Ilaria Grasso

Letizia Pezzali, Lealtà (rec. di I. Grasso)

pezzali lealtàLetizia Pezzali, Lealtà
Einaudi, 2018

 

Lealtà è un romanzo che racconta “l’ossessione amorosa di una donna giovane per un uomo che ha vent’anni più di lei. Intorno, l’ambiente della finanza raccontato con precisione feroce” (dalla quarta di copertina). Che attinenza potrà avere la lealtà con tutto questo? Ecco l’interrogativo che mi ha spinto ad acquistare il libro. Prima di iniziare a leggere mi sono dunque soffermata sul termine lealtà.
Letizia Pezzali, l’autrice, mi porta prima in una Londra alle prese con il referendum sulla Brexit, poi a Milano, città dove è nata Giulia (protagonista e voce narrante), e anche a Treviri, in Germania, dove sono nati Marx e il padre di Giulia, scomparso prematuramente.
In questi luoghi assieme a Giulia c’è Seamus (il capo, altrimenti detto Capo Meraviglioso), Michele (l’ossessione amorosa), Fred (il collega colto ma anche un po’ “grillo parlante”), Gabriele (il corteggiatore, per la maggior parte della narrazione “il ragazzo dalla polo rossa”) e Luca (il compagno della madre di Giulia).
Londra, Giulia, Seamus e Michele sono portatori di un conflitto interno e le tensioni sono incredibilmente simili ai mercati finanziari.
Giulia non ha fratelli, sorelle, cugini. Ha solo Luca, il compagno che la madre ha avuto dopo la morte del padre di Giulia. L’unica figura che per lei somiglia a un familiare.

Mi preoccupo di lui, allo stesso tempo mi stancherei se ci avessi a che fare sempre. Il nostro è un legame familiare sintetico, inventato, eppure sembra naturale. Contiene tutte le contraddizioni.

Seamus è il capo di Giulia, forse un modello per lei. Eccentrico, per gran parte del libro sembra essere l’unico vero amico di Giulia. A un certo punto deciderà di svelare una parte di sé tenuta nascosta per tanto tempo.
Michele è l’ossessione amorosa di Giulia. Si occupava anche lui di finanza e lavorava con Seamus. Ha lasciato il suo lavoro in banca, la stessa banca in cui lavorano sia Giulia sia Seamus.
Il conflitto fra i personaggi non è subito manifesto, ma a un certo punto diverrà lampante e tutti i tasselli torneranno al loro posto (in maniera definitiva?). Durante la lettura non ho quasi mai la sensazione che di questa crisi ci sia consapevolezza da parte dei personaggi. È la Pezzali che con grande abilità la rende visibile descrivendone i segnali con precisione chirurgica. Man mano che leggiamo lo stato di crisi è sempre più evidente ai nostri occhi. I personaggi continuano la loro vita senza grossi scossoni, né interrogativi. Come se il tempo non esistesse o fosse per certi versi sospeso. (altro…)

Daniele Piccini, Regni (rec. di I. Grasso)

Daniele Piccini, Regni
Manni, 2017

recensione di Ilaria Grasso

 

La grande sfida che Daniele Piccini affronta nelle sue poesie è quella di provare a dare corpo alle “assenze” e di farlo con l’unico strumento di cui un poeta può disporre: la parola. Nella nota introduttiva a Regni, Antonio Prete afferma che è una raccolta poetica perché “fa della parola il campo dove l’assente prende figura e ritmo, dove il visibile mostra il suo confine, l’enigma”. Sono molto d’accordo con questa affermazione in ragione del fatto che di fronte a ogni testo di Piccini occorre mettersi in ascolto in maniera profonda al fine di apprendere qualcosa in più del mondo visibile. Mi riferisco a quell’altrove intangibile che molti di noi avvertono perché consapevoli di avere una dimensione spirituale.
I cieli, le stelle, le notti che il poeta rappresenta sono un continuo interrogarsi sull’origine della vita, sulla sua natura e ancor di più su cosa rimane dopo che qualcuno o qualcosa non c’è più. Piccini osserva il mondo e lo racconta con la grande consapevolezza che anche la migliore teoria fisica o chimica non può fornire risposte risolutive. Ci si può invece affidare alla filosofia e alla religione alle quali la produzione poetica di Piccini sembra invitarci a demandare. Se la poesia riesce a riprodurre, evocare, esprimere emozioni e sentimenti è proprio perché queste eludono le categorie dello “spazio” e del “tempo” che sono alla base dell’osservazione della fisica e della chimica. La natura, nei suoi versi, riesce ad essere metafisica perché, sotto il suo sguardo da poeta, può andare oltre. Piccini ci porta lì dove le cose stanno per donarsi al mondo, senza svelarcele, ma lasciando al lettore la possibilità di nominarle, anzi proprio auspicandolo. Lo fa con grande tatto e grande umiltà, non si pone su un piedistallo, né si dota penna rossa o di bacchetta. Il suo ego sparisce. Tutti assieme aspettiamo con lui tremando per l’epifania che viene.

