POESIA CIVILE

Il commissario Magrelli

Il commissario Magrelli

 

Valerio Magrelli, Il commissario Magrelli, Einaudi, 2018; 15 €

«Tutto funziona, solo l’uomo no» è la secca affermazione che troviamo in apertura di libro, in esergo. Una frase intrigante di Hugo Ball, poeta e regista tedesco (1886-1927); intrigante perché dà giustamente adito a un dubbio interpretativo, secondo la sfumatura che si sceglie nella lettura: funziona l’uomo, ma non da solo, oppure proprio soltanto l’uomo non funziona.
E se partiamo dal bivio offerto da questo dubbio sottile, è nel gioco del commissario/poeta che il doppio si esprime maggiormente. Nella quarta di copertina Valerio Magrelli scrive: «Quando ho incontrato il commissario mio omonimo, confesso di essere rimasto sorpreso… mi ha stupito la caparbietà, l’ostinazione con cui l’ho visto viaggiare… la sua specialità sembra consistere nella difesa della vittima…». E subito il doppio prova a spiegarsi, nella prima poesia riportata anche in copertina, il poeta dichiara: «… mi faccio commissario/ della poesia/ e parto sulle tracce dei misfatti/ che restano impuniti a questo mondo». Lo fa con la sua riconoscibile, caratteristica intelligenza.
È sempre un ragionamento il suo. A volte è un “gioco” di parole (a pagina 15, a pagina 21 e a pagina 43 troviamo tre esempi particolarmente efficaci, brillanti), altre volte si tratta di qualcosa di più: Magrelli, da poeta, la rivoluzione la fa rivoluzionando la frase, mutandone i termini e quindi il senso tramite un rivolgimento del pensiero. Così certe frasi di uso comune diventano: «Qualcuno tocchi Caino» (a pagina 29) e «condannato a amore» anziché «condannato a morte» (a pagina 33).
Dentro una rassegna di orrori, questa «piccola ma nutrita enciclopedia del reato» – come lo stesso commissario indica – Magrelli sa scegliere: sceglie, veramente, di prendere le difese della vittima e offre indicazioni precise: «Donne, paesaggio e infanzia,/ tutto ciò che è indifeso, vulnerabile,/ deve restare intatto,/ tabù,/ SACRO». Colpisce questa parola scolpita, “urlata” e inamovibile: stupro, incendio doloso, pedofilia sono dunque ai suoi occhi i mali più sconcertanti, i peggiori reati, intollerabili. (altro…)

I poeti della domenica #307: Lucianna Argentino, Gestazione dell’addio

Gestazione dell’addio

a Valentina Cavalli

“Impossibile pronunciarla
quella parola; ma forse
si poteva farla risuonare”

(Marguerite Duras)

 

Trovarla nella caduta perpendicolare
del sangue la parola giusta
che mi raschi dalla pelle tutto il male,
che mi scavi le ossa e mi faccia cava
per galleggiare almeno in quest’aria
che non riesco più a respirare.
Trovarla negli otto minuti di travaglio
della luce ora che sto come il cielo
dismesso dalle rondini,
la verità dimenticata dall’ombra,
le lenzuola sui davanzali, al mattino,
prostrate in un rigurgito di buio.
Trovarla la parola giusta e difficile
ora che il mondo è tutto e solo visibile,
la parola che è segreto e mistero di te ed io,
quella che dice l’amore
quella che m’è rimasta dentro muta
perché non ho più un te
e nemmeno un io e sono metallo gelido
campana che suona
tamburo che rimbomba.

Non sanno che non è solo il corpo
che m’hanno profanato
ma tutta tutta intera la vita
che il corpo ricco di messi e bello lo sentivo
e adesso non è più mio e mi sta addosso
come guerra, come piazza di mercato
dopo un attentato.
Corpo estirpato, corpo incolto,
concesso alla mancanza
e se Dio esiste
in me non sento più il suo alito
e sono polvere
alla polvere già ritornata.

