Le cronache della Leda

Le cronache della Leda #24 – Le cose al proprio posto

fiume Connecticut - fonte Wikipedia

fiume Connecticut – fonte Wikipedia

Il pomeriggio, quando tornava dalle sue lezioni, Stefano mi portava a passeggiare lungo il Connecticut, che scorre a qualche chilometro di distanza da casa sua. Quello era il modo che aveva scelto per il nostro ipotetico riavvicinamento. Come se madre e figlio potessero mai veramente allontanarsi. Abbiamo passeggiato in riva al fiume tre, quattro pomeriggi alla settimana per quasi due mesi, a volte a braccetto, altre con lui che camminava qualche passo più avanti, e io a guardargli la schiena, a riconoscerne le somiglianze con quella di Saverio. Le passeggiate duravano un’ora, più o meno. Per ogni pomeriggio saranno stare pronunciate, al massimo, quattro o cinque frasi, mai particolarmente lunghe, ma non era necessario parlare. A parlare ci pensava il fiume e il suo scorrere diventava il nostro. Quello di cui avevamo bisogno era di camminare sulla stessa sponda, così ci si riavvicina, così abbiamo fatto. Stefano, ogni tanto, mi guardava e sorrideva. È bello mio figlio quando ride, ha sempre sorriso poco, brillante ma serioso. Ha sempre portato sulle spalle il peso della malinconia, dell’assenza. Non sono la sola ad aver perso qualcuno. Un pomeriggio mi ha detto che sono bella, ho scosso la testa, e ci mancherebbe altro ho pensato, e poi glielo ho pure detto. Abbiamo parlato dell’avvocato di tanto in tanto, ha detto che gli ho rubato l’amico, poi abbiamo riso entrambi, di gusto. Nel tratto di passeggiata che facevamo non passava mai nessuno eppure mi sentivo tranquilla, mio figlio mi portava a camminare in un posto che lo rispecchiava, solitario e silenzioso. Durante quelle ore ho avuto spesso la sensazione che l’acqua ci guidasse e che si mischiasse a noi. Diventavamo, in quei momenti, un flusso unico, così si mettono le cose a posto, goccia dopo goccia.

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Le cronache della Leda #23: Ritorno a casa

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Le cronache della Leda #23: Ritorno a casa

 

Ricordo solo di essermi svegliata seduta su una vecchia poltrona di velluto marrone. Una giovane donna tentava di porgermi un bicchiere d’acqua, mi diceva di avermi trovata priva di sensi davanti all’ingresso dell’associazione. A quel punto mi è tornato tutto in mente: stavo passeggiando per Brooklyn, nel mio ultimo pomeriggio americano, sarei partita per l’Italia il giorno dopo. La mia attenzione era stata attratta da una scritta su una piccola targa metallica Gruppo mamme aiuto, prendete per buona la traduzione di una vecchia professoressa in pensione. Leggendo la targa pensavo alla distanza dall’Italia, a quanto poco avessi pensato alla mia casa  durante le settimane trascorse qui, pur avvertendo la mancanza delle mie amiche che, per fortuna, sono diventate tutte bravissime con Skype. Credo di aver pensato a quanto mi sarebbero mancati mio figlio e mio nipote, ed è a quel punto che devo essere svenuta. La donna che mi ha offerto da bere mi ha chiesto come mi sentissi e mi ha spiegato d’avermi trovata sui gradini davanti all’ingresso dell’associazione e di avermi portata dentro con l’aiuto di Claire e Helen, me le ha indicate e loro mi hanno fatto un gesto di saluto, dal fondo della sala. Lei mi ha detto di chiamarsi Suzanne, le ho sorriso: «Come la canzone di Cohen» le ho detto. Mi ha spiegato che i suoi genitori l’hanno chiamata così proprio per la canzone. Stavo meglio, ma ho accettato l’offerta di rimanere lì seduta per un po’ a riposare. Hanno cominciato la loro riunione, c’era un piccolo palco, vi è salita una certa Marion (in automatico ho pensato a Marion Ross, l’attrice di Happy Days), una bionda sui sessanta, che ha cominciato a spiegare d’aver fatto dei passi avanti nella gestione organizzativa dei figli della figlia. Mi son detta che forse nel gruppo avrebbe dovuto iscriversi la figlia, ma non sono una che si metta a giudicare gli altri, ho solo scosso un po’ la testa come avrebbe fatto la Luisa. Ho ascoltato Marion e ho capito che sua figlia aveva dei grossi problemi, faceva un po’ di fatica a parlare ma le altre donne la incitavano. Qualcuna ha preso il microfono per dare qualche consiglio pratico. Suzanne si è voltata un paio di volte a controllare se ci fossi ancora, e mi ha fatto dei larghi sorrisi. Quando Marion è scesa dal palco l’ho applaudita insieme alle altre. Prima che cominciasse a parlare la prossima, ho ringraziato Suzanne e sono andata via.

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Le cronache della Leda #22 – U.S.A.

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Le cronache della Leda #22 – U.S.A.

 

La settimana dei saluti, quella che ha preceduto la partenza, la settimana del delirio, del via vai, di gente che entrava e usciva da casa mia. La settimana delle raccomandazioni della Luisa, dei consigli dell’Adriana, degli abbracci – troppi – della Wanda, dei mezzi sorrisi emozionati dell’avvocato, ma anche la settimana di Wimbledon, che non ho potuto seguire come avrei voluto. La settimana degli amici che mi vogliono bene e che ancora non ci credono che io abbia deciso per gli Stati Uniti, dopo tutti questi anni. La settimana delle lacrime versate e dei mille Controlla il passaporto e il visto; dei Portati un pullover che non si sa mai. E io a dire loro che in luglio sulla East Coast fa caldo. A New York, a Boston e negli altri posti dove andrò fa caldo. Ma niente, con gli apprensivi non c’è niente da fare.

