Marco Annicchiarico

proSabato: Xavier de Maistre, Viaggio intorno alla mia stanza

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Mi sono reso conto, per mezzo di diverse osservazioni, che l’uomo è composto di un’anima e di una bestia. – Questi due esseri sono completamente distinti, ma inseriti l’uno nell’altro, o l’uno sull’altro, in modo tale da rendere indispensabile una certa superiorità dell’anima sulla bestia perché si sia in condizione di distinguerli.
Ho appreso da un vecchio professore (ed è un ricordo remoto) che Platone chiamava la materia l’altra. Va benissimo; però io preferirei attribuire questo termine antonomastico alla bestia congiunta alla nostra anima. È questa sostanza in realtà che è l’altra, e che ci contraria in modo tanto bizzarro. Tutti grosso modo s’accorgono che l’uomo è doppio; ma in quanto, dicono, composto da un’anima e da un corpo; e accusano questo corpo di non so quante cose, certo però del tutto a sproposito, poiché è incapace di sentire quanto di pensare. È la bestia che si deve incriminare, quest’essere sensibile, perfettamente distinto dall’anima, vero individuo, che ha un’esistenza a parte, gusti, inclinazioni e volontà proprie, e che è superiore agli altri animali, solo perché allevato meglio e provvisto di organi più perfezionati.
Signori e signore, siate orgogliosi quanto vi garba della vostra intelligenza; ma diffidate profondamente dell’altra, soprattutto quando state insieme!
Non so quanti esperimenti ho compiuto sull’unione di queste due creature eterogenee. Per esempio, ho constatato chiaramente che l’anima può farsi obbedire dalla bestia, e che, per uno scambio increscioso, costei molto spesso obbliga l’anima ad agire suo malgrado. Secondo le regole, l’una ha il potere legislativo e l’altra quello esecutivo, ma questi due poteri sono spesso in contrasto. – Tutta l’arte d’un uomo di genio sta nel saper educare bene la propria bestia, affinché possa svolgere le sue funzioni da sola, mentre l’anima, liberata da questa familiarità imbarazzante, può innalzarsi fino al cielo.
Ma è necessario illustrare tutto ciò con un esempio.
Quando leggete un libro e un’idea più piacevole vi si insinua all’improvviso nella mente, l’anima vostra, signore, le si dedica subito e dimentica il libro, mentre gli occhi seguono macchinalmente le parole e le righe; voi completate la pagina senza comprenderla e senza ricordare quanto letto. – Questo accade perché la vostra anima, dopo aver ordinato alla sua compagna di farle la lettura, non l’ha avvertita della breve assenza che stava per fare; cosicché l’altra ha continuato la lettura che l’anima non ascoltava più.

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Xavier De Maistre, Viaggio intorno alla mia stanza, Trad. Rosa Maria Losito, Guida Editori Napoli, 1987, pp. 30-31

proSabato: Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore


Già nell’improvvisazione confusa del primo incontro si legge il possibile avvenire d’una convivenza. Oggi siete l’uno oggetto della lettura dell’altro, ognuno legge nell’altro la sua storia non scritta. Domani, Lettore e Lettrice, se sarete insieme, se vi coricherete nello stesso letto come una coppia assestata, ognuno accenderà la lampada al suo capezzale e sprofonderà nel suo libro; due letture parallele accompagneranno l’approssimarsi del sonno; prima tu poi tu spegnerete la luce; reduci da universi separati, vi ritroverete fugacemente nel buio dove tutte le lontananze si cancellano, prima che sogni divergenti vi trascinino ancora tu da una parte e tu dall’altra. Ma non ironizzate su questa prospettiva d’armonia coniugale: quale immagine di coppia più fortunata sapreste contrapporle?

