Letteratura angosassone

Il nostro comune amico (ceci n’est pas un examen)

Quando leggerò Il nostro comune amico ne farò una recensione. Oppure, se non dovesse piacermi, non ne parlerò e voi capirete dal mio silenzio che mi ha deluso. Ma quello che Il nostro comune amico sta facendo a me, in questi giorni in cui attende chiuso sul mio comodino, vale bene più di due parole.
Volevo comprarlo già da qualche mese. Poi mi ero detta: compralo appena ti prenderanno a scuola, come portafortuna per l’anno che viene. Ho aspettato una supplenza quasi più per la voglia di comprare Il nostro comune amico che di mettere assieme il pranzo con la cena. E quando è successo, tempo un paio di giri di librerie e ho potuto poggiarlo sul mio comodino.
È ancora lì.
Ecco, il fatto è che Il nostro comune amico è grande, sono più di mille pagine. Questo vuol dire che non posso portarlo in metropolitana, ed escludo di lasciarlo in un cassetto a scuola. Non posso leggerlo a letto, perché mi prendo molta cura del mio polso e cinque minuti de Il nostro comune amico basterebbero a stroncarmi la carriera di pianista, ammesso che io ne abbia una. Quindi non l’ho letto ancora. (altro…)

In pentola il romanzo! (di Edoardo Pisani)

Edward Morgan Foster

Se potessimo crocifiggere Borges, lo faremmo.
Roberto Bolaño

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Nel 1927, anno delle conferenze a Cambridge che comporranno il saggio Aspects of the novel, Aspetti del romanzo, Edward Morgan Forster confessa a Virginia Woolf di sentirsi impreparato, poco colto, invero non un gran lettore di romanzi e di certo non un critico, ignorando o quasi autori classici quali Defoe e restando deluso dal Gide dei Falsari e poco convinto dall’Ulisse di Joyce, in fondo soltanto un common reader, come lei, che tuttavia gli risponde di detestare i romanzi, compresi i propri, dichiarando che suonano falsi e che ormai non pensa di scriverne più, nonostante sia l’anno di Al faro, congratulandosi con lui per le conferenze riprese dal quotidiano Nation, che non avrebbe mai saputo scrivere. Di lì a un anno però Virginia Woolf pubblicherà Orlando, la biografia trasposta e romanzesca di un’impossibile Vita Sackville-West, sua musa in fuga, uomo e donna e amante inafferrabile, e quattro anni dopo sarà la volta di The Waves, Le onde, con i monologhi alternati di Bernard, Susan, Rhoda, Neville, Jinny e Louis, che ruotano intorno alla vita e alla morte, alla parola e ai sentimenti, all’amore, una polifonia di voci che si fa racconto, storia, romanzo appunto, raffrontandosi anche all’impossibilità di scrivere, di mettere letteralmente in scena, cioè sulla pagina, tutto lo scibile del sentire umano: di raccontare l’uomo.
“Quando la tempesta traversa la palude e mi raggiunge nel fosso in cui giaccio abbandonato” dice Bernard ne Le onde, “non mi servono le parole. Niente di preciso. Niente che poggi con tutti e quattro i piedi per terra. Nessuna di quelle risonanze, di quegli echi che irrompono e rintoccano di nervo in nervo e ne esce una musica sfrenata, frasi false. Ho chiuso con le frasi…”
Non mi servono le parole, dunque, né gli impasti narrativi dei romanzi tradizionali, soltanto voci e visioni e onde e movimento, soltanto stile, questo sembra dirci Virginia Woolf con Bernard che galoppa contro la morte o Clarissa Dalloway che spalanca la finestra e Septimus che si siede sul davanzale e aspetta fino all’ultimo momento prima di buttarsi di sotto, prima di uccidersi, lui che vuole vivere, lui che non vivrà. In Aspetti del romanzo Forster prende a esempio la prosa woolfiana, definendola “fantasista” e riportando un paragrafo de La macchia sul muro, un racconto del 1917; e la macchia è una chiocciola e la vita un pasticcio, scrive Forster, e così la realtà e la scrittura che la ritrae, che la contempla e la ricrea o cerca di ricrearla e la scavalca, la abbandona, la scrittura romanzesca che sfugge al mondo o lo scompone per raccontarlo, per ricrearlo, un filo ipnotico che si tesse a perpetuità, la narrazione, i pensieri e i fatti. E quindi cos’è quel segno sul muro? Un chiodo? Un buco? Un petalo di rosa? Una crepa nel legno? La narratrice divaga e si sperde nei meandri della propria immaginazione, fra pesci che nuotano controcorrente e alberi e la “sensazione intima, asciutta di essere legno”, per un attimo albero anch’essa, albero Virginia Woolf; pensa all’ordine indefinibile eppure reale di ogni cosa, della natura, della sua stessa stanza, a una tempesta e ai rami folli che cadono ovunque finché nella sua mente “tutto si muove, cade, scivola, svanisce” – e la macchia è soltanto una lumaca che striscia sul muro e la narratrice, Virginia Woolf, smette di scrivere, di osservarsi scrivere, e conclude il racconto: “Ah, il segno sul muro! Era una chiocciola.”
Scrivere è innanzitutto osservarsi, “tentare di sapere ciò che si scriverebbe se si scrivesse”, come afferma Marguerite Duras in Scrivere, ovvero interrogarsi sul senso stesso della scrittura e sul silenzio che lo circonda, che prepara il linguaggio e la realtà che lo circoscrive, che lo definisce o da cui è definito, cioè narrato. Scrivere è raccontare, certo, ma raccontare sentendo, non solo vedendo, sentendo e cogliendo le parole e il ritmo che diviene linguaggio, vita, smuovendo l’ordine naturale delle cose e frantumando la realtà e la narrazione che la intrappola, che la osserva intrappolandola. È l’abisso che ci portiamo dentro, la nostra scrittura, l’abisso fatto parola e perciò riesumato in narrazione, in linguaggio e in sentimento o in follia e in solitudine. È il nostro sfogo e la nostra condanna, una prigione. “È bello scrivere perché riunisce le due gioie: parlare da solo e parlare a una folla” annotava Cesare Pavese ne Il mestiere di vivere, nel 1946, quattro anni prima di suicidarsi.
Forster scrive anche de I falsari di André Gide, uscito due anni prima delle conferenze di Cambridge, romanzo composito che comprende il diario del protagonista, Édouard, alter ego dell’autore alle prese con un libro intitolato per l’appunto I falsari, storia di Bernard e Olivier e dello stesso Édouard, scrittore in erba che fa e disfà teorie sullo scrivere lungo tutto il romanzo, sul raccontare, con la narrazione che si travasa in più matrioske interlacciate l’una nell’altra e che si osserva dall’interno, che si fa dialogo, azione, racconto infine, raffrontandosi alla tirannia dell’intreccio o dei personaggi e perdendo la linearità del romanzo tradizionale, divenendo scrittura. “Quanto all’intreccio, in pentola l’intreccio!” esclama energicamente Forster in Aspetti del romanzo. “Farlo a brandelli, metterlo a bollire!” E Gide, o Édouard, si sperde nel proprio diario, nel romanzo in crisi con se stesso che deve raccontarsi, cercarsi sulla pagina, e cosa scrivere, come andare avanti, come finire e ricominciare e quindi finire di nuovo, come narrare insomma, se l’intreccio va a brandelli e i personaggi divengono reali, vivi, un capitolo via l’altro, voci autentiche che vibrano e si raccontano in una molteplicità di punti di vista, di sguardi e di parole, di linguaggio – come narrare se scrivere è perlopiù fallire, posto che di vero scrivere si tratti, posto che nel Novecento, fra capolavori troncati o interminabili e autori morti in corso d’opera e talora uccisi dall’opera stessa, o dall’impossibilità di concluderla, si possa scrivere davvero. (altro…)

