui intere frasi vengono cancellate, annerite. Eppure è proprio lì che la parola acquisisce grande visibilità, grande vigore, in un’estetica nuova, concettuale ma interattiva: ogni cancellatura è un messaggio.
Ciò che è visivo si trasforma naturalmente in visione: quelle prime cancellature su enciclopedie e libri di Isgrò, nel 1964, diedero vita al suo stesso modo di poetare: un poetare visivo, inestricabilmente legato alla parola, anche quella non necessaria, che anche se cancellata resta protagonista, diviene cornice, si trasforma in scelta e possibilità.
Queste sue personali riformulazioni di codici espressivi, che esistono da sempre, non perdono tuttavia quell’umanità e quella necessaria passione che fa della poesia il lampo del ricordo o il perenne tentativo di incastonare in una rima, in una pagina o in libro ciò che è caduco e fuggevole, ciò che è perituro: l’uomo stesso.
In questo senso la raccolta Quel che resta di Dio, che ingloba una serie di poesie scritte da Isgrò tra il 1981 e 2019 è una complessa e generosa testimonianza delle continue oscillazione del mondo e della vita che muta intorno a chi scrive, e chi scrive non si limita a leggere il continuo esodo dei sentimenti, della mode e dei gusti, chi scrive attraversa il ricordo e il linguaggio e se ne serve per concedersi sempre una nuova possibilità: la parola stessa, è in fondo, possibilità.
Possibilità di dichiarazione d’amore, di guerra, possibilità di perdono e di silenzio.
Ed ecco che Quel che resta di Dio è anche ciò che resta della carne, dell’amore, dell’America, del Mediterraneo e dell’arte stessa.
Sperando che tutto sia reale, sperando che ogni cancellatura diventi possibilità di tempo e spazio.
Nuova memoria, nuova dimensione.
Intanto

è a cent’anni che si scopre l’amore.
Non prima.
Prima si muore.[1]

 


1 Emilio Isgrò, Ciò che resta di Dio, Guanda Editore, Milano, 2019.

Il demone dell’analogia #51: Blu

«Una strana amicizia, i libri hanno una strana amicizia l’uno per l’altro. Se li chiudiamo nella mente di una persona bene educata (un critico è soltanto questo), lì al chiuso, al caldo, serrati, provano un’allegria, una felicità come noi, esseri umani, non abbiamo mai conosciuto. Scoprono di assomigliarsi l’un l’altro. E ognuno di loro lancia frecce, bagliori di gioia verso gli altri libri che sembrano (e sono e non sono) simili. Così la mente che li raccoglie è gremita di lampi, di analogie, di rapporti, di corti circuiti, che finiscono per traboccare. La buona critica letteraria non è altro che questo: la scoperta della gioia dei libri che si assomigliano». Mario Praz

Collage digitale by Dina Carruozzo Nazzaro con ritaglio di Johnny Palacios Hidalgo


Mio blu – dicevi –
mio blu.
Lo sono.
E anche più del cielo.
Ovunque tu sia
io ti circondo.

Da Erotica di Ghiannis Ritsos (traduzione di Nicola Crocetti)

§

Un lenzuolo blu è steso è lo stesso di quando ero bambino e qualche sera lo posso ancora usare, sdraiarmici sopra. Dà lo stesso piacere al tatto di allora. Spero non bruci un giorno o smetta di darmi piacere: ho contato le onde su di esso cucite in rilievo con le mie cosce, con le mie dita, ho perso il conto e le onde sono ora denti passati in rassegna con la lingua come collane di perle e gli occhi sono cascati dentro me, mentre il lenzuolo e il soffitto assieme cadevano assieme alla casa assieme a tutte le stelle che punteggiano il cielo e lo tengono fisso qui su. Ogni puntello è un ricordo, oh quando perdo un ricordo si stacca un brano di me, quando lascio il conto dei denti e un pezzo di trama si strappa. Sono pezzi che galleggiano in un mare d’aria la notte infuocata, momenti, meteore dalla coda di fuoco. Gli occhi non risalgono più.

