Jacopo Ninni

Archivolti #4: First we take Manhattan

È più di un anno che questo libro occhieggia dal comodino nelle pause delle mie letture frammentate, stanando città per città, quasi fosse una guida per viaggiatori consapevoli più che un saggio. Quindi, innanzitutto mi devo scusare con C. Armati (e ringraziarlo), l’editore che me lo aveva gentilmente inviato confidando in un mio interesse e una mia lettura. Eccomi qui solo adesso, ma avevo bisogno di tastare con mano quanto descritto in questo breve ma denso saggio e cercare di ricostruire tra memorie di viaggio, studio e letteratura il percorso storico, antropologico, urbanistico e geografico che viene direttamente o indirettamente attraversato in questo testo. Torno adesso da New York, ho passeggiato per Chelsea e il Lower East Side sono stato a Brooklyn e ho attraversato Gowanus, Williamsburgh e ho visto. Ecco quindi che, “presa Manhattan”, mi decido a scriverne partendo proprio da qui perché First we take Manhattan – la destrucciòn creativa de las ciudades è il titolo in lingua originale del libro con un palese omaggio alla poetica Coheniana, ma finezza probabilmente incomprensibile ai più e quindi ci/mi tocca accontentarsi dell’efficace quanto fredda traduzione “Città in vendita”.
Attraversamento, quindi, perché di questo si tratta. Il saggio non è una fredda denuncia statistica di quanta parte di mondo sta devastando la “gentrificazione”, ma è un vero proprio viaggio che inizia in un taxi con Bob Dylan attraverso le sue Desolation row e attraversa Manhattan, Barcellona, Saragozza, Parigi, Londra, Madrid, per arrivare a Berlino (then we take Berlin…) e mostrarci come la politica della “lotta al degrado” sia stata in realtà sempre l’alibi per smantellare sistemi e reti sociali che erano parte integrante di un territorio per puntare così al profitto e trasformare quartieri un tempo popolari in luoghi di passaggio per lo shopping o la vita notturna o creativa (penso a Chelsea che ora ospita gallerie d’arte e locali alternativi). Fin qui tutto (purtroppo) normale, ma questo libro va più a fondo, e attraverso una ricerca puntuale e multidisciplinare ci svela con un non troppo velato disincanto come sia successo tutto ciò e come sia possibile che in un quartiere un tempo malfamato, popolare come la Malasaña, oggi tu possa trovare una pasticceria per cani. Qui non si tratta più di ragionare su un tessuto urbanistico storicizzato e antropizzato e sul suo diritto a esistere (un nostro esempio locale è il quartiere attorno a San Pietro abbattuto da Mussolini per aprire la retorica prospettiva di via della Conciliazione), ma è la presa d’atto di come il tessuto urbano di ogni città sia elemento funzionale esclusivamente al profitto economico e come il principio dell’abitare non si concili più con un’idea di rete locale e di relazioni. (altro…)

ArchiVolti #3: Nanni Angeli, La ‘janna a Lianti

Non sono rari gli studi sull’architettura “tradizionale”. Spesso hanno un fine semplicemente documentario per tracciare un “inventario” della memoria a fini conservativi museali. Altri tipi di ricerche invece tendono a riscoprire la dimensione dell’edilizia “rurale” per recuperare quegli aspetti architettonici che si sono sviluppati nell’ambito di strutture sociali ben definite attraverso usi, comportamenti, relazioni e (forzatamente) linguaggi, ma il più delle volte rimangono legati a un limitato contesto regionale etnografico e risulta impossibile arrivare alla definizione di un “corpus” che sia base per una riprogettazione anche normativa nell’ambito della ricerca paesaggistica. Nel 1979 esce per la CLUP edizioni “La costruzione del territorio, uno studio sul Canton Ticino”, un importante testo a cura di Aldo Rossi, Eraldo Consolascio e Max Bosshard in cui si evidenzia l’importanza della conoscenza del patrimonio storico-architettonico al fine di preservare le peculiarità di un territorio storicamente costruito. Lo studio in questione partiva da una ricerca della Scuola Politecnica Federale di Zurigo che applicava diverse metodologie tra cui quella dell’inventario del “Heimatschutz”, al fine di salvaguardare i cosiddetti “Landschaftsbilder” (quadri paesaggistici). Il testo, che analizza le abitazioni rurali e di montagna dell’Engadina nel loro essere struttura urbana complessa, rivela via via la necessità di andare oltre la conservazione “mnemonica” del paesaggio e approfondisce così le evoluzioni tipologiche di un paesaggio che si modifica attraverso dinamiche ben più complesse. Quaranta anni dopo ancora si sente fortemente la necessità di ricerche strutturate sul sistema paesistico e non mancano esperienze di ricerca, analisi, mappatura o addirittura laboratoriale (il caso dell’associazione Lhi Mestres che si occupa del recupero della tradizione costruttiva rurale dell’alta Val Varaita). Uno studio che merita sicuramente una sua valorizzazione (oltre il fine documentaristico etnografico) è quello portato avanti da Nanni Angeli, fotografo sardo che tra il 2010 e il 2011 si è occupato di una ricerca sulla struttura dello Stazzo, unità abitativa rurale e cellula socio-economica della società contadina gallurese fino alla prima metà degli anni 60, al fine di mostrarne ancora la sua originalità e interesse, pur avendo perso, in molti casi, la propria funzione originaria. Il lavoro di Nanni Angeli, La ‘janna a lianti (La porta a levante) è un racconto fotografico che entra nelle dinamiche evolutive di una società che ha adeguato la funzione della struttura da luogo tradizionalmente abitativo a casa di sosta temporanea (pastorizia per esempio) o villeggiatura. (altro…)

