Simone Consorti, Eppure proveremo nostalgia (inediti)

Simone Consorti, foto di ©Luciano Rignanese

 

EPPURE PROVEREMO NOSTALGIA

EPPURE PROVEREMO NOSTALGIA

Eppure proveremo nostalgia
di questi giorni
o almeno ne conserveremo
confusi e inconfondibili ricordi

Di quando era vietato
correre uno appresso all’altro
o dividere in due una panchina
o farsi venire un colpo di tosse
come prima

Di quando ci procacciammo
cento pacchetti di sigarette
in una notte
e svaligiammo quel supermercato
di tutte le sue scatolette

Di quando fu decretato
che nemmeno i genitori
era opportuno andare a visitare
e che per dare il buon esempio
si dovesse recintare pure il mare

Della sera in cui suonammo tutti insieme
come un’unica banda
o una grande famiglia
le pentole dalle finestre
quando in realtà l’unica cosa che ci univa
era la fifa

Eppure un giorno
quest’ oggi sarà quello strano sorriso
nel ricordo

 

VEDIAMO CHE USCIRÀ DALLA TUA PENA

“Vediamo che uscirà dalla tua pena”
conclude il suo messaggio la mia amica
col suo famigerato T9
Forse voleva solo dire ‘penna’
e si aspetta da me buone nuove

Non so se sia il caso di ammorbarla
su quanto sia diventato espertologo
di autocommiserazione
e di come anche senza gente
intorno vedo il gregge

Propendo per ‘penna’
che poi son solo battiti al computer
C’è uno schermo tra me e loro Continua a leggere

Pasquale Pietro Del Giudice, Piste ulteriori per oggetti dirottati

Pasquale Pietro Del Giudice
Piste ultieriori per oggetti dirottati (Ensemble, 2019)
Nota di lettura di Martina Dell’Annunziata

 

Dare un titolo alla propria opera è uno dei momenti più drammatici del lavoro dello scrittore. Quando Pasquale mi ha mostrato una lista di titoli possibili da dare alla sua raccolta, ho pensato subito che “Processi di accumulazione” fosse perfetto per le sue composizioni. La scelta è infine caduta su Piste ulteriori per oggetti dirottati che, mi sembra, consenta di presentare nel modo più chiaro al lettore intenti e prospettive delle prose-poesie che compongono il volume.

1. “Innamorato dell’inanimato […], torno sulla strada dell’immaginazione”
Così si legge in Le discrete nozze (Piste ulteriori per oggetti dirottati, p. 104). L’’operazione fondamentale che la scrittura di Del Giudice realizza è infatti la restituzione della poesia alla sua matrice originaria, la fantasia. È mediante la riabilitazione della facoltà immaginativa che si compie l’istituzione di un rapporto nuovo col mondo. Nel rinnovato colloquio con gli oggetti, ogni ente è riscoperto come il centro di un’infinita rete di combinazioni possibili; esso sta lì, davanti a noi, pronto per essere “dirottato” in insoliti contesti, lungo “piste ulteriori” non ancora tracciate. L’oggetto rappresenta l’occasione per ristabilire un rapporto non utilitario con la sfera delle cose o, piuttosto, si potrebbe dire con buona pace di Montale, che è lo sguardo del poeta ad offrire agli oggetti l’occasione per rivelare tutto l’impensato in essi presente. C’è una nascosta parentela fra le cose, una segreta fratellanza del simile e del dissimile, che la poesia consente di riscoprire: ciascun elemento del reale, ricorda il poeta, trascina dietro di sé «l’altro latente, il somigliante, il sosia» (p. 9). L’ovvia datità dell’Universo perde così la sua compattezza per lasciare spazio all’ «ambiguità della fantasia». Ci si accorge allora che non è lecito chiudere la conoscenza del mondo in formule definitorie: «Cosa non sono e cosa non hanno pensato di essere/ queste due bottiglie di plastica/ sono la cosa che più mi interessa,/ cosa loro non sanno di poter diventare/ deformando la loro figura» (Le due bottiglie, p. 57).

2. “Ogni cosa è andata in pezzi in modo particolare”
Nei versi di Del Giudice l’atto poetico è uno strumento, forse l’unico concesso all’uomo, per riprodurre il gesto della creazione. Sostituirsi al Creatore vuol dire anzitutto dis-fare ciò che è già stato prodotto. L’immaginazione rivela dunque tutto il suo potere divino, ma anche tutto il suo potenziale destabilizzante e decostruttivo. Ne La caduta dei gravi si legge: «Ho lasciato cadere una tazza/una scorza di pane, uno specchietto,/ una mela, un pomodoro, un pompelmo/ poi un telefono, un sacchetto di arance/ poi un’anguria, della pasta/dal decimo piano di un palazzo,/ ogni cosa è andata in pezzi/ in modo particolare […]» (p. 31). La poesia non deve essere pacificante se vuol stare nel presente, se aspira ad offrirsi all’uomo come un’ulteriore pista essa stessa, per la comprensione del reale, alternativa al ragionamento logico e al sentimento. Un’inquietudine di fondo percorre infatti queste “composizioni”. Le chiamo così, composizioni, perché esse si strutturano come catene di immagini che, verso dopo verso, si inseguono fino a comporre un montaggio. I “fotogrammi” si avvicendano descrivendo itinerari poetici imprevedibili, eppure non casuali. L’immaginazione risponde a certe regole che le appartengono in modo esclusivo e che ben poco hanno a che fare col “caso”. Solo così la poesia può esser davvero un “sogno creatore” (p. 9).

