martino baldi

Riletti per voi #16: Paolo Albani, Dizionario degli istituti anomali del mondo

Riletti per voi #16: Paolo Albani, Dizionario degli istituti anomali del mondo, Quodlibet, 2009; € 14,50

di Martino Baldi

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Per mettere a fuoco la figura di Paolo Albani bisognerebbe parlare per giorni. Già poeta visivo e sonoro, artista, performer, umorista, membro dell’OpLePo (Opificio di Letteratura Potenziale), direttore di «Tèchne» rivista di bizzarrie letterarie e non, Console Magnifico dell’Istituto Patafisico Vitellianense, docente di Linguistica fantastica presso la Facoltà di Scienze inutili di Barcellona, e mille altri titoli e cariche a cavallo tra realtà e irrealtà, Albani è soprattutto da anni il più grande coltivatore di follie letterarie e uno degli autori italiani più giocosi, surreali e imprevedibili.

Sono molte le sue opere stravaganti. Un ruolo centrale nella sua produzione lo hanno i preziosissimi dizionari Zanichelli: “Forse Queneau: enciclopedia delle scienze anomale”, “Mirabiblia: catalogo ragionato dei libri introvabili” e “Aga magéra difúra: dizionario delle lingue immaginarie”. In tutti questi casi si danza in maniera ilare sul sottile confine tra realtà e immaginazione, tra verosimile e inverosimile. Gli ingredienti sono l’amore per i libri e per le parole, una instancabile e divertita curiosità, nonché la tendenza naturale molto toscana allo sberleffo e all’ironia. Sulla stessa linea si possono collocare “Il sosia laterale”, in cui Albani raccoglie ventuno recensioni a libri mai scritti da lui inventati e collocati in contesti assolutamente credibili, e “I mattoidi italiani”, repertorio senza precedenti di personaggi “esistiti o esistenti fautori di teorie singolari, a volte deliranti, elaborate in vari campi del sapere: linguisti e ideatori di lingue universali, astronomi e fisici, trasmettitori del pensiero, architetti, quadratori del cerchio, poeti, inventori, profeti, visionari, politici eccetera”.

C’è in tutti questi libri non solo una grande passione per lo studio ma anche una tensione alla immaginazione e alla edificazione di una sorta di società forse non sovvertita ma sicuramente alternativa, una società di matti che inseguono sogni e allucinazioni, imprese stravaganti, geniali ma inutili, quasi a voler sottolineare che il mondo è una inesauribile sorgente di indefessi donchisciotte. Ma c’è qualcosa di più. C’è che tra le righe Albani ci dice che donchisciotte siamo veramente tutti noi che ci almanacchiamo ogni giorno per trovare il bandolo di una matassa senza senso, in un mondo che a vederlo bene sembra una di quelle illusorie e insensate macchine di M.C. Escher e che se qualcosa ci può salvare, o almeno rendere sopportabile il nostro transito terrestre, quel qualcosa è proprio una sommessa risata di complicità rivolta da ognuno a se stesso e, subito dopo, agli altri.

In questa direzione sembra guidarci anche il “Dizionario degli istituti anomali del mondo”. Sono oltre 250 pagine in cui vengono elencate e commentate circa centocinquanta tra accademie, agenzie, associazioni, club, collegi, fondazioni, partiti, scuole, società, università e quant’altro concorre a delineare il profilo di aggregazioni umane insensate e “stupide oltre ogni dire, che però insegnano qualcosa sulla specie umana, e la sua indefessa agitazione mentale”. Anche in questo caso realtà, letteratura, fantasia e sarcasmo vanno a nozze e istituti e teorie secolari si mescolano con fantomatiche società create da amici personali di Albani.

L’Associazione Scrittori, Attori, Artisti e Musicisti irlandesi (ASSAAMI), fra i tanti servizi per i suoi soci, offre quello di sgualcire i libri per far credere che qualcuno li abbia letti, affidando il compito a sgualcitori esperti e principianti (tra cui lo scimpanzé Charlie), e quello di mettere a disposizione un ventriloquo per far fare bella figura in società a coloro che non hanno mai letto un libro ma vogliono passare per colti.
Nel Collegio Americano della Salute (COAS) si insegna il “vitapatismo”, metodo di cure ideato nel corso dell’Ottocento da John Bunyan Campbell, secondo cui sembra che il principale agente che fa restare in vita sia la Vita. Si sostiene inoltre che la causa della malattia non sia altro che l’inclinazione di alcune persone ad ammalarsi da un momento all’altro. L’unica cura utilizzata, valida universalmente per ogni tipo di disturbo, ma anche per chi non ne ha, è l’applicazione di piastre di rame al collo e ai piedi dei pazienti per estrarre il veleno dai loro corpi.
La Società per la Difesa del Pedone (SODP) conduce attività per sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema dei pedoni, con appelli al senso civico degli automobilisti e alle autorità, promozione di stili di vita sostenibili, ecc. Nel frattempo, in segreto, prepara i quadri di futuri commandos per dare il via alla distruzione delle automobili e allo sterminio degli automobilisti. Per esempio, “di notte squadre di pittori, appartenenti alla Sezione Artistica della SODP, agiranno sulle strade di maggior traffico, alle curve, cancellando la linea bianca di mezzeria e dipingendo al suo posto una linea bianca dritta che induca l’automobilista verso il precipizio o, in mancanza di precipizio, fuori strada”.

Leggendo il libro, o anche solo sfogliandolo guidati dalla curiosità, è difficile, se non impossibile, resistere all’umorismo di queste sgangherate invenzioni del genio umano, parodia di tutte quelle che vorrebbero essere sensate e che, in fondo in fondo, non ci riescono mai.

