Jacopo Ninni

David Szalay, Tutto quello che è un uomo

                         

E se vivo, cosa succede adesso?

Nove fasi differenti della vita di un uomo (dai 17 ai 77 anni), diversi protagonisti, nove racconti che via via inevitabilmente si fondono in un romanzo sul maschio contemporaneo. Maschi però state bene attenti. Questo è sì un gran libro ma che fa un gran male soprattutto di questi tempi in cui vanno assolutamente e necessariamente ridiscussi la figura e il ruolo maschile. Fa male perché inesorabile, senza alcun giudizio e con la sua semplice descrizione del reale colpisce i punti deboli e infierisce girando il coltello nella piaga della “mediocrità” del quotidiano, del comportamento standardizzato, automatico, dell’essere mediocremente anacronisticamente “maschio”. David Szalay, giovane talento del panorama letterario britannico: premiato col premio Gordon Burn, nominato dal Telegraph nell’elenco dei migliori scrittori inglesi under 40 viene pubblicato per la prima volta in Italia con questo romanzo finalista al Man Booker Prize, grazie all’ottima traduzione di Anna Rusconi e si presenta con questa epopea del maschio contemporaneo europeo che a Praga come a Cipro sembra annaspare aggrappandosi con sempre meno convinzione alle abitudini e alle convenzioni. Il comportamento maschile stereotipato si rivela via via più come uno stigma da cui è impossibile liberarsi. Donne, denaro, motori, il successo sul lavoro o nel campo acccademico continuano a essere i temi ricorrenti, le uniche ambizioni, ma Szalay è abile nel trasformarli in problemi improvvisi; piccole crepe che annunciano crolli vicini e che si intrecciano dolorosamente con i rapporti quotidiani, con le scelte da cui tutti i protagonisti sembrano fuggire verso luoghi dove apparentemente non accade nulla. Ma è proprio nel nulla che si avvolge la scrittura di Szalay col suo proporci non-storie, perché queste storie non esistono: la narrazione è nulla, tutto si evolve in un tempo presente, privo di sorprese, colpi di scena, lieto fine. Sono essenzialmente fughe e adeguamenti al contorno, alle circostanze. Tutti gli episodi sono ambientati in un preciso contesto esistente, geo-localizzato. La scrittura di Szalay ci presenta volutamente un’Europa reale, attuale, senza soluzione di continuità, attraversabile da capo a capo con mezzi precisi (modelli delle macchine, voli, treni, autobus) attraverso strade, autostrade con tanto di numero di riferimento, caselli, ponti, alberghi, aree di servizio, stazioni, aeroporti. In questo senso è interessante l’evolversi del IV episodio che si sviluppa in un viaggio lungo un percorso da Londra centro a Königstein descritto con la precisione di un navigatore satellitare.

… Di colpo si rende conto di non sapere esattamente da che parte andare. Ieri ha controllato e gli sembrava tutto abbastanza semplice, il tragitto per uscire da Londra verso sud-est, in direzione Dover. Adesso trovare la strada che porta al fiume gli sembra più complicato. Si sforza di immaginarle, le vie che dovrà prendere. E quando si è fatto una specie di quadro mentale del percorso, soltanto allora, parte. In Park Lane si ferma a un semaforo, da una parte un albergo di lusso, dall’altra il parco, e fissa assonnato davanti a sé…
… Mentre gli passano per la mente deve concentrarsi sulla planimetria delle strade intorno a Victoria Station…
… La segnaletica lo tira da una parte, poi dall’altra, oltre grattacieli di uffici vuoti. Cerca la corsia che prima o poi lo butterà a sinistra, in Vauxhall Bridge Road. Eccola. …

È il paesaggio, o meglio, l’Europa il vero file conduttore del libro a cui il lettore riesce a rimanere aggrappato e solo determinati luoghi sembrano essere le uniche certezze. Anche se c’è una parvenza di contiguità nel susseguirsi dei racconti (luoghi o situazioni similari), in realtà in ognuno di essi entriamo all’improvviso, proiettati dal nulla, ma in luoghi a poco a poco riconoscibili, dove è possibile ambientarsi in fretta grazie agli stereotipi, al sentito dire; salvo poi perdersi nel percepire le differenze linguistiche (gli incontri sono sempre tra persone di nazionalità diversa) e le ostiche dinamiche tra generi, interazioni che più che unire, separano perché espresse come scambio economico, come necessità urgenti. I protagonisti si definiscono lentamente, attraverso una messa a fuoco che avviene attraverso la relazione con il paesaggio e con l’altro da sé. È qui che l’abilità di Szalay affonda la lama, concentrandosi sui dialoghi che il più delle volte appaiono sospesi, espressione vocale di un monologo interiore, di risposte interiormente scontate, ma così come non riusciamo a orientarci tra planimetrie e (come al turista più mediocre) ci viene in aiuto il museo o il monumento; allo stesso modo tutti i dialoghi tra i protagonisti crollano davanti ai silenzi o a risposte e atteggiamenti inattesi. 

