Giuseppe Castrillo, Recisioni e suture (rec. di Gianni Iasimone)

Giuseppe Castrillo, Recisioni e suture
Taccuino del trito sentire
Aletti Editore 2021
Epico sentire

«L’uso di sé si fonda sul distacco da sé. A venir utilizzata è un’esistenza con cui non sempre ci si immedesima, che talvolta sembra un abito fuori misura» riflette il filosofo Paolo Virno, in esergo, insieme a un’altra riflessione di Jean Baudrillard, all’inizio della recente raccolta di liriche di Giuseppe Castrillo, Recisioni e Suture. Taccuino del trito sentire, Aletti Editore 2021. Come se da parte dell’autore ci fosse subito il bisogno di smarcarsi, problematizzando una materia che ha a che fare con impulsi e sentimenti umani – molto umani – ancorché affinati da una vita di ricerca e studi letterari. Una “distanza” dalla propria esistenza ma che nel suo divenire deve fare i conti con la montaliana necessità di ognuno di vivere con dignità i propri limiti, le proprie fragilità. In tal senso, non posso non premettere, anche se irrilevante rispetto all’analisi del testo, che con sommo piacere vado a leggere questo lavoro di Giuseppe Castrillo, già mio compagno e maestro di gioventù nonché vecchio amico, in quanto mi permette una “liberatoria” inversione di ruoli. Quante volte negli anni ha letto e presentato miei lavori, quante opere di altri autori ha prefato e recensito, quante ricerche ha promosso e curato, quanto tempo della sua vita ha dedicato all’insegnamento di lettere italiane e latine, e diretto scuole in mezza Italia. In altre parole, quanto tempo ha dedicato agli altri e non dando importanza più di tanto alla sua vasta opera di studioso e ricercatore di letteratura, fine critico e autore di narrativa, poesia, teatro, storia locale. Insomma, con questa raccolta di «piccoli frammenti di vita, di persone incontrate per caso, di persone amate un tempo e tutt’ora amate, di luoghi mai visti e di posti che ricordano casa», come giustamente sottolinea Alberta Marsilio, sua prima lettrice, Castrillo riequilibra questa disarmonia della realtà dell’esistenza. Tra l’altro, questa considerazione, è rafforzata dalla coincidente uscita de L’ora tinta. Piccolo prontuario di medicina familiare, Europa Edizioni 2021, un intenso memoir dedicato al padre medico condotto in un paese del Sud – ‘a Prèta, il nostro paese di origine mai dimenticato – che attraverso una ventina di storie che vanno dal 1938 al 1993 restituiscono non solo un quadro familiare sotto forma di un vero e proprio romanzo di formazione, anche «il quadro di un’Italia in profonda trasformazione, animata da facili entusiasmi e spesso vittima di se stessa», come segnala la quarta di copertina. Ecco, anche in questo ultimo libro di poesie, scorrendo le pagine, subito emerge un tema che mi sembra tra i più importarti del carattere di Castrillo, o meglio, la prospettiva  – lo “stile” – che muove la penna del nostro autore è l’ammirazione. Non l’invidia o lo sguardo commiserevole di un borghese suo malgrado – secondo l’accezione originaria sarebbe più giusto dire: aristocratico del borgo – per le classi o ceti meno abbienti. Anzi, traspare sempre una sorta di postura umana prima che sociale di grande rispetto e amore per le persone incontrate, «come un compagno, come un cercatore di uomini e di umane dimenticate istorie, che al tempo stesso spia e controlla la sua propria umanità», facendo proprio il dettato del grande etno-antropologo Ernesto de Martino: «Nel farsi e disfarsi delle cose,/ nell’alito/ che trasporta pollini e semi/ dal giorno infinito della creazione,/ si cerca ciò che non si ha», come riflette nella bella e amara lirica Imperfetto Indicativo (p. 24). Su questo orizzonte un altro elemento interessante mi sembra una discreta e squisita aderenza – in un vero e proprio intendimento kantiano – ai luoghi che ha abitato, alle tante residenze dovute a motivi di studio, di lavoro, affettivi: «Permane in questa nebbia/ di esistenze, senza bordi,/ che dilaga/ il nostro amore che non è solo/ ricordo» (Bordi. A Piacenza, p. 20) o, più elegiaco: «Sembrano riecheggiare/ i vocalizzi del teatro che non trovo/ e guardo la pace/ di un solingo orto/ di nespole e limoni/ tra le case» (Piedimonte (d’A./M.), p. 26). Tanti sono i temi e gli elementi che alla lettura e rilettura di questa raccolta vengono a galla come dal profondo di un gorgo, di un moto dell’anima liquida e ancestrale, ma un’altra “questione” che mi sembra meriti essere notata, soprattutto nei “versi carnali” o che parlano di Napoli, o dedicati ai suoi cari, è la “verità”. Ma la verità nella prospettiva etica più che ontologica, ovvero, di semplice sincerità, schiettezza che si fa «vitalità e desolazione nel silenzio e nel tempo che obbedisce alla dignità tribale e sacra che si genuflette dinanzi a quella perla fragile chiamata essenza», come nota nell’appassionata Prefazione al libro Cosimo Damiano Damato. Anche se nessuna vertigine sembra mettere in difficoltà Castrillo nel “sacro” atto di “rammemorare” se non «per le lettere d’amore/ banalstupide», anche se con il senno di poi «bruciate/ in una vampata/ tardiva/ di vergogna» (Frantumi, pp. 44-45). Forse perché viene ad aiutarlo Platone o altri nomi, altri luoghi, altre immagini, ma «Tu sei là/ un batuffolo di peli, piccola ombra a forma di bocca,/ nuda, solitaria, umida» (La pigrizia del cielo, p. 31), oppure, «È ancora questa la città./ La storia sempre quella:/ solitudini questuanti/ un po’ d’amore» (Con te (a Napoli), p. 27). Altra questione: al destino transeunte degli uomini e delle cose, alla «inenarrabile scadenza del tempo» il nostro oppone «la rivalsa della linfa» con le parole della poesia, ma senza odiosi -ismi, anche se il pericolo è dietro l’angolo, proprio per il “carattere” di Castrillo. Niente paura, nessun cedimento all’aulico né allo stucchevole, nessuna ossessione identitaria o radici folkloriche, semmai, come sa chi lo conosce, una epistemologica stratificazione di saperi che vanno, appunto, dalla oralità degli antichi aedi all’epica medievale, dall’umanesimo rinascimentale alla rivoluzione illuministica, dalle riflessioni filosofiche più  moderne e contemporanee alle canzoni dei nostri migliori anni. Ma, soprattutto, rimembranze e citazioni della migliore poesia  filtrata sì da un inevitabile sguardo “napoletano”, nell’accezione che ne dà ancora una volta il vulcanico Damato nella Prefazione: «come solo gli occhi napoletani sono capaci di tanto melodramma epico». Forse, ma tante sono le umane domande, tante sono le passioni antiche e nuove che muovono questo libro di versi dalla metrica franta, questo piccolo gioiello di poesia che ripesca nel fiume che sempre scorre della vita ora una programmatica lirica giovanile, presaga dichiarazione di poetica: «la poesia è un parto caldo/ come il sudore/ di una madre dilacerata che grida» (Il poeta, p. 13), ora un sonetto ai suoi figli: «un raggio sfuggito alla luna/ penetrato nelle carni/ dolci foglie di bambù (Percussioni. Per la nascita di Vittorio, p. 46), ora confessioni di amori effimeri «Lei saliva da me. Non so/ rammemorare le sue gambe,/ le sue labbra, il suo seno./ i suoi occhi, quelli sì» (Suite bergamasque, p. 23). Ora, adesso il mondo non è più un irredimibile tempo passato che, tuttavia, nel moderno senso di Thomas S. Eliot, poteva essere ed è ciò che è stato: «brandello di un viso impigliato al ferro spinato/ del sopravvivere» (Una mattina di primavera al cimitero, p. 33), e alla fine si affranca nell’antica volontà, scritta con la lingua madre, di non morire da solo: «Tu vuò sapé comë së mòrë?/ Së mòrë sulu! Ma ‘nziém a cinc’/ sei faccë ca nun të scuórdi ciù» (Sulu, p. 55). Versi scritti sulla pietra della mente, sovente costruiti da un’unica parola, e per questo più incisivi ma, come si diceva, sempre lontani dal lirismo e dall’esaltazione, dall’enfasi, mai dall’amore per la vita in tutte le sue sfaccettature, che a ripensarci a volte fa tremare i polsi, fa perdere il nostro fragile equilibrio. Ecco, Giuseppe Castrillo prova a non perderlo, a tenere il cammino sotto elegante controllo annotando con destrezza sapienziale sul suo taccuino solo le parole delle dolorose, “indecifrabili” recisioni e suture che nella vita vissuta – il poeta ci dice in verità – sono un’altra musica, alla lunga, un’altra esistenza.

© Gianni Iasimone

 

Il poeta

Chi lo vede incanutito
il poeta,
s’immagina un’indicibile tristezza,
invece la sua canizie gioiosa possiede
mille storie, miliardi d’invenzioni,
attimi infiniti di conquiste,
barche sospinte oltre le colonne d’Ercole,
aquiloni d’acciaio, uccelli di carta,
origami di sogno,
aeroplani di pane, vascelli di zucchero.

Rondini d’acqua e pesci ventosi
hanno corso, arato, seminato i terreni
del poeta,
hanno raccolto, trebbiato il frumento
ambrato dei suoi versi.

Egli è sempre più forte,
violento e malvagio,
impassibile e feroce
buono e caritatevole.
La poesia è sempre lì
nel pomo del suo sesso,
nella pietra della sua mente,
nel volo e nel fiotto del suo sangue.

Nessuno vince, nessuno perde
al gioco antico millenario,
nella battaglia inenarrabile
del coito prolungato, ininterrotto
tra il poeta e la poesia.

La poesia è un parto caldo
come il sudore
di una madre dilacerata che grida.

