Francesco Filia

Lettera all’autore #5. Melania Panico, Campionature di fragilità

panico campionature

 

Cara Melania,

in attesa di leggere il tuo prossimo libro che so verrà pubblicato a breve e che, dalle anteprime che ho letto in queste settimane, mi sembra confermare il gran bell’esordio di Campionature di fragilità, provo a dirti alcune mie impressioni sul tuo esordio poetico. In questi giorni l’ho riletto con maggiore attenzione, con l’attenzione che merita un libro ispirato e già formalmente maturo. Mi sembra che l’essenziale sul tuo libro sia stato già detto da Davide Rondoni nella sua bella e precisa prefazione, anch’essa sotto forma di lettera, chissà se è soltanto una coincidenza o se la tua poesia ispira un tono confidenziale e diretto.
La tua mi sembra essere una poesia autenticamente e violentemente epifanica, in cui precisione del verso e radicalità della visione quasi sempre sono in perfetto e drammatico equilibrio, spesso annodate dal filo invisibile di una sottile ironia. Si avvertono lontani ma persistenti echi delle esperienze più folgoranti del ’900, in particolare mi viene in mente tanta poesia russa e la Cvetaeva su tutte, con i suoi versi rivelativi e incendiari, in cui oggetto stesso della poesia, suo centro enigmatico, è la voce stessa del poeta e il suo corpo, la sua lotta con e nel mondo, il suo essere posseduta da forze vitali e dilanianti al tempo stesso, l’amore su tutto. A mio giudizio questi elementi sono presenti fortemente nei tuoi versi e vengono alla luce già con una profonda sapienza, non solo metrica e compositiva, ma oserei dire, esistenziale (Il corpo devastato dai silenzi/ la voce sgelata/ lei urla sempre a tempo/ lascia sul pavimento/ capelli sparpagliati/ e non appigli/ ha colore di pietra/ dice ricominciamo/ all’erta a brandire l’arma del suo sì/ è un momento sbagliato, dice/ un tunnel da cui non voglio uscire).
Il libro nella semplicità della sua struttura è un testo che si muove in diverse direzioni. Nelle due sezioni, Cose accantonate e Rinascite, sono presenti frammenti, schegge, abbozzi, ma il più delle volte visioni complete di mondo, di esistenza, colti sempre nella loro dimensione germinale, inaspettata e inaudita.
Il filo conduttore mi sembra essere quello della ricerca di un filo, perdonami il bisticcio, di un telos che attraversi e riannodi i vari frammenti dell’esistenza, che salvi tutte le cose, tutte le cose accantonate, dalla minaccia incombente dell’oblio. Le cose, tutte le cose, nel senso più ampio che questa parola può assumere, chiedono d’esser dette, di esser colte nella dimensione profonda e autentica, nel loro esser da sempre esposte al tempo, chiedono di esser colte nella loro intima fragilità (Il peso da dare alle cose/ lo scriviamo ad occhi aperti). La tua poesia è, dunque, una perlustrazione, una campionatura appunto, della dimensione originaria dello stare al mondo, colta dal punto di vista particolare e intenso di una giovane donna; è la visione, al tempo stesso estetica ed etica, della costitutiva fragilità dello stare al mondo (Vedevo risalire gli spiragli frammentati:/ restare a galla è la nuova prospettiva). In questa prospettiva ritengo che la tua poesia si assegni un compito alto e arduo al tempo stesso, ossia di dire l’intrinseca possibilità che la vita ha di rinascere in se stessa e da se stessa, come indica il titolo della seconda sezione del libro, questo ri-nascere è un nascere nuovamente, ma il nuovamente è al tempo stesso far destare l’originario che abita nella vita, quindi il rinascere al tempo stesso è un ritornare, dopo una necessaria e drammatica dispersione e il conseguente smarrimento, all’origine, che si presenta come guado inagirabile, uno scalare con i ramponi dei versi il tempo (Dovevamo accordarci sui piani/ scalando il tempo verso a verso). Il tuo dettato raggiunge un equilibrio compositivo inusuale, che al tempo stesso regge all’irrompere della visione che assedia il verso e riesce a dargli forma con una parola sempre allarmata e vigile, rendendola visibile e partecipe al lettore. In questa sapienza mi sembra nascondersi la cifra ultima della tua vena poetica, quella che offre il viso alla vertigine ma non se ne fa risucchiare (A guardarla da lontano/ la madre-isola soffoca a braccia conserte/ non ambisce alla luce/ resta in dissolvenza a contemplare la vertigine).

Con affetto e stima profonda.

Francesco Filia

Fuoco. Terra. Aria. Acqua.

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Sognando una foresta

Chi l’ha detto che dalla filosofia non può germogliare la poesia? Filosofia e poesia sono alberi che appartengono alla stessa foresta, i loro rami, le loro foglie si intrecciavano un tempo, le loro radici attecchivano in un terreno comune, i loro frutti si proponevano al morso con la stessa carica di seduzione. Poi la foresta è divenuta in parte luminosa serra in parte oscura selva. Platone, lo spietato giardiniere, separò i semi dei due linguaggi, analizzò e disfece, codificò e distinse: condannò la poesia e scelse la filosofia, anzi la inventò come forma scritta creando la tradizione occidentale. Le sue parabole, i suoi dialoghi erano comunque intrisi di poesia ma questo non contava. Noi, allora, vogliamo ripartire da Empedocle. Guaritore, scienziato, profeta, imbonitore, l’unico filosofo greco – greco di Agrigento – che mise in versi la sua filosofia. Apparteneva a quella che lo stesso Platone definì ‘l’età dei sapienti’, omaggio astuto che relegava quegli uomini (Eraclito, Parmenide, Zenone…) nella nebbia fascinosa ed equivoca del mito; una nebbia, comunque, favorevole al pensiero e non impenetrabile. Empedocle volle spiegare la nascita del mondo e delle cose attraverso l’unione variamente mescolata di quattro elementi (la definizione ‘elementi’, tuttavia, è un altro successivo prestito platonico): il fuoco, la terra, l’aria e l’acqua. Che sono, in ordine zodiacale, le simboliche e concrete suggestioni alla base di questo volume. Quattro poeti si misurano con queste suggestioni, ciascuno incarnando un elemento: Giuseppina De Rienzo fa crepitare i versi temperandoli attorno ad un ininterrotto fuoco, “unica sezione conica rovente”; Rossella Tempesta si immerge e riemerge dalla terra attraverso essiccate terzine, “Lei mi ripara/ la terra è verità./ Lei mi genera”; chi scrive offre voce e sguardo, in forma poematica, agli spiriti dell’aria, “burattinai segreti/ delle vicende altrui”; Valerio Grutt ripercorre la mutevole ebbrezza di una città d’acqua, “I rubinetti, le porte, i cuori, / le cose felici, apritele”. Quattro poeti del Mezzogiorno, quattro voci tra loro dissimili per stile e timbro ma consanguinee quanto all’immaginario antropologico di riferimento, riconducibile ad una linea meridionale della poesia italiana contemporanea sintetizzata in un progetto, Poesia Portale Sud, che si propone di far emergere – oltre le secche dei modelli primo o tardo novecenteschi ed accettando in pieno la sfida del postmoderno – un diverso modo di ‘sentire’, di praticare la scrittura: magari mettendo in musica, musica verbale, il pensiero. Chi l’ha detto che dalla poesia non può germogliare la filosofia?

