Ilaria Grasso

Mario Famularo, poesie da “Favēte linguis” (Giuliano Ladolfi Editore)

 

l’utilità del vaso sta nella sua capienza
in quella sua funzione di comprendere e raccogliere
di farsi intermediario di cose in fondo semplici
è vero può cadere frantumarsi e l’entropia
di certo non consente una ricomposizione
bisogna fare il vuoto valorizzare il nulla
che intorno ha prevalenza
su tutte quelle cose che sembrano impedirlo
e poi ad ogni caduta
ricostruire ancora
per trasportare il nettare
di quell’imperfezione che conserva le fratture

 

 

l’impianto dell’esistere è già
così terribile, tra angosce
solitudini distanze ed ossessioni
per essere sereni
scontiamo uno sconforto permanente
e allora
perché rendere ogni cosa più difficile
razziando i nostri simili
cedendo alle lusinghe di vantaggi
predatori
la logica dovrebbe favorire
il formicaio, che invece
tolleriamo con fatica
la cenere sul capo
l’olezzo di impostura
amare la rovina
la resa della logica al veleno
della cura
eppure si era detto di svanire
silenziosi, pacificarsi al cielo
pugnalando le ambizioni

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proSabato: Patrizia Cavalli, da “Con passi giapponesi”

 

I romani (o forse gli italiani) sono molto infantilmente capricciosi al bar. Così pronti di solito a venire a patti con quasi tutto, quando è il momento del caffè o del cappuccino si fanno intransigenti e puntigliosi: ognuno ha il suo proprio esatto e inderogabile gusto. C’è chi vuole il caffè lungo e chi lo vuole corto (ristretto); macchiato caldo schiumoso o non schiumoso; macchiato freddo; in tazzina, in tazza grande o al vetro; a volte con la panna; il cappuccino tiepido o bollente; chiaro o scuro, o normale; in tazza o al vetro; con la schiuma o senza; a caffellatte (ossia in bicchiere più grande, ma senza schiuma); spolverato di cacao; con lo zucchero dietetico; c’è poi il latte macchiato caldo o freddo; il decaffeinato; il caffè freddo; il caffellatte freddo; amaro o con lo zucchero; il caffè allungato con il ghiaccio; il caffè all’americana…

È con orgoglio che fanno a voce alta le loro richieste al barista, il quale è spesso non solo un santo ma un genio mnemonico, perché non è raro che gli avventori, prima ancora di pronunciare con cura i loro desiderata, si sentano dire: «Il solito?» con a seguito un titolo o un nome. Al bar si misura la gloria. Chiunque ha la sua gloria al bar. Enunciare i propri gusti e vederli esauditi. Dimostrare di avere dei gusti. Raggiungere la norma della peculiarità. Conquistare un’abitudine imponendola a chi dovrà soddisfarla.

Prima o poi nella vita capiterà a tutti di vedersi comparire sul bancone quel che si vuole senza neanche aprire bocca. E con calma divina sorseggiare da quella tazza o da quel bicchiere la certezza fiabesca di esistere.

© Patrizia Cavalli, Con passi giapponesi, Einaudi

Henry David Thoreau, da “Disobbedienza civile”