 

© Lucianna Argentino

da: Cuore di preda. Poesie contro la violenza alle donne, a cura di Loredana Magazzeni. Immagini di Fabiola Ledda, Edizioni CFR 2012, pp 33-34

Polesìa (51 poeti per la democrazia)

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Domenica 18 novembre ore 10,30 a “Il tempo del vino e delle rose”, Piazza Dante, Napoli, verrà presentato il 4° numero delle rivista «Trivio» (Oèdipus) ovvero Polesìa (antologia di 51 poeti italiani per la democrazia).
Interverranno: Bernardo de Luca (poeta e critico), Francesco G. Forte (editore), Antonio Pietropaoli (direttore della rivista «Trivio»), Ferdinando Tricarico (curatore del fascicolo), oltre ad alcuni dei poeti antologizzati.
Trivio, o trivium, in epoca medievale indicava le tre discipline liberali filosofico-letterarie e il loro insegnamento: grammatica (lingua latina), retorica (l’arte dell’oralità), dialettica (filosofia). Con la denominazione «Trivio» è stata fondata a Napoli una rivista semestrale che si occupa di poesia, prosa e critica edita dalla casa editrice salernitana Oèdipus di Francesco Forte e diretta da Antonio Pietropaoli. Il quarto numero della rivista, che ha come titolo Polesía, è curato dal poeta Ferdinando Tricarico e si presenta eccezionalmente come un volume monotematico sulla “democrazia”, volume che coinvolge un folto numero di poeti. La scelta nasce dalla considerazione del direttore scientifico Antonio Pietropaoli (si veda la sua breve Premessa al volume, a p. 5), secondo cui se una rivista culturale deve “da un lato godere della più ampia libertà di movimento” deve anche, “dall’altro, … lasciarsi incalzare dagli eventi della realtà esterna”: una realtà di grave disagio politico e civile, nella quale “non solo il sistema democratico mostra evidenti crepe, ma il concetto stesso di democrazia viene revocato in dubbio, è entrato in crisi … ultimo effetto perverso della globalizzazione, che ha inoculato in tanti, in troppi, la convinzione che la democrazia fosse solo quella degli integrati, degli inclusi, degli (ad) agiati, e si fosse dunque trasformata in odiosa oligarchia”.
L’intento di quest’ampia riflessione sulla democrazia, come forma di potere, ma soprattutto come forma di convivenza civile e culturale è spiegato dal curatore del numero, il poeta e critico Ferdinando Tricarico: “ Lanciare il sasso nello stagno del disincanto politico, pur essendo, nell’era della globalizzazione finanziaria, la crisi della democrazia ed il tentativo di rigenerarla, questione cruciale per il vivere civile, non è stato facile. Dubbi sul convocare i poeti in modo così esplicito a dire in versi ciò che è ostico inquadrare a sociologi, filosofi e politologi, dubbi sulle antologie tematiche come antidoto all’impossibilità di quelle per autori o per tendenza, dubbi sulla possibilità di selezionare testi molto differenti per modi e forme mantenendo una qualche coralità. Eppure, l’effetto straniante e qualche volta disturbante dei miei inviti, (qualche rifiuto per delusione da militanza, insospettati timori di adeguatezza, eccessi di aspettativa in senso positivo o negativo) mi hanno convinto, già in corso d’opera, sempre di più, della necessità di insistere nel simposio poetico. […] Sono tante, invece, le strutture formali adottate: l’apologo, la fiabetta, la ballata, il dialogo, la riscrittura, il monologo, il cut up, il sonetto, la canzone, la prosa poetica, il frammento, la sequenza seriale, la filastrocca, le tante possibilità della tradizione e delle avanguardie più recenti di manipolare la plastica e malleabile lingua letteraria italiana. Non mi dilungo su cose finemente commentate da Francesco Muzzioli e Giso Amendola in pre e post-fazione, ma si legge chiaramente che agli autori la crisi della rappresentanza appare definitiva, al meglio si indicano ipotesi di partecipazione diretta come uscita collettiva dalla crisi o ricerche di ambiti piccoli e privati dove esprimere bisogni di uguaglianza e giustizia. In ogni caso, per conflitto, disillusione, negazione fino al nichilismo, i poeti cercano l’inedito, comprendono il mutamento epocale, non abusano del passato quale ancoraggio ma navigano nel mare aperto oggidiano con le sue inquietanti oscurità. Infine, la lingua e la sintassi, davvero ci dicono della fine delle dicotomie novecentesche: canone e avanguardia, prosa e poesia, armonico e dissonante: senza doversi auto-etichettare, i versi si mostrano per quello che sono, non c’è ricerca spasmodica di spiegarsi, di dirsi altro, di chiudersi in casematte, non ce ne sono di bunker sicuri e i poeti democratici l’hanno capito”. (altro…)

Stefano Modeo, La terra del rimorso (rec. di C. Tosetti)

[…]
Il pensiero nasce sempre per contrapposizione
No!:
sovvertire il punto esclamativo:
noi.