Edoardo Sant’Elia

Fuoco

Non cambia il corpo
nel vetro
ruba
riflessi
accende l’abbandono
fieri
i seni
quieto il ventre
forza
mai domata l’attesa
linee
da prima creazione
tagliano via
le mani dal riquadro
superfluo l’indice
non serve
cercare il padre

(Giuseppina Di Rienzo)

 

Terra

Sotterrato
ricoperto
ogni giorno altra terra spingo
come cumuli di sabbia alle finestre.

E rinasce il tuo nome
chiaro
spacca le zolle, svetta
si rigonfia di tralci e pampini.

Ancora vita beve
e non si cura della notte, che a me
e torce lenzuola intorno al corpo.
E non la sente la preghiera lacrimosa
il parto di ogni sera.
Tra lo spavento, il riso,
ti ascolto che rinasci dentro il petto.

(Rossella Tempesta)

 

Aria

10. VORTICI

Il cielo è un mare rovesciato,
senza fondo, dove i piedi
non possono toccare,
è una casa fatta d’aria,
senza finestre, senza porte,
ci sei dentro tuo malgrado
e non puoi evadere
(ma non è una prigione),
è una casa che respiri
senza rendertene conto,
che inghiotti con lo sguardo
(ma non ci fai caso).
Il cielo, adesso, gira in senso orario,
o forse no, forse nell’altro senso,
e tu ti lasci andare,
steso a croce sull’acqua,
fai ‘il morto’, galleggi,
e lei giace al tuo fianco,
immemore, defunta,
e assieme vi stupite
di quelle nuvole
che non somigliano a nulla,
soffici, opache,
nubi di un cielo casuale
eppure inconfondibile,
che a quanto pare
gira in senso orario,
o forse no, forse nell’altro senso.

(Edoardo Sant’Elia)

 

Acqua

Il sole ricama fiori
sui mobili della cucina.
C’è una voce che chiama dall’universo
nell’acqua che scorre dal rubinetto.
Mia madre risponde al telefono
con i capelli nuovi,
alle sue spalle cade la mia città
tutta incendiata di rabbia e bellezza.

(Valerio Grutt)

Antonietta Gnerre, da Le cifre delle correnti (Inediti)

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Se ho pianto è perché sono stata al buio
con un peso
capovolto di assenze.
La nave inclinata nella sua rotta,

i sogni non infilati
più tra le stelle.

Se ho pianto è perché le preghiere
rientravano e uscivano
da una linea
sottile di menzogne.

Il giorno soffocato nelle sponde dei pini,
dopo una mareggiata,
acceso solo dalla luna.

Se ho pianto è perché da ragazzina
ho giurato
che avrei guardato in silenzio

la bellezza dei germogli svanire
davanti ai miei occhi.

 

*
Le mani unite in una promessa:
custodire le voci
che hanno pronunciato il mio nome.
Cercare tra gli indumenti quale indossare
i vostri, i miei, i tuoi indumenti.

Di colpo il cielo abbassato sopra la pelle.
Ogni immensità sulle mani.

La memoria di appartenere al mondo
passa anche in ciò che abbiamo indossato.
Sugli indumenti restano i confini dei sogni,
il replicarsi del giorno che sono nata.

 

*

Provvisori segni, versi di cicatrici consumate.
Già cresce un’altra nuvola sulla montagna
dove riposano le ombre dei lupi.

Vedi, l’Irpinia somiglia all’universo.
La misuro con le imposte delle case distanti,
che abbiamo abitato,
per esercitare un sopralluogo di pensieri.

Ecco, l’istante comprende ciò che siamo stati,
la resa degli anni che si riorganizza.

Se mi dici, se ti dico, che questa gioia di guardarci è poca cosa
un’eco da lontano ricompone, dentro e fuori dall’atmosfera,
la vera voce di questo amore.

 

*

Cercare nel tempo della semina
le tracce confuse delle volpi.
La distanza della neve che spinge i semi.

Anch’io avrei voluto badare la terra.
Risvegliarmi nel vento che riporta indietro
le nuvole,
forse la prossima stagione
anche loro impareranno a stare nei confini.

Impareranno a chiamare per nome
le spighe che dormono.
A proteggerle dalla morte che le osserva.