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Niccolò Nisivoccia, Quasi una cosmologia (lettura di Franca Alaimo)

Niccolò Nisivoccia, Quasi una cosmologia
Prefazione di Vittorio Lingiardi
InternoLibri, 2021

È il silenzio: il vuoto del bianco che si allarga tra un frammento e l’altro, intanto che, di pagina in pagina, la stessa idea si rifrange ogni volta mutata, suggerendo altri punti di vista, suggestioni, dubbi, così che quelli che sembrano, a prima vista, degli enunciati categorici si trasformano in investigazioni, e il vuoto, generando echi, rivela la sua possibilità di pienezza nell’irrequietezza della domanda, che avanza verso la risposta senza mai raggiungerla, ma fecondandola senza tregua.
Dietro ogni frammento si percepisce un sottofondo di meditazione, di letture, di presenze, di relazioni umane, il movimento della vita tutta, lo spazio di una spiritualità intatta.
Che poi, al centro dell’investigazione del reale, ci sia il corpo con tutti i suoi sensi squadernati così negli spazi esterni come in quelli interiori, non significa che a Nisivoccia la materia della vita interessi più di quanto da e attraverso ne derivi, ossia quel fitto sciame di percezioni che ne faciliti la perdita di peso, di eccesso di presente, nell’imponderabilità di un sentimento o di un’idea; oppure in un’illuminazione in cui quella materia sia destinata a morire affinché di nuovo tutto ricominci a scorrere dalla cosa concreta (che ha odore, sapore, superficie) all’astrazione in un avvicinamento mai pienamente realizzabile, se pur necessario, per l’interporsi della distanza fra i termini di partenza e di arrivo.
E, tuttavia, l’autore ribadisce più volte l’invito ad essere perfettamente coscienti, nell’avventura dell’esistere, che i sensi («bisogna credere ai sensi per credere a sé stessi, alla propria verità»), nel mettere in relazione tra, implicano, oltre al mondo nella sua esplosione e prodigalità di forme e eventi e storie nella Storia, anche l’esistenza dell’altro, ovverossia un tu che implica una relazione affettiva, se, come scrive il prefatore di Quasi una cosmologia, Vittorio Lingiardi, «l’insieme dei frammenti forma un discorso, ebbene sì amoroso».
I sensi trascinano, finanche, verso l’oltre-realtà, favorendo il passaggio dall’immagine all’  immaginazione secondo un processo di recupero di affinità iconiche sepolte nella memoria come di astrazione e simbolizzazione (come ci hanno insegnato Proust e la Woolf).
La memoria ha un ruolo fondamentale nel rapporto che Nisivoccia stabilisce fra gli opposti: presente-passato, infanzia-maturità, realtà-immaginazione; è quasi impossibile, però, individuare, se non molto raramente, nei frammenti ispirati dalla sua biografia luoghi e tempi precisi, essendo dominante piuttosto una vaghezza, che a volte confina con il mistero (possedendo qualcosa in più), a volte con una spoliazione estrema (privandosi di dettagli e di lineamenti concreti), che l’evento assume su di sé, quando torna sulla pagina scritta come simbolo o metafora di qualcos’altro.
Succede pure che la figura descritta sia quella ammirata, di spalle, in un quadro così da duplicare la sublimazione del reale; e del resto i rimandi, nella scrittura di Nisivoccia, sono moltissimi: per esempio, il frammento a p. 47: «Nessun elemento oltre a questo: il vento che soffia su ogni cosa – su ogni gesto, ogni azione, ogni posa» non può non rimandare a René Char di Ritorno sopramonte, a proposito del quale Staronbinski scrive: «Char ci dice con forza che la sola dimora del poeta è lo strumento del passaggio» che «il poema, cosa finta, oggetto immaginario, ha come garanzia della sua verità il fuoco interno dell’uomo e il segno esterno del vento». Del vento Nisivoccia parla in sei frammenti consecutivi che si possono leggere da p. 47 a p. 52, tra i quali il più efficace proprio per la sua brevità è Vivere nel vento: un senario con una bella allitterazione.
Il corpo è, insomma, una sorta di crocevia, il libro infinito dove tutto (perfino ciò che è stato solo sognato e tuttavia attende) viene scritto, istante dopo istante, in un continuo colloquio tra le varie partiture del tempo, compreso quello antecedente alla nascita dell’individuo, raccoltosi tutto in un seme, che si è messo in marcia verso il futuro: «Il corpo, unico testimone» (p. 16).
Perfino la spiritualità è alimentata dai sensi, specie dalla vista del cielo, del sole, della luce, tuttavia preceduti dal soggetto “la gloria”; mentre lo “splendore” di quel mattino d’aprile viene connotato da aggettivi, quali “mistico” e “divino”, attinenti al linguaggio dei testi sacri; sempre il cielo in un altro frammento si fa spazio del sacro: «Percepire il sacro dentro di sé, quasi un pezzo di cielo»; e ancora (a p. 96) se ne percepisce l’aroma («il profumo del sacro»). Lo Spirito luccica in altri frammenti: così in «l’amore come un ricordo dell’origine, e quindi come tensione», che rivela appieno uno sguardo abitato dall’apertura e dallo stupore, in opposizione alla cultura del nulla.
In buona sostanza, è possibile parlare a proposito di Niccolò Nisivoccia di una poetica dei sensi; nel frammento a p. 72: «Il contorno che dà la pioggia alle cose – attraverso il rumore, attraverso l’odore che dalle cose solleva. Il sapore che lascia nel giorno», mentre esalta direttamente le funzioni della vista, dell’udito dell’olfatto, del gusto, sottintende quello del tatto che possiamo immaginare nel tocco della pioggia che cade sopra le cose. Si potrebbe pure tentare di accorpare certi frammenti in cinque gruppi, tanti quanti i sensi, e si constaterebbe che a prevalere sono il tatto e l’olfatto, i più elementari e animali, concessi come strumento di conoscenza anche ai sordi e ai ciechi. A proposito dell’olfatto l’autore si rifà all’intuizione olfattiva di Minkowski (ma c’è pure tanto Proust), ma vi si potrebbe leggere anche un rimando al gesto, generalmente disapprovato, dell’apostolo Tommaso, che non fidandosi dei possibili inganni della vista, vuole toccare il costato di Cristo, affermando lo stretto legame fra carnalità e spiritualità, sensi e posture del cuore.
C’è da aggiungere che, se vivere è fondamentalmente stabilire relazioni attraverso i sensi, vivere significa anche abitare la Storia: «siamo corpi immersi nella Storia», dice Nisivoccia, e dunque portiamo dentro di noi «la responsabilità del tempo, del proprio tempo» (p.133). S’innestano, così, nel mondo poetico dell’autore milanese, il disgusto, «la paura» e «lo sgomento» per la politica «infedele ai suoi principi, distorta nei suoi fini, svilita a poca cosa»; e la denuncia di quella disattenzione (che “produce l’ingiustizia”) nei confronti del male, quando esso “cade lontano” e ci sentiamo rispetto a esso “innocenti” e non responsabili. Riflessioni che conducono necessariamente alla condanna della guerra in quanto violenza insensata, che sparge “le ceneri dei vinti come dei vincitori” nella vita degli individui come in quella degli Stati. Non meraviglia, allora, che tra i molti nomi citati, si leggano quelli di Etty Hillesum, Kamel Daoud, Hisham Matar, che hanno sofferto la violenza della Storia sulla propria pelle, nutrendo, tuttavia, la speranza di contrastarla con l’azione, con la parola e la bellezza. A questo proposito Nisivoccia ricorda Camus, il quale afferma che «la bellezza non smentisce le ferite e le miserie della Storia […] ma le lenisce». Allo stesso modo placano l’anima le ombre lievi del pittore barocco Georges de La Tour di cui André Malraux disse: «interpretava la parte serena delle tenebre» e «ci voleva il suo genio per concepire un Caravaggio trasparente».
Questa funzione di trasparenza è assunta, nella poesia di Nisivoccia dall’intenso lirismo che circola in questi frammenti, che, riuniti insieme, possono tracciare una cosmologia, una via, in termini pratico-conoscitivi, di ordine e bellezza ubbidienti a un progetto di redimibilità del mondo, allo scopo di sprigionare tutta la fragranza aromatica del Bene. All’interno di questi frammenti sono disseminati metri classici, rime, assonanze e consonanze che conferiscono una raffinata, ariosa musicalità al dettato di Niccolò Nisivoccia, un autore a cui piace sostare sulla soglia del visibile per accedere, insieme ai suoi lettori, all’incanto e al mistero.

© Franca Alaimo

Inediti di Marianna Messina

 

Animalium voces
Le ho sentite questa notte sotto il manto della strada sconnessa
Quando le automobili tacciono nei ricoveri rimane in giro solo carne viva
Ci sono io dietro la finestra, il ronzio del frigorifero in sottofondo, lieve
Gli occhi tra le fessure della serranda e un libro azzurro immobile sopra il letto
Dentro casa mia tutto è giallo, gialla la luce, gialla la coperta, gialli i miei capelli che cascano giù a carezzarmi la schiena
Dentro è tutto morbido, tutto caldo, tutto profumato
Fuori è ruvido e umido e carta da zucchero opaco
Cosa è questo movimento piccolo, questo tremolio sfuggente
Cosa è questa frenesia del respiro
I piedi si contraggono e la testa è leggerissima
Dita aliene come antenne si attaccano alla tenda
Captano segnali dei mondi terreni e terranei
Puoi sentirle? Vengono da fuori e vengono a rapirmi
Sono dentro e sono fuori e sono ovunque e sono mortale
Non come le macchine, non c’entra il ronzio del frigorifero

***

Dovresti stare ferma, ferma e zitta.
Ti inviteranno sempre a ballare, sempre a parlare.

***

Il latte versato non mi guarda, è indifferente.
Mi ha già perdonato per la caduta e non gli importa.
Sono io che gli faccio il funerale: dentro la tazza stava bene, era il suo habitat naturale.
Dovevo sorseggiarlo e poi mi è mancato il coraggio.
Il latte versato non mi guarda, è indifferente, non c’è dolore nel suo stare bianchissimo sul pavimento.
Io dall’alto lo osservo e non me ne faccio niente di questa altezza.

***

Oh Giovanni, la tua vanità
no, non è una novità.