Da Cedere e altre cose dette d’amore di Alessandro Ardigò

§

Come fate a sapere, quando pensate al blu – quando dite blu –, che state parlando dello stesso colore che pensano tutti.
Il blu è inafferrabile.
Blu, o azzurro, è il cielo, il mare, l’occhio di un dio, la coda di un diavolo, una nascita, un volto
cianotico, un uccellino, una battuta spinta, la canzone più triste, il giorno più splendente.
Il blu è astuto, sornione, sguscia nella stanza di sbieco, è subdolo e scaltro.
Questa storia parla del colore blu, e al pari del blu non vi è niente di vero.
Blu è la bellezza, non la verità. In inglese si dice true blue, ma è un giochetto, una rima: ora c’è, ora non più. È un colore profondamente ambiguo, il blu.
Anche il blu più intenso ha le sue sfumature.
Blu è gloria e potere, un’onda, una particella, una vibrazione, una risonanza, uno spirito, una
passione, un ricordo, una vanità, una metafora, un sogno.
Blu è una similitudine.
Blu, lei, è come una donna.

Da Sacré bleu di Christopher Moore

 

‘La memoria degli ultimi è la prima’: Termini per una resa, di Massimo Del Prete

David, particolare

Il libro che proponiamo oggi è la nuova raccolta poetica di Massimo Del Prete, Termini per una resa (Nino Aragno Editore) con la prefazione di Gabriel Del Sarto e la postfazione di Alessandra Corbetta. Di quest’ultima, proponiamo di seguito un estratto:
“Lo scrivere di Del Prete, nonostante la calibratura del verso e del suono e nonostante le ripetute invocazioni a un silenzio generativo, non è mai statico e nemmeno attutito; in altre parole Termini per una resa, come anche i nomi delle tre sezioni costitutive suggeriscono (Altre vigilie, Termini per una resa, Lasciando l’avamposto), sono tutt’altro che un’opera tesa al nichilismo o alla passività, poiché si pongono come invito a fare e ad agire. Soldati stremati dalle pene della lotta, della quale si fatica ad ammettere la consustanziale inutilità, che ancora alzano la testa, che ancora, nelle luci fioche di un cielo destinato a sopravvivergli, cercano una risposta o, almeno, il senso della domanda: sono combattenti che prendono forma di innamorati, di legami familiari; sono i noi di oggi rispetto a quelli che eravamo; sono gli estranei che contribuiscono a definire chi siamo o non siamo; sono le ombre che, tra sogno, sonno e veglia, si aggirano per tracciare confini, marcare territori. La poesia di Massimo Del Prete segue l’ago che la mano muove per tessere e cioè per tenere insieme ciò che sarebbe disgiunto; ha un movimento, quindi, di dentro/fuori, di su/giù, di pieno/vuoto. È una poesia inclusiva e volta all’apertura, poiché tenta di unire gli opposti, di ricomprendere le dicotomie, di sospendere qualsiasi forma di giudizio. E sebbene lucida sia un aggettivo adatto per descriverla, dal momento che ogni immagine proposta è sempre frutto di meticolosa elaborazione sia nella vita che nella resa stilistica, nessun testo che la compone lascia fuoriuscire gelo, perché in Del Prete c’è un’energia di amore e di slancio (…)” . 


Quattro poesie da ‘Termini per una resa’, di Massimo Del Prete

 

Gli alberi che ti infoltivano le ciglia
gli alberi che ti fanno corteccia
nelle iridi oscillanti a fine inverno
resistono stremati in intricate
sgorbiature di rami, congelate e infisse
nella calotta azzurra dei mattini
bisbigliano intonando questa brezza
di attendere il tuo tocco infine
verdeggiante, come di un cielo
che ha fuggito le sue nubi –
per questo aspetto
                                         aspetto dentro la tua sera
per capire se è qualcosa e non il nulla
un istante senza il suo futuro.