Poi tutto d’un tratto è pronto, baci e abbracci, e via all’aeroporto con l’avvocato. Libri in borsa, a portata di mano, via al check in e poi l’imbarco. Scalo a Parigi e dove se no? I film in aereo, le hostess, le gocce per dormire, e poi stiamo iniziando la discesa verso New York, e poi atterriamo. Mio figlio e mio nipote non sanno che sono qui. La Luisa e l’Adriana disapprovano questa mia decisione, l’avvocato non si è espresso, la Wanda mi ha fatto il pollice su all’americana. Li avvertirò tra una settimana, ora prima devo guardarmi questa città da sola, devo farmi i giri dei film, sarà banale ma che si conceda a una donna che ha sempre fatto la cosa giusta di essere un po’ frivola.

E poi cosa ci sarebbe di frivolo? Passeggiare dentro Central Park come in un film di Woody Allen? Sorridere sotto le insegne dei teatri di Broadway? Sì, lasciatemelo fare. Lasciate che io prenda un hot-dog per strada sorridendo al venditore. Lasciatemi andare al Moma o camminare lungo l’Hudson. L’Upper east side. Harlem, Brooklyn e il Bronx. Sì, anche il Bronx, voglio andare a vedere i luoghi di DeLillo da Underworld a L’angelo Esmeralda. A mio figlio non piacerebbe di sapermi nel Bronx, non lo saprà, al massimo vedrà un paio di foto. La Statua della Libertà non mi interessa. Coney Island sì. Poi voglio andare a vedere i giardini, quelli piccoli, quelli un po’ appartati, quelli dei libri di Grace Paley.

Mentre decollavo da Milano, Roger Federer perdeva al quinto set da Djokovic, la partita me l’ha raccontata l’avvocato su Skype, pare sia stata una delle più belle finali di sempre, peccato che Federer non l’abbia vinta, peccato che io non l’abbia vista. L’avvocato mi ha detto che è stata così bella che arrivati a un certo punto il risultato finale non aveva più alcuna importanza. L’avvocato ne capisce e se lo ha detto, io gli credo. Potrei fermarmi qui fino a settembre e seguire da vicino gli Open Usa, ma non corriamo troppo con la fantasia. Ho detto a mio figlio che starò una settimana in montagna con la Luisa e che non porto il computer, così non potremo sentirci su Skype. Gli ho detto di non preoccuparsi e che lo chiamerò domenica.

Ora c’è New York, poi dopo l’estate vi racconterò tutto, vi faro la cronaca per stare in tema, ora esco la città mi aspetta, c’è una bella luce, in alto si riflette ovunque, sono pronta per fare una cosa che sognavo da un sacco di tempo: «Taxiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii».

Leda

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Nota: La Leda durante il periodo statunitense, diciamo così, non ci scriverà, è giusto che si goda l’America e i suoi cari, tornerà a trovarci a settembre.

©gianni montieri

Le cronache della Leda #21 – I dubbi, i figli e Mark Strand

parigi - foto gianni montieri

parigi – foto gianni montieri

Le cronache della Leda #21 – I dubbi, i figli e Mark Strand

 

Chissà se è solo testardaggine la mia, presa di posizione o che altro. A volte mi dico se non sia il caso che io compri un biglietto, prepari la valigia e lo prenda quel volo. Alla mia età forse è il caso di smetterla con la sindrome (mai dichiarata) d’abbandono e che vada a trovare mio figlio e mio nipote. Che vada a vederla questa America dove stanno. Forse quando vedrò la casa, gli oggetti, il tragitto che fanno per andare a insegnare uno e a studiare l’altro, come giocano insieme, che film guardano, come passano le domeniche, forse mi convincerò che quello è soltanto un posto dove i miei cari stanno bene. Un posto che a quel punto potrebbe sembrarmi più vicino. Un posto come un altro.

Mio nipote mi scrive delle bellissime e-mail, in perfetto e affettuosissimo italiano. Un sasso, in tutti questi anni, sarebbe stato meno irremovibile. Che nonna è una che legge le fiabe a suo nipote due o tre volte nella vita e soltanto per Natale?  Un nipote non è una festa comandata. E io dovrei mettere da parte un po’ di cose, ricompormi e andare a dichiarare che non c’è niente da perdonare. Dovrei andare a dire quello che ho capito da un pezzo, ognuno sceglie quello che è meglio per sé; e non si può far sentire in colpa un figlio per tutta la vita. Forse dovrei.

Ma non è facile e non so il perché.

Piove oggi, pare che giugno sia diventato ufficialmente un mese deputato alla pioggia. Temporali di lunga durata e per questo non dovrebbero essere definiti tali. Grandine, vento e panni stesi in casa. Estate, a quanto pare. La Luisa dice se andiamo a farci una settimana al mare quando il tempo si assesta,  e noi quando ci assestiamo, amica mia? Ci basterà un po’ di mare? Anche la Luisa che pare sempre più leggera, una che prende la vita in maniera più semplice, non pensate che sia una che non abbia pensieri, che non abbia tormenti. La solitudine è una cosa che non ti lascia mai stare, non la scegli mai veramente, è una conseguenza, qualcosa che capita e a cui ti abitui. Chi l’ha detto che è l’inverno il luogo dove essere malinconici. Io, la Luisa, per non dire della Wanda, d’estate ci perdiamo in certi struggimenti che nemmeno nei romanzi dell’ottocento.

