viaggio

#Festlet #5: Dettagli

Per il suo Prima persona, Richard Flanagan ha usato un episodio realmente accaduto nella sua vita: il suo esordio in narrativa con una biografia scritta in tre settimane di un individuo estremamente reticente a parlare di sé. A Richard Flanagan piace raccontare episodi della propria vita. Se vi capiterà di ascoltarlo, potrebbe raccontarvi questo:

“Una volta avevo un’intervista. Io parlavo, parlavo, ma l’uomo non mi guardava. Dopo un po’ vedo un tizio in fondo che fa: cinque… quattro… tre… e ho capito che non avevamo ancora incominciato. L’intervista è stata così: le domande in italiano, le risposte in inglese. Abbiamo parlato, parlato, non ci siamo mai guardati e non ci siamo mai capiti. Alla fine l’intervistatore mi ha abbracciato e ha detto: è stata l’intervista più bella della mia vita. Ho capito che a volte l’importante è saper tenere bene il palco.”

Anche quest’anno, Mantova ha tenuto il palco da leone. Nel momento in cui scrivo, è quasi impossibile per la mia bici Ariadne districarsi in una folla mai chiassosa. Il grande tendone della libreria è stipato, ci sono più persone che libri, il che dovrebbe essere il sogno di ogni libreria ben fornita, e questa lo è. I volontari fanno capannello a piazza Leon Battista Alberti, qualche curioso chiede ai volontari agli ingressi degli eventi se c’è ancora un biglietto per entrare. Mantova ha tenuto il palco da leone, e così il Festlet.
Ma a differenza di Flanagan e del suo intervistatore, noi e il Festlet ci siamo capiti. (altro…)

Simone Pieranni, Genova Macaia

Simone Pieranni, Genova Macaia, Laterza, 2017; € 14,00, ebook € 9,99

 

Genova per noi che (non) siamo nati a Genova. Genova per chi c’è vissuto, per chi no, per chi c’è stato di passaggio e per chi ne è scappato. Genova Macaia, come quello stato d’animo che prende le mosse dal vento di scirocco per diventare metafora di una condizione dell’essere e del sentire, melanconia, mancanza.

Il secondo libro di Simone Pieranni è un viaggio, anzi più viaggi tutti insieme anche se in direzioni e luoghi diversi, ma con un solo punto cardinale: Genova. Pagina dopo pagina si cerca inutilmente una risposta alla domanda se i luoghi formino le persone o se siano le persone con le loro storie a dar forma e sostanza a certi luoghi. Genova è così, almeno in queste pagine, un continuo riaffiorare di storie e ricordi, non tutti positivi: come il male alle ossa, un male simile alla storia, vicende terminate da secoli che continuano a fare capolino, sotto forma di dolore. Genova è così, ed assomiglia alla città che ognuno di noi si porta dentro, quella dove si è nati o dove si è vissuti, ognuno ha la sua Genova.

Il libro è l’occasione per ritornare sui passi di una famiglia, quella dell’autore, e delle persone che le sono ruotate attorno nel corso degli anni. È un racconto ibrido che mescola storia ufficiale a storie private, descrizioni ai ricordi, impressioni a eventi storici. Ogni riga è una pennellata alle mura ora del centro ora della periferia di Genova, un continuo girare per le strade e per i vicoli solo per poter ritornare in certe stanze e in certi vicoli del proprio vissuto, del proprio animo, della propria storia.

Lontano anni luce da Genova una volta chiesi ad un musicista siciliano, nato e cresciuto vicino al mare, perché avesse scritto un disco così triste venendo lui da un luogo così solare e ameno. Dalla sua risposta capii che proprio chi nasce vicino al mare è più esposto a quello stato d’animo che a Genova chiamano macaia. È stato un modo di capire questo libro prima ancora di leggerlo, perché anche per chi come me non è mai stato a Zena un libro del genere è importante, è come uno specchio. Non importa, credo, o almeno fondamentale conoscere Via Tolemaide o Piazza de Ferrari per immedesimarsi a pieno in queste pagine perché ognuno ha la sua sopraelevata o la sua Nervi.