§

Ti chiamo per illudere
un dolore ed una fuga, per raccontarmi
che non sto scappando. I pixel
del mio volto ti raggiungono
in frazioni di secondo, la tua voce
sempre più tersa al passare degli anni.
                              “Che tempo fa nel tuo cuore?”
questo cuore che sai
ma che glissa che evade
perché non sa rispondere perché non c’è
qualcosa come colmare le distanze
c’è solo un tasto rosso da toccare
e il mondo vero che precede e segue
il gesto: questa stanza con un sole
senza senso, compagno della polvere
e dei sogni:
                          di cose inanimate.

§

La memoria degli ultimi è la prima
a scomparire: ultimi come noi
uomini stanchi che cedono
alla disgrazia del tempo.
Scrivere e tramandare non si equivalgono
più: pensiamo di potere ma non possiamo
fissare la catena del ricordo
che si inanella a ritroso gettandosi
in un vuoto in una nebbia.
Anche noi cadremo in questa sorte
basterà un nipote e suo figlio bambino
a cui nessuno dirà il nostro nome –
questo
                questo sarà sbiadire
                aver vissuto per un altro mondo.

§

I miei versi erano questo
o questo suggerivano
nel maggio che ho scritto a malapena
se la parola non rivolta la zolla
e il vomere si incastra nell’inverno –
eppure, i miei versi sono questi ancora
negli intermezzi di acquazzoni
alla finestra spalancata
come bocca urlante –
                                       di fronte
la vita che si ostina si tramanda
in povere inconsce resistenze:
il vecchio in tuta si difende
dalla breccia del sole
e due bambini saltano sul letto
come piccoli bioccoli di riso
come altri fiocchi
in questo vortice di polline
lui fecondandomi
                                          di nuovo oggi
la mente la mano la matita


Massimo Del Prete (Taranto, 1993) ha vissuto a Martina Franca, in Puglia, e attualmente abita e lavora a Milano. È laureato in Ingegneria chimica presso l’Università di Pisa e in Storia della
Lingua Italiana presso l’Università degli Studi di Milano. Ha pubblicato nel 2018 la sua prima raccolta poetica, Soglie (Ladolfi). È incluso nell’antologia Abitare la parola. Poeti nati negli anni
Novanta, a cura di Eleonora Rimolo e Giovanni Ibello (Ladolfi, 2019), e in Distanze obliterateGenerazioni di poesie sulla rete, a cura di AlmaPoesia (Puntoacapo, 2021). Alcuni suoi inediti sono comparsi su «Atelier». «Medium Poesia» e sulla ‘Bottega di Poesia’ de «La Repubblica», a cura di Vittorino Curci. Per il blog «Menti Sommerse» ha curato dal 2019 al 2021 la rubrica di approfondimento poetico ‘Camera Oscura’.

‘Ti salverò da qualsiasi inquisizione’: La croce versa, di Paolo Castronuovo

Max Ernst, L’antipapa

Le poesie che proponiamo oggi, appartengono alla raccolta La croce versa (Effigie, 2022), di Paolo Castronuovo.
Decidete voi in quale contesto immaginare e rielaborare le visioni che questi versi sembrano produrre attraverso la lettura.
Un quotidiano in pasto a infatuazioni tra il lirico e l’orrifico, che potrebbero dunque essere la stessa cosa, la stessa bolgia.