Comunque se decido di andare non li voglio avvertire, farò loro una sorpresa, anzi prima mi visito un paio di città che ho in mente da sempre e poi li chiamo e dico: «Sono qui, venitemi a prendere.» Un po’ cinematografica come idea, ma se devo fare il passo ci devo mettere pure un pizzico di sceneggiatura. In questi giorni sto leggendo Quasi invisibile di Mark Strand. No, non sono poesie, ma volano e ti fanno volare meglio delle poesie, essendo Strand un poeta, uno dei più bravi. Le prose di questo libro sono quanto di più vicino al mio sentire di questo periodo che potessi leggere. Sono come me, un piede va e l’altro sta, una parola aggiunge e l’altra toglie.

Non ci sono parole per descriverlo

Come divampavano quegli incendi che non esistono più,
come peggiorava il clima, come svaniva l’ombra del
gabbiano senza lasciare traccia. Era la fine di una sta-
gione, la fine di una vita? È stato talmente tanto tempo
fa che pare non sia mai esistito? Cos’è in noi che vive
nel passato e ha nostalgia del futuro, o vive nel futuro
e ha nostalgia del passato? E che importanza ha quan-
do la luce entra nella stanza dove dorme un bambino
e la madre che si sveglia, aprendo gli occhi, desidera
sopra ogni cosa che ciò che non è in grado di nomina-
re infonda in lei l’opposto del risveglio.

(Mark Strand – da Quasi invisibile, trad. Damiano Abeni)

Leda

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©Gianni Montieri

Le cronache della Leda #20: Montevideo e Nebraska

San Paolo - foto di gianni montieri

San Paolo – foto di gianni montieri

 

Le cronache della Leda #20: Montevideo e Nebraska

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Il calcio mi è sempre piaciuto, ma dire solo calcio non sarebbe corretto, mi piacciono molti sport. Il tennis, ad esempio, nei prossimi giorni io e l’avvocato ci godremo Wimbledon e, speriamo, Roger Federer, ma dicevo del calcio. No, non voglio annoiarvi con la sconfitta meritata dell’Italia. Mi dispiace, naturalmente, sono una tifosa. Il calcio è uno sport bellissimo e, quando è ben giocato, uno spettacolo meraviglioso. Italia – Uruguay è stata una partita orribile, ventidue personcine dentro un rettangolo verde quasi immobili. Che tristezza.

Ho pensato agli appassionati, a quelli molto più appassionati di me, quelli che non si accontentano di un abbonamento alla pay tv e vanno lì dove i mondiali si giocano.

Leggevo qualche giorno fa di una famiglia cilena che in camper ha attraversato mezzo Sudamerica per andare in Brasile a seguire la propria squadra, si sono persi pure due volte non so più in quale deserto, ma avevano sintetizzato tutto con un “niente di che”. Leggevo, poi, di quattro amici uruguayani che in furgone hanno fatto un altro viaggio pazzesco per andare a tifare, per assecondare una passione. Stasera è a quei quattro ragazzi uruguaiani che penso. Saranno felicissimi, per carità, e giustamente, ma mi chiedo: non meriterebbero rispetto? Non avrebbero meritato che la propria squadra tirasse in porta? L’Uruguay ha fatto poco e niente, l’Italia ha fatto niente. Quella gente ha fatto migliaia di chilometri, per vedere niente. Il calcio è un’altra cosa.

La Luisa è una di quelle che tifava Uruguay, lo sapete perché? Perché l’Uruguay ha un Presidente in gamba, che guadagna pochi soldi, che pensa alla sua gente, che è avanti anni luce rispetto ai nostri politici. Che è onesto. Le ho impedito di venire qui a guardare la partita, che se la guardasse a casa sua, Luisa da Montevideo. Intendiamoci, tutto quello che dice su Mujica è vero, io stessa lo adoro, ma cosa c’entra, mi domando? Cosa c’entra il bene che quell’uomo fa alla sua gente con una partita di calcio? Niente, niente. Allora cosa avrei dovuto fare io? Mario Benedetti, l’uruguaiano, è uno dei mie scrittori preferiti, avrei dovuto tifare Uruguay per questo? O la Francia perché amo Parigi? Per favore. La Luisa ha poco da festeggiare, vanno fuori alla prossima.

Stasera per distrarmi mi guardo, finalmente, Nebraska, ho bisogno di una bella storia. L’avvocato mi ha parlato di un viaggio, di un padre e un figlio, di quelle strade americane che passano in mezzo al niente, poche case, molti silenzi. Spazi. Questo voglio vedere, spazi, e gente che sa cosa farci. Mi incuriosisce anche la scelta di girare il film in bianco e nero, forse è perché qualche volta i colori bisogna immaginarli, metterceli da sé, o forse perché il bianco e nero asseconda la lentezza, forse concede più tempo allo spettatore di pensare, o forse chissà. È che ho bisogno di qualcosa che ho perduto un paio d’ore fa, qualcosa che non è una partita, è un sogno. Ora mi guardo il film da sola, poi magari ve lo racconto.

Leda

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© Gianni Montieri

 

Le cronache della Leda #19: L’Adriana, Nebraska e il meteo

 

parigi - 2010 - museo rodin - foto gm

parigi – 2010 – museo rodin – foto gm

Le cronache della Leda #19: L’Adriana, Nebraska e il meteo

L’Adriana non dice mai veramente quello che fa. Non che nasconda qualcosa o che abbia chissà quale segreto, semplicemente non risponde mai alle domande completamente, omette sempre qualcosa, descrive parzialmente. Sembra quasi un retaggio da vecchia educazione, quando davvero ti insegnavano che certe cose non andavano dette. Lei deve averla talmente ben assimilata la lezione da applicarla praticamente a tutto. Io e la Luisa, ma credo anche altri che la conoscono, troviamo questa cosa divertente, ogni tanto ci innervosiamo però. Alcuni esempi di come risponde l’Adriana.