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© Martino Baldi

Gabriel Del Sarto, Il grande innocente

Gabriel Del Sarto, Il grande innocente, Nino Aragno 2017; € 12,00

di Martino Baldi

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Interroga il passato, esplora il presente e getta lo sguardo verso il futuro il terzo libro del poeta toscano Gabriel Del Sarto, che in “Il grande innocente” dimostra di aver tenuto viva negli anni che lo separano dai precedenti “I viali” (2003) e “Sul vuoto” (2011) una voce tra le più notevoli dei nostri anni.
Tre sono i perni di questo libro, articolato in sette movimenti poematici e un proemio: la sezione “Gli uffici”, incentrata sulle contraddizioni del presente, composizione per quadri di un racconto in versi ambientato nel mondo dell’imprenditoria contemporanea; la sezione “Il grande innocente”, in cui il poeta racconta e scandaglia una tragedia nel cuore del passato della propria famiglia: la morte del nonno paterno Lino, partigiano, vittima di un agguato tedesco sulle Alpi Apuane; la sezione “I cardini”, in cui la tensione poetica è proiettata nel futuro sulle ali dei versi dedicati alla piccola figlia.
Le tre dimensioni temporali non possono che illuminarsi reciprocamente, in una interrogazione complessiva della propria vicenda biografica e del rapporto della vita di ognuno con la ciò che la contiene; una interrogazione leopardiana in cui alla Natura è progressivamente sostituita la Storia e che incarna il senso di tutta la poesia di Del Sarto sin dalle sue origini.

Da questo terzo libro emerge un sentimento complessivo della Storia come di una forza che acceca gli uomini, spadroneggia tra loro fino a ridurli a “partecipanti di un sistema chiuso, evocati /quasi per creare lo sfondo”. Eterodiretti anche in quella che appare la parte più nobile del loro agire, fino anche al gesto estremo di un sacrificio altruistico, oppure al contrario in una deriva di perdita di senso come quella della contemporaneità mediatica, pare proprio che gli uomini nulla abbiano da opporre alla forza della Storia, se non al massimo un tentativo di sottrarsi, di rifugiarsi nel cerchio magico del senso quotidiano, piccolo, minuto, nella vita degli affetti costruiti giorno dopo giorno. Il compito diviene allora proteggere la propria biografia.

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Martino Baldi: IL CASO “WITOLD WYCISK”

Illustrazione originale di Fubi per Poetarum Silva

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[quarto e ultimo di quattro racconti (Qui il primo) (Qui il secondo) (Qui il terzo) di Martino Baldi tratti dal libro inedito Storia del Calcio per fatti memorabili (ma dimenticati), illustrati per noi da Fubi. Per me è una gioia vera condividere con voi la bravura di questi due amici, la loro inventiva, il loro genio. C’è sempre un modo nuovo per raccontare il calcio, questo è uno di quelli che preferisco – Gianni Montieri]

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Forse qualcuno fra i lettori più anziani ricorderà, seppure a stento o con vaghezza, quello che a suo tempo fu un caso eclatante. Dubito invece che i più giovani ne abbiano sentito parlare, se non da un arrugginito nonno in vena di sconclusionate memorie. Nel qual caso, di sicuro non gli avranno creduto. Non posso certo negare che l’episodio sia tra i più singolari che io rammenti; ma se, come spero, mi avete finora ritenuto degno della vostra fiducia, le mie parole vi siano ancora una volta di garanzia. Witold Wycisk fu il primo allenatore polacco a trovare impiego in Italia. Dove Basilio Scapinelli lo avesse pescato rimane uno dei tanti piccoli misteri che hanno contribuito a generare intorno all’allora patròn del Torino l’aura mitica di “mago del mercato”. Arrivò in Italia tra lo scetticismo generale, soltanto la sera precedente all’inizio della preparazione in altura, direttamente nella sede del ritiro granata, a Dobbiaco. Alto e filiforme; un cranio senza incavità e scintillante di perfetta calvizie; sotto folte ciglia, due occhi spiritati spesso nascosti da scurissimi occhiali da sole; perennemente in bilico tra le sottilissime labbra, un mozzicone di sigaro mai acceso. Se non fosse stato per l’abbigliamento trascurato, lo si sarebbe detto proveniente da un altro pianeta o dal futuro. Anche per le disusate concezioni, che esprimeva per brevi motti, con quella nota concinnitas che l’italiano acquista sulla bocca degli europei dell’Est, quasi vi ritrovi il rigore e la saggezza del passato. Così a chi lo accusava di irresponsabilità per aver accettato di allenare atleti che non conosceva contro avversari altrettanto sconosciuti, rispose una volta per tutte: «Se tu capisci aritmetica, numeri non sono ostacolo». E al giornalista che cercava di addentrarsi in un’improbabile conversazione tecnico-tattica: «Nostra unica strategia è giocare esatti». Ben oltre gli aspetti quasi folcloristici del personaggio, Witold Wycisk si dimostrò subito un preparatore piuttosto anomalo.

Già dopo pochi giorni del ritiro pre-stagionale, mezza Italia guardava stupita (e sghignazzante) alle sue innovazioni. Costrinse la società ad assumere un ipnotista di sua fiducia; sottoponeva quotidianamente gli atleti a lunghe lezioni di matematica e logica di prima mattina, oltreché a estenuanti tornei serali di scacchi, durante i quali passeggiava tra i tavoli, sussurrando ai giocatori «errore più grande è non approfittare di errore di avversario», «ogni volta che avversario muove, avversario fa errore» e sentenze affini. Dopo i primi incontri amichevoli molti avevano già smesso di sghignazzare. Il Torino sembrava non avere avversari all’altezza. «Calcio d’Agosto…» borbottavano altezzosamente alla radio i giornalisti milanesi e romani. Ma in Settembre cominciò il campionato e le cose non cambiarono: il Torino dominava. La sua difesa era impenetrabile, il contropiede fulmineo. Le prime tre partite furono altrettante vittorie, senza che il portiere Coppola fosse mai impegnato.