3. Poetico, impoetico, metapoetico
Come ho precedentemente affermato, “Processi di accumulazione” mi era parso un titolo efficace per designare i testi di Del Giudice. Questi “racconti” in versi, che si snodano per pagine e pagine nel fermo rifiuto della brevità, sostenuti da un linguaggio asciutto, che nulla concede agli eccessi dell’enfasi e del lirismo, sono carichi di immagini di vita e di morte, di trasfigurazioni e movimenti, di “violenza” e rassicurazione, di macerie e momenti inaugurali. Tutto si deposita nel verso, nello sforzo inesausto di riempire un vuoto, di rispondere alla percezione di un’assenza, di un punto di non ritorno del mondo, di una mancanza fondamentale, a cui, alla fine, non si può fare altro che rassegnarsi. Così anche la poesia entra nella poesia e il poeta, acciuffando se stesso per i capelli, si fa metapoeta. «Il metapoeta mostra che in realtà non si ha granché da dire» (cfr. Una poesia su chi scrive metapoesie, p. 65). Siamo nel tempo in cui tutto è stato già detto, in cui ogni arte, inclusa la poesia, pare essere condannata solo a riflettere su se stessa, ad autocontemplarsi non si sa bene come, se con compiacimento o disperazione. E allora sarà forse meglio non prendersi troppo sul serio ed esercitarsi a quella “divina indifferenza” portata in dote dall’ironia. I versi di Del Giudice ci ricordano soprattutto che immaginare è anche l’arte di saper prendere le distanze dalle cose e, auspicabilmente, da sé stessi.

© Martina Dell’Annunziata

 

La manutenzione

Sono vivo, un cantiere aperto,
una macchina usata, un mostro precario
civilizzato, puntualmente i peli mi rispuntano sul viso,
il sebo si accumula nei pori,
il mondo è la criniera di un cavallo,
ogni cosa necessita di manutenzione e del suo stalliere,
della sua lametta e del suo giardiniere,
di revisioni, di versioni, di una controllatina
ai freni, alla tenuta dei bulloni;
la vegetazione, le unghie ricrescono, la pelle decade,
ciclicamente sono necessarie
radiografie, controlli delle pompe
del sistema e del livello di putrefazione raggiunto,
è opportuno ridurre a ordine umano
la matematica delle sterpaglie,
più cresci più muori, più muori più cadi a pezzi,
più perdi illusioni, più i tuoi gesti
si sommano negli errori degli anni,
hanno avuto incidenza, hanno ferito e perdonato,
hanno deluso e smentito se stessi.
Esposta alle intemperie e alla consunzione del tempo
la vita è un cadavere sezionato
dunque le cose muoiono con gusto
e ogni giorno implica lo sforzo
di tenere a bada il loro disfacimento,
la loro fuga, la loro tentata ribellione
rimandando la loro fine,
ritinteggiando le porte, i capelli e le pareti.
La manutenzione tiene sveglio il mondo
il suo bisogno di cure, morte che ci tiene in piedi,
che stimola, smuove a mettere in ordine la stanza
a usare le ore nel migliore
o nel peggiore dei modi, sperperando
quello che resta in affronto al tempo
e a se stessi, costantemente ridare senso
dove si era dato senso, nei rapporti sociali
nei propri spazi, nel cassetto
delle delusioni, opponendosi alla forza
centrifuga che mette in moto la macabra pantomima.
Bisogna immaginare Sisifo barbiere,
crollare è darla vinta alle liane, alle piante rampicanti
quando ti sommergono i piatti da lavare,
quando la tua casa si arrende
alla forza riassorbente dell’edera
e del muschio, delle erbe infestanti, dei nidi di ragno,
dei topi, delle formiche, dei rifiuti dei passanti.

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Bustine di zucchero #34: Edgar Lee Masters