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proSabato: Angelo Pellegrino, da ‘In Transiberiana’

proSabato: Angelo Pellegrino, «La Cina è un paese androgino»

La Cina è un paese androgino, una linea di demarcazione netta tra il maschile e il femminile è difficile per noi notarla. Poi, oggi, tutti in tuta o in divisa, è ancora più arduo. Su uno stesso marciapiede di Pechino ho visto donne che stendono lenzuoli ad asciugare; poco più discoste, altre che riparavano suole di scarpe; nel mezzo, fra i due raggruppamenti, c’era un manipolo di sarti con l’ago in mano. Bisognava avvicinarsi molto per comprenderne il sesso… All’uniformità ossessionante dell’abito si aggiunge che le donne hanno pochissimo seno, quasi invisibile: fortuna che le giovani aiutano con le loro bellissime trecce, nerolucide come le penne dei corvi.
A Shanghai una ragazza in terra in mezzo alla strada si dimenava tra i raggi della sua bicicletta. Era stata investita da poco da un altro ciclista, il qual − lei ancora a terra − si rimette in sella e comincia a volteggiare intorno all’investita, piano, come a studiarla. Poi si ferma, scende, le raddrizza il manubrio distorto e tutto finisce lì, mentre continuano a dirsi qualche parola entrambi con lo stesso tono e volume: quelli normali, comuni. Ma nelle voci, così come nelle azioni, in tutto il comportamento, nelle immagini corporee, gestuali, era difficile distinguere chi dei due fosse il maschio o la femmina.
Tornando alla vecchiaia in Cina, devo aggiungere che ho visto sorridere quelle vecchie in un modo che non ha niente dell’anziano, né del bambino, né dell’adolescente. È un modo che appartiene a un’età che non c’è, un’età nota forse solo in Cina e che noi saremmo portati a definire − a torto − senza età. Le gelataie − sempre vecchie donne − che incontravo per strada sedute o in piedi dietro a una specie di carrozzella-ghiacciaia, sorridevano sempre quando mi accostavo per comprare qualche ghiacciolo (nessun occidentale di solito lo fa − si dice − per motivi d’igiene). Rispondevo anch’io sorridendo come potevo, perché il sorriso è direttamente contagioso e perché erano molto comiche quelle vecchie senza tuta che sembravano per metà cuoche e per metà infermiere. (altro…)

Goliarda Sapienza e Milena Milani in Spagna: un reportage “critico”

Facoltà di Filologia di Salamanca

Mi scuserà chi legge se il contenuto di oggi risulterà molto personale e il titolo di questo post un po’ ingannevole; in effetti avrei potuto intitolare questo “reportage” Una ricerca appassionata, ma l’avremmo sentito tutti come troppo sentimentale e naif. Eppure mi pongo molte domande dopo la prima trasferta fuori Italia per ragioni legate al Dottorato; una di queste riguarda il perché non ho mai fatto l’Erasmus. Una domanda interna e non esterna, senza rimpianti e con la consapevolezza che ciò che non ho affrontato dieci anni fa sia stata una scelta consapevole, e che i propri desideri si possano esaudire anche molti anni dopo e in modo diverso, trovando una forma consona.

Ho conosciuto tante persone a Salamanca in questi giorni, studiosi di varie provenienze, sia italiani sia spagnoli, sia non: eravamo tutti riuniti per il Convegno Internazionale Las inéditas in una delle più antiche università del mondo per la Filologia, che ha accolto la proposta di un gruppo di ricerca molto attivo in Spagna, il cui comitato scientifico è formato da docenti, studiose e studiosi, ricercatrici e ricercatori che si muovono in Europa con grande agilità portando avanti un’indagine sopra la letteratura delle donne molto incline alla militanza ma non esclusivamente calata in essa: Escritoras y personages femininos en la literatura.

È utile dire sin da subito che le possibilità del Convegno proprio per la sua struttura, tra interventi che hanno toccato tutti i campi letterari (teatro, poesia, prosa, etc.), discussione, eventi di teatro e di altro genere, presentazioni di libri, denotano un’apertura non usuale al “fuori” dell’ambito accademico, cosa che in Italia non accade. È un’integrazione della realtà di cui ci si occupa (la poesia, il teatro, la canzone popolare in questo caso) all’interno della realtà di studio, una visione più consapevole e completa, un’ammissione di esistenza (!). Forse potrà sembrare ingenuo questo mio commento ma, per esperienza personale, lavorando da sempre come studiosa ora strutturata ma anche in ambito artistico trovo che l’Italia debba sempre più imparare a vedere fuori, ad accogliere il fuori nel dentro, ad avere una mobilità di pensiero che troppo spesso manca non solo nei contenuti ma soprattutto nella visione che sta a monte di questi contenuti.