Dopo nove domeniche di gioco, nove erano le vittorie. Al termine del girone d’andata la squadra di Scapinelli aveva conosciuto solo successi e la porta granata era ancora inviolata. I punti di vantaggio sulla seconda in classifica erano già dodici. Non diversamente le cose andavano in Coppa Italia e in Coppa dei Campioni. Witold Wycisk era il più frequentato degli argomenti nei rotocalchi e ormai anche nelle terze pagine dei quotidiani. Pur cercando di apparire in pubblico il meno possibile e nonostante evitasse ormai sistematicamente le interviste, il suo nome e il suo volto erano ovunque. Si interpretavano i suoi gesti, gli sguardi, i silenzi. Alla sesta giornata del girone di ritorno, il Torino aveva già matematicamente conquistato il titolo di campione d’Italia. Dopo le grandiose celebrazioni i toni pian piano si smorzarono e, come è ovvio, l’interesse dei media per il campionato e per Wycisk venne progressivamente scemando. Con la sua consueta perspicacia, fu Emilio Franceschi, al ritorno da un viaggio in Inghilterra, a rinvigorire di nuovo, e clamorosamente, la curiosità intorno all’allenatore polacco. In un elzeviro stranamente tonitruante, intitolato Identici!, il calligrafista riportava quanto aveva scoperto durante il soggiorno londinese. C’è da sapere che la locale squadra di football del Chelsea, che stava dominando la Premier League, era guidata per la prima volta da un allenatore polacco. Di lui non si sapeva come the owner, il proprietario, il celebre banchiere e collezionista d’arte Nathaniel Hallward, l’avesse scoperto e ingaggiato.

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Martino Baldi, Il sogno di Mou Ping Ho

Mou Ping Ho 01, illustrazione originale di Fubi per Poetarum Silva

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Il sogno di Mou Ping Ho, da “Il libro delle leggende degli Otto Immortali”

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[terzo di quattro racconti (Qui il primo) e (Qui il secondo) di Martino Baldi tratti dal libro inedito Storia del Calcio per fatti memorabili (ma dimenticati), illustrati per noi da Fubi. Per me è una gioia vera condividere con voi la bravura di questi due amici, la loro inventiva, il loro genio. C’è sempre un modo nuovo per raccontare il calcio, questo è uno di quelli che preferisco – Gianni Montieri]

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L’Immortale Han Chen Lo intraprese un giorno in perfetta solitudine un lungo viaggio di studio sulle tracce dei più promettenti allenatori delle grandi montagne del Nord, da cui giungevano sulle rive meridionali notizie di risultati sempre più stupefacenti. Han Chen Lo era a quel tempo, e già da molti anni, il grande maestro riconosciuto degli allenatori della regione dei mari meridionali, nonché grande alchemico e inventore della pozione dell’immortalità, grazie al quale aveva, per esempio, allungato a dismisura la carriera di alcuni dei maggiori calciatori dell’epoca, di cui non staremo qui a dire ma tra i quali si ricordi almeno l’inesauribile Tsa Neht Ti. Una sera, sull’imbrunire, di ritorno da una partita a cui aveva assistito nello stadio della vecchia capitale Ch’ang Mi Lan, si fermò a passare la notte in una grande locanda lungo la strada maggiore, dove erano solite soggiornare le squadre in trasferta e che per questo era diventata per lui, nel corso della sua lunga carriera, quasi una seconda casa. Non dovendo sottostare al rigido protocollo delle trasferte ufficiali, quella sera Han Chen Lo, invece di ritirarsi di buona ora nella sua camera, si trattenne a lungo nella taverna a riflettere su quanto di meraviglioso aveva veduto nel pomeriggio, naturalmente senza esimersi dal consumare lentamente, come da abitudine, una pingue cena a base dei più svariati tipi di carne e di pesce, nonché di molteplici contorni e condimenti. La frugalità non era mai stata il suo forte.

Dopo cena, immerso nel riordino degli appunti che aveva forsennatamente preso nel corso della partita, nella taverna Han Chen Lo perse per diverse ore coscienza dello spazio e del tempo. Era già passato di molto il momento in cui il numero che indica le ore, fattosi prima nullo e poi subito piccolissimo, comincia di nuovo a crescere, quando sollevò gli occhi. Il suo tavolo era completamente coperto da un disordine di matite e fogli con sopra nomi, brevi frasi e disegni (si trattava perlopiù di piccoli cerchietti e di frecce dritte, curve, incrociate…). I fogli lambivano pericolosamente anche la candela del contenitore di terracotta in cui continuava a sobbollire pacatamente il vino caldo e speziato; quante ne aveva nel frattempo consumate e sostituite, senza nemmeno pensarci? La sala era quasi completamente vuota. Soltanto un altra sagoma si individuava a fatica, seduta nell’angolo opposto al suo, e Han Chen Lo ebbe subito l’immediata percezione che quell’ombra misteriosa fosse lì proprio per lui e che lo stesse fissando dalla penombra in cui si era avvolto. Fu quindi assolutamente naturale vedere lo sconosciuto alzarsi, attraversare la sala buia e sedersi di fronte a lui dopo aver chiesto il permesso con un gesto muto del volto, ma più come se volesse accertarsi che era giunta l’ora di rispettare un appuntamento già fissato o, meglio, di dar seguito a cose già scritte nel libro del destino. Han Chen Lo riconobbe subito nelle sembianze dell’altro forestiero quelle di Mou Ping Ho. Nel pomeriggio dalle tribune dello Shan Shir aveva assistito al suo trionfo. Gli aveva visto compiere gesta che ne rivelavano l’indubbio genio.

