Ilaria Grasso

proSabato: Fabrizia Ramondino, da “L’isola riflessa”

 

Quando cominciammo a leggere Salgari, i pirati della Tortuga diventarono i nostri idoli e la nostra Tortuga era di fronte, l’isola di Capri. Noi non avvistavamo i pirati, ma eravamo continuamente avvistati; e quando venivamo redarguiti o puniti a scuola e in famiglia, l’animo non si piegava perché ci sentivamo gli «infedeli» – un vero vessillo di barbarie che minacciava la loro «civiltà».
Preferivamo i pirati ai briganti, perché venivano dal mare. Un’aura romantica e populista aleggiava intorno ai briganti, di cui ci veniva narrato di leggere in edizioni per ragazzi: Robin Hood o Fra Diavolo, ma anche I Masnadieri di Schiller – che nostra madre ci leggeva ad alta voce. Mentre un’aura avventurosa e libera, fuori della storia, aleggiava intorno ai pirati, dei senza patria, come noi stessi. E non derubavano i ricchi per dare ai più poveri, come si diceva dei briganti; rubavano per sé, senza rimorso, così come noi prendevamo fave e prugne, arance e ciliegie, dovunque le trovassimo, a chiunque appartenessero, con astuzia e arroganza.
La giustizia distributiva si applicava soltanto al nostro piccolo e ristretto gruppo.
Il brigante, il ladro, lo scassinatore, facevano pur sempre parte della comunità in cui vivevano. Non così il pirata, come il bambino, il più fuorilegge tra i fuorilegge. Che ignora ogni civiltà edificata sulla terra e dimora sul mare. La pirateria appartiene ai bambini, il brigantaggio, come il western, agli adolescenti.
La parola pirata è entrata nell’uso comune: un pirata dell’aria – perché viene dall’aria; un pirata della strada – perché viene dalla velocità; un pirata della finanza – perché viene da quell’elemento astratto che è il denaro.
Ci sono pirati degli incendi – perché vengono dal fuoco.
Anche Don Giovanni è un pirata – perché viene solo dal desiderio.
Ma il più pirata che conosco è un tale staccatosi da me stessa, un mio simile, che ora sto leggendo, Jorge Semprún, libero definitivamente da ogni ancoraggio, non solo ideologico. Senza nessuna terra, tranne quella dell’utopia, sempre irrealizzata. E perché alla morte ha strappato questa frase: «Che bella domenica!», titolo di un suo libro su Buchenwald.

 

Da: Fabrizia Ramondino, L’isola riflessa, Giulio Einaudi editore.

Gli “Ingorghi” di Raffaele Saccà (di I. Grasso)

R. Saccà – G.R.A. tributo a Roma – modellini di macchinine e smalto su lastra di alluminio cm 80×80

Gli Ingorghi di Raffaele Saccà

Nota critica e una poesia di Ilaria Grasso

 

Raffaele Saccà nasce a Catanzaro e si è formato alla Facoltà di Architettura de La Sapienza di Roma. È stato grafico, architetto e ha più volte giocato con l’arte. Ora è dirigente in un ente per il finanziamento delle imprese. La sua è una personalità curiosa, intellettualmente molto viva e con grande spirito d’osservazione.
Ossessione creativa della sua produzione artistica gli ingorghi metropolitani che ha dato origine ad una produzione di opere che saranno esposte a Roma dal 26 al 28 ottobre, presso la Spazio 40 Galleria d’arte, in una personale dal titolo Ingorghi – Una riflessione sul vissuto contemporaneo.