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Una frase lunga un libro #91: Emmanuela Carbé, L’unico viaggio che ho fatto

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Una frase lunga un libro #91: Emmanuela Carbé, L’unico viaggio che ho fatto, minimum fax, 2017; € 14,00, ebook € 7,99

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Mi metto i palmi delle mani sulle stanghette degli occhiali, il treno parte e inizia una ripidissima e lenta salita. Urlano tutti. Nel dubbio, urlo anch’io.

Lo racconto come fosse un viaggio. Lo racconto come un dentro e un fuori. Lo racconto come da una porta d’entrata a un’altra porta d’entrata. Lo racconto come se sempre ci trovassimo di fronte a una doppia uscita. Lo racconto come su una giostra ma anche da dietro a una giostra. Lo racconto come da sotto la pioggia, come da dentro un auto, come una coda alla cassa, come una comunità, come una solitudine. Lo racconto come una ricerca e come una perdita, come una nostalgia, come una vacanza. Come fosse una vicinanza. Lo racconto per l’importanza delle parole. Lo racconto come la capacità di Carbé di passare dal sorriso alla commozione, lo racconto come fa lei: come se fosse una finestra aperta, come se ci entrasse il sole, come se scappasse rotolando fuori qualcosa che non tornerà. Lo racconto così, a passo svelto per non perdere il ritmo, per ritrovarne il tempo. Lo racconto come fossi su un treno, perché spesso è di questo che si tratta. Lo racconto come se stessi entrando a Gardaland con mia sorella, la prima volta stamattina.

Ho cominciato a leggere L’ultimo viaggio che ho fatto in treno, facendo la mia solita tratta che va da Venezia a Milano; facendo – se vogliamo – l’unico viaggio che tutti dovrebbero fare durante la lettura di questo libro, o almeno subito prima, o almeno un attimo dopo. Siccome ho fatto su e giù tra le pagine, davvero come se fosse un’attrazione di Gardaland ed ho molto sottolineato, mi sono ritrovato sul Ponte della Libertà, già sopra la Laguna, prima di finirlo. Ed è stato un bene, col senno di poi, avanzare una quarantina di pagine per il ritorno, per l’ennesimo mio lunedì mattina. Ho finito poco dopo Peschiera del Garda, perché è lì che questa storia andava finita e capita. Carbé ha scritto un saggio, un racconto, una riflessione sui tempi, sui costumi e ha scritto un romanzo; non-fiction, si potrebbe dire, ma sarebbe restrittivo, forse la parola giusta è proprio “viaggio”. Per quel che ne so, Carbé, scrivendo del non luogo per eccellenza che è Gardaland, raccontando dell’Autogrill di Roncobilaccio, e delle stazioni, e dei treni, e di tutto quanto il disorientamento che ci si porta addosso, ha aperto dei varchi dentro la mia memoria e mi ha fatto riflettere.

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A passo di fiume

baldanzi_maldifiumeQuando da queste parti piove tanto a lungo, il primo pensiero dei più anziani va soprattutto al fiume. La Sieve in realtà non fa più tanta paura, ma vederla gonfia infilarsi sotto il Ponte a Vicchio in direzione di Pontassieve dove cederà all’Arno il carico suo e degli affluenti, qualche pensiero poco leggero lo lascia sempre, e anche voi che restate ancora allibiti davanti alle foto di quella Firenze annegata, non lasciatevi confondere perché anche qui basta poco per rinnovare il ricordo di quel novembre del 66 quando anche e soprattutto la Sieve, contribuì a quell’inferno. Maldfiume, sicuramente il migliore dei libri di Simona Baldanzi, non esce a caso nell’autunno del 2016 perché dopo 50 anni è doveroso ricordare e farsi carico di un’ondata di dubbi, di paure, di incertezze che ancora devono necessariamente ripartire da un antico rapporto uomo-fiume che è stato anche territoriale, denominativo, progettuale.

