martino baldi

Si ristampi #11: Valerio Aiolli, Luce profuga

Si ristampi #11: Valerio Aiolli, Luce profuga, edizioni e/o 2001

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di Martino Baldi

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Ha senso recensire un titolo di oltre quindici anni fa, per giunta un romanzo che all’epoca non ebbe una grandissima eco e da tempo è fuori catalogo? La mia risposta, da bibliotecario, è: sicuramente sì. Il lavoro che fanno le biblioteche è quello di mantenere vive tutte le specie. Le biblioteche sono il difensore principale della bibliodiversità, soprattutto in un’epoca in cui i meccanismi della distribuzione mettono in discussione la sopravvivenza stessa di molti piccoli editori e in cui le esigenze di comunicazione relegano la maggior parte dei libri nei magazzini (e spesso ciò significa nel dimenticatoio perenne) già poche settimane dopo i fasti di un mese di vetrine e recensioni, per coloro che almeno se ne sono avvantaggiati. Ma non sarebbe giusto che a questo lavoro di “manutenzione” dell’habitat biblionaturale partecipassero tutte le componenti che ruotano intorno al libro? Eppure a volte l’impressione è che a nessuno in fondo stia a cuore il destino dei libri usciti dallo scaffale delle novità, nemmeno a volte agli stessi editori che evitano di mandare in ristampa perfino libri che promettono soddisfazioni a distanza di anni dalla loro scomparsa dal catalogo. Un esempio per tutti è quello di Gli interessi in comune di Vanni Santoni, la cui vicenda è brevemente raccontata dallo stesso Santoni su Facebook

Quindi eccoci, nel nostro piccolo, a tirare fuori dal cilindro questo Aiolli millesimato 2001, che sotto il velo della polvere degli anni ci sembra abbia tuttora qualcosa da dire, forse anche perché dalla letteratura coeva e successiva ci si sarebbe potuti aspettare qualcosa di più, per quanto riguarda il racconto delle mutazioni della vita della provincia italiana degli ultimi decenni, con l’accelerazione tecnologica, l’arrivo delle ondate migratorie, l’ulteriore trasformazione degli spazi sociali e dei rapporti interpersonali. In particolare intorno al fenomeno dell’incontro tra la quotidianità stratificata della vita di provincia italiana e il bagaglio di diversità ed esperienze estreme dei nuovi migranti, soprattutto quelli dell’est, poco mi è capitato di leggere che non risultasse un po’ troppo di servizio, che non avesse il sapore di una interpretazione riduzionistica, troppo politica o sociologica o ideologica. Senza compiere una ricerca esaustiva, ricordo a memoria I fannulloni di Lodoli, del 1990 ma poi per diversi anni davvero poco che andasse fuori dal solco o più in profondità rispetto al fatto riportato dal giornalismo.

Fra le felici eccezioni, posso annoverare Luce profuga, secondo romanzo di Valerio Aiolli, che inaugurò con questo titolo una sua vena più letteralmente “realistica”, ad arricchimento di una tavolozza stilistica che nell’esordio di Io e mio fratello aveva già dato prova di saper raccontare un paese che stava cambiando, ma in quel caso per mezzo della forma letteraria dello straniamento, ovvero attraverso lo sguardo di un bambino.

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Pietro Grossi, Il Passaggio

Pietro Grossi, Il Passaggio, Feltrinelli, 2016, € 15,00, ebook € 3,99

di Martino Baldi

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Carlo vive a Londra, lavora in uno studio di architettura e ha una vita regolare e soddisfacente con la moglie Francesca e due figli gemelli. Da tredici anni ormai si tiene a distanza di sicurezza dal padre, figura strabordante e dominante con cui gli scontri erano arrivati a un livello impossibile da sopportare, e da sette anni ha abbandonato la sua passione per le barche, che lo aveva portato a vagabondare nei mari di mezzo mondo. Sembra ci sia un muro invalicabile tra il suo passato e il suo presente. Un giorno giunge però una telefonata inattesa: suo padre lo chiama per chiedere il suo aiuto in una missione che più avventurosa e rischiosa non si può: tornare a navigare con lui per aiutarlo a portare una barca che gli è stata affidata dalla Groenlandia al Canada, lungo la rotta del celebre Passaggio a Nord Ovest. Due sfide in una e chissà quante altre dentro le due principali: ritrovare il padre e ritrovare il mare.

