epistolari

Milena Jesenská, Qui non può trovarmi nessuno

Milena Jesenská, Qui non può trovarmi nessuno,  Giometti&Antonello editore 2018, trad. Donatella Frediani, euro 24

 

 

Perché si tolga immediatamente la necessità di parlare di Milena Jesenská in relazione a Franz Kafka, si vada subito a quello che forse è il centro del rapporto tra i due intellettuali, la frase che Kafka scrisse a Milena nel dicembre del 1920: «ma adesso è meglio che tu non venga perché dovresti ripartire» (da Lettere a Milena, Mondadori 1988, traduzione Ervino Pocar e Enrico Ganni). Non è certo una novità che gli amori non realizzati possano essere roventi, duraturi e forse, per chiunque scriva, i più artisticamente produttivi. Come non è una novità, per chiunque abbia letto le lettere di Kafka alla sua traduttrice, la stima profonda dello scrittore nei confronti della scrittura di lei. La gioia costante che aveva nel ricevere suoi articoli, nel correre, come riporta Max Brod, all’edicola, «per vedere se il nuovo numero reca qualcosa di Milena».
Qui non può trovarmi nessuno, Giometti&Antonello editore 2018, offre al pubblico italiano quarantuno di questi articoli, scelti da Dorothea Rein e tradotti da Donatella Frediani, con otto lettere di Milena Jesenská su Kafka proposte e commentate da Max Brod (da Nuovi tratti della figura di Kafka, in Kafka, Mondadori 1978). Oltre a una nutrita nota biografica che ci consente di guardare la grande intellettuale ceca nell’indipendenza della sua figura.
Milena Jesenská cresce libera e sfacciata a Praga. Figlia di benestanti, di madre cagionevole e padre contraddittorio – sarà lui a iscriverla al primo liceo femminile di Praga, ma sempre lui a rinchiuderla in manicomio per nove mesi quando vorrà sposare Ernst Pollak, ebreo tedesco, e a costringerla a spostarsi a Vienna a matrimonio avvenuto. Nella capitale austriaca comincia la sua carriera di giornalista e di traduttrice di Kafka. Per anni, sarà “la Jesenská”, con i suoi articoli di politica e di costume. Fino al 1928, anno di un parto problematico, di dipendenza da morfina, di fallimento del matrimonio. Si avvicina al partito comunista, la sua scrittura si assottiglia, la sua vita privata vacilla ma il suo impegno civile cresce. È circa dieci anni dopo che vince la sua battaglia contro la morfina, e della sua fede nel partito è rimasta solo una vigile attenzione verso la politica e la situazione delle masse, dei più deboli, degli esclusi, e quindi, con l’inasprirsi delle politiche reazionarie, dei perseguitati. Con l’occupazione da parte della Germania nazista scrive, riporta, aderisce a giornali clandestini, aiuta a fuggire, fino alla deportazione nel campo di concentramento di Ravensbrück, dove morirà all’età di quarantotto anni. (altro…)

Testi da ‘Abbiamo fatto una gran perdita’ di Alberto Cellotto

 

