Marco Annicchiarico

Sedici marzo 1978

rapimento Moro – fonte Corriere della Sera

Quattro lettere il nome
e quattro il cognome.
Anche la città,
teatro della vicenda,
sempre e solo quattro lettere.
Solo il destino non più
da pace a inferno.

Nella strada cinque corpi
quattro avieri, una donna
e quattro falchi.
Nove i comunicati
e tante le verità
nascosta la più vera.
E fra tanti segreti
ancora il destino
a cambiare
quelle quattro lettere
da vita, a morte.

(a Aldo Moro)

*

© Marco Annicchiarico, da “E poco più lontano”, Lietocolle, 2009

ProSabato: Nicola Gardini, Lo sconosciuto #2

lo_sconosciuto2

Nicola Gardini, Lo sconosciuto

Alla fine di agosto partii per New York. Volevo starmene lontano qualche settimana. Volevo starmene solo.
Non telefonai a nessuno degli amici americani. La mattina andavo in giro, il pomeriggio me ne stavo nella mia adorata casa a leggere.
Visitai Ground Zero. In quei tre anni non avevo ancora trovato il coraggio di andarci. La lacuna era immacolata, cicatrizzata. Poche ruspe ci si muovevano sul fondo, come granchi alla ricerca di cibo. Non c’era niente più che parlasse del disastro. L’aria stessa se ne era dimenticata.
In quel periodo lessi moltissimi libri che parlavano di malattia – libri di medici, di filosofi, di narratori più e meno famosi. Lessi anche una biografia del dottor Alois Alzheimer, che nel 1906 descrisse, a Tubinga, il caso di una donna di cinquantun anni affetta da una forma sconosciuta di demenza.
Cercavo una risposta alla domanda che sempre più insistentemente si affacciava al mio pensiero: perché ci si ammala? Per Kafka, per esempio, la malattia è una scelta, una protesta. Il malato è un ribelle, un uomo libero, uno che sfida perfino le imposizioni della biologia. Scoprii il bellissimo saggio di Virginia Woolf sulla malattia e lo tradussi. Mi fece bene. Tutti gli elogi della malattia di cui venni a conoscenza, però, comprese le pagine della Woolf, trascuravano una questione essenziale – il problema del dolore. Il dolore, sia fisico sia morale, nessuno lo vuole, nessuno lo sceglie. Nessuno può volere una libertà che fa soffrire.

.

da: Nicola Gardini, Lo sconosciuto. Sironi Editore, Milano 2007, pp. 131-132.

ProSabato: Nicola Gardini, Lo sconosciuto #1

lo_sconosciuto2

Nicola Gardini, Lo sconosciuto

La psicologa del centro diurno I Gabbiani sottopose il papà all’interrogatorio classico – con cui qualunque neurologo o psicologo accerta lo stato di un malato di Alzheimer.
«Signor Bruno, che lavoro faceva?».
«Il panettiere».
Mia madre saltò su: «Il panettiere finché sei stato in Germania, poi hai fatto l’operaio metalmeccanico».
La psicologa la fulminò con uno sguardo.
Io, a bassa voce, dissi: «Mamma, lascia che risponda papà».
«Bel lavoro quello del panettiere…» riprese la psicologa.
Mio padre sorrise. Sorrideva spesso, ormai, in presenza di estranei. Era il suo modo di difendersi. (altro…)

Roberta Ioli. Poesie da “L’atteso altrove”

robertaioli_cover

La poesia di Roberta Ioli è meditazione sulla poesia stessa, che si spinge altrove per risalire alla parola come scintilla nella creazione. Più che alla lingua pura e originaria – questo fantasma ineludibile che discende dalla tradizione biblica sul ruolo della parola umana nel progetto della creazione –, l’immagine allude al ruolo di riscatto che la tradizione gnostica attribuisce alla parola. Dal punto di vista sia poetico che poetologico, i due poli della raccolta appaiono allora la lirica arcaica greca – soggettività pura dell’io lirico – e l’aspirazione a una lingua della cose stesse – identificazione fra corpo e parola.

(da La scintilla e le catene metonimiche di Barnaba Maj)

da Nel tragitto delle ore

.

Ho dormito fino a tardi
nel tuo rifugio di rue Glacière.
Fuori ci aspettava religiosa
la mensa dell’Africa più povera
in fila corpi di antichi patriarchi
per l’intingolo di spezie e zenzero
le grandi ombre
tra i libri della Senna
il ciuffo anacronistico di Bacon
in uno studio
murato di bellezze.

