Francesco Filia

“Caratteri” di Annelisa Alleva

alleva caratteri

Caratteri, edito da Passigli (2018), l’ultimo libro di poesie di Annelisa Alleva – poeta, traduttrice, in particolare dal russo, e saggista – si presenta come una raccolta composita e articolata. Articolata in diverse sezioni, composita perché è attraversata da momenti diversi, sia dal punto di vista della forma poetica, sia dalla forma che questa di volta in volta assume. Le sezioni che compongono il libro sono: Bogliasco, Madre, Sogni, Caratteri, Magneti cinesi, Epigrammi, Haiku, Georgia. Tutte, pur nella loro apparente diversità, mantengono una continuità di temi, di dettato e di visione che le attraversa e le rende unitarie. In questo contesto il titolo Caratteri assume un significato ambivalente, il significato manifesto può rimandare ai caratteri grafici che stanno alla base e diversificano le scritture, ma questa è solo la porta d’ingresso. Attraverso le lettere, le sillabe, le parole e i versi si giunge, come emerge chiaramente dalla sezione che dà il titolo al libro, al significato più profondo del termine i caratteri intesi come i tratti profondi della vita e della personalità di un individuo. Lo stesso titolo del libro rimanda a un trattato famoso di Teofrasto in cui l’autore, con intento però caricaturale, descriveva i caratteri tipici degli ateniesi del IV secolo a.c. I testi che compongono la sezione che dà il titolo al libro, se è vera l’affermazione attribuita ad Eraclito che il carattere è il destino di un uomo, si confrontano, invece, con il fondo destinale dell’esistenza. Ne sono indizi tra gli altri le citazioni del Dostoevskij dei Fratelli Karamazov e di Bergman, due autori che, nelle rispettive forme artistiche, si sono confrontati in un drammatico corpo a corpo con la dimensione tragica dell’esistenza umana. Questo confronto avviene in maniera plurima, in quanto l’io lirico si rifrange in molteplici forme, figure e persone, basti pensare, tra gli altri, alla voce di Sof’ja Andreevna, moglie di Tolstoj. Diversi personaggi, infatti, presentano, parlando in prima persona, i tratti fondamentali della loro esistenza attraverso un episodio, un momento paradigmatico della loro vita, racchiuso in pochi versi che incorniciano pochi istanti sottratti allo scorrere implacabile del tempo.

Io, Sof’ja Andreevna, correvo tutto il giorno
in giro per la casa e copiavo i suoi manoscritti.
Poi, a un certo punto, ne fui esaurita.
Vennero meno quelle descrizioni di calate lattee,
pizzi, tappezzerie, abiti da ricevimento.
Fuggivo a fare il bagno nello stagno di mezzo,
mi calavo giù per la scaletta di quella palafitta,
in mezzo alle vibranti libellule blu e argento.
Lui, privo della linfa dei miei ritocchi di donna,
pervenne al saggio sulla sua grande Remington.

L’autrice, nelle diverse sezioni del libro, utilizza le varie forme espressive in maniera consapevole e cristallina. Variando dal poemetto nella prima sezione Bogliasco al frammento lirico, passando a dei veri e propri quadri poetici, come nella sezione Caratteri, arrivando all’epigramma e l’haiku, ma anche attraverso una prosa poetica che assume la forma di un taccuino di viaggio come accade nella sezione Magneti cinesi, appunti di viaggio che si trasformano, nella sezione Georgia, in una trasposizione poetica, piena di un sommesso stupore, degli incontri e delle persone. (altro…)

Poesia e filosofia: un’ipotesi didattica

eduard cortes

Edouard Cortes: Rue de la Paix, Place Vendôme in the Rain [l’immagine potrebbe essere soggetta a copyright]

(Filosofia e poesia: un’ipotesi didattica, nasce come contributo alla rubrica La scuola e noi, della rivista La letteratura e noi, diretta da Romano Luperini. Una versione ridotta del presente saggio è già apparsa su Poetarum Silva)

 

Insegno filosofia e storia nei licei. Il mio rapporto con l’insegnamento della poesia è indiretto, ma mi sforzo di mantenerlo costante. Una questione che mi pongo sin da quando ho iniziato il mestiere di professore è perché agli alunni, anche ai più motivati, dovrebbe interessare qualcosa della filosofia e della storia, le discipline che insegno, e della poesia, l’attività che comunque concentra l’attenzione e le energie di una buona parte delle mie giornate. Cosa possono trovare, nella filosofia e nella poesia, che possa suscitare il loro interesse, in queste due dimensioni dello spirito umano apparentemente così lontane dal loro quotidiano? La maniera migliore per cercare di rispondere a queste domande è quella di far interagire poesia e filosofia in modo che si possano illuminare vicendevolmente, soprattutto in alcuni snodi essenziali della storia del pensiero filosofico.