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

Edgar Lee Masters

In Italia il nome di E.L. Masters e il titolo della sua più celebre raccolta Antologia di Spoon River (ed. orig. 1915) sono indissolubilmente legati alla singolare vicenda editoriale che portò alla pubblicazione grazie, principalmente, all’interesse di Cesare Pavese. Pavese, che scoprì l’opera (si fece procurare il libro dal suo amico italo-americano Antonio Chiuminatto), suggerì a Fernanda Pivano di leggerlo per meglio comprendere la differenza esistente fra la letteratura americana e quella inglese; ella rimase affascinata dalla raccolta, tanto da tradurne una scelta, inizialmente senza farne parola a Pavese poiché imbarazzata. A distanza di anni, l’autore di Lavorare stanca trovò, per un caso fortuito, quelle traduzioni, e dopo aver sfogliato le pagine (e rivolto un benevolo sorriso alla Pivano), andò via col manoscritto. Quindi, grazie all’attenzione dello scrittore e all’intraprendenza di un editore come Einaudi, una raccolta di poesie intitolata Antologia di S. River (la “S” puntata come a indicare una serie di meditazioni di un non meglio identificato San River) riuscì a eludere la censura fascista e fu pubblicata nel 1943; di lì a poco l’opera fu sì sequestrata, ma per «l’immoralità della copertina» che venne subito sostituita. La lettura di questi epitaffi significava, e ancora significa, ascoltare una voce diversa, una sincerità poetica libera da toni alti e solenni; era la scoperta di una «commedia umana» fatta di antieroismo e di una quotidianità fatta di vizi e valori in un villaggio immaginario di una società vitale e spontanea, eppure non meno corrotta. Fu sintomatico che Pavese definì l’antologia – definizione riportata sulla copertina della seconda edizione – «La Divina Commedia del nostro tempo». Poesie dal chiaro andamento narrativo, che hanno «meno del verso, ma più della prosa», riportano la voce di personaggi dai nomi fittizi, ispirati a figure realmente esistite e provenienti dalle due cittadine – Petersburg e Lewistown – da cui Masters trasse il materiale umano per le storie, sebbene si ritenga, a ragione, che sia Lewistown la città eletta giacché il poeta vi trascorse la giovinezza e il fiume che passa da lì è il fiume Spoon, nome scelto per la raccolta. Nella celebre antologia i morti parlano tramite la loro lapide, le parole diventano, per l’appunto, un “fiume” di pathos, disillusioni, amarezze, passioni, ripensamenti: momenti di coscienza. E sono proprio quei momenti di coscienza che fanno presa sul lettore. In questo epitaffio George Gray esprime il suo rimpianto sulle occasioni mai colte; alla sua vita si presentarono amore, dolore e ambizione, ma egli si ritrasse, preferì non seguire quei richiami, restò a terra anziché spiegare le vele. Senso di predestinata sconfitta, arrendevolezza, paura di fare il passo? Del personaggio Gray ci rimane la rinuncia, nonostante la sua ricerca di un senso, che ha reso la sua esistenza come «una barca con vele ammainate, in un porto». Se, però, ci addentriamo nella sua umanità, quel gesto di resa sembra dire, forse, qualcosa di noi. Il confessionalismo post-mortem dei personaggi di Masters ci offre importanti attimi di autenticità che superano il corridoio del tempo, come d’altronde solo la poesia può fare, e che, per dirla con Montale, rendono chiare le cose oscure.

 

Bibliografia in bustina
E.L. Masters, Antologia di Spoon River (edizione parziale di 152 epitaffi), traduzione di F. Pivano, Torino, Einaudi, 1943; II ed., 1945; Edizione integrale con Prefazione di F. Pivano, Torino, Einaudi, 1947; ristampa con Nota introduttiva di G.D. Bonino e con gli scritti di C. Pavese, Torino, Einaudi, 1971, 1993 (2008).
R. Bianchi, Parlano ancora le voci di Spoon River, articolo apparso sull’inserto TuttoLibri de La Stampa 26/07/1986 – numero 513.

I poeti della domenica #444: Edoardo Albinati, Se il mondo è un mostro

[L’immagine potrebbe essere soggetta a copyright]

 

Se il mondo è un mostro

Se il mondo è un mostro non ci occorre
Diplomazia. Ogni singola offerta è in assoluto
Accettabile, come facesse parte d’un tutto, come il
Liquore m’inonda la bocca mentre spremo
Il cioccolatino e loro ne approfittano per appartarsi un istante
A riprender fiato. È gente abituata
A veder sorgere il giorno in modo miserabile
Gonfi di tosse, le guance azzurre e assiderati dalle prime sigarette.
Nemmeno io sarei disposto a battere i miei
Istanti di disumanità, ecco a che titolo il guardiano si tiene stretto
Ai suoi, sorseggiando succo di frutta.
Una pausa. Botte. Cambio degli asciugamani. Una serie di lampi agli occhi
Come se stessi staccando uno dopo l’altro degli chèques
Mortali. Pensavo: non mi tagliuzzeranno più le braccia
Se metto una camicia buona, di seta mista a lino
Avranno timore di sporcarla.

Davanti a un oceano arruffato
Una ragazza nera in calzoncini si stringe nelle spalle
E rientra in casa per cingersi la testa
Con un foulard. Il giorno scaturisce color del ferro
E una fascia gialla si stende all’altezza di tronchi
Dei platani in un parco dalle aiuole gonfie
Di terra, e, tra le aiuole, un corpo martoriato
Ha indosso un’uniforme blu da giardiniere antiquato
E dal bavero spunta una faccia resa irriconoscibile;
Un sacco goffo con mani goffe e bluastre.
Gettano una sigaretta consumata a metà nel monumentale
Posacenere d’acciaio e di colpo il posacenere
Va in fiamme, lingue di fuoco e puzza:
Più che in un carcere ambienterei la scena in una
Snella torre bugnata:
Orina, sangue, toast con chiazze di burro e flagrante
Caffè in tazze rancide. Si sta come si sta e non ambisco
A resistere, mi basterebbe poter accarezzare
Una catasta di biancheria pulita
E stirata ammodo.

Quello stesso giorno un vecchio s’immerse a
Centrotré metri legato a um piombo.

 

© Edoardo Albinati, da Elegie e proverbi, Milano, Mondadori 1989

I poeti della domenica #443: Andrea Gibellini, La mia città

(L’immagine potrebbe essere soggetta a copyright)

 

La mia città

La mia città non è una città

vive tra il fiume e la campagna
è sospesa vicino alle colline
e se lì scavi puoi scoprire
pesci venuti dal passato
scolpiti nel calcare:
l’azzurro del cielo come il mare è solo in sogno
nel silenzio, sotto il bianco delle pietre
e i pochi cespugli di fiori.

I rami di alberi che non sono più alberi

scendono a toccare il fiume
sbattono sui massi, rompono
le gelide acque sconvolte dal silenzio –
lontano il Secchia scorre nel buio –
ma è la visione di un giovane fiume,
andato via.