R. Saccà – ingorgo n°4 – modellini di macchinine e smalto su MDF cm 80×80

Sul tema del traffico urbano la letteratura visionaria di Cortázar si era già espressa nel racconto L’autostrada del sud all’interno della raccolta Tutti i fuochi il fuoco, da cui è stato poi tratto il film L’ingorgo di Comencini. Sia lo scrittore sia il regista avevano rilevato nel vissuto quotidiano l’enorme quantità di vite e autovetture che si riversa in continuazione nelle strade delle metropoli evidenziandone gli effetti collaterali (alienazione, improduttivo accelerismo, emarginazione, impossibilità di consumare tutto ciò che viene prodotto e che inevitabilmente viene accumulato). Da questi accumuli principia la riflessione di Saccà e il moto produttivo delle sue opere.
Una riflessione tutt’altro che ingenua. Si legge chiaro il riferimento ad Arman e al Nouveau Réalisme che non ha ancora smesso di esprimersi filosoficamente e artisticamente perché le condizioni da cui partiva nel nei primi anni Sessanta non sono affatto cambiate, anzi!
Se l’arte di Fontana lascia il segno incidendo la tela con un unico gesto del braccio e Burri fonde le materie plastiche sovrapposte sulla tela, Saccà dispone meticolosamente su tele e altri materiali (alluminio e tavole di legno) modellini di macchinine, carri armati e aeroplani in un’unica composizione. (altro…)

proSabato: J.K. Rowling. da “Buona vita a tutti”

Ma in che misura è più probabile che voi, laureati di Harward del 2008, riusciate a influire sulla vita di altre persone? La vostra intelligenza, la vostra capacità di lavorare sodo, l’istruzione che vi siete guadagnati e avete ricevuto vi attribuiscono un prestigio eccezionale, ed eccezionali responsabilità. Persino la vostra nazionalità vi contraddistingue. La stragrande maggioranza di voi appartiene all’unica superpotenza che rimane al mondo. Il vostro modo di votare, il vostro modo di vivere, il vostro modo di protestare, le pressioni che esercitate sul vostro governo hanno un impatto che va ben al di là dei confini del Paese.
È il vostro privilegio, e anche il fardello che portate.
Se scegliete di usare il vostro privilegio e la vostra voce per alzare la voce nell’interesse di chi non ha voce; se scegliete di identificarvi non soltanto con i potenti, ma anche con i deboli; se conserverete la capacità di immaginarvi nei panni di chi non gode degli stessi privilegi, allora non saranno solo i familiari orgogliosi a celebrare la vostra esistenza, bensì migliaia, milioni di persone la cui realtà avrete contribuito a modificare.
Non occorre la magia per trasformare il mondo.
Dentro di noi abbiamo già tutto il potere che ci serve: il potere di immaginarlo migliore.

 

da: J.K. Rowling, Buona vita a tutti. I benefici del fallimento e l’importanza dell’immaginazione, (traduzione di Guido Calza), Salani Editore
(proposta di Ilaria Grasso)

Laura Di Corcia: poesie da “In tutte le direzioni”

 

Fu un tatuaggio violento
quella notte a Bucarest,
e la seta scendeva a fiotti dal soffitto.
Di quello rimasero due capelli
e qualche noce, una poesia
scritta dietro una lavagna.
Il sole per un attimo senza fiato:
poi tutto continuò, sbiadendo dietro la collina.
Le cose più belle non lasciano aloni.

 

Avvelenammo le navi come se fossero corvi.
Per un lungo periodo camminammo
e le mete erano sempre diverse.
Nei nostri occhi bruciava tutta l’Africa.
Eravamo gente come voi, forse meno scaltra:
il passato ci cinghiava la schiena.
A un certo punto gli scrigni si chiusero per sempre.
Dietro ai nostri occhi continuava
violenta come un chiodo, la caccia alle streghe.

(altro…)

Eleonora Rimolo: poesie da “La terra originale”

 

Ci hanno detto di uscire il meno possibile,
solamente se urgente: polveri sottili,
smog, troppe sirene moleste. Mi difendo
così dai batteri, dalle spore, dai sorrisi
che non avrei incontrato. Trascorro i giorni
della malattia respirando la stessa aria
di sempre, osservo la sua caparbietà
la comparo alla mia penso a chi andrà via
per prima. Intanto la plastica fonde
cerca asilo nei polmoni dei superstiti,
con la pioggia non si può deglutire, brucia
l’ipotesi della resistenza, acre carità.

 

I viali esposti alle luci dei fari
come lunghi manuali dell’attesa:
girarci attorno era ridurre il cerchio
ad un’orma, avere ancora una scelta
perché con l’ansia indecente del ritorno
noi dobbiamo vagare, dobbiamo tornare
in cerca della casa originale,
della prima cellula essenziale.