I girasoli nel campo di grano sbagliano i colori
Non puoi eliminarli, piacciono alla madre
Ho vinto un vaso alla lotteria del tuo paese
Per riempirlo di fiori ci ho messo un mese
Ma io non amo i girasoli

Oh Giovanni, non ti accasci per terra solo perché pensi che dopo sarà troppo difficile alzarti
Niente dipende da te e ti domandi ancora perché hai rinunciato alla solitudine

***

La tua intelligenza mi sta scintillando dentro
Sono accasciata su un tavolo e non penso a nient’altro
Come pesi concetti e misure e pensieri
Come usi il dialetto per concederti un capriccio
Come dubiti di me e di te e di lei
Non potrei reggermi ancora in piedi
La tua intelligenza mi pulsa dentro
Vive e respira ha vita propria
Una rosa candida che gira su se stessa
E la rosa sono io e roteo su me stessa
Come se il diavolo mi avesse presa
Come se mi bruciassero i pensieri ed insieme la testa

Maria Gabriella Canfarelli, Memento

Maria Gabriella Canfarelli, Memento
(dalle Lettere dei condannati a morte della Resistenza Italiana)
Prefazione di Anna Maria Curci
Edizioni Cofine 2021

 

Ricordare, ricondurre alla mente e al cuore: Memento di Maria Gabriella Canfarelli

L’imperativo, formulato in latino, è l’invito posto come titolo della propria raccolta da Maria Gabriella Canfarelli: Memento. “Ricorda!”, dunque, è l’esortazione che si fa incontro a chi legge i componimenti in versi che sono nati e si sono sviluppati dalla frequentazione – meditazione, discesa in profondità, testimonianza – con le Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana.
Ricordare, ricondurre al cuore vicende, destini, scelte e sorti di donne e uomini attraverso una poesia, “parola che fa accadere”, che riprende, condensa, illumina il dettato di quelle ultime missive, congedo e lascito, commiato e impegno: in un tale proposito scorgo l’intendimento di dare consistenza, forma compiuta e vibrante di spazi e di silenzi, al grande dimenticato dell’oggi, al senso del tragico.
Con l’espressione “senso del tragico” non alludo tanto (non soltanto, almeno) all’epilogo, all’interruzione violenta dell’esistenza terrena, che accomuna le biografie alle quali Maria Gabriella Canfarelli conferisce voce poetica, quanto piuttosto al conflitto permanente, a quella che Salvatore Natoli definisce come «contraddittorietà delle sorti umane strette tra caso (Týche) e necessità (Anánke)».
Nella visione tragica del mondo c’è uno spazio che l’umano può riempire, c’è la risposta a ciò che si manifesta come ineluttabile, e ha un nome e un’esistenza: responsabilità. Della presa in carico della responsabilità nell’esserci, per sé e per gli altri, con sé e con gli altri, riluce la poesia di Memento.
Il sottotitolo Dalle lettere di condannati a morte della Resistenza italiana palesa fin dall’inizio che la prima lettura e le successive riletture di un determinato volume, proprio quello indicato nel sottotitolo, sono indubbiamente state tappe importanti nella stesura dei testi di Memento.
Leggere insieme Lettere e Memento aiuta senz’altro a identificare le voci, a dare loro un nome; sono quelle, per menzionarne alcune, di Walter Magri, Giacomo Cappellini (Il Maestro), Paola Garelli (Mirka),  Antonio Fossati, Eraclio Cappannini, Pietro Benedetti, don Aldo Mei, Giulio Biglieri, Raffaele Giallorenzo, Paolo Braccini (Verdi), Maria Luisa Alessi, Irma Marchiani (Anty), Leone Ginzburg, Renato Molinari, Umberto Ricci (Napoleone).
È un ulteriore viaggio nella memoria, questa lettura comparata, che nulla toglie, tuttavia, all’intervento poetico di Canfarelli. Ne esalta, al contrario, la capacità di dare vita a versi la cui limpidezza, la precisione delle immagini, la partecipazione commossa che si fa ritmo, misura, cadenza, imprimono tracce profonde nelle percezioni e nelle rappresentazioni di chi a Memento si accosta e ne percorre le pagine vive di presenze e vicende.
D’altro canto, leggere Memento ancor prima di riprendere in mano il volume delle Lettere, attraversarne i testi ed addentrarsi nella loro architettura, nella loro partitura, è un procedimento che conduce alla scoperta della caratteristica principale di questa opera di Maria Gabriella Canfarelli: l’equilibrio tra l’intuizione profonda dello stato d’animo, di volta in volta ritratto e restituito, e la sapienza compositiva.
I trentacinque testi di Memento sono tutti condensati in un’unica strofa, la cui lunghezza varia, tuttavia, tra sei, otto, nove o undici versi. Anche la misura metrica è diversificata: settenari («Non più di un giorno al mese») si alternano a ottonari («qualcuno ordinava: Aprite!»); a novenari («in un’ora viola e imprecisa»), a decasillabi («clandestina al tramonto sui monti») e a endecasillabi («che le parole senza fiato incorda»; «fasciata nella nebbia novembrina») si affiancano versi formati dall’accostamento di un quinario e di un settenario («che non sapete, come stretto mi tiene») o di un settenario con un novenario («la pistola tedesca, il colpo sparato alla nuca»).
Quando l’attacco di una poesia è costituito da un decasillabo («Ho vissuto contando le ore»; «In piedi, sulla porta socchiusa») o da un doppio decasillabo («Pensavo di incontrarti a Torino/ ma un agguato mortale aspettava»), anche il ritmo induce all’associazione con il canto dei salmi nella Bibbia. Altri importanti richiami biblici si riferiscono, tra l’altro, al lamento nella cattività («annodato all’orecchio di un Dio/ che non mi sente») o al tradimento («chiacchiere alle orecchie di giuda»).
Le poesie di Memento iniziano tutte con un verso che viene trascritto in corsivo: colei o colui che ‘scrive’ richiama l’attenzione con una frase che introduce in maniera incisiva al breve monologo nel quale riferisce i fatti che hanno condotto alla sentenza, rievoca il passato comune, rivendica le proprie scelte – dolorose, laceranti per sé e per i propri cari, ma scelte: non è dato, come ricordava Gustavo Zagrebelski nell’introduzione alle Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana, lo stare alla finestra, l’opportunistico prendere tempo, il non schierarsi –, richiede conforto, comprensione, perdono per la sofferenza del distacco, ricordo come esercizio vivo della memoria.
La densità di tutti i versi e, in particolare, dei versi iniziali, ha fatto tesoro di una lunga consuetudine con costrutti e forme della prosa in latino: un esempio significativo è l’incipit «Da pochi istanti emessa la sentenza», che discende da un ablativo assoluto latino e rende con un perfetto endecasillabo la situazione dalla quale l’io poetico di quella determinata poesia (la prima di pag. 18) articola la propria testimonianza.
La forma verbale prevalente è, esattamente come nel titolo, quella dell’imperativo o, in alternativa, quella del futuro con valore di esortazione («l’epitaffio per me. Farete scrivere:/ Resistere è un dovere non da poco»), una “parola” (parola che si fa alleanza, patto e, ancora una volta “parola che fa accadere”) che diventi la prosecuzione di un impegno: «Comando a voi tutti prudenza, non vi fidate», insieme alle ultime volontà: «sigillatemi il cuore,/ gli occhi, la bocca, le braccia conserte/ nella terra di Sestola».
Un imperativo che è, insieme, consegna del testimone di una “parola che fa accadere”, è nei versi di pagina 15, che non ripropongono soltanto alcuni passaggi della lettera a Settimo Costantino di Giulio Biglieri, fucilato il 5 aprile 1944 da un plotone di militi della guardia nazionale repubblicana al poligono nazionale del Martinetto di Torino, ma compiono un passo ulteriore:

Conserva invece i miei versi
non per farli stampare, li darai a mio nipote
perché viva di me, con i libri, la parte
migliore.

Questi di Maria Gabriella Canfarelli in Memento sono versi che, insieme alla memoria, affidano a chi legge un lascito consistente e coinvolgente per l’oggi.

© Anna Maria Curci

 

Penso, e la mia pelle sente
che mi pensate anche voi
in quest’umida sera
fasciata dalla nebbia novembrina
in un’ora viola e imprecisa,
un istante che afferra il respiro
e il primo giorno
del mese nuovo: altri non seguiranno.
Scivolerò nella fossa, e non da sola.

In piedi, sulla porta socchiusa
dell’alba, a pochi passi dall’impiccagione
mi tiene stretto il pensiero tenace di voi
che non sapete, come stretto mi tiene
il nodo non disciolto
che mi graffia la gola,
che le parole senza fiato incorda
e al vento pazzo appende e affida
il mese e il giorno e l’ora della fine.

Io, condannato a morte
insieme a molti altri, dico: viva
la libertà dei popoli. Chiedo perdono
a tutti, ma un’idea è un’idea
e nessuno la rompe. Tra poco, dicono, respirerò
l’aprile appena nato, la prima aria gentile
interrotta dal secco comando di Fuoco!
Torturato nel corpo, non
nell’anima, a mia memoria lascio
l’epitaffio per me. Farete scrivere:
Resistere è un dovere non da poco.

L’ufficio, le scartoffie
i giorni mi stavano stretti
(mentre altri morivano). Staffetta partigiana
clandestina al tramonto sui monti,
portavo il pane e le armi. E una notte
di calma sospetta, mi hanno presa
al ritorno, arrestata sull’uscio di casa.
Comando a voi tutti prudenza, non vi fidate,
non parlate coi vostri vicini, non date inutili
chiacchiere alle orecchie di giuda.