Archi volti #2 – Del buon abitare: Marco Simonelli

Rimasero soltanto i muri esterni
la facciata era un viso stralunato,
le finestre due orbite svuotate

 

 

 

 

 

È un’architettura di presenze consolidate quella che ci fa intravedere Marco Simonelli nella sua raccolta Le buone maniere uscita nel 2018 per Valigie rosse. Un’architettura bella solida, protettiva e abitabile perché drammaticamente esile nei suoi confini interni.

È come se a dividerci ci fosse
un foglio bianchissimo quasi trasparente

Ma è proprio in questa labilità che si esprime la forza, la durata, la permanenza di ogni atto quotidiano domestico.
Le relazioni umane nella poesia di Marco Simonelli potrebbero non avere “limite” o distanza se non dovessero passare attraverso elementi esterni, robusti, insindacabili, assoluti. Elementi che al cospetto di una struttura così complessa come una “casa”, non possono essere umani. Un cassetto antico se aperto può svelare segreti che destrutturano ogni forma di autorevolezza umana. Ma gli oggetti no, non rischiano allo stesso modo. L’acqua al massimo può raffreddar
si nel microonde, i pupazzi sono oggetti transizionali che rimangono a difendere il fortino di una storia intima che non è mai rêverie, ma necessità di mantenere dei confini. Gli oggetti nel frattempo non muoiono, non invecchiano, sono sempre lì a ricordarti quello che eri e per questo non vanno mai buttati ma piuttosto nascosti in soffitta.
La struttura del verso, robusta scandita da metriche precise come vuoti e pieni in un’architettura neoclassica mantiene consolidate le distanze protettive dentro-fuori ma si sviluppa al suo interno secondo rituali che si predispongono all’incontro, alla visita sporadica, ai ritorni.
Nella casa-libro di Marco Simonelli, oggetti e corpi sono complici nella costruzione e nel mantenimento delle relazioni. Ecco quindi le “buone maniere”, non un codice comportamentale tra individui, ma modalità di interazione attraverso gli oggetti che immutabili nel loro essere materiale, si presentano nella loro immanenza, osservatori di un’umanità in crescita ma sempre su una soglia, in attesa di visite, di eventi, di scoperte, di iniziazioni e gli oggetti stanno lì a definire le regole del gioco, a stabilirne i tempi per poi rintanarsi testimoni di riti iniziatici e pronti a rinchiudersi per difendersi dall’incostanza esterna, da possibili e plausibili devianze da ciò che non è “buona maniera”.

Inutili i livori ed i rancori
quelli dentro ti hanno chiuso fuori

© Iacopo Ninni

 

Marco Simonelli, Le buone maniere, Valigie Rosse 2018

I poeti della domenica #347: Sarah Stefanutti

 

Nelle città domestiche (Berlino)

Le cime son state tagliate
è giunto
il grande freddo
s’acquatta l’uomo nella tana
come neve sull’erba

E il lavorio dei muscoli
si esercita in circuiti brevi,
nelle cave domestiche,
scatole elettriche sempre accese

S’abbrevia la luce,
guizza e s’estingue
col serrarsi del cielo,
e il silenzio trattiene la steppa
in una bolla di vetro.