(VII, p. 25)

 

Nella galassia della poesia italiana contemporanea, fra due libri si è ingenerata una forte risonanza, a dispetto delle notevoli differenze, sia nello stile, che nella provenienza (sociale e culturale) degli autori.
La terra del Rimorso, opera prima del tarantino Stefano Modeo (Italic, 2018), cioè l’oggetto di questo articolo, e L’adatto vocabolario di ogni specie del parmense Alessandro Silva (Pietre Vive, 2015), infatti, ammiccano l’un l’altro, incontrandosi sul funesto comune territorio dell’ILVA e di Taranto.
Il libro di Silva è un poemetto incentrato sul dramma di un operaio della rinomata e maledetta fabbrica, mentre quello di Modeo contiene una parte (la seconda) che tratta di Taranto e della fabbrica, allargando i suoi confini non solo spazialmente, ma concettualmente, nella prima sezione, pur mantenendo in entrambe il medesimo piglio doloroso, a tratti disperato, piglio che pare poggiare (in antitesi alla disperazione) sulla speranza della protesta e della lotta, fattori di riscatto sociale che vengono dedotti dalla lettura; ciò controbilancia lo stralcio introduttivo, tratto da La terra del Rimorso. Contributo a una storia religiosa del Sud di Ernesto De Martino (Il Saggiatore, Milano, 1961), opera fra le più celebri dell’antropologo, filosofo e studioso delle religioni napoletano, titolo riproposto da Modeo, la cui scelta è da considerarsi quale immediata, netta e potentissima contestualizzazione del libro a seguire.
Ci si domanda, allora, riferendoci agli studi di De Martino, quale sia – nel moderno sud di Taranto e nella nostra intera società – il rito che ripeschi l’evento primigenio dal bacino culturale metastorico, mirato a guarire il male (nel senso più ampio del termine) in quanto “male già risolto” nella cultura simbologica di riferimento. La mia domanda, naturalmente, non considera quale soluzione il tarantismo (il cui concetto, si badi bene, permea totalmente le atmosfere di Modeo, divenendone premessa), ma aspira all’individuazione d’un rito assemblato demiurgicamente oggi, guardando alla simbologia e alle idee del ventunesimo secolo, in quanto, come descritto da De Martino, rimorso va letto come ri-morso, morso nuovamente, senza possibilità di scelta, ed è palese agli occhi di tutti come l’attuale situazione tarantina sia segnata e intrappolata dal e nel ri-morso e assurga a tragico simbolo della condizione del sud; probabilmente la soluzione vagheggiata da Modeo supera il rito, indicando la via dell’attivismo e della protesta, ma soprattutto della consapevolezza, o meglio, continuando nei concetti di De Martino, nel ritrovare ed accudire, quale bene primo, la presenza, l’assopimento della quale è la reale causa del tarantismo, della fascinazione, e ciò assume importanza capitale anche per decrittare il messaggio del libro, messaggio talvolta incastrato fra tasselli linguistici che rimandano anche alle avanguardie artistiche del primo ‘900: dietro al linguaggio duro, a tratti scheletrito, all’impatto che in alcuni versi – per parentela artistica fra i lari del poeta – rimanda una lontana eco del potente e marinettiano Zang Tumb Tumb, si ricava quale unica speme proprio la presenza dell’uomo, che equivale, adagiandoci su di una simbologia più diretta, all’imperitura immagine del buio quale assenza di luce.
Vista l’opera di Modeo da questa prospettiva, la stessa assume anche impalpabili sfumature foscoliane, senza alludere allo stile – Modeo è da tutt’altra parte – ma al fatto che il giovane autore in analisi abbia vissuto simbolicamente il suo tragico Campoformio, un trattato moderno e reiterato che vede sempre all’opera inarrivabili e algidi giochi politici, e che stenda la sua pubblica accusa e rivolta esule a Ferrara, laddove vive e lavora.
La poesia di Stefano Modeo è marcatamente “grafica”, per tre diverse ragioni: anzitutto le immagini vengono restituite da versi essenziali, da un linguaggio diretto e affrancato da nuances tese a edulcorarne il messaggio. (altro…)