Ho a che fare con il governo americano, o meglio con il suo rappresentante, direttamente, faccia a faccia, una volta l’anno, non di più, nella persona del suo esattore delle tasse; questa è l’unica occasione in cui un uomo della mia posizione deve averci necessariamente a che fare; e qui lo Stato dice chiaramente: “riconoscimi”; nell’attuale stato di cose il modo più semplice, il più efficace, di trattare con esso – con una sua testa – di esprimere la vostra poca soddisfazione ed il vostro poco amore per lui, è di dire no in quel momento.
Il mio civile concittadino, l’esattore delle tasse, è l’uomo in carne ed ossa con cui devo trattare – perché, dopotutto, è con gli uomini e non con la pergamena che litigo – e lui che ha scelto volontariamente di essere un rappresentante del governo.
Come potrà egli mai sapere con esattezza lui chi è e cosa fa come ufficiale del governo, o come uomo, finché è costretto a chiedersi se deve trattare me, suo prossimo, per il quale egli nutre rispetto, come un vicino di casa e un uomo ben disposto, o come un maniaco ed un disturbatore della pubblica quiete; e come potrà capire se può superare questi ostacoli verso il suo prossimo senza il bisogno di pensieri o di discorsi più insolenti o impetuosi che corrispondano alla sua azione.
Una cosa la so bene, che se mille, se cento, se dieci di cui potrei fare i nomi – se solo dieci uomini onesti – sì, solo un uomo onesto, in questo stato del Massachusetts, cessando di tenere degli schiavi, si ritirasse effettivamente da questa associazione, e per questo fosse rinchiuso nella prigione della Contea, ciò porterebbe all’abolizione della schiavitù in America. Perché non importa quanto piccolo ed insignificante possa sembrare l’inizio: ciò che è fatto bene una volta è fatto per sempre. Ma preferiamo limitarci a parlarne: quella, diciamo continuamente, è la nostra missione.

 

da: Henry David Thoreau, Disobbedienza civile, Ortica Editrice

 

proSabato: Étienne de La Boétie, da “Discorso sulla servitù volontaria”

Prima di tutto credo sia fuori dubbio che se vivessimo secondo i diritti che la natura ci ha dato e conformemente ai suoi insegnamenti, saremmo naturalmente sottomessi ai nostri genitori, soggetti alla ragione, e servi di nessuno. Dell’obbedienza che, senza altra spinta che non sia quella naturale, ciascuno deve al proprio padre e alla propria madre, tutti gli uomini sono testimoni, ognuno per sé. Quanto a sapere se la ragione sia in noi innata o meno, è una questione ampiamente dibattuta in seno alle accademie e affrontata da tutte le scuole di filosofia. Allo stato attuale delle cose penso di non sbagliare se affermo che esiste nella nostra anima un seme naturale di ragione che, se alimentato da buoni consigli e abitudini, fiorisce in virtù; e invece spesso muore soffocato, non potendo resistere ai vizi che sopravvengono.
Ciò che è evidente e chiaro, e che, nessuno può permettersi di ignorare, è il fatto che la natura, ministro stabilito da Dio per governare gli uomini, ci ha fatti tutti della stessa forma e ci ha modellati secondo un unico stampo, perché possiamo tutti riconoscerci come compagni, o meglio come fratelli.
Se nel distribuire i suoi doni ha in qualche misura favorito, nel corpo e nello spirito, alcuni più di altri, non per questo ha voluto metterci in codesto mondo come in un’arena, e non ha mandato quaggiù i più forti e i più abili perché si comportino come briganti armati in una foresta per dare addosso ai più deboli.
Diciamo piuttosto che, dando ad alcuni di più e ad altri meno, la natura ha voluto dare spazio all’affetto fraterno che così ha dove esercitarsi, perché gli uni hanno la capacità di recare aiuto, e gli altri hanno bisogno di riceverne.
Se, dunque, questa buona madre ha dato a noi tutti la terra intera come dimora, ci ha alloggiati tutti nella medesima casa, ci ha creati tutti con lo stesso stampo perché ognuno di noi potesse guardarsi e quasi riconoscersi nell’altro; se ha fatto ad ognuno di noi il grande dono della voce e della parola perché potessimo conoscersi e meglio fraternizzare, e arrivare attraverso la comunicazione e lo scambio dei pensieri a una comunanza di intenti; se ha cercato in ogni maniera di formare e di stringere sempre più saldamente il vincolo della nostra alleanza, della nostra convivenza sociale; se ha dimostrato in tutti i modi di volerci non solo uniti, ma addirittura una cosa sola, come possiamo dubitare di essere tutti liberi per natura, dato che siamo tutti uguali?
A nessuno può venire in mente che la natura, che ci ha fatti tutti uguali, abbia costretto qualcuno in servitù.