 

Antonietta Gnerre, nata in Irpinia, è poeta, scrittrice e giornalista. Laureata in Scienze delle Religioni si occupa, come studiosa, di ecumenismo, dialogo interreligioso e poesia spirituale del ′900. Collabora con la Cattedra di Diritto e Letteratura dell’Università del Sannio (BN) e con l’Università Irpina del Tempo Libero di Avellino. Ha pubblicato numerose raccolte di poesie; tra le più recenti: Preghiere di una Poetessa (Lo Spirito della Poesia, Fara, 2008); PigmenTi (Edizioni L’Arca Felice, 2010), I ricordi dovuti (Le Gemme, Edizione Progetto Cultura, 2015). Suoi i saggi Meditazione poetica e Teologica in Mario Luzi e Cristina Campo. Il viaggio silenzioso e spirituale, Forme di Pensieri, entrambi pubblicati con la collana di Diritto e Letteratura, a cura di Felice Casucci, ESI, Napoli. È Direttore artistico della Festa dei Libri e dei Fumetti di Avella. È promotrice della Kermesse itinerante Il Festival della Valle. Cura la rubrica La poesia della settimana per la Scuola Yanez di Bellinzona e per il sito letterario Gli Amanti dei Libri. Collabora come opinionista con quotidiani e riviste religiose. Come critico letterario e intervistatrice, invece, con riviste cartacee e on line di cultura poetica.

 

 

Monica Guerra, Sulla soglia (Nota di Melania Panico)

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Monica Guerra, Sulla soglia (On the threshold; traduzione di Monica Guerra e Patrick Williamson), Samuele editore, 2017

Si resta sulla soglia per vari motivi. Si resta per guardare con occhio attento e quasi distante, tra il sospettoso e il pauroso.
Si resta per attendere una risposta, perché non ce la si fa a stare completamente dentro una situazione che fa male.
Si resta sulla soglia per segnare il confine tra questa e quella parte, tra noi e noi, quando il confine diventa un modo per riflettere anche su se stessi: ciò che siamo stati, ciò che non siamo più, ciò che siamo diventati.
Il libro di Monica Guerra è tutto questo. È un libro che riflette sulla questione del restare. Come se restare, il compito di chi resta, chi non va via, fosse una responsabilità. La responsabilità della vita: «la catena che non spezzo», nonostante tutto perché «morire è un’isola/ perché morire/ non è come dirlo».
Restare è anche una prova. Infatti il libro è un viaggio (anche cronologico) a ritroso, a ripercorrere il perché e il come del saluto (che è il titolo della prima sezione). Monica Guerra parla del tempo come ripetizione del gesto e in alcuni punti diventa esplicito il suo riferimento al “ciclico”: «morire è un gesto/a ripetizione […] la separazione non esiste».
Come a dire che nulla è definitivo, tranne l’amore come motore e pena, non soltanto ricordo ma stella fissa sempre splendente – quando effettivamente resta in alto come punto a cui guardare – per trovare una direzione. L’estrema sezione del libro si intitola proprio Il ricordo: tutto si è già compiuto, anche l’elaborazione della distanza, anche la fermezza e il commiato, la vita che non mi fa dormire e poi l’epilogo: «pensare che sondavo il morire/ dov’è ora il mare». Qualcosa che somiglia alla grandezza.

© Melania Panico

6 Luglio 2016

la lacrima lungo l’angolo
sinistro il passaggio, ogni
giorno riscorre il tuo andare
nel mio occhio in prestito
che poi cosa vuoi che sia,
la vita non è tutto. (altro…)

Rossella Frollà, Eleanor (Nota di Enzo Rega)

Rossella Frollà
Eleanor. Non fummo mai innocenti: dalla Bosnia alla Siria

Nota di Enzo Rega

 

Un libro complesso questo di Rossella Frollà, Eleanor. Non fummo mai innocenti: dalla Bosnia alla Siria, Interlinea Edizioni, 2017: una poesia civile che ha però una sua particolarissima declinazione. Il libro affronta alcuni dei fatti storici o delle emergenze umanitarie più gravi dei nostri tempi – dalla guerra in Bosnia del 1992-95, all’attentato dell’11 settembre a New York e agli attacchi terroristici recenti di Parigi e Bruxelles, alla guerra in Siria, con sullo sfondo perennemente la drammatica questione degli sbarchi a Lampedusa o in Grecia. Ma benché Eleanor, che dà il suo nome al libro e voce agli eventi, sia una reporter, questi fatti non sono vissuti sul piano della cronaca, anche se i riferimenti agli accadimenti sono ovviamente presenti. Quello che la poesia registra è invece l’impatto dei fatti su chi ne viene a conoscenza: quello che qui conta è il loro riverberarsi nella coscienza che li rielabora e ne espone l’essenza in una scrittura alta, universalizzante. I testi, i singoli poemetti, si articolano in un macro-testo – il poema che ne scaturisce – nel quale Eleanor interloquisce, ma non nei toni di un dialogo corrente e corrivo bensì elevato, con Anima e Verità, mentre interviene come nella tragedia greca il Coro; e qui e là compaiono altre figure, come l’Ombra (nel poemetto La principessa).
Nella Premessa, vengono specificati i diversi “ruoli”: Anima e Verità «trasportano la fragilità che è in noi con tutti i suoi detriti. […] Il Coro puntualizza i fatti e l’Io della reporter imbocca le stanze delle domande e vive autenticamente le contraddizioni del mondo in una realtà immaginifica, visionaria mai destituita di senso, nella coincidenza delle cose tra Verità e Bellezza, in quell’andare oltre anche del male» (p. 5). E l’autrice cita di seguito i suoi stessi versi: «Le bombe e le granate a Sarajevo/ e le botteghe a Djerba e Marshalam/ illuminavano le nuche scure/ nelle parabole di primavera». E la primavera appare come un simbolo di rinascita contro il cielo foscamente illuminato dalle bombe. I nomi fatti in questi versi già disegnano un’ampia zona che costeggia tutto il Mediterraneo, centro di almeno una parte delle storie che attraversano questo libro. Da Sarajevo, capitale della Bosnia-Erzegovina, ai piedi dei Monti Dinari; a Djerba – isola tunisina dove si sono incontrati berberi, arabi, ebrei e popolazioni africane; a Marsa Alam, in Egitto, sulle coste orientali del Mar Rosso: antica località di pescatori il cui nome (possiamo notare) richiama quello della nostra Marsala, ovvero il Porto di Allah. (altro…)