Maldfiume è la narrazione di un cammino, esce per Ediciclo editore all’interno della collana “La biblioteca del viandante” diretta da quell’infaticabile camminatore che è Luigi Nacci. Un percorso che nasce sul Passo della Calla, Monte Falterona e a passo di fiume (in)segue il corso dell’Arno fino a Pisa, portandosi dietro tutti gli incontri, i dialoghi, gli scorci, i ricordi che sono legati al fiume.
Con questo libro Simona Baldanzi esce (finalmente?) dal Mugello e dopo averci narrato il declino economico e ambientale di queste terre (Figlia di una vestaglia blu, Fazi editore), superata la Via degli Dei (Il Mugello è una trapunta di terra, ed Laterza), superata la Sieve, arriva alle sorgenti dell’Arno per iniziare a raccontare un rapporto uomo-natura che non è più solo locale, ma diventa patrimonio culturale, ambientale, mnemonico, sociale di una comunità più ampia. (altro…)

Chiara Tripaldi, PostOstia

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Breve storia di Ostia oltre Pasolini

Testi di Chiara Tripaldi
Immagini di Futura Tittaferrante

 

“Non ero mai stato sul luogo dove hanno ammazzato Pasolini”. Così la voce narrante di Nanni Moretti racconta in Caro Diario, mentre imbocca la strada sterrata che porta all’Idroscalo. La vespa corre affianco l’erba incolta che precede il giardino, chiuso con un catenaccio, dove si trova il punto in cui l’assassino (gli assassini?) colpì il poeta a bastonate e calci, e infine ci passò sopra con le ruote di una macchina. Cinque minuti musicati da Keith Jarrett, una luce livida, il ritratto di Ostia condensato nell’immagine di un prato degradato dal peso di una delle morti illustri d’Italia.
2 novembre 1975: Ostia è il luogo dove hanno ucciso Pasolini, per sempre.
Di Ostia conosco Chiara, otto anni fa. Con lei scopro che Ostia è il X municipio del Comune di Roma, l’appendice marina della Capitale, ed è proprio l’amicizia con un’autoctona che mi ha condotto in questo viaggio. Per tracciare una storia di Ostia non posso che cominciare dal memoriale di Pasolini.
Una distesa di pannocchie di mais e una riserva della Lipu hanno preso il posto della baraccopoli con il campo da calcio al centro. In mezzo, c’è una stele di travertino spezzata, con in cima due uccelli in volo e un disco. Una cosa simbolica, “speramo che duri”, mi dice il custode mentre mi apre il cancello. Perché questo monumento è lì da dieci anni, mentre il primo, identico, creato da Mario Rosati nel 1980, è stato sfregiato così tante volte da dover essere sostituito. La matrice del danno era fascistoide, segno che la retorica su Pasolini lo tiene in vita più dei suoi scritti e dei suoi film. L’ultimo “attentato” al monumento pasoliniano risale alla fine dello scorso marzo, per mano di Militia, corredato dal solito striscione “frocio! pedofilo!”.

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Mentre fisso il monumento in un pomeriggio tiepido di novembre mi chiedo che posto sia Ostia davvero, oltre la memoria del delitto. Cosa fosse nato dopo, cosa fosse accaduto prima. Come possono coesistere le villette a schiera e i disco pub che servono caipirina a nove euro, un monumento scarsamente conosciuto e il teatro di uno dei misteri d’Italia.
Nel 1927 nasce per regio decreto “La via al Mare”, la prima autostrada gratuita e illuminata d’Italia: siamo in piena logica imperialista, e Roma, capitale dell’Impero d’Italia e d’Etiopia, deve avere il suo mare. Il mare per il popolo d’Italia, quella media borghesia su cui Mussolini costruì il consenso, fu pianificato dalla crème degli architetti urbanisti dell’epoca (Pier Luigi Nervi vi dice niente?), chiamati a partecipare con un concorso internazionale. Sulla fila che dà sulla costa, furono costruiti i “cento villini” in stile eclettico con richiami alla nautica e al mare, dove abitavano gerarchi e funzionari, mentre, sulla sponda interna, i lavoratori avevano diritto a un’abitazione con libero accesso al mare. Come da tradizione romana, il confine fra quartiere bene e quartiere male era una linea retta.