Hotel Misa, Marzabotto
Domenica 28 settembre pomeriggio

Caro Lucio,
non credo resterò qui a dormire stanotte. Sono partito ieri,
ho dormito in Veneto, e stamattina ho voluto visitare ancora
la città etrusca e la necropoli. Mi soffermo sempre
sulle ciotole e sugli aghi. Ho ripensato a Montreux e al
museo della città, dove c’è una collezione bellissima di ditali:
vacci una volta quando torni a Losanna. All’esterno
ho osservato l’erba e la strada che passa sopra la necropoli.
Quando sono andato al bagno ci sono rimasto a lungo,
seduto su una sedia in plastica. Non che mi sentissi male,
ma quella sedia era in una posizione perfetta, orientata secondo
l’asse che quella necropoli dispone e inclina ancora
oggi sulla faccia della terra. Posizione, orientamento e
inclinazione: se li trovi ci sei quasi. Quando è entrata una
giovane donna non ha evitato di chiedermi se stessi male e
mi servisse aiuto. Le ho risposto che poche volte ero stato
meglio in vita mia e sono quindi uscito di nuovo sull’erba,
alla penombra del boschetto dell’acropoli, diversa da
quella che avevo lasciato, più chiara, mentre più densa
scorreva l’aria dentro il petto.
Questo hotel è perfetto, ma mi ha preso l’ansia, aumentata
alla visione della fantasia animale dei copriletto, e sento
che è meglio se non rimango qui stanotte. Pagherò la
stanza tra poco e cercherò qualcos’altro vicino a Codigoro,
ma prima volevo scriverti che sarò in giro per una ventina
di giorni e ripasserò per Bologna prima di tornare a casa.
In quell’occasione ti chiamerò senz’altro. Ti scrivo così,
ho il telefono con me ma non il computer. Immagino tu
sia uno che ha scritto un sacco di lettere da giovane. Mi
sbaglio?
Ho stazionato sulla sensazione di essere torturato, qui
da solo, in questa stanza. Quel che vivo non è un rituale
di tortura e nemmeno l’ubbia che ci sia qualcuno che mi
perseguita da lontano con qualche maleficio. La tortura è
quella che mi porto in serbo da troppi anni, è essere attorcigliato
tra dire e non voler dire più nulla. Una postura
insulsa che ormai è diventata il mio tono di voce. A volte è
il desiderio di togliermi dalle spese, sebbene io non sia mai
andato vicino al suicidio. Di qua passa questo stordimento
che avanza come un’auto di notte in una strada di campagna,
tra le rane, le bisce e i ricci investiti che provocano
una lieve scossa sotto i pneumatici.
Che cosa resta da confessare, Lucio? Che cosa possiamo
confessare senza la tortura? E quanto dobbiamo
torturare ancora o essere torturati affinché le confessioni
accadano? Io non lo so dire meglio, ma credo che dovremmo
arrivare presto a essere tutti in preda a una foga di
confessione. Voglio che rimaniamo ben lontani da quelle
confessioni che ci capitano spesso, quell’espressione capace
solo di vuotare un sacco, lo sfogo, altrimenti facciamo
bene a continuare a diffidare delle confessioni, a sentirle
come estrema forma della malafede.
Il tempo oggi è buono, faceva un gran caldo e sono rimasto
a lungo nell’acropoli che è più in ombra e sopraelevata
rispetto al piano vasto dove si sviluppa la necropoli.
Ci dovresti andare anche tu un giorno. Poco fa sono passato
davanti a una trattoria vuota. Una cameriera sfaccendata
con la polo arancione del locale leggeva un quotidiano
e sono ripiombato nell’immagine della strada che per anni
ho percorso per andare al lavoro, con la collina davanti
tanto vicina che m’immaginavo spesso di andare a sbatterci
contro. Mi sono sempre chiesto in quale punto un’auto
può schiantarsi su una collina senza la dolcezza di una
strada in salita che prevenga lo scontro, come se la collina
fosse un muro a piombo dove si può finire a sbattere giungendo
da lontano a gran velocità.
Ti riscrivo presto.
Martino

*

(altro…)