«Perché hai acceso la candela?», le ha chiesto, sforzandosi di mostrare solo un vago interesse. «Non lo so».
«Non sapevo che fossi religiosa».
«Non lo sono».
« E allora perché?».
«Mi è venuto e basta. È un problema?».
«Ma figurati. Mi chiedevo, tutto qui».
«Mi è venuto e basta» ha ripetuto lei.
E lui: «Non credi in Dio?».
«Non so. No. Tu?».
Lui ha riso come se dovesse essere ovvio. «Ma no. Neanche per idea».

Eccolo quindi il maschio contemporaneo europeo; in crisi di scelta tra ciò che “ha” già e ciò che trova, indifeso e impreparato davanti a cambiamenti di idea o di programmi, estraneo a una gravidanza inattesa e non voluta, ma con gli occhi puntati spesso al cielo che non è mai una ricerca di una chiave, ma solo un infantile pretesto per trovare una via di uscita tra ciò che è apparente certezza perché culturalmente stabilito e ciò che nel presente, proprio in quel momento accade, davvero.

© Iacopo Ninni

 

David Szalay, Tutto quello che è un uomo, Adelphi 2017; € 22,00

 

Su “Cosedicasa”

Iacopo Ninni, Cosedicasa, Dot.com press, 2017

 

Cosedicasa è un libro, una parola, un letto. Un’anta socchiusa, una finestra aperta, una scala che scende e che sale. Cosedicasa è un posto in un bosco ma sa di mare. È inevitabilmente un ritorno. Una tegola, un muro da tirare su, un ingranaggio da sistemare, un tavolo da apparecchiare, un altro per lavorare. Cosedicasa è una storia, è un giardino, è un architetto a cuore aperto. È la Toscana nascosta tra gli alberi, è Milano, è una fotografia, è qualcuno che ti dice di non andare via. Mi pare sia un incontro, un’altra fotografia. E poi è un’attesa, qualcuno che sa guardare, che sa attendere, perché poi  qualcuno arriva. Cosedicasa, vi dico, è una partenza, è un poeta che ci dice ciò che è stato, che ci mostra che sarà. La casa è una figlia, è una donna, la casa è un ciliegio, è un inferno ma solo per un momento. È davvero un focolare? Forse per Ninni è un focolaio, una fucina, un’idea che salta fuori in cucina; ecco, la casa è un disegno, è una poesia, è un impegno. È un amore da tenere in piedi senza ritegno, senza paura.

Cosedicasa è una pianura, è la maremma, è un cane che corre su un’altura, è un mandarino profumato, un amico ospitato. La casa è un racconto, un rimpianto e un collante che tiene insieme le mattonelle e il pianto. È un progetto, è una vita in costruzione, è una mostra con qualcosa da mostrare, è qualcosa che ha a che fare con lo spazio e di nuovo con l’architettura. Lo spazio è la cosa da considerare per un architetto, è faccenda da tenere in mente per un poeta. Quanto in là potrò guardare da questa finestra? Quanto spazio lascio tra il settimo e l’ottavo verso? Che rumore fa il vento che soffia sopra il tetto? Che suono fa la parola che chiude una poesia? Che rumore fanno i figli quando vanno via e quale suono fa un padre che rientra? Quante cose fa una casa, quante un libro riuscito, quante dentro Cosedicasa.

Balconate

Da qui invece
servono lenti diverse
per inquadrare le isometrie
del verde lungo il muro davanti
e concentrarsi sulla conferma
dei gesti per interrogare un orario,
una mancanza
o solo il nome della nuova amica
della vicina
Ci sono fiori qui, erbe aromatiche
e un merlo che reclama briciole,
quanto basterebbe per attirare
un’attenzione.
Di là, dove si appoggiano
soprattutto le attese
la focale si apre
su una visuale più ampia che
concilia la litania del viale
con la metrica dei davanzali
e le piante qui sono stranamente più verdi.

