Marco Annicchiarico

Caregiver Whisper 5

Mio padre Sebastiano è morto un anno fa per le conseguenze di un adenocarcinoma. Lucia, mia madre, da alcuni anni soffre invece del morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è.

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Caregiver Whisper 4

Mio padre Sebastiano è morto un anno fa per le conseguenze di un adenocarcinoma. Lucia, mia madre, da alcuni anni soffre invece del morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è. (altro…)

Caregiver Whisper 3

Mio padre Sebastiano è morto un anno fa per le conseguenze di un adenocarcinoma. Lucia, mia madre, da alcuni anni soffre invece del morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è.

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Caregiver Whisper 2

Mio padre Sebastiano è morto un anno fa per le conseguenze di un adenocarcinoma. Lucia, mia madre, da alcuni anni soffre invece del morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è. (altro…)

Caregiver Whisper

Mio padre Sebastiano è morto un anno fa per le conseguenze di un adenocarcinoma. Lucia, mia madre, da alcuni anni soffre invece del morbo di Alzheimer e sembra ormai a un passo dall’impossibilità di continuare una gestione “casalinga”.
Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre.
Se chiedo a Lucia «sai chi sono io?», risponde che non ne ha idea ma sa che con me si trova bene perché le ricordo suo figlio Marco. Da quando mio padre è stato operato, sono la persona che si prende cura di lei; sono il suo caregiver. (altro…)

proSabato: Xavier de Maistre, Viaggio intorno alla mia stanza

viaggio-intorno-alla-stanza

Mi sono reso conto, per mezzo di diverse osservazioni, che l’uomo è composto di un’anima e di una bestia. – Questi due esseri sono completamente distinti, ma inseriti l’uno nell’altro, o l’uno sull’altro, in modo tale da rendere indispensabile una certa superiorità dell’anima sulla bestia perché si sia in condizione di distinguerli.
Ho appreso da un vecchio professore (ed è un ricordo remoto) che Platone chiamava la materia l’altra. Va benissimo; però io preferirei attribuire questo termine antonomastico alla bestia congiunta alla nostra anima. È questa sostanza in realtà che è l’altra, e che ci contraria in modo tanto bizzarro. Tutti grosso modo s’accorgono che l’uomo è doppio; ma in quanto, dicono, composto da un’anima e da un corpo; e accusano questo corpo di non so quante cose, certo però del tutto a sproposito, poiché è incapace di sentire quanto di pensare. È la bestia che si deve incriminare, quest’essere sensibile, perfettamente distinto dall’anima, vero individuo, che ha un’esistenza a parte, gusti, inclinazioni e volontà proprie, e che è superiore agli altri animali, solo perché allevato meglio e provvisto di organi più perfezionati.
Signori e signore, siate orgogliosi quanto vi garba della vostra intelligenza; ma diffidate profondamente dell’altra, soprattutto quando state insieme!
Non so quanti esperimenti ho compiuto sull’unione di queste due creature eterogenee. Per esempio, ho constatato chiaramente che l’anima può farsi obbedire dalla bestia, e che, per uno scambio increscioso, costei molto spesso obbliga l’anima ad agire suo malgrado. Secondo le regole, l’una ha il potere legislativo e l’altra quello esecutivo, ma questi due poteri sono spesso in contrasto. – Tutta l’arte d’un uomo di genio sta nel saper educare bene la propria bestia, affinché possa svolgere le sue funzioni da sola, mentre l’anima, liberata da questa familiarità imbarazzante, può innalzarsi fino al cielo.
Ma è necessario illustrare tutto ciò con un esempio.
Quando leggete un libro e un’idea più piacevole vi si insinua all’improvviso nella mente, l’anima vostra, signore, le si dedica subito e dimentica il libro, mentre gli occhi seguono macchinalmente le parole e le righe; voi completate la pagina senza comprenderla e senza ricordare quanto letto. – Questo accade perché la vostra anima, dopo aver ordinato alla sua compagna di farle la lettura, non l’ha avvertita della breve assenza che stava per fare; cosicché l’altra ha continuato la lettura che l’anima non ascoltava più.

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Xavier De Maistre, Viaggio intorno alla mia stanza, Trad. Rosa Maria Losito, Guida Editori Napoli, 1987, pp. 30-31

proSabato: Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore


Già nell’improvvisazione confusa del primo incontro si legge il possibile avvenire d’una convivenza. Oggi siete l’uno oggetto della lettura dell’altro, ognuno legge nell’altro la sua storia non scritta. Domani, Lettore e Lettrice, se sarete insieme, se vi coricherete nello stesso letto come una coppia assestata, ognuno accenderà la lampada al suo capezzale e sprofonderà nel suo libro; due letture parallele accompagneranno l’approssimarsi del sonno; prima tu poi tu spegnerete la luce; reduci da universi separati, vi ritroverete fugacemente nel buio dove tutte le lontananze si cancellano, prima che sogni divergenti vi trascinino ancora tu da una parte e tu dall’altra. Ma non ironizzate su questa prospettiva d’armonia coniugale: quale immagine di coppia più fortunata sapreste contrapporle?