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© Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore, Einaudi, 1979

proSabato: Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore

– Il romanzo che più vorrei leggere in questo momento, – spiega Ludmilla, – dovrebbe avere come forza motrice solo la voglia di raccontare, d’accumulare storie su storie, senza pretendere d’importi una visione del mondo, ma solo di farti assistere alla propria crescita, come una pianta, un aggrovigliarsi come di rami e di foglie…
In questo ti trovi subito d’accordo con lei: lasciandoti alle spalle le pagine lacerate dalle analisi intellettuali, sogni di ritrovare una condizione di lettura naturale, innocente, primitiva…
– Occorre ritrovare il filo che abbiamo perduto, -dici. –
Andiamo subito alla casa editrice.
E lei: – Non c’è bisogno che ci presentiamo in due. Andrai tu e mi riferirai.
Ci resti male. Questa caccia t’appassiona perché la fai insieme a lei, perché potete viverla insieme e commentarla mentre la state vivendo. Proprio ora che ti sembrava d’aver raggiunto un’intesa, una confidenza, non tanto perché ora anche voi vi date del tu, ma perché vi sentite come complici in un’impresa che forse nessun altro può capire,
– E perché tu non vuoi venire?
– Per principio,
– Cosa vuoi dire?
– C’è una linea di confine: da una parte ci sono quelli che fanno i libri, dall’altra quelli che li leggono. Io voglio restare una di quelli che li leggono, perciò sto attenta a tenermi sempre al di qua di quella linea. Se no, il piacere disinteressato di leggere finisce, o comunque si trasforma in un’altra cosa, che non è quello che voglio io. E’ una linea di confine approssimativa, che tende a cancellarsi: il mondo di quelli che hanno a che fare coi libri professionalmente è sempre più popolato e tende a identificarsi col mondo dei lettori. Certo, anche i lettori diventano più numerosi, ma si direbbe che quelli che usano i libri per produrre altri libri crescono di più di quelli che i libri amano leggerli e basta. So che se scavalco quel confine, anche occasionalmente, per caso, rischio di confondermi con questa marea che avanza; per questo mi rifiuto di metter piede in una casa editrice, anche per pochi minuti.
– E io, allora? – obietti.
– Tu non so. Vedi tu. Ognuno ha un modo di reagire diverso.
Non c’è verso di farle cambiare idea, a questa donna. Compirai da solo la tua spedizione, e vi ritroverete qui, in questo caffè, alle sei.

– Lei è venuto per il manoscritto? E in lettura, no, sbagliavo, è stato letto con interesse, certo che mi ricordo!, notevole impasto linguistico, sofferta denuncia, non l’ha ricevuta la lettera?, ci dispiace pertanto doverle annunciare, nella lettera c’è spiegato tutto, e già un po’ che l’abbiamo mandata, le poste tardano sempre, la riceverà senz’altro, i programmi editoriali troppo carichi, la congiuntura non favorevole, vede che l’ha ricevuta?, e cosa diceva più?, ringraziandola d’avercelo fatto leggere sarà nostra premura restituirle, ah lei veniva per ritirare il manoscritto?, no, non l’abbiamo mica ritrovato, abbia pazienza ancora un po’, salterà fuori, non abbia paura, qua non sì perde mai niente, proprio adesso abbiamo ritrovato dei manoscritti che era da dieci anni che li cercavamo, oh, non tra dieci anni, il suo Io ritroveremo anche prima, almeno speriamo, ne abbiamo tanti di manoscritti, delle cataste alte così, se vuole le facciamo vedere, si capisce che lei vuole il suo, mica un altro, ci mancherebbe, volevo dire che teniamo lì tanti manoscritti che non ce ne importa niente, figuriamoci se buttiamo via il suo che ci teniamo tanto, no, non per pubblicarlo, ci teniamo per darglielo indietro.

*

© Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore, Einaudi, 1979

Sedici marzo 1978

rapimento Moro – fonte Corriere della Sera

Quattro lettere il nome
e quattro il cognome.
Anche la città,
teatro della vicenda,
sempre e solo quattro lettere.
Solo il destino non più
da pace a inferno.

Nella strada cinque corpi
quattro avieri, una donna
e quattro falchi.
Nove i comunicati
e tante le verità
nascosta la più vera.
E fra tanti segreti
ancora il destino
a cambiare
quelle quattro lettere
da vita, a morte.