(altro…)

La polvere è ovunque

Esce oggi per Exòrma editore, Neghentopia il nuovo libro di Matteo Meschiari,  scrittore e docente di antropologia e geografia che dopo Artico Nero  (Exòrma, 2016), continua il suo viaggio narrativo attraverso paesaggi prossimi e futuribili. Benvenuti quindi in questo mondo dove la Repubblica democratica del nord e la Federazione popolare del sud si fronteggiano in un conflitto indefinito attraverso un mondo devastato e depauperato e dove esseri vari vagano come in un deserto. Un’altra distopia, sì, ma ricreata quasi scientificamente e estremamente possibile, almeno nell’ottica di una crescita che si propone esclusivamente per sottrazione di risorse, di spazio, di relazioni e che non può che portare allo svuotamento e alla erosione: una definitiva “polverizzazione” della realtà e della sua narrazione che come la neve di Marcovaldo copre e modifica le forme del passato, la storia. Benvenuti quindi in questo deserto i cui contorni si adattano alle forme delle rovine di una “civiltà” che si decompone e agonizza sotto strati di polvere, come oggetti dimenticati. La memoria è l’unica certezza, e quindi di un paesaggio stravolto restano vivi i nomi, le sue caratterizzazioni geografiche che continuano a ergersi come sicurezze archetipiche, sopravvissute coordinate vitali: il Fosso, il Labirinto, la Fortezza. l’Atollo. luoghi collegati da un Decumano, storicizzazione quindi di un orientamento e antica definizione urbanistica del territorio. Ma ovunque regna l’oblio come in Lucius, il protagonista il cui vero dramma è il dimenticare ciò che ha fatto. Polvere quindi ovunque, come è polverosa la memoria ma anche il dialogo tra i protagonisti, particellare, ridotto a enunciati minimi. Il romanzo si presenta volutamente come la sceneggiatura di un film. Primi piani, dissolvenze, piani sequenza e soprattutto colonna sonora (da applicare rigorosamente durante la lettura del testo) sono tutti ben definiti, segnalati e come le immagini che accompagnano il testo e realizzate dell’illustratore Rocco Lombardi, vogliono costringere il lettore a una visione forzata e lontana da ogni possibile deviazione salvifica da un paesaggio distopico standard già ben consolidato nella mente (Blade runner, Mad Max, La strada…) e che tale deve rimanere per evitare ogni possibile assoluzione. Un discorso a parte andrebbe fatto sulla colonna sonora che sembra estraniante nel suo proporsi (Il libro andrebbe letto veramente ascoltando proprio la sequenza di brani proposti, da B. Bulat a E. Reijseger), ma è solo un lucido tranello che amplifica la percezione di una carenza di coordinate. I percorsi tracciati da Lucius e il suo passero possono essere fuga, ricerca, involuzione ma sono soprattutto la realizzazione di una necessità; l’orientamento, sia esso geografico, mnemonico, fisico, percettivo, emotivo. E così come una mappa è tracciabile sia con lo sguardo tridimensionale e panottico del volo, che col progressivo avanzare “misurante” del cammino, la geografia ci insegna che un modo completa e arricchisce l’altro e supera quelle carenze dovute a una “denominazione” oramai obsoleta e fuori sincrono. Così è il cammino di Lucius, accompagnato dal volo del passero, attraverso un paesaggio definito con estrema cura dalla penna di Meschiari, che volutamente si definisce tramite archetipi che mantengono una coerenza con la “storia”, che è poi quanto necessita a un uomo per poter continuare a camminare perché  «la gente ha bisogno di storie», anche se da cercare sepolte sotto la polvere.

 

Matteo Meschiari, Neghentopia, Exorma editore, 2017

© Iacopo Ninni

I poeti della domenica #216: Fabio Orecchini, da “Per Os”

 

(Dalla sezione: Per os / somministrate parole)

A togliere via dai resti le macerie, le carni dalle vesti
a togliere via le bocche recuperare i denti
a togliere via le lingue le gole dai tormenti

Lasciare intatti gli occhi, intoccate le orecchie
i corpi materia dell’acedia, le zone interdette
il fuoco di parole che devasta / mentre tutto d’intorno si tace

 

(Dalla sezione: La memoria della crisi / La crisi della memoria)

corpo nell’errore, nel farsi termine, tramite noi, come termite
nel dolore, a fare buchi cavi, valicare travi su travi, come cavia
per tornare a noi, ai giorni terminali                     e scavi e scavi

tre vani devastati abitarne l’habitus il recesso
due vani e mezzo il catino verandato
da ristrutturare al più presto, il condono regresso

C’è qualcuno?