proSabato: Antonin Artaud, Lettera ai Rettori delle Università Europee

proSabato: Antonin Artaud, Lettera ai Rettori delle Università Europee

Signor Rettore,
in quell’angusta cisterna che voi chiamate “Pensiero”, i valori intellettuali marciscono come paglia.
Basta coi giochi linguistici, con gli artifici sintattici, coi virtuosismi delle formule, bisogna trovare la grande Legge del cuore, la Legge che non sia una legge, una prigione, ma sia la guida per lo Spirito smarrito nel suo labirinto. Più in là di ciò che la scienza potrà mai raggiungere, dove i fasci della ragione si frantumano contro le nuvole, esiste questo labirinto, punto centrale dove convergono le forze dell’essere, le ultime venature dello Spirito. In questo dedalo di muraglie fragili, oltre tutte le forme conosciute di pensiero, il nostro Spirito si muove, spiando i suoi movimenti più segreti e spontanei, quelli che hanno carattere di rivelazione, quest’aria caduta dal cielo, venuta chissà da dove.
Ma la razza dei profeti s’è estinta. L’Europa si cristallizza, mummifica lentamente sotto le bende delle sue frontiere, delle sue fabbriche, dei suoi tribunali, delle sue Università. Lo Spirito isterilito cede e si soffoca.
La colpa è dei vostri sistemi ammuffiti, della vostra logica del due più due fa quattro. La colpa è vostra, Rettori, tutti presi in sottili sillogismi. Voi fabbricate ingegneri, magistrati, medici cui sfuggono i veri misteri del corpo e le leggi cosmiche dell’essere; fabbricate falsi e ciechi eruditi di metafisica e filosofi che pretendono di ricostruire lo Spirito. Il più piccolo atto di creazione spontanea è un modo più completo e rivelatore di qualsiasi metafisica.
Lasciateci, dunque, Signori, non siate altro che Usurpatori. In base a quale diritto pretendete di canalizzare l’intelligenza, di conferire brevetti dello Spirito?
Non sapete nulla dello Spirito, ignorate le sue ramificazioni più nascoste ed essenziali, quelle impronte fossili più vicine all’origine di noi stessi, quelle tracce che riusciamo a rivelare, a volte, nei giacimenti più oscuri del nostro cervello.
Proprio in nome della vostra logica, oggi noi vi diciamo: la vita è in putrefazione, cari Signori. Guardatevi allo specchio, tirate le somme di ciò che avete prodotto. Attraverso il setaccio delle vostre lauree passa una gioventù sfiancata, perduta. Siete la piaga di un mondo, Signori, e tanto meglio per questo mondo, ma che si pensi un po’ meno alla guida dell’umanità.


© Antonin Artaud, in Lettere ai prepotenti, a cura di Marco Dotti, Stampa Alternativa, 1994 (L’Ombilic des Limbes, Paris, Nrf, 1925).

proSabato: Tommaseo, poesia/aritmetica

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[fine novembre 1833]

[…]
Che ρυθμός e άριθμός[1] son la medesima cosa, aggiuntavi solo una particella intensiva: che il ritmo è nu­mero, il numero è ritmo: che il verso è calcolo; il calcolo è canto, e fa cantare: che l’aritmetica è una poesia rinforzata:[2] che la poesia senza calcolo è vaporosa, vacua, od atea o kantiana. Poi, che tutto è poesia insieme e aritmetica al mondo: entrambe incompiute, entrambe perfette: gemelle conglutinate, insepara­bili, Rita e Cristina.[3] Poi, che l’aritmetica è il fimo fecondatore della pianta poetica, l’aritmetica è il senso ministro dello spirito; l’aritmetica è grammatica, rettorica, pragmatica, diplomatica, economia, statistica, critica, procedura: che senza aritmetica non si dipinge, non si descrive, non si versifica, senza aritmetica non si regna, non s’ingrassa, non si deducon le donne, senz’aritmetica non si misura né lo spazio né il tempo, cioè non si ragione e non si vive: onde la vita è aritmetica, la morte è poesia; e ogni cadavere vale Omero. Che tutti i negozi del mondo si distinguono in aritmetico-poetici ed in poetico-aritmetici: quelli, cioè, dove la dose aritmetica prevale, e quelli dove la poetica; quelli dove dal numero esce la poesia, quelli dove dalla poesia spunta il numero: tra’ primi sono i matrimoni dei più, gli amori colpevoli, le negoziazioni politiche; tra i secondi sono le vere virtù e i veri affetti. Che la religione, se non è materiata in corpo d’aritmetica, perde la poesia, non è più realità ma sistema: che la politica senza la poesia è politica austriaca. Che l’affetto convertito in imagine acquista tanto d’aritmetica, da non bruciar l’anima che lo nutre: che gli affetti meri senz’aritmetica, finiscono [nel vano]: che le troppe imagini, come la troppa aritmetica, guastano la poesia. Finalmente, che la facoltà dell’immaginare ci abbandonerà con la vita, e in paradiso la verità perfetta ed immensa sarà insieme precisa come l’aritmetica, e immensurabile come la poesia; e, l’indefinito dileguandosi, apparirà l’infinito.

 

da N. Tommaseo e G. Capponi, Carteggio inedito dal 1833 al 1874, per cura di I. Del Lungo e P. Prunas, vol. I (1833-1837), Bologna, Zanichelli, 1911, p. 70

.