Alessia Iuliano, Ottobre nei viavai (Nota di Melania Panico)

Alessia Iuliano, Ottobre nei viavai, RPlibri, 2018

Quando la poesia neutralizza l’apertura dello spazio e del tempo. Così mi viene in mente il motivo oraziano del non omnis moriar, non morirò del tutto, sarà certo morte fisica ma non morte del poeta.
Di conseguenza il motivo sacrale della poesia: «il tuo inizio e la mia fine/ la mia fine e il tuo inizio».
Se è vero come è vero che anche il poeta come l’uomo è pervaso dal senso del tempo, Ottobre nei viavai, ultima e intensissima opera di Alessia Iuliano, è un libro in cui il senso del tempo è dettato dal rapporto col mito: «l’Olimpo non è cielo arcaico e mitologico, ma agito a utilizzo vitale del mirino noi. Quando sappiamo scoprire il mito in noi». Così Luigi D’Alessio ci avverte nella postfazione. Il mito serve alla sublimazione dell’elemento quotidiano quando in qualche modo questo elemento è stato scardinato. Hanno spento le luci nella hall dell’Olimpo: scardinare è dimostrare l’inconsistenza di qualcosa.
Una volta dimostrata l’inconsistenza si può procedere a riempirla di senso: «di là in cima alla scala/ nello specchio dissolto/ del mattino dove ora piange/ la resistenza degli occhi». Alessia Iuliano consegna l’io alla narrazione senza svincolarlo dal tempo. Non è operazione facile né comune. Si tratta di un lavoro esteticamente e poeticamente autentico, indagatore. Tutto è collocato con consapevolezza e intuizione. Penso a Nostolskaija il cui nome etimologicamente ricorda tanto quella nostalgia legata al nostos, il ritorno, la memoria del ritorno.
«Doveva riscattarmi il dono di comporre parole/ ma devo essere pronto ad una terra senza/ grammatica». E fin qui Milosz.
Bisogna essere pronti: «sostituire il volo dell’uccello/ alla gabbia di un’intenzione».

© Melania Panico

 

*
Se abbiamo pianto le statue
la sfinge ne custodisce il sapere io
rimetto alla memoria
il merito senza valore
dei cercatori d’oro lungo la risacca

 

*
Mi hai insegnato tu
quanto rumore sia morte.

E prima di lei
il bello ideale, più in alto
non valgono polveri
né letture o implacabili sconfitte,
il mare – almeno il mare!
Lo smeraldo
che in tutto il vicinato
farebbe invidia di noi.

 

*
Ho sognato la morte una donna in tailleur
poi alcuni avverbi volare a stormi
imperfetti sul bianco
e c’era l’arcobaleno
le mezzelune dei colli italiani

ho sognato il bacio all’orecchio del tempo
dire le esatte parole che riporto

il tuo inizio e la mia fine
la mia fine e il tuo inizio

ho capito diversi anni dopo
le due e senza accento

che il sogno anticipa la verità oltre i margini dell’essere.

 

Sulla poesia di Giacomo Viti (Nota di Francesco Iannone)

 

Chi è Charlie?
Un interlocutore che sosta fra una piega e l’altra dei versi di questo giovane poeta.
Charlie ci guarda e sembra volerci forare la pelle con un chiodo.
È cattivo, Charlie, o forse è la mano che regge l’argine del lago attorno a cui il nostro autore sembra compiere un giro.
Charlie è un compagno ma è anche l’altra faccia della speranza e della disperazione.
Un muro, le sue fondamenta, e noi sopra, con le bocche agganciate all’intonaco, con le dita fra le crepe della casa. Tutto questo è Charlie ed altro ancora.
Queste di Giacomo Viti sono poesie di un viaggio quieto e col tormento di un orizzonte offuscato davanti. Viti non è un esploratore eccitato dalla scoperta, nessuna euforia nel deporre la parola sulla pagina. Penso più che altro allo scultore, al suo sguardo acuto, alla sua visione tridimensionale e al vigore con cui posiziona lo scalpello sulla pietra: c’è la precisione del gesto, la forza calibrata esattamente, la giustezza nel sottrarre materia all’intero.
Ma dov’è Charlie? Charlie è in “ogni odore/ dei fiori” che lo “narra in silenzio”, lui che non sa “restare lontano da questa rupe” presta la sua ombra al nostro autore e lo costringe a guardare giù, ad abbracciare la sua vertigine.
Si esiste “in cianfrusaglie”, si rimane un passo indietro all’essenziale, perduti nella folla. E cosa resta di Charlie alla fine? Un segno, una traccia, sovrabbondanze di mondi sconosciuti, il “sapore di legno bagnato”, fragore di schegge, “frantumi”.
Il mondo ha un peso e il nostro autore è “stanco”, e Charlie sembra volergli porgere il fianco, tendere la mano. Charlie sente il rumore del sangue che scorre sotto i nostri piedi, le pulsazioni delle arterie che traghettano con mite saggezza le parole da una riva all’altra. Ma forse Viti ne ha terrore, e perciò si scherma lo sguardo con le mani.
Eppure dai versi si alza potente un grido che non è mai urlato, ma è tutto raddensato nelle vene; Charlie ha un desiderio e una speranza: non vuole “tramontare qui”, ma sarà necessario ancorarsi ad un suono, un movimento, farne incessantemente memoria: “Lo senti?/ È il ritmo che non potrai scordare/ filo cui si lega ogni tuo punto”.