«Cosa hai mangiato? «Un risotto.» «Ma un risotto come?» «Così, un risottino.»
«A che piano abiti?» «Al penultimo.»
«Come stanno i tuoi figli?» «Stanno.»
«Sei andata poi al cinema?» «Siamo usciti di pomeriggio.» «Ma sei andata o no?» «Sono rimasta tanto in giro.»
«Che libro stai leggendo?» «Un romanzo.»

Una volta, eravamo nella sede del partito, avevamo messo su una parete una mappa del paese, in molti si misero a indicare dove stavano le proprie abitazioni. Uno, non ricordo chi, si voltò verso l’Adriana e le chiese dove abitasse. Lei si avvicinò alla mappa e cerchiò col dito una zona che comprendeva un quarto di città e disse: «Qui.»

L’altro giorno è venuto a trovarmi l’avvocato, non veniva da un mesetto circa, ha avuto qualche problema. Non mi ha detto quale, io non glielo domando. Bisogna capirli i ragazzi, certe volte le cose non le sanno dire. In quei momenti mi dimentico che è un mio amico e mi ricordo di essere la madre del suo migliore amico, la differenza sta qui, di colpo mi sento come sua madre, lui non dice, io non chiedo. Mi ha portato il dvd del film Nebraska, l’avevo perso al cinema e lui è stato così carino da regalarmelo. Nei prossimi giorni me lo guardo.

Oggi è piovuto molto, negli ultimi anni in giugno è successo spesso, non mi pare una grossa novità. Così come non mi pare che lo sia il brusco calo delle temperature. Invece, per qualcuno, continua a trattarsi di eventi straordinari. I telegiornali, i siti internet dei quotidiani, i meteorologi, si sono inventati La bomba d’acqua. Con la variante Grandine e la super variante Tromba d’aria. Bombe d’acqua si sono abbattute ovunque. Perché non li chiamano temporali? Acquazzoni? Precipitazioni intense?

Hanno cancellato, con un paio di Tg1, dall’immaginario collettivo, dalla memoria, migliaia di gavettoni di ferragosto, la riviera romagnola, i bagni numerati, i cinema all’aperto, i pedalò, le piadine, la stazione di Rimini e Viale Ceccarini. Non dico che questo sia un bene o un male, dico solo che è così.

Ho telefonato all’Adriana perché mi sono ricordata che lei quest’inverno era andata a vederlo Nebraska. Le ho chiesto com’era, se le fosse piaciuto. «Non a colori.» Ha risposto.

Leda

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© Gianni Montieri

Le cronache della Leda #18 – Finestre

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Le cronache della Leda #18 – Finestre

 

Il mare mi è sempre piaciuto, ma soltanto come una cosa da guardare da una certa distanza, come quando si indietreggia per guardare meglio un quadro, per coglierne l’insieme. Già da piccola, le volte che andavamo in Liguria a casa di una zia di mia madre, mi incantavo a guardarlo dalla finestra del salotto che dava sul lungomare. A me piaceva quel rettangolo di mare contenuto dal bianco dell’infisso, come se non fossi pronta a sopportarne l’immensità. A me non serviva tutto il mare, me ne bastava un pezzo. Andavo con le mie amichette a giocare in spiaggia e sulla sabbia, ma quando stavo lì non mi sembrava di vederlo più il mare, ero solo una bambina che giocava sulla spiaggia.

Anche negli anni successivi il mio mare è stato spesso quello della Liguria; da ragazzina prima e da sposata poi, nelle case o negli alberghi dove avremmo soggiornato, all’arrivo, sceglievo una finestra e quella, Saverio lo sapeva, diventava la mia finestra per tutta la vacanza. All’alba e al tramonto, e comunque prima che il sole calasse, me ne stavo lì e guardavo il pezzo di mare che mi ero scelta. Certe volte pioveva e lo spicchio d’acqua e di spiaggia diventavano ancora più mie. Dopo un po’ che stavo lì, in silenzio arrivava Saverio a portarmi il caffè. Questa cosa di guardare il mare dalle finestre a lui non l’ho mai spiegata ma l’aveva capita. Mi portava il caffè, restava un paio di minuti a guardare quello che vedevo io, poi mi lasciava sola col mio pezzo di mare.

Poi i treni, se si andava verso il mare, stavo attenta a scegliere il posto accanto al finestrino nella direzione giusta, quella da cui sarebbe comparso il mare. Dai treni la vista era diversa, il mare era qualcosa che passava e che poi subito ti mettevi alle spalle, il mare spariva mentre gli andavi incontro. In quei momenti forse ne ho afferrato la grandezza, la meraviglia di qualcosa che è dappertutto ma che per te sarà soltanto un pezzo. Il pezzo che puoi vedere da un buco nel muro, da uno spiraglio che lasciano due assi divelte, da una finestra.

Ho sempre cercato di ritagliarmi un pezzo di bellezza che potessi sopportare, l’impossibile. Sono sempre stata una che si è appassionata alle cause perse e ritagliare il mare dovrebbe essere la metafora da usare per raccontare le cose che non si possono raggiungere.

Io, comunque, il mare lo amo sul serio, anche adesso. In giugno, ogni anno, io e la Luisa ci andiamo, facciamo due settimane sempre nello stesso albergo. Prendiamo una camera doppia con la vista sul mare. La Luisa non brontola più come fino a pochi anni fa, ora rimane a letto quando mi alzo all’alba a guardarmi il mio mare, so che mi guarda e mi vuole così bene che finge di dormire.