Il mistero del cosmo senza fine
è negli occhi del gatto che fu vivo,
dilavato dal tempo e già fiorito
una stagione sola: ora ci guarda
da immagini precise e illuminate,
come se fosse ancora accarezzabile,
mentre il tempo si fa come cometa
indicandoci il punto della sosta.
“Dorme” dice la bambina “lei dorme,
ma quando si sveglierà avrà fame”
e io non voglio più spiegarle nulla,
né consolarla: veramente dorme,
dorme soltanto e aspetta

Ma dicevamo della parola. (altro…)

Antiniska Pozzi, Tre poesie

Tre poesie da Amavo (una volta) un comunista di Antiniska Pozzi, vincitrice del Premio Beppe Salvia 2018, Opera Prima Inedita. La raccolta sarà pubblicata in autunno dalla casa editrice LietoColle.

 

Eri solo un ragazzo ricco
con il vizio del comunismo dichiarato
io ero solo la figlia
di un operaio deceduto
(e mi hai amata)
(e ti ho amato)
ci siamo consumati insieme
qualche centesimo di ingenuità
tu vedevi le strade come corde di violino
io pensavo a futuri
francamente impossibili
poi abbiamo sentito

un tonfo
morte teatrale
ma del resto non c’è altro tipo
di morte

ci penso ancora
alla tua stanza di adolescente atipico
ai ragni dalle zampe
infinite
nella casa del lago
probabilmente sono ancora lì
perché qualcosa che non finisse
doveva esserci

 

Nulla si cuoce sul ghiaccio
servono fiamme e tempo
ovvero
pericolo e attesa
un salto triplo
sui comodi acquisti

 

Cercami scomposta sul divano
le gambe buttate a caso
come in un dipinto di Picasso
le gambe che vorrebbero essere lunghe
vicine alla bocca
che non vorrebbe aprirsi

Cercami le mani sotto i piedi
o ferme sotto il seno
mi rivesto in quella pelle di bambina

Annodami una treccia
con le braccia
scopri che quando rido
la Via Lattea perde il suo ordine primigenio

Trovami su un letto di domenica
contami i nei che non mi hanno abbandonata
perdonami la schiena rigida
c’è ancora un posto
in fondo agli occhi bui

Ho il cuore sbiadito
stasera
stropicciamelo ancora un po’
ho battiti stanchi
anemici sentieri

la lotta l’ha gonfiato e ora
è come
un palloncino dopo qualche giorno
in un angolo della cameretta

Sedute le ragazze fuori dai caffè
hanno ciglia lunghe
e memoria corta
sono quasi bambine
ma non lo sanno
profumano di caffè e promesse (d’amore)
fumano e sognano
fingono mestieri
si prendono sul serio
ma sono così giuste
hanno pensieri lisci
e balsami sulla voce
si guardano a trapassare
mantengono il segreto

 

[selezione di Ilaria Grasso]

 

Intervista ibrida a Gabriele Galloni (di I. Grasso)

IN CHE LUCE CADRANNO
Intervista ibrida a Gabriele Galloni

di Ilaria Grasso

 

Per la raccolta di Gabriele Galloni, In che luce cadranno, ho realizzato qualcosa di diverso dal solito perché ero incuriosita dal fatto che un poeta così giovane si interessasse alla morte tanto da scriverne un’intera raccolta per cui ho contattato Gabriele Galloni per incontrarlo e scrivere questo pezzo che sarà un po’ una recensione, un po’ un’intervista.

I.: Bene Gabriele, da dove nasce l’idea di scrivere una raccolta sui morti?

G.: Chissà. Non so spiegartelo. Forse per scrivere l’ultimo-libro-di-poesie-possibile-sulla-Morte. La parola definitiva sull’oltretomba. Ride. Che poi ci sia riuscito o no è un altro paio di maniche. Non sta a me dirlo – anche se non ho dubbi sull’originalità e il valore della mia opera, sia chiaro. Ho pensato tantissimo alla pittura di Paul Delvaux, scrivendo le poesie di In che luce cadranno. Forse è lui il riferimento più prossimo al mio libro.