Soumaila Diawara, Sogni di un uomo

Soumaila Diawara, Sogni di un uomo. Raccolta di poesie. Prefazione di Roberta Parravano. Youcanprint, Tricase 2018

 

Il male, una componente naturale?

Dicono che il male
sia una componente naturale
che porti all’equilibrio del tutto.
Insieme al bene.
Sono come il sole e la luna.
Lo Ying e Yang, il cielo e la terra.
In poche parole, in noi tutti,
senza eccezione, il male esiste.
In quanto etichetta di vita
in un mondo accogliente,
ma ostile al contempo,
poiché attizzato da credi e da valori
insensati per l’era che viviamo.
Alimentato da questa società autodistruttiva.
Perciò, prendetene coscienza
ed esagerate nel bene.

Soumaila Diawara al Villaggio Cultura Pentatonic il 15 luglio 2018., in occasione di “Porti diVersi”, incontro organizzato da Libera, Roma IX

(altro…)

Luigia Rizzo Pagnin, Chi ti scolpì sapeva…

La partigiana (foto di Riccado De Cal)

Augusto Murer, Monumento alla partigiana, Venezia (foto di Riccardo De Cal)

Chi ti scolpì sapeva
la forma che può prendere
straziata
la materia di un bronzo.

Sapeva
come aggricciare nella figura
le pieghe e le piaghe
della tua resistenza.

Partigiana, portata poi
sulla riva dell’acqua
perché venisse la continua onda
a lambirti e
a rifarti viva.

Quale ragazza a Venezia sa
dove ora tu giaci?
Quale scuola le insegna
il tuo viatico?

Tu giaci eterna
nella città che fu
dei Sette Martiri

Eterna
e – forse – dimenticata.

© Luigia Rizzo Pagnin

Filippo Ravizza, La coscienza del tempo (prima parte)

Filippo Ravizza
La coscienza del tempo
La Vita Felice
2017

 

 

Torna la poesia di Filippo Ravizza, a tre anni da Nel secolo fragile. Torna con una nuova raccolta e un nuovo titolo parlante, La coscienza del tempo; sì, perché è un elemento fondante della sua poetica il contrassegnare le sue raccolte con titoli che ne riassumano i tratti essenziali, e farne, di fatto, libri che non siano solo raccolte di testi, costume abbastanza diffuso negli ultimi anni (Penna ebbe il buon senso di intitolare Poesie il libro d’esordio, esempio da seguire, a mio avviso, quando una raccolta non gravita attorno a un centro tematico ben definito). Il fare farraginoso degli ultimi decenni non tocca, né sfiora, Filippo Ravizza; con coerenza prosegue l’interrogazione e l’analisi di questi tempi sempre più poveri di riferimenti precisi e stabili, privi di poetiche definite, privi di ideali.
La sua generazione, quella di cui «forse resterà/ un tenue racconto brandelli/ di memoria impigliati nelle mine/ tra inchiostro e carta brandelli/ di scrittura ape spina pura/ di un vento che ci fu che sentimmo» (Questa mia generazione, p. 77); generazione che lottò per il riconoscimento di diritti e il rispetto, allo stesso tempo, dei doveri civili, ora si ritrova a fare i conti con una dispersione pressoché totale dei medesimi («generazione che ancora/ sta passando come un fiume/ che va che scorre […] verso un estuario che nessuno/ vede che inghiotte la terra il mondo/ e tutto ciò che lo precede il senso/ stesso delle cose la voglia stessa/ d’essere stati come pietra/ come pietra diventati», ibidem), sicché lo schianto con la realtà è inevitabile e solo l’aggrapparsi all’alto mandato della poesia sembra l’unico campo nel quale continuare a combattere ogni battaglia, senza illudersi nell’attesa di un miracolo («non pretendere il miracolo/ di esistere dalla poesia, non pretenderlo… adagiati, abbi/ pace, vivi questo momento/ che ti dona la sparuta serenità/ dei versi; possa accompagnarti/ ancora… nulla di più alto, forse,/ ci è dato»; Sotto la rada ombra, p. 20).
E queste battaglie, meno cruente che non in passato, esibiscono da subito l’arma della memoria, perché ricordare è necessario per sopravvivere. E allora ecco che la poesia si fa testimonianza della sopravvivenza di un io non disposto a scomparire nella massa informe del quotidiano, ossia di ciò che è, come la definisce Gianmarco Gaspari nella prefazione, «la sublimazione di un disagio catafratto nei simboli complementari del tempo e dello spazio» (p. 5). Perciò alcune figure emergono dal passato, come in un poema ctonio, per dialogare con lo sguardo rivolto in avanti, quasi con fare vaticinante (anche se vere e proprie profezie non se ne pronunciano).
È più un discorso sul tempo, inteso anche come Storia, quello affrontato ora da Ravizza, che in questo nuovo libro raccoglie le istanze del precedente, inevitabilmente verrebbe da dire, perché quando un dettato si fa anche carico di istanze civili, queste proseguono se la vena è feconda in chi sa dominarla senza inficiarla di bieca retorica. Ma non è il caso di La coscienza del tempo, ché è invece un libro robusto e contrassegnato da componimenti che sembrano, nel leggerli, nati nel poeta di getto, tanto sono scorrevoli e agili nel verso; un verso sempre limpido quanto fedele alla tradizione di quel secondo Novecento di cui Ravizza si è cibato e col quale mantiene un dialogo costante, e a maggior ragione ora, nel tentativo di recuperare quei riferimenti necessari per non annaspare nel buio, o arrancare nel traffico compulsivo della quotidianità. (altro…)