(altro…)

Gian Maria Annovi: poesie da “Persona presente con passato imperfetto”

images

 

detto la tua dentatura
al lenzuolo
la dettatura delle dita / di te
è prossima al dire
alla dizione dittatoriale
che temo

(che tremi anche i cuscini)

il mondo è il bianco del dentifricio
che ficchi nei fori cariati

nel muro / nelle pareti

 

non fare niente
che  non sia lo sparire
non sia     spargimento

di preghiera di piegatura del collo
del piede

persona che scende comete
che slaccia che infila di fiati
che mi fioriscono
i gomiti in fretta  /  le cicatrici

 

il sopore dei punti neri /  dei pori
mi accendeva solo in saponi

supponevo sapessero cose

avevo parole nelle nocchie

(nella notte ti scricchiola la gola)

scrivere:

fare lavori con la saliva

(altro…)

proSabato: Sergio Claudio Perroni, I capelli di una donna

I capelli di una donna

I capelli di una donna, numerosi come sono, assistono a quasi tutto di lei, i capelli di una donna, ovunque sono, assistono a tutte le storie che la circondano e a molte di quelle che la abitano, assistono agli sguardi che d’istinto la rincorrono e che a volte si trasformano in labbra, assistono allo spettacolo inquieto della sua ombra, a quel buio di sé che a volte si lascia alle spalle, assistono ai suoi brividi di freddo e ondeggiano sul collo per ripararla, i capelli di una donna, volubili come sono, assistono alla sua mano che li accarezza per ripiego quando non può accarezzare chi ha di fronte, chi ha accanto, chi ha dentro, i capelli di una donna, sensibili come sono, assistono alle parole che ascolta e a quelle che dice, ma soprattutto alle parole che tace, perché i capelli di una donna, vicini come sono, assistono d’ufficio al gran teatro dei suoi pensieri, e a volte si rizzano sgomenti, a volte si scuotono in un’ovazione, e più delle volte perdono il filo, perché i pensieri di una donna sono più numerosi, più volubili e più ovunque perfino dei suoi capelli.

 

Da: Sergio Claudio Perroni, Entro a volte nel tuo sonno, La nave di Teseo editore.
[scelta di Ilaria Grasso]

proSabato: Clarice Lispector, da “Acqua viva”

Ah vivere è così scomodo. Tutto si stringe: il corpo esige, lo spirito non si ferma, vivere sembra come aver sonno e non poter dormire… vivere non è confortevole. Non si può andare in giro nudi né nel corpo né nello spirito.
Non te lo avevo detto che vivere sta stretto? Allora sono andata a dormire e ho sognato che ti scrivevo un largo maestoso ed era ancora più vero di quel che ti scrivo: era senza paura. Mi sono dimenticata di quanto ho scritto nel sogno, tutto è tornato al nulla, è tornato alla Forza di ciò che esiste e che a volte si chiama Dio.
Tutto finisce ma ciò che ti scrivo va avanti. Il che va bene, molto bene. Il meglio non è ancora stato scritto. Il meglio si trova tra le righe.
Oggi è sabato ed è fatto dell’aria più pura, soltanto aria. Ti parlo come esercizio profondo di me. Adesso cosa voglio scrivere? Voglio qualcosa di tranquillo e senza fronzoli. Qualcosa come il ricordo di un monumento alto che sembra ancora più alto perché è un ricordo. Ma voglio fra l’altro aver davvero toccato il monumento. Mi fermo perché è sabato.
Sempre sabato.
Ciò che sarà ancora dopo una sera di «chi sono io» e dopo essermi svegliata all’una del mattino ancora disperata…ecco che alle tre del mattino mi sono svegliata e mi sono trovata. Mi sono venuta incontro. Calma, allegra, pienezza senza folgorazione.
Semplicemente io sono io. E tu sei tu. È vasto, durerà.
Quel che ti scrivo è un «questo». Non si fermerà: va avanti.
Guardami e amami. No: tu guardi te stesso e ti ami. È quello che è giusto.
Ciò che ti scrivo va avanti e io sono stregata.