 

Poesia e filosofia delle origini

Il confronto tra mito, pensiero prefilosofico e nascita della filosofia è uno dei punti di partenza fonda-mentali. I passaggi su cui concentro l’attenzione sono i frammenti di Eraclito e di Parmenide. Cerco di mettere in evidenza come nella cultura delle origini, tramandata oralmente, di cui noi conosciamo il depositato scritto dalle opere e dalle testimonianze che ci sono state trasmesse, sia quasi impossibile separare discorso poetico da quello mitico-religioso. La stessa parola mythos significa sia parola sia verità e la parola poesia (poésis) deriva dal verbo greco poiéin che significa inventare, produrre, comporre, fare: essa è una delle tecniche di produzione umana, ma è quella che, in particolare, produce un senso all’accadere, sottraendolo dal muto e implacabile succedersi degli eventi naturali. In ultimo mi soffermo sul termine theorìa che indica lo specifico approccio del sapere greco alla realtà rispetto alle altre culture antiche. Termine che significa solenne ambasciata, festa, da cui si origina quindi la religione, il mito, la poesia, il teatro e il pensiero di una comunità, cioè il luogo in cui i mortali entrano in rapporto con il sacro, con ciò che è separato dalla realtà sensibile, ma che la anima e quindi è ciò che è essenziale per la vita stessa. (altro…)

Michel Houellebecq, Serotonina

Parlare dell’ultimo libro di Michel HouellebecqSérotonine, Flammarion Paris, 2019 (Serotonina, La nave di Teseo, 2019, traduzione di Vincenzo Vega) – a caldo dopo pochi giorni dalla sua uscita, senza cadere da un lato nelle polemiche che la fama dell’autore e le sue posizioni innescano e, dall’altro, senza dire una serie di banalità o di considerazione a suo riguardo trite e ritrite è molto difficile, ci proverò senza alcuna pretesa, se non quella di mettere a fuoco alcuni nuclei del romanzo che mi sembrano centrali.
Diciamo l’essenziale: la grandezza di questo romanzo è nella mancanza di un’idea eclatante intorno a cui muove il libro, come invece avviene in Sottomissione o in altri precedenti testi dell’autore; la serotonina e il farmaco che l’attiva sono al massimo dei coprotagonisti che accompagnano ma non determinano lo svolgimento della trama e lo stesso vale per il contesto storico-sociale: i tanto pubblicizzati scontri che anticiperebbero la protesta dei gilet gialli, l’impossibile ritorno dell’aristocrazia agraria a protezione dei contadini o l’elogio della politica turistica di Francisco Franco. Questo vuoto, che diventa una vera e propria sospensione per ridefinire e aprire un nuovo spazio narrativo, permette l’emergere del nucleo forte del libro: l’amore, nelle sue diverse manifestazioni attraverso la memoria. C’è qualcosa di profondamente lancinante e commovente in Serotonina, c’è un sentimento e un dolore dell’esistenza che mozza il fiato, anche nei momenti grotteschi e comici, in alcuni passaggi è così devastante che se il lettore se ne lascia trasportare corre il rischio di uscirne, a una lettura attenta, trasfigurato. Lo dico senza esagerazione. Questo libro è al tempo stesso una Ricerca del tempo perduto e una Memoria del sottosuolo contemporaneo, in cui anche il sarcasmo e il cinismo, che certo non mancano, sono funzionali ad una esplorazione profonda, al tempo stesso partecipe e disincantata, dell’esistenza. Ricerca guidata sempre da un linguaggio di una chiarezza estrema, che rasenta la laconicità, senza rinunciare alla sua dimensione dirompente e al tempo stesso rivelativa, in alcuni passaggi autenticamente epifanica. Il protagonista Florent-Claude Labrouste, agronomo al Ministero dell’Agricoltura, è un quarantaseienne allo stadio terminale della sua esistenza, non per qualche malattia inguaribile, se non per l’unica malattia veramente inguaribile: la vita.

Le persone costruiscono esse stesse il meccanismo della propria infelicità, caricano al massimo la molla e poi il meccanismo continua a girare, ineluttabilmente, con qualche intoppo, qualche rallentamento se s’intromette la malattia, ma continua a girare fino alla fine, fino all’ultimo secondo.

La vita, senza neanche la necessità di eventi eclatanti o tragici, lo ha spezzato, lo ha prosciugato, lo ha sfinito. La narrazione, in prima persona, parte dal rapporto che il protagonista ha con la sua compagna giapponese di vent’anni più giovane di lui, con cui convive da due anni, di cui scopre, che oltre a divertirsi in varie gang bang e a farsi penetrare da cani di diverse razze, in fondo non sta aspettando altro che la sua morte per poter godere della sua agiatezza economica; queste scoperte lo portano a decidere di sparire abbandonando sia la compagna che il lavoro e a rifugiarsi in un hotel di un arrondissement periferico di Parigi, dotato di stanze per fumatori, merce ormai più che rara nella furia salutista della nostra società. Per combattere la depressione, per sopravvivere alla vita e a se stesso, Florent (il primo nome è quello che detesta di meno dei due che i genitori gli hanno affibbiato) necessita, oltre che delle massicce dosi di caffeina e nicotina, di un nuovo farmaco, il Captorix, che favorisce la produzione di serotonina e che lo aiuta a svolgere ‘egregiamente’ le funzioni elementari dell’esistenza, e che rispetto agli altri antidepressivi non porta a manie suicide o autolesionistiche, ma ha la controindicazione di inibire la produzione di testosterone e quindi di portare all’impotenza, il sesso per lui ormai è un relitto del passato. Il dottor Azote, eccentrico medico di base a cui si rivolge Florent e che gliel’ha prescritto, è nel libro l’unico personaggio che cerca di aiutarlo concretamente. (altro…)