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Festlet! # prima di partire

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Possiamo chiamare questa fotografia un elogio alla serendipità.
La verità è che quella mattina mi ero semplicemente persa, mezza intontita di sonno e ancora priva della caffeina del risveglio. Ero in sella a Miss Marple (sulla magnifica bicicletta consegnatami all’arrivo dai ragazzi del Festlet e su altre storie, vedere qui), e avevo preso il sentiero sbagliato all’uscita dal campeggio dove ero ospite.
Mi aspettava una delle cinque giornate piene di offerte e opportunità che ogni anno il Festlet regala – giornate fatte di corse pazze su Miss Marple, di puntate nelle pasticcerie mantovane ed esami e controesami del programma cartaceo, ridotto ormai a un cumulo di fogli pieni di orecchiette nella speranza che le centinaia di eventi cui non vedevo l’ora di assistere potesse per miracolo diluirsi nell’arco di un mese.
Per il momento, ero sulla punta sbagliata di un sentiero dopo una notte ospite in una comodissima tenda con torce e materasso, e non avevo ancora fatto colazione.
Nel momento in cui scrivo, non sono ancora partita per la ventesima edizione del Festivaletteratura; Mantova, quest’anno, è capitale italiana della cultura, e il suo programma – che spero di condividere con voi con il massimo dettaglio di racconti – è più ghiotto che mai. Nel momento in cui leggete, il Festival sarà appena cominciato.
Quest’anno, una giornata sarà stata dedicata ai volontari, i giovani che da anni permettono che si crei la magia del Festival occupandosi di qualsiasi lavoro vi sia possibile immaginare, dalla costruzione dei palchi alla preparazione del cibo in mensa. Sfileranno e a loro sarà fatto un doverosissimo ringraziamento, cui mi unisco per la magnifica accoglienza che mi hanno sempre riservato.
Al momento in cui leggete, insomma, io sarò su una nuova Miss Marple, sperando di non perdermi – o che il perdermi mi porti sempre a qualche bellissimo panorama – e forse starò già ascoltando la Settima di Beethoven che quest’anno darà il via alle danze. Ve ne parlerò, appena possibile, sicuramente. Vi saluto intanto da qui, e vi auguro un ottimo Festlet.

© Giovanna Amato

I passi sparsi di Hilde March

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All’ombra delle tamerici
conficco un dente
estratto in anestesia, per ricordarmi
che anche questa è casa mia
e ritornare

Quando si ha a che fare con la letteratura di viaggio, ci si trova troppo spesso intrappolati in un’aura nostalgica che rischia di rendere la lettura come una giustificazione di un desiderio o  di un dovuto ritorno. Se quindi resta elevato il rischio di ritrovarsi davanti al Nostos come luogo della scrittura, sia essa mnemonica o semplicemente descrittiva, in questo caso la lezione di Caproni viene invece pienamente assorbita. Nei “taccuini del transitare” di Hilde March, l’equivoco viene immediatamente dissolto dal titolo, la cui doppia lettura porta il lettore a considerare quel “sparsi”, non solo come la presa d’atto di un cammino casuale, spontaneo, ma anche come la possibilità infinita di disseminazione, di spargimento di cammini, ma soprattutto, perché è importante ricordarlo, di transiti. Ogni meta “raccontata” non si racchiude nella sua descrizione ma inevitabilmente punta a sottenderne altre.

Quante chances abbiamo, mi chiedi,
da qui al prossimo bivio

Hilde March non si lascia quindi sedurre dalla necessità di ricordare i suoi “transiti” per paura di dimenticarli; la sua visione non è orizzontale, paesaggistica; non si presenta come foto ricordo o cartolina descrittiva; ma anzi, quasi raccogliendo la provocazione di Perec, i suoi testi si presentano come il retro della cartolina, lo spazio sporco d’inchiostro, quello della dedica o dell’invito alla condivisione, scritto di fretta sul tavolino di un bar, prima di spedire e ricominciare a camminare. Per fare ciò H.M. raccoglie e fa suoi senza alcuna remora o soggezione tutti i luoghi comuni legati all’idea di viaggio, ma ce li rilancia rimescolando o “spargendo” le carte, arricchendoli così di nuove possibilità di lettura.

partire è tornare alla radice
spiare dal bordo di una tazza
il colore dell’aria oltre i vetri

Sono tanti e diversi i “luoghi” descritti: città, spiagge, deserti, esposizioni, non luoghi, ex luoghi (con Hilde ho partecipato  al progetto descrittivo sulle antiche carceri di Firenze) ma anche visioni improvvise. La linea comune è sempre Il cammino, la visione attraverso un piano sequenza, un attraversamento consapevole e contaminabile che tende a caricare di significato il luogo come presenza nel tempo ma allo stesso tempo ne sviscera i vuoti, le assenze, i rimandi.