Leda

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©gianni montieri

Le cronache della Leda #14 – La festa del paese

Saint Germain - Paris- foto di gianni montieri

Saint Germain – Paris- foto di gianni montieri

Le cronache della Leda #14 La festa del paese

 

 

È maggio, ci risiamo. Maggio, si sa, almeno in teoria, è un bellissimo mese. Le rose e tutte quelle faccende legate alla primavera, i baci di sera  quando eravamo giovani, quella bellissima canzone napoletana. L’ho sempre preferita nella versione di Murolo anche se quando la cantò Battiato mi stupì in positivo. E poi quell’altra, quella splendida della Mannoia, la canzone con cui si poteva parlare. Ci sarebbero molti motivi per amare maggio, ma qui dove vivo ce ne sono due per odiarlo, uno è il Rosario. Nulla contro il Rosario, quando è recitato in chiesa può essere anche affascinante e comunque non disturba, è nel suo luogo, ha senso. Quello che non sopporto è quello che recitano la mia vicina con le amiche, a finestre aperte, in  un misto di dialetto lombardo e latino. Latino? Vabbè, lasciamo perdere.

L’altro motivo valido per desiderare la fine di maggio è la festa del paese. La fanno ogni anno da duecentocinquanta anni, più o meno, cioè, è sempre stata presente in tutti gli anni della mia vita. Ma andiamo per gradi, perché se è maggio è maggio per tutti, e quindi ve la racconto.

Pare che nei campi, appena fuori dal paese, dei contadini trovarono la statua di una Madonna, riversa su un fianco in mezzo al terreno. La Madonna aveva un vestito bianco e rosa, alta circa un metro e sessanta. Bellissima come lo sono solo le Madonne. Cosa volete che facessero i contadini se non inginocchiarsi, adorarla, andare a chiamare il parroco e portarla in processione al paese? Naturalmente quell’anno ci fu un raccolto strepitoso, tutti gridarono al miracolo. La Madonna andava da quel momento osannata, pregata, ringraziata, festeggiata. A maggio, perché era quello il mese in cui l’avevano trovata.

Io non sono credente, lo sapete, ma ho molto rispetto per chi ha fede, per chi crede; non sopporto tuttavia i riti, le ripetizioni. L’abbruttirsi di ciò che dovrebbe essere preghiera e invece diventa fiera, tripudio di bancarelle. Sagra.

La statua della Madonna è dentro al Santuario, che sta nella piazza principale del paese. Per due settimane, tutte le sere, le vie che portano alla piazza e la piazza stessa diventano il centro delle celebrazioni. Bancarelle prima di tutto.  Fiumi di gente che vanno e vengono e comprano quelle assurde caramelle colorate. Le guardano come se fosse la prima volta. Bambini e passeggini. Palloncini colorati e, da non crederci, ancora lo zucchero filato. Lo zucchero filato rosa. Isola pedonale, i migliori bar del paese irraggiungibili. I banchetti dove vendono le salamelle e la porchetta, roba che nemmeno alla festa dell’Unità. Concerti di cantanti improponibili o dimenticati, tipo Amedeo Minghi, ma di adesso.

Naturalmente l’aspetto religioso resiste ma passa in secondo piano. Ci sono quattro processioni in cui la Madonna viene portata in spalla a spasso per il paese. Chissà cosa ne penserà di tutte queste bancarelle e di qualcuno che ancora indossa i vestiti della festa. Il parroco cammina davanti ai portatori della Madonna e benedice a destra e a manca. Tutti salutano la statua anche dai balconi. Fuochi d’artificio.

L’Adriana è nel comitato organizzatore dei festeggiamenti. Per tutto maggio praticamente non ci parliamo. La Luisa tenta di mediare. La Wanda sorride perché pensa che siamo delle ragazzine. La Madonna salterebbe almeno un anno su due, mi sa.

Leda

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©Gianni Montieri

Le cronache della Leda #13 – La morale dei dolci

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berlino – eastside gallery – foto gm

Le cronache della Leda #13 – La morale dei dolci

 

La Luisa mi ha scoperta. Sapevo che prima o poi sarebbe successo, ma non mi sono fatta trovare pronta. È entrata in casa puntandomi il dito in faccia, sparando tutta una serie di Tu, aveva la delusione scritta sul viso, il tormento negli occhi, qualcosa come un dolore, una ferita. Era furibonda. Ha scoperto che non faccio io le torte del martedì. Qualche settimana fa ha visto la Giovanna che veniva a casa mia e che entrava con un pacchetto, all’inizio non ha sospettato ma poi si è accorta che qualcosa stonava, che la Giovanna prima di citofonare si è guardata alle spalle. Allora  ha deciso di approfondire. Il martedì successivo alla stessa ora si è appostata nel bar di fronte casa mia. Dieci minuti dopo è arrivata la Giovanna con il pacchetto. Il martedì successivo ancora. Quando si è sentita sicura è venuta da me.

«Tu, tu, tu. Come hai potuto? Torta alle mele, Tiramisù, Millefoglie. I biscotti, addirittura. Come hai potuto ingannarci così. No, non dire niente. Ci conosciamo da quarant’anni, come hai potuto? Se puoi mentire su una torta puoi mentire su tutto. Abbiamo fatto insieme le vacanze, abbiamo riso, abbiamo pianto. Ti ho confidato i miei segreti, tutti i miei segreti. E poi l’Adriana e la Wanda ti vogliono bene. Volevi farci credere di essere una vecchia nonnetta come noi? Ecco quello che pensi: Noi siamo delle nonnette mentre tu sei l’intellettuale.»