Polesìa (51 poeti per la democrazia)

premio-letterario-trivio-20171

 

Domenica 18 novembre ore 10,30 a “Il tempo del vino e delle rose”, Piazza Dante, Napoli, verrà presentato il 4° numero delle rivista «Trivio» (Oèdipus) ovvero Polesìa (antologia di 51 poeti italiani per la democrazia).
Interverranno: Bernardo de Luca (poeta e critico), Francesco G. Forte (editore), Antonio Pietropaoli (direttore della rivista «Trivio»), Ferdinando Tricarico (curatore del fascicolo), oltre ad alcuni dei poeti antologizzati.
Trivio, o trivium, in epoca medievale indicava le tre discipline liberali filosofico-letterarie e il loro insegnamento: grammatica (lingua latina), retorica (l’arte dell’oralità), dialettica (filosofia). Con la denominazione «Trivio» è stata fondata a Napoli una rivista semestrale che si occupa di poesia, prosa e critica edita dalla casa editrice salernitana Oèdipus di Francesco Forte e diretta da Antonio Pietropaoli. Il quarto numero della rivista, che ha come titolo Polesía, è curato dal poeta Ferdinando Tricarico e si presenta eccezionalmente come un volume monotematico sulla “democrazia”, volume che coinvolge un folto numero di poeti. La scelta nasce dalla considerazione del direttore scientifico Antonio Pietropaoli (si veda la sua breve Premessa al volume, a p. 5), secondo cui se una rivista culturale deve “da un lato godere della più ampia libertà di movimento” deve anche, “dall’altro, … lasciarsi incalzare dagli eventi della realtà esterna”: una realtà di grave disagio politico e civile, nella quale “non solo il sistema democratico mostra evidenti crepe, ma il concetto stesso di democrazia viene revocato in dubbio, è entrato in crisi … ultimo effetto perverso della globalizzazione, che ha inoculato in tanti, in troppi, la convinzione che la democrazia fosse solo quella degli integrati, degli inclusi, degli (ad) agiati, e si fosse dunque trasformata in odiosa oligarchia”.
L’intento di quest’ampia riflessione sulla democrazia, come forma di potere, ma soprattutto come forma di convivenza civile e culturale è spiegato dal curatore del numero, il poeta e critico Ferdinando Tricarico: “ Lanciare il sasso nello stagno del disincanto politico, pur essendo, nell’era della globalizzazione finanziaria, la crisi della democrazia ed il tentativo di rigenerarla, questione cruciale per il vivere civile, non è stato facile. Dubbi sul convocare i poeti in modo così esplicito a dire in versi ciò che è ostico inquadrare a sociologi, filosofi e politologi, dubbi sulle antologie tematiche come antidoto all’impossibilità di quelle per autori o per tendenza, dubbi sulla possibilità di selezionare testi molto differenti per modi e forme mantenendo una qualche coralità. Eppure, l’effetto straniante e qualche volta disturbante dei miei inviti, (qualche rifiuto per delusione da militanza, insospettati timori di adeguatezza, eccessi di aspettativa in senso positivo o negativo) mi hanno convinto, già in corso d’opera, sempre di più, della necessità di insistere nel simposio poetico. […] Sono tante, invece, le strutture formali adottate: l’apologo, la fiabetta, la ballata, il dialogo, la riscrittura, il monologo, il cut up, il sonetto, la canzone, la prosa poetica, il frammento, la sequenza seriale, la filastrocca, le tante possibilità della tradizione e delle avanguardie più recenti di manipolare la plastica e malleabile lingua letteraria italiana. Non mi dilungo su cose finemente commentate da Francesco Muzzioli e Giso Amendola in pre e post-fazione, ma si legge chiaramente che agli autori la crisi della rappresentanza appare definitiva, al meglio si indicano ipotesi di partecipazione diretta come uscita collettiva dalla crisi o ricerche di ambiti piccoli e privati dove esprimere bisogni di uguaglianza e giustizia. In ogni caso, per conflitto, disillusione, negazione fino al nichilismo, i poeti cercano l’inedito, comprendono il mutamento epocale, non abusano del passato quale ancoraggio ma navigano nel mare aperto oggidiano con le sue inquietanti oscurità. Infine, la lingua e la sintassi, davvero ci dicono della fine delle dicotomie novecentesche: canone e avanguardia, prosa e poesia, armonico e dissonante: senza doversi auto-etichettare, i versi si mostrano per quello che sono, non c’è ricerca spasmodica di spiegarsi, di dirsi altro, di chiudersi in casematte, non ce ne sono di bunker sicuri e i poeti democratici l’hanno capito”. (altro…)