(a Aldo Moro)

*

© Marco Annicchiarico, da “E poco più lontano”, Lietocolle, 2009

ProSabato: Nicola Gardini, Lo sconosciuto #2

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Nicola Gardini, Lo sconosciuto

Alla fine di agosto partii per New York. Volevo starmene lontano qualche settimana. Volevo starmene solo.
Non telefonai a nessuno degli amici americani. La mattina andavo in giro, il pomeriggio me ne stavo nella mia adorata casa a leggere.
Visitai Ground Zero. In quei tre anni non avevo ancora trovato il coraggio di andarci. La lacuna era immacolata, cicatrizzata. Poche ruspe ci si muovevano sul fondo, come granchi alla ricerca di cibo. Non c’era niente più che parlasse del disastro. L’aria stessa se ne era dimenticata.
In quel periodo lessi moltissimi libri che parlavano di malattia – libri di medici, di filosofi, di narratori più e meno famosi. Lessi anche una biografia del dottor Alois Alzheimer, che nel 1906 descrisse, a Tubinga, il caso di una donna di cinquantun anni affetta da una forma sconosciuta di demenza.
Cercavo una risposta alla domanda che sempre più insistentemente si affacciava al mio pensiero: perché ci si ammala? Per Kafka, per esempio, la malattia è una scelta, una protesta. Il malato è un ribelle, un uomo libero, uno che sfida perfino le imposizioni della biologia. Scoprii il bellissimo saggio di Virginia Woolf sulla malattia e lo tradussi. Mi fece bene. Tutti gli elogi della malattia di cui venni a conoscenza, però, comprese le pagine della Woolf, trascuravano una questione essenziale – il problema del dolore. Il dolore, sia fisico sia morale, nessuno lo vuole, nessuno lo sceglie. Nessuno può volere una libertà che fa soffrire.

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da: Nicola Gardini, Lo sconosciuto. Sironi Editore, Milano 2007, pp. 131-132.

ProSabato: Nicola Gardini, Lo sconosciuto #1

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Nicola Gardini, Lo sconosciuto

La psicologa del centro diurno I Gabbiani sottopose il papà all’interrogatorio classico – con cui qualunque neurologo o psicologo accerta lo stato di un malato di Alzheimer.
«Signor Bruno, che lavoro faceva?».
«Il panettiere».
Mia madre saltò su: «Il panettiere finché sei stato in Germania, poi hai fatto l’operaio metalmeccanico».
La psicologa la fulminò con uno sguardo.
Io, a bassa voce, dissi: «Mamma, lascia che risponda papà».
«Bel lavoro quello del panettiere…» riprese la psicologa.
Mio padre sorrise. Sorrideva spesso, ormai, in presenza di estranei. Era il suo modo di difendersi. (altro…)

Roberta Ioli. Poesie da “L’atteso altrove”

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La poesia di Roberta Ioli è meditazione sulla poesia stessa, che si spinge altrove per risalire alla parola come scintilla nella creazione. Più che alla lingua pura e originaria – questo fantasma ineludibile che discende dalla tradizione biblica sul ruolo della parola umana nel progetto della creazione –, l’immagine allude al ruolo di riscatto che la tradizione gnostica attribuisce alla parola. Dal punto di vista sia poetico che poetologico, i due poli della raccolta appaiono allora la lirica arcaica greca – soggettività pura dell’io lirico – e l’aspirazione a una lingua della cose stesse – identificazione fra corpo e parola.

(da La scintilla e le catene metonimiche di Barnaba Maj)

da Nel tragitto delle ore

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Ho dormito fino a tardi
nel tuo rifugio di rue Glacière.
Fuori ci aspettava religiosa
la mensa dell’Africa più povera
in fila corpi di antichi patriarchi
per l’intingolo di spezie e zenzero
le grandi ombre
tra i libri della Senna
il ciuffo anacronistico di Bacon
in uno studio
murato di bellezze.