.

Note

[1] Non è questa la sede per discutere delle conoscenze del greco classico di Tommaseo, né tanto meno delle possibili diverse grafie in uso nell’Ottocento rispetto alle attuali conoscenze; nemmeno i curatori del carteggio intervengono sulla questione, o per correggere la grafia del secondo termine (la quale potrebbe essere Αριτμον o αρυθμος). Resta fermo un punto, a mio avviso indiscutibile, ossia che mal­grado egli per primo abbia sempre ‘denigrato’ la sua conoscenza del greco, in realtà Tommaseo sin da giovane aveva ricevuto qualcosa di più di semplici rudimenti, prima dal suo maestro Amedeo De Mori, poi da uno studio assiduo non dissimile da quello applicato al latino (nel quale eccelleva, e la produzione in latino ne è la conferma). Va poi ricordato che Tommaseo fu scrittore quinque linguarum, come dimostrato da Francesco Bruni, in alcuni suoi interventi critici e nella mirabile edizione delle Scintille di Tommaseo. (fm)
[2] Tutta la lettera di Tommaseo risponde a una sollecitazione di Capponi, il quale sosteneva che «materia della poesia è l’affetto; ma l’affetto stesso è interrotto dalle materialità prosaiche e necessarie che reggon la vita, che reggono anche l’affetto stesso, e sono arimmetica./ La parte conservativa dell’uomo e della vita è tutta arimmetica. La poesia consuma la vita mortale./ La potenza arimmetica è forza e fibra. Se l’uomo non fosse altro che arimmetico, io dubiterei d’un’altra vita./ L’uomo produce naturalmente arimmetica. […] La patria della poesia è in cielo. Quaggiù, messaggera d’un paese più sereno […] in questo diluvio d’arimmetica. […] La sintesi d’ogni poesia, come ogni sintesi, sta di casa in paradiso./ Quindi la poesia è per frammenti. L’epopea, mestiere.» Già qualche riga più sopra al brano della sua lettera riportato, Tommaseo riassumeva il pensiero del marchese in questi termini: «Item, che la poesia è il germe fecondatore della materia aritmetica: che Adamo formato di fango è aritmetica, il soffio ispiratovi è poesia: che nella vita del povero, l’affetto è poesia, tutto il resto aritmetica: denique, che in paradiso avremo la poesia bell’e intera, della qual ci è dato quaggiù a pregustare alcun briciolo. Sapientissime idee» (cfr. Carteggio inedito, cit., pp. 68 e 69), dove quel sapientissime idee pone già la distanza tra il pensiero del marchese e quello di Tommaseo, che del frammentismo in poesia fu da sempre un ambasciatore, ma che proprio nel 1833 e in questi stessi mesi autunnali allestiva una raccolta intitolata Frammenti forse con l’intenzione di darla alle stampe a ridosso della partenza per la Francia, e che rimase a tutti gli effetti inedita. (fm)
[3] «Mostro femminile bicefalo, nato in Sassari nel 1829, […] che portato a Parigi vi morì nel nono mese: ne parlarono i periodici di medicina di quelli anni», riportano con queste parole prontamente i commentatori del carteggio; ma l’immagine che ne offre Tommaseo è più forte, poiché poesia e aritmetica risultano essere, secondo la sua riflessione critica (e sappiamo che nel tempo maturerà fino alla stesura, nella seconda metà degli anni Cinquanta del XIX secolo, del saggio Sul numero), sorta di gemelle siamesi, o più semplificata, le due facce della medesima medaglia. (fm)

proSabato: Montale a Penna, 13 marzo 1934

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13 marzo 1934

Caro Piumino,
.     e come faccio a farti vincere il premio con una di queste poesie di nudi fanciulli? Tutte insieme sono carine, ma una adatta al premio non c’è. Gli altri premiati avevano quel tanto di sentimentalismo, romanticismo ecc. da poter piacere a questi pittori, o da poter essere sostenute con loro e contro di loro. Qui capisci che se si presenta un concorrente classicheggiante o patriottico o umanitario sei bell’e fritto. C’è anche un accademico di mezzo, e sta a occhi aperti.
.     Ora dimmi: se puoi e vuoi concorrere con una poesia uscita sulla Gazz[etta] del Pop[olo] (e non sarebbe male anche per la réclame che ti farebbe Gigli), occorre che tu mi mandi altro. Se invece credi di concorrere con altro (inedito), mando 2 di queste poesie a Gigli, sperando di farle uscire fuori carovana, senza però esserne certo.
.    Non parlare a nessuno di questo nostro carteggio, e non prendertela con Pav[olini], che certo non aveva alcuna intenzione di sfottermi.