© Francesco Iannone

Charlie, sono stanco. Scrivo dal vetro
di una casa che ho incontrato
dopo essermene andato. Lisa
è stata rinchiusa in quel posto
fuori città, fuori mano. Ho fame,
troppa, per andare a salutarla.
Vedeva demoni. Fossimo stati
meno attaccati alle serate,
lo sai, li avremmo presi per noi.
Fossimo stati… (altro…)

Versi e vinili #1: Francesco Filia, Parole per la resa

Ci sono raccolte di poesia i cui versi accompagnano gesti, eventi, passi di una vita. Ci sono dischi che dispiegano la loro vocazione a farsi parte della colonna sonora di una vita. Due affermazioni, queste, talmente evidenti da apparire banali. Banale, tuttavia, non è la combinazione, seppure tutta soggettiva e rielaborata da chi riceve e recepisce, di una determinata raccolta di poesia e di un determinato album musicale, l’associazione – da qui il nome di questa rubrica – di “versi e vinili”. La prima puntata della nuova rubrica di Poetarum Silva è dedicata all’incontro tra Parole per la resa, la raccolta più recente di Francesco Filia, e Etica Epica Etnica Pathos, l’album che i CCCP-Fedeli alla linea pubblicarono nel 1990. (Anna Maria Curci)

Versi e vinili #1:
Francesco Filia, Parole per la resa ¦ CCCP, Epica Etica Etnica Pathos

La storia dell’incontro tra Parole per la resa di Francesco Filia e Etica Epica Etnica Pathos nasce da una prima intuizione, che si è manifestata con urgenza, perfino con incontrollata irruenza, e che ha trovato successivamente conferma in letture e ascolti rinnovati. Una prima intuizione che si è imposta come colonna sonora fin dalla prima lettura, una sera, allorché mi sono arresa alla bellezza dolorosa di un libro che aspettavo da tempo, da quando, per la precisione, avevo visto quasi delinearsi lo sviluppo “del cammino e della resa” nella precedente raccolta di Francesco Filia, La zona rossa e nei testi della plaquette L’inizio rimasto, poi divenuti la V sezione di questo volume.
Epica, etica, etnica, pathos, mi sono detta quella sera, con «il canto oltre il destino», dolente eppure tenace, che faceva battere le tempie e premeva sulle corde vocali. Proprio all’album del 1990 che i CCCP-Fedeli alla linea firmarono con Gianni Maroccolo, proprio nelle tracce del vinile che si proponeva di riportare «tutto lo sporco degli anni ’90 con la tecnologia degli anni ’70», proprio in quelle canzoni, i cui autori, nella quasi totalità delle tracce, rispondono ai nomi di Giovanni Lindo Ferretti, Massimo Zamboni, Gianni Maroccolo e Francesco Magnelli, proprio in quella tappa musicale che fu una fine e fu un inizio e fu una resa e fu una ripartenza ho trovato il legame fortissimo con le singole parole e l’intera architettura di amore, di resa, di strazio e di resistenza della raccolta di Francesco Filia.
Provo allora a entrare nel vivo di questo incontro e a dare una risposta ad alcuni “perché”.
Perché “epica”? Perché il respiro delle «parole per la resa» di Francesco Filia è un respiro ampio, perché esso abbraccia più generazioni, non solo quella alla quale anagraficamente appartiene l’autore, ma anche quella di chi sta scrivendo qui e ora e, dunque, quella degli autori dell’album del 1990. È un respiro che si slancia solido e temerario dalla cosmogonia al minimo sussultare di minuscola vita, che fa i conti con «Lo sgomento per una primordiale cellula/ che duplica se stessa per intero in eterno».
Perché “etica”? Perché “dobbiamo”, sì, «Dobbiamo consegnare le parole per la resa», senza dimenticare amplessi e slanci della nostra adolescenza (penso a Baby blue dell’album) e tentando, appunto, «il canto oltre il destino», «il gesto oltre il destino» (e qui il legame con Campestre dell’album è, se possibile, ancora più evidente). In questo senso vanno esplicitamente i testi che compongono la prima sezione della raccolta, che ha il titolo della raccolta stessa: Parole per la resa.
Perché “etnica”? Perché la poesia di Parole per la resa è ‘satura’ della «gloria del disteso mezzogiorno” e rende quelle «tre del pomeriggio», la greve e gravida controra, la finta indolente, con gli accenti che giungono tanto più veri, quanto più legati da un lato a una tradizione poetica ben definita e vissuta (l’eredità montaliana è manifesta e dichiarata) e dall’altro a una parola poetica ricombinata, ricollocata e ricreata in un tessuto compositivo originale, come avveniva, per esempio, in Aghia Sophia dell’album dei CCCP (dove già quel “Tedio domenicale” dell’attacco lancia una cima alla poesia).
Perché “pathos”? Perché la raccolta è tutta attraversata dal rovello del domandare, del non fermarsi, da «un cavo disperato cercare»; eppure essa è anche, inequivocabilmente, nel segno dell’amore, dell’eros con Carmen – e se volessimo lanciarci, noi famelici e “ipocriti lettori” nell’esplorazione del nome, avremmo pane per i denti: carmen canto Carmelo mistica clausura. Perché, ancora, è poesia che narra di un abbandono sull’orlo dello strapiombo, del fondersi e del perdersi, nel duettare tra «l’azzurro cupo» e «l’immenso che travolge», come fanno, in alternanza, i trenta testi della II sezione, Diario di una vacanza. (altro…)

Lettera all’autore #4. Lo scialle rosso, Luigi Fontanella

Caro Luigi,

nel leggere il suo Lo scialle rosso, quel che, tra le altre cose, mi colpisce, sono le sue Note dell’Autore, che, pur presentandosi come delle semplici note esplicative o chiarificative dei testi, rivelano altro. Infatti, in alcuni passaggi, sono delle vere e proprie prese di posizione teoriche che indicano la poetica sottesa ai testi. Io, come lei, ritengo che sia compito non secondario del poeta quello di poter, anzi di dover, dire in maniera consapevole e intelligente sui suoi testi, perché la poesia non può essere nulla di ingenuo e d’inconsapevole. Essa è una atto artistico e conoscitivo insieme e il poeta, se nell’atto generativo è passivo, nel momento della composizione è e deve essere consapevole di quel che sta producendo. Riscontrarlo nel suo libro mi ha colpito e confortato sulla possibilità e la necessità di una scrittura poetica che, pur rispettandone le radicali differenze, non smetta mai di dialogare con la teoria.