Il passaggio è una storia marina e famigliare; un racconto pieno di acqua, di luce e di vento, di rabbia e di amore; una saggio di arte e avventura marinaresche; un romanzo di formazione a scoppio ritardato, come si addice forse perfettamente alla generazione dei quarantenni. Ed è soprattutto il libro che ci restituisce uno scrittore che dopo un libro ammiratissimo come Pugni, si era un po’ smarrito nei meandri di meccanismi narrativi meno convincenti (o, forse, vorrei tornarci prima o poi, autosabotanti) e che torna adesso con un romanzo semplice ma profondo, in equilibrio tra il realismo delle piccole sfumature, l’afflato dell’epopea e il vento di una grande visione etica della vita e delle relazioni di cui è intessuta.

E col vento in poppa sembra procedere anche la narrazione, una “narrazione a vela” si potrebbe dire, per la naturalezza con cui procede, senza farci sentire mai il rumore del motore, e anzi resa ariosa dalla pulizia stessa della pagina, con la rinuncia alle interpunzioni del discorso diretto, per esempio. Nessuna virgoletta, nessun trattino, nessun disse o rispose o esclamò. Tutto sembra accadere dentro il silenzio del vento e del mare, punteggiato casomai da un interessante fittissimo uso del lessico nautico che fa l’effetto dei rumori della barca, proprio quelli e non altri, nel piano del materiale sonoro che intesse l’intero racconto.

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Richard Brautigan, L’autostoppista della Galilea

Richard Brautigan, fonte LitKicks.com

Richard Brautigan, fonte LitKicks.com

L’autostoppista della Galilea, di Richard Brautigan

Introduzione e versione italiana delle poesie di Martino Baldi

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Charles Baudelaire scorrazza per la Galilea  alla guida di una Ford degli anni Venti. Lungo la strada tira su un autostoppista. Si chiama Gesù. Una roba che comincia così non ha bisogno di troppe presentazioni. E infatti L’autostoppista della Galilea è un testo che parla da solo e io mi limiterò a qualche aneddoto per contestualizzarlo. Indicato solitamente nella bibliografia di Brautigan come il suo secondo libro di poesie, in verità non è un libro vero e proprio, ma appena una breve suite di nove brevissimi testi. Né si può dire propriamente che sia il secondo, visto che il cosiddetto primo libro, The Return of the Rivers, di fatto fu ancor meno libro; si trattava infatti della semplice stampa di una singola poesia pubblicata da Leslie Woolf Hedley, il proprietario della Inferno Press (sì, il nome era meraviglioso), come favore personale: cento copie con le copertine e le etichette piegate e incollate a mano dallo stesso Richard con l’aiuto di sua moglie Virginia e di Ron Loewinsohn (l’amico poeta a cui poi dedicherà Pesca alla trota in America).

Lo stesso Leslie Woolf Hedley nel frattempo, a fine 1957, aveva pubblicato anche la plaquette Four new poets, in cui riuniva quattro poesie di Brautigan, insieme a testi di altri tre giovanissimi poeti: Martin Hoberman, Carl Larsen, and James M. Singer. Carl Larsen, a sua volta, aveva pubblicato nell’estate precedente  due poesie di Brautigan sulla rivista Existaria, a Journal of Existant Hysteria. Insomma, era la San Francisco degli anni Cinquanta ed era un gran bel bordello. Per i poeti, un paradiso. È da quel clima comunitario che nasce la pubblicazione dell’Autostoppista.