Un abbraccio da tuo
Eusebio

.

da Eugenio Montale-Sandro Penna, Lettere e minute 1932-1938, Archinto, 1995, pp. 28-29

Nei non molti anni durante i quali Penna e Montale si scrissero, e raramente si videro, non di rado capitò che parlassero di premi di poesia, e di concorsi vari. Nomi di giurati e consorterie, allora come ora, rendono l’idea del clima e della reale percezione del fare poesia nella prima metà del Novecento. Nel ’34 Penna aveva pubblicato qualche componimento in rivista, destando immediatamente l’interesse della critica, e lavorava, affiancato e spronato da Montale (e da Saba), a una prima raccolta. Questa avrebbe visto la luce soltanto nel 1939, senza più la presenza di Montale; ma già da questa lettera del ligure si capisce che comunque al primo innamoramento per la poesia di Penna era già seguito rapido una sorta di ripensamento, di dubbio morale, o di opportunità morale, celato dietro allo spauracchio della censura.
Il premio in questione molto probabilmente è l’Antico Fattore. Le poesie dalle quali scegliere qualcosa di altro andranno invece identificate in quelle che Penna inviò a Montale qualche giorno prima della lettera qui sopra riproposta, ossia quella del perugino datata 10 marzo. In quest’altra lettera Penna inviò a Montale le seguenti poesie: CittàVecchio cuoreSe desolato…Cronache di PrimaveraVacanzeAutunno; ovvero poesie che nel corso degli anni successivi vedranno la luce con titolo uguale o anepigrafe in rivista o in qualche più tarda raccolta, come nel caso di Se desolato io cammino… che verrà pubblicata in Croce e delizia nel 1958, o Cronache di primavera che, dopo essere apparsa nell’aprile del ’34 nella “Gazzetta del Popolo”, verrà ripresa dal poeta soltanto nel 1976 all’interno di Stranezze.

proSabato: Gabriele d’Annunzio, dal “Solus ad solam”

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Una lettera dal Solus ad Solam

31 agosto 1908.
Tutta la giornata di ieri passò in silenzio. Stamani la posta non mi ha portato nulla. Sono le tre del pomeriggio, e tu non dài nessun segno. La tua ultima lettera del 28 diceva imminente la partenza. E soggiungeva: «Vorrei stabilirmi in qualche posticino tranquillo, dove ti potessi vedere…» E mi poneva nel cuore il sogno e la speranza della felicità. Attendevo da un attimo all’altro la parola di gioia; perché in tutte queste vicende io non ho guardato se non a una sola possibilità: a quella di averti finalmente tutta per me; e non ho avuto se non una sola pena: quella di sentirti sempre esitante.
Ah, povera piccola, dove ritroverai, dove ritroveremo una magìa d’amore così continua e così alta?
La sola presenza –
sempre – bastava a darci l’oblio d’ogni altra cosa e a rinnovare perpetuamente la nostra ebrezza. L’ultima volta che ci siamo baciati – te ne ricordi? – la nostra commozione era più profonda di qualunque altra; e tu avevi il sentimento d’una passione che fosse nel suo culmine.
Che l’imagine notturna del tuo amico – giunto fino a te di là dall’ombra e dal pericolo – rimanga nell’anima tua e ti conforti e ti mostri la sola via da prendere!
Quanto ho pensato in questi giorni d’attesa terribile!
Nel centro del mio cuore è la certezza assoluta che non dobbiamo e non possiamo se non congiungere per sempre le nostre due vite. Qualunque altro pensiero è un sacrilegio contro l’amore e contro il passato.
Io ho bisogno di te, ho bisogno di riposarmi nella tua presenza continua, nel possesso perfetto. Il destino ti ha condotta sul mio cammino, e ora affretta gli eventi.
L’amore t’illumini. Il giuramento, rinnovato e suggellato
nei giorni mistici, ti tenga lontano da ogni atto vile!
Comprendo il rammarico che ti punge. Ma non pensi alla divina armonia di quei giorni? Non pensi alla tua ripugnanza nel tornare verso il martirio? Non pensi al tuo pentimento di avermi lasciato andare dopo ore di così perfetta gioia, di così pura malinconia?
Ho dentro di me una cupa angoscia; e stamani ho guardato più volte il mio revolver con un senso di liberazione. Ignoro tutto, e questo silenzio ostinato è inesplicabile. Non comprendo come almeno la donna fida non riesca a mandarmi una qualunque parola di speranza o di disperazione.