giornata sociale

la disorganizzazione è un cancro
la non organizzazione è il nulla
le sedie non posizionate per un pubblico
che non arriverà mai
l’assenza di luce lasciata marcire in un contatore
saltato zeppo di polvere su un pavimento
mai spazzato e poltrone con macchie di aborti
qualcosa di prezioso lasciato in pasto a porci
malgestito a suon di birra e pallone
e quando il sipario è pronto
l’asocialità del centro si fa notare
in ghetti privi di sapere
ma d’altronde che t’aspettavi se non il degrado
delle tue poesie
per fortuna ho accompagnato gabriella a casa
il mio tranquirit vivente sulle ballerine
sarà stato questo a far piovere
sulla macchina appena lavata
di solito la sua falcata è vertiginosa
tanto quanto i miei peli irti quando sorride
e le si stringono gli occhi
un saluto sotto casa prima di andare
e la mia mano è scivolata lungo il suo braccio
fino alle dita del portone
per poi tornare a un bar per una serata noiosa
e a casa a litigare con la mia miglior amica

§

stanza n°5

la mia bocca non voleva

che abbeverarsi a quella sorgente d’infatuazione
osare alla poppata pur sapendo di violare
un confine nullo diramato nel mio corpo

l’assaggio del tuo sapore
invogliava i bocconi
ti adirava ma non fuggivi

godevi nel vedermi godere
per poi sminuire la circostanza
come un gesto di amicizia

§

2. (il cimitero zincato)

Sembrano epitaffi gli slogan
affissi su lamiere
e quei sorrisi di antimonio
che invitano alla caricatura
una settimana enigmistica
lasciata all’imbianchino
per non sporcare il battiscopa.

§

preghiera nera

regalami le tenebre del tuo bosco
fiore dal polline nero

inquinato dal battesimo perché l’ateo è il vero puro
senza decaloghi da infrangere
bagnato solo della placenta di sua madre

non meritavo gli inferi alle porte
o le spinte col forcone
una nascita bastava

voglio togliermi il mantello acqueo
– di sacro preferisco il fuoco almeno arde
uccide le spore disinfetta

non certo aleister mi regalerà la felicità
con la sua disobbedienza a cefalù

ma tu donna scarlatta
sorridimi ancora – amami
in pozioni che mai berrò
sacrificherò il mio vuoto

non sarò sabbatico adepto
alla cena dei bottoni
dell’antitesi del bianco
né all’altare di cognac e coca mi prostrerò

/ non fa per me /

ma tu sei maga
nera – strega
pallida in viso

ti salverò da qualsiasi inquisizione
tramandata nel tempo
tra un affresco stilizzato e l’altro
mi battezzerò solo della tua bellezza

non avremmo crocifissi né esagrammi da adorare
calici e pissidi saranno vecchi inesplorati
ti sposerò all’abbazia di thélema
tra finestre di jimmy e ruderi d’edera

nel nome del tuo nome

amen

§

II.

la mia pelle necessitava di luce
mi sono raso
aprendo una finestra nel cielo
il bilama e lo specchio hanno lo stesso filo
di mattina
quando il sebo e i nodi diventano pasta
il viso chiede il gelo
dell’allume l’igiene
una scorza deve staccarsi
purificarmi il mese o la giornata


Paolo Castronuovo è poeta, scrittore, editor. Tra prosa, poesia e volumi d’artista ha pubblicato dieci libri. Ricordiamo la trilogia poetica composta da: labiali (Pietre Vive, 2016), L’Insonnia dei Corpi (Controluna, 2018) e La Croce Versa (Effigie, 2022); il romanzo La Falla Oscura (Castelvecchi, 2018). Ha scritto la poesia più breve mai esistita poi pubblicata in tiratura limitata come libricino d’artista. Presente in molte antologie poetiche, alcuni suoi testi sono stati tradotti in spagnolo, altri pubblicati in Polonia, Irlanda, Stati Uniti. Dirige la collana «Occhionudo» per la quale ha curato diversi volumi di poesia e testi sperimentali. Ha curato e tradotto H.P. Lovecraft nel volume Il Simbolo della Bestia (Joker, 2022).