Giuseppe Musmarra, poesie da Contra Superbos

Giuseppe Musmarra, poesie da Contra Superbos, Editrice Zona

TRANNE IL LAMENTO

Amo chi ha consumato i marciapiedi
e dalla vita non ha avuto regali
Amo chi non parla di diritti
senza conoscere doveri
e nel frattempo fa mille mestieri
C’è un’epoca dello scontento e un’epica del fallimento
Ma tutto sopporto, tranne il lamento.

 

IL PRIMARIO

Mia madre doveva morire
Ho provato a parlare al primario
Ma lui raramente si concede
di solito incede
solcando sacro i corridoi del reparto.

Mia madre doveva morire
Era una strana piccola vicenda la nostra
come cercare la pietà tra le infermiere
rubando qualche sguardo
al drammatico problema del cambio turno.

Mia madre è poi naturalmente morta
Nella stanza tutto funziona a dovere
Non avrei – davvero – rimproveri da fare.

 

PADRE MIO

Padre mio che già sei nei cieli
e ci sei da qualche tempo almeno
dicono occorra santificare il tuo nome
anche se per la verità io a santificare non sono bravo

Io che il tuo regno lo rispetto
ma non l’ho mai conosciuto
e nemmeno in gran parte tua volontà conosco
e anzi del cielo capisco poco e forse anche della terra
posso dirti che pane quotidiano ne ho avuto
anche se forse ne volevo di più
e i miei debiti li ho sempre ripagati
macompensandoli talvolta con i crediti

Forse mi libera dal male
proprio questa tua preghiera
splendida e breve
come l’amore che mi hai dato

 

CI VORREBBE UNA GUERRA

Ci vorrebbe una guerra
per riprenderci la generosità perduta
il sorriso spontaneo del vicino
la schietta stretta di mano
del contadino

Con una giumella di lenticchie e di belle parole
partiremo così sorridenti per il fronte
in guerra con la rabbia che ci ha diviso
l’invidia che ci ha contaminato
l’abisso d’odio piccolo
che ha devastato il nostro mondo

È una guerra santa davvero
contro il cinismo del possesso
il rifiuto dell’elemosina
l’ingratitudine dell’amico
il sorriso viscido e perfetto del burocrate

Libereremo così nuovi canti d’amore

 