Quanto più soli noi
tra i caffè e il cielo squarciato
nel sottovuoto estivo
di un grande magazzino
e lontano Saint Eustache
col suo bianco mendicante
come garza
cucita sullo strappo.

(p. 16)

.

*

La finestra mi separa dal bosco
l’autunno entra lento con il suo rosso
sigillo, la nostalgia di agosto
nel coprifuoco della sera.

Il muro mi separa dal bosco
con le sue ore
di nebbia sospesa
il corpo in letargo
mentre schizzano i pensieri
negli ingranaggi affilati.

Eppure basterebbe il bosco.

(p. 23)

.

*

Quando la comunità si serra
nelle regole, nel fraseggio
che fa meno ripida la solitudine, lì
da sempre
sono il fante spuntato
e mi ritrovo nella conta dei piccioni
come la vecchia sulla panchina
quando il sole chiama.

Mi fermo nel parco di palme:
fuori il caos di primavera
appende luci alla metropoli
tamburi di tribù impazienti
gambe in corsa
sull’asfalto-morgana, e io
sono stonata qui
immobile sulla panchina
del non ritorno
stranamente
senza gravità.

(p. 24)

.

(altro…)

Marco Annicchiarico – da “L’ombra della luce” (inediti)

Attesa_IlPadre-1996

© Mario Martinelli: Attesa (Il padre), 1996


 
 

L’arco

Quando il vestito scivola nel buio
sulla tua pelle si svela
un tempo sospeso
che non ha partenze né arrivi.

In quella penombra riflessa
usiamo le mani come lancette impazzite
cambiando senza tregua gli orari.
Io ti oriento in un verso
ti rinchiudo nella metrica di un abbraccio
mentre tu unisci lentamente
le parole, le mandi a capo
insieme al pensiero.

Fuori nel silenzio di una città
che attende le prime luci
il tempo continua a scorrere
si rincorre.

Dentro, in quell’arco imperfetto
tutto resta sospeso e si somiglia
la realtà come il sogno.
 
 
 
(altro…)

Geografia dei Santo Barbaro

Santo-Barbaro-allargati2-foto-di-Christoph-Brehme

Di recente, uno dei dischi che mi ha entusiasmato di più è stato senz’altro Geografia di un corpo dei Santo Barbaro. Per questo nuovo album Pieralberto Valli e Franco Naddei hanno chiamato a raccolta altri sette musicisti della scena indipendente italiana e, in soli tre giorni, sono riusciti a registrare tutto in presa diretta. Christoph Brehme ha filmato una sorta di video-documentario visibile sul canale youtube della band. Abbiamo contattato Pieralberto per fargli qualche domanda.

 

 

Dovendo presentare i Santo Barbaro ai lettori di Poetarum Silva, come li definiresti?
Un gruppo postumo di musica italiana?

(altro…)

Luca Gemma: Blue Songs

Domani martedì 24 febbraio esce Blue Songs, il nuovo disco di Luca Gemma. L’ultima volta che Poetarum Silva l’ha incontrato, nel 2012, era da poco uscito l’album Supernaturale. Dopo aver ascoltato le nove canzoni del nuovo lavoro, incuriositi dalla scelta di incidere un disco in lingua inglese, gli abbiamo fatto qualche domanda.

cover

Rispetto a tre anni fa, mi sembra di capire, sono cambiate diverse cose. Vuoi farci un piccolo riassunto? I conti non tornano più! Per chi fa musica quaggiù! O almeno per me: Lu.

Come e perché nasce l’idea di un disco in inglese? Un disco, oggi, forse dura tre o quattro mesi. Per uno come me che fa musica di nicchia, in un Paese di nicchia del mondo, questo non è bello: dietro un disco c’è almeno un anno di lavoro e lui, poverino, nasce già moribondo. È una cosa da riserva indiana e non ci portano neanche il whisky per stordirci. Questo è il cambiamento in atto nella musica dell’era digitale: si vive alla grande da fruitori di musica, molto meno da musicisti. A questo punto, o passi il tempo a lamentarti o cerchi, nei limiti di quello che sai fare, di cambiare a tua volta, per cercare di allungargli la vita. Con Paolo Iafelice, produttore del disco, abbiamo scelto questa seconda via.

gemma_blue (altro…)

Fabio Visintin – L’isola

Isola_cover

FABIO VISINTIN

L’ISOLA
Liberamente ispirato a
La tempesta di William Shakespeare

Round Midnight Edizioni, 2014

62 pagine, brossurato, bianco e nero – 15,00 €

ISBN 978-88-98749-01-0

 

 

Lo sporco nell’ombra scompare e sporcarsi nell’ombra è lecito
(pag. 30)

 

La prima cosa che si può dire guardando L’Isola, il nuovo lavoro di Fabio Visintin -illustratore e cartoonist che non dovrebbe aver bisogno di presentazioni-, è che ci si trova davanti a un libro che parte da La tempesta di William Shakespeare e arriva altrove, attraversando il mare dei pensieri, quello delle citazioni e quello delle emozioni.