Nel corso della partita, la più importante dell’anno, Mou Ping Ho aveva cominciato schierando i giocatori secondo un modulo tradizionale ma poi, di azione in azione, aveva ripetutamente spostato i centrali sulle ali e le ali al centro, aveva motivato gli attaccanti a difendere e i difensori ad attaccare, il tutto con la complicità infallibile dei centrocampisti; aveva preparato il portiere a spiccare il volo e indotto gli arbitri a prendere decisioni a suo favore con un lungo lavoro psicologico iniziato già nel corso della settimana. Quell’uomo, pensò subito Han Chen Lo, conosceva i segreti della esattezza e della verità, eppure c’era qualcosa in lui che lo teneva lontano dalla Via. E così ogni volta egli confermava con un’invenzione o un gesto la sua sapienza e allo stesso tempo ne mostrava il lato oscuro. Questa stessa cosa accadde nei primi momenti di quella conversazione notturna, dei cui dettagli non ci è dato sapere alcunché, salvo che fu chiarissimo molto presto a Han Chen Lo quale fosse la situazione spirituale del suo interlocutore: Mou Ping Ho era uno spirito eletto e destinato senz’altro all’immortalità ma la sua preparazione meticolosa e pressoché perfetta era ancora troppo ancorata ai testi classici confuciani e ai loro rigidi protocolli e sistemi di valutazione. Il motivo per cui non riusciva a liberarsene era evidentemente che, troppo abbagliato dalla sete di gloria, non poteva considerare con la giusta profondità gli aspetti metafisici della propria disciplina.

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Martino Baldi: Ipotesi sulla scomparsa di Hermano Quetzalcoatl

Illustrazione originale di Fubi per Poetarum Silva

 

[secondo di quattro racconti (Qui il primo) di Martino Baldi tratti dal libro inedito Storia del Calcio per fatti memorabili (ma dimenticati), illustrati per noi da Fubi. Per me è una gioia vera condividere con voi la bravura di questi due amici, la loro inventiva, il loro genio. C’è sempre un modo nuovo per raccontare il calcio, questo è uno di quelli che preferisco – Gianni Montieri]

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Già affrontato il caso di Hermano Quetzalcoatl, mi preme fare qui alcune precisazioni. Per quanto sostenuta da storici di indiscutibile rilevanza, quella riportata nel capitolo dedicato al genio precolombiano non è l’unica versione attestata della sua scomparsa. Esperti altrettanto autorevoli ne contestano la veridicità attribuendone la mitopoiesi alla smisurata venerazione degli aztechi nei confronti dell’allenatore -poeta. Quest’ultimo eterogeneo gruppo di studiosi ha avanzato una ipotesi che collegherebbe la sparizione al suo dongiovannesco passato. Del resto, al tempo degli eventi precedentemente narrati, la fama di Quetzalcoatl aveva già solide radici in ogni angolo del paese e in gran parte del continente: la paternità del “bacio volante” gli era ormai universalmente accreditata.

Questo suo particolare talento cominciò a manifestarsi in età scolare. Invaghitosi di una compagna di studi, Quetzalcoatl passava le lunghe ore di scuola con lo sguardo fisso sulla bella desiderata e la mente rapita da ardenti pensieri. Fu una mattina di aprile a far scattare la scintilla. Nel bel mezzo di una noiosissima esercitazione mnemonica* la conturbante figliola si voltò involontariamente verso l’innamorato e, indugiando i suoi occhi su quelli del giovane, egli si sfiorò delicatamente il palmo della mano con le labbra e con un soffio indirizzò il bacio all’amata. Belintzin, questo il nome della giovane, se ne sentì subito fisicamente toccata. Un brivido le corse lungo la schiena per zampillare in qualcosa di piacevolmente fluido e imprecisato all’altezza dello stomaco e di qui scendere ulteriormente. Dovette chiudere gli occhi per contenere quel fremito e non farlo evaporare, per capire di cosa si trattasse.

Da allora Quetzalcoatl prese a spedirle quotidianamente, tra un’esercitazione e l’altra, baci su baci. La sua tecnica si affinava di giorno in giorno. Dai più semplici baci volanti, comuni anche al nostro tempo, arrivò ad eseguire gesti di abilità insuperata. Una mattina, durante un compito, fu stupefacente per Belintzin sentirsi baciata all’improvviso proprio sulle labbra, come da un angelo, senza che il suo sguardo fosse rivolto all’unico capace di tanto. Ma l’ardore di Quetzalcoatl non si fermò: l’ormai sedotta ragazza divenne bersaglio di baci volanti nei momenti meno prevedibili e nei punti fino ad allora più impensati del corpo. Labbra invisibili le inumidivano il collo, le mordicchiavano i lobi, le accarezzavano le caviglie e le ginocchia. L’apice fu toccato allorché Belintzin, durante un’importante interrogazione, cominciò improvvisamente ad arrossire e a balbettare: qualcosa di invisibile le stava scivolando sotto l’estiva vesticciola, lungo le gambe ambrate, scompigliandole la biancheria. Ma la giovinezza è turbinosa, e Belintzin non seppe resistere alle sue forze centrifughe. Hermano, preso da studi matti e disperati, non aveva tempo a sufficienza per saziare le appetitose necessità della compagna e questa, stregata dai brividi del corpo e non cosciente della rarità della sorte toccatale, pensò di trovare altrove il piacere che il baciatorepoeta le aveva svelato. Superfluo specificare che la sua ricerca era destinata a fallire ma fu proprio questo a renderla maniacale, così che la bella e fresca ragazza finì per trasformarsi in una lupa affamata che fiutava le prede agli angoli delle strade, agli ingressi dei templi, dello stadio e perfino all’uscita delle scuole medie.