La guardavo, muovevo le labbra come per cominciare a dire qualcosa ma non mi usciva una parola. Ero esterrefatta non solo dalla rabbia della Luisa ma da me stessa. In effetti, come avevo potuto.

«Pensa che piano, mettersi d’accordo con la Giovanna. Quell’altra poi, con quella finta gentilezza, chissà le risate alle nostre spalle. Mi deludi, Leda, mi deludi profondamente. È questo che hai imparato sui libri? La tua Questione morale finisce in una crema chantilly, nello zabaione. No, non dirò niente alla Wanda e all’Adriana, dovrai farlo tu, devi prenderti le tue responsabilità, e dovrai raccontare a loro tutto, davanti alla torta. A proposito, cosa avete concordato tu e la spia venuta dal forno per oggi? Quale capolavoro ti sei fatta preparare?»

Farmi preparare le torte era un gioco. Ho sospirato e le ho chiesto se volesse un caffè.

«Ah, quello sai prepararlo da sola?»

Ho sorriso e  pure lei, ma l’ha trattenuto, era ancora arrabbiata. Ho preparato il caffè in silenzio, non sapevo cosa dire. Come facevo a spiegare a lei e alle mie amiche, loro che sono le mie amiche più care, che farmi preparare le torte di nascosto era un modo per ingannare me stessa. Era la mia maniera di fingermi la nonna che non sono. Una nonna che ha l’unico nipote lontano, un nipote che non accarezza da un pezzo e al quale manda le faccine su Skype. Mentre aspettavamo il caffè guardavo la Luisa, aveva le lacrime agli occhi e io avevo voglia di piangere. Le ho preso le mani e le ho detto: «Luisa, io ti voglio bene. Ti ho sempre raccontato tutto, e hai ragione, oggi pomeriggio vi racconterò anche questa. Devo solo pensare alle parole, che trovarle è più difficile di fare le torte.»

Allora la Luisa mi ha sorriso e ha detto: «Vediamo se il caffè ti viene ancora buono.»

Dopo le ho detto di venire con me che andavamo dalla Giovanna a ritirare la torta.

Leda

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© gianni montieri

Le cronache della Leda #11- Tutta colpa di Gabriel García Márquez

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Le cronache della Leda #11 – Tutta colpa di Gabriel García Márquez

 

Mi ha telefonato l’avvocato, mi ha detto che è morto Gabriel García Márquez. Me l’ha detto così di botto senza nemmeno domandarmi come stessi, sono le sue piccole vendette per i romanzi che gli propino, facendolo sembrare un ignorante. Schermaglie tra amici, lui non è ignorante, lo sappiamo entrambi, legge cose diverse ed è meno rompiscatole di me. Mi ha telefonato perché conosce i miei conflitti con la letteratura sudamericana. Sai che novità, solo un lettore superficiale non li avrebbe. Dico subito che non piango Márquez, gli auguro solo buon viaggio, ammesso che si vada da qualche parte. Lui ha firmato la sua immortalità quando ha scritto Cent’anni di solitudine, dopo quel romanzo la letteratura mondiale non è stata più la stessa, abbiamo cominciato a guardare i libri sotto un’altra luce, la sua, che non era mai una soltanto, luce che veniva da tutte le parti. Da lontano e da vicino.

Ho molto amato alcuni scrittori sudamericani. Gli argentini Borges e Ocampo più di Cortázar, che comunque adoro. E Márquez (gente come Isabel Allende o la Serrano non mi riguardano. Per non parlare di quel miliardario brasiliano). A un certo punto ho smesso di leggerli, pur continuando ad amarli. È successo tutto dopo aver letto Cent’anni di solitudine (due volte di fila). Che meraviglia, se mai dovessi dare una definizione di Romanzo darei quel titolo e poi aggiungerei: leggi. Quel romanzo aveva fatto due cose, era arrivato al punto più profondo del mio animo e da lì, da quel piccolo punto nascosto, mi aveva portata via, in un mondo che erano mille mondi, in una terra così vera da non esistere. Sentivo gli odori, immaginavo oltre le storie fantastiche già immaginate dallo scrittore colombiano. Contavo i personaggi, li numeravo, li prendevo in prestito per parlarne a scuola. Leggevo dei passaggi in classe, senza aggiungere altro, fuori dai miei programmi, sperando che i ragazzi si innamorassero di una frase. Che si perdessero nei romanzi. Mi piace pensare che con qualcuno abbia funzionato. L’incipit è qualcosa che quasi non ha eguali. Tutti quegli Aureliano, le pagine spese per descrivere un luogo, i periodi così perfettamente costruiti. La fantasia e l’immaginazione applicate alla realtà. Il racconto allo stato puro. Come un nonno ai nipoti. Eravamo tutti nipoti di Márquez, milioni di nipoti sparsi per il mondo. È stato troppo bello e troppo. Dopo ho avuto bisogno di deviare su storie con architetture più essenziali, di leggere altro. Avevo bisogno di alberi che tornassero paesaggio e che non fossero tra i protagonisti. Volevo meno magia. O una magia diversa.

Aveva un’aria simpatica il colombiano. Una faccia da buono. Ho sentito qualcuno dire che è colpa sua se sono venute le Allende e le Serrano. Secondo me è colpa delle Allende e delle Serrano. Così come non è colpa di Carver se dopo di lui si è formato un esercito di apprendisti minimalisti, destinati al fallimento. Primo perché Carver non era un minimalista. Secondo perché era ed è inimitabile. Chissà come doveva essere sedersi lì alla macchina da scrivere e frase dopo frase costruire il capolavoro. Chissà se qualche volta alla fine di qualche capitolo abbia pensato: «Dio mio che roba.» Chissà. Ora c’è un’anziana signora che dopo tanti scrittori degli Stati Uniti, dopo molti europei, pochi orientali, alcuni italiani, ha voglia, da quando ha riagganciato la cornetta, di rileggere una storia di Márquez.