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© Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore, Einaudi, 1979

proSabato: Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore

– Il romanzo che più vorrei leggere in questo momento, – spiega Ludmilla, – dovrebbe avere come forza motrice solo la voglia di raccontare, d’accumulare storie su storie, senza pretendere d’importi una visione del mondo, ma solo di farti assistere alla propria crescita, come una pianta, un aggrovigliarsi come di rami e di foglie…
In questo ti trovi subito d’accordo con lei: lasciandoti alle spalle le pagine lacerate dalle analisi intellettuali, sogni di ritrovare una condizione di lettura naturale, innocente, primitiva…
– Occorre ritrovare il filo che abbiamo perduto, -dici. –
Andiamo subito alla casa editrice.
E lei: – Non c’è bisogno che ci presentiamo in due. Andrai tu e mi riferirai.
Ci resti male. Questa caccia t’appassiona perché la fai insieme a lei, perché potete viverla insieme e commentarla mentre la state vivendo. Proprio ora che ti sembrava d’aver raggiunto un’intesa, una confidenza, non tanto perché ora anche voi vi date del tu, ma perché vi sentite come complici in un’impresa che forse nessun altro può capire,
– E perché tu non vuoi venire?
– Per principio,
– Cosa vuoi dire?
– C’è una linea di confine: da una parte ci sono quelli che fanno i libri, dall’altra quelli che li leggono. Io voglio restare una di quelli che li leggono, perciò sto attenta a tenermi sempre al di qua di quella linea. Se no, il piacere disinteressato di leggere finisce, o comunque si trasforma in un’altra cosa, che non è quello che voglio io. E’ una linea di confine approssimativa, che tende a cancellarsi: il mondo di quelli che hanno a che fare coi libri professionalmente è sempre più popolato e tende a identificarsi col mondo dei lettori. Certo, anche i lettori diventano più numerosi, ma si direbbe che quelli che usano i libri per produrre altri libri crescono di più di quelli che i libri amano leggerli e basta. So che se scavalco quel confine, anche occasionalmente, per caso, rischio di confondermi con questa marea che avanza; per questo mi rifiuto di metter piede in una casa editrice, anche per pochi minuti.
– E io, allora? – obietti.
– Tu non so. Vedi tu. Ognuno ha un modo di reagire diverso.
Non c’è verso di farle cambiare idea, a questa donna. Compirai da solo la tua spedizione, e vi ritroverete qui, in questo caffè, alle sei.

– Lei è venuto per il manoscritto? E in lettura, no, sbagliavo, è stato letto con interesse, certo che mi ricordo!, notevole impasto linguistico, sofferta denuncia, non l’ha ricevuta la lettera?, ci dispiace pertanto doverle annunciare, nella lettera c’è spiegato tutto, e già un po’ che l’abbiamo mandata, le poste tardano sempre, la riceverà senz’altro, i programmi editoriali troppo carichi, la congiuntura non favorevole, vede che l’ha ricevuta?, e cosa diceva più?, ringraziandola d’avercelo fatto leggere sarà nostra premura restituirle, ah lei veniva per ritirare il manoscritto?, no, non l’abbiamo mica ritrovato, abbia pazienza ancora un po’, salterà fuori, non abbia paura, qua non sì perde mai niente, proprio adesso abbiamo ritrovato dei manoscritti che era da dieci anni che li cercavamo, oh, non tra dieci anni, il suo Io ritroveremo anche prima, almeno speriamo, ne abbiamo tanti di manoscritti, delle cataste alte così, se vuole le facciamo vedere, si capisce che lei vuole il suo, mica un altro, ci mancherebbe, volevo dire che teniamo lì tanti manoscritti che non ce ne importa niente, figuriamoci se buttiamo via il suo che ci teniamo tanto, no, non per pubblicarlo, ci teniamo per darglielo indietro.

*

© Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore, Einaudi, 1979

Sedici marzo 1978

rapimento Moro – fonte Corriere della Sera

Quattro lettere il nome
e quattro il cognome.
Anche la città,
teatro della vicenda,
sempre e solo quattro lettere.
Solo il destino non più
da pace a inferno.

Nella strada cinque corpi
quattro avieri, una donna
e quattro falchi.
Nove i comunicati
e tante le verità
nascosta la più vera.
E fra tanti segreti
ancora il destino
a cambiare
quelle quattro lettere
da vita, a morte.