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Martino Baldi, HERMANO QUETZALCOATL, L’ALLENATORE POETA

Quetzalcoalt, illustrazione originale di Fubi per Poetarum Silva

HERMANO QUETZALCOATL, L’ALLENATORE POETA

[primo di quattro racconti di Martino Baldi tratti dal libro inedito Storia del Calcio per fatti memorabili (ma dimenticati), illustrati per noi da Fubi. Per me è una gioia vera condividere con voi la bravura di questi due amici, la loro inventiva, il loro genio. C’è sempre un modo nuovo per raccontare il calcio, questo è uno di quelli che preferisco – Gianni Montieri]

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Caso più unico che raro nella storia del calcio mondiale è quello del messicano Hermano Quetzalcoatl, designato tecnico della nazionale mesoamericana per investitura divina. Già scultore, pittore, poeta, filosofo, astrologo e dongiovanni, Quetzalcoatl intraprese la carriera sportiva in età avanzata e in seguito a un singolare avvenimento*. Aveva da poco compiuto i 67 anni. Durante una di quelle passeggiate con cui era solito concludere le giornate di studio raccogliendo i pensieri nella quiete della natura circostante Città del Messico, si trovava a costeggiare il campo sportivo in cui si stava allenando la nazionale messicana di calcio. Improvvisamente il cielo sereno fu squarciato da un fulmine di inaudita violenza che colpì e ridusse in cenere l’allenatore della squadra. Sgomento e terrore regnavano ancora in campo quando un cono di luce si aprì dal più alto dei cieli investendo l’imperturbabile filosofo, più incuriosito che stupito, e un’aquila dall’elegante volo si depose con grazia ed autorità sulla sua fronte.

Tra i giocatori adoranti, il presidente della Federazione Messicana Giuoco Calcio non perse tempo in inutili procedure e consultazioni: Hermano Quetzalcoatl fu nominato seduta stante Commissario Tecnico della nazionale. Da quel pomeriggio del 1431, per trentatré anni, il nostro ebbe in mano le sorti calcistiche del paese senza che mai una volta la sua posizione fosse messa in discussione da chicchessia. Fu anzi un modello per intere generazioni di messicani. Mai turbato, tanto meno infuriato, le sue istruzioni sembravano essere magicamente accolte nell’animo dei calciatori senza bisogno di ricorrere a metodi dittatoriali. Imponendo, questo sì, innumerevoli allenamenti e seminari di studio ai suoi atleti (che comunque sembravano non desiderare altro), riuscì ad applicare al calcio tutti i principi su cui aveva esercitato fino ad allora la sua sensibilità.

L’organizzazione di gioco del Messico toccò culmini di straordinaria e irripetuta perfezione, tanto che spesso gli spettatori si disinteressavano completamente del risultato per ammirare le bellissime trame e disposizioni realizzate sul campo dai giocatori biancoverdi, con o senza palla. È probabilmente questo il motivo per cui le cronache dell’epoca ci permettono di sapere pressoché tutto delle partite dirette da Quetzalcoatl ma non tramandano alcuna informazione riguardo ai risultati, che comunque “furono sicuramente ragguardevoli”*. Fu per primo un ispirato spettatore haitiano a riconoscere nella disposizione dei messicani sul campo il disegno di un misterioso fiore. Con il passare del tempo eventi del genere si fecero più frequenti. Nella partita celebrativa del primo anniversario dell’investitura, secondo una testimonianza diretta, la squadra si dispose in modo tale da raffigurare con il movimento dei giocatori quello di un fulmine ripetutamente scagliato contro la porta avversaria. Il tutto sotto la guida magnetica del poeta allenatore, che assisteva alla partita in piedi ai lati del campo, sguardo fisso, braccia incrociate sul petto, con l’immancabile aquila sulla testa, in silenzio e concentrazione assoluti.

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su 66thand2nd e la felicità degli uomini semplici

su 66thand2nd e La felicità degli uomini semplici

di Martino Baldi

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Quello di 66thand2nd è un bellissimo progetto con una bella storia custodita nel nome della casa editrice. L’angolo tra la Sessantaseiesima Strada e la Seconda Avenue, è infatti l’incrocio di Manhattan dove Isabella Ferretti e Tomaso Cenci hanno dato vita al primo nucleo del loro progetto editoriale, fattosi poi realtà concreta nel 2008 al loro ritorno in Italia. La casa editrice, con sede a Roma, nasce dunque con un cuore senza bandiere, portandosi dietro dalla cultura americana due caratteristiche fondanti, quella della multietnicità e quella della mitopoiesi sportiva, subito tradotte nell’individuazione di due segmenti editoriali particolarmente disertati dai colleghi italiani.

Le collane che sin da subito hanno incarnato le due anime principali della casa editrice sono “Bazaar”, “Attese”.
La prima comprende autori provenienti da ogni angolo del mondo, spesso migranti alle prese con il dialogo tra cultura originaria e cultura adottiva. La seconda è quella dedicata alle storie di sport che vanno da libri di autori internazionali affermati o addirittura ormai classici (si pensi a Sulla boxe della Oates o a Fuori dai giochi di Fitzgerald) a testimonianze e ricostruzioni di momenti in cui lo sport ha incrociato la Storia e raccontare l’uno è un modo stupefacente per raccontare l’altra (un esempio La squadra spezzata : la grande Ungheria di Puskás e la rivoluzione del 1956), da curiosità a episodi mitologici della storia sportiva internazionale poco celebrati e approfonditi in Italia (si pensi ai libri sul baseball o a Hurricane. Il miracoloso viaggio di Rubin Carter, il pugile ingiustamente recluso per omicidio per vent’anni, a cui Bob Dylan dedicò nel 1975 una delle sue più note canzoni).

Su un simile profilo più recentemente si è aggiunta anche la collana “Vite inattese” che propone libri di carattere più strettamente biografico che tuttavia si discostano dalla classica biografia di stampo giornalistico (quella, sì, molto frequentata in Italia) per l’alta qualità letteraria (si veda, tra i libri disponibili nel nostro catalogo, le bellissime biografie di Gino Bartali, Marco Pantani, Michael Jordan e Ayrton Senna). Altre collane eterogenee si sono aggiunte, nel segno di una vivacità editoriale non comune e di un’attenzione a grandi autori sfuggiti o strappati ai programmi editoriali degli altri editori (esemplare il caso di Antoine Volodine)

Tutto il catalogo di 66thand2nd è un tesoro, anche grazie alla cura editoriale che di ogni libro fa un gioiello, a partire dalla grafica e dalla qualità dei materiali, ma, dovendo scegliere un titolo da mettere in vetrina, optiamo per uno di quelli in cui si riuniscono le due anime di cui abbiamo detto: La felicità degli uomini semplici.