 

Da: Clarice Lispector, Acqua viva, Adelphi Edizioni; traduzione di Roberto Francavilla.
[scelta di Ilaria Grasso]

proSabato: Mario Benedetti, Sulla semplicità

Sulla semplicità

La semplicità è una delle virtù più complicate di questo vecchio mondo. Quando uno è semplice (nella parlata, nei gesti, nelle azioni, persino nella poesia) corre il fastidioso rischio di essere preso per stupido, per fesso. Ci sono critici, per esempio, propensi a elogiare solamente quei poeti misteriosi le cui opere sono comprese da pochissimi. Nemmeno questi critici li capiscono, è chiaro, ma hanno una certa abilità nel girare intorno al mistero, facendo della propria ignoranza una forma di discrezione.
Se si legge Baldomero Fernanàndez Moreno o Antonio Machado e si coglie la saggezza della loro semplicità, verrebbe voglia di correre ad abbracciarli come se fossero ancora qui, con la penna in resta. Come insegnano, come aprono senza pregiudizi le porte delle loro vite e ci regalano le chiavi per aprire la nostra!
Qualsiasi comandante, il capoccia come il capetto, si affanna (soprattutto se in affanno) a non essere semplice. La difficoltà è il suo muro di contenimento, il suo bastione. La sua corazza. Nella semplicità gli uomini e le donne di proteggono, si comprendono, si consolano. Nella complessità, invece, si guardano con diffidenza e rancore. Come non ricordare che la morte è l’apice della semplicità.

 

Da: Mario Benedetti, Il diritto all’allegria, Nottetempo Edizione; traduzione di Stefania Marinoni.
[scelta di Ilaria Grasso]

PoEstate Silva #23: Lorenzo Pataro, da “Bruciare la sete”

Icaro

Un giorno di questi
voleremo via
come stormi di uccelli
impauriti dai temporali.
E se il sole
brucerà le nostre ali,
cadremo in mari senza fondali
stringendoci le mani,
liberandoci dai mali.

 

Cassandra

D’ora in poi
prima d’ogni mia fatale catastrofe
come Cassandra
tu prevedimi sempre
coi tuoi profetici baci.
Perché se c’è la guerra
tu sei la Pace.

 

Euridice

Mi manchi non perché
non posso più guardarti,
ma perché forse è solo colpa mia
se all’inferno
ora
dei tuoi bassi occhi fuggiaschi
possono abusarne tutti gli altri.

 

Lorenzo Pataro, Bruciare la sete, Controluna Edizioni, 2018

Letizia Pezzali, Lealtà (rec. di I. Grasso)

pezzali lealtàLetizia Pezzali, Lealtà
Einaudi, 2018

 

Lealtà è un romanzo che racconta “l’ossessione amorosa di una donna giovane per un uomo che ha vent’anni più di lei. Intorno, l’ambiente della finanza raccontato con precisione feroce” (dalla quarta di copertina). Che attinenza potrà avere la lealtà con tutto questo? Ecco l’interrogativo che mi ha spinto ad acquistare il libro. Prima di iniziare a leggere mi sono dunque soffermata sul termine lealtà.
Letizia Pezzali, l’autrice, mi porta prima in una Londra alle prese con il referendum sulla Brexit, poi a Milano, città dove è nata Giulia (protagonista e voce narrante), e anche a Treviri, in Germania, dove sono nati Marx e il padre di Giulia, scomparso prematuramente.
In questi luoghi assieme a Giulia c’è Seamus (il capo, altrimenti detto Capo Meraviglioso), Michele (l’ossessione amorosa), Fred (il collega colto ma anche un po’ “grillo parlante”), Gabriele (il corteggiatore, per la maggior parte della narrazione “il ragazzo dalla polo rossa”) e Luca (il compagno della madre di Giulia).
Londra, Giulia, Seamus e Michele sono portatori di un conflitto interno e le tensioni sono incredibilmente simili ai mercati finanziari.
Giulia non ha fratelli, sorelle, cugini. Ha solo Luca, il compagno che la madre ha avuto dopo la morte del padre di Giulia. L’unica figura che per lei somiglia a un familiare.