Città d’inverno

chiusa nella nebbia
che aspetti la stagione più bella
nel sole della primavera
(un prato strano violazzurro
che si staglia a ventaglio
contro un nuovo palazzo bianco
e i fiumi delle ceramiche
come fossero estive nuvole naturali…)
che oggi finalmente vedo e non ricordo.

I fiori serrati fra vecchi muri,
erbe rinsecchite
l’odore forte del fiume, –
vicino a me come da sempre
una voce armata,
il pesce alato nascosto nel calcare
la melma grigia, perenne, sopra i sassi
di fragili muschi volati via.

La piazza è un rettangolo incantato
(dall’alto, nel verde,
scendendo verso la città…)
il campo ghiaioso – bucato di un cortile.

Ed è dolce la tristezza –

come l’aria al mattino
fra le case
di un’estate lontana.

Non voglio e non vorrei essere la mia città

– e che io ci creda o non ci creda
il mio sangue scorre
fra quelle cave d’argilla –
ma troppo vicino e simile a me

è il battito

il freddo del suo inutile cuore

 

© Andrea Gibellini

proSabato: Mark Twain, da “In cerca di guai”

I

Mio fratello era appena stato nominato Segretario del Territorio del Nevada – una carica tanto superba da concentrare in sé gli alti uffici di Tesoriere, Ispettore generale, Segretario di Stato e, in assenza del Governatore, sostituto del medesimo. Lo stipendio di milleottocento dollari all’anno e il titolo di «Signor Segretario» conferivano a quel solenne mandato un’aura di inaudita magnificenza. Io ero giovane e ignorante, e lo invidiavo. Ciò che suscitava la mia bramosia non erano tanto la sua posizione e la sua opulenza, quanto il lungo viaggio nell’ignoto che lo aspettava, e il mondo fantastico che si accingeva ad esplorare. Avrebbe fatto un viaggio! Per me, che non mi ero mai allontanato da casa, la parola «viaggio» era quanto di più allettante si potesse immaginare. Presto si sarebbe trovato a centinaia di miglia da me, in mezzo a praterie e deserti sconfinati, e sulle montagne del Far West! Avrebbe visto i bisonti e gli indiani, e i cani della prateria, e le antilopi, e chissà quante avventure gli sarebbero capitate: lo avrebbero impiccato, magari, o scotennato, si sarebbe divertito un mondo e ce lo avrebbe scritto e sarebbe diventato un eroe. E avrebbe visto le miniere d’oro e quelle d’argento, e al pomeriggio, dopo il lavoro, chissà quanti secchi di pepite avrebbe riempito sulle colline. Così, ricco sfondato, dopo un sontuoso ritorno via mare ci avrebbe raccontato come se niente fosse di San Francisco e dell’oceano e dell’«istmo» e di tutte quelle meraviglie là. È impossibile descrivere la sofferenza che provavo di fronte alla sua esultanza; e così, quand’egli mi offrì sui due piedi il mirabolante incarico di suo segretario privato, fu come se i cieli e la terra sprofondassero, e il firmamento si arrotolasse tutto sopra di me! Non mi pareva vero, e fui pronto in meno di due ore: non avevo dovuto fare molte valigie, perché sulla diligenza che portava dalla frontiera del Missouri fino al Nevada ciascun passeggero aveva diritto a un bagaglio molto limitato. A quei bei tempi, dieci o dodici anni fa, la ferrovia del Pacifico non esisteva ancora – nemmeno una traversina.
Avevo intenzione di restare nel Nevada per tre mesi, non di più. Volevo vedere tutto quel che c’era laggiù di sconosciuto e di insolito, dopodiché me ne sarei tornato alle mie faccende. Chi avrebbe detto che quella gita di tre mesi sarebbe durata sei o sette anni straordinariamente lunghi?
Per tutta la notte sognai di indiani, deserti e lingotti d’argento, e il giorno dopo ci imbarcammo puntualmente nel porto di St. Louis sul battello a vapore che risaliva il fiume.
Per raggiungere «St. Jo.» ci mettemmo sei giorni, e il viaggio fu così monotono e soporifero che nella mia memoria ne sono rimasti impressi non più di sei minuti. Ricordo soltanto un guazzabuglio di tronchi galleggianti dall’aspetto piuttosto minaccioso, che calpestavamo caparbiamente con l’una o l’altra ruota, e una miriade di scogli contro cui andavamo continuamente a sbattere, per poi ritirarci con la coda tra le gambe finché non trovavamo un varco più cedevole; e secche sulle quali ci arenavamo di tanto in tanto per tirare il fiato, cavandocene poi con gran furor di remi. Tanto valeva che la nave andasse a St. Jo. via terra, visto che procedeva comunque a passo d’uomo – tutto il giorno a scavalcare ostacoli, una bella faticaccia! Il comandante diceva che era un battello «un po’ testardo»; aveva poco «pescaggio» e il timone troppo piccolo. Per me gli ci sarebbero voluti dei trampoli, ma ebbi l’accortezza di starmene zitto.