 

Orizzonte

Scala
ferraglia
che scomponi il nostro spazio
aperto

Mi vesto
dal verde della fila di cipressi
all’orizzonte

Di nuvole basse
mi si rigano gli occhi,
in lontananza.

 

In Confini, Giuliano Ladolfi editore, 2017

 

 

 

ArchiVolti #1: Alessandro Mendini

Avrei voluto iniziare questa nuova rubrica in  maniera ben diversa, ma la recente scomparsa di Alessandro Mendini mi ha forzatamente imposto la scaletta. Da una parte ritengo doveroso iniziare con un omaggio a chi mi è stato maestro e ha lasciato una traccia significativa nel mio lavoro, ma dall’altra, ed è sicuramente importante al fine di questa nuova nostra rubrica, va riconosciuto ad Alessandro Mendini il merito di aver rivoluzionato il sistema e il codice narrativo dell’architettura, riportando la “parola” ad essere parte integrante del progetto ben oltre l’idea di slogan, aforisma o manifesto. È anche importante scriverne per evitare che il suo rapporto con la narrazione – o come lui spesso diceva “la letteratura” del progetto – si affossi sull’immagine oramai iconica della “Poltrona di Proust”.
Alessandro Mendini dal 1970 al 1976 è direttore di Casabella ed è attraverso questo canale (in seguito Modo e Domus) che diventa il protagonista del dibattito culturale che negli anni ’70 si approcciava a un faticoso e lento abbandono degli stilemi e dei protocolli progettuali del Movimento Moderno. Gli editoriali di quel periodo, sotto forma di poesia, pensieri, dubbi sono raccolti in Architettura Addio (Shakespeare & company, 1981), testo poi
trasformato in una performance teatrale di Antonio Syxty (Manifatture Teatrali Milanesi, 2018). Solo tredici anni dopo, un’eternità se commisurata all’evoluzione progettuale e culturale del designer in quel lasso di tempo, scrive tra i “Frammenti” che costituiscono l’introduzione al testo Atelier Mendini, una utopia visiva:

Le decorazioni sono come i pesci nel mare, ci sono anche se celati alla nostra vista. L’ornamento è positivo perché è l’elemento narrativo che anima l’oggetto freddo e tautologico. Ciò che si dà come puramente funzionale, ciò che non è ornato, perde in letteratura, togliendo racconto all’oggetto, se ne evidenzia la tecnica in quanto povertà.”

Una ri-marcatura così forte dell’idea di ornamento in quanto elemento narrativo apre quindi una serie di riflessioni su ciò che ha significato, nel bene e nel male, il passaggio dal rigore “loosiano” e dal rapporto disegno-funzione, eredità di A.Castiglioni, alla narrazione postmoderna di cui Mendini è stato sicuramente consapevole artefice (rimando a questo proposito a un interessante articolo di R. Barilli su Art Tribune). Ma contemporaneamente appare evidente questo bisogno di dare all’oggetto (sia casa o caffettiera) un ruolo narrativo fortemente antropologico e sociale (se non affettivo). Il designer è artefice di questa narrazione, l’oggetto deve presentarsi come “io narrante di un romanzo” che comunica oltre l’aspetto meramente funzionale, attraverso il suo essere percepibile. Del resto, ancora oggi, uno dei più grandi equivoci in cui si cade quando si parla di architettura è il ritenere esclusivamente il “funzionale” come categoria estetica assoluta. E scrivo questo mentre sfoglio le fotografie dei progetti dell’Atelier Mendini e mi soffermo sui particolari del museo di Groningen e nello specifico sulla torre, luogo destinato a ospitare i depositi del museo, che si presenta come un compatto aureo scrigno fiabesco, così come scrigno è la “casa”, tema fondamentale su cui spesso ritorna  l’esperienza progettuale di Mendini.