Andò così: il poeta Jack Spicer (il secondo dedicatario di Pesca alla trota) nella primavera del 1957 iniziò a organizzare in una stanzetta del terzo piano della Biblioteca Pubblica di San Francisco (poi si spostò nei locali del San Francisco State University Poetry Center) un laboratorio di poesia. Era una cosa piuttosto informale. Il workshop ospitava settimanalmente poeti, artisti e studiosi dell’area di San Francisco, e occasionalmente anche qualche ospite della East Coast. Il 9 giugno del 1957 i poeti che vi partecipavano tennero un reading, intitolato Poetry as Magic, e Jack Spicer nei giorni successivi si dovette lasciar sfuggire in compagnia di alcuni dei poeti partecipanti qualcosa del tipo: “Però, cazzo, quanto sarebbe bello pubblicare i testi dei poeti del laboratorio!”. Tra quei poeti c’era Joe Dunn, che doveva essere un tipo piuttosto pratico per essere un poeta e poche settimane dopo si iscrisse a una scuola serale di quattro settimane per imparare a maneggiare una macchina per la stampa (no, non era così facile all’epoca) e cominciò  a lavorare per la litografia della Compagnia degli Autobus di San Francisco. Stampava biglietti, volantini, programmi, orari, ecc. Ora, non è ben chiaro se Joe abbia chiesto il permesso a qualcuno, ma nella litografia della compagnia degli autobus, verosimilmente di notte e durante i fine settimana, Joe Dunn – che nel frattempo aveva fondato la White Rabbit Press – già  a novembre mandava in stampa i primi libretti di poesia e a nell’arco di un anno ne aveva pubblicati già dieci: il primo era di Steve Jonas, il secondo di Jack Spicer, il sesto – nel maggio del 1958 – era L’autostoppista della Galilea di Richard Brautigan.

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Su Rodolfo Walsh

 

R. Walsh (fonte Edizioni Sur)

R. Walsh (fonte Edizioni Sur)

Su Rodofo Walsh

Libri:

Operazione Massacro, traduzione di Elena Rolla, La Nuova Frontiera, 2011, € 12,00, ebook € 8,49
Il violento mestiere di scrivere, traduzione di Stefania Marinoni, La Nuova Frontiera, 2016, € 12,50
Fucilati all’alba. Rodolfo Walsh e il crimine di Suárezdi Roberto Ferro, trad. di Agnese Guerra, Arcoiris 2013, € 12,00

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di Martino Baldi

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Per un uomo rigoroso, ogni anno diventa più difficile decidere qualunque cosa senza destare il sospetto di stare mentendo o di sbagliarsi.

walsh

Operazione Massacro è un libro che non dovrebbe mai finire fuori catalogo. Sempre sia lodata dunque la casa editrice  La Nuova Frontiera di Roma per aver riproposto a dieci anni dalla prima edizione italiana, uscita per Sellerio nel 2002, il capolavoro di Walsh (nella traduzione di Elena Rolla e con una introduzione di Alessandro Leogrande), tassello non isolato di un prezioso costante lavoro di diffusione della letteratura sudamericana in Italia, di cui è tra gli editori indipendenti uno dei maggiori baluardi. Operazione Massacro non è infatti un libro qualsiasi. Da un punto di vista letterario Walsh nel 1957 anticipa di quasi un decennio quel A sangue freddo di Truman Capote che viene pressoché universalmente considerato il capostipite della letteratura non-fiction ma, quel che più conta, è che quella di Walsh va inserita nel novero delle più alte testimonianze del secondo Novecento di resistenza dell’umanesimo a ogni barbarie e a ogni incarnazione del male nella Storia.