II

Per prima cosa, la sera in cui finalmente sbarcammo a St. Joseph, andammo in cerca degli uffici della diligenza e comprammo i biglietti per Carson City, nel Nevada; costavano centocinquanta dollari l’uno.
Il mattino dopo ci alzammo presto, facemmo colazione in fretta e furia e ci precipitammo alla stazione di posta. Là ci si presentò un inconveniente che non avevamo valutato appieno, ovvero: non c’è modo di spacciare un baule pesantissimo per un bagaglio di venticinque libbre, e poiché venticinque dovevano essere, e non un’oncia di più, dovemmo aprirli entrambi e fare una fulminea cernita. Ficcammo le nostre regolamentari cinquanta libbre in un’unica valigia e rispedimmo i bauli a St. Louis. Fu una separazione dolorosa, perché eravamo rimasti senza frac e senza i guanti di capretto bianco da mettere ai ricevimenti dei Pawnee sulle Montagne Rocciose, e senza cilindro, senza scarpe di vernice, insomma senza tutte le cose indispensabili a una vita serena. Continua a leggere

Monica Guerra, “Nella moltitudine”. Nota di Michele Paoletti

Monica Guerra, Nella moltitudine.
Nota di Michele Paoletti

 

Libro pieno di voci Nella moltitudine (Prefazione di Francesco Sassetto, Il vicolo, 2020) di Monica Guerra, opera che segue Sulla soglia (Samuele Editore, 2017), raccogliendone gli echi e amplificandoli attraverso poesie e prose poetiche estremamente musicali, in cui ogni parola ne accoglie un’altra, la spinge oltre un limite incerto, atteso, immaginato. Libro dei limiti e dei confini, degli incroci che diventano destinazioni, punti di partenza, approdi, frontiere. Nei testi numerosi sono infatti i rimandi a queste zone d’ombra in cui accade qualcosa, in cui i mai più e i per sempre assumono la consistenza e l’inalterabilità delle pietre. Lo sguardo tenta di spingersi oltre quella soglia in cui idealmente si fermava nei testi del libro precedente, senza abbandonarsi alla disperazione, ma conservando uno sguardo lucido, talvolta ostinato, carico di domande eppure fiducioso, pieno.
Nella moltitudine racconta anche il tentativo spesso impossibile di dire in modo esatto l’assenza, raccontare il vuoto e il dopo: tu continui a sillabare patimenti, non c’è canto di ritorno, cantavamo aprile e i giardini, la parola muta per citare alcuni passaggi in cui l’autrice insiste sull’incapacità della parola di rendere il reale nonostante lo sforzo continuo di dare una forma al dolore.
Altro tema della raccolta è la solitudine.

chiedilo a un petalo le margherite
lo sanno la solitudine
è un’invenzione del tutto umana

Una solitudine quindi che apre uno spiraglio, una possibilità, la moltitudine del titolo. La natura lo sa – dice Monica Guerra – ciò a cui gli esseri viventi appartengono: il pulviscolo, l’unicità a cui tutto torna e da cui tutto ha origine. Allora è necessario ribaltare qualche volta i tavoli e sempre le prospettive, trasformare la soglia in punto di origine, non più deriva ma luogo da cui salpare.

potesse un indizio un indizio
qualunque consolare le vene legiferare
che oltre la soglia non sei sola

Perché, in fondo, Nella moltitudine altro non è che un canto di amore, per Maddalena, per tutte le maddalene che è stata, declinazione di amore raccontata nelle prose poetiche in apertura della raccolta che diviene dunque un percorso avanti e indietro nel tempo del dolore e dell’assenza e si conclude con la mirabile sezione che chiude il libro, nel conto alla rovescia in cui ogni singolo testo ci avvicina alla fine.
Il buio scende a passi semplici dal primordiale, occorre dunque un atto di fiducia: oltre la soglia sta l’indicibile, la moltitudine a cui tornare, il seme della possibilità che germoglierà ancora. Non arrendersi non cambia il decorso, il mistero democratico del morire si presenta davanti a noi nella sua terribile semplicità. Sta a noi accettarlo, abbracciare tutta quella luce, guadagnarsi la soglia sottile. In fondo non c’è nulla che non si possa ripensare entro la geografia dell’amore.

© Michele Paoletti

 

maddalena tu cullavi qualcosa tra i seni piccoli,
una bellezza che rimane, un non ti scordar di me
tra le crepe, la stanza ubriaca di una primavera
prematura mentre fuori dai vetri gennaio era la
neve e non importa cosa nemmeno se poi io c’ero
davvero, la destinazione è un incrocio, la stagione
chiusa dei tuoi nei lungo la schiena

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Nataša Sardžoska, Poesie da “Osso sacro”

 

senzatetto

vivo in spazi estranei
tra stranieri sposto il mio corpo
stranieri che non incidono la mia esistenza
ma solo le mie ombre

sono un passaporto confiscato
nelle credenze degli alberghi
mi superano i segnali sperduti
nell’etere delle radio stazioni

da cabine telefoniche pubbliche chiamo
cerco la voce di mio padre
essa germoglia nell’eco della lontananza
ci separa solo il vetro traspirato di alito

mi chiamo con molti nomi
appartengo a molte nazioni
ma solo questo corpo mi appartiene
anche se da esso mi separo

per tornare in me stessa
da mio padre
nella mia casa
che non esiste
[che non è mai esistita]
in un nome che non c’è
tranne quello che voi mi avete imposto:

scolpito dal nucleo
delle mia ossa frantumate

 

vento vagabondo

il vento fischia dentro di me.
sono nudo. proprietario di niente, proprietario di nessuno,
nemmeno proprietario delle mie certezze,
sono la mia faccia nel vento, contro il vento,
e sono il vento che mi colpisce la faccia