John Taylor, L’oscuro splendore (nota di Melania Panico)

oscuro splendore

Il mio approccio a questo libro è stato volutamente lento. Ci ho messo molti mesi prima di decidere di parlarne perché non è un libro di spunti: è un libro di risposte, anche se tocca a noi trovarle disseminate. John Taylor è un poeta ma è anche un traduttore, è un autore che fa continuamente i conti con la “patria”, se patria è una lingua “come tua sola forza residua/ una lingua incerta”, se patria è una casa a volte racchiusa in un recinto, da salvaguardare, a volte è mare sommosso, dove la vita è soprattutto sotto e la superficie è sempre increspata. Sempre.
“Dove i ruscelli s’incontrano/ tu stai sulla stretta riva”: nell’incontro tra le lingue si sta su un margine che non è sicuro ma è anche un punto di osservazione privilegiato. C’è sempre qualcosa che deve venir fuori o che deve essere proiettato, come se la realtà fosse proiezione essa stessa: “qualcosa come le vestigia nell’allineamento di assi muffite; qualcosa come il futuro”.
L’oscuro splendore, nella traduzione in italiano di Marco Morello, è un libro che guarda al fondo ma non per scardinare, semmai per cercare “le tessiture/le architetture”, per cercare il senso vero (l’impalcatura/ che cede la sua forma), non più fantasmi o schermi ma accoglimento dell’inevitabile inondazione: all’inizio è come una rete che tiene le distanze o mantiene la struttura: “le strade e le vie traverse/ formano una rete”,in seguito si comprende che le maglie della rete permettono tanto altro: “ora la galleria e l’impalcatura sono una cosa sola”. Dicevo lingua e patria. Mi viene in mente una splendida poesia di Sujata Bhatt “the one who goes away”, la casa intatta ma sempre mutevole, “I am the one/ who Always goes/ away with my home/ which can only stay inside/ in myblood – my home which/ does not fit/ with any geography”. Anche ciò che abbiamo perso può diventare un rifugio ma non rifugio melanconico legato al ricordo. Andare via e allo stesso tempo mantenere un legame, come se si potesse vedere bene solo da lontano: “quando stai di fronte a queste rovine/ capisci/ che non hai mai capito/ che tutto questo era un insieme”. Probabilmente l’oscuro splendore a cui fa riferimento il titolo sta proprio in questo: nella perdita impronunciabile, a light laced/ with black . (altro…)

Antonio Nazzaro, Amore migrante e l’ultima sigaretta (nota di Melania Panico)

Nazzaro-2018-Amor-migrante-PORTADA-03-red_Página_1

Nel libro di Antonio Nazzaro, amore e viaggio sono i temi principali che si intersecano per dare vita a una poesia a tratti duplice ed evocativa, una poesia fatta di reminiscenze, in cui il passato è qualcosa a cui guardare con dolcezza ma anche con malinconia. Il passato è il luogo del ricordo e come tale è vivo ovvero rivive continuamente negli atti, in una quotidianità legata al senso dell’andare/ritornare: «Tu hai il potere di mancare/ senza averti avuto mai./ Come una terra perduta/ che solo può promettere il cielo.» Nella metafora della terra perduta gran parte del senso di questo progetto bilingue – italiano e spagnolo – lingue entrambe molto care all’autore. La lingua è un margine d’incontro per chi va via, emigra. Incontro con il nuovo ma anche punto di rottura, limite su cui costruire qualcosa di nuovo, come elaborare un lutto e ricominciare a disegnare su una pagina bianca.
Dicevamo amore e viaggio. Eppure il viaggio – se senza ritorno – può far mancare la terra sotto i piedi, proprio come l’amore: «Voglio un mondo semplice tra noi /dove non ci sono paure/ ma solo abbandoni./ Senza poter pensare/ di/ cadere.» Amore è cercare una casa e trovarla. È poter pronunciare di nuovo una parola svuotandola della memoria, se necessario: «non voglio la memoria/ ma solo/ quest’infinito presente.» Un poesia, quella di Antonio Nazzaro, che non ha paura di inseguire la verità, soprattutto quando è una verità dura e delicata allo stesso tempo, una verità per cui può anche mancare il fiato.

© Melania Panico

 

Tu hai il potere di mancare
senza averti avuto mai.
Come una terra perduta
che solo può promettere il cielo.

Tú tienes el poder de faltar
sin haberte tenido nunca.
Como una tierra perdida
que solo puede prometer el cielo. (altro…)

Teoria e poesia. Edoardo Sant’Elia.