Il demone dell’analogia #33: Vento

«Una strana amicizia, i libri hanno una strana amicizia l’uno per l’altro. Se li chiudiamo nella mente di una persona bene educata (un critico è soltanto questo), lì al chiuso, al caldo, serrati, provano un’allegria, una felicità come noi, esseri umani, non abbiamo mai conosciuto. Scoprono di assomigliarsi l’un l’altro. E ognuno di loro lancia frecce, bagliori di gioia verso gli altri libri che sembrano (e sono e non sono) simili. Così la mente che li raccoglie è gremita di lampi, di analogie, di rapporti, di corti circuiti, che finiscono per traboccare. La buona critica letteraria non è altro che questo: la scoperta della gioia dei libri che si assomigliano». Mario Praz

Collage digitale di Dina Carruozzo Nazzaro (da Emil Nolte + Olga Grigorieva)
Il demone dell’analogia #33: Vento

 

L’intruso

Le tre sorelle dalla tela rozza
levano gli occhi sbigottite, poi
che una voce pervade i corridoi
come d’uno che irride o che singhiozza.
Il vento in casa! Il vento cresce, cozza,
sibila, mugge come cento buoi.
Ogni sorella pensa ai casi suoi,
l’altra chiamando con la voce mozza.
In breve dai soppalchi al limitare
discacciano il nemico, nell’assedio
invocando a gran voce tutti i santi.
Ognuna torna poi ad agucchiare,
ed accompagna il ritmo del suo tedio
all’orchestra dei tremoli svettanti.

da La via del rifugio di Guido Gozzano

 

Ricordo d’un addio in una taverna di Nanchino
(Gushi-qiyanshi)

Con il vento entra nella taverna
                un profumo di salici in fiore.
La bella di Wu che mesce il vino
                mi chiama che assaggi.
Gli amici di Nanchino
                son venuti a farmi compagnia:
chi parte, chi resta,
                ognuno vuota il bicchiere.
Prova a chiedere al Fiume
                che scorre verso oriente
se la tristezza degli addii
     è più lunga o più breve del suo corso.

Li Bai, in Poesie Cinesi d’amore e di nostalgia
(trad. di Girolamo Mancuso)

 

Mi diede un otre, che fece scuoiando un bue di nove anni,
e dentro degli urlanti uragani costrinse le strade;
perché signore dei venti lo fece il Cronide,
e può fermare e destare quello che vuole.
Nella concava nave l’otre legava con una catenella d’argento,
lucente, che non trapelassero fuori per nulla;
e solo il vento di Zefiro mi mandò dietro a soffiare,
che portasse le navi e noi pure; ma non doveva
condurci a fine: perimmo, per la nostra pazzia.
Nove giornate di seguito navigammo di giorno e di notte,
al decimo già si scorgevano i campi paterni,
gli uomini intorno ai fuochi vedevamo, vicini.
Allora il sonno soave mi prese, ch’ero sfinito;
continuamente alla barra ero stato, senza darla a nessuno
dei compagni, perché più presto arrivassimo in patria;
e i compagni parole fra loro parlavano,
e dicevano che oro e argento a casa portavo,
doni d’Eolo magnanimo, figlio d’Ippote.
Così qualcuno diceva guardando l’altro vicino:
«Vedi come costui è amato e onorato dagli uomini
tutti, dei quali visita contrade e città
da Troia si porta le molte belle ricchezze
del suo bottino; e noi, fatta la medesima via,
a mani vuote ce ne torniamo a casa.
Ora poi anche questo gli ha dato per amicizia
Eolo; presto, dunque, vediamo cos’è,
quant’oro e argento c’è dentro l’otre».
Così dicevano e vinse la mala idea dei compagni:
sciolsero l’otre: i venti tutti fuori balzarono,
e all’improvviso afferrandoli, al largo li riportò l’uragano,
piangenti, lontano dall’isola patria. In quel momento io fui desto,
e nel mio nobile cuore esitai per un attimo
se gettandomi giù dalla nave dovessi uccidermi in mare,
o soffrire in silenzio, e ancora tra i vivi restare.

da Odissea di Omero
(trad. di Rosa Calzecchi Onesti)

Francesco Terracciano, Poesie da “MCM” (Oèdipus 2021)

 

Tutte le scuole sulla stessa piazza
e poi i giardini piccoli, i palazzi
coi muri enormi. Vertebre e cordoni
di architetture ardite, i capannoni. 

L’incrocio dove un uomo abbrustolisce
nocciole in un barile di lamiera.
Le braccia nude, il fuoco e le scintille. 

Tornano dal lavoro in tuta o in giacca 
modeste tutt’e due. Prendono a calci
la testa che gli cade, i padri e i figli
lungo la strada che li porta a casa.
Qualche sorriso si attacca alle mani. 

Il sole resta anche quando si scioglie
sopra le corde, agli archi dei portoni.
I tram che corrono su un lato, il suono
che fanno con le ruote. Quel richiamo
di bestia familiare, mansueta. 

Va dritta fino ai casali, ai paesi
e in qualche punto si perde nei campi.
Per tutti noi ha quel nome, la Via Nuova.

 

 

I giri delle catene, la presa
decisa degli anelli sui cilindri.
Le due maniglie. È inutile la punta
di ferro, il cacciavite per spezzarle
che cerchi a terra.
Basta allontanare
il ponte curvo del lucchetto in senso
opposto. È fatta, era solo incastrato.
È nella pace l’ingresso, salvata
dal colpo risparmiato. Sparsi a terra
ancora cartellini, fogli scritti.
Sui muri gli orologi fermi. È l’antro
lungo la roccia scoperto dal mare
quando si abbassa, la sala sospesa
su tubi d’aria.
È inutile pensare
al suono lungo di qualche sirena
la fine attesa del turno. È rimasto
qui dentro, come al fossile che affiora
il setto della conchiglia
cavo, disabitato
la sua frammentazione minerale.

 

 

Sembra una fila di soldati il muro
o di giganti, uno di lato all’altro
che non ci passa una mano tra i fianchi.
Poi è l’ora che qui batte lenta, un suono
che non ritorna. La fabbrica è al centro
con gli isolati e i reparti, una nuca
di dio qualunque che volta le spalle
alle colonne. Tutto è abbandonato.
Lo so, si tratta di uno spazio enorme
è questo che spaventa. Ma se i rami
di un albero sono distesi sui blocchi
e li accarezzano, sciolgono un poco
dei loro nodi. Noi possiamo entrare
da quella breccia. Dentro è tutto bianco
le stanze enormi, i soffitti. Le piante
rimaste che si appoggiano ai piloni.

 

 

Le cose che sono passate, le scritte
sui muri. Quelle ingenue dei ragazzi
la bava della storia nei cartelli
sbiaditi, sulla campata del ponte
o nelle pietre del penitenziario
nere, taglienti. Cantano di notte
qualche messaggio a chi è dietro le sbarre
giovani nella strada. Due monete
bastano ancora a pagargli da bere.
Saluta tu, continua a salutarlo
anche se non c’è più da tanto tempo.  
E alza la testa, se attraversi il ponte.

 

 

Il proiettore, le vecchie bobine
sparse sul tavolo. Il nastro che unisce
un disco piccolo a un altro che gira.
Sono attaccate al muro le figure
sottili che si muovono. Nel buio
gira sull’asse la porta tra i mondi:
l’anima delle cose è un breve tuffo
di polvere nel fascio della luce.
Nino seduto sopra le ginocchia
di qualche zia spalanca gli occhi e ride.

 

 

La spiaggia, San Giovanni. L’altro lato
oltre le fabbriche e le case, il mare.
Il piccolo vulcano che il fratello
faceva con la sabbia, e quello grande
vero, di fronte. Sul fianco scavato
la canaletta per bruciare paglia
e pezzi di giornale, il fumo bianco
in cima. E come avvicinava i fogli
Enrico, al monte che aveva davanti
per fare sbuffi anche lui. Città d’aria
la riva aperta. Gli sembrava appena
poggiato al filo dell’acqua, quel cono.

 

 

Chiedersi adesso com’era lo spazio 
conteso dalle macchine e dai sacchi 
di malta. È dove andavano a giocare 
il piano, i due cancelli, le discese. 

Vederli un giorno qualunque, i quaderni 
messi da un lato sulle scale, alcuni 
correndo intorno alle reti, degli altri 
curvi a scambiare biglie e figurine. 

Al centro, la guardiola del portiere.  

Come sapeva cadere la luce 
quasi una cosa viva tra i balconi 
che si aggrappava ovunque, su ogni testa 
veloce, intorno agli angoli dei muri. 

 

 


Francesco Terraccia­no è nato a Napoli, dove vive e lavora, nel 1967. Collabora con riviste letterarie e partecipa a progetti editoriali, rassegne e seminari; è redattore per il trimestrale di cultura internazionale «Menabò» e condirettore di «Inverso – giornale di poesia».
Ha pubblicato Mistica del quotidiano (Terra d’Ulivi Edizioni, 2018); Limite del vero (La Vita Felice Edizioni, 2019; selezionato al Premio Pagliarani del 2019); e il recente MCM per Oèdipus Edizioni, 2021.
Suoi testi sono stati tradotti in lingua romena e pubblicati sulla rivista di cultura poetica «Poezia» e nell’antologia Mers pe sub cer. 20 poeti italiani d’oggi, presentata alla Fiera del Libro di Bucarest (2019), e in lingua spagnola per riviste di settore. In lingua inglese, i suoi lavori sono stati presentati in manifestazioni patrocinate dalla Dante Alighieri di Copenhagen (2018).

Il sabato tedesco #44: Novalis, Quando ormai più né numeri e figure

“Il sabato tedesco”, rubrica da me curata per Poetarum Silva, prende il nome da un racconto di Vittorio Sereni e si propone di raccogliere riflessioni, conversazioni, traduzioni intorno a testi letterari. La puntata di oggi è dedicata alla poesia di Novalis Wenn nicht mehr Zahlen und Figuren. In Tiecks Bericht über die Fortsetzung, lo scrittore romantico Tieck riferisce, a proposito dei progetti di prosecuzione del romanzo Heinrich von Ofterdingen di Novalis, che il componimento Wenn nicht mehr Zahlen und Figuren era destinato a una collocazione nel romanzo, a sua volta concepito da Novalis anche come romanzo di formazione ‘rovesciato’, un ‘Anti-Meister‘.* (Anna Maria Curci)

 

 

Quando ormai più né numeri e figure
Chiave saranno di tutte le creature,
Quando color che cantano o baciano
Più dei dottissimi al sapere volgono,
Quando alla vita libera poi il mondo
Ritornerà, e allo stesso mondo,
Quando di nuovo uniti ombra e fulgore
Daranno vita ad autentico nitore,
E quando le vere storie si vedranno
In fiabe e in poesie si sveleranno
Davanti a Un motto segreto sparirà
L’intera essenza, allora, dell’assurdità.