Faccio la stessa strada milioni di volte ogni giorno
ci vuole mestiere a cambiare versione
lasciare aperte  le righe tra l’andata e il ritorno

Il natale sbaraglia i frutti dell’anno
decoreremo le grandi domande di luce intermittenti
siederemo ciascuno al suo posto

convitati di gesso assuefatti alla portata
sotto il tavolo zampe di capra
nell’occhio un lampo laterale di metallo

—————————

 Si può camminare quasi in cerchio
in un campo, soppesare l’ombra
con un sole impreciso, fondere
il giallo e il bianco
contagiarsi con l’erba

fermarsi al ceppo di rughe di olivo
che si staccano inerti
percorsi fossili
dalla terra – calco di un passaggio di verde

Il ritorno è sempre necessario

Luca Buonaguidi: respiro d’assenza

indiaja

India
Complice il silenzio
(Italic Pequod, 2015)

Sono felice.
Potrei aggiungere altri dettagli
ma la felicità sta nel toglierli.

Punakha
03/05/2013

Lampi di gioia che non a caso si mischiano alla sparizione di una vanitosa e scontata costruzione verbale. Nessuna offesa all’andamento poetico, certo che no, ma neppure orpelli inutili in questa nuova raccolta di Luca Buonaguidi nella quale, tanto umilmente quanto decisamente, si dichiara finalmente assente, comunicando la bellezza dell’attimo apparentemente immobile.
Avvertendo questo e non solo, le sue poesie scivolano via lente mentre ogni verso colpisce a segno la stanchezza inevitabilmente accumulata intorno e dentro ognuno di noi.
Così l’altrove, termine che ricorre spesso e rincorre sempre, si fa altro dal come noi comunemente lo utilizziamo e diventa un altrove che scopriamo inesistente, solo termine ad indicarci quanto per noi essere non debba obbligatoriamente vantare un punto visivo, tattile, fisico.
Si è comunque, si è ancor meglio. Si è davvero quando la tensione del (ri) trovarsi perde l’importanza, l’impellenza e nel trasmettere  quanto e come davvero si possa realmente “essere” l’autore si fa maestro nel messaggio poetico di quanto non più conoscersi possa, debba, essere nuova vita, nuova realtà informe, inutilmente nominabile e finalmente ignota.
Questa la sconoscenza che potrà mostrarci la strada, indicata da una terra antica che sa tacere in un sorriso per poi davvero dire anche solo in uno sferragliare di treno fuori moda o solo ostaggio, come infatti Buonaguidi ci fa notare: “sotto una raffica/di insegne luminose”.
Nella sua introduzione l’autore si augura di raggiungere il lettore, mostra in ogni sua fotografia un’India appollaiata che ci aspetta da sempre e certo non saranno fuochi d’artificio a riceverci, ma un silenzio che noi anche grazie a questi versi, sapremo bere e mangiare. Potremo farne conoscenza e nutrimento e con loro riconfermarci inesistenti per tornare ad essere.

© clelia pierangela pieri

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Sono lontano, amico
e mi sono vicino.
Mi cerco
sui treni notturni
e nelle grandi stazioni
dove tu non giungi.
E neppure io.
[Quando mi credo
in qualche luogo
sono già un altro.]
Come posso dirti ancora?
Vedi, ora scrivo
ma quando mi leggo
mi sono straniero.
Pezzi di stoffa
tessono la veste
che un altro indossa.
La mia ricerca di nudità
muove altrove;
si è cercata,
non si è trovata.
Lascia un’ombra
dietro a sé.
Una vacca sacra
vi indugia stanca
e senza un perché,
questa mia energia
di cento soli
cerca l’ombra avanti a sé,
infine reclina
laddove più non è.