La casa può essere lo scrigno della nostra memoria oppure il magazzino dove si accumulano mobili sbagliati e residui inutili… la casa: luogo di vita e morte vera, e assieme luogo di vita e morte apparente. Gli oggetti sono testimoni, gli strumenti di scena: frullatori, sgabelli, bottiglie, tappetini, vasi di fiori, personal computer… il catalogo in scala reale tanto della nostra poesia e dedizione, quanto della nostra esigenza e ambizione. È tra queste difficoltà antropologiche, tra questo deposito di bicchieri di cristallo, si inserisce il problema dell’architetto.” (da “La Poltrona di Proust, architettura, arte, design e altro”, pp. 36, 37)

 

© Iacopo Ninni

A. Mendini, Architettura Addio”, Shakespeare & company, 1981
A. Mendini, la Poltrona di Proust, architettura, arte, design e altro, Tranchida editori, 1991
R. Poletti (A cura di), Atelier Mendini, un’utopia visiva, Fabbri editore, 1994
A. Mendini introduzione a Cosedicasa, I. Ninni, Dotcom press, 2017

Immagini:
– Alessandro Mendini con la luce notturna Campanello, 2016. (Ph. Roberto Gennari Feslikenian)
– Groninger Museum

Il libro che avremmo voluto scrivere e che non abbiamo mai letto: Ricrescite di Sergio Nelli

 

Il nulla, ha scritto un mio alunno cicciottello in una mezz’ora che abbiamo dedicato alle metafore, il nulla è un panino vuoto. 

Sì è circa così.
Ricrescite era già uscito nel 2004 per Bollati Boringhieri e ritirato poco dopo dalla vendita. Ci ha pensato Tunuè a recuperarlo dal dimenticatoio e a riproporlo nella sua collana Romanzi curata da un personaggio attento alla buona scrittura come Vanni Santoni. La prefazione di Antonio Moresco risulta un po’ come l’infierire sulla nostra disattenzione, una sorta di monito per una seconda necessaria occasione. Meglio così; Ricrescite è davvero un bel libro anche perché è esattamente l’esempio del paradosso di cui sopra e di cui molti scrittori dovrebbero tener conto.  Non c’è trama, non c’è un finale da attendersi, così come in realtà non esiste un casus belli, un’occasione, un alibi da cui  possa nascere una storia. Ricrescite si presenta come lo stralcio annuale di un diario dove riflessioni apparentemente limpide, essenziali, aprono squarci profondi sulla quotidianità. Dodici capitoli, dodici mesi per raccontare solo un anno di vita dove elementi di una quotidianità mai banale, mai delimitata o stereotipata, si arricchiscono di spunti esterni a volte enciclopedici come le citazioni di vulcanologia, a volte “familiari” come gli improvvisi interventi “devianti” del figlio piccolo ma soprattutto la necessità di tenere memoria su audio cassette dei racconti del gruppo di alcolisti anonimi.

Appena svegli, dico a Federico, che ha da poco compiuto quattro anni: “Domani è l’ultimo giorno dell’anno. Si entra nel 2000”. “Quando si va da Cosimo?” mi chiede preoccupato, ancora sotto le coperte, ancora assonnato. Cosimo è un suo amico e dovrebbe, secondo lui, regalargli un babbuino. (altro…)

Tutti i post di Natale #9: Francesca Melandri, Sangue giusto

Dal 24 dicembre 2018 al 6 gennaio 2019, tranne che per le giornate del sabato e della domenica con le loro rubriche settimanali, riproporremo alla lettura alcuni contributi già apparsi su Poetarum Silva, sui quali desideriamo richiamare l’attenzione. Il nome di questa serie di post trae ispirazione dal titolo del racconto di Heinrich Böll nella sua traduzione in italiano: Tutti i giorni Natale. (la redazione)