Novalis
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Wenn nicht mehr Zahlen und Figuren
Sind Schlüssel aller Kreaturen
Wenn die, so singen, oder küssen,
Mehr als die Tiefgelehrten wissen,
Wenn sich die Welt ins freie Leben
Und in die Welt wird zurück begeben,
Wenn dann sich wieder Licht und Schatten
Zu echter Klarheit wieder gatten,
Und man in Märchen und Gedichten
Erkennt die wahren Weltgeschichten,
Dann fliegt vor Einem geheimen Wort
Das ganze verkehrte Wesen fort.

 


* Tanto più perplessi, dinanzi al rovesciamento che Novalis compie nel Bildungsroman, romanzo di formazione – Wilhelm Meister di Goethe inizia con la ‘vocazione teatrale’ e vuole diventare attore, finisce poi per diventare medico chirurgo nella Società della Torre, alla quale non sono estranei molti tratti massonici; Heinrich von Ofterdingen, al contrario, prende le mosse da una tranquilla realtà ‘borghese’, quella del borgo in cui vive e nel quale uno straniero arriva un giorno a narrare di tesori esotici e del fiore azzurro, die blaue Blume, per poi diventare Minnesänger – si resta nell’apprendere da manuali di storia della letteratura italiana che Goethe era un romantico. Su Novalis gli studenti italiani, a meno che non abbiano scelto lo studio della lingua e della letteratura tedesca, ricevono di norma scarne notizie. La questione del canone letterario resta aperta. Ma questa, come dice il mio coetaneo famoso, “è un’altra storia”.

Annalisa Rodeghiero, A oriente di qualsiasi origine (rec. di Luigi Paraboschi)

Annalisa Rodeghiero, A oriente di qualsiasi origine
Prefazione di Massimo Morasso
Arcipelago itaca 2021

Più che di un libro, come lo definisce Massimo Morasso nella sua prefazione, oserei dire che questa è una raccolta di “sussurri“ esistenziali che l’autrice ordina e raggruppa in quattro stanze legate tra loro da quell’unico filo conduttore, già rintracciato nella raccolta precedente, Incipit, dove scriveva, rivolgendosi a un immaginario “Sergente” Rigoni Stern che l’aveva ispirata: «perché sotto quella luna piena nella piana/ la poesia non muore e tu lo sai/ – Sergente –/ fino a quando esisterà/ anche un solo uomo sulla terra/ e la terra dentro occhi innamorati».
Questa sicurezza così solida sul valore della poesia la ritroviamo in apertura del lavoro, più recente, A oriente di qualsiasi origine, dove leggiamo a p. 11:

————le due sole che contano davvero.
Dell’amore il pane e i suoi  vestiti a festa
della poesia l’essenza di ogni cosa immaginata
di ogni cosa nominata
 —————————-il canto.

La prima parte del libro è introdotta a p. 14 da un esergo tratto da Deserti luoghi. Lettere 1925-1941 della poetessa russa Marina Cvetaeva: «e senza anima, fuori dell’anima, ho forse bisogno di qualcosa io?».
Anche Rodeghiero senza anima non saprebbe vivere e soprattutto non saprebbe scrivere perché tutta la sua opera  è realmente un “sussurro“, il respiro di un’anima che canta; scrive a pag. 16: «ma l’anima – almeno l’anima –/ sentivo svincolata dai confini»; chiarisce ancora meglio successivamente a pag. 17 :«A lungo ho cercato nelle radici intricate/ del sottobosco il senso» e a pag. 18 aggiunge :«in fondo siamo noi a decidere le altezze/ come fosse lecito dare misura all’anima»-
Ma di quale anima intende parlare l’autrice ? Non certamente – o almeno non completamente – di quella che trova il suo significato nel comunemente definito “senso religioso“, bensì di un’anima laica che attraversa la vita e che si confronta con gli sbandamenti e le paure, come vediamo a p. 19: «Tuttavia ci vedevano vivi e non sapevano/ né mai sapranno l’afasia di certe notti/ senza dorsi di luce sulla nuca né tu mi dirai domani al risveglio, il nome,/ il nome io non ti dirò […]// E mai si arrende in noi questo volare inquieto».
Se è vero quanto afferma a p. 21 con questo verso :«Ogni singola cosa era già in nuce/ e tutto comprendeva./ l’anima se c’ è nasce già pronta/ mia amata Cvetaeva», allora siamo costretti ad ammettere una sorta di predestinazione dentro ciascuno di noi, una specie di stigma che ci caratterizza individualmente, come leggiamo a p. 27: «Se è vero che siamo ciò che mai eravamo stati/ con quest’assolutezza nelle mani – ora noi siamo –/ ciò che saremo domani».
Il riferimento a Cvetaeva non può essere dimenticato e rappresenta l’omaggio a un’altra anima intrisa di sofferenza alla quale l’autrice sembra voler chiedere aiuto con una invocazione spesso rintracciabile dentro i versi della poetessa russa, in fuga perenne: «[…] Si aprisse/ una via di fuga al giorno prima che sia tardi/ prima di finire schiacciati/ dal peso/ per non essere stati» (p. 23).
«Non essere stati»: è questo il nocciolo della tematica, il senso dell’esistere sempre condizionati da qualcosa o da qualcuno che costringe ogni persona a rinunciare, è scritto a p. 22: «È per non farti vedere su di me come si quieta il sole/ a poco a poco – come cambia la postura il giorno/ nel susseguirsi delle ore, questo darmi dei limiti,/ frenare. Questo deve essere il rinunciare».
È una convivenza con la vita questa vita ed è chiarito meglio a p. 29: «Nelle spole d’insonnia/ bussola senza ago sovverte punti cardinali/ mentre cerco concordanza nelle cose./ Abito – come ognuno – dentro questa lotta – e tu – che m’incoraggi a una certezza con la tua voce d’alba che mi lava».
Il peso del vivere trova una via di ipotetica salvezza quando l’autrice cerca rifugio (come già nel  precedente libro Incipit) nell’amata natura delle montagne ove è nata e ha vissuto a lungo e ancora soggiorna di frequente. Lassù la neve è una sorta di balsamo che si stende sopra l’anima, come si legge a p. 35: «Imparare dai campi riarsi, il sogno di neve.// Cancellarsi come neve, come neve crearsi» e, ancora a p. 33: «[…] un silenzio calmo intorno/ di natura/ mostrava come si può morire senza colpa […]// Eppure, nessuna paura quella sera sul Verena/ perché c’era la neve anche se non c’era».
Ho detto poc’anzi che la poetica di Rodeghiero sembra svilupparsi dentro un continuo sussurro, e constato come questa definizione sia connotata molto bene dagli ultimi versi di questa poesia a p. 37: «Se come stamattina rasserena/ bisognerebbe trattenere intatta/ la chiarità dell’alba di promesse/ – memoria e desiderio –/ prolungare degli attimi/ la sovranità nell’insonne attesa.// Esistere per essere un sussurro/ come brezza lontana/ che si alza dalla valle e benedice// ma non sia troppa la luce – ché serve/ serve distanza tra ciò che siamo e il sogno».
Di fronte alla condizione di benessere che la natura ci regala se sappiamo trattenere “la chiarità dell’alba“ ci sono la mente e il pensiero che ci impediscono il volo sereno perché non sappiamo la voce pensante della mente come scopriamo a p. 38: «Dell’azzurro che ci apparteneva/ intero al nascere, la memoria salva/ intatte – le cose da salvare./ […] Eppure basterebbe, scendendo/ risalire in volo d’aquila al mistero/ rendere afona/ la voce pensante della mente».
Forse dovremmo accettare «il senso d’incompiuto», ignorando ciò che non sarà; leggiamo meglio a p. 40: «Accettare il senso d’incompiuto in noi renderlo trascurabile, come una scusa detta/ a fine di bene – saturare la crepa. Tacerne/ E vivere appieno il mistero di certi istanti minimi,/ la loro instabile sapienza./ Ignorare ciò che non sarà. Che non potrà essere/ per mia, per tua costituzione».
Però risorge sempre l’eterno dubbio su di noi e sul significato di ciò che facciamo – visto che noi siamo il risultato della nostra volontà di dissoluzione –  e lo troviamo detto a p. 39: «cosa siamo noi, al di là d’ogni ragionamento/ noi, sulla frangia della fiamma/ forse cos’altro siamo/ se non esattamente quello che vogliamo».
Dell’anima abbiamo già detto, però legata a essa è la intima sensazione del tempo che sembra sfuggirci di mano, come appare nell’esergo stralciato da un verso del poeta russo Brodskij nella parte del libro dedicata all’acqua, Nel silenzio delle rive: «Penso, molto semplicemente, che l’acqua sia l’immagine del tempo».
L’acqua è il tempo che scorre e dentro il suo fluire appaiono nella mente dell’autrice, p. 51, immagini molto belle che desidero riportare quasi per intero:

Alba plumbea stende bruma sulle sponde
ai ponti vanno tacchi svelti
su porfidi consunti.
[…]
Ricordo com’ero e il desiderio
e torno – adolescente voce nella quiete
dei tuoi occhi lanterne di neve,
pagina nuova del mio scrivere
mio fiume d’acqua possibile.