(a Aldo Moro)

*

© Marco Annicchiarico, da “E poco più lontano”, Lietocolle, 2009

ProSabato: Nicola Gardini, Lo sconosciuto #2

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Nicola Gardini, Lo sconosciuto

Alla fine di agosto partii per New York. Volevo starmene lontano qualche settimana. Volevo starmene solo.
Non telefonai a nessuno degli amici americani. La mattina andavo in giro, il pomeriggio me ne stavo nella mia adorata casa a leggere.
Visitai Ground Zero. In quei tre anni non avevo ancora trovato il coraggio di andarci. La lacuna era immacolata, cicatrizzata. Poche ruspe ci si muovevano sul fondo, come granchi alla ricerca di cibo. Non c’era niente più che parlasse del disastro. L’aria stessa se ne era dimenticata.
In quel periodo lessi moltissimi libri che parlavano di malattia – libri di medici, di filosofi, di narratori più e meno famosi. Lessi anche una biografia del dottor Alois Alzheimer, che nel 1906 descrisse, a Tubinga, il caso di una donna di cinquantun anni affetta da una forma sconosciuta di demenza.
Cercavo una risposta alla domanda che sempre più insistentemente si affacciava al mio pensiero: perché ci si ammala? Per Kafka, per esempio, la malattia è una scelta, una protesta. Il malato è un ribelle, un uomo libero, uno che sfida perfino le imposizioni della biologia. Scoprii il bellissimo saggio di Virginia Woolf sulla malattia e lo tradussi. Mi fece bene. Tutti gli elogi della malattia di cui venni a conoscenza, però, comprese le pagine della Woolf, trascuravano una questione essenziale – il problema del dolore. Il dolore, sia fisico sia morale, nessuno lo vuole, nessuno lo sceglie. Nessuno può volere una libertà che fa soffrire.

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da: Nicola Gardini, Lo sconosciuto. Sironi Editore, Milano 2007, pp. 131-132.

ProSabato: Nicola Gardini, Lo sconosciuto #1

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Nicola Gardini, Lo sconosciuto

La psicologa del centro diurno I Gabbiani sottopose il papà all’interrogatorio classico – con cui qualunque neurologo o psicologo accerta lo stato di un malato di Alzheimer.
«Signor Bruno, che lavoro faceva?».
«Il panettiere».
Mia madre saltò su: «Il panettiere finché sei stato in Germania, poi hai fatto l’operaio metalmeccanico».
La psicologa la fulminò con uno sguardo.
Io, a bassa voce, dissi: «Mamma, lascia che risponda papà».
«Bel lavoro quello del panettiere…» riprese la psicologa.
Mio padre sorrise. Sorrideva spesso, ormai, in presenza di estranei. Era il suo modo di difendersi. (altro…)

Roberta Ioli. Poesie da “L’atteso altrove”

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La poesia di Roberta Ioli è meditazione sulla poesia stessa, che si spinge altrove per risalire alla parola come scintilla nella creazione. Più che alla lingua pura e originaria – questo fantasma ineludibile che discende dalla tradizione biblica sul ruolo della parola umana nel progetto della creazione –, l’immagine allude al ruolo di riscatto che la tradizione gnostica attribuisce alla parola. Dal punto di vista sia poetico che poetologico, i due poli della raccolta appaiono allora la lirica arcaica greca – soggettività pura dell’io lirico – e l’aspirazione a una lingua della cose stesse – identificazione fra corpo e parola.

(da La scintilla e le catene metonimiche di Barnaba Maj)

da Nel tragitto delle ore

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Ho dormito fino a tardi
nel tuo rifugio di rue Glacière.
Fuori ci aspettava religiosa
la mensa dell’Africa più povera
in fila corpi di antichi patriarchi
per l’intingolo di spezie e zenzero
le grandi ombre
tra i libri della Senna
il ciuffo anacronistico di Bacon
in uno studio
murato di bellezze.

Quanto più soli noi
tra i caffè e il cielo squarciato
nel sottovuoto estivo
di un grande magazzino
e lontano Saint Eustache
col suo bianco mendicante
come garza
cucita sullo strappo.

(p. 16)

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*

La finestra mi separa dal bosco
l’autunno entra lento con il suo rosso
sigillo, la nostalgia di agosto
nel coprifuoco della sera.

Il muro mi separa dal bosco
con le sue ore
di nebbia sospesa
il corpo in letargo
mentre schizzano i pensieri
negli ingranaggi affilati.

Eppure basterebbe il bosco.

(p. 23)

.

*

Quando la comunità si serra
nelle regole, nel fraseggio
che fa meno ripida la solitudine, lì
da sempre
sono il fante spuntato
e mi ritrovo nella conta dei piccioni
come la vecchia sulla panchina
quando il sole chiama.

Mi fermo nel parco di palme:
fuori il caos di primavera
appende luci alla metropoli
tamburi di tribù impazienti
gambe in corsa
sull’asfalto-morgana, e io
sono stonata qui
immobile sulla panchina
del non ritorno
stranamente
senza gravità.

(p. 24)

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