9788865423189.jpgNell’attuale panorama culturale, italiano e non solo, appare necessario un ripensamento dei paradigmi che stanno alla base sia dei diversi saperi, sia della produzione artistico-letteraria, di conseguenza ne discende un confronto sempre più serrato tra attività che appaiono distanti tra loro e che, però, dialogano in maniera sotterranea, ne siano consapevoli o meno i soggetti coinvolti. L’emersione di questo fiume carsico che attraversa i vari campi del sapere appare sempre più ineludibile a partire dalle sue origini. In questa prospettiva, il confronto serrato tra i vari saperi che dialogano intorno a due o più concetti opposti, ma in relazione tra loro, può essere inserito nella più ampia relazione tra poiein e theoria, tra la produzione e la conoscenza. Confronto che parte dall’antica Grecia e che nei millenni giunge a noi. In un’epoca in cui l’iperspecializzazione delle scienze e delle tecniche fa perdere di vista il quadro d’insieme del sapere umano, appare necessario ritornare a un sapere che si confronti con l’insieme delle connessioni e delle questioni aperte del nostro tempo. Per far ciò, un ripensamento del rapporto tra gli antichi saperi dell’uomo e le nuove scienze sembra una strada obbligata e al tempo stesso feconda. Nella cultura delle origini, tramandata oralmente, di cui noi conosciamo il depositato scritto dalle opere e dalle testimonianze che ci sono state trasmesse, è quasi impossibile separare discorso poetico da quello mitico-religioso. La stessa parola mythos significa sia parola sia verità e la parola poesia (poièsis) deriva dal verbo greco poièô che significa ‘invento’, ‘produco’, ‘compongo’, ‘faccio’: essa è una delle tecniche di produzione umana, ma è quella che, in particolare, produce un senso all’accadere, sottraendolo dal muto e implacabile succedersi degli eventi naturali. Il termine theorìa indica, nella sua evoluzione, lo specifico approccio del sapere greco alla realtà rispetto alle altre culture antiche. Termine che significa ‘solenne ambasciata’, ‘festa’, da cui si origina quindi la religione, il mito, la poesia, il teatro e il pensiero di una comunità, cioè il luogo in cui i mortali entrano in rapporto con il sacro, con ciò che è separato dalla realtà sensibile, ma che la anima e quindi è ciò che è essenziale per la vita stessa.fuoco-terra-aria-acqua-A-220x320
Queste forme di produzione di senso e di sapere sono nate come risposta necessaria all’inquietudine dell’uomo. Recuperando in questo modo la dimensione radicalmente e specificamente umana della filosofia e della poesia, seguendo la traccia sofoclea dell’Antigone (“Molte sono le cose mirabili, ma nessuna è più mirabile dell’uomo”, vv. 332/333), che l’uomo è l’unico essente, per quel che ne sappiamo, che è enigma a se stesso, a cui è negata la presunta beatitudine degli dèi e l’istintiva e immediata certezza degli altri essere viventi e che, quindi, quello specifico mortale che è l’uomo, specifico perché sa che deve morire, deve produrre un senso, fosse anche nel dover riconoscere un senso già dato una volta e per sempre, come crede di fare la metafisica, e che la dimensione originaria di questa produzione è quella mitico-poietica. Questo approccio permette di gettare uno sguardo sulla contemporaneità da un punto di vista eccentrico e al tempo stesso inusuale, ma stringente sulle questioni ineludibili del nostro specifico stare al mondo. Il recupero di quest’antico e originario rapporto tra teorie e produzione poietica mi sembra il punto di vista adottato da Edoardo Sant’Elia, poeta e saggista, nella sua attività culturale. (altro…)

Giovanni Peli, Onore ai vivi (Nota di Melania Panico)

onore ai vivi

“Questo canto comincia quando tu sei battito, sedici millimetri di Altro, e sei nello stesso tempo ciglia, sei ali, vola tra gli animali (…)”
Si può scrivere una storia nuova ogni volta. Si deve. Quando fare poesia è ricominciare dal suono, cantare. Ricominciare da un battito in cui è racchiusa ogni possibilità: “questa è la beatitudine dei ribelli”.
Onore ai vivi è evidentemente già dal titolo un inno alla possibilità di riscrittura: “dici cantiamo ancora/ abbiamo distrutto a sufficienza/ così la voce torna/ da pulsazioni di roccia”. Ma cosa canteremo? Quando tutto è già stato detto, scrivere poesia che cos’è? Canteremo il desiderio, dopo aver dimenticato tutto, canteremo la parola stessa come ricerca. Ricominceremo da questo.
Onore ai vivi è anche un libro che ha a che fare con la speranza, ma non un inno alla speranza, attenzione: “sono troppe le ore passate a sperare/ siamo quello che facciamo/ faremo canestro con la poesia sperimentale/ vecchia di quarant’anni”. Proprio in un momento in cui si parla molto della morte della poesia, Giovanni Peli ci parla di una nascita, e della libertà, e del canto che sugella.
Il dialogo dell’autore con l’Altro tocca punte veramente alte. A tratti è un dialogo con una entità che solo a parole chiamiamo “altro”. Noi stessi siamo spesso l’altro a cui parlare: “ti voglio rettile, giunco, terra fresca fino alla fine, ti voglio resa, animale notturno, incubo di dio, insetto mangiato, carezza, squallida attrazione, ti voglio risata, danza feroce, e non ti controllerò, là dove ti sentirai simile a qualcuno sarai l’Altro, il pensiero violato e il coraggio”.
Altro come proiezione di un Noi, della possibilità negata all’Io.
“Quello che scrivo esiste da prima”, dice l’autore. Allora fare poesia è trovare una lingua. Solo così il canto resterà per sempre.