Lo scorrere del tempo e il fluire dell’acqua sono condizioni simili e collegate che fanno venire a galla i ricordi a p. 56: «Di tanto in tanto affiora come legno/ sopra il velo d’acqua  un desiderio/ e poi ricade» e a p. 60 ancora: «Un anno è un cerchio che si compie/ se dentro il tronco se ne prepara un altro»
Perciò la domanda che nasce di fronte al fluire del tempo è quella che incontriamo a p. 52:«Sarà questo gonfiarsi d’anse rabbiose/ a condurci dove si rammendano le colpe,/ inconsapevoli di cosa rimarrà/ nell’iride della mancanza/ quando spossati torneremo/ – nel nulla, nel tutto – che siamo».
Se torneremo nel nulla o nel tutto che siamo allora ci salveranno l’amore (la nuca carezzata nell’alba ) e l’oblio (le dissolvenze ) di p. 53: «Se non io a consegnarmi a dio/ o a te, se è l’anima che/da sola – si consegna,/ se nella pazienza abbiamo messo in salvo/ il tempo sacro dell’incompiutezza./ Sia benedetta dell’acqua l’ansa inquieta/ benedetta sia la nuca carezzata all’alba/ amata sia la dissolvenza/ (persa la pretese di capire/ il senso dello scorrere del fiume/ il possente desiderio/ tutto suo – di riaversi al mare».
Con versi di T.S. Eliot a p. 65 ci avviamo alla  lettura della quarta parte, intitolata Nel meridiano dell’indugio: «Quello che noi chiamiamo principio spesso è la fine/ e finire è di nuovo ricominciare./ La fine è da dove veniamo».
Appare a p. 67, la visione conclusiva dell’autrice sul destino comune, e l’angoscia, pur se leggera, si avverte drammaticamente tutta in questo finale di solitudine: «Fugge il tempo nello scricchiolio di porte/ fugge nella pietra corrosa dei bastioni/ morsa in sciabordio di frasi./ Al di là del vetro una falena/ sola – illumina il nero della sera.»
Ma come andremo ?
Lo leggiamo a p. 70: «[..] Mai così insieme – mai così soli –/ andremo. Senza nome né mani di carezze./ Senza fogli, senza liturgie. Nell’indifferenziato celeste/ – quasi senza colpa –/ andremo».
È in quell’«indifferenziato celeste» che mi sembra si manifesti la visione laica dell’autrice sul  destino dell’anima, come scrivevo in apertura, visione che ci conduce verso la fine dei “sussurri” di Rodeghiero. Leggiamo infatti a p. 75: «Questi silenzi che portiamo velati/ dopo tanto clangore d’imperturbate ore accese […]/ questi silenzi che sbrecciano da fuori […]/ siano per l’anima questi silenzi di solstizio/ come aurea luna della quercia/ nella notte più lunga – squarcio, lanterna».
La risposta è affidata ancora alla natura, alla neve, all’eternità del presente a p. 78: «Ma solo verso sera/ quando la neve stende silenzi/ sui tetti di lamiera e sui cancelli / […] la casa ritorna alla casa/ e il fuoco alla casa./ Qui io sono, dove sono assenza e quiete,/ nel tempo eternamente presente/ giunta da dove ero partita da dove non ero partita» e, una volta giunta a casa, le arriva il raggio di speranza che le/ci fa tirare un respiro di sollievo, a p. 80: «È un’invenzione il tempo/ non esiste/. Mai l’abbiamo perso/ né mai lo perderemo».
Il tempo datoci non è stato perso, conclude la poetessa, e a me sembra che non sarebbe stato possibile mettere in versi in modo così leggero ed elegante il suo fluire. Non perderemo il tempo, afferma, perché esso è la struttura con la quale è tessuto il nostro vissuto.
Un lavoro, questo di A oriente di qualsiasi origine, nel quale Annalisa Rodeghiero ha affinato, sintetizzandolo, il suo linguaggio e costruito uno spazio nella produzione poetica del nostro tempo.

© Luigi Paraboschi

Simonetta Sambiase, Borea

Simonetta Sambiase, Borea
Terra d’ulivi edizioni 2021
Nel segno del duale: Borea di Simonetta Sambiase
di Anna Maria Curci

«Due mondi – e io vengo dall’altro»: questo verso che si ripete in Diario bizantino di Cristina Campo costituisce una affermazione che colloca provenienze e disposizioni, una affermazione che non preclude la precisione dello sguardo e del dire e che tuttavia introduce ad altri ritmi, altri colori, altri toni nel profondo. È una affermazione che mi sembra particolarmente calzante per Borea di Simonetta Sambiase.
Già nel titolo, Borea, si schiude l’accesso, ancor prima all’universo poetico di questa raccolta, all’immaginario di chi legge: Borea come vento del nord, come emisfero settentrionale, come figura mitologica, punto di riferimento per l’avvicendarsi delle stagioni: «ah Borea, Borea» ricorre due volte nel componimento finale della prima parte della raccolta, con un effetto duplice, quello di segnare il passaggio, di marcare il preludio a «un nuovo perimetro del caos», e quello di far brillare le polveri, di “incendiare” le parole nella cassa di risonanza di chi legge, di sollecitare connessioni.
Le due parti che compongono la raccolta, intervallate da Fiato (intermezzo pandemico), hanno nomi che recano il segno del duale: (I – Di giorno, lavoro e gironi di contorno) e (II – Di notte, perdono e filastrocche). Sono due dimensioni che si danno il cambio, con cadenza regolare. Senz’altro complementari, esse si presentano come l’una opposta dell’altra, l’una l’ombra dell’altra, due emisferi, appunto.
Eppure è nel dilatarsi improvviso di quei cambi della guardia, nell’estendersi della zona grigia di confine (Zona grigia di mattina titolava Durs Grünbein una sua raccolta nel 1988), nelle trame espressive e nell’insinuarsi di sfumature cromatiche da una dimensione all’altra, che la parola dell’io poetico femminile e del suo interlocutore, indicato con il pronome alla seconda persona singolare (un sé maschile in dialogo con il sé femminile? un altro da sé?), dispiega il suo contrappunto. Già la seconda strofa del testo che apre la raccolta dà prova mirabile del coesistere di istanze e tensioni contrapposte:

Azzurra tempesta è un giorno come un altro
una notte e l’altra sua ombra      di notte      prende aria perde cuscini spegne i confini
fra poco, il mattino apre gli occhi e le abitudini
mentre tu prosegui sveglia
dove non ci si incontra non ci si libera non ci si riconosce non ci si fiata.

Il «fra poco» addita l’area di confine di dimensioni indefinite e mutevoli, ma già il mattino avanza là «dove non ci si libera», nella zona di attrito,  contrasto, scontro, con la notte del «perdono», delle ballate, del canto di sirena che «spegne il sogno», del rosso che infiamma. L’obiettivo della produttività, il principio di piacere come saccheggio, ancor più che come consumo, dell’intangibilità altrui, avanza, di corsa, o a singhiozzo tra semaforo e semaforo, tra ingorgo e ingorgo. Nel «lunedì dei pensieri fertili», uno dei «lunedì occidentali», così come in «Borea», è lecito riconoscere una collocazione geografica e culturale che si affianca a quella dell’emisfero boreale suggerito dal titolo.
Anche in questo caso, tuttavia, nel segno del duale, ai «lunedì occidentali» si alternano e si oppongono, completando i giorni e le notti su questa «Terra di baraonde e mare», i «venerdì che profumano di cumino».
La singolarità della poesia di Simonetta Sambiase, così come si è manifestata in forme convincenti nelle precedenti raccolte Coniugazione singolare e L’ingombro, si conferma in Borea, che amplifica la visione e, passando per la dualità come unione di contrapposizione e di dialogo, accoglie non solo una pluralità di accenti, bensì anche l’emergenza pandemica come manifestazione di un fiato spezzato, costretto, imbavagliato e imbracato. Fiato, però, e dunque ancora, per non forzata associazione, alito, soffio vitale, vento. Borea.
La notte arriva, dunque, al termine di ogni giorno, e sarà preludio a un nuovo giorno. Si anima, libera il canto, sprigiona il sogno, scatena la passione, nutre l’abbraccio d’amore e resta, ciononostante – ecco la dualità come contrapposizione e dialogo, complessa e dinamica complementarità – presagio della caduta delle cadute, figura dell’apocalisse, ancora duplice segno di fine del mondo e di rivelazione.

© Anna Maria Curci

 

Maria Lenti, Arcorass/Rincuorarsi (Nota di V. Angelini)

Maria Lenti, Arcorass/Rincuorarsi
Introduzione di Sanzio Balducci
Postfazione di Manuel Cohen
puntoacapo Editrice 2020
Nota di Vitaliano Angelini

Arcorass/Rincuorarsi, elegante plaquette, presenta l’ultima fatica poetica della poetessa urbinate. La scrittrice, per la prima volta, si mette qui alla prova con il proprio dialetto, “el dialett d’Urbin”. Un vernacolo che, come più volte ha affermato Sanzio Balducci, profondo esperto della materia, al quale di deve appunto l’Introduzione di questa raccolta, «non è morto e non muore […] pur se si sta infittendo di influenze rivierasche pesaresi e romagnole» (dall’Introduzione a Giorgio Giulioni, El dialett d’Urbin, Editrice Montefeltro, Urbino 2002).
Una vitalità indiscutibile quella del dialetto urbinate con cui Maria Lenti si propone, che nel tempo non solo si è contaminato ed arricchito di lemmi delle zone limitrofe e, intercalandosi con l’italiano, si presenta in quella che è la sua forma urbana attuale, usata in città, differente in parte dal dialetto parlato nelle frazioni circostanti. La scrittrice comunque non rinuncia alle profonde conoscenze della propria formazione culturale né alla memoria delle sue letture poetiche e ci offre una poesia colta. Di queste peculiarità ci diceva anche Gualtiero De Santi dialogando con l’autrice nella coinvolgente conversazione svoltasi, il 28 agosto 2021, nell’affascinante cornice del giardino pensile del Palazzo Ducale di Urbino, dove ancora alita l’aura delle grandi personalità che secoli fa hanno soggiornato in quel luogo: Piero della Francesca, Pedro Berreguete, Baldassarre Castiglione, Luciano Laurana, Francesco Di Giorgio Martini, ecc.
Le influenze dialettali dei territori confinanti, la forma multilingue (il dialetto e l’italiano), la stessa italianizzazione del dialetto conseguente alla intensa circolazione di gente proveniente da varie zone, sono tutti elementi che concorrono alla definizione di una possibile chiave di lettura e interpretazione di questa raccolta, la quale segna un momento importante nello sviluppo poetico di Maria Lenti.
A mio parere però l’importanza di questa ultima proposta della poetessa di Urbino, pur individuabile nella presenza delle eterogenee componenti culturali della sua personalità, va individuata in altro e credo che esse non costituiscano gli unici elementi né i più qualificanti in questa sua opera. Dietro all’amore di Lenti per il suo dialetto, la sua lingua familiare, avverte Balducci (e la stessa poetessa lo dichiara: « bel da bestia el mi dialett, titolazione con cui si presenta subito sin dai primi versi), ritengo che ci sia dell’altro.
Già dal titolo Maria lascia arguire che, anche se presente da sempre, c’è qualcosa, non troppo recepibile nella sua precedente produzione, che ora germina dentro con maggior forza, direi un bisogno. Qui, infatti, la presenza di una dimensione umana ed esistenziale, più intima e privata, diviene prioritaria nell’urgenza comunicativa prevalendo sulle componenti letterarie, politico-sociali e sulle influenze formative derivate dagli studi e letture poetiche definitesi (almeno mi sembra) quali strutture portanti della voce poetica, nelle precedenti raccolte. Cioè sono le ragioni esistenziali che hanno indotto la poetessa a recuperare il parlare dialettale dell’infanzia. Il dialetto che le consente di sentirsi pienamente urbinate, di avvertire il senso di appartenenza ad un gruppo, di essere parte dell’insieme e riconoscersi nella sua gente.
Qui, allora, è la grande importanza del nuovo momento poetico di questa scrittrice: nella definizione della propria identità e nel suo identificarsi con la cultura e la storia  della gente urbinate. È attraverso l’uso del dialetto che si determina il recupero delle proprie radici, delle origini; è la sua utilizzazione che consente la certezza della propria identità e rincuorarsi, che permette l’identificazione con i luoghi, le luci, i profumi, il popolo di questa parte del mondo. Nelle “Lettere dal carcere” lo stesso Antonio Gramsci, infatti, raccomandava ai suoi familiari di insegnare ai propri figli il dialetto in quanto necessario per lo sviluppo della  fantasia e per il loro sviluppo intellettuale.