Crolla in quiete il cielo defibrilla
demolire il tempo prova a dire
il rumore bianco dentro ai monti di Sibilla

 

© Fabio Orecchini, Per os, Sigismundus, 2016

I poeti della domenica #215: Emanuel Carnevali, da “Il primo Dio”

AD MAIOREM GLORIAM POESIAE

Let them comb their hair –
these grotesque shop girls –
this funny way or that.

Let them paint their lips
to a red shriek.
Let them powder their faces
dry.

I imagine them
before their mirrors
trying to produce a poem.

 

AD MAIOREM GLORIAM POESIAE

Si pettinino pure i capelli –
queste grottesche commesse –
in quel modo buffo o in quell’altro

Si dipingano pure le labbra
di un grido rosso.
Si inciprino pure la faccia
fino a inaridirla.

Io le immagino davanti allo specchio
che tentano di fare una poesia.

 

COMMONPLACES

How Are You?

I wish that you all be well,
and that the sick ones of you get well;
I want a big, fresh, clean world.
Do you, too?
When you say:
“How do you do?”
“How do you feel?”.

I am glad to see you

I am glad to see you:
my life still missed
one aspect:
and here you come
to fill the longing for you
that was in the breath of a sad hour.
I surely wanted to see you
for I greet you with words too plain to hide a lie:
“I am glad to see you”.

 

LUOGHI COMUNI

Come stai?

Mi auguro che voi tutti stiate bene
e che se qualcuno è ammalato guarisca;
voglio un mondo grande, fresco, pulito.
Anche tu?
È questo che intendi
quando dici:
” Come stai? ”
” Come ti senti? “.

Che piacere vederti

Che piacere vederti:
la mia vita mancava
di qualcosa:
ed ecco che vieni tu
a appagare il desiderio di te
nel respiro di un’ora triste.
È certo che ti volevo vedere
perché ti saluto con parole troppo comuni
per nascondere una bugia:
” Che piacere vederti “

(1923)

 

INTERNO

La signora è un pezzetto di
porcellana
che un gomito sgarbato
può in ogni momento
buttare
giù

L’uomo è un
uccello del
paradiso
imbalsamato.

L’uomo è un
topo
affamato
che sgambetta via.

(1925)

 

Traduzioni di M.P. Carnevali

 

da © Emanuel Carnevali, Il primo Dio, Adelphi, 1978

La tristezza è una cosa importante.

Si apprestò a tirare giù il bagaglio dalla reticella: la valigia le sembrò molto pesante. Molto più pesante di quando era partita, così, con una certa circospezione, chiese alla valigia: – Che ti è successo?
– I mesti ritorni che appesantiscono l’animo… – borbottò
quella rivolgendosi a tutti e a nessuno.

Tra Lewis Carroll e Gianni Rodari, La donna che pensava di essere triste di Marita Bartolazzi che esce oggi per Exòrma Editore, si rivela come una favola e sicuramente lo è, anche se una doverosa analisi del titolo con la sua possibile doppia interpretazione porta il lettore ad affrontare il libro attraverso un doppio binario percettivo e ad aprire nuovi interrogativi sulla necessità di una definizione qualitativa della tristezza. Tutta la narrazione che procede tra incontri e sogni (rigorosamente scelti e acquistati in un supermercato dei sogni) tende a evidenziare con una leggerezza appunto favolistica quel limite tra ciò che appare triste allo sguardo e ciò che è triste perchè agisce nel profondo. La tristezza non viene letta mai nella sua accezione negativa, ma come una prerogativa nel potersi relazionare con l’altro da sé ed è necessariamente parte della nostra esperienza quotidiana, spesso utile, sana e formativa reazione a una partenza, a un cambiamento, al comparire di un ricordo. La scelta narrativa di Marita aiuta in questo percorso, creando un’aura di disincanto su ogni possibile o interpretabile forma o espressione di tristezza, evidenziando il fatto di come troppo spesso si tenda a cercare e definire una qualità “triste” soprattutto nel contorno che è però alla fine una definizione labile, vaga e estremamente relativa.

– Secondo me il semolino è più triste.
La donna che pensava di essere triste ne convenne e aggiunse arrossendo: – Purtroppo non mi piace molto.
– Il semolino è buonissimo – intervenne la sé stessa nel labirinto. – L’orzo con le zucchine è davvero triste.
– Fettina ai ferri – consigliò perentoria la sé stessa col cappotto rosso.