Eduardo Galeano

negli aeroporti sono il passeggero
controllato varie volte
random check mi dicono
ma io non viaggio
da nessuna parte
gli dico
non vado
e nemmeno torno
non sono un barbo in via d’estinzione
nemmeno un garbo che vi possa
determinare le direzioni

loro cercano nei miei sacchi
ma non ho nulla
nulla che possa offuscare le loro paure
mi chiedono dove vado
ma neanche io lo so
qual è l’indirizzo dell’albergo
che racconta la lettera dell’oste
ho un biglietto aereo di ritorno o no

sono un pesce a secco
gli dico che voglio allontanarmi
ma ho paura
non vedete
non ho nemmeno nord né sud
sono una pista scavata della vostra terra reale
e sono tuttavia l’assenza di terra
del vostro tempo
sono l’orologio di sabbia
che non aspettate che goccioli
mentre cercate
quel tempo sgretolabile
per riportarvi al vostro
inizio imperiale

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Paolo Febbraro, “La danza della pioggia” (rec. di G. Cocomazzi)

Paolo Febbraro, La danza della pioggia (Elliot, 2019)
Considerazioni di Giuseppe Cocomazzi

 

 

«Immaginate di poter comunicare con i vostri amici, con i cari defunti o con il vostro artista preferito. Immaginate di poterli contattare grazie a una rete supersonica che connette i vostri istinti più profondi al magnetismo dell’universo e alla storia più remota. Immaginate di avere nel palmo della mano una mostra d’arte, la guida turistica e una lente d’ingrandimento. Immaginate di poter riprodurre lo sciabordio delle onde, lo schiocco flaccido di un guanto di plastica o i pensieri di chi non è mai esistito. Immaginate di catturare la tavolozza del tramonto e una scena di sesso privata, e di sapere tutto sui nomi dei colori e delle persone. Immaginate di poter sincronizzare la vostra storia personale, di salvare tutti i vostri dati su una nuvola e di poter soddisfare impuniti la vostra indiscrezione. Immaginate di poter fare tutto questo davanti alla macchinetta del caffè, nel vagone di un treno o su una sdraio in vacanza. Chi inventerà una tecnologia capace di fare tutto questo, avrà trovato il Sacro Graal del nostro tempo» disse un CEO visionario ai manager.
Questa tecnologia esiste già da un paio di millenni e va sotto il nome di poesia. E anche se il suo hardware tascabile, portatile e digitale è più recente, una fastidiosa retorica della lentezza ci ha fatto dimenticare che la poesia ha (spesso) dalla sua la brevità e la facilità d’uso, che ne possiamo leggere una quando capita, che insomma è il genere perfetto per i ritagli di tempo, purché resista al trita-documenti della comunicazione mediatica e lo inceppi con la grana propria del testo, cioè con la gioia della rilettura e dell’approfondimento.

L’apologo iniziale vuole essere una correzione alle poche pagine che mi convincono meno nell’opera di Paolo Febbraro: un’opera scattante, articolata ed ergonomica, che ha tutti i pregi di una tecnologia visionaria, ma con l’idea ormai stantia del poeta come dinosauro analogico, sempre inattuale (e giù con Nietzsche e Schopenhauer…), e con un po’ troppa ars poetica, poesia sulla poesia, che anche con le migliori intenzioni sa di difesa preventiva. Così, in I grandi fatti – la satura che raccoglie parte delle sue prose, pubblicata da Pendragon nel 2016, brillante e inventiva – il futuristico Vita nova, per altro delizioso, lascia perplessi nel suggellare la figura del poeta come anacronismo. E in La danza della pioggia, la raccolta più giovane uscita per Elliot nel 2019, la fedeltà agli stati instabili della sillaba è ammirevole e detta con sicuro gusto musicale («poema, ti genero e ti deduco/ ti esalo, allittero e secerno,/ ti affronto a mani nude […]»), con sincera fede lucreziana: resta però non petita.
La raccolta non si rinnova nella forma rispetto a Fuori per l’inverno e riprende la struttura in cinque sezioni, più una poesia iniziale che dà la chiave per accedere agli altri spazi, e una triplice epigrafe. Anche la suddivisione tematica è stabile e semmai più chiara nel suo passaggio da tempi e luoghi ultraterreni governati da divinità capricciose alla storia; e poi al paesaggio, alle intimità coniugali e alla biografia e infine al confine illusorio col regno dei sogni. Come sempre per questo poeta, più che i sistemi sono le singole poesie a contare; ogni poesia è un’invenzione, è una scommessa che si vince o si perde nei minuti regolamentari, che non tollera recriminazioni né analisi estenuanti. In accordo col titolo poco catchy, La danza della pioggia ci suggerisce un’idea di poesia come agente rituale di cambiamento climatico, come rischio calcolato senza forzare le regole del rito (le convenzioni) e del pensiero magico che lo guida (gli strumenti retorici). Molto spesso, a fine lettura, sappiamo dove la poesia è andata a parare, abbiamo provato il piacere di seguirla in argomentazioni paradossali e accurate, e abbiamo ancora la curiosità di rileggerla, anche solo per riprovare la sensazione di ordine che ci lascia l’ultima rima perfetta o una forte allitterazione. Continua a leggere

Lorenzo Pompeo, La “scuola di Barcellona” (1951-1974)

La “scuola di Barcellona” (1951-1974)
di Lorenzo Pompeo

 

Nella prefazione all’edizione italiana della raccolta di poesie di Carlos Barral Diciannove immagini della mia storia civile leggiamo:

«Tra i giovani scrittori che stanno rinnovando la vita letteraria spagnola e la stanno riscattando dal silenzio di tanti anni di dittatura, il gruppo di Barcellona – i fratelli Goytisolo, José Maria Castellet, Jaime Gil de Biedma, ecc. – è per atmosfera (vicinanza con la Francia), per formazione culturale e linguistica (tutti i catalani sono sostanzialmente bilingue) e per tradizione antica e recente, molto più “europeo” del gruppo di Madrid o degli altri gruppi periferici».[1]

Quella che successivamente venne definita “Scuola di Barcellona” nacque e si sviluppò in maniera spontanea, apparentemente casuale, intorno a un personaggio, Carlos Barral, che nel 1950, appena laureato, cominciò a lavorare nella casa editrice co-fondata dal padre, morto durante la Guerra civile (di morte naturale). Fu grazie a lui se nel 1955 la casa editrice Seix-Barral, che fino a quel momento aveva pubblicato esclusivamente libri di testo, cambiò radicalmente indirizzo con l’apertura di una collana, la «Biblioteca breve», dedicata alle opere della narrativa mondiale contemporanea. Intorno a questa casa editrice (ma sarebbe più esatto dire intorno a Carlos Barral) si raccolse un gruppo di poeti e scrittori più o meno coetanei (molti di loro si erano conosciuti durante gli studi universitari e il servizio militare) accomunati dal rifiuto dell’oscurantismo culturale imposto dal regime franchista. Non erano solo le passioni letterarie e politiche a legarli, ma anche una profonda e solida amicizia. È lo stesso Barral che racconta nel suo libro di memorie, Gli anni senza scuse, gli incontri settimanali che si svolgevano nella sua casa di Calle San Elias:

«Avevamo destinato le sere del martedì al salotto intellettuale […]. Notti senz’altra frontiera che le luci dell’alba o la panne alcolica e che sovente si concludevano all’ora di andare in ufficio. Rapidamente però le sere del martedì si trasformarono nel riferimento principale di una settimana punteggiata di incontri solo apparentemente casuali, di serate più ristrette, di cene presiedute dalle varie ossessioni letterarie. […] Bisogna anche dire che tutti eravamo molto reciprocamente coinvolti nel vissuto personale di ognuno, per cui le serate del martedì venivano anche ad assumere un aspetto di confessione psicoterapeutica».[2]

Una volta avviata la nuova collana della casa editrice Seix-Barral, anche la sede della casa editrice divenne un ritrovo:

«Era un luogo dove erano continue le visite impreviste, perché era un posto accogliente, comodo da raggiungere, vicino ai percorsi principali e dove passava la gente e anche alle stazioni della metropolitana. Una cascata di pettegolezzi sul gruppo di Bloomsbury recitata da Gabriel Ferrater, o una prudente esposizione di Castellet contro la letteratura d’autore potevano riempire mezza mattinata».[3]

Il poeta Jaime Gil de Biedma, che Carlos Barral aveva conosciuto all’università, fu una figura chiave di questo gruppo, del quale fecero parte anche i fratelli Goytisolo, il poeta di Oviedo Ángel González, il quale proprio in questi anni si era trasferito a Barcellona, il critico José Maria Catellet (quest’ultimo avrebbe curato, nel 1960 la storica antologia Veinte años de poesia española, che rappresentò un punto di arrivo di questo gruppo di intellettuali e poeti).
Quasi tutti, con l’eccezione di Gabriel Ferrater (il quale un po’ più tardi cominciò a scrivere poesia in catalano) scrivevano e pubblicavano in castigliano, una scelta che per un gruppo di poeti di Barcellona non è cosa scontata. Lo spiega bene Barral, che a proposito dichiara:

«Scrivevamo in una condizione scomoda dall’interno e verso l’esterno. […] Scrivere in castigliano ci rendeva complici della Guardia Civil, delle forze che reprimevano una cultura di cui condividevamo il destino storico e la condizione politica, ma che non era la nostra, rispetto alla quale eravamo immediatamente estranei. Per gli scrittori in lingua catalana, per la società letteraria catalana […] saremo risultati essere, sia pure senza il nostro consenso, strumenti dell’occupante, collaboratori della cultura imperiale e castrante».[4]

Ciò naturalmente complicò enormemente la vita di questa comunità di poeti e amici, i quali faticarono molto a pubblicare le proprie poesie. Non fu solo e tanto la censura l’ostacolo più serio da superare, quanto il timore degli autori stessi di essere fraintesi e strumentalizzati. A ciò si aggiunga il desolante e frastagliato panorama delle riviste letterarie del dopoguerra spagnolo, nel quale le occasioni offerte ai giovani poeti non erano molte.
Dal punto di vista della poetica generazionale, i contemporanei fermenti europei, e soprattutto francesi, poterono penetrare attraverso timide aperture (lecite ma solo all’interno del circoscritto recinto del mondo accademico). Scrive Giovanna Calabrò nella sua Introduzione all’antologia La rosa necessaria:

«I giovani si accostano al mondo in fermento della cultura europea più viva, all’Esistenzialismo francese, Sartre, Simone de Beauvoir, leggono Pavese, Vittorini, la narrativa neorealista, Brecht, Gramsci, il romanzo americano».[5]

Ma se per quanto riguarda la prosa, come scrive giustamente Calabrò, il realismo parve più idoneo a esprimere le istanze etico-politiche della letteratura, «più problematico e meno appariscente fu il processo in poesia per la sua tendenziale vocazione minoritaria e l’impossibilità dunque di forzarla entro certi limiti che le sono propri».[6] Continua a leggere