Arcorass vol dì rincuorarsi
in più e al meglio
[…] star bene con se stessi
camminare senza tempo nel mattino
dialogare e non narrarsi
stare bene con se stessi
far scorrere poi l’acqua sulla pelle
tirare un sospiro di sollievo
aprire le finestre nella sera di una giornata canicolare […]

e più avanti:

chiudere la porta a un ospite ventriloquare
s’è levat da torne
m’è nut da rida
e me so’ arcorata tutta.
(Arcorass2)

Con il dialetto Maria dà corpo e suono a ciò che, direbbero gli psicologi americani, è il proprio pattern. Quel che conta e che più le interessa è il suggerimento di un clima, di un ambiente o di una atmosfera che costituiscono l’ elemento  umanamente e storicamente  comune e unificante della gente che vive in queste terre e ne respira gli umori. In questa prospettiva, allora, a me sembra che la proposta assuma, nel processo evolutivo intellettuale e poetico di questa scrittrice urbinate, un valore e un’importanza tutti particolari poiché, di là dell’apparenza, vanno ben oltre l’aspetto dell’uso tradizionale che si fa del dialetto in poesia. Infatti, più della coscienza con cui ciascuno opera e si propone attraverso il dato ambientale, è la forma che lega lei al suo ambiente che la distingue e che rende poetica la sua parola: la luce, la spazialità, il respiro delle cose. Ed ecco quindi: «El cor en sbaja mai/ se c’è un legame tra la mente e il cuore/ se c’è una mano che li tiene uniti/ se quella mano li ha uniti almeno dall’adolescenza/ quando si comincia a nominare/ vivendoli/ el cor la felicità el dolor» (El cor en sbaja mai).
Dell’ultimo impegno della poetessa ciò che, sicuramente, si deve cogliere è lo specifico rapporto con lo spessore grosso e impalpabile delle cose, il respiro di esse, è la sua riappropriazione della natura: «Eccle el prim alber fioritt/ ch’ho vist giorni fa vers Palin/ ha avut la su pentitta/ (un bricoccol o un pesch/ forse un susin un mel un pér un c’reg?/ […] le mi conoscense en poche un gran bel po’ […]» (‘na bella pentitta).
La riappropriazione degli aspetti della vita, del proprio vissuto anche ambientale ci dicono come per Maria essi siano e costituiscano, con ragione, una presenza fondamentale da “dire” giustamente con il dialetto avendo ben presente anche ciò che aveva detto Pier Paolo Pasolini, a Lecce nel 1975, in un corso per docenti delle scuole superiori sul tema ”Dialetto e scuola”: lo scrittore affermò che gli insegnanti, considerando il dialetto una espressione della cultura popolare, erroneamente lo relegavano in una dimensione di carattere archeologico, indirettamente considerando statica nella sua immutabilità la cultura popolare.
A mio parere allora ciò che rende ancor più rilevante questa nuova proposta poetica di Maria Lenti, oltre alla sensibilità nell’alternato uso del dialetto e dell’italiano nella versificazione, che però si presentano con una finezza totalmente unificante, è la chiara consapevolezza che sia l’italiano sia il dialetto sono continuamente soggetti a processi di trasformazione i quali impediscono loro di essere archeologici e conservatori. A ragione Sanzio Balducci nell’introduzione avverte che il dialetto usato da Maria: «è quello di Urbino di oggi, quello di città, cambiato rispetto a quello delle periferie e al dialetto di una miriade di paesini e case di campagna». Un dialetto perciò, come ricorda anche Manuel Cohen nella sua postfazione, «costantemente soggetto a un processo di italianizzazione».
Un ulteriore valore di Arcorass/Rincuorarsi deve individuarsi in un modo di essere e di sentire più sottile che proviene da quel pattern a cui si è accennato precedentemente e che unisce la poetessa a Urbino, a quello spazio immenso e modesto che questa città è: un luogo che ha avuto,  e per certi aspetti ancora mantiene,  un’ aura di grande capitale culturale.
Occorre dire concludendo che quest’ultima silloge si presenta con una duplice proposta: da un lato la consapevolezza dei debiti contratti con il dialetto, le origini, la storia, ben sapendo che non si può prescindere dalle origini; dall’altro la coscienza della necessità di una riflessione sul presente proiettandosi verso il futuro avendo vissuto e maturato esperienze culturali e di vita differenti, nonostante il fascino che questo luogo con i suoi limiti e la sua grandezza esercita.

© Vitaliano Angelini

Premio letterario nazionale “Moby Dick-Danko”, I Edizione

PREMIO LETTERARIO NAZIONALE
“MOBY DICK-DANKO”
I EDIZIONE – 2021

REGOLAMENTO

Moby Dick: basterebbe il nome. Praticamente inutile aggiungere quale valore simbolico di libertà, di ricerca e di rincorsa eterna all’Ideale abbia e continui ad evocare la bianca balena creata dal genio immortale di Herman Melville, soprattutto in un momento storico di degrado come quello a cui stiamo sopravvivendo. C’è bisogno urgente di seminare e custodire Umanesimo, e un premio letterario – con le sue possibilità di scambio e confronto creativo di voci/visioni del mondo – può offrire il suo piccolo ma significativo contributo alla crescita civile, culturale e sociale del Paese e, più in dettaglio, del territorio da cui nasce la proposta: i Castelli Romani. Chi non ricorda la canzone “Moby Dick” del Banco di Mutuo Soccorso? Ebbene Vittorio Nocenzi, storica colonna della band, ha accettato con entusiasmo il ruolo di Presidente onorario del Premio. È e sarà di ottimo auspicio per organizzatori, giurati, concorrenti. 

Marco Onofrio

 


Il Premio consta di 2 categorie (A: POESIA; B: NARRATIVA) e 3 sezioni: (1: ADULTI; 2: JUNIOR; 3: CASTELLI ROMANI). La partecipazione è gratuita per ogni categoria e sezione. È possibile partecipare contemporaneamente a entrambe le categorie.

CATEGORIA A: POESIA

Giuria:

Vittorio Nocenzi – musicista, presidente onorario con diritto di voto;
Marco Onofrio – scrittore, presidente (nonché ideatore del Premio);
Paola Tiberi – avvocato, già assessore alla cultura del Comune di Marino (RM);
Valerio Mattei – musicista;
Nicolina Cianci – psicoterapeuta;
Sandro Caracci – operatore culturale;
Patrizia Pallotta – scrittrice.

Si partecipa inviando da 1 a 3 composizioni poetiche, in lingua italiana, edite o inedite, di max. 40 versi ciascuna, dedicate alla libera interpretazione del tema “Moby Dick”.

CATEGORIA B: NARRATIVA

Giuria:

Vittorio Nocenzi – musicista, presidente onorario con diritto di voto;
Roberto Pallocca – scrittore, presidente;
Stefania Studer – regista RAI TV;
Giacomo Tortorici – direttore Consorzio Bibliotecario Castelli Romani;
Fabio Massimo Franceschelli – scrittore;
Patrizia Casi – docente;
Michela Tozzi – impiegata.

Si partecipa inviando 1 racconto breve, in lingua italiana, edito o inedito, di max. 10.000 caratteri spazi inclusi, dedicato alla libera interpretazione del tema “Moby Dick”.

Per entrambe le categorie sono aperte le seguenti sezioni:

SEZIONE 1: ADULTI
Destinata a concorrenti maggiorenni.

SEZIONE 2: JUNIOR
Destinata agli alunni minorenni delle scuole medie-superiori.

SEZIONE 3: CASTELLI ROMANI
Destinata a concorrenti maggiorenni e/o minorenni che intendano cimentarsi con il tema “Moby Dick” contestualizzandolo nel territorio dei Castelli Romani, facendolo cioè entrare in risonanza con la ricchezza storica, artistica e socioculturale di un territorio celebre in tutto il mondo.

Le opere (poesie e racconti), corredate della “Scheda di partecipazione” debitamente compilata, possono essere inviate o via e-mail (allegate in formato word o PDF), con oggetto PREMIO LETTERARIO MOBY DICK-DANKO, al seguente indirizzo di posta elettronica: premiomobydick@gmail.com oppure consegnate a mano o spedite in cartaceo al seguente indirizzo: Premio “Moby Dick-Danko” c/o BiblioPop APS, via G. Mameli, angolo via U. Bassi, 00040 S. Maria delle Mole (RM), entro e non oltre il 31 marzo 2022 (farà fede il timbro postale).