© Melania Panico

può scegliere se vivere
o occupare il suo posto nel mondo
può decidere di passare alla storia
come quello che è morto lasciando qualcosa
ma tutti siamo perduti e alla resa dei conti
siamo costretti a definirci noi
noi tutti ci ritroveremo tagliati di netto
con le ossessioni un tempo addomesticate
e amate
la frasi forbite che sfruttano biografie
e altre menzogne
le due parti di noi non sono più conciliabili
una delle due per esempio
pronuncia gli accordi di una chitarra
le corde sono state le nostre vene
da giovani tutto sembra impuro e giusto
ora si avvia nella purezza e nella povertà (altro…)

Pietra lavica di Francesco Iannone (nota di Enzo Rega)

pietra lavica

Nella sua postfazione, Giovanna Rosadini colloca la poesia di Francesco Iannone (Pietra lavica, Nino Aragno Editore, Torino 2016, pp. 107, € 10,00), pur con una sua specificità, nella reazione euforica che dagli anni Settanta va a contrapporsi a una reazione disforica: la prima (Alda Merini, Patrizia Cavalli ecc.) si caratterizza per la propria emergenza emotiva scegliendo forme vicine alla lingua parlata.
Esempi del genere infatti non mancano in questo volume, come anche il richiamarsi a una sorta di grado zero della scrittura: «Devi fare/ voce piccola/ se vuoi davvero/ che il bambino/ impari/ a schioccare/ la prima sillaba dalle labbra» (p. 94). Il lemma “bambino” compare più volte, e proprio in questo testo – come in altri – la versificazione si articola in tre, due o addirittura una parola per linea, come a riprodurre lo stesso linguaggio olofrastico e telegrafico infantile. Il poeta si fa sempre all’origine del linguaggio: «Chi sono io?/ Il bambino balbuziente […]» (p. 84) si è chiesto poche pagine prima. Ma anche in questo caso la metafora del bambino alla scoperta del mondo si attaglia alla funzione del poeta che scopre-riscopre.
Questa ‘originarietà’ si riverbera anche nello spazio che la natura ha nel libro: «Tu impara dai pesci, impara/ dagli uccelli. Impara» (p. 87). (altro…)

Lettera all’autore #6: Annamaria Ferramosca, Andare per salti

 