Curato dallo scrittore congolese Alain Mabanckou, uno tra gli autori africani di maggior successo tra quelli trasferiti in Europa, il volume raccoglie 15 racconti di altrettanti narratori provenienti dai più svariati angoli dell’Africa: dal Senegal al Gibuti, dal Benin allo Zimbabwe, dal Sudafrica al Togo e molti altri. Si svela pagina dopo pagina un sentimento del calcio strettamente avvinto a un sentimento della vita a cui è impossibile restare indifferenti, sia nel caso che si ami il calcio sia che lo si ignori. Il motivo è quello che traspare già dal titolo del libro, preso in prestito dal racconto dell’algerino Boualem Sansal in cui il protagonista, per vincere le angosce e le preoccupazioni che aggravano la vita di ognuno a livello mondiale come nel piccolo quotidiano, entra in un negozio con la speranza di poter acquistare degli eventi felici e finisce per fare incetta di DVD sulla morte di Saddam e sulla nazionale di calcio francese al Campionato mondiale del 1998.

Si respira qui e in gran parte degli altri racconti un appello alla felicità e alla semplicità che fa riemergere una modalità di vivere il gioco, la vita, le speranze, gli entusiasmi, le paure che sembra appartenere anche a un nostro passato, a un’anima che noi abbiamo seppellito in profondità ma che non smette di farsi sentire, pur nella sua remota impotenza. Un passato di bambini nelle strade a inseguire una palla di stracci, di sale di bar gremite per guardare tutti insieme le partite di calcio o il giro d’Italia, di racconti passati di bocca in bocca, e non di schermo in schermo, che facevano apparire le cose in una dimensione magica, sospesa, altra rispetto al calcolo del quotidiano.

Mabanckou scrive nella sua introduzione,”In sintesi, le storie che vi accingete a scoprire, a modo loro, richiamano un altro mondo, un mondo futuro che potrà sopravvivere solo se continueremo a perseguire ciò che ci unisce, ciò che ci accomuna. E il calcio è lo sport più adatto per raggiungere questo ideale. La letteratura gli mette le ali perché possa spingersi più lontano, volare più in alto e ottenere una delle vittorie più benefiche: la riconquista del nostro umanesimo.”

Questo raccontare il calcio, e attraverso il calcio una possibilità, unisce due mondi nel segno di una speranza comune ma provoca la sensazione strana, allo stesso tempo dolce e amara, che quella bellezza per qualcuno rappresenti il futuro e per qualcuno il passato.

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© Martino Baldi

Su Racconti edizioni

 Racconti

Su Racconti Edizioni

di Martino Baldi

Ha compiuto da poche settimana un anno di vita una delle più coraggiose scommesse sorte nel panorama dell’editoria indipendente negli ultimi anni. Si tratta di Racconti Edizioni. Un nome che già parla da solo.

La letteratura italiana deve probabilmente alla forma del racconto breve il meglio della sua produzione narrativa contemporanea. Una lista di maestri del racconto per quanto lunghissima non sarebbe esaustiva: D’Annunzio, Pirandello, Tozzi, Palazzeschi, Moravia, Alvaro, Gadda, Savino, Delfini, Fenoglio, Manganelli, Landolfi, Calvino, Parise, Pavese, Levi, Wilcock, Buzzati… in rigoroso ordine sparso). Eppure dal punto di vista editoriale il racconto è da tempo visto come il fratello povero, poverissimo, del romanzo. Non si legge, dicono. Non si vende, dicono. E quindi non si pubblica. Nel vuoto lasciato dunque negli ultimi anni dalle case editrici maggiori, nasce il progetto di Stefano Friani ed Emanuele Giammarco: approfittare della scarsa attenzione rivolta dagli editori più affermati nei confronti del racconto per diventare in Italia la casa editrice di riferimento per la narrativa breve. Una scelta “bibliodiversa” tout court e ancora di più se si approfondiscono le scelte di catalogo, con un attenzione particolare – pur senza restrizioni geografiche – a letterature considerate minori e a scrittori in lingue acquisite. Insomma, una vera e propria caccia al tesoro che mescola passione, competenza, ironia, coscienza anche etica e politica della missione editoriale e – non guasta mai – uno spirito guascone per il gioco e lo spiazzamento.

Come logo della casa editrice è stato scelto uno scarafaggio a pancia in su. Impossibile non pensare a Kafka, nume tutelare della casa editrice e della forma-racconto, ma il riferimento più diretto è da cercarsi all’interno del catalogo. A partire dagli scarafaggi che affollano gli appartamenti di Appunti da un bordello turco dell’irlandese (ma emigrato in Romania) Philip Ó Ceallaigh, per proseguire con quelli che compaiono nel complesso residenziale alla periferia di Bombay in Lezioni di nuoto di Mistry, i primi due libri mandati in stampa: entrambi ambientati alla periferia di grandi città (per quanto periferie estremamente diverse) ed entrambi perlopiù incentrati sulla vita di complessi residenzial popolari in cui si respira il profumo acre ma dignitoso di una povertà che si nobilita nella dignità dei suoi protagonisti, nella loro capacità di creare legami umani ed essere retti rispetto ai propri principi, verticali di fronte al proprio destino. Riuscendo perfino a filosofeggiare di tanto in tanto, con più realismo nell’atmosfera “in bianco e nero” piena di calcinacci e vodka del primo libro, con più immaginazione nell’atmosfera satura di curry e personaggi colorati e singolari nel secondo.