Non molti anni fa, lo ricordo benissimo, una sera su Skype mio figlio mi disse: «Mamma, sta uscendo in Italia un libro che devi assolutamente leggere, 2666 di Roberto Bolaño, un cileno.» Sapeva come la pensavo, ne avevamo parlato tante volte, ma mi convinse. Disse che si trattava di un capolavoro. Dopo aver letto 2666 capii che abbandonare il Sudamerica non era stato un errore ma soltanto una pausa, un’attesa. Doveva accadere un’altra magia, una magia completamente diversa da Cent’anni di solitudine. Una magia che fosse sudamericana ma anche europea. Una cosa fuori dal comune, un altro capolavoro. Un libro con pochi alberi ma con molte e bellissime parole.

Leda

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Le cronache della Leda #10 – Le biciclette

berlino - foto di gianni montieri

berlino – foto di gianni montieri

Le cronache della Leda #10 – Le biciclette  

(a andrea pomella e marco rossari)

 

Una volta hanno votato la cittadina dove vivo, paese come lo chiamo io, tra le dieci più ciclabili d’Italia. In piazza, nei negozi, per un mese o due non si era parlato d’altro. Quindi andare in bici era una cosa di cui vantarsi. L’Adriana e la Luisa erano entusiaste del piazzamento. Io (la guastafeste secondo loro) pensavo, invece, che quando le cose normali, giuste ma minime, diventavano qualcosa per cui vantarsi voleva soltanto dire che non rimaneva più nulla per cui valesse la pena farlo. Ovvero erano sparite le eccezioni, ci si vantava dell’ovvio. Ma tu vallo a spiegare a quelle due. Io che facevo tutto a piedi ero la più ecologica di tutti ma non andavo certo a raccontarlo in giro come se fosse un evento.

Io e la Luisa ogni tanto prendiamo il treno e andiamo a Milano. Qualche mostra, due o tre librerie a cui sono affezionata, lo shopping che la Luisa adora. Siamo scese con la metropolitana a via Turati e da lì abbiamo passeggiato fino a piazza della Scala. Milano col sole sembra più europea ma forse è meno interessante di quando è grigia. Se devi passeggiare è meglio che ci sia il sole però, mi dice la Luisa e come darle torto. Appena fuori dalla Galleria ci fermano due ragazzine carine e gentili con in mano un questionario: «Scusate signore che libri leggete? Romanzi? Gialli?» La Luisa tira dritto e dice: «Parlate con lei, la chiamiamo “la lettrice forte”.» Non avevo voglia ma le ragazzine mi facevano simpatia e ho pensato che guadagnassero dei soldi facendo quella cosa e ho risposto al questionario. A modo mio.

Ragazze care adesso vi insegno una cosa, le domande vanno fatte bene. Sì, lo so che vi hanno fatto un piccolo corso dove vi hanno spiegato cosa e come chiedere, e che avete le caselle predisposte, ma non ci si può accontentare di riempire le caselle, non credete? Ma sto blaterando, insomma voi lo sapete che la distinzione andrebbe fatta tra narrativa e saggistica, tra narrativa e poesia. Non avete la poesia tra le domande? Beh, è molto strano perché le poesie sono domande, pongono interrogativi, mica danno risposte. Perché chiedete se leggiamo gialli? Insomma: la letteratura, i libri, sono una cosa più complessa di un questionario. Certo, quella roba lì sarà commissionata da una multinazionale che alla fine vuol sapere quante volte io attraversi questa piazza, scavalcando i piccioni, e entri nel megastore di fronte. Io sono una professoressa e i libri sono stati quasi tutto nella mia vita. Se avete uno spazio per le osservazioni scrivete questo oppure barrate le mie caselle a caso. Mi chiamo Leda.

La Luisa dice che mi avranno scambiato per matta ma che è stato divertente. Dice che quando me ne parto con queste filippiche sono insuperabile. Mi sembrava di aver detto solo un paio di cosette. Beviamo un caffè con un dolcino e poi camminiamo lungo Via Torino. Le biciclette gialle che usano in tanti qui, credo sia un servizio del Comune, danno l’idea di essere molto, troppo, pesanti. Tra sanpietrini e binari del tram non deve essere uno scherzo andarci in giro. Resteremo sempre degli improvvisatori, non si dovrebbero fare prima le ciclabili e solo dopo mettere in piedi un servizio di bici a noleggio? La Luisa sbuffa che brontolo sempre e che non mi rilasso mai. Non si può mai fare un ragionamento, sarà meglio lei che si fionda su ogni vetrina come se ci fossero esposti l’ultimo pullover o l’ultima camicia al mondo.

A Milano ci sono più biciclette nei locali che in strada. Ne ho vista una color argento in Brera, in una vetrina dove vendono borse e penne molto care. Un’altra di un bel verde chiaro, una Bianchi tipo quelle di Fausto Coppi, all’ingresso di un parrucchiere, l’insegna dice Hair Stylist. Del resto siamo a Milano. Non faccio fatica a immaginare che almeno sei/sette tra bar e ristoranti avranno delle biciclette all’interno, come arredi. Del resto siamo a Milano. Del resto siamo a Design. Tutte queste cose non le dico alla Luisa, le impedisco, però, di comprare un orribile foulard giallo e turchese. C’è un limite a tutto. In una via non distante da Porta Genova c’è un locale Le biciclette. Sbircio dentro, questi ce le hanno appese al soffitto, almeno sono coerenti. L’avvocato una volta mi  ha detto che il ciclismo ha i giorni contati, se venisse più spesso a Milano ne avrebbe la certezza.