CANTO IDEALE DI DONNA DOPO UN ADDIO

Tu uomo non mi vuoi più bene
ma non che sia una cosa così grave

Cose assai più gravi al mondo abbiamo.
La cicala per esempio vittima della formica
quando la cicala – si sa – è la parte bella della storia
L’uva non raggiunta dalla volpe
ed è sempre volpe – giammai uva – la parte bella della
storia
Caino che uccideva un giorno Abele
e come vibra la rabbia di Caino
quanto m’è noioso invece Abele

Tu uomo non mi vuoi più bene
ma tranquillo, ripeto, non è così grave

Cose assai più gravi al mondo abbiamo.
Un maremoto per esempio, con tre differenti tipi di
tsunami
e annessa eruzione di tutti i conosciuti vulcani
o una guerra nucleare con sei miliardi di morti
Soprattutto non capire più ragioni e torti
(e questa è la parte brutta della storia)

.

Sponda tra Fortini e Raboni (buon 25 aprile)

resistenza – fonte umbrialeft

Quando

Quando dalla vergogna e dall’orgoglio
::Avremo lavate queste nostre parole.

Quando ci fiorirà nella luce del sole
::Quel passo che in sonno si sogna

(Fortini)

 

Ricordo troppe cose dell’Italia.
Ricordo Pasolini
quando parlava di quant’era bella
ai tempi del fascismo.
Cercavo di capirlo, e qualche volta
(impazzava, ricordo,
il devastante ballo del miracolo)
mi è sembrato persino di riuscirci.
In fondo, io che ero più giovane
d’una decina d’anni,
avrei provato qualcosa di simile
tornando dopo anni
sui devastati luoghi del delitto
per la Spagna del ’51, forse
per la Russia di Breznev…
Ma ricordo anche lo sgomento,
l’amarezza, il disgusto
nella voce di Paolo Volponi
appena si seppero i risultati
delle elezioni del ’94.
Era molto malato,
sapeva di averne ancora per poco
e di lì a poco, infatti, se n’è andato.
Di Paolo sono stato molto amico,
di Pasolini molto meno,
ma il punto non è questo. Il punto
è che è tanto più facile
immaginare d’essere felici
all’ombra d’un potere ripugnante
che pensare di doverci morire.

(Raboni)

 

Italia 1942

Ora m’accorgo d’amarti
Italia, di salutarti
Necessaria prigione.

Non per le vie dolenti, per le città
Rigate come visi umani
Non per la cenere di passione
Delle chiese, non per la voce
Dei tuoi libri lontani

Ma per queste parole
Tessute di plebi, che battono
A martello nella mente,
Per questa pena presente
Che in te m’avvolge straniero.

Per questa mia lingua che dico
A gravi uomini ardenti avvenire
Liberi in fermo dolore compagni.
Ora non basta nemmeno morire
Per quel tuo vano nome antico.

(Fortini)

 

19**

Certo, è il momento di parlare
come c’è stato quello di tacere
con tutti (perfino con gli amici), attenti
a non fare mai la stessa strada,
e non lasciare in giro taccuini
stracciati, indirizzi di streghe. E il tempo aiuta,
eh? non è vero? (Anche troppo.) Ma se uno
è appena astuto, sa che non bisogna
lasciarsi andare. E così niente abbracci
al baritono negro, allo scienziato
ebreo per parte di madre, niente fiori
sulle fosse o rimproveri sgarbati
agli aguzzini. Quando più te l’aspetti
torna a tirare un’aria di cappucci.

(Raboni)

 

Canto degli ultimi partigiani

Sulla spalletta del ponte
Le teste degli impiccati
Nell’acqua della fonte
La bava degli impiccati

Sul lastrico del mercato
Le unghie dei fucilati
Sull’erba secca del prato
I denti dei fucilati.

Mordere l’aria mordere i sassi
La nostra carne non è più d’uomini
Mordere l’aria mordere i sassi
Il nostro cuore non è più d’uomini.

Ma noi s’è letta negli occhi dei morti
E sulla terra faremo libertà
Ma l’hanno stretta i pugni dei morti
La giustizia che si farà.

(Fortini)

 

L’hanno picchiato a sangue, non a morte
il figlio mezzo scimunito
della fiorista del paese
che girava fischiando «Giovinezza»
due, al massimo tre giorni
prima del 25 aprile.
Era fascista? Certo – come quelli
che l’hanno preso a pugni
erano uno di Masnago, gli altri
di Induno: per esserci nati.
Mai più saremmo stati, lì da noi,
così atrocemente innocenti.

