videopoesia

Innesti Telemetrici

Dal 22 al 23 giugno a Cavallino-Treporti, provincia di Venezia, l’Associazione Metaforte organizza un Art Exhibition dal titolo “INNESTI TELEMETRICI“. L’evento vedrà la partecipazione di artisti che spazieranno tra le diverse discipline artistiche quali pittura, scultura, fotografia, video-installazioni, performance, land art…
Quest’anno il gruppo Metaforte ha dedicato uno spazio anche alla poesia con tre video-installazioni due delle quali all’interno di roulotte riutilizzate per ospitare le opere artistiche mentre una video intervista sarà direttamente proiettata all’interno di un boschetto.

Opera di Roberto Serena – Videopoesia, Installazione – Roulotte “Qui”

Opera “Omaggio Nanni Balestrini” a cura di Tony Brunello – Roulotte “Qua”

Un omaggio al poeta Nanni Balestrini (Milano 1935 -Roma 2019), un video in loop che riporta la «Lectio Magistralis sulla poesia e il pubblico della poesia» del 2014.
Nanni Balestrini (Milano 1935- Roma 2019) è stato poeta, scrittore saggista italiano, tra i massimi della seconda metà del ‘900. Fece parte della neovanguardia degli scrittori intorno all’antologia I Novissimi, precursori del Gruppo 63, dal quale seppe prendere rapido le distanze, e diede un grande impulso e contributo alla poesia totale anche nel campo dell’arte visiva. Contribuì alla nascita di riviste quali Il Verri, Quindici, Alfabeta, Zoooom e Azimuth.

Opera “Francesco Giusti Docuvideo” a cura di Tony Brunello e Oscar Valenzin. Installazione Poesia proiezione nel boschetto.

Francesco Giusti (Venezia 1952) appartiene a una generazione che segue quella dei poeti nati negli anni Venti come Pasolini, Loi, Pedretti. La sua è una generazione che scrive sia in dialetto sia in lingua. Giusti scrive soprattutto in un inconfondibile, asintattico, rigoglioso italiano, ma c’è sempre dialetto nella sua poesia in lingua, così come c’è sempre lingua nel suo liquido dialetto veneziano. Si ispira a quelle di Zanzotto e Pasolini la sua recente pubblicazione Quando le ombre si staccano dal muro (Quodlibet; a cura di Giorgio Agamben). Considerato uno dei massimi poeti italiani viventi, è spesso ospite nel programma radiofonico Fahrenheit Rai 3.

Trevigliopoesia, presentazione del XIII Quaderno di poesia contemporanea

TRP 2016 - Cartolina Quaderni

 

Dopo dieci anni di attività, Trevigliopoesia, festival di poesia e videopoesia, chiude i battenti. Almeno per il momento. Un’esperienza a suo modo difficilmente ripetibile. Tantissimi gli incontri con protagonisti della scena poetica nazionale e internazionale che nel tempo si sono sono succeduti.
A dire il vero, non chiude del tutto. Attualmente è in fase finale di realizzazione un documentario su Fabio Pusterla, firmato da Francesco Ferri, un film nato e coprodotto da Trevigliopoesia.
Ma intanto l’ultimo degli incontri previsti vedrà Cristiano Poletti e proprio Fabio Pusterla presentare il XIII Quaderno di poesia contemporanea edito da Marcos y Marcos. Saranno presenti quattro dei sette autori inclusi in questo Quaderno: Cornali, Mancinelli, Pini, Ramonda, per una lettura a più voci. Mai prima d’ora era stato presentato a Treviglio uno dei Quaderni curati fin dal 1991 da Franco Buffoni. Sarà dunque questa l’occasione, insieme ai saluti finali, per una riflessione comune sulla vitalità della poesia italiana contemporanea.

Ida Travi: editi, inediti e videoletture

ida-travi-poetarum

(con la testa sotto la foglia)
da Il mio nome è Inna, Moretti&Vitali 2012

Con la testa sotto la foglia
cresceva il nostro spirito
cresceva cresceva
sfondava il tetto verde

cadevano nel ferro le barriere

io tenevo il tuo spirito in braccio
tu tenevi il mio viso in mano

oh carità, com’era
 come eravamo spirituali
quando eravamo piccoli.

*

 

( vedrai la spalla del tuo vicino)
da TA’ poesia dello spiraglio e della neve, Moretti&Vitali 2011

Vedrai la spalla del tuo vicino alta nel segno nero
Nel filo di fumo azzurro vedrai quel fiume
e il monte lì vicino, vedrai quel ramoscello
argento che sale, sale…

È così che testimonia il ramo
È così che il sasso ritorna alla sua storia

Ci sono vetri dappertutto, Usov
sei pieno di schegge in testa.