David Szalay, Tutto quello che è un uomo

                         

E se vivo, cosa succede adesso?

Nove fasi differenti della vita di un uomo (dai 17 ai 77 anni), diversi protagonisti, nove racconti che via via inevitabilmente si fondono in un romanzo sul maschio contemporaneo. Maschi però state bene attenti. Questo è sì un gran libro ma che fa un gran male soprattutto di questi tempi in cui vanno assolutamente e necessariamente ridiscussi la figura e il ruolo maschile. Fa male perché inesorabile, senza alcun giudizio e con la sua semplice descrizione del reale colpisce i punti deboli e infierisce girando il coltello nella piaga della “mediocrità” del quotidiano, del comportamento standardizzato, automatico, dell’essere mediocremente anacronisticamente “maschio”. David Szalay, giovane talento del panorama letterario britannico: premiato col premio Gordon Burn, nominato dal Telegraph nell’elenco dei migliori scrittori inglesi under 40 viene pubblicato per la prima volta in Italia con questo romanzo finalista al Man Booker Prize, grazie all’ottima traduzione di Anna Rusconi e si presenta con questa epopea del maschio contemporaneo europeo che a Praga come a Cipro sembra annaspare aggrappandosi con sempre meno convinzione alle abitudini e alle convenzioni. Il comportamento maschile stereotipato si rivela via via più come uno stigma da cui è impossibile liberarsi. Donne, denaro, motori, il successo sul lavoro o nel campo acccademico continuano a essere i temi ricorrenti, le uniche ambizioni, ma Szalay è abile nel trasformarli in problemi improvvisi; piccole crepe che annunciano crolli vicini e che si intrecciano dolorosamente con i rapporti quotidiani, con le scelte da cui tutti i protagonisti sembrano fuggire verso luoghi dove apparentemente non accade nulla. Ma è proprio nel nulla che si avvolge la scrittura di Szalay col suo proporci non-storie, perché queste storie non esistono: la narrazione è nulla, tutto si evolve in un tempo presente, privo di sorprese, colpi di scena, lieto fine. Sono essenzialmente fughe e adeguamenti al contorno, alle circostanze. Tutti gli episodi sono ambientati in un preciso contesto esistente, geo-localizzato. La scrittura di Szalay ci presenta volutamente un’Europa reale, attuale, senza soluzione di continuità, attraversabile da capo a capo con mezzi precisi (modelli delle macchine, voli, treni, autobus) attraverso strade, autostrade con tanto di numero di riferimento, caselli, ponti, alberghi, aree di servizio, stazioni, aeroporti. In questo senso è interessante l’evolversi del IV episodio che si sviluppa in un viaggio lungo un percorso da Londra centro a Königstein descritto con la precisione di un navigatore satellitare.