In che luce cadranno è senz’altro un titolo enigmatico e straniante per una raccolta che parla di morti. In genere sull’argomento viene in mente solo il nero buio e mesto come colore, invece Galloni ha scritto una raccolta che non perde mai di vista la luce. Durante la lettura delle prime poesie mi sono interrogata a lungo sulla natura della parola “luce” del titolo.
Solitamente si utilizza come sinonimo della parola “nascere”, l’espressione “venire alla luce” e questa è una raccolta che parla della vita oltre la vita terrena. Gli uomini dunque se dalla luce vengono in una luce prima o poi “cadranno”. Ecco svelato l’arcano! La mia tesi sembra ampiamente confermata dai versi della poesia che incontro quasi a metà libro:

I morti continuano a porsi
le stesse domande dei vivi:
rimangono i corsi e i ricorsi
del vivere identici sulle
due rive. In che luce cadranno
tornati alle cellule.

Le parole di Galloni sono misurate, limate, scarnificate fino al sangue essenziale di quel vero che inseguiamo per tutta la vita e che probabilmente troveremo solo quando abbandoneremo i nostri corpi e andremo chissà dove e come a proseguire la nostra esistenza, probabilmente in altra forma, a seconda del credo religioso d’appartenenza (per chi lo ha). Il vero della raccolta è dunque un concetto che rassomiglia molto all’osceno, a qualcosa da nascondere, come in questa: (altro…)

Recensione Ibrida #4: Hellen Philips, La bella burocrate

la bella burocrateHellen Philips
LA BELLA BUROCRATE
Safarà Editore

Recensione ibrida di Ilaria Grasso

 

È da un po’ che mi sto interessando al tema della tecnologia e dei Big Data perché mi sono resa conto che, tra ufficio e casa, trascorro gran parte del mio tempo in compagnia dei PC e similari. Non credo di essere l’unica. Penso infatti che il genere umano si trovi, in ragione di queste interazioni, di fronte a un mutamento antropologico al quale non possiamo più assistere solo come osservatori passivi. Dobbiamo perciò capire cosa ci sta succedendo. Avevo già letto il saggio di Calasso, L’innominabile attuale, che in parte affronta queste tematiche e sono convinta che anche per questo la narrazione della Philips mi abbia inquietato meno di quello che avrebbe potuto fare. Ma parliamo ora del libro che recensisco oggi, La bella burocrate di Hellen Philips.

L’oggetto libro si manifesta ai miei occhi già come qualcosa di inconsueto rispetto a tutti i libri che ho letto fino ad ora. «Il taglio inclinato del manufatto, un segno distintivo, che diverrà sempre più caratteristico, è in armonia con la nostra volontà di pubblicare libri trasversali, imprevedibili» (dall’ultima pagina del libro). E in effetti la storia che ho letto è davvero imprevedibile; e a molti è sembrato un thriller, oltre che una distopia metropolitana dei nostri giorni tra inquietudine e fantasia. Dalla quarta di copertina:

In un edificio senza finestre in un remoto quartiere di un’immensa città, la nuova assunta Josephine immette una serie infinita di numeri in un programma conosciuto solo come Database. Mentre i giorni si inanellano l’uno all’altro insieme alle pile di indecifrabili documenti, Josephine sente nascere dentro di se un’inquietudine sempre più sottile e penetrante. Dopo l’inspiegabile sparizione di suo marito, in un crescendo vertiginoso, Josephine scoprirà che la sua paura, divenuta oramai terrore, era pienamente fondata.

L’idea di fondo del database nasce dal fatto che nel suo precedente lavoro Hellen Philips si occupò di Data Entry, e immagino che tale esperienza abbia influito in maniera forte sulla narrazione; per questa ragione mi auguro che il libro venga letto anche da chi occupa posizioni lavorative con attività più complesse, ad esempio chi elabora dati, o chi per lavoro deve decidere se utilizzare o meno questi strumenti.
Ogni azienda comunica sia all’interno che all’esterno e lo fa con le parole; chi le sceglie o come vengono scelte queste parole? Spesso non si sa e questo ci fa avvicinare all’atto di comunicare quasi come fossimo immersi in una dimensione mistica. Questo Dio Padre Onnipotente e Tecnologico non lo abbiamo mai visto realmente, spesso lo temiamo e quasi mai ci interroghiamo sulla sua natura proprio come fosse un dogma di cui è bene non interrogarsi.  Esattamente come un angelo non ha sesso e non ne conosciamo il carattere, gli istinti e le pulsioni:

L’illusione della mancanza di faccia, fu come è ovvio, quasi immediatamente spiegabile: la pelle dell’intervistatore aveva la stessa tonalità grigiastra del muro alle sue spalle, gli occhi erano oscurati da un paio di occhiali altamente riflettenti, la fluorescenza appiattiva i lineamenti assemblati sopra l’asessuato completo grigio.

Spesso ci si appoggia a società esterne che gestiscono i flussi informativi e anche sulla loro natura spesso non ci si interroga. A esempio non ci si domanda mai se e dove abbiano la sede (molte volte gli indirizzi mancano nei portali) o se paghino correttamente le tasse, contribuendo al benessere e all’economia dei paesi che gli danno pane. (altro…)

Giovanni Ibello, Turbative siderali (rec. di I. Grasso)

Giovanni Ibello, Turbative siderali

 

La raccolta d’esordio di Giovanni Ibello, finalista al premio “Ponte di Legno” e al “Premio Fiumicino”, nonché vincitore del premio “Como Opera Prima”, si intitola Turbative siderali. Il poeta nei suoi versi di­chiara già dalla terza poesia il tema dal quale fa partire la sua riflessione poetica. Dice infatti «non scrivo di silenzio, ma di vuoto». La dichiarazione d’intenti, messa in priorità nell’ordine della silloge, sembra far pre­valere l’autenticità al mistero ben consapevole che in questo modo i suoi versi sono più efficaci e resi­stenti nel tempo, immagino.
Nella prima sezione, L’ultimo rantolo del sole, il poeta comincia da quella che potremmo definire “ontolo­gia del vuoto”. Il silenzio qui rappresenta una pura e semplice dimostrazione del vuoto:

Di quello che sognavi veramente
non resta che un silenzio siderale
una lenta recessione delle stelle
in pozzanghere e filamenti d’oro,
il riverbero delle sirene accese
sui muri crepati delle case

Ho letto per la prima volta questa silloge quest’estate in un pomeriggio di metà agosto, nella mia casa al mare, sul finire di un temporale estivo; Gianni, il gatto rosso di casa mia, sbuca da sotto il letto, dove si è riparato per i tuoni e riprende a farmi le fusa, e mentre la vita dopo l’acquazzone ri­prende leggo que­sto verso: «gatti che si amano di notte/ mentre l’acqua scanala nelle fogne».
Che bella sincronicità! mi dico pensando alla funzione della poesia, che serva anche a questo cioè a scopri­re ciò che di bello (e dolce) la vita possa offrirci se solo ci fermassimo a osser­varla. Il silenzio è dunque una condizione necessaria perché è solo grazie a esso che si manifestano più chiari i fatti della vita e ci si può congedare agli addii. Assume, dunque, un carattere sacro perché «Si viene al mondo/ in un tramestio di voci […] ma il commiato/ è un rito quieto:/ si celebra per sottra­zione».
L’io lirico di Ibello vive la vita come una colpa perché, dice nei versi, ce la ritroviamo tra le mani senza che nessuno ci abbia mai chiesto di “essere vivi” e questa colpa pesa ma il velo va squarciato perché «gli occhi sono l’ultimo confine dell’esistere», «resistono alla pietà del respiro che stenta». D’altronde na­sciamo con gli oc­chi chiusi, evidenzia il poeta, e solo dopo molte prove (o meglio sfide) accade che si impari a vivere senza più alcuna paura, come troviamo in questi bellissimi versi:

Siamo il non voluto.
Siamo l’involuto.
Il dolore che si addomestica,
il sogno eretico di un’ordalia

I versi di Turbative siderali trovano ispirazione dalle credenze popolari, dai misteri e accompagnano le vi­sioni che percepi­sco nutrite da un’iconografia medioevale e appartengono di certo a una precisa osser­vazione della real­tà. Nelle sezioni della raccolta trovo alcuni dei temi cari anche al pittore Hieronymus Bosch. Mi riferisco ai mo­tivi astrologici, popolari e alchemici. La prima sezione soprattutto, come ci svela già il titolo Turbative siderali. Nella voce di Ibello e nelle rappresentazioni di Bosch si moltiplicano le immagini simboliche in una continua incarnazione e raffigurazione di visioni sempre più inconsuete. Le poesie raccon­tano di figure tra l’animalesco e l’umano che vengono raffigurati in maniera grottesca, talvolta indecente («il fiato che disarma la parola/ la bocca ad asciugare la tua fica»). (altro…)

Ilaria Grasso, poesie

 

Berlino, foto di Gianni Montieri

Domani, 25 novembre, sarà la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Pubblichiamo qui di seguito alcune poesie inedite di Ilaria Grasso, attivista e poeta estremamente attenta e sensibile all’argomento (gm).