 

Da Étienne de La Boétie, Discorso sulla servitù volontaria, Liberilibri Editrice; traduzione di Carla Maggiori

proSabato: Fabrizia Ramondino, da “L’isola riflessa”

 

Quando cominciammo a leggere Salgari, i pirati della Tortuga diventarono i nostri idoli e la nostra Tortuga era di fronte, l’isola di Capri. Noi non avvistavamo i pirati, ma eravamo continuamente avvistati; e quando venivamo redarguiti o puniti a scuola e in famiglia, l’animo non si piegava perché ci sentivamo gli «infedeli» – un vero vessillo di barbarie che minacciava la loro «civiltà».
Preferivamo i pirati ai briganti, perché venivano dal mare. Un’aura romantica e populista aleggiava intorno ai briganti, di cui ci veniva narrato di leggere in edizioni per ragazzi: Robin Hood o Fra Diavolo, ma anche I Masnadieri di Schiller – che nostra madre ci leggeva ad alta voce. Mentre un’aura avventurosa e libera, fuori della storia, aleggiava intorno ai pirati, dei senza patria, come noi stessi. E non derubavano i ricchi per dare ai più poveri, come si diceva dei briganti; rubavano per sé, senza rimorso, così come noi prendevamo fave e prugne, arance e ciliegie, dovunque le trovassimo, a chiunque appartenessero, con astuzia e arroganza.
La giustizia distributiva si applicava soltanto al nostro piccolo e ristretto gruppo.
Il brigante, il ladro, lo scassinatore, facevano pur sempre parte della comunità in cui vivevano. Non così il pirata, come il bambino, il più fuorilegge tra i fuorilegge. Che ignora ogni civiltà edificata sulla terra e dimora sul mare. La pirateria appartiene ai bambini, il brigantaggio, come il western, agli adolescenti.
La parola pirata è entrata nell’uso comune: un pirata dell’aria – perché viene dall’aria; un pirata della strada – perché viene dalla velocità; un pirata della finanza – perché viene da quell’elemento astratto che è il denaro.
Ci sono pirati degli incendi – perché vengono dal fuoco.
Anche Don Giovanni è un pirata – perché viene solo dal desiderio.
Ma il più pirata che conosco è un tale staccatosi da me stessa, un mio simile, che ora sto leggendo, Jorge Semprún, libero definitivamente da ogni ancoraggio, non solo ideologico. Senza nessuna terra, tranne quella dell’utopia, sempre irrealizzata. E perché alla morte ha strappato questa frase: «Che bella domenica!», titolo di un suo libro su Buchenwald.

 

Da: Fabrizia Ramondino, L’isola riflessa, Giulio Einaudi editore.

Gli “Ingorghi” di Raffaele Saccà (di I. Grasso)

R. Saccà – G.R.A. tributo a Roma – modellini di macchinine e smalto su lastra di alluminio cm 80×80

Gli Ingorghi di Raffaele Saccà

Nota critica e una poesia di Ilaria Grasso

 

Raffaele Saccà nasce a Catanzaro e si è formato alla Facoltà di Architettura de La Sapienza di Roma. È stato grafico, architetto e ha più volte giocato con l’arte. Ora è dirigente in un ente per il finanziamento delle imprese. La sua è una personalità curiosa, intellettualmente molto viva e con grande spirito d’osservazione.
Ossessione creativa della sua produzione artistica gli ingorghi metropolitani che ha dato origine ad una produzione di opere che saranno esposte a Roma dal 26 al 28 ottobre, presso la Spazio 40 Galleria d’arte, in una personale dal titolo Ingorghi – Una riflessione sul vissuto contemporaneo.