… Di colpo si rende conto di non sapere esattamente da che parte andare. Ieri ha controllato e gli sembrava tutto abbastanza semplice, il tragitto per uscire da Londra verso sud-est, in direzione Dover. Adesso trovare la strada che porta al fiume gli sembra più complicato. Si sforza di immaginarle, le vie che dovrà prendere. E quando si è fatto una specie di quadro mentale del percorso, soltanto allora, parte. In Park Lane si ferma a un semaforo, da una parte un albergo di lusso, dall’altra il parco, e fissa assonnato davanti a sé…
… Mentre gli passano per la mente deve concentrarsi sulla planimetria delle strade intorno a Victoria Station…
… La segnaletica lo tira da una parte, poi dall’altra, oltre grattacieli di uffici vuoti. Cerca la corsia che prima o poi lo butterà a sinistra, in Vauxhall Bridge Road. Eccola. …

È il paesaggio, o meglio, l’Europa il vero file conduttore del libro a cui il lettore riesce a rimanere aggrappato e solo determinati luoghi sembrano essere le uniche certezze. Anche se c’è una parvenza di contiguità nel susseguirsi dei racconti (luoghi o situazioni similari), in realtà in ognuno di essi entriamo all’improvviso, proiettati dal nulla, ma in luoghi a poco a poco riconoscibili, dove è possibile ambientarsi in fretta grazie agli stereotipi, al sentito dire; salvo poi perdersi nel percepire le differenze linguistiche (gli incontri sono sempre tra persone di nazionalità diversa) e le ostiche dinamiche tra generi, interazioni che più che unire, separano perché espresse come scambio economico, come necessità urgenti. I protagonisti si definiscono lentamente, attraverso una messa a fuoco che avviene attraverso la relazione con il paesaggio e con l’altro da sé. È qui che l’abilità di Szalay affonda la lama, concentrandosi sui dialoghi che il più delle volte appaiono sospesi, espressione vocale di un monologo interiore, di risposte interiormente scontate, ma così come non riusciamo a orientarci tra planimetrie e (come al turista più mediocre) ci viene in aiuto il museo o il monumento; allo stesso modo tutti i dialoghi tra i protagonisti crollano davanti ai silenzi o a risposte e atteggiamenti inattesi. 

«Perché hai acceso la candela?», le ha chiesto, sforzandosi di mostrare solo un vago interesse. «Non lo so».
«Non sapevo che fossi religiosa».
«Non lo sono».
« E allora perché?».
«Mi è venuto e basta. È un problema?».
«Ma figurati. Mi chiedevo, tutto qui».
«Mi è venuto e basta» ha ripetuto lei.
E lui: «Non credi in Dio?».
«Non so. No. Tu?».
Lui ha riso come se dovesse essere ovvio. «Ma no. Neanche per idea».

Eccolo quindi il maschio contemporaneo europeo; in crisi di scelta tra ciò che “ha” già e ciò che trova, indifeso e impreparato davanti a cambiamenti di idea o di programmi, estraneo a una gravidanza inattesa e non voluta, ma con gli occhi puntati spesso al cielo che non è mai una ricerca di una chiave, ma solo un infantile pretesto per trovare una via di uscita tra ciò che è apparente certezza perché culturalmente stabilito e ciò che nel presente, proprio in quel momento accade, davvero.

© Iacopo Ninni

 

David Szalay, Tutto quello che è un uomo, Adelphi 2017; € 22,00