La Premiazione (due premi in denaro con una borsa ciascuno di 300 euro; targhe e attestati per gli altri classificati di ogni sezione, in entrambe le categorie) è prevista orientativamente entro il mese di maggio 2022 a Santa Maria delle Mole (RM), presso la sede di BiblioPop.

Le Giurie, il cui giudizio è libero e insindacabile, si riservano di assegnare premi speciali oltre a quelli già previsti dal presente regolamento.

 

Qui puoi scaricare il Bando e la Scheda di partecipazione
Bando e Scheda di partecipazione

Appunti di poesia greca contemporanea #5: Dina Pajasi Katsouri

Appunti di poesia contemporanea
A cura e con la traduzione di Alexandra Zambà
Dina Pajasi Katsouri

Dina Pajasi Katsouri (Famagosta, Cipro, 1941-2021). Ha studiato ad Atene giornalismo e pubbliche relazioni. Ha collaborato con giornali e riviste letterarie; ha tenuto rubriche alla radio di Cipro; ha fondato case editrici e riviste. Affetta da una grave malattia dal 1975, ha continuato a dare un forte contributo in campo sociale sostenendo le lotte per la emancipazione femminile. Ha pubblicato dieci raccolte poetiche e un libro di racconti. Inoltre, ha tradotto in greco poeti palestinesi e africani. Ha ricevuto premi prestigiosi. I suoi libri sono stati tradotti in molte lingue.
Nelle poesie di Dina Pajasi Katsouri è evidente il trasporto sentimentale che distrugge ogni immagine spiacevole del presente per trasportarla in un passato sognato. Le sue poesie non si fermano al pianto della perdita delle persone care ma cantano anche i ricordi felici che scorrono inesauribili.

La panchina

Niente più
era uguale
a Meneù*
Le panchine  voltarono la schiena
al mare.
I pesci
si immolarono all’asciutto
Le buganville
rifiutano oramai di arrampicarsi.
Gli yacht e le altre imbarcazioni
restarono prive del timoniere.
L’alba non splende
e il tramonto
non getta i suoi veli.
Solamente per un caso curioso
il mare resta  completamente sereno
come se una mano affettuosa
lo accarezzasse.

Τίποτα πια
δεν ήταν το ίδιο
εκεί στο Μενεού.
Τα παγκάκια
γύρισαν την πλάτη
στη θάλασσα.
Τα ψάρια
αυτομόλησαν στη στεριά.
Οι βουκεμβίλιες
αρνούνται να αναρριχηθούν.
Τα κότερα και τα άλλα πλεούμενα
χωρίς τιμονιέρη.
Η ανατολή να μην ανατέλλει
και η δύση
να μη ρίχνει τα πέπλα της.
Μόνο κατά ένα περίεργο τρόπο
η θάλασσα
ήταν απόλυτη ήρεμη
λες και την είχε χαϊδέψει
ένα αγαπημένο χέρι.

* nome di località

 

I ricordi sono spietati
e dolorosi
non ti permettono di dubitare
di sfidare
di contrapporti.
I ricordi hanno innestato
in modo irreversibile
i sotterranei percorsi
della tua esistenza
soprattutto quelli che hanno a che fare
con il Meneù e la panchina
sono tesori preziosi
e dovrai tenerli cari
come le pupille dei tuoi occhi.

Οι αναμνήσεις είναι σκληρές
και επώδυνες
δε σου επιτρέπουν
να αμφιβάλλεις
να αμφισβητείς
να αντιστέκεσαι.
Οι αναμνήσεις
έχουν μπολιάσει αμετάκλητα
τις υπόγειες διαδρομές
της ύπαρξής σου.
Οι αναμνήσεις
ιδιαίτερα εκείνες
που έχουν να κάμουν
με το Μενεού και το παγκάκι
είναι πολύτιμοι θησαυροί
και θα πρέπει να τις διαφυλάξεις
ως κόρην οφθαλμού.

 

Sempre lì

Sarò sempre la Poesia.
Pronta a sparare oppure a recuperare
tragedie erotiche
distruzioni ecologiche
rivoluzioni sociali e
disastri etnici.
Sarò sempre la Poesia
e sarò sempre lì ad aspettarti.
Dentro la sfocatura e il vapore acqueo dell’inverno
Nell’indecenza e nell’arroganza dell’estate
Nei brividi e nella disobbedienza della primavera
Nella disperazione e nell’indignazione dell’autunno.

Πάντα Εκεί

Θα είμαι πάντα το Ποίημα.
Έτοιμο να πυροδοτήσει ή να προλάβει
ερωτικές τραγωδίες
οικολογικές καταστροφές
κοινωνικές επαναστάσεις και
εθνικές συμφορές.
Θα είμαι πάντα το Ποίημα
και θα είμαι πάντα εκεί να σε περιμένω.
Μέσα στη θολούρα και τους υδρατμούς του χειμώνα
Μέσα στην απρέπεια και την αναίδεια του καλοκαιριού
Μέσα στην ανατριχίλα και την ανυπακοή της άνοιξης
Μέσα στην απόγνωση και την αγανάκτηση του φθινοπώρου.

Πηγή: Παγιάση – Κατσούρη, Ν. (1996) Μ’ ακουουούς (σ. 10). Λευκωσία: Ωρίων.

 

Speranza

Ti dissi
la speranza muore
sempre per ultima
e tu mi dicesti
il punto è
che non dovrebbe morire mai.

Ελπίδα

Σου είπα
η ελπίδα πεθαίνει
πάντα τελευταία
και εσύ μου είπες
το θέμα είναι
να μην πεθαίνει ποτέ.

 

Le regole

Le regole del gioco
sono orizzontali
verticali e diagonali.
L’amore
è tutto questo messo insieme
ma forse, anche niente di tutto ciò.

Οι κανόνες

Οι κανόνες του παιχνιδιού
είναι οριζόντιοι,
κάθετοι και διαγώνιοι.
Ο έρωτας
είναι όλα τούτα μαζί.

Ίσως, όμως, και κανένα.

 

Per il lettore I

Cosa posso dirti.
Sento il brivido attraversarmi
quando mi ricordo quei verdi frutteti
con gli aranceti e i gialli riflessi,
sento circondarmi un’eccitazione
quando mi ricordo i colori dell’orizzonte
e quelle fluttuazioni del mare,
sento uno strano tremore
quando ricordo i profumi della terra
e quel colore bruno,
ancora umido tra le nostre mani,
sento rabbia
e una disperazione infinita
mentre rifletto
quanti e quanti poeti piansero in suo nome
quanti e quanti poeti si sono avventurati nel suo nome.
Ma soprattutto,
quanti e quanti poeti NON resisteranno al suo nome.
E il suo nome è: Famagosta.

Προς Αναγνώστη  I

Τι να σου πω.
Νιώθω ένα ρίγος να με διαπερνά
σαν θυμάμαι εκείνα τα πράσινα περιβόλια
με τις πορτοκαλιές και τις κίτρινες ανταύγειες,
νιώθω μια έξαψη να με κυκλώνει
σαν θυμάμαι τα χρώματα του ορίζοντα
και κείνες τις θαλασσινές διακυμάνσεις,
νιώθω ένα παράξενο τρεμούλιασμα
σαν θυμάμαι τις γήινες μυρουδιές
και κείνο το καφετί χώμα,
υγρό ακόμα στις παλάμες μας,
νιώθω θυμό
και απελπισία απέραντη
καθώς αναλογίζομαι
πόσοι και πόσοι ποιητές ασέλγησαν στο όνομά της
πόσοι και πόσοι ποιητές εκτονωθήκανε στο όνομά της.
Μα κυριότερα,
πόσοι και πόσοι ποιητές ΔΕΝ θ’ αντισταθούν στο όνομά της.
Και το όνομα αυτής: Αμμόχωστος.

 

E voltarono con disgusto il viso

E Venere
si è mostrata nuda
proprio mentre appariva
alla Pietra di Romiou*
e cominciò a vagare
per le strade di Nicosia semi-occupata.
A vagare tra i passanti
e loro a superarla
con indifferenza.
A percorrere la linea verde
e i soldati
con disgusto che giravano altrove il viso.
E lei a cercare
di attaccare bottone
con gli avventori dei caffè e altrove
a bere senza dire una parola
la loro bibita e il loro caffè.
Allora pensò di toccare il suo corpo.
Tutto stava al suo posto.
I fianchi erano attraenti come sempre i seni succosi come sempre
il fluido vaginale come mai prima d’ora.

E allora capì.
Venere
Non aveva proprio posto
nella semi-occupata Nicosia.

Και απέστρεψαν το πρόσωπό τους

Και η Αφροδίτη
πρόβαλε γυμνή
έτσι όπως την ξέβγαλε
η Πέτρα του Ρωμιού
και άρχισε να περιφέρεται
στους δρόμους της ημικατεχόμενης Λευκωσίας.
Να τριγυρίζει ανάμεσα στους περαστικούς
και αυτοί να την προσπερνούν
χωρίς να δίνουν καμιά σημασία.
Να καταφεύγει στην πράσινη γραμμή
και οι στρατιώτες
να αποστρέφουν το πρόσωπο.
Να προσπαθεί
να πιάσει κουβέντα
με τους θαμώνες των καφέ και των ορθάδικων
και αυτοί να πίνουν αμίλητοι
το αναψυχτικό και τον καφέ τους.
Θέλησε τότε
να ψηλαφήσει το κορμί της.
Όλες οι διαστάσεις στη θέση τους.
Οι γοφοί ελκυστικοί όπως πάντα τα στήθια ζουμερά όπως πάντα
το αιδοίο υγρό όσο ποτέ.

Και τότε κατάλαβε.
Μια Αφροδίτη
δεν είχε απολύτως καμιά θέση
στην ημικατεχόμενη Λευκωσία.

Πηγή: Παγιάση – Κατσούρη, Ν. (2006) Της Αφροδίτης και του Άδωνη: Ποιήματα (σελ. 15). Λευκωσία: ΑΝΕΥ

*Pietra di Romiou, il posto dove la leggenda narra che sia nata Venere

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