Inoltrandomi nei nove poemetti che compongono il suo libro, mi è sembrato d’immergermi in un flusso di lettura, di parole e d’immagini che si muovono lungo diversi sentieri che aprono a vere e proprie dimensioni ulteriori, tra loro dialoganti. Vi è un continuo muoversi nello spazio, i vari poemetti e narrazioni in versi si aggirano lungo lo spazio geografico dei tanti luoghi che ha incontrato nei suoi viaggi e soggiorni e, al tempo stesso, percorrono lo spazio immateriale della memoria. Le dimensioni del tempo e dello spazio si confrontano nella radura della parola con una forza calma e discorsiva, che non toglie nulla alla potenza della visione e dei versi ad essa legati, ma, anzi, li amplifica in un’eco che riverbera in chi legge fino a toccarne le corde più profonde. Potrei azzardare che una cifra del suo dettato poetico in questi testi – diversi per tematiche, tempi e occasioni di composizioni – sia una forma poetica della distensio animi di agostiniana memoria, un’esperienza del tempo soggettiva e radicale, in cui il tempo non è più solo cronos ma si fa aion, forza vitale e durata, e kairos, occasione propizia. Diventa un protrarsi dell’anima nel passato che si trasforma in trasfigurazioni e visioni che proprio la forma distesa del poemetto, con il suo filo narrativo nascosto e con le accensioni e le pause che gli sono proprie, favorisce. I luoghi quindi sono al tempo stesso luoghi geografici e luoghi dell’anima, sono sia protagonisti, sia occasione e sfondo del dramma lirico che di volta in volta si accende. E qui mi sembra ci sia un aspetto che si fa vera e propria cifra del suo dettato poetico e che diventa palese nell’ultimo poemetto del libro, Canto del distacco, in cui, come anche lei richiama nelle note, vi è un salto qualitativo del rimembrare, in quanto il ricordo, reso preciso dai frammenti che punteggiano questo vero e proprio diario poetico, non è un semplice ricordare o il rammemorare che si fa parola poetica, ma esso diventa un immaginare e di conseguenza un reinventare il passato, contro la furia del tempo che travolge ogni cosa. Quindi è sì un proustiano ricercarlo o rivederlo, ma, anche e soprattutto, un vederlo per la prima volta, quindi un inventarlo, un trasformarlo da com’è, o meglio come fu, a un come sarà o meglio a come dovrebbe essere. E in questo passaggio mi sembra che la dimensione del sogno, richiamata opportunamente da Paolo Lagazzi in prefazione, sia il segno di questa produzione di immagini che rifondano la visione poetica e la rendono nuova, inaudita, una consapevole illusione (Sono già/ seduto nel treno, spalle rivolte/ alla mia destinazione, mentre/ davanti ai miei occhi socchiusi/ tutto vertiginosamente regredisce, sfuma/ e ai fa sogno/ oblìo/ ombra/ aria/ illusione). Nei versi che chiudono Efemeridos, nelle spalle rivolte alla sua destinazione, che è poi la destinazione di ogni vita, in cui tutto regredisce in un sogno e nell’oblio, vi è una sintesi mesta e ferma di un’intera esistenza, che però coinvolge sia il singolo, l’io lirico in questo caso, ma sembra aprirsi ad una meditazione comune. In questo passaggio mi sembra di cogliere la lettura benjanimiana dell’angelo della storia di Paul Klee, sul senso umano del tempo e della memoria, del viso dell’angelo che è rivolto al passato mentre è implacabilmente sospinto nell’ignoto del futuro dalle forze che muovono la storia e le nostre vite. A questo proposito non mi sembra essere un caso che i suoi poemetti siano popolati da persone, figure, personaggi della sua memoria personale – su tutte la figura paterna, protagonista di un vero e proprio dramma nel e del ricordo – ma anche animati da molti e intensi riferimenti letterari, in un dialogo costante con la tradizione, che è continuamente ripensata e ridetta. La poesia, dunque, ha il compito di creare simboli e segni che dicano ciò che si mostra dal profondo e che reclama di esser detto in maniera originaria. Nel poemetto che dà il titolo alla raccolta, ad esempio, il simbolo, in questo caso lo scialle rosso, viene usato in maniera estensiva e intensiva al tempo stesso. Estensiva perché copre, nel suo volteggiare dai primi versi, l’intero svilupparsi del poemetto, accompagnando le varie figure e personaggi che lo animano; intensivo perché nei versi finali si fa cifra, segno della condizione esistenziale e si palesa addirittura come farmaco, come cura ai dolori, alle cicatrici della vita, trasformandosi in un sole altro che tutto illumina e che porta con sé l’anima di chi scrive ( È tardi, ormai./ Vento e pioggia hanno spazzato via/ tutti e tutto./ … avvolgiti, anima mia,/ in quello scialle rosso/ vola fino ad un altro Sole,/ questo/ che oggi scioglie i nostri corpi le nostre dita/ i nostri pensieri le nostre ore/ sotto uno stesso cielo di mani e di mari, sole/ che cicatrizza/ ogni dolore/ ogni ferita.). Ecco, caro Luigi, mi sembra che la sua sia una vera e propria operazione mito-poietica, compiuta con un linguaggio volutamente piano e colloquiale, con rare ma significative accensioni, che, oserei dire, prende per mano il lettore e lo conduce, con un canto sommesso, ma fermo. Una malia che però non si slabbra mai, ma conserva una sobrietà di fondo che si fa vera e propria sostanza etica, che è la sostanza ultima di ogni vera poesia.

La saluto con profonda stima e in amicizia.

© Francesco Filia

 

Luigi Fontanella, Lo scialle rosso, prefazione di Paolo Lagazzi, Moretti e Vitali, 2017.