(Raboni)

 

Complicità

Per ognuno di noi che dimentica
c’è un operaio della Ruhr che cancella
lentamente se stesso e le cifre
che gli incisero sul braccio
i suoi signori e nostri.

Per ognuno di noi che rinuncia
un minatore delle Asturie dovrà cedere
a una sete di viola e d’argento
e una donna d’Algeri sognerà
d’essere vile e felice.

Per ognuno di noi che acconsente
vive un ragazzo triste che ancora non sa
quanto odierà di esistere.

(Fortini)

 

Le luci di Milano – poca cosa,
lo so, in quel primissimo dopoguerra
con più macerie che case, più scheletri
che armadi per nasconderli,
ma sfolgoranti e come ai fievoli occhi
del ragazzo fatto si campagna
in tre anni d’esilio, quando il viale
che portava al cancello
scompariva crudelmente ogni sera
nell’osceno incantesimo del buio
e ai tanti pollicini della terra
il fiato bastava sì e no a sperare
che alla fine dell’infausta trasferta
nel labirinto dell’anestesia
le cose sarebbero state ancora
lì ad aspettarli- Ah niente più paura,
adesso! la città restava sveglia
per tutti, la città non scompariva
mai! proprio come avevo immaginato
di Parigi, di Londra, di New York
sugli amati romanzi… Cominciava
così, prendendo (quasi alla lettera)
lucciole per lanterne,
da capo o per sempre la vita.

(Raboni)

 

Franco Fortini, Tutte le poesie, Mondadori 2014
Giovanni Raboni, Tutte le poesie, Einaudi 2014

‘L’adatto vocabolario di ogni specie’ di Alessandro Silva

copertina-silva

Alessandro Silva, L’adatto vocabolario di ogni specie, Pietre Vive, 2016, € 10,00

Fra le innumerate definizioni circolanti della poesia, in me ha ben radicato quella formulata da un caro amico, del quale proteggo l’anonimato: egli sostiene che il poeta “vero” ci debba indicare un punto, un punto che può essere già familiare al nostro sguardo, eppure – inforcando le lenti del componimento poetico – in quel punto la poesia deve rivelarci qualcosa di nuovo. Non me ne vorrà l’anonimo autore, se mi concedo la libertà impertinente di ampliare l’immagine, con la scontata precisazione che la poesia può anche mostrare in modo nuovo oggetti conosciuti.
È questa la reazione che ha suscitato in me il libro di Alessandro Silva, L’adatto vocabolario di ogni specie, edito da Pietre Vive Editore nel 2016, vincitore del concorso di scrittura sociale Luce a Sud Est.
La raccolta, per l’appunto, ci narra in modo nuovo del dramma dell’ILVA e di Taranto, dello stupro interminabile subito dalle genti e dal territorio, attraverso le vicende di un operaio e della sua famiglia, che assurgono a simbolo della tragedia ormai allignata in questa zona del sud Italia, che ad onta dei quasi quotidiani proclami, risulta abbandonata a sé stessa e da sé stessa.
Non passa inosservato il fatto che Silva provenga da Parma, una delle province del Nord, alcune delle quali immerse in un’aura dotta e altèra, unicamente per irradiazione dalle vestigia del passato. Benché, com’è ovvio che sia, fermentino movimenti e idee progressiste e compassionevoli, ivi si respira l’ipostasi della ferrea regola, per la quale l’intensità di una sciagura è inversamente proporzionale alla distanza dall’osservatore (in virtù della mia purissima schiatta lombarda, mi assumo totalmente la responsabilità dell’affermazione).
L’autore, si legge, possiede anche una sensibilità tecnica: ha conseguito un Dottorato in Biologia e Patologia Molecolare, viene dal mondo della ricerca; certo ha strumenti per comprendere appieno il disastro che si abbatte costantemente, da decenni, su quella città. (altro…)

Istanze di realismo in Francesca Del Moro: “Gli obbedienti”

gli_obbedienti_cover_fr1“metti uno sfondo del posto dove vorresti
[stare…”