 Mi decido oggi (24/09/2018) a scrivere a proposito di questo libro, perché nel giorno in cui il Cdm approva il cosiddetto decreto Salvini sull’immigrazione bisogna assolutamente rimettere in moto determinati meccanismi per prepararsi a un futuro in cui la presunta sicurezza sarà solo il pretesto per allargare l’intolleranza a qualsiasi forma di dissenso, differenza, crescita e poter definire nuove (vecchie) categorie lombrosiane del giusto/sbagliato. Nel famigerato e sfacciatamente incostituzionale nuovo decreto, tra i vari articoli modificati, vicino alla possibilità della revoca della cittadinanza, ne emerge uno che dovrebbe mettere una pulce nell’orecchio a chiunque: quello che sancisce la non concessione della cittadinanza in caso di reati da parte di familiari. I reati diverranno una questione di sangue quindi, sangue che sempre più marcatamente dovrà essere certificato, battezzato, purificato. Riprendiamo la retta via della critica e torniamo al libro di Francesca Melandri il cui titolo è la causa del mio sfacciato incipit. Sangue giusto è il libro giusto da tenere sempre a portata di mano in questi giorni perché tutti coloro che sull’idea delle migrazioni ancora o finalmente, riescono per un attimo a mettere da parte il “ma…” devono cominciare a reagire non attraverso la “pietà”, ma attraverso la consapevolezza di un fenomeno le cui cause, dinamiche e sviluppi sono molteplici e la cui risoluzione è molto più complessa di un’accoglienza appunto pietistica, ma sicuramente opposta e intransigente a una chiusura protezionistica poco lungimirante, oltre che ridicolmente retorica. Sangue giusto ci racconta dell’Italia coloniale mussoliniana: fatti accaduti oramai 80 anni fa, ma ancora mimetizzati tra chi ne è nostalgico e chi l’ha imparata e conosciuta attraverso quel sottile velo di ironia con cui si accoglie la vetusta esagerata retorica del Ventennio, lasciando quindi che il reale svolgersi di quei fatti lontani nel tempo e nello spazio, sparisse via via in maniera quasi indolore, dietro la rassicurazione storicizzata di un popolo che cerca di ricordare come da quel periodo ne è uscito (ma qualche dubbio nasce oramai anche su questo), ma ha totalmente rimosso il perché e il come ci è arrivato e ci è rimasto. Sangue giusto trova nella (quasi) contemporaneità i motivi per vagare nel secolo precedente alla ricerca di ogni minuzioso particolare che può e deve ricostruire una parte della nostra storia che è stata messa da parte e che poteva essere realmente rimessa in gioco il giorno che Gheddafi arrivò ospite nell’Italia di Silvio Berlusconi. (altro…)

Paolo Febbraro: poesie da “Elenco di cose reali”

In occasione del IX Premio Ciampi Valigie Rosse, pubblichiamo una selezione di liriche da Elenco di cose reali di Paolo Febbraro, vincitore della sezione italiana 2018

IL NOME TERRA

Se le terre emergono, anche l’oceano
è insufficiente. Animali a fior d’onda
decisero un giorno per l’aria
pensandola forse più infinita.
I mari si posero in orizzonte
di attesa, in più filiale relazione
col vento. Il continente intanto
cuoceva al sole e prese riparo
con gli alberi. Poi la combinazione
dell’uomo. Vani gli assalti del mare
a forma d’inverno. Anzi altra acqua
risorta dalle rocce fornì stato civile
alla creatura. Il seguito è un libro.
«Terra» ebbe nome il pianeta
mentre il mare materno e maggiore
al traino della Luna e fra i sismi
ciechi degli abissi rimane stabile
come un poema nel pieno movimento.

 

I fiori, che durano un giorno,
ci guardano appassire:
quelli che per l’incontro
cogliamo tra le offerte del fioraio.
Saliti alle nostre case, inaspriti
dalla mancanza di madre natura,
da muri ad angolo fanno attriti,
colore e aroma dolci come scusa.

(altro…)