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Terrarossa edizioni

 

Libri:

“Né padri né figli” di Osvaldo Capraro
“Nicola Rubino è entrato in fabbrica” di Francesco Dezio

Terrarossa edizioni

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Al Salone Internazionale del Libro di Torino 2017 una delle novità capaci di destare una particolare curiosità è stata Terrarossa Edizioni, piccola casa editrice pugliese, new entry nel panorama degli editori indipendenti. Intriga l’impostazione iniziale del catalogo, con due collane, entrambe di narrativa: una – “Fondanti” – dedicata al (benemerito!) recupero di romanzi recenti che però sono spariti troppo presto dalla distribuzione nonostante i loro meriti di rinnovamento del panorama letterario meridionale e l’altra – “Sperimentali” – al tentativo di individuare voci capaci di scavare nell’attualità con una identità stilistica originale. Un filo teso tra passato e futuro, e soprattutto una grande attenzione agli spazi lasciati vuoti dall’offerta editoriale nazionale. Entrambe le collane sono dirette da Giovanni Turi, editor con diverse esperienze alle spalle e molto noto in rete come acuto e attento lettore della contemporaneità sul suo blog Vita da editor. La casa editrice rivela la sua ambizione già nella cura grafica ed editoriale. Interessante inoltre la scelta di proporre nei risvolti di copertina (come anche sul sito dell’editore) l’identikit ipotetico del lettore ideale di ciascun libro: una carta di identità curiosa che può senz’altro invogliare a una prima conoscenza tra i lettori e gli autori di Terrarossa.

Le difficoltà del nostro tempo, e in particolar modo del meridione, la fanno dal padrone nelle prime uscite del catalogo, molto attento a evitare una letteratura troppo compiacente o addomesticata, sia da un punto di vista contenutistico sia dal punto di vista del linguaggio. Il tema del lavoro è un filo rosso che unisce entrambe le collane attraverso la presenza in entrambe di Francesco Dezio, con la riedizione a 13 anni di distanza di Nicola Rubino è entrato in fabbrica e con la prima pubblicazione di “Gente per bene”: quasi a voler proprio costituire uno sguardo lungo che in un prima e un dopo unisce i destini della condizione operaia con quelli dell’attuale precarietà diffusa.

L’altro tema dominante è quello del crimine, non in senso generico ma nelle declinazioni che esso può assumere in un dato momento storico e in un luogo specifico, come la Puglia. È sicuramente una scelta sensata, da questo punto di vista, quella di rimandare in stampa a dodici anni di distanza Né padri né figli di Osvaldo Capraro. Il romanzo ha il merito di essere stato uno dei primi a mettere su pagina le vicende legate alla criminalità organizzata pugliese, la Sacra Corona Unita, prima che il noir – come accade a ogni genere che diviene di moda – perdesse gran parte della sua carica di denuncia per divenire perlopiù un genere di intrattenimento. I protagonisti del libro sono Mino, adolescente con la passione del calcio, dato in affido per sfuggire agli abusi subiti dal padre, e il prelato don Paolo, prete anomalo dalla vocazione contrastata. Due personaggi che, nel loro mescolare luce e ombra, volo e gravità, sembrano distillare l’anima del noir, forse un poco meccanicamente ma attraverso le loro vicende si giunge a toccare con mano la bruciante realtà nascosta dietro le apparenze, nei rapporti che il mondo del crimine intrattiene e consolida a ogni livello sociale nella Puglia raccontata da Capraro, senza risparmiare – anzi – le forze di pubblica sicurezza e la Chiesa, avvelenando anche i legami amorosi, familiari e di amicizia; rendendo la vita un’impresa impossibile e le aspettative destinate a spegnersi tutte nella stessa cenere. Montaggio alternato, ritmo serrato, linguaggio spedito con inserti di intercalare dialettale, “Nè padri né figli” ha gli ingredienti adatti per una casa editrice che vuol presentarsi al proprio pubblico come garante di un equilibrio tra ambizione letteraria e leggibilità, adatto – per usare l’indicazione dell’editore – a “chi si fa prendere dalla narrazione e si affeziona ai personaggi; chi crede che il noir non sia un sottogenere e chi invece ne è convinto ma potrebbe ricredersi; chi non immagina quanto sia labile il confine tra criminalità e istituzioni.” Parola di Terrarossa.

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© Martino Baldi

Vanni Santoni, La stanza profonda

Vanni Santoni, La stanza profonda, Laterza 2017, € 14,00; ebook € 8,99

di Martino Baldi

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In settant’anni di Premio Strega un editore storico come Laterza si era sempre distinto per non aver mai candidato un proprio romanzo. Lo fa nel 2017 per la prima volta ma lo fa distinguendosi anche nel partecipare, concorrendo con La stanza profonda di Vanni Santoni, un romanzo che assomiglia a pochi altri romanzi italiani attuali e che, soprattutto, non ci rammenta altri che nel corso degli anni abbiano concorso al più ambito premio letterario italiano.