R. Saccà – ingorgo n°4 – modellini di macchinine e smalto su MDF cm 80×80

Sul tema del traffico urbano la letteratura visionaria di Cortázar si era già espressa nel racconto L’autostrada del sud all’interno della raccolta Tutti i fuochi il fuoco, da cui è stato poi tratto il film L’ingorgo di Comencini. Sia lo scrittore sia il regista avevano rilevato nel vissuto quotidiano l’enorme quantità di vite e autovetture che si riversa in continuazione nelle strade delle metropoli evidenziandone gli effetti collaterali (alienazione, improduttivo accelerismo, emarginazione, impossibilità di consumare tutto ciò che viene prodotto e che inevitabilmente viene accumulato). Da questi accumuli principia la riflessione di Saccà e il moto produttivo delle sue opere.
Una riflessione tutt’altro che ingenua. Si legge chiaro il riferimento ad Arman e al Nouveau Réalisme che non ha ancora smesso di esprimersi filosoficamente e artisticamente perché le condizioni da cui partiva nel nei primi anni Sessanta non sono affatto cambiate, anzi!
Se l’arte di Fontana lascia il segno incidendo la tela con un unico gesto del braccio e Burri fonde le materie plastiche sovrapposte sulla tela, Saccà dispone meticolosamente su tele e altri materiali (alluminio e tavole di legno) modellini di macchinine, carri armati e aeroplani in un’unica composizione. (altro…)

proSabato: J.K. Rowling. da “Buona vita a tutti”

Ma in che misura è più probabile che voi, laureati di Harward del 2008, riusciate a influire sulla vita di altre persone? La vostra intelligenza, la vostra capacità di lavorare sodo, l’istruzione che vi siete guadagnati e avete ricevuto vi attribuiscono un prestigio eccezionale, ed eccezionali responsabilità. Persino la vostra nazionalità vi contraddistingue. La stragrande maggioranza di voi appartiene all’unica superpotenza che rimane al mondo. Il vostro modo di votare, il vostro modo di vivere, il vostro modo di protestare, le pressioni che esercitate sul vostro governo hanno un impatto che va ben al di là dei confini del Paese.
È il vostro privilegio, e anche il fardello che portate.
Se scegliete di usare il vostro privilegio e la vostra voce per alzare la voce nell’interesse di chi non ha voce; se scegliete di identificarvi non soltanto con i potenti, ma anche con i deboli; se conserverete la capacità di immaginarvi nei panni di chi non gode degli stessi privilegi, allora non saranno solo i familiari orgogliosi a celebrare la vostra esistenza, bensì migliaia, milioni di persone la cui realtà avrete contribuito a modificare.
Non occorre la magia per trasformare il mondo.
Dentro di noi abbiamo già tutto il potere che ci serve: il potere di immaginarlo migliore.

 

da: J.K. Rowling, Buona vita a tutti. I benefici del fallimento e l’importanza dell’immaginazione, (traduzione di Guido Calza), Salani Editore
(proposta di Ilaria Grasso)

Laura Di Corcia: poesie da “In tutte le direzioni”

 

Fu un tatuaggio violento
quella notte a Bucarest,
e la seta scendeva a fiotti dal soffitto.
Di quello rimasero due capelli
e qualche noce, una poesia
scritta dietro una lavagna.
Il sole per un attimo senza fiato:
poi tutto continuò, sbiadendo dietro la collina.
Le cose più belle non lasciano aloni.

 

Avvelenammo le navi come se fossero corvi.
Per un lungo periodo camminammo
e le mete erano sempre diverse.
Nei nostri occhi bruciava tutta l’Africa.
Eravamo gente come voi, forse meno scaltra:
il passato ci cinghiava la schiena.
A un certo punto gli scrigni si chiusero per sempre.
Dietro ai nostri occhi continuava
violenta come un chiodo, la caccia alle streghe.

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Eleonora Rimolo: poesie da “La terra originale”

 

Ci hanno detto di uscire il meno possibile,
solamente se urgente: polveri sottili,
smog, troppe sirene moleste. Mi difendo
così dai batteri, dalle spore, dai sorrisi
che non avrei incontrato. Trascorro i giorni
della malattia respirando la stessa aria
di sempre, osservo la sua caparbietà
la comparo alla mia penso a chi andrà via
per prima. Intanto la plastica fonde
cerca asilo nei polmoni dei superstiti,
con la pioggia non si può deglutire, brucia
l’ipotesi della resistenza, acre carità.

 

I viali esposti alle luci dei fari
come lunghi manuali dell’attesa:
girarci attorno era ridurre il cerchio
ad un’orma, avere ancora una scelta
perché con l’ansia indecente del ritorno
noi dobbiamo vagare, dobbiamo tornare
in cerca della casa originale,
della prima cellula essenziale.