L’introduzione di Laura Scarpa definisce già la soglia che si sta per oltrepassare: “siamo isole, ma ci muoviamo in eterni labirinti, come topi di laboratorio, formiche che corrono in cunicoli, o penne che tracciano linee e racconti: lasciamo le nostre ombre”.

L’Isola, infatti, non è un semplice graphic novel; assomiglia più a un collage che sfrutta un bianco e nero (o meglio, un bianco e grigio) dal sapore anni cinquanta, con un tratto deciso e scuro, quasi notturno, e un intreccio di stili letterari che, all’apparenza, sembrano non avere nulla in comune.

isola-33

È una lotta tra luce e ombra nella quale Visintin, proprio come Prospero, il protagonista de La tempesta, interpreta la storia (la sua, la nostra) attraverso i suoi amati libri.

Il testo che accompagna le illustrazioni di questo volume non esemplifica mai il disegno ma ne rappresenta una chiave di lettura; il collegamento e il senso della storia sono a carico del lettore, un po’ come accade durante la lettura di una poesia.

È così che la difficoltà di vivere, la sconfitta dei sogni e il tradimento vengono rappresentati con l’aiuto di spettri e di ombre; i primi a rappresentare i bambini e l’infanzia (“piccole tartarughe mai arrivate al mare”) e le seconde le anime buie, l’altra parte dell’essere umano, quella violenta e distruttrice (“quel mare è troppo profondo e scuro e pieno di essere mostruosi, affamati e primordiali, ciechi e violenti, furiosi e sciocchi”).

isola-14

Visintin non è nuovo a questo tipo di lavoro, a questo assemblare storie apparentemente diverse in un unico volume; era già successo con Vita, amori, avventure veneziane di messer Gatto con gli stivali, ispirato a Puss in boots di Angela Carter, dove il Gatto con gli stivali diventa un personaggio teatrale che si muove tra Venezia e i radiodrammi della stessa Carter.

La ‘Round Midnight Edizioni si assicura una rilettura particolare della penultima opera di William Shakespeare, dove l’illustratore veneziano riesce a far convivere Konrad Lorenz con Carlo Collodi, Omero con Ray Bradbury, Euripide con Kurt Vonnegut, nella ricerca di una verità che esiste solo dentro l’isola che c’è in ognuno di noi.

Anche se in fondo, parafrasando Prospero, potremmo dire che tutto quello che Visintin ha disegnato è solo finzione e, come dice l’autore stesso, non sposta nulla nella realtà. Oppure no?

pag_07

Pierluigi Manchia – Poesie inedite

mid

©Littlepoints

 

 

De Sanctis

cosa sono i nostri nomi,
se non un ennesimo modo
di ingannarci?

non c’è predestinazione
nelle loro storie
come manca nelle nostre

-favole su cui modellarci
ma pur sempre storie di uomini-

ancora non abbiamo imparato:
i nomi sono sempre pseudonimi.

 

 

 

*

 

tra duemila anni -o meno- saremo di nuovo niente
ossa muscoli e pelle di nuovo sottoterra,
resteranno delle cattedrali solo granelli.

rassicurarsi:

degli incendi e degli amori
qualche ferita sulle cortecce degli alberi

 

 

(altro…)