La ricerca perpetua di Itaca: l’Ulisse di James Joyce (a cura di Omar Suboh)

16 giugno 1904. Tutto comincia e finisce qui – anzi, più o meno. Il Bloomsday. La data in cui si svolge l’Ulisse, la stessa in cui James Joyce si recò al suo primo appuntamento con Nora Barnacle, sua futura moglie. E quale migliore occasione per (ri)leggerla nella nuova, riveduta, traduzione di Enrico Terrinoni, pubblicata per Bompiani: l’unica, con il testo inglese originale a fronte (completo di varianti a stampa e manoscritte); compresa di quattro saggi tematici e un commento che si dispiega per oltre duecento pagine per provare a districarsi tra le allusioni, le sottotrame occulte di un testo magmatico e di difficile interpretazione come pochi, ma che costituisce ancora uno dei massimi picchi dell’arte romanzesca del Novecento.

Le persone e i luoghi sono minuziosamente gli stessi della Dublino e dell’Irlanda del suo tempo, ma svolgono una funzione ulteriore: sono le metafore di un mondo e di una cultura senza confini nazionali: per trascendere questa stretta identificazione tra patria e trama, Joyce impiega un metodo chiamato “mitico”, lo stesso che verrà elogiato da Thomas S. Eliot ne La terra desolata. Per esprimere cosa si intenda con metodo mitico, userò le stesse parole di Eliot: «nell’usare il mito, nel manipolare un continuo parallelismo fra il mondo contemporaneo e il mondo antico, Joyce» segue un metodo che, stando a Eliot, altri dovranno usare dopo di lui: «È semplicemente un modo di controllare, ordinare, dare forma e significato all’immenso panorama di futilità e anarchia che è la storia contemporanea […]. È, lo credo seriamente, un passo verso la possibile resa del mondo moderno in termini artistici […]. Invece del metodo narrativo, noi possiamo ora usare il metodo mitico». E di conseguenza, fedele a questo proposito, lo stesso Eliot nel suo poema ne farà largo uso, costruendo una intricata selva di rimandi, mitologici e teologici, stratificati tra di loro, mosso dalla volontà di dare forma alla dialettica caos-cosmo del mondo moderno.
Al realismo narrativo, si sostituiscono una serie di parallelismi costanti affiancati al poema omerico. L’Ulisse è «un poema eroicomico in prosa», pervaso da una intensa ironia, dissacrante, e dall’antieroismo per antonomasia che caratterizza l’esperienza quotidiana. La stessa bassezza viene rovesciata di continuo, come un gioco di rimandi nascosti, nella magniloquenza che connota l’atteggiamento dell’epica. Da un lato scorgiamo la Summa Theologica di San Tommaso D’Aquino, dall’altra, fornita direttamente da Joyce, la Summa Anthropologica: perché è di questo che tratta l’Ulisse, l’«epica del corpo umano», come una «odissea moderna».