Tra sogni e personaggi più o meno onirici (ma sempre legati all’idea o al bisogno di un ricordo) la nostra protagonista compie un cammino che si intreccia via via a quello dei suoi incontri; tutti elementi fondamentali nella maturazione di una persona adulta e quindi già formata, definita, ma con delle evidenti carenze e ambizioni che compaiono nel corso della narrazione come piccoli stimoli che portano a possibili interpretazioni sul perchè “si pensa di essere tristi”.

L’indomani ogni cosa riprese con i suoi ritmi consueti: la donna che pensava di essere triste tornò dall’ufficio poco dopo le quattro e, non un secondo dopo le cinque, il suono del campanello annunciò la visita del monumento.

Ma sono proprio i diversi incontri che aggiungono via via complessità a una possibile topografia della tristezza, sia essa un sentimento o semplicemente un “vestito” che compare nelle consuetudini e negli stereotipi (un colore triste, un cibo triste, uno sguardo dal finestrino del treno, una lettera…), ma anche nelle relazioni, nei cambiamenti, negli approcci. Ho parlato di topografia della tristezza perchè c’è una grande cura e sensibilità da parte di Marita nel descrivere elementi che riportano con estrema naturalezza il lettore ad una personale idea di tristezza, scoprendo così quante percezioni, dinamiche, situazioni e quanti oggetti vi siano spesso associati. L’intento però non è quello di fuggirla o di difendersi, ma di “accoglierla”, perchè della tristezza c’è bisogno ed è giusto che venga detto anche e soprattutto così.

Il monumento aveva preso un bel ritmo e si lasciava trasportare
dalle sue stesse parole: – La tristezza è con noi, è
dentro di noi, la tristezza ci rende migliori, più calmi e riflessivi,
meno propensi ad atti irresponsabili. La tristezza è
una cosa di primaria importanza ed è così spesso sottovalutata
che questo museo, oltre ad avere la funzione di preservarla,
evocarla e tutelarla avrà anche una funzione
educativa di grande importanza. Sarà monito ed esempio.

© Iacopo Ninni

Marita Bartolazzi, La donna che pensava di essere triste, Exòrma Editore, 2017

Cosedicasa

 

…Esiste però un’altra definizione della poesia, o meglio del poetico: perché qualsiasi arte, dalla architettura alla musica al cinema può essere poetica, quando si struttura attraverso dei
ritmi. E non solo le arti, ma anche un paesaggio, una persona, uno sguardo quando creano dei ritmi e delle situazioni che toccano l’essenza delle cose, anche in questi casi si tratta di poetica…
[Dall’introduzione di Alessandro Mendini]

 

 

 

 

Balconate

Da qui invece
servono lenti diverse
per inquadrare le isometrie
del verde lungo il muro davanti
e concentrarsi sulla conferma
dei gesti per interrogare un orario,
una mancanza
o solo il nome della nuova amica
della vicina
Ci sono fiori qui, erbe aromatiche
e un merlo che reclama briciole,
quanto basterebbe per attirare
un’attenzione.
Di là, dove si appoggiano
soprattutto le attese
la focale si apre
su una visuale più ampia che
concilia la litania del viale
con la metrica dei davanzali
e le piante qui sono stranamente più verdi.


Sacrificale

Solo sotto, oltre la radice del muro
dove ci attraversano gli anni
resta ancora quella crepa sottile
che ti ha lasciato
ed è più possibile un tremore.
Procederai un giorno allo scavo
fino a dove la terra si fa concava
per decifrare la Lineare
delle ombre nella malta
e rinnovarsi così,
perché un giorno le pareti si mescolino
ancora al latte

 

Inverno

L’inferno comincia nel giardino
ricordo di averlo letto da qualche parte
o forse ne abbiamo solo parlato
sfogliando a tavola
un catalogo di piante possibili.
Potevamo mettere delle ciliegie rare
o delle orchidee, mi dici
mentre richiudo il cancello
dietro il nocciolo
prosciugato dai rovi

© Iacopo Ninni, Cosedicasa, Milano, Dotcom press,  2017

             

© Fernanda Scianna               © Fulvia Mendini                           © Antonio Odiardo

 

 