Quanto più soli noi
tra i caffè e il cielo squarciato
nel sottovuoto estivo
di un grande magazzino
e lontano Saint Eustache
col suo bianco mendicante
come garza
cucita sullo strappo.

(p. 16)

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*

La finestra mi separa dal bosco
l’autunno entra lento con il suo rosso
sigillo, la nostalgia di agosto
nel coprifuoco della sera.

Il muro mi separa dal bosco
con le sue ore
di nebbia sospesa
il corpo in letargo
mentre schizzano i pensieri
negli ingranaggi affilati.

Eppure basterebbe il bosco.

(p. 23)

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*

Quando la comunità si serra
nelle regole, nel fraseggio
che fa meno ripida la solitudine, lì
da sempre
sono il fante spuntato
e mi ritrovo nella conta dei piccioni
come la vecchia sulla panchina
quando il sole chiama.

Mi fermo nel parco di palme:
fuori il caos di primavera
appende luci alla metropoli
tamburi di tribù impazienti
gambe in corsa
sull’asfalto-morgana, e io
sono stonata qui
immobile sulla panchina
del non ritorno
stranamente
senza gravità.

(p. 24)

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Marco Annicchiarico – da “L’ombra della luce” (inediti)

Attesa_IlPadre-1996

© Mario Martinelli: Attesa (Il padre), 1996


 
 

L’arco

Quando il vestito scivola nel buio
sulla tua pelle si svela
un tempo sospeso
che non ha partenze né arrivi.

In quella penombra riflessa
usiamo le mani come lancette impazzite
cambiando senza tregua gli orari.
Io ti oriento in un verso
ti rinchiudo nella metrica di un abbraccio
mentre tu unisci lentamente
le parole, le mandi a capo
insieme al pensiero.

Fuori nel silenzio di una città
che attende le prime luci
il tempo continua a scorrere
si rincorre.

Dentro, in quell’arco imperfetto
tutto resta sospeso e si somiglia
la realtà come il sogno.
 
 
 
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Geografia dei Santo Barbaro

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Di recente, uno dei dischi che mi ha entusiasmato di più è stato senz’altro Geografia di un corpo dei Santo Barbaro. Per questo nuovo album Pieralberto Valli e Franco Naddei hanno chiamato a raccolta altri sette musicisti della scena indipendente italiana e, in soli tre giorni, sono riusciti a registrare tutto in presa diretta. Christoph Brehme ha filmato una sorta di video-documentario visibile sul canale youtube della band. Abbiamo contattato Pieralberto per fargli qualche domanda.

 

 

Dovendo presentare i Santo Barbaro ai lettori di Poetarum Silva, come li definiresti?
Un gruppo postumo di musica italiana?

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Luca Gemma: Blue Songs

Domani martedì 24 febbraio esce Blue Songs, il nuovo disco di Luca Gemma. L’ultima volta che Poetarum Silva l’ha incontrato, nel 2012, era da poco uscito l’album Supernaturale. Dopo aver ascoltato le nove canzoni del nuovo lavoro, incuriositi dalla scelta di incidere un disco in lingua inglese, gli abbiamo fatto qualche domanda.

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Rispetto a tre anni fa, mi sembra di capire, sono cambiate diverse cose. Vuoi farci un piccolo riassunto? I conti non tornano più! Per chi fa musica quaggiù! O almeno per me: Lu.

Come e perché nasce l’idea di un disco in inglese? Un disco, oggi, forse dura tre o quattro mesi. Per uno come me che fa musica di nicchia, in un Paese di nicchia del mondo, questo non è bello: dietro un disco c’è almeno un anno di lavoro e lui, poverino, nasce già moribondo. È una cosa da riserva indiana e non ci portano neanche il whisky per stordirci. Questo è il cambiamento in atto nella musica dell’era digitale: si vive alla grande da fruitori di musica, molto meno da musicisti. A questo punto, o passi il tempo a lamentarti o cerchi, nei limiti di quello che sai fare, di cambiare a tua volta, per cercare di allungargli la vita. Con Paolo Iafelice, produttore del disco, abbiamo scelto questa seconda via.