Cactus – Melania Panico e Matteo Anatrella

[…] Nel desiderio di veder incarnata la voglia di bellezza la poesia e la fotografia decidono di cucire una preziosa dialettica. E nasce CACTUS. Un dialogo dove le più infrasottili sensazioni cominciano ad albeggiare. Questo dittico ci sorprende e ci inquieta. Ci sorprende per la forza espressiva che equamente abita il segno visivo di Matteo Anatrella e la parola poetica di Melania Panico. Ci sorprende perché quest’opera ha nervatura che pulsa d’antico senza dimenticare il modellare oggidiano. Ci inquieta perché le forme della perfezione sono sempre sentimenti complessi, fatti di ferite, lacerazioni, tagli nella memoria e nel respiro. Sia ben chiaro CACTUS va letta come unica tensione concentrica ed espressiva dove lo sguardo spettatoriale potrà perdersi in quella “forza di espansione” (come Barthes sintetizzava il punctum) e parallelamente dentro “l’estasi del tempo” (come Proust nominava la tirannia del dettaglio). CACTUS è voce unica. (Dall’introduzione di Alfonso Amendola dal titolo “La distanza e il dettaglio”).
Cactus, Melania Panico – Matteo Anatrella, Gechi edizioni, 2018

 

*
Lui era lì
con la bocca raccolta e muta
disposto a sacrificare l’equilibrio
per una venatura di clorofilla
si è aperto alla promessa
di ricucire la ferita
con mani strette a pugno
mentre il tonfo del secolo
scuoteva insieme viso e suolo
la terra trema costretta
rinasce il giorno in lacrime orizzontali
grigio inebetito
posa le dita sulla fronte di una vite
può grattarne via l’odore
contemplare il rischio di una rinascita.

Sul solco che riconduce a casa
si affretta l’uomo che sa aspettare.

 

*
Del ricordo intendo un verso a respingere
soluzione a tutte le corde spezzate
il giardino che si nasconde nei vetri
e le cose ancora da dire
dell’andare intendo la forza
i pugni di una farfalla ragazza cicatrice
costrizione di palpebre fraintese 

faceva il passo di uno scricciolo
faceva il suono di un rantolo
la bambina da poco

intorno al ventre sottile
un cerchio di luce
le mani svuotate nella faccia
la ricerca delle questioni grandi.
Vorrebbe gridare il suo equilibrio, ora
dire c’ero a sussurrare vittoria. 

Certi passati spaventano anche da seduti.

 

*
Scelgo un bar a caso il momento sbagliato
piango ascoltando musica da spotify
le medicine danno alla testa
tutto l’acciaio e poi le lacrime facili
il salmone in forno e l’acqua bollente della doccia
i capelli perdono colore noi cosa abbiamo perso?
io non dimentico niente non dimentico niente
metto su un film brutto. STOP. ne metto un altro
lo chiudo tossisco e fumo e anche così
non me la ricordo la strada di casa so che è vicina
ma forse è una sensazione sbagliata
come quando ho scelto il bar e tu non c’eri più

 

Fabio Chiusi, Era la Guerra

 

Un giorno marciranno le rotative
ogni governo sarà caduto
le notizie si scriveranno da sole
la mano non avrà cervello

gli automi di un mondo di morti
lo spegnersi tutto delle radure
in schermi colorati
le frasi senza significante

saranno uno splendido insulto

e le pagine saranno gabbiani
dal becco spalancato sui fossi

moriranno inermi
impalpabili
impallinati da noi revanscisti
dal cuore chiaro

o lasciamelo sognare
più raro lettore
che ancora esista la carne
ancora le ossa

in qualche lurido anfratto.

 

*
Polvere che scalci da terra,
ti abbiamo nella bocca.
Bava che spezza il silenzio,
nostra è la bocca. Pazza d’estate
pazza d’inverno: sei guerra
che parli senza ferire.
Saziaci per sempre.

 

*
Se abbiamo ucciso era per salvarti.
Spandevi un profumo e una rabbia.
Eri morta, gioivi. «Penso io
a raccogliere il corpo da terra».
Il corpo verrà. Di lui non sapremo.

 

*
Parlarci sarà una quiete intera,
un corpo che non si muove.
Scale verranno fino a lui
e non vedrai luogo che non lo riguardi.
Ricorderai questo tempo
come il ronzio di un insetto.
Parlerai lungamente, almeno
quanto hai taciuto. Ma non faremo rumore
nelle piazze vuote: tu hai lasciato per sempre
quei luoghi di domande
senza risposta. Quel silenzio
ti racconterà dei tuoi morti, sarai con loro
in ogni luogo.

 

*
Tre fili ingannano la morte.
Non sono tre dee, non si tagliano per morire,
non abbiamo la stessa separazione.
Noi possiamo toccarlo, questa morte possiamo volere,
mai del tutto: ho visto come li guardi, ho visto
come ci guardano. Sono tutto quanto abbiamo
tutta la nostra vitalità. Ed eccoti
sopra la sedia del cielo, il trono del mondo,
le macerie e la nascita di ogni cosa.
Tocca a ciascuno di noi infilarsi tra le braccia
quel cavo e attendere, scalare l’universo
fino a quella sedia, scavare dentro il dolore
per riemergere avvolto a tre fili che spostano l’ago
tre fili che attendono il tuo destino e la grazia.

 

*
Finché ho sperato, ho scritto: per innamorarmi
del ricordo, sostituirlo al corpo.
Quando ha ceduto, allora non ho potuto più scrivere
sarebbe stato come consegnarti a un’eternità
che giorno dopo giorno ti negava,
e consegnarti alla bugia e alla menzogna,
al male estremo, al non redento.
Ora sono capace di dimenticarti,
abbandonare le menzogne sul tuo male,
calamite attratte da opposti; tu nella purezza,
io sopraffatto dallo sforzo di impedire che la storia,
per qualche osceno motivo, ti ricordi
ti celebri, e cambi.