La Bibbia. Simon Reynolds, Post Punk 1978-1984

In principio Dio creò il rock, pensò di riposarsi col progressive ma mentre dormicchiava sereno, in un angolo del pianeta qualcuno si prese le mele più marce cadute dall’albero e diede origine al punk. Mettiamola escatologicamente così e non per scherzo, perché per noi adolescenti del 1978 senza Internet e senza Ryan Air era difficile capire cosa stesse succedendo in un luogo lontano lontano che immaginavamo abitato da musicisti in divisa da college concentrati per 15 minuti circa su mellotron, dodici corde e flanger e da dove invece improvvisamente cominciavano ad arrivare scariche elettriche e cortocircuiti di basso inferiori ai 4 minuti. Come era possibile tutto ciò? Ricordo qualcosa di quei giorni confusi: i servizi di Michael Pergolani corrispondente londinese per l’Altra Domenica, gli articoli di Popster (il suddetto Dio protegga nei secoli a venire Carlo Massarini), le trasmissioni di Radio Montevecchia quando la meteorologia lo permetteva e le gite alla fiera di Sinigaglia alla caccia dell’ultimo bootleg. I nomi ce li giocavamo poi tra di noi. Le gite di classe dove nel solare Re-La-Sol di “le bionde trecce gli occhi azzurri e poi…” si cercava la dissolvenza al drammatico Mi minore di “Three imaginary boys” (e anche in questo caso resterà nella memoria il compagno che portò quella cassetta c90). Ma le nostre conoscenze erano frammentarie, legate a rare trasmissioni radiofoniche e televisive o agli articoli che comparivano sul Mucchio Selvaggio e Rockerilla. Conoscevamo i nomi dei gruppi, spesso introvabili e ci affidavamo più al gossip che a una conoscenza del fenomeno. Sì, certo sapevamo che tra il Pop Group e le Slits c’era qualche legame affettivo, (qualcuno ci vedeva anche un’emulazione negli italici Kaos Rock e Kandeggina gang), tutti sapevamo che Robert Smith era stato il chitarrista di Siouxsie, ma oltre questo non si andava. Era difficile vedere un legame antropologico, culturale, progettuale tra i vari gruppi; qualcosa magari lo si intuiva dai cambi di formazione, dalle note di copertine, ma molto molto poco. Abbiamo avuto pazienza però e 40 anni dopo ecco la rivelazione. Simon Reynolds per mano di Minimum Fax ci ha consegnato la BIBBIA: 776 pagine di ricerca minuziosa sui 6 anni che hanno ribaltato la storia della musica, ma soprattutto noi. Pagine dove quei solchi e quei nastri si inseriscono in situazioni culturali ben più complesse e strutturate di quello che ai tempi ci poteva arrivare. Fanzine, case discografiche, manifesti, biglietti di concerti, performance, articoli di giornali, cassette in edizioni limitate, tutto viene scandagliato per raccontare a noi poveri umani da dove usciva e si diffondeva quel verbo. Dai P.I.L. ai Propaganda attraverso Pere Ubu, Lydia Lunch, Devo, Raincoats. (altro…)

Peppe Millanta, Vinpeel

Esiste un’Isola che non c’è anche per gli adulti e a quanto ci racconta Peppe Millanta sembra che non ci sia alcun bisogno di partire da Kensington per raggiungerla.
Dinterbild, un luogo di adulti dove regna la ripetibile polverosa conformità delle cose, delle relazioni e dei ruoli al punto di aver completamente rimosso la possibilità di altro. Come ci si arrivi a Dinterbild non è dato saperlo, ma gli indizi disseminati da Millanta parlano chiaro e se per un bambino è facile avere la consapevolezza dell’essersi perduto, per gli adulti che ci finiscono no, tutto è apparentemente naturale e necessario: ognuno sembra bastare a se stesso a Dinterbild. eppure ognuno ha la sua storia e il suo aneddoto che si sono incancreniti in una sorta di stereotipo, tale per cui ognuno è così e così resterà. Ma Vinpeel no, il piccolo Vinpeel, protagonista di questo romanzo non ambisce a essere un nuovo Peter Pan, Vinpeel osserva questo mondo alla rovescia dove gli adulti hanno deciso di rimanere tali e quali a come li vedono gli altri. Vinpeel è la “devianza”, è colui i cui comportamenti creano scompiglio nella comunità e smuovono pur temporaneamente meccanismi ingolfati, Vinpeel è il granellino di sabbia che arriva a rompere l’ingranaggio della ripetitività. Vinpeel però non è solo. Vinpeel vive con un padre che si interfaccia solo con un mare che non sembra avere orizzonti. un mare/muro che lascia conchiglie dentro cui cercare messaggi. Il padre è l’unico adulto che mostra a Vinpeel la possibilità di un “prima” di Dinterbild e se c’è un prima, nella mente di qualsiasi bambino, non può che crearsi la possibilità di un dopo, come per i suoi compagni di avventura, personaggi anche loro ai bordi della società di Dinterbild che si uniranno a Vinpeel nella definizione di un percorso eroico che vuole solo trovare la chiave comunicativa per dimostrare una sorta di ovvietà: al di là del mare c’è sempre qualcosa d’altro. Ci sono delle luci lontane, c’è una gamba di legno che viaggia, ci sono storie e oltre la spiaggia e il mare c’è comunque un orizzonte che è diverso da quello che ciascuno degli adulti di Dinterbild non riesce neanche a dimensionare, ma soprattutto ci sono ancora messaggi lasciati nelle conchiglie che un padre deve essere in grado di trovare per poter capire che il mare più vasto è quello che resta tra lui è il figlio e che superato quello, di orizzonti se ne apriranno tanti. Noi ve lo consigliamo questo libro e non solo perché ha già fatto una notevole incetta di premi e perché è candidato al “Premio Strega giovani”. Vinpeel degli orizzonti è un libro che va letto perché ogni tanto pensiamo che ci sia bisogno di fermarsi a cercare quei buchi nell’anima che neanche immaginiamo, grandi come intere emozioni e larghi come sogni.