Francesca Santucci, La casa e fuori (nota di Roberto Lamantea)

Francesca Santucci, La casa e fuori
Lietocolle/pordenonelegge.it, 2019

 

Viene in mente Beckett leggendo le poesie di Francesca Santucci de La casa e fuori (LietoColle/pordenonelegge.it, 2019); il teatro dello straniamento: è lo sguardo sulle cose, il quotidiano sradicato dall’abitudine, nei fotogrammi di un ralenti, sono le geometrie, è lo spazio che occupa il nostro corpo, fermo o in movimento, rispetto ai corpi degli altri, su un letto o davanti ai binari di una stazione, nel box doccia o in un corridoio, per strada tra finestre, portoni, tetti, muri. L’autrice traccia linee con lo sguardo misurando non il nostro abitare ma la nostra estraneità allo spazio (p. 22):

[…] Mi sconvolge la geometria con cui mi infilo
tra la sedia e il tavolo, tra il materasso e il lenzuolo,
tra una persona e una persona in fila alla cassa – la prepotenza con cui
occupa lo spazio nel mondo il mio corpo.

Francesca Santucci scrive del quotidiano ma è molto lontana da quella poetica del quotidiano che in parte della poesia italiana degli anni ‘70/’80 era diventata una bandiera critica ed estetica. È lo sguardo sullo/nello spazio ad essere diverso: non è estetica, è coscienza del limite. Niente di angoscioso (proprio come in Godot o Giorni felici l’assurdo appare comico): Francesca Santucci abita la realtà leggermente, anche l’ironia è sottovoce, non è un tono, tantomeno una bandiera, è un delicato passeggiare nella scrittura. Continua a leggere

Bustine di zucchero #33: Giovanni Giudici

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

Giudici

Quando fu pubblicato Salutz, una recensione di Giovanni Raboni parlava di un revival, una ripresa di interesse – che stava prendendo piede proprio negli anni Ottanta su territorio italiano – per la metrica e gli stilemi tipici della poesia trobadorica; vocazione tendente, come poi confermò Enrico Testa, a una «reviviscenza delle forme chiuse e dei metri tradizionali». Raboni distingueva però dalla situazione complessiva la “tempestività interna” in cui si situava la raccolta di Giovanni Giudici, vedendovi non un libro sotto l’influsso della moda del “riuso”, ma un’opera significativa di una tensione più interiore derivante da un’ispirazione di cui lo stesso Giudici ci informa nella Nota. Come definire nella sua finalità la raccolta? Esigenza che marca una svolta importante e, al tempo stesso, personale necessità del dire. Prescindendo dai vari riferimenti letterari e linguistici che fanno la gioia dei filologi romanzi, i versi registrano un’inquietudine in cui oralità e scrittura si dibattono come a voler ritrovare un equilibrio nelle forme e nelle cadenze nel loro tratto epigrammatico ma solenne, nel loro linguaggio alto e fluido ricco di tonalità colte e formule retoriche. Come Raimbaut de Vaqueiras, anche Giudici volle scrivere il suo salutz, il suo consuntivo poetico la cui quête è orientata al soggetto amato, alla Midons simbolo, molto probabilmente, della Poesia – questo raggio che, come un vento, spira e penetra le oscurità dell’uomo; raggio ma anche castigo, inganno, veleno, madre, amante tradita, tutte eteree sembianze di una dolcezza che morde di dolore e di una fedeltà lacerante ma tenace alla parola. Anche qui siamo davanti ad un esempio altissimo di metapoiesi, il poeta, con la sua durlindana di inchiostro, dialoga con la scrittura e, confidandosi al lettore, si parla. Senza dubbio si può affermare che Giudici era abitato dalla poesia, da un’attività fervida che tutto comprendeva, confermato pure dalle sue traduzioni non da professionista, ma da “poeta-traduttore”, per riprendere la felice formula di Pier Vincenzo Mengaldo, e per cui basti ricordare l’uscita, precedente a Salutz, delle traduzioni sotto il titolo Addio, proibito piangere (1982). In un articolo di Nico Orengo scopriamo un Giudici per il quale la poesia è «la trincea contro lo svuotamento della lingua in un universo ingombro di comunicazione-informazione», ponendosi come «una ricerca della fonte originale, ma anche come battaglia e atto cavalleresco» in quanto «arma inerme che ha la capacità e la nobiltà di nominare le cose». Nobiltà amore in cui dimora proprio il richiamo al poeta a farsi servitore leale e fervido amante della parola.

 

Bibliografia in bustina
G. Giudici, Salutz 1984-1986, Torino, Einaudi, 1986.
G. Raboni, Giudici, la poesia alla ricerca dell’ultima maschera, recensione a Salutz apparso sull’inserto Tuttolibri de La Stampa, anno XII n° 520, data sabato 27 settembre 1986.
N. Orengo, Giudici: la poesia ultima trincea in difesa della parola, articolo sull’inserto Tuttolibri de La Stampa, anno XIII n° 575, data sabato 10 ottobre 1987.
E. Testa, Dopo la lirica. Poeti italiani 1960-2000, Torino, Einaudi, 2005.
P.V. Mengaldo, Prefazione a G. Caproni, Quaderno di traduzioni (a cura di E. Testa), Torino, Einaudi, 1998 (per il riferimento al poeta-traduttore in cui viene annoverato, fra gli altri, anche G. Giudici).
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