Il libro è il racconto di un massacro misconosciuto commesso nel 1956, a José León Suárez, un sobborgo di Buenos Aires, dalle forze della “Rivoluzione Liberatrice” antiperonista in Argentina. La sera del 9 giugno 1956 un gruppo di civili, senza alcuna colpa salvo quella di essersi riuniti per seguire insieme un incontro di pugilato alla radio in contemporanea con una sollevazione popolare peronista in altri luoghi del paese, viene prelevato dalla polizia, sequestrato per alcune ore e infine sottoposto a un’esecuzione sommaria per fucilazione. Alcuni di loro riescono a sfuggire anche al colpo di grazia ed è a partire dalle loro testimonianze raccolte in segreto, nonché ad un alacre e pericolosissimo lavoro di ricerca delle prove, che Walsh riesce a ricostruire l’accaduto minuto per minuto, inchiodando alle loro responsabilità gli uomini del regime del generale Aramburo e il generale stesso.

La narrazione, preceduta da un prologo in cui Walsh racconta come si trovò precipitato nel cuore degli eventi, è scandita in tre parti (Le persone, I fatti, Le prove) come in un vero dossier investigativo, e procede di traccia in traccia mescolando gli strumenti dell’indagine giornalistica e giudiziaria con quelli della narrazione poliziesca – di cui Walsh era già un riconosciuto maestro. Il tocco dello scrittore è secco, serrato, come in un noir senza troppe concessioni allo stile. Del resto non ha bisogno di enfatizzare alcunché, di giocare con i registri linguistici o costruire intrecci da fiato sospeso. I fatti sono di per sé già così tenacemente allo stesso tempo reali e inverosimili (eppure, lo scopriremo col tempo, così tragicamente comuni) da tenere il lettore col fiato sospeso fino alla fine. Le diverse testimonianze dei sopravvissuti costituiscono già il più agghiacciante degli intrecci. Se la sensibilità del grande scrittore si vede dal sapere scegliere gli strumenti adatti e rinunciare all’uso eccessivo di altri, in questo caso Walsh ci offre un esempio impareggiabile di misura, limitandosi ad agire sul ritmo e sul montaggio per trasformare una serie di eventi, notizie e testimonianze in una macchina narrativa infernale.

L’indagine di Walsh, naturalmente, non ebbe esiti giudiziari; fu insabbiata e i colpevoli restarono impuniti dalla giustizia ordinaria. Quel massacro resterà uno dei tanti sanguinosi episodi impuniti che costellano la storia delle dittature argentine del secondo Novecento. Segnò invece l’esistenza di Walsh, che da pacifico giocatore di scacchi e scrittore di racconti polizieschi, investito dalla Storia, non seppe tenere sotto controllo il suo spirito di dignità e giustizia, come invece si esigeva in quegli anni in America Latina da un cittadino che volesse vivere a lungo. E infatti il giornalista e scrittore, all’epoca del massacro poco più che trentenne, non visse a lungo. Dopo un periodo di militanza a vario titolo, giornalismo, scritture e semiclandestinità, il 24 marzo 1977 inviò alla redazioni dei giornali argentini e ai corrispondenti stranieri una Lettera aperta di uno scrittore alla Giunta Militare, in cui si denunciavano le nefandezze e le violenze del regime militare istituito l’anno prima dal generale Videla. La Lettera è pubblicata in Appendice a Operazione Massacro. Il giorno dopo averla inviata, Rodolfo Walsh fu sequestrato in un’imboscata mentre diffondeva la sua lettera, e da allora compare nella lista dei desaparecidos, le persone che furono arrestate per motivi politici, o anche semplicemente per essere sospettate di avere compiuto attività “anti governative”, e delle quali si persero per sempre le tracce. Tra il 1976 e il 1983 si calcola che furono circa 30.000. Walsh sarebbe arrivato al campo di concentramento già morto e il suo cadavere sarebbe stato esposto dai militari come trofeo. Bisognerà attendere molti anni per veder pubblicata la sua lettera, che in Italia è stata tradotta per la prima volta nel 2004 e compare in questo caso per la prima volta in volume.

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