Stephen Dedalus, protagonista assieme a Leopold Bloom, si muove come Ulisse errante per il mondo, senza patria, estraneo ed escluso dalle sovrastrutture che regolano la vita nella società contemporanea: la Chiesa e lo Stato. Dedalus è identificato con Telemaco, idealista e alla continua ricerca di valori spirituali: deliberatamente esule. Le sue aspirazioni artistiche, la sua volontà di emancipazione della Ragione dalla educazione impostagli dalla famiglia e dal mondo, lo porteranno al rifiuto della vita convenzionale, la stessa che paralizza e inchioda gli abitanti di Dublino. L’intera opera di Joyce è legata come a un filo che tiene in piedi la cattedrale narrativa che egli ha costruito nel tempo, come un work in progress perpetuo, confermato dalla natura stessa della sua ultima opera, pubblicata appena prima di morire: il Finnegans Wake. Gli stessi temi, che troviamo esplodere nell’Ulisse, sono già il nucleo narrativo che costituisce il movimento di Gente di Dublino e de Il ritratto dell’artista da giovane. Ma quello che si compie qui è una vera e propria opera di smascheramento delle sovrastrutture oppressive che imbrigliano l’individuo nel suo pieno dispiegamento, e quello che viene cercato di fare attraverso la scrittura è una progressiva rivelazione della complessità e dell’integrità della struttura autentica della figura umana.
Leopold Bloom, invece, viene identificato con Ulisse stesso. È un uomo medio, inefficiente, esule perché ebreo, ma al contrario di Stephen, alla ricerca di concretezza. L’altra grande protagonista è Molly Bloom, come Penelope o la ninfa Calipso (ma anche Nausicaa…), la stessa che Joyce sceglie per concludere il libro con il suo monologo-fiume e a cui fa dire la parola che, forse, è la vera chiave di volta per interpretare e comprendere il travagliato viaggio condotto nella Dublino di inizio Novecento: «Sì». Con questa parola, infatti, si conclude Ulisse, e quel , così deciso, rappresenta l’accettazione incondizionata, ma non passiva, della condizione umana nel mondo. Agli occhi di Joyce, Molly è espressione della fisicità assoluta e dell’essenza della natura femminile. I suoi personaggi si rincorrono tra di loro come Telemaco alla ricerca del padre: Ulisse. Stephen, invece, appare più come un Amleto.
L’altro, vero, grande tema dell’opera è la mutabilità di tutte le cose. Non solo degli elementi della natura – tutto si trasforma – ma della vita stessa, come i riferimenti alla metempsicosi disseminati tra i dialoghi, dimostrano. I motivi conduttori ricorrenti costituiscono la tecnica compositiva che Joyce, come un direttore d’orchestra, utilizza per mettere in scena le ossessioni, le idiosincrasie, dei suoi personaggi – come nel caso di Blazes Boylan, l’amante di Molly, il quale fa la sua apparizione, seguito da un suono tintinnante delle sonagliere del calessino o dagli anelli metallici del letto.

Joyce nel 1915

La struttura. I capitoli sono costituiti da 18 scene, così come 18 sono i capitoli del libro. L’opera è divisa in tre grandi movimenti: la prima è riconducibile alla «Telemachia», come le avventure di Telemaco – Stephen, e di conseguenza è dominata dalla figura del figlio; la seconda è l’«Odissea», dove Ulisse-Bloom è il vero protagonista, e in cui predomina la figura del padre; la terza è quella del «Nostos», ovvero il ritorno di Ulisse a Itaca. Quest’ultima ritrae il ricongiungimento di Ulisse e di Telemaco (Bloom e Stephen) con Molly-Penelope (moglie e madre): l’epica del corpo umano finisce per sostituire, nel suo movimento conclusivo, lo spirito della trinità di Cristo.
Le tappe obbligate del viaggio intrapreso rappresentano l’archetipo del percorso della vita umana stessa. Cosa fare, infatti, di fronte ai bivi? Ricalcando la struttura dell’Odissea omerica, tra Scilla e Cariddi, e le Rocce Simplegadi, Joyce decide di attraversare entrambe le strade: le Simplegadi, cozzando tra di loro, come due forze opposte che schiacciano il libero manifestarsi della personalità umana, sono identificate con la Chiesa e lo Stato: è necessario superarle.
La protagonista è Dublino, autentico microcosmo e metafora della Terra intera, e i suoi personaggi si muovono in essa come dentro a un labirinto. L’emblema della metamorfosi di tutte le cose è plasmato da Proteo, la natura proteiforme del linguaggio ne è testimone. Contro l’ineluttabilità delle modalità di spazio e tempo in cui siamo come costretti, si contrappone Proteo: ovvero, il volto mutevole del mondo esteriore che si cela dietro di esso. In natura, se tutto si perde e si ritrova, così ogni cosa è continuamente rinnovata e perennemente ricreata. Per sfuggire all’«incubo della Storia», è necessario sognare come Stephen. Sottrarsi dal tormento del tempo. Tutto questo è possibile attraverso il sogno dell’artista: la creazione e la contemplazione di una opera d’arte, conclusa in sé, oggettivamente perfetta. Tra le varie cose, questo è il reale messaggio di Ulisse.

Omar Suboh

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