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Gian Maria Annovi: poesie da “Persona presente con passato imperfetto”

images

 

detto la tua dentatura
al lenzuolo
la dettatura delle dita / di te
è prossima al dire
alla dizione dittatoriale
che temo

(che tremi anche i cuscini)

il mondo è il bianco del dentifricio
che ficchi nei fori cariati

nel muro / nelle pareti

 

non fare niente
che  non sia lo sparire
non sia     spargimento

di preghiera di piegatura del collo
del piede

persona che scende comete
che slaccia che infila di fiati
che mi fioriscono
i gomiti in fretta  /  le cicatrici

 

il sopore dei punti neri /  dei pori
mi accendeva solo in saponi

supponevo sapessero cose

avevo parole nelle nocchie

(nella notte ti scricchiola la gola)

scrivere:

fare lavori con la saliva

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proSabato: Sergio Claudio Perroni, I capelli di una donna

I capelli di una donna

I capelli di una donna, numerosi come sono, assistono a quasi tutto di lei, i capelli di una donna, ovunque sono, assistono a tutte le storie che la circondano e a molte di quelle che la abitano, assistono agli sguardi che d’istinto la rincorrono e che a volte si trasformano in labbra, assistono allo spettacolo inquieto della sua ombra, a quel buio di sé che a volte si lascia alle spalle, assistono ai suoi brividi di freddo e ondeggiano sul collo per ripararla, i capelli di una donna, volubili come sono, assistono alla sua mano che li accarezza per ripiego quando non può accarezzare chi ha di fronte, chi ha accanto, chi ha dentro, i capelli di una donna, sensibili come sono, assistono alle parole che ascolta e a quelle che dice, ma soprattutto alle parole che tace, perché i capelli di una donna, vicini come sono, assistono d’ufficio al gran teatro dei suoi pensieri, e a volte si rizzano sgomenti, a volte si scuotono in un’ovazione, e più delle volte perdono il filo, perché i pensieri di una donna sono più numerosi, più volubili e più ovunque perfino dei suoi capelli.

 

Da: Sergio Claudio Perroni, Entro a volte nel tuo sonno, La nave di Teseo editore.
[scelta di Ilaria Grasso]

proSabato: Clarice Lispector, da “Acqua viva”

Ah vivere è così scomodo. Tutto si stringe: il corpo esige, lo spirito non si ferma, vivere sembra come aver sonno e non poter dormire… vivere non è confortevole. Non si può andare in giro nudi né nel corpo né nello spirito.
Non te lo avevo detto che vivere sta stretto? Allora sono andata a dormire e ho sognato che ti scrivevo un largo maestoso ed era ancora più vero di quel che ti scrivo: era senza paura. Mi sono dimenticata di quanto ho scritto nel sogno, tutto è tornato al nulla, è tornato alla Forza di ciò che esiste e che a volte si chiama Dio.
Tutto finisce ma ciò che ti scrivo va avanti. Il che va bene, molto bene. Il meglio non è ancora stato scritto. Il meglio si trova tra le righe.
Oggi è sabato ed è fatto dell’aria più pura, soltanto aria. Ti parlo come esercizio profondo di me. Adesso cosa voglio scrivere? Voglio qualcosa di tranquillo e senza fronzoli. Qualcosa come il ricordo di un monumento alto che sembra ancora più alto perché è un ricordo. Ma voglio fra l’altro aver davvero toccato il monumento. Mi fermo perché è sabato.
Sempre sabato.
Ciò che sarà ancora dopo una sera di «chi sono io» e dopo essermi svegliata all’una del mattino ancora disperata…ecco che alle tre del mattino mi sono svegliata e mi sono trovata. Mi sono venuta incontro. Calma, allegra, pienezza senza folgorazione.
Semplicemente io sono io. E tu sei tu. È vasto, durerà.
Quel che ti scrivo è un «questo». Non si fermerà: va avanti.
Guardami e amami. No: tu guardi te stesso e ti ami. È quello che è giusto.
Ciò che ti scrivo va avanti e io sono stregata.

 

Da: Clarice Lispector, Acqua viva, Adelphi Edizioni; traduzione di Roberto Francavilla.
[scelta di Ilaria Grasso]