Leda

 

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© Gianni Montieri

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Le cronache della Leda #8 – La lampada, lo specchio, la Wanda

Rodin - Parigi 2010 - foto gianni montieri

Rodin – Parigi 2010 – foto gianni montieri

Le cronache della Leda # 8  – La lampada, lo specchio, la Wanda

 

 

 

Hanno ricoverato la Wanda in ospedale. Un malore, niente di grave, la terranno lì qualche giorno in osservazione e le faranno degli accertamenti. Mi ha avvertito l’Adriana. L’hanno portata al Biraghi, lo stesso ospedale dove ha lavorato fino alla pensione. La Wanda faceva il chirurgo. Specializzata in ortopedia, ne ha messe a posto di ossa. Si prende in giro massaggiandosi le gambe: Fossero ossa saprei come fare ma su ‘sta benedetta circolazione ne so poco. Poi scoppia a ridere. Mi sto preparando che con la Luisa andiamo a trovarla tra poco. L’Adriana ci è andata stamattina.

In casa ho due specchi, uno in camera l’altro in corridoio. Quello in camera è interno all’armadio, a figura intera. Quello all’ingresso è più piccolo, a parete, ci si può vedere fino al busto. Allo specchio all’ingresso sono affezionata, era di mia nonna. Saverio diceva che aveva anche un valore economico ma lo diceva tanto per dire, sapeva che del valore economico non mi importava, da quello specchio non mi sarei mai separata. Una allo specchio si guarda per cosa? Per vedere come sta? Per controllare il trucco? Per vedere di aver abbinato bene i vestiti alle scarpe? Io a queste cose ho sempre dato poca importanza, ma non c’è giorno che non mi guardi allo specchio. Mi specchio per sincronizzarmi, per vedere se nell’immagine riflessa vi siano tracce del mio umore. Degli stati d’animo. Lo specchio dovrebbe anticiparmi cosa leggerà la gente sul mio volto. Ma la gente non si cura di niente e anche a me non importa della gente. Eppure l’ho sempre fatto. I miei due specchi mi hanno sempre detto cose diverse l’uno dall’altro ma io ho sempre tenuto conto di entrambe le opinioni.

La mamma della Wanda faceva la puttana. In paese tutti dicevano che la Wanda era la figlia della prostituta, qua non riescono ancora a chiamare le cose con il proprio nome. A spettegolare, invece, riescono benissimo. Tutta la vita hanno sempre indicato la Wanda come la figlia di quella. Si chiamava Angela ed era bellissima. Anche la Wanda è sempre stata bellissima. Alle elementari era la bimba brava ma figlia della prostituta, alle medie uguale, alle superiori era quella a cui chiedere se sapeva fare quello che faceva la madre. All’Università non lo so. Dopo la Wanda è diventata il medico bravo con la madre puttana. La Wanda se ne è sempre fregata, sua madre era sua madre, una donna unica, stupenda. Non ho mai fatto fatica a crederlo. Una volta, quando sua madre era già anziana, dovette operare un uomo che si era spezzato le gambe in un incidente d’auto. Entrando in sala operatoria, in barella, l’uomo che stava impazzendo per il dolore, trovò il tempo di guardare la Wanda e di sorriderle: «Ho conosciuto sua madre.» Disse. «Una donna meravigliosa, come non se ne trovano più.» La Wanda sorrise e strinse le mani all’uomo mentre l’anestesia cominciava a fare effetto.

Lo specchio in camera mi ha detto stanchezza, mi ha detto che non mi piace andare all’ospedale. Mi ha detto che io e la Wanda abbiamo la stessa età e che il nostro rapporto con gli ospedali potrebbe intensificarsi. Mi ha detto occhiaie, mi ha detto brutta giornata. Mi ha detto strani pensieri. Lo specchio della camera è così, un po’ cinico. Dice quello che pensa. Mette a fuoco.

La Wanda ha una vecchia lampada stile liberty. Non una bellissima lampada, in realtà. La tiene in salotto su un tavolino. La tiene accesa tutto il giorno, è un regalo dell’Angela. La cosa che le disse mentre stava morendo fu: «Tienila tu, tienila tu la lampada.» La Wanda racconta che alla lampada parla come se parlasse a sua madre e che, ogni tanto, ci litiga. E anche lei parla con le cose, come faccio io. E le ascolta. La luce gialla di quella lampada le racconta le storie che l’Angela le raccontava quando era piccola e tutte quelle che non poteva raccontarle. La Wanda dice che la lampada la fa sentire al sicuro. La lampada accesa è una carezza, è tornare a casa, tutte le volte. La lampada resta spenta solo di domenica, il giorno in cui l’Angela non lavorava.

Lo specchio all’ingresso, lo specchio di mia nonna, dice stai tranquilla. Lo specchio con la cornice consumata dal tempo dice che le amiche si vanno a trovare. Lo specchio che stava in camera di mia nonna dice che l’ospedale è solo un posto. Lo specchio davanti al quale mia nonna si pettinava dice che non è stanchezza, soltanto bellissime rughe. Lo specchio che mia madre mi ha dato quando mi sono sposata dice che si viene fuori anche delle più dure battaglie. Dice vai a trovare la Wanda, dice vai in America, testa dura, vai a trovare mio figlio.

Il citofono suona, è la Luisa. Devo andare.

 Leda

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© Gianni Montieri

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