Mi preoccupo di lui, allo stesso tempo mi stancherei se ci avessi a che fare sempre. Il nostro è un legame familiare sintetico, inventato, eppure sembra naturale. Contiene tutte le contraddizioni.

Seamus è il capo di Giulia, forse un modello per lei. Eccentrico, per gran parte del libro sembra essere l’unico vero amico di Giulia. A un certo punto deciderà di svelare una parte di sé tenuta nascosta per tanto tempo.
Michele è l’ossessione amorosa di Giulia. Si occupava anche lui di finanza e lavorava con Seamus. Ha lasciato il suo lavoro in banca, la stessa banca in cui lavorano sia Giulia sia Seamus.
Il conflitto fra i personaggi non è subito manifesto, ma a un certo punto diverrà lampante e tutti i tasselli torneranno al loro posto (in maniera definitiva?). Durante la lettura non ho quasi mai la sensazione che di questa crisi ci sia consapevolezza da parte dei personaggi. È la Pezzali che con grande abilità la rende visibile descrivendone i segnali con precisione chirurgica. Man mano che leggiamo lo stato di crisi è sempre più evidente ai nostri occhi. I personaggi continuano la loro vita senza grossi scossoni, né interrogativi. Come se il tempo non esistesse o fosse per certi versi sospeso. (altro…)

Daniele Piccini, Regni (rec. di I. Grasso)

Daniele Piccini, Regni
Manni, 2017

recensione di Ilaria Grasso

 

La grande sfida che Daniele Piccini affronta nelle sue poesie è quella di provare a dare corpo alle “assenze” e di farlo con l’unico strumento di cui un poeta può disporre: la parola. Nella nota introduttiva a Regni, Antonio Prete afferma che è una raccolta poetica perché “fa della parola il campo dove l’assente prende figura e ritmo, dove il visibile mostra il suo confine, l’enigma”. Sono molto d’accordo con questa affermazione in ragione del fatto che di fronte a ogni testo di Piccini occorre mettersi in ascolto in maniera profonda al fine di apprendere qualcosa in più del mondo visibile. Mi riferisco a quell’altrove intangibile che molti di noi avvertono perché consapevoli di avere una dimensione spirituale.
I cieli, le stelle, le notti che il poeta rappresenta sono un continuo interrogarsi sull’origine della vita, sulla sua natura e ancor di più su cosa rimane dopo che qualcuno o qualcosa non c’è più. Piccini osserva il mondo e lo racconta con la grande consapevolezza che anche la migliore teoria fisica o chimica non può fornire risposte risolutive. Ci si può invece affidare alla filosofia e alla religione alle quali la produzione poetica di Piccini sembra invitarci a demandare. Se la poesia riesce a riprodurre, evocare, esprimere emozioni e sentimenti è proprio perché queste eludono le categorie dello “spazio” e del “tempo” che sono alla base dell’osservazione della fisica e della chimica. La natura, nei suoi versi, riesce ad essere metafisica perché, sotto il suo sguardo da poeta, può andare oltre. Piccini ci porta lì dove le cose stanno per donarsi al mondo, senza svelarcele, ma lasciando al lettore la possibilità di nominarle, anzi proprio auspicandolo. Lo fa con grande tatto e grande umiltà, non si pone su un piedistallo, né si dota penna rossa o di bacchetta. Il suo ego sparisce. Tutti assieme aspettiamo con lui tremando per l’epifania che viene.

Il mistero del cosmo senza fine
è negli occhi del gatto che fu vivo,
dilavato dal tempo e già fiorito
una stagione sola: ora ci guarda
da immagini precise e illuminate,
come se fosse ancora accarezzabile,
mentre il tempo si fa come cometa
indicandoci il punto della sosta.
“Dorme” dice la bambina “lei dorme,
ma quando si sveglierà avrà fame”
e io non voglio più spiegarle nulla,
né consolarla: veramente dorme,
dorme soltanto e aspetta

Ma dicevamo della parola. (altro…)