Che accade? Dove sei? Che fanno di te? Sei tornata di nuovo sotto l’oppressione e l’imposizione?
Folle! Folle! Una sola cosa tu devi fare; ed è veramente, questa volta, il tuo «dovere» sacro: venire a me, correre a me, confidarti in me. Ti parlo con tutta l’anima mia. Ti offro di nuovo la mia vita in cambio della tua.
Vieni. Non temere di pesarmi. Tu sai il mio cuore. Saremo felici. Io saprò comporti un’esistenza di calda e profonda bellezza. Tu mi renderai tutto quello che ti ho dato, essendo la testimone e la protettrice del mio lavoro futuro.
Ho bisogno di lontananza e di silenzio; ho bisogno di ritrovare la voce della mia poesia, tenendo la tua mano nella mia mano come quel giorno in cui la musica di Beethoven ci trascinava sul fiume di tutte le cose belle.
Oggi si compie l’agosto: mese, per noi, di sofferenza e di gaudio.
Or è un anno, era per compiersi il sogno ardente di Brescia. Il soffio di Tristano passava su noi, nella notte… Te ne ricordi?

Ardentissimamente prego il fato, che ti renda a me, che ti suggelli con me, nell’anniversario. Non mi perdonerò mai d’esser fuggito, l’altro giorno, nell’intolleranza dell’ansia. Ero come folle, e la tua crudeltà mi pareva mostruosa. Volevo ripartire nella notte, non avendo pace; e un guasto alla macchina me l’impedì. Il presentimento mi mordeva il cuore.
Se avessi potuto vederti a Laterina, certo ora sarei felice, perché – te lo giuro – a nessun costo ti avrei più lasciata. Ora sarei felice in un luogo tranquillo, e placherei ogni tua inquietudine con la mia tenerezza invincibile. Tu la conosci, tu la conosci.
Ricòrdatene!
Questa lettera ti giungerà? Le altre mie lettere, gli altri miei telegrammi ti son giunti?
Eccomi – te lo ripeto davanti all’anima mia, all’anima tua – eccomi tutto per te. Non ascoltare nessun’altra voce fuorché quella dell’amore, che sola è santa e giusta. Ti pentirai di tutto fuorché d’esser venuta a me, liberamente, fieramente.
Pènsaci.
Ti amo. Non ho nessun pensiero che non sia tuo; non ho in cuore nessun desiderio che non sia per te; non vedo nella mia vita altra compagna, non vedo altra gioia.
Ti parlo con la sincerità più certa.
Prego la sorte che questa lettera giunga nelle tue mani perché tu raccolga la parola più vera e più possente ch’io ti abbia mai detta.
Bada a quel che fai! La tua
trasgressione non sarà senza castigo.
Resta nella verità. O prima o poi sentirai che una sola cosa vale: il legame che ci lega; e che tutto il resto è vano e ingiusto e falso.
Te l’ho già detto una volta:
l’aiuto non ti verrà se non dal tuo amico.
Voglio contenere il mio spasimo, e attendere ancóra un giorno.
Fossi domani sera con te, e guardassi con te la piccola luna di settembre, e dicessi con la bocca su la tua bocca: «Mia, mia, mia, tutta mia, per sempre tutta tutta tutta mia!»
Ricòrdati che dinanzi all’altare del Crocifisso, in San Francesco,
noi ci siamo sposati.
Gabri tuo.