 

© Fabio Chiusi, Era la guerra, Internopoesia, 2017

Lettera all’autore #3: Costanzo Ioni, Stive

 

Caro Costanzo,

nel leggere il tuo Stive ho avuto come la sensazione che stessi aprendo una scatola su cui c’era scritto ‘maneggiare con cura’, non perché ci fosse qualcosa di delicato, nel senso di fragile, ma perché al suo interno c’è un qualcosa di potenzialmente esplosivo. Il tuo è un libro che ha un che di dinamitardo e questo, in un’epoca in cui nulla è più sorprendente, in cui niente provoca più, è qualcosa di veramente unico. Nei tuoi testi c’è un’eco persistente della forza dirompente delle prime avanguardie, quando la forza della provocazione e della sovversione non erano maniera, ma urgenza e intelligenza del dire. In questo libro – nato da anni di silenzio non-silenzio, silenzio editoriale ma non-silenzio nei tuoi reading e nelle tue tantissime iniziative e frammentate pubblicazioni, anche qui un bel rompicapo direi – il centro mi sembra essere il tuo rapporto polemico con la realtà, sia essa sociale, storica che artistico-letteraria. Mi spiego meglio, al centro della tua visione, perché di questo si parla, della parola poetica mi sembra esserci il polemos, uno scorgere i contrari in ogni elemento della realtà, che diventa un vero e proprio pirandelliano sentimento del contrario, elemento chiave del tuo umorismo e del tuo sarcasmo a volte beffardo. Una visione conflittuale che è la linfa vitale dei tuoi scritti – tutti quelli raccolti in questo libro, che coprono un arco quasi trentennale – scritti che hanno in comune questa tensione che li attraversa come una scarica elettrica. La stessa tradizione è trattata in questa chiave. Le tue parole nascono dalla negazione dialettica della tradizione letteraria, i continui riferimenti ad essa, la deformazione in chiave ironica dei topoi della letteratura, la stessa lingua che è detta, urlata, ridetta, cantata, manipolata fino a renderla irriconoscibile, subiscono un vero e proprio shock ironico. Attraverso il sentimento del contrario la tradizione viene corrosa in chiave ferocemente umoristica che porta, però, a reinventare una lingua che, in alcuni momenti, da neolingua risale – in un circolo vertiginoso, in un vero cortocircuito – all’origine del volgare italiano, come, in particolare, nelle sezioni Limiti di velocità e Rif. Lettere che sembrano un calco e una dilatazione surreale e sulfurea del placito capuano, basti pensare al tuo ‘Elogio della puzza’ (da li tempi antiqui lo homo, lo quando lo krede ankora de sta’ sopra na pizza, como ogni animale emette odore. Sta puzza sierve a marcare sua presenzia et ello sparge entorno por tene’ lontani li rivali et garanti’ la propria descendenzia). Una lingua embrione quindi che non è più ciò che era: italiano, napoletano, latino, inglese, francese; e non è ancora, né sa ciò che diventerà: ibrido, esperanto surrealista, di tanti frammenti e spezzoni linguistici. La lingua, quindi, ci viene restituita, attraverso mille storpiature, nella sua radice di pura possibilità. È questo il compito che mi sembra tu ti sia assunto, che è al tempo stesso un compito linguistico e politico, e per far ciò hai scelto il ruolo di saltimbanco, un Totò se non addirittura un Buster Keaton della parola (il tuo indomito e imperterrito versificare è parente al muoversi muto, frenetico e meccanico di Keaton), cogliendo così la vera essenza del poeta nella modernità, la sua essenza buffonesca, il suo essere un saltimbanco appunto, per dirla con Baudelaire. Questo saltimbanco che aspirerebbe ad essere anche flâneur, se non vivesse a Napoli, imbottigliato nel traffico cittadino o in ostaggio su un autobus stracolmo, proprio dalla città estrae, quasi come in uno scavo minerario e archeologico, la fonte di energia della sua versificazione vulcanica e iconoclasta. Nei tuoi testi però l’infinita malinconia che si cela dietro il muro dei versi della modernità, non viene mai mostrata per quel che è, ma sempre rilanciata in mille forme diverse ma coerenti. Il poeta si mostra come clown e come clone della realtà in un processo d’infinito sdoppiamento che porta allo sbriciolarsi di ogni identità, per restituircene una o forse tante o nessuna. Il poeta clown, nel suo mostrarsi nudo nella sua maschera, mostra l’angoscia sottesa al nostro vivere, l’angoscia dello scorrere del tempo, dello sbriciolarsi di ogni cosa, della vanitas di ogni azione, eppure mostra anche qualcos’altro. Mostra che ciò che conta invece è la continuità delle forme, pur nel loro de-formarsi (la faccia delle cose dall’altro lato è costante non muta se non nel movimento compiuto dello sguardo). Dietro la deformazione linguistica non vi è altro che la deformazione del reale, è la realtà che è deformata senza saperlo, la lingua poetica, in una mimesi grottesca, non fa altro che portare a consapevolezza, una consapevolezza radicale e allucinata, il deformarsi della realtà, l’informe violento che la caratterizza. E questa mi sembra essere un’altissima ed elegante forma di pietas, che si manifesta pienamente nell’ultima sezione che dà il titolo al libro, qui la forza poetica si scontra con la forza tragica della contemporaneità e l’impatto dà vita a versi tra i più riusciti della tua produzione, dove forza espressiva, indignatio, intelligenza poetica si uniscono in una sintesi superiore. Eppure rimani consapevole, come in fondo chiunque vi si dedichi con dedizione esclusiva, che la letteratura non è altro che uno zero, spazzatura, immondizia in cui rimestare, forse buona solo per il riciclo e che però trita tutto soprattutto chi si fa suo strumento, chi agisce in suo nome (Potendo, il verso ama se stesso, s’è perso, invece,/ l’amplesso con l’autore,/ non gliene frega niente di quel signore, onnipresente, che ogni volta/ lo osserva estasiato come fosse miracolato/ e ritiene di aver trovato/ la cifra immanente della letteratura ma non ha fatto niente, ha solo/ rimestato nella spazzatura).

Spero che queste mie poche parole abbiano colto, non dico il centro, ma che abbiano almeno sfiorato alcuni temi di un libro che più che essere interpretato e ingabbiato vuole essere letto e liberato nelle sue infinite possibilità. Ti saluto in amicizia.

Francesco Filia

Costanzo Ioni, Stive, Guida, 2017, prefazione di Antonio Pietropaoli, € 12,00