…Lei sorrise, “Anche noi abbiamo dentro una storia. Come le conchiglie, Ci rimane dentro quando ci tirano fuori dai nostri sogni.”

© Iacopo Ninni

 

Peppe Millanta, Vinpeel degli orizzonti, Neo edizioni 2017, pp. 246, € 15,00

 

Francesca Melandri, Il sangue giusto

Mi decido oggi (24/09/2018) a scrivere a proposito di questo libro, perché nel giorno in cui il Cdm approva il cosiddetto decreto Salvini sull’immigrazione bisogna assolutamente rimettere in moto determinati meccanismi per prepararsi a un futuro in cui la presunta sicurezza sarà solo il pretesto per allargare l’intolleranza a qualsiasi forma di dissenso, differenza, crescita e poter definire nuove (vecchie) categorie lombrosiane del giusto/sbagliato. Nel famigerato e sfacciatamente incostituzionale nuovo decreto, tra i vari articoli modificati, vicino alla possibilità della revoca della cittadinanza, ne emerge uno che dovrebbe mettere una pulce nell’orecchio a chiunque: quello che sancisce la non concessione della cittadinanza in caso di reati da parte di familiari. I reati diverranno una questione di sangue quindi, sangue che sempre più marcatamente dovrà essere certificato, battezzato, purificato. Riprendiamo la retta via della critica e torniamo al libro di Francesca Melandri il cui titolo è la causa del mio sfacciato incipit. Sangue giusto è il libro giusto da tenere sempre a portata di mano in questi giorni perché tutti coloro che sull’idea delle migrazioni ancora o finalmente, riescono per un attimo a mettere da parte il “ma…” devono cominciare a reagire non attraverso la “pietà”, ma attraverso la consapevolezza di un fenomeno le cui cause, dinamiche e sviluppi sono molteplici e la cui risoluzione è molto più complessa di un’accoglienza appunto pietistica, ma sicuramente opposta e intransigente a una chiusura protezionistica poco lungimirante, oltre che ridicolmente retorica. Sangue giusto ci racconta dell’Italia coloniale mussoliniana: fatti accaduti oramai 80 anni fa, ma ancora mimetizzati tra chi ne è nostalgico e chi l’ha imparata e conosciuta attraverso quel sottile velo di ironia con cui si accoglie la vetusta esagerata retorica del Ventennio, lasciando quindi che il reale svolgersi di quei fatti lontani nel tempo e nello spazio, sparisse via via in maniera quasi indolore, dietro la rassicurazione storicizzata di un popolo che cerca di ricordare come da quel periodo ne è uscito (ma qualche dubbio nasce oramai anche su questo), ma ha totalmente rimosso il perché e il come ci è arrivato e ci è rimasto. Sangue giusto trova nella (quasi) contemporaneità i motivi per vagare nel secolo precedente alla ricerca di ogni minuzioso particolare che può e deve ricostruire una parte della nostra storia che è stata messa da parte e che poteva essere realmente rimessa in gioco il giorno che Gheddafi arrivò ospite nell’Italia di Silvio Berlusconi. (altro…)

Like/Not Like

 