Bambini soli

È successo di nuovo, qualche giorno fa, e dopo la consueta, necessaria, sfilacciata discussione su colpe, cause e concause, stabiliti i colpevoli, circoscritte le regole non rispettate; anche dopo calato il velo del silenzio sull’evento nessuno è stato in grado di soffermarsi su un piccolo significativo particolare. I bambini, anche loro, muoiono e non sarà il definirne colpa e colpevole ad assolverci e a continuare a immaginarci come una società protettiva e tutelante, perché è solo una grossa imperdonabile bugia.
Mi fermo subito però, perché non vorrei si cadesse nell’equivoco del ritenere il testo di cui voglio parlarvi, Il libro dei bambini soli, esordio di Enrico Sibilla, una sorta di rimedio taumaturgico, un manuale per la tutela dell’infanzia. No!, Il libro dei bambini soli, il cui titolo già lascia immaginare un regesto delle possibili infinite solitudini, dà solo ed esclusivamente la voce ai bambini e come è giusto che sia, è una voce in diretta, che cresce; non ci sono finali prevedibili. Ogni solitudine è raccontata nel suo evolversi, nel suo lento strisciare sotto pelle o nel suo presentarsi improvvisa e la narrazione incessante e fortemente ritmica ma coerente in tutti i sei racconti. oltre a tutelarsi da possibili interpretazioni autobiografiche, nel suo incedere che non è naturale e lineare  spesso costringe il lettore a fermarsi per riprendere il filo e il respiro. In realtà la scelta stilistica, musicale e ossessiva non è altro che la traduzione adulta di un flusso del pensiero infantile, animista, quasi magico, che avanza per tentativi e che è poi l’origine della prima solitudine, la comunicazione del dolore.  Qui sta la grande sfida affrontata dall’autore: entrare nella mente del bambino, cercare le avvisaglie, i dubbi che circoscrivono la paura dello stare soli e così come la definizione e lo sviluppo delle conseguenti strategie per presentarli così, puri, con una lingua che si alterna tra narrazione continua e brevi frasi, sentenze, atte a marcare il terreno del possibile, per paura di perdersi ancora. La morte, la paura della perdita in maniera diretta o indiretta è una costante necessaria in tutti i 6 racconti perché è costante necessaria nell’esperienza quotidiana di ogni bambino. Ogni piccolo trauma, ogni piccola delusione o dubbio rappresentano sempre una soglia tra vita e morte: che sia l’arrivo di una sorellina, un saluto frettoloso o il terrore costante della perdita di un genitore. Enrico Sibilla doppia così con la sua lingua fortemente poetica e ritmica quelle paure piccole a cui guardiamo con inconsapevole tenerezza ma che in realtà rimangono impresse al punto tale da lasciarci sempre e comunque disarmati davanti a un mondo che non solo è fatto di ripetute solitudini, ma che crediamo di affrontare solo perché pensiamo di delimitare e rendere comprensibile e risolvibile con razionalità. Ma alla fine la vera provocazione di Sibilla forse sta proprio nel ricordarci che la soglia tra mondo adulto e mondo bambino sta solo nel linguaggio e che la paura della solitudine e della morte sia solo mediata se non anestetizzata da un pensiero razionale che tende a delimitare tutto. Ma appena è la lingua, quella libera, primordiale, quella delle domande a prendere il sopravvento, allora dobbiamo rassegnarci all’idea che chiunque di noi è stato e sarà un bambino solo.

Enrico Sibilla, Il libro dei bambini soli, il Saggiatore, 2016, pp. 192, € 21,00

I poeti della domenica #168: Giuseppe Dessì, Penelope

image

PENELOPE

Ho visto Penelope scolpita in un atto di noia.
Non canto di gallo
non sogno che squarci le notti
non urlo di cani.
Sono i sonni pieni e profondi.
Non voce mal nota al destarsi.
Non copre ella il petto cadente
nel solitario mattino.
Nel volto un’impronta di pace
come chi attende a lungo
in silenzio
e in un pensiero costante
arresta nel corso del tempo
il lento
sfiorir della carne.
Voci a basso nelle chiuse sale
s’attenuano all’aprir delle porte.
Rabbrividisce ben desta e sorge nel manto regale.
Vaga lontano l’eroe finché il cerchio si rompa,
risuonano ancora i nomi d’ignoti mari.