ANDARE-PER-SALTI

Cara Annamaria,

nel rileggere il tuo Andare per salti a distanza di mesi dalla presentazione napoletana dell’autunno scorso, mi soffermo con maggiore attenzione sul senso del verbo del titolo, ‘andare’ e mi sembra che tu riprenda la dimensione originaria dell’atto poetico a partire dalla sua origine arcaica, il poetare, il raccontare, il dire è un andare, esso si rifà al peregrinare degli aedi nella Grecia arcaica di corte in corte per raccontare storie di uomini, di guerre, di viaggi, in cambio di ospitalità per poi riprendere la marcia, almeno così ci piace immaginarli. Quindi l’andare rende in maniera archetipica l’unità originaria tra passo, voce, racconto e memoria che è alla base della nostra civiltà e del modo in cui si è autorappresentata. L’andare è ciò che ci lega alla terra, al suolo, al nostro specifico stare al mondo e al tempo stesso ci permette di slanciarci verso l’alto, quindi allargare con la vista l’orizzonte della nostra percezione. L’andare rimanda subito al camminare, al respirare, al parlare e la poesia non è altro che il più intimo respiro che tenta di dire il nostro rapporto col mondo, con il destino che muove le vite dei mortali. Quando camminiamo, magari su strade non abituali, su percorsi non conosciuti e sentieri, corriamo il rischio di perderci, di non sapere dove andare o corriamo il rischio di non saper tornare. In poesia accade lo stesso, e non so se sia una metafora del camminare o viceversa o entrambe metafore essenziali della nostra esistenza, che è un andare enigmatico. La poesia è inoltrarsi in un sentiero sconosciuto, quello dell’invenzione con mezzi che già abbiamo a disposizione (rime, versi..), che però di volta in volta devono essere reinventati, modificati, aggiustati, riparati come delle scarpe a cui siamo affezionati e che non vogliamo buttare e che ogni volta risuoliamo. In fondo la poesia dà il meglio di sé quando abbandona le vie già battute e ne perlustra altre reinventando i suoi strumenti, quando crea un sentiero.
Mi sembra che la tua cifra poetica si inserisca in questa dimensione e vi apporti un contributo originale e perciò spiazzante rispetto alle attese del lettore. Perché il tuo andamento poetico è un andamento, che, come il titolo del libro enuncia radicalmente, procede non in maniera costante e lineare, ma per salti, per balzi e sussulti. In una prima accezione, il tuo andare per salti potrebbe far riferimento ad un’attenzione rapsodica dei tuoi versi alle varie sfaccettature del mondo e della vita, ma a me sembra che ci sia un senso più profondo, che investe prime di tutto il nucleo ispirativo della tua versificazione, che si dispone sulla pagina come frammento che emerge dallo sfondo bianco e che in maniera, al tempo stesso, fluida e precisa, come nella grande tradizione novecentesca, di cui al tempo stesso sei erede, ma che volutamente tradisci per procedere oltre. È presente un fluire da tempo andante musicale, che impedisce all’orecchio di soffermarsi sul singolo elemento ma che restituisce il suono e il senso delle parole e dei versi in maniera complessiva. Ma vi è anche una dimensione di senso profondo e di visione del mondo, il tuo andare per salti è un “fare i conti” con il mondo in maniera radicale, giungere con un balzo sulla cosa da dire e offrirla alla parola poetica, la portata di quest’atteggiamento la si evince soprattutto nella seconda e terza sezione del libro – Per tumulti; Per spazi inaccessibili – dove il confronto con la vita si fa più serrato e riesce a fare i conti sia con il contemporaneo, sia con la storia, sia con la dimensione mitica attraverso la storia, in particolare gli intensissimi testi sulla Shoah, nella sua dimensione epocale, ma anche, soprattutto nella prima sezione, nella sua dimensione familiare e individuale (così mi lascio vivere/ un vivere semplice che almeno/ un po’ faccia coesione/ un rimpicciolirmi come/ seme tra i semi.), il passaggio da una generazione all’altra, la dedica a tua nipote in esergo ne è il segno tangibile. L’insieme di tutte queste suggestioni rivelano un sostrato etico profondo, una tensione morale che non arretra dinanzi nemmeno agli spazi inaccessibili del dolore e del male.
In questa prospettiva la tua poesia si presenta come un andare che diventa un deviare, e la poesia è proprio questo deviare dal vedere ordinario, è un deviare che sposta il punto di vista ordinario e volge lo sguardo in altra direzione, lungo magari un sentiero più nascosto e più impervio ma che, in quanto non già battuto, ci fa vedere le cose, quegli stessi sentieri ordinari della nostra vita quotidiana, in un’altra luce, magari con lo smalto originario del primo giorno della creazione, per dirla con Boris Pasternak. Solo correndo il rischio di errare e di perdersi si può approdare da qualche parte, fosse anche solo l’andare stesso. L’uomo non è, ek-siste, cioè è sempre oltre di sé, ricordando, sperando, temendo, e non c’è modo migliore per esprimere il senso dell’inquietudine umana dell’andare, dell’errare, della possibilità inquietante dell’errore nel fare dell’uomo, ma anche quella salvifica, di ritrovarsi, di ritrovare la strada verso casa. La poesia è il filo di Arianna, le molliche di Pollicino che ci guidano nel labirinto dell’esistenza mostrando in controluce, in negativo, la via non presa, il bivio dove si decide la vita di ognuno. Essa è un tenue segno che ci guida lungo il percorso, creandolo di volta in volta, che ci può condurre a casa o farci perdere definitivamente. La tua poesia (tu aguzzino tu vittima/ vera o consenziente (lo sai solo tu)// resta la poesia?) mi sembra non far altro che parlare in maniera essenziale, a tratti leggera, a tratti vorticosa – penso alla poesia Taràn (tu non lo sai ma questa tua danza turbine/ ha parole paradossali d’invito ‘nturcinate)– a tratti sofferta della condizione umana e della sua intima e rischiosa libertà fino a giungere ai bordi da cui si contempla l’infinita distesa del Nulla costitutivo di ogni cosa (come all’origine nudi/ finalmente originali miseramente/ splendidi del nulla).
Ti saluto con stima e amicizia.

Francesco Filia

Annamaria Ferramosca, Andare per salti, Introduzione di Caterina Davinio, Arcipelago Itaca, 2017