Già l’anno scorso vi avevo caldamente invitato a fare una visita al festival di fotografia Cortona on the move. Quest’anno invece, che vi piaccia o no, l’invito cortese si trasforma quasi in una necessaria coercizione. La proposta culturale offerta con l’edizione 2018 grazie all’ampia e lungimirante proposta di Arianna Rinaldo direttrice artistica del festival non solo esplora per scelta la fotografia al femminile ma affronta tematiche inedite e complesse che in uno sguardo globale (sono 24 le mostre proposte) si presentano come una lettura della contemporaneità che apre una riflessione secondo me fondamentale: non è più necessario scegliere da che parte stare se si sente a prescindere il bisogno di non stare sempre nello stesso punto. Cortona on the Move, non è un festival sulla fotografia di viaggio, ma ogni anno propone uno sguardo a 360° su quanto succede in ogni angolo del pianeta e le tematiche offerte fanno parte di una complessità informativa, culturale e educativa che manca ai mezzi di Informazione, soprattutto la Cronaca cristallizzata in una narrazione ripetitiva a-cronica di fatti astratti da un presente ben più complesso e divulgati al fine di disporsi come recettori di “like/not like”. Risulta allora superficiale esprimere pareri su migrazioni e sbarchi (anche solo un si o no) senza guardare il lavoro narrativo e intimo di Tanya Habjouga sulle donne siriane rifugiate in Giordania o Marylise Vigneau che ritrae chi in Pakistan è costretto a nascondere o mimetizzare sessualità, opinioni, passioni o i ritratti anonimi di persone vittime di tratta fatti ad Amsterdam (Europa!) da Ernst Coppejans. Ma se questi lavori, come quello di Debi Cornwall su Guantanamo Bay o la brava Carlotta Cardana sulle giovani generazioni degli indiani di America toccano corde già usate (ma mai abbastanza), le sorprese arrivano con il lavoro di Allison Stewart che racconta gli Stati Uniti di chi si prepara alla sopravvivenza con i propri “Bug out bag”, zaini o borse che contengono ciò che si reputa fondamentale per la sopravvivenza dopo catastrofi naturali o belliche. Una vera e propria ossessione svelata non solo attraverso le molteplici differenze dei contenuti che rispecchiano le ansie del proprietario, ma anche mostrandoci l’esistenza di centri commerciali e fiere dedicate ai “preppers“. Un impietoso sguardo sulla sfiducia e il senso di precarietà se non terrore verso il futuro e che sembra essere un modo di pensare e vivere sempre più radicato. Ossessione anche quella del nucleare presente nel lavoro di Sim Chi Yin che “sfiora” i territori degli USA e della Corea del Nord destinati alla ricerca e alla produzione di ordigni nucleari. Un’altra forma di paura la racconta con toni diversi Michele Spatari con il suo lavoro sui bagni pubblici di Torino che diventano specchio delle precarietà abitativa presente nelle nostre città. Un’altra sorpresa per la novità della ricerca è il lavoro di Claudia Gori su chi tenta di difendersi o isolarsi dalla prolungata esposizione ai campi elettromagnetici, causa di vere e proprie disfunzioni e malattie invalidanti e discriminanti che non sono che le avvisaglie di un qualcosa che può diventare sempre più grande e diffuso. Sempre a proposito di malattie, la foto simbolo del festival 2018 è tratta dal lavoro di Sanne de Wilde (esposto per le strade del centro storico) che affronta l’acromatopsia: la cecità ai colori diffusa in un’isola della Micronesia.
Come ho scritto, sono 24 le mostre diffuse in tutto il territorio cortonese e mai come quest’anno viene approfondita una ricerca sull’intimo e sul personale femminile come per esempio nella ricerca “antropologica” di Pouloumi Basu sull’esilio temporaneo delle donne mestruate in Nepal, inteso come radice della violenza di genere. Questa ricerca si sviluppa nelle varie autrici attraverso tecniche diverse come il recupero dell’autoritratto che riprende la sua dignità dall’abuso del “selfie”. Mi riferisco per esempio al lavoro di Elinor Carucci, la dove la narrazione visiva della propria maternità diventa il recupero e la memoria di gesti, sguardi, interazioni. Interessante anche il rapporto tra la necessità di una presenza della fotografa come protagonista delle foto vernacolari di Jennifer Greenburg e  la presenza/assenza che emerge invece nel lavoro di Bieke Depoorter. Più complessi sicuramente i ritratti di Guia Besana e Alena Zandharova, ma anche il lavoro sul desiderio di Loulou d’Aki. Un lavoro interessante sulla pratica del Selfie è quello proposto da Pierfrancesco Celada con il suo progetto Instagram Pier.
Per la prima volta viene proposta una sezione video “Arena” dove sono presentati video sperimentali e installazioni realizzate da fotografi che propongono opere transmediali. Tra queste, per chiudere il cerchio iniziato nella mia premessa, devo assolutamente citare “The March of the Great White Bear” di Sheng Wen-Lo, una serie di riprese contrapposte di orsi tenuti in cattività all’interno di alcuni zoo dove il comportamento delle bestie si adatta fino a trasformarsi in una serie di ripetizioni che nelle riprese accelerate appaiono come loop realizzati artificialmente e a cui il pubblico risponde con entusiasmo e stupore in maniera meccanica (quasi pavloviana). metafora esemplare del Like/not like indifferenziato davanti alla realtà immediata superficiale del fatto.

© Iacopo Ninni

Le immagini sono  di © Allison Stewart e © Sanne de Wilde