*

 

LA BADESSA

Era molto originale
il suo modo
d’apostrofarmi sempre
con variopinte offese
Per via della mia stazza
spesso
mi chiamava badessa
ed io in cuor mio sapevo
che sarei rimasta indenne
da quell’inferno
perché
grande è il regno dei cieli
per chi crede.

 

*

ABUSO D’ATTI D’UFFICIO

Lui la prende dietro la scrivania
dopo il turno di sera
nel suo ufficio personale
che si trova accanto a quello
della segreteria. La rosa trema
nel vaso sulla scrivania
assieme a lei che non si spoglia
aspettando che al padrone
prima o poi passi la voglia
Non accade mai e dico mai
che a lui passi questa voglia
e quando va a casa dal marito
con gli occhi vuoti
dopo aver preparato la cena
per tutta la famiglia
dice solo che è stanca e vuole
andare a letto
a letto da sola e a letto presto.

 

*

Hanno voluto cancellarmi e ci sono riusciti”
A Vera Caslavska ginnasta ed eroina cecoslovacca

:::::::::::::::::::Aveva solo bisogno di un’asta
per fare un salto avanti e superare così certi ostacoli
Sempre gli stessi
La trovarono a terra
Appoggiata al muro
A guardarsi in mezzo alle gambe
per sapere quanto
:::::::::::::::fossero profonde le pareti
nel momento esatto della mancanza. (altro…)

Giorgio Ghiotti, La città che ti abita (di I. Grasso)

Giorgio Ghiotti, La città che ti abita, Empirìa, 2017

di Ilaria Grasso

 

Mentre in America esce il nuovo libro di George Saunders, Lincoln nel bardo, penso ai poeti e agli scrittori di casa nostra. Mi domando se si siano mai interrogati su questo stato della mente in cui la coscienza viene separata dal corpo e leggendo la raccolta di Giorgio Ghiotti, La città che ti abita, ho pensato molto al bardo come concept di lettura e di scrittura.
Nel bardo la mente acquisisce un corpo mentale simile a quello del sogno e ha il potere di raggiungere qualsiasi luogo, in qualsiasi momento, senza alcun ostacolo. La vita nel bardo è fatta di sofferenze, sia per la non accettazione della propria morte, sia per l’attaccamento a se stessi, alla famiglia, agli amici, ai propri averi.

[…] cosa dovremo raccontare
di questi anni infiniti che a cento volti
insieme ci passano negli occhi, perché
più popolato del visibile è l’invisibile
o chi ne fa più parte, chi sta di là
o subito prima del filo
finché ci sarà chi tende le antenne […]

Questi appena riportati sono i versi che più di tutti mi fanno pensare al bardo; fanno parte della poesia che Ghiotti dedica a Biancamaria Frabotta, poeta, scrittrice, giornalista, e sua docente all’università, nonché prefatrice della raccolta. Ghiotti fa del distacco, dell’abbandono e persino della morte, materia viva ben consapevole del potere di rendere immortali che appartiene alla scrittura e letteratura in generale. (altro…)