Michele de Virgilio, Tutte le luci accese

I sottoscala del cuore

Al posto di una introduzione, sarebbe stato più efficace – e più originale – proporre, per questa raccolta di poesie, una mappa. Una carta geografica su cui segnare spostamenti, soste, passaggi. Nomi di città, strade. Michele de Virgilio dice – in sede quasi proemiale – della bellezza di “escludere il mondo” (la solitudine e l’intensità della scrittura che cerca di rendere limpida l’esperienza). Eppure, nei fatti, non lo esclude; lo include – quasi letteralmente – nello spazio poetico. Include – nelle poesie “low cost” aperte da un’epigrafe non a caso firmata da un grande fotografo – sentieri di montagna in salita, fiumi e ponti di città europee, campanili e targhe, portici e fessure nei muri. Una volta inclusi questi pezzi di paesaggio, attiva «il pulsante della scrittura» perché guadagnino senso, perché siano davvero e fino in fondo toccati. Nella poesia intitolata Nei miei viaggi dà seguito al titolo con una vorticosa enumerazione: «Ho toccato mani, maniglie, cani./ Mani che toccavano maniglie,/ maniglie a forma di mani.// Magliette, maglioni, travi./ Trote che nuotavano come triglie,/ treni in cui ho perso le chiavi.// Scafi, scafandri, dadi./ Mani che afferravano bottiglie,/ bottiglie scolate negli stadi». Ma appunto, il più autentico contatto passa dalla scrittura; saper viaggiare e imparare ad amare – sostiene de Virgilio – non sono la stessa cosa. Si scrive per trattenere qualcosa – anche fosse una semplice ciglia ritrovata nella copia ingiallita di un libro. «L’ho trattenuta sull’indice» scrive l’autore; ma ciò che poi aggiunge conta di più: «avrei preferito ritrovare l’occhio/ nascosto che aveva letto/ quelle pagine, il pensiero/ fragile». La mappa di Tutte le luci accese di Michele de Virgilio non è facile da disegnare perché contiene, oltre ai luoghi, le persone. Trattate tuttavia anch’esse come pezzi di paesaggio – zone del mondo parecchio più vaste di quanto ne occupino o occupassero davvero. Luci accese, appunto. de Virgilio, da narratore in versi, fa di quel po’ di luce una storia, guidato da un moto di tenerezza mai retorica, talvolta direi persino fisica, verso l’esistente – quello più prossimo e quello meno prossimo. La vita familiare, l’infanzia – con certe madeleine «molto particolari» restituite dai «torrenti» della memoria. Un centro di salute mentale e i suoi “abitanti”. Un portalettere e una voce origliata senza volerlo. Mettiti in ascolto. Guarda a fondo. In un caffè vedi tutte le donne che hai amato. Nel fumo di un sigaro una parte di vita «indesiderata». Milioni di uomini potenziali in un fiotto di sperma. La delusione nello sguardo di un gatto. de Virgilio non spegne nessuna luce, prova a illuminare tutto. Lavora sul tratto di silenzio che c’è fra le pupille e come, dice lui, «i sottoscala del cuore». Costringe il lettore a seguirlo, a sostare lì, per quaranta secondi – il tempo di una canzone, di una poesia – e per un secolo, per migliaia di anni luce.

Paolo Di Paolo

 

 

NEI MIEI VIAGGI

Ho toccato mani, maniglie, cani.
Mani che toccavano maniglie,
maniglie a forma di mani.

Magliette, maglioni, travi.
Trote che nuotavano come triglie,
treni in cui ho perso le chiavi.

Scafi, scafandri, dadi.
Mani che afferravano bottiglie,
bottiglie scolate negli stadi.

Seni, guance, bocche.
Bracciali attaccati alle caviglie,
occhi da trovare nelle brocche.

Nelle mie mani i microbi
di migliaia di ere. (altro…)

Angina d’amour – Giulio Maffii, di Melania Panico

angina-1050x497

 

Angina d’amour è un libro complesso e vivo in cui si intersecano temi fondanti come amore, lutto, memoria, in una struttura che non lascia spazio a equivoci o storture. Un libro che segna un passaggio netto nella produzione dell’autore.
Il titolo è un chiaro riferimento – attraverso una terminologia medica – al rapporto stretto tra eros e thanatos. La prima sezione Venti angine d’amore si apre con Cosimo Ortesta: “la felicità non guarisce ma soltanto sposta il dolore”.
Il dolore non è qualcosa da cui ci si può salvare, è la ferita e dopo la ferita la cicatrice. La poesia – quando autentica come in questo caso – serve ad avallare o a raccontare, poco a dimenticare e di nuovo a inserirci nella vita. La poesia è testimonianza: “ho fatto le ossa/ rapinando il respiro del sasso/ non rispondo e torno/ nel nucleo della sera/ ti lascio con i nodi”.
Angina d’amour è pieno di oggetti e di solitudine, di moltitudini che si incontrano nel “mistero eucaristico del sanguinamento”, un mistero che unisce tutti, una umanità che fatica a trovare una risposta, un senso, eppure lo cerca, nella contraddizione costante e spesso avvilente, per quanto umana, tra ciò che si desidera e ciò che si ha.
“Nessuno sembra lacerato dentro/ sono qui che t’aspetto/ si aspettano i santi/ a chiese aperte e occhi spupillati/ mi benedice la cassiera sudata/ con il sorriso inverso”. A guardarla da fuori sembra una realtà perfetta e onesta. A guardarla da dentro, con gli occhi all’interno, si avverte la deformità del senso e il rumore che fa questa deformità. È un rumore silenzioso. Sono gli oggetti a essere infestati dal silenzio ed è un silenzio infettato quello che gli oggetti stessi ci rimandano indietro. (altro…)