Le scale

Ci sono giorni in cui la pioggia scende e, anche se controvoglia, sei costretto all’attesa. Così per questo pezzo ho dovuto aspettare che cessasse l’allarme meteo, rileggere tutto e decidere se pubblicarlo o meno. Ho aspettato che passasse quella fastidiosa sensazione all’altezza dello stomaco, quella sensazione che, quando ti assale, riesce a togliere il fiato e la ragione.
Mentre scrivo, ripenso alle statistiche dell’Associazione Ristretti Orizzonti che ho letto recentemente: ogni due giorni un detenuto muore in carcere. Per avere un’idea della gravità del dato, basti pensare che le donne vittime di femminicidio (che brutta parola) sono una ogni tre giorni.
La causa indicata per i decessi in carcere è sempre una a scelta tra morte naturale, arresto cardio-circolatorio e suicidio; ma, come indica il rapporto, non sono pochi i casi di pestaggio, di malasanità, di cure non ricevute e di istigazione al suicidio.
La vicenda di Stefano Cucchi, sin dall’inizio, mi ha sempre creato disagio, forse perché mi ha messo di fronte all’evidenza di vivere in un Paese che ha un concetto di giustizia precario. Precario quasi come quello di rispetto.
Quello di Stefano Cucchi è uno dei nomi di una lunga lista – quella dei “morti di carcere” – che annovera Federico Aldrovandi, Aldo Bianzino e Giuseppe Uva (ma qui trovate altri nomi, come quello di Gianluca Frani, un paraplegico che si è impiccato in carcere).
Sembra quasi che ogni nome aggiunto sia il tentativo di vedere fino a quanto ci si può spingere nell’indifferenza generale delle istituzioni e di un popolo che dimentica più velocemente di quanto riesce a pubblicare sui social network.
È con questo sentimento di rabbia e di impotenza che sabato scorso è nato “Le scale”, il testo di un brano del gruppo di cui faccio parte; un brano che, dopo un lungo confronto (e una stesura musicale un po’ troppo alla Brunori Sas) abbiamo deciso di lasciare inedito.
Probabilmente, con qualche modifica, diventerà un racconto breve da leggere durante i live, accompagnato da una parte strumentale, per ricordare e per cercare di non far dimenticare. Perché la musica forse non può cambiare le coscienze ma può rammentare che un popolo civile ha il diritto di conoscere la verità e di ricevere giustizia.

Le scale

Per le scale
c’è chi scende, c’è chi sale
e chi si fa del male
e quel gusto
che si trova nel cadere
non c’è nel continuare
a dare le testate contro un muro
così solo per giocare
e indossare una maschera di sangue
neanche fosse carnevale

Quelle scale
le conosco molto bene
ci ho dormito anche a Natale
con la gente
che passava e che correva
e qualcuno che cantava
coi bambini che aspettavano un trenino
per andare via lontano
quei bambini caramelle in una mano
e il domani più vicino

C’è chi ha detto
che una vita dissoluta
mi ha portato in questa bara
non le botte
il digiuno e le percosse
che facevano a gara
per capire quanto tempo si può stare
soli come un animale
per vedere quanto dista da noi il male
e lasciarmi lì a morire

Flashback – Mondonuovo

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

52

Messina mi vede tornare, seduto sopra un pullman di linea, con lo sguardo che percorre avanti e indietro l’intero finestrino. Fra poco, già lo so, finirà un viaggio e ne inizierà un altro, fatto di silenzi e di sguardi nuovi. Intanto, ascolto un disco che uscirà fra quattro mesi e penso a come certe parole siano capaci di stendersi bene sopra una musica. Dall’altra parte dello stretto si riesce a vedere la Calabria, con i promontori e il ponte dell’autostrada: anche da quella parte, non sembra ancora Italia. Le persone continuano a telefonare; sembra quasi che abbiano paura di restare in silenzio e così parlano con chiunque sia disposto ad ascoltarli. Quando l’autista apre le porte, scendo con la mia valigia. Le luci iniziano ad accendersi e tutto sembra in attesa di un nuovo giorno.

© Marco Annicchiarico

 


Leggi dal primo flashback
     –     Leggi il flashback precedente

###

Con questo numero si chiude la rubrica Flashback 135. Ringrazio i colleghi della redazione di Poetarum Silva e tutti quelli che hanno letto e commentato questi miei scritti. Adesso c’è qualcosa di nuovo da fare, nato in quest’ultimo anno e di cui vi lascio un piccolo assaggio…

Flashback 135 – Ricordare

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

 

51

Come se niente fosse, mia madre chiede ancora perché continuano a sbarcare in Sicilia; la guardo e solo adesso mi accorgo di quanto il volto somigli a quello di suo fratello. È già la quarta volta, oggi, che provo a spiegarle qual è la situazione in Siria; le parlo della guerra, dei soldi spesi da queste persone per scappare con una nave qualsiasi, degli scafisti che a un certo punto li gettano a mare come fossero sacchi della spazzatura e dello sbarco che continua per giorni e giorni, prima con i vivi e poi con i morti. Lei fa segno di sì con la testa e poi riprende a dimenticare tutto. E mentre mi chiedo che reazione avrò il giorno in cui non ricorderà più il mio nome lei si gira, mi guarda e sorride.

© Marco Annicchiarico


Leggi dal primo flashback
     –     Leggi il flashback precedente     –     Leggi il flashback successivo