Villacidro 1931
da
Il Campano, maggio-giugno 1935 a. XIII

.

da Giuseppe Dessì, Poesie. A cura di Neria De Giovanni, Nemapress, 1995

I poeti della domenica #167: Giuseppe Dessì, “La ruvida scorza…”

A ADA E ANGELO ROMANO

La ruvida scorza
di questa esile rovere
dai frutti d’argento
la ruvida scorza grigio-rosa
sotto la mia mano invecchiata.
Struggente cielo
dietro le nuvole bianche.
Tutti i miei morti sono
nell’altra stanza,
in silenzio,
di là del monte, invisibile,
un aeroplano ronza
come una zanzara sulle agavi africane
della mia città
mentre la tromba solitaria
prova le note del silenzio
ed è un pomeriggio qualunque
di una settimana che aspetta la domenica piovosa
come il giorno della Resurrezione

Taino Agosto 1967, già in Atti, Cagliari 1986

.

da Giuseppe Dessì, Poesie. A cura di Neria De Giovanni, Nemapress editrice, 1995

Dalla stanza profonda.

Si è scritto abbastanza sul nuovo bel libro di Vanni Santoni?
Probabilmente ancora no e non perché non siano già abbastanza gli elogi che confermano pienamente la meritata selezione per il premio Strega, ma perché la scrittura di Vanni ha sempre il grande merito di aprire vasi di Pandora su realtà sommerse, apparentemente piccole, elitarie forse ma sicuramente marginali, che però, una volta svelate, arrivano a toccare bene o male tutti: per invidia, per rimorso, per competizione e ovviamente per complicità e nostalgia. Scrivo ciò perché se già con Muro di casse, a poco a poco, tutti o quasi avevano dovuto arrendersi e fare outing ammettendo la propria connivenza con il mondo del Rave (forza, alzi la mano chi di queste parti non è stato alle prime “72 ore” delle Cascine o ai fuori festival sulle colline pistoiesi), ora tocca di nuovo alzare le mani, e ingurgitata con nostalgia la prima puntata di “Stranger things” fare il necessario outing. Sì Vanni, anche io ho giocato ai giochi di ruolo, non in stanze profonde della profonda provincia, ma nei salotti delle case di Brera durante l’occupazione della facoltà di architettura e nelle prime ludoteche che negli anni 90 sembravano nascere come funghi nella profonda labirintica periferia milanese. L’ho fatto e lo rifarei. Sta qui il pregio della scrittura di Vanni e non mi fermerò mai di ripeterlo: la cura, l’accortezza e il rispetto per tutto ciò che fa parte di una relativa marginalità che viene vista spesso con sospetto ma che fa parte di un immaginario sociale la cui ricchezza emerge attraverso una narrazione matura, non partigiana e mai priva della dovuta e serena autocritica. Vanni Santoni non ha mai scritto dei “manifesti”, ma ha la capacità narrativa di aggiungere delicati e fondamentali tasselli a una carente storia sociale del costume e del territorio. Lancio hic et nunc una provocazione e che il dio del turismo mi fulmini pure. Chiudete gli occhi e pensate alle prime cosette che vi fanno venire in mente il termine “Toscana”. Ora riapriteli e, benvenuti nelle periferie di un Valdarno invaso dai Suv dei turisti da outlet e che litiga per appropriarsi il ponte riprodotto da Leonardo da Vinci, benvenuti nei nostri paeselli dove la cocaina circola tanto quanto la ribollita e la solitudine non è molto diversa da quella dei casolari con i cipressi. Questo è ciò che per me rende importante la scrittura di Vanni: ricordare che è impossibile inventarsi della letteratura “civile”, quando non si hanno le mani sporche e non si ha la capacità e l’umiltà di “scegliere” nella propria memoria; le adolescenze che racconta Vanni Santoni, sono le stesse di mille altre città, ma che qui hanno anche la “sfiga” di essere confuse nella marea di turisti e fare da sfondo alle cartoline. La scrittura di Vanni Santoni in questo mi riporta al Lethem della Fortezza della solitudine e come quello non era un trattato sulla Brooklyn ai tempi della disco Music, la Stanza profonda non è un trattato o un’apologia dei giochi di ruolo, ma non dimentica assolutamente le lezioni di Huizinga e Caillois e pone il gioco come base formativa e imprescindibile nello sviluppo delle relazioni sociali, culturali, affettive tra generi, età, classi, culture. Con questo chiudo e vado a comprarmene un nuova copia, visto che l’altra mi è stata rubata in treno (basterebbe questo per certificare quanto ho scritto finora) e lascio alla semplice e invitante lucidità della scrittura di Vanni il benvenuto alla magia di un dado da 20 e tutta la meraviglia (tanta, vi assicuro) che può evolversi attorno a un lancio e allo svilupparsi grafico e mentale di una mappa.