© Gabriele d’Annunzio, in Solus ad solam, Firenze, Sansoni, 1939 (poi in Milano, Mondadori, 1947).

proSabato: Amelia Rosselli a Pasolini (due lettere)

letterepasolini

Amelia Rosselli a Pasolini: due lettere (con una nota in coda)

31/10/1968
lungotevere Sanzio 5
00153 – Roma

Caro Pier Paolo,
.                              Ti scrivo riguardo agli scritti di Sandro Penna, che ho conosciuto bene ultimamente, e che come tu saprai, non sta affatto bene credo da parecchio. Anzi ora non può uscire di casa, e addirittura non esce di letto – lo curano per disintossicarlo: e infatti credo che abbia molto abusato di pillole varie e sonniferi, da anni.
.    Mi ha espresso la sua preoccupazione per il libro “Poesie”, che non viene ristampato da Garzanti. Mi ha anche detto che nel passato Citati voleva occuparsi a fondo dei suoi scritti, ma che lui stesso per la sua pigrizia (o angoscia) non l’aiutò minimamente. Vorrebbe una ristampa di “Poesie”, senza però dover aggiungere altre poesie, o toglierne alcuna (questo invece era quel che suggeriva Bertolucci). So che il suo contratto è del 1957: Penna crede di ricordare che non vi fosse clausola che si riferisse ad una precisa priorità alle ristampe da parte di Garzanti: comunque non sono riuscita a vedere il contratto, e non so, nel caso che invece esista questa priorità, per quanti anni valga (20 anni?) (o dieci?)
.    Ho suggerito a Mondadori il fare una “opera omnia” delle prose e poesie di Penna. A Penna ciò interesserebbe, ma per ora non vuole, e soprattutto non può, occuparsene. Si tratterebbe di circa 2 volumi.
.    Ma certo andrebbe chiarito se Garzanti intende o no ristampare “Poesie”. Vorrei proprio pregarti (anche a nome di Penna) di informarti 1) della clausola – se esiste o no sul contratto 2) se Garzanti sì o no vuole ristampare il testo. È, del resto, obbligato a prendere una decisione. Nel caso non volesse ristampare il testo tale e quale, ho l’impressione che a Mondadori interesserebbe assai. Anzi penso proprio che miri a questo libro, ma non voglia scrivere a Garzanti chiedendo della situazione contrattuale, proprio perché teme che Garzanti allora si precipiti a infatti ristampare.
.    Penso che sei tu la persona che meglio può informarsi presso Garzanti (come tu sai io non sono più in buoni rapporti con la sua casa editrice). Quel che conta, trovo, è far sì che almeno “Poesie” venga ristampato: fu mal distribuito, ed è ora esaurito – è impossibile trovarne una copia da parecchio tempo.
.   Quanto ad una eventuale “opera omnia” (l’idea mi sembra molto buona, ma è chiaro che solo Penna può decidere cosa includervi) è da proporsi per più tardi: Penna mi dice ripetutamente che per ora non sta abbastanza bene. Trovo che in ogni caso il ristampare “Poesie” senza chiedere cangiamenti non graditi a Penna, sia necessarissimo – e doveroso.
.    Vorrei eventualmente interessarmi all’opera omnia, quando Penna si rimetterà. Questo nel senso di aiutarlo nelle cose pratiche, nel prendere contatti ecc. Per me è indifferente con quale editore Penna voglia eventualmente pubblicarla (non lavoro per alcun editore come consulente): suppongo che a Garzanti non interessi. Nel caso però che anche a Garzanti più tardi una impresa simile possa attrarre io però dovrei “dilequarmi” (per i sopramenzionati “cattivi rapporti…).
.    Spero proprio d’aver qualche notizia, oppure che tu possa telefonare a Penna dandogli chiarimenti o buone notizie per “Poesie”.
[…]
.                                                               ti ringrazio –
.                                                               con molti auguri
.                                                                         Amelia Rosselli

 