Leggendo Gli obbedienti, ultima raccolta di Francesca Del Moro, mi sono tornati in mente Giovanni Giudici ed Elio Pagliarani: mi è tornato in mente il loro avere messo in poesia quegli anni in cui del boom economico già si vedevano gli effetti negativi, e non più solo l’esaltazione di una propaganda eccessivamente euforica. Ho ritrovato in queste nuove poesie di Francesca Del Moro la medesima vis polemica, di chi, apparte­nendo alla generazione più colpita da una crisi che è uno stallo, riesce comunque a indicare non solo tutte le storture, ma sa anche scorgere la via d’uscita; una via che fuor di ogni retorica incita, e non solo invita, al recupero di quel pacchetto minimo di valori capaci di restituire all’uomo il grado di umanità perso e disperso negli ultimi decenni. Tutto ciò rende la voce della poeta inevitabilmente civile, rivendi­cando allo stesso tempo il ruolo centrale del mandato poetico.
I piccoli grandi tic di una società che si è ridotta a comunicare per tocchi su una tavoletta luminosa, vengono presi, perciò, di mira; fra tutti il rito dell’aperitivo che non ha nemmeno più l’aura mitologica (in negativo) di quel “da bere” su cui s’è formata buona parte dell’attuale classe borghese, arricchitasi proprio negli anni in cui a colpi secchi si demoliva quel poco di solido che le lotte per la rivendicazione della dignità individuale erano riuscite a conquistare. L’aperitivo, diventato pure apericena (e da qualche parte pure aperimessa con un senso del grottesco che supera di gran lunga ogni immagina­zione), è a tutti gli effetti il più riconoscibile dei nuovi riti di una «generazione con la testa vuota»; rito – si badi – al quale non si sottrae nemmeno chi si erge a detrattore, e che rapido «tuffa/ gli occhi nel tele­fono e […] scrive/ anche su facebook», spostando così la possibilità di tentare un qualche dialogo con quegli involucri vuoti, là dove il dialogo si esprime per focomelici “like”; laddove l’io sparisce perché incapace di pronunciarsi per ciò che è. L’aperitivo è la morte prima della morte: la ‘livella’ che rende tutti uguali a tutti nella monotonia ciarliera del parlar vuoto. (altro…)

I poeti della domenica #67: Luigi di Ruscio, Sono senza lavoro da anni

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SONO SENZA LAVORO DA ANNI

Non possiamo abituarci a morire, Schwarz Editore, Milano 1953. Copia di Luigi Di Ruscio.Sono senza lavoro da anni
e mi diverto a leggere tutti i manifesti
forse sono l’unico che li ragiona tutti
per perdere il tempo che non mi costa nulla
e perché sono nato non sta scritto in nessuna stella
neppure dio lo ricorda.
Gioco la Sisal e ragiono sulla famosa catena
ma oramai ben poco mi lascia sperare ai miracoli
sarebbe meglio berli
i soldi che gioco per sperare un poco.
Tutti i giorni vado all’ufficio del lavoro
e oggi vi erano due donne a riportare il libretto
ma l’hanno consolate
gli hanno detto che per loro è più facile
potranno sempre trovare un posto da serve.
Poi sono rimasto sino alla sera ai giardini pubblici
una coppia si baciava
anch’io su quel sedile ho avuto una donna
ora ho lo sguardo di una che vorresti
che scivola dai capelli alle scarpe
per scoprirti che sei uno straccione.
Lavoravo poi tornavo a casa sulla bicicletta pieno d’entusiasmo
dormivo d’un sonno profondo
e alle feste con la donna
che ho lasciato per non farla sempre aspettare
ora l’insonnia sino all’alba
poi un lieve sonno d’incubi.
Avevo pensato di farla finita
se resisto è per la speranza che cambierà
ma ormai ho qualche filo bianco
senza avere una sposa e un figlio
solo questo vorrei
questo sogno da pazzi.

© Luigi di Ruscio, Non Possiamo abituarci a morire, Milano, Schwartz Editore, 1953

La foto: Luigi di Ruscio con il figlio a Oslo negli anni 60 (immagine presa dalla copertina di La Neve nera di Oslo di Luigi di Ruscio, ed. Ediesse, 2010).