29/03/2013
Pushkar

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Janis Joyce – Seconda stella a destra

joyce

Janis Joyce – Seconda stella a destra ed. Ad est dell’equatore, 2015. € 12,00

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Caro lettore, ti ci porto dentro come fosse un viaggio. Hai mai viaggiato, lettore? Viaggiato, nel senso di andare lontano e poi vediamo, subito che mi scappano le rime lettore, ma tu non farci caso. Viaggiare nei luoghi lontani, non quelle robe zaino in spalla, o non quelle soltanto, viaggiare con l’idea di non tornare, cercando qualcosa, trovando tanto o niente. Tornare indietro, forse. Sei mai tornato, lettore? Com’è? Poi c’è il viaggiare nel tempo, non parlo di macchine, o cose tipo Ritorno al futuro, parlo semplicemente di leggere. Te li ricordi gli anni ottanta, lettore? Questa è la prima cosa di cui voglio parlarti mentre vado a dirti di questo libro. Ecco, da adesso fin quasi alla fine mi rimetto alla tua attenzione.

Seconda stella a destra non è un romanzo sugli anni ottanta, ma in quegli anni si svolge, e si porta dietro qualcosa del decennio precedente; e non è un romanzo su un viaggio, anche se al suo interno un viaggio ha luogo. Se dovessi trovare una definizione direi che è un romanzo sulla curiosità. La curiosità verso le persone, verso i cambiamenti, verso altri posti, certo. La curiosità verso sé stessi, perché il cammino che segue la seconda stella a destra, non è altro che una domanda, la solita, la stessa, meravigliosa domanda: Chi sono/ Chi sarò/ Cosa faccio?/Cosa cerco?

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Riletti per voi #2: Lady Bell, Piccolo manuale di giochi per viaggiatori

Riletti per voi è una rubrica con la quale intendiamo richiamare l’attenzione su testi letterari che, a distanza di anni dalla loro prima pubblicazione, conservano intatte bellezza e verità. La seconda puntata è dedicata a un manualetto “sui generis”, nato con intenti quasi bellici e diventato, per il lettore d’oggi, motivo di sorriso.

Sellerio 1990, traduzione e cura di Loredana Polezzi.

Sellerio 1990, traduzione e cura di Loredana Polezzi.

Che il viaggio non fosse più questione di nobile iniziazione e di Grand Tour, ma accessibile, se non necessario, ad ogni livello sociale e sotto qualsiasi motivazione, questa era cosa che non dava certo piacere all’aristocratica Florence Evelyn Eleanor Bell.
Autrice di commedie, romanzi, articoli, libri per ragazzi, sempre attenta ad analizzare ciò che considerava come il decadimento della morale comune (emancipazione femminile su tutto), Lady Bell decise di prendere la penna nel 1889 per equiparare la stereotipata conversazione salottiera a un gioco di scacchi (Come aprire e chiudere una conversazione), dimostrando la perdita di ogni raffinatezza di fronte alla scelta asettica di mosse obbligate.
Come sottolinea la curatrice di Piccolo manuale di giochi per viaggiatori (Sellerio 1990), Loredana Polezzi, la formula funzionò: sovrapporre gioco e comportamento umano, non come accostamento antropologico ma come se il degrado dei costumi visto dalla Bell facesse dell’uomo moderno una bambolina osservabile, priva di qualità, preda di comportamenti stereotipati.
Dopo Piccolo manuale di giochi per salotti londinesi, dunque, e Piccolo manuale di giochi per dimore di campagna, il nostro Piccolo manuale di giochi per viaggiatori offre un ritratto caricaturale di chi si sposta per vacanza o per lavoro. Il titolo è una trappola: non sono offerti passatempi per i viaggiatori, ma sono loro stessi, come pedine da osservare sulla scacchiera, il gioco di cui Lady Bell spiega le regole a un complice lettore, che si presume aristocratico come lei e come lei giudicante ciò che osserva. La satira è più che feroce; e parte del fascino del libro per il lettore di oggi, sottolinea ancora Loredana Polezzi, è nell’impossibilità di poter essere dalla parte dell’osservatore. Ciò che è osservato è troppo radicatamente simile a noi per poter essere preda di sarcasmo: i tic, gli imprevisti, la gestione dello stress sono descritti con una bravura deliziosa dalla quale il tempo ha eroso ogni giudizio.
Chi non ha mai giocato a “Vengo anch’Io”? (altro…)