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Fabio Visintin – L’isola

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FABIO VISINTIN

L’ISOLA
Liberamente ispirato a
La tempesta di William Shakespeare

Round Midnight Edizioni, 2014

62 pagine, brossurato, bianco e nero – 15,00 €

ISBN 978-88-98749-01-0

 

 

Lo sporco nell’ombra scompare e sporcarsi nell’ombra è lecito
(pag. 30)

 

La prima cosa che si può dire guardando L’Isola, il nuovo lavoro di Fabio Visintin -illustratore e cartoonist che non dovrebbe aver bisogno di presentazioni-, è che ci si trova davanti a un libro che parte da La tempesta di William Shakespeare e arriva altrove, attraversando il mare dei pensieri, quello delle citazioni e quello delle emozioni.

L’introduzione di Laura Scarpa definisce già la soglia che si sta per oltrepassare: “siamo isole, ma ci muoviamo in eterni labirinti, come topi di laboratorio, formiche che corrono in cunicoli, o penne che tracciano linee e racconti: lasciamo le nostre ombre”.

L’Isola, infatti, non è un semplice graphic novel; assomiglia più a un collage che sfrutta un bianco e nero (o meglio, un bianco e grigio) dal sapore anni cinquanta, con un tratto deciso e scuro, quasi notturno, e un intreccio di stili letterari che, all’apparenza, sembrano non avere nulla in comune.

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È una lotta tra luce e ombra nella quale Visintin, proprio come Prospero, il protagonista de La tempesta, interpreta la storia (la sua, la nostra) attraverso i suoi amati libri.

Il testo che accompagna le illustrazioni di questo volume non esemplifica mai il disegno ma ne rappresenta una chiave di lettura; il collegamento e il senso della storia sono a carico del lettore, un po’ come accade durante la lettura di una poesia.

È così che la difficoltà di vivere, la sconfitta dei sogni e il tradimento vengono rappresentati con l’aiuto di spettri e di ombre; i primi a rappresentare i bambini e l’infanzia (“piccole tartarughe mai arrivate al mare”) e le seconde le anime buie, l’altra parte dell’essere umano, quella violenta e distruttrice (“quel mare è troppo profondo e scuro e pieno di essere mostruosi, affamati e primordiali, ciechi e violenti, furiosi e sciocchi”).

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Visintin non è nuovo a questo tipo di lavoro, a questo assemblare storie apparentemente diverse in un unico volume; era già successo con Vita, amori, avventure veneziane di messer Gatto con gli stivali, ispirato a Puss in boots di Angela Carter, dove il Gatto con gli stivali diventa un personaggio teatrale che si muove tra Venezia e i radiodrammi della stessa Carter.

La ‘Round Midnight Edizioni si assicura una rilettura particolare della penultima opera di William Shakespeare, dove l’illustratore veneziano riesce a far convivere Konrad Lorenz con Carlo Collodi, Omero con Ray Bradbury, Euripide con Kurt Vonnegut, nella ricerca di una verità che esiste solo dentro l’isola che c’è in ognuno di noi.

Anche se in fondo, parafrasando Prospero, potremmo dire che tutto quello che Visintin ha disegnato è solo finzione e, come dice l’autore stesso, non sposta nulla nella realtà. Oppure no?

pag_07

Pierluigi Manchia – Poesie inedite

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©Littlepoints

 

 

De Sanctis

cosa sono i nostri nomi,
se non un ennesimo modo
di ingannarci?

non c’è predestinazione
nelle loro storie
come manca nelle nostre

-favole su cui modellarci
ma pur sempre storie di uomini-

ancora non abbiamo imparato:
i nomi sono sempre pseudonimi.

 

 

 

*

 

tra duemila anni -o meno- saremo di nuovo niente
ossa muscoli e pelle di nuovo sottoterra,
resteranno delle cattedrali solo granelli.

rassicurarsi:

degli incendi e degli amori
qualche ferita sulle cortecce degli alberi

 

 

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