La stanza profonda racconta, in una personalissima reinterpretazione del cosiddetto genere della non-fiction, le vicende di un gruppo di ragazzi che una volta alla settimana per vent’anni si ritrovano per officiare un rito: quello dei giochi di ruolo. Ci sono i giocatori più fedeli, che in tutto questo tempo non hanno perso un martedì, e ci sono quelli che  hanno avuto solo un ruolo da comparsa o poco più, ci sono le vicende dei giocatori e c’è la vera e propria epopea dei giochi di ruolo (con passaggi di vera e propria storia e filosofia del gioco), c’è il mondo intorno che cambia e c’è la stanza dei giochi in cui invece il tempo sembra non passare, c’è la vita di provincia che si fa sempre più alienante e c’è quella dimensione parallela in cui i fiumi di acqua viva – quelli vivificati dalla potenza mistica dell’immaginazione, naturalmente – sembrano non seccarsi mai. (altro…)

Si ristampi #11: Valerio Aiolli, Luce profuga

Si ristampi #11: Valerio Aiolli, Luce profuga, edizioni e/o 2001

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di Martino Baldi

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Ha senso recensire un titolo di oltre quindici anni fa, per giunta un romanzo che all’epoca non ebbe una grandissima eco e da tempo è fuori catalogo? La mia risposta, da bibliotecario, è: sicuramente sì. Il lavoro che fanno le biblioteche è quello di mantenere vive tutte le specie. Le biblioteche sono il difensore principale della bibliodiversità, soprattutto in un’epoca in cui i meccanismi della distribuzione mettono in discussione la sopravvivenza stessa di molti piccoli editori e in cui le esigenze di comunicazione relegano la maggior parte dei libri nei magazzini (e spesso ciò significa nel dimenticatoio perenne) già poche settimane dopo i fasti di un mese di vetrine e recensioni, per coloro che almeno se ne sono avvantaggiati. Ma non sarebbe giusto che a questo lavoro di “manutenzione” dell’habitat biblionaturale partecipassero tutte le componenti che ruotano intorno al libro? Eppure a volte l’impressione è che a nessuno in fondo stia a cuore il destino dei libri usciti dallo scaffale delle novità, nemmeno a volte agli stessi editori che evitano di mandare in ristampa perfino libri che promettono soddisfazioni a distanza di anni dalla loro scomparsa dal catalogo. Un esempio per tutti è quello di Gli interessi in comune di Vanni Santoni, la cui vicenda è brevemente raccontata dallo stesso Santoni su Facebook

Quindi eccoci, nel nostro piccolo, a tirare fuori dal cilindro questo Aiolli millesimato 2001, che sotto il velo della polvere degli anni ci sembra abbia tuttora qualcosa da dire, forse anche perché dalla letteratura coeva e successiva ci si sarebbe potuti aspettare qualcosa di più, per quanto riguarda il racconto delle mutazioni della vita della provincia italiana degli ultimi decenni, con l’accelerazione tecnologica, l’arrivo delle ondate migratorie, l’ulteriore trasformazione degli spazi sociali e dei rapporti interpersonali. In particolare intorno al fenomeno dell’incontro tra la quotidianità stratificata della vita di provincia italiana e il bagaglio di diversità ed esperienze estreme dei nuovi migranti, soprattutto quelli dell’est, poco mi è capitato di leggere che non risultasse un po’ troppo di servizio, che non avesse il sapore di una interpretazione riduzionistica, troppo politica o sociologica o ideologica. Senza compiere una ricerca esaustiva, ricordo a memoria I fannulloni di Lodoli, del 1990 ma poi per diversi anni davvero poco che andasse fuori dal solco o più in profondità rispetto al fatto riportato dal giornalismo.

Fra le felici eccezioni, posso annoverare Luce profuga, secondo romanzo di Valerio Aiolli, che inaugurò con questo titolo una sua vena più letteralmente “realistica”, ad arricchimento di una tavolozza stilistica che nell’esordio di Io e mio fratello aveva già dato prova di saper raccontare un paese che stava cambiando, ma in quel caso per mezzo della forma letteraria dello straniamento, ovvero attraverso lo sguardo di un bambino.

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Pietro Grossi, Il Passaggio

Pietro Grossi, Il Passaggio, Feltrinelli, 2016, € 15,00, ebook € 3,99

di Martino Baldi

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Carlo vive a Londra, lavora in uno studio di architettura e ha una vita regolare e soddisfacente con la moglie Francesca e due figli gemelli. Da tredici anni ormai si tiene a distanza di sicurezza dal padre, figura strabordante e dominante con cui gli scontri erano arrivati a un livello impossibile da sopportare, e da sette anni ha abbandonato la sua passione per le barche, che lo aveva portato a vagabondare nei mari di mezzo mondo. Sembra ci sia un muro invalicabile tra il suo passato e il suo presente. Un giorno giunge però una telefonata inattesa: suo padre lo chiama per chiedere il suo aiuto in una missione che più avventurosa e rischiosa non si può: tornare a navigare con lui per aiutarlo a portare una barca che gli è stata affidata dalla Groenlandia al Canada, lungo la rotta del celebre Passaggio a Nord Ovest. Due sfide in una e chissà quante altre dentro le due principali: ritrovare il padre e ritrovare il mare.

Il passaggio è una storia marina e famigliare; un racconto pieno di acqua, di luce e di vento, di rabbia e di amore; una saggio di arte e avventura marinaresche; un romanzo di formazione a scoppio ritardato, come si addice forse perfettamente alla generazione dei quarantenni. Ed è soprattutto il libro che ci restituisce uno scrittore che dopo un libro ammiratissimo come Pugni, si era un po’ smarrito nei meandri di meccanismi narrativi meno convincenti (o, forse, vorrei tornarci prima o poi, autosabotanti) e che torna adesso con un romanzo semplice ma profondo, in equilibrio tra il realismo delle piccole sfumature, l’afflato dell’epopea e il vento di una grande visione etica della vita e delle relazioni di cui è intessuta.

E col vento in poppa sembra procedere anche la narrazione, una “narrazione a vela” si potrebbe dire, per la naturalezza con cui procede, senza farci sentire mai il rumore del motore, e anzi resa ariosa dalla pulizia stessa della pagina, con la rinuncia alle interpunzioni del discorso diretto, per esempio. Nessuna virgoletta, nessun trattino, nessun disse o rispose o esclamò. Tutto sembra accadere dentro il silenzio del vento e del mare, punteggiato casomai da un interessante fittissimo uso del lessico nautico che fa l’effetto dei rumori della barca, proprio quelli e non altri, nel piano del materiale sonoro che intesse l’intero racconto.

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