* (altro…)

Vita di poeta, in presa diretta

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Che possibilità ha di riuscire un documentario su un poeta? Anzi, su un processo creativo, quello poetico, così difficile da raccontare? Come dar conto, in definitiva, di quel «pozzo di lavoro con attorno / un girotondo di prigionieri (dicono) sulla parola»?[1]
Gira tra queste domande, nell’esporle, una tensione; sembra quasi di doversi muovere, qui in mezzo, con imbarazzo. D’altronde la poesia stessa è un dubbio, enorme. Può essere una luce che ci guida, certo, e il poeta essere un esempio, e se è vero e grande addirittura un maestro. Oppure no, sarà tutto un vuoto la poesia e una delusione il poeta.
Comunque, si diceva: documentare. Ecco, ma cosa esattamente? Da dove partire, dove arrivare? Quante volte ci siamo detti: come arriva una poesia? Come si accende quella fiaccola segreta che avrebbe nome poesia? Le domande si moltiplicano, niente di più facile, e una risposta, forse la risposta valida per tutte, potrebbe essere questa: tutto sta nel cercare, della poesia, l’origine, o almeno fiutarne il segreto.
Già Wisława Szymborska, con incantevole ironia, una volta mise in guardia dai pericoli insiti in un’operazione simile, e non lo fece in una sede qualunque ma all’Accademia svedese, in occasione del Nobel ricevuto nel 1996: «… i poeti sono i peggiori. Il loro lavoro è disperatamente poco fotogenico. Un individuo siede alla scrivania o giace su un divano e fissa immobile una parete o il soffitto. Di tanto in tanto, questa persona butta giù sette righe, per poi cancellarne una quindici minuti più tardi, poi passa un’altra ora, durante la quale non accade nulla… Chi avrebbe il coraggio di guardare uno spettacolo del genere?».[2]
Eppure, va detto, la quotidianità di un uomo è il cuore di ogni possibile documentario. Da lì occorre partire, necessariamente; dall’esperienza minuta, dallo spendersi delle ore, dai dettagli sempre preziosissimi che compongono il giorno.
A partire dalla vita ci si stringerà poi ai testi, è dovuto, come per verificarli nella realtà. Così, nella pagina di un poeta potremo trovarci ad esempio riflesso un territorio, ossia tutti quei luoghi amati, entrati nel respiro della sua poesia.
Non è solo e semplicemente un ritratto che va cercato, anzi; oltre l’intervista, oltre la biografia, ed evitando il genericamente poetico, il regista dovrà scoprire i nervi del poeta, per indovinarne il ritmo, il respiro, l’origine di una vocazione ineludibile.
Alla poesia – pare banale dirlo, ma non lo è – il poeta appende la propria vita. Ma la poesia prende senso solo da una condivisione di affetti e d’intenti, da una comunità. Fatta appunto di incontri, luoghi precisi e scelti, occupazioni e preoccupazioni. Potremmo dirla in questi termini: una comunità della poesia che risponde alla comunità del vivere. Perché qua sta la poesia, in mezzo ai giorni, proprio mentre intorno si intravedono dei pericoli: che le abitudini arrivino a comporre un deserto; che un generale sonnambulismo ci sovrasti. Nella condizione collettiva come in quella individuale, dalla vita pubblica alla vita privata.
Riportando tutto a casa, il poeta raccoglie lì la poesia. Nel suo studio, in particolare: il luogo dove scrive è il “pozzo di lavoro” dove quell’“uomo sempre in crisi” che è il poeta si ostina a disordinare il silenzio della pagina, cercando di trascrivere, “figurandola”, questa “crisi” che sempre abbiamo sentito e sempre sentiamo.
Illuminanti, a questo proposito, alcune parole del filosofo Antonio Banfi: «E il nostro non è un punto di vista che offre una soluzione della crisi: è il punto di vista della crisi, dove le energie creative devono trapassare dal negativo al positivo. Se trapassano, bene, se non trapassano, che resta a dire? È questo l’unico grande tentativo che può essere fatto».[3]
Occorre allora che il regista possa, e sappia – come dire – infilarsi nella vita del poeta, guadagnarsi via via la sua fiducia. E lo accompagni, lo affianchi, facendosi portatore invisibile di un occhio-camera in grado di catturare, rubare dettagli.
Così il regista vede, ascolta. Sa che dopo aver tanto rubato, tanto scavato, del poeta gli rimarrà essenzialmente l’uomo; sa che ogni risultato positivo sarà il prodotto dell’umanità che li mette in relazione. Il regista, il poeta: i loro sguardi prima distanti possono farsi vicini. Entrambi, d’altronde, nutrono immagini e dalle immagini sono nutriti. Questo avvicinamento (o incontro, o sovrapposizione) si gioca nello stile, nella visione, soprattutto attraverso il motore del film che è il montaggio, sapendo che più che di sapienza tecnica, infatti, lo stile ci dice della visione. Ecco il pozzo intorno a cui girare, il lavoro che li avvicina, li rende uguali, ugualmente prigionieri. Pagina e schermo possono quindi incontrarsi.

Cristiano Poletti

 

[1] V. Sereni, Pantomima terrestre, in Gli strumenti umani, Einaudi, Torino, 1965.

[2] W. Szymborska, La prima frase è sempre la più difficile, Terre di mezzo, Milano, 2012.

[3] A. Banfi, La crisi, Scheiwiller, Milano, 1967.