Ilaria Grasso, “In tagli ripidi” di A. Brusa

Nella sua ultima raccolta di poesie, dal titolo In tagli ripidi (nel corpo che abitiamo in punta), Alessando Brusa mostra il suo panorama esistenziale forse partendo dalla lezione di Whitman secondo il quale «ogni atomo che mi appartiene è come se rappresentasse anche te.» Se così non fosse, credo comunque che Brusa sia ben consapevole del fatto che dietro ogni libro ci sia un uomo con tutto il suo personalissimo vissuto e raccontarlo vuol dire comunicare (leggi qui come cercare le cose in comune). La varia varietà che troviamo nei versi di Brusa sembra rispondere appieno a una delle funzioni cardine, secondo me, della poesia cioè conoscere. Sono presenti infatti nella raccolta molti riferimenti culturali che Brusa attinge dalla musica, dall’arte e dalla metafisica. Ma è anche la storia a insegnarci e a farci accumulare conoscenza come rileviamo nella rima «: perché ho memoria […] perché scandaglio la storia.»
Se dovessi descrivere il moto produttivo del poeta immagino che Brusa si sia messo a versificare dal punto più alto di un canyon-ferita nato dall’erosione di tormente (esistenziali) così forti da creare pareti molto ripide.
Lì dov’è, Brusa trattiene il fiato non per l’aria troppo rarefatta, o per vertigine, ma per contenere la rabbia generata da quegli eventi che tanto l’hanno fatto soffrire; rabbia che avrebbe tutto il diritto di tirar fuori, ma non ci riesce e disperato implora addirittura un atto forte pur di liberarsene, come troviamo in questi versi:

mentre ti imploro di piantare
un pugno
nello spazio esatto
dove trattengo
il filo di rabbia che
non mi concedo

I versi della raccolta, tante volte asciugati, a una prima lettura mi sembrano criptici, misteriosi quasi ermetici anche per l’assenza di certezze. Le parole mi sembrano rese volontariamente ruvide e secche, dal poeta, proprio per descrivere meglio la desolazione e il senso di solitudine provato.
Leggendo, anch’io sono sul ciglio del canyon, in prossimità delle pareti ripide, in uno stato di equilibrio messo costantemente alla prova. Ho talvolta la sensazione di essere spaesata, posta su quell’estremità, in una posizione testata, nel suo assetto, continuamente. Verso dopo verso mi vengono tolti e aggiunti riferimenti spaziali e temporali; oserei dire anche narrativi, perché Brusa spezza infinite volte il senso che pure si avverte in maniera sotterranea. (altro…)

Recensioni ibride #2: #LaStanzaProfonda di #VanniSantoni

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Recensione ibrida a La stanza profonda di Vanni Santoni (Laterza)

di Ilaria Grasso

Molti hanno scritto de La stanza profonda di Vanni Santoni con le più varie chiavi di lettura e interpretazioni. Chi mi ha preceduto ha parlato dei giochi di ruolo, di controculture, della forma ibrida del romanzo ma nessuno ancora ha parlato della copertina del libro e del personaggio di Leia.
L’artista che ha illustrato la copertina si chiama Luca Maleonte. Il writer romano, classe ’83, adotta, per sua stessa ammissione, come simbolo, l’icosaedro che è anche la forma del dado di Dungeons and Dragons, un gioco di ruolo, oggetto dell’indagine del libro. L’originalità delle opere di Luca Maleonte sta nel fatto di riuscire a far coesistere moderno e antico. Troviamo infatti, nei suoi murales, richiami ai disegni medioevali, tratti dalla catalogazione di piante o animali, o rimandi alla scultura classica, statue ad esempio.
Pure nella copertina troviamo modernità (la t-shirt con lo smile e la camicia nerd a quadri rossi e neri) ed evocazioni medioevali (lo sfondo) e ovviamente richiami ai giochi di ruolo (parti di armatura e il noto icosaedro).

Chiacchierando con Angelantonio, caro amico e decennale giocatore di ruolo, ho scoperto di alcune sue opere a Roma. Nella stazione metro di Piazza di Spagna ad esempio c’è un murales di Luca Maleonte che rappresenta una dea con due leoni. Al posto del volto, un icosaedro, il noto icosaedro. Chissà se il personaggio di Leia, a cui Santoni dedica una parte sostanziale del libro, sia nato proprio da lì, dalla visione di quella dea?
Già nel suo precedente libro avevo avuto modo di apprezzare il linguaggio lirico e ispirato e mi erano piaciute molto alcune sue espressioni. Indimenticabile l’espressione “i lampi della genesi e dell’apocalisse” in Muro di Casse. Anche questa volta Vanni Santoni non si è risparmiato. Prima di Santoni molti hanno descritto, in prosa o versi il panorama del centro Italia. Penso ad esempio ad Attilio Bertolucci in questa poesia:

Io sono solo
il fiume è grande e canta
Chi c’è di là?
Pesto gramigne bruciacchiate.
Tutte le ore sono uguali
per chi cammina
senza perché
presso l’acqua che canta.
Non una barca
solca i flutti grigi
che come giganti placati
passano davanti ai miei occhi
cantando.
Nessuno.

(altro…)