© I. Ninni

Vanni Santoni, La stanza profonda, Laterza 2016

La Passione secondo Paolo Zardi

 

“E tu cosa vuoi fare, pensi di partire?”
“Cosa dovrei fare, dirgli di no?” Glielo chiese con una faccia rassegnata, quella di uno che ha perso in partenza.

Una storia apparentemente semplice si racchiude in questo nuovo romanzo di Paolo Zardi. Giovanni, padre lontano e poco presente, richiama a sé con urgenza i due figli Matteo e Giulia, nati da donne diverse e con vite completamente diverse. La storia di un viaggio  le cui tappe sono inesorabilmente le memorie, i rimorsi, i sospesi e i rancori. Come nel suo precedente XXI Secolo, Zardi ci traccia le linee di una storia che non solo è un pretesto per riflettere attorno a problematiche attuali, ma che si sviluppa e trova un suo senso quando passato, presente e futuro dei protagonisti cominciano a interloquire e a trovare una loro logica che col passare degli anni si era via via sfilacciata fino a trasformare ogni ricordo nella base per un pregiudizio. Matteo è il protagonista con un suo presente che potremmo dire “sicuro”: una carriera maturata attraverso logiche di branco e di prevaricazione, un cattolicesimo rassicurante ereditato da una madre che lo ha cresciuto nella quiete oratoriale di un paese della provincia veneta, una moglie e due figli in vacanza sulla costiera romagnola.

La preparazione alla prima Comunione era durata sei mesi e si era conclusa con una festa sul grande prato dietro la chiesa; la cresima a undici anni gli sembrò – come scrisse poi in un tema che fu premiato con un dieci – una cerimonia piena di meraviglioso mistero. Era attorno a questi eventi che ruotavano la sua vita, quella di sua madre e quella dei suoi coetanei. In Sicilia invece, a caa di quella sorella della quale non sapeva nulla, si parlava di libri, di teatro e di politica.

Tutto in regola quindi, ma fin dal principio è palese il suo essere sempre su una soglia e Paolo Zardi è abilissimo in questo: paesaggi, dialoghi, memorie, tutto lascia pensare a qualcosa di indefinito, in mutamento, mai strutturato in un suo essere “presente”. La figura di Matteo si muove, pensa, comunica proprio nella sua indefinitezza e per tutto il romanzo appare come un ragazzino, in costante balia delle contraddizioni tra ciò che si deve e ciò che si desidera, fermo a eventi più grandi di lui e ben lontano da quel Matteo serio padre di famiglia e responsabile lavoratore, le due presunte sicurezze che si sgretoleranno via via nel riconoscere e accettare un percorso fatto in apnea, mai come protagonista ma come vittima collaterale di eventi e soprattutto delle altrui pulsioni. Comparsa in storie di altri, figlio di un incontro sporadico tra la madre con cui ha vissuto e un padre che ha incontrato solo anni dopo. Matteo conoscerà la sua sorellastra, Giulia, anch’essa figlia sporadica, ma con un legame più forte col padre e sicuramente meno rancoroso. Fratello e sorella adesso si ritrovano per affrontare assieme un viaggio verso l’Ucraina, ultima meta del padre; un viaggio che per tutti e due sarà l’ultima fondamentale occasione per rimettere in pace il loro passato con un presente irreale, fasullo e ricominciare da quella soglia da cui non sembrano mai essersi mossi e tornare a essere protagonisti e non semplici interpreti come in quelli che sembrano essere i ricordi più indelebili della loro infanzia: Matteo ricordato dal padre nella sua interpretazione della Passione secondo Matteo e Giulia presentatasi a Matteo in una sua performance teatrale nel giardino di casa. E poi c’è Bach e il suo capolavoro che non è solo colonna sonora o un pretesto, ma è parte strutturante del romanzo e che ritroviamo nel procedere, nello scambio dei dialoghi, nel comparire di personaggi che a modo loro hanno un ruolo in questa Passione che non è che l’inevitabile e improcrastinabile bisogno di riconoscersi per accettarsi e amarsi nonostante tutto.

E tu invece, hai scelto la responsabilità, giusto?”. lo disse con una mossa di sarcasmo. “Cosa stai insegnando ai tuoi figli? Il Catechismo e poi? Qual è la soluzione che proponi? Convincerli che è giusto obbedire a Dio e alla Patria? O ti basta che obbediscano a te?…

©Iacopo Ninni

Paolo Zardi, La Passione secondo Matteo, Neo. edizioni, 2017; € 15,00