19/1/69
lungotevere Sanzio 5
00153 – Roma

Carissimo Pier Paolo,
.                        non riesco a trovare Attilio Bertolucci, per chiedergli del libro “Poesie” di Penna. Ho telefonato a casa tua, e parlato un momento con tua madre, che mi ha dato il tuo indirizzo.
.    Speravo proprio che tu potessi vedere Sandro Penna, quando venisti a Roma: gli dissi della tua lettera, e ne era più che felice. Ancora non sta bene, è stata la mia impressione parlandogli al telefono: è molto depresso, e che anche sfiduciato.
.    Credo purtroppo che sia vero quello che egli mi dice riguardo a Garzanti, o chi opera per Garzanti. Cioè che il suo libro non viene ristampato apposta, o che si suggerisca di ristamparlo soltanto con aggiunte o modifiche che egli non vorrebbe apportare. Penso che egli (Penna) sia troppo stufo per occuparsene personalmente.
.   Dunque tu che dici che puoi influenzare Garzanti, perché non aiutarlo a ristampare il libro “Poesie” (il più completo così com’è, della sua “produzione”) senza chiedergli sforzi eccessivi, dato che egli non sta bene? Non è giovane, e dice che ha attacchi d’angoscia. E lo sento stanco, per telefono.
.    Non riesco a trovare il suo libro da molti anni: tutte le librerie di Roma che ho visitato lo dicono esaurito (se è vero). Dice che Cusatelli [Giorgio] (che non credo o ricordo di conoscere) ha stampato un saggio critico del tutto negativo su “Palatina”, non so se d’accordo con Attilio Bertolucci.
.    Dice che Bertolucci è geloso della sua poesia. Può darsi che sia vero: può darsi però che vi sia un malinteso (diritti scaduti; contratto che Penna non vuol far vedere). Comunque trovo che sia bene ristampare, se è legalmente possibile, quel libro che io ho potuto vedere soltanto alcune rare volte.
.    Ti sarei grata se tu volessi intervenire il più gentilmente possibile.

.    Io non ho dissidi personali che io sappia con Cusatelli (se risultasse per caso che lo conosco senza ricordarmene) né con Attilio Bertolucci, né con te (con te posso avere a volte un atteggiamento un po’ critico dell’iperattività, di cui poi non posso dare un giudizio). Penso soltanto che sia giusto una semplice ristampa se è possibile, senza interferenze.
.    Il lavoro di Penna come tu sai è d’altissima qualità. Suggerire uno stampare, eventuale, d’una opera omnia mi sembra giusto ma allo stesso tempo un poco crudele. Poi se Penna non se la sente al momento di occuparsene: è libero di non sentirsela.
.    Ecco un italiano veramente sgangherato. – che m’importa?
.    Né di me m’importa più, malgrado i gridi d’allarme, o di richiamo, è tutto veramente molto difficile benché abbastanza (credo) chiaro.
.    Questa lettera è privatissima spero, e da intendersi spero nel migliore dei modi possibili, se non nei migliori dei mondi!
.    auguri
.                                                                                                                   Amelia
.                                                                                                                 (Rosselli)

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[da: Amelia Rosselli, Lettere a Pasolini 1962-1969, a cura di Stefano Giovannuzzi, Genova, San Marco dei Giustiniani, 2008; pp. 57-59 e 67-70]

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Gli inceppi penniani nelle lettere di Amelia Rosselli a Pier Paolo Pasolini

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poesie1970La perdita di documenti è sempre una grave perdita, soprattutto se riguarda due tra le più interessanti figure del secondo Novecento italiano. Perciò, leggendo le lettere della Rosselli, possiamo solo avvici­narci a senso al contenuto delle perdute responsive di Pasolini. Racchiuse tra la stesura di Variazioni bel­liche e la stampa di Serie ospedaliera, come riporta Stefano Giovannuzzi, le lettere superstiti della Rosselli testimo­niano sette anni di intensa attività anche editoriale, non rivolta esclusivamente ai propri scritti. Anzi!
La lettera del 31 ottobre 1968 presenta la poeta quasi ossessionata dalla missione “Penna”, ovvero ri­mettere in circolazione le poesie del perugino che dopo la pubblicazione di Poesie nel 1957 parevano es­sere scomparse. Dichiara, nella seconda lettera riproposta, di cercare il libro da anni e di averlo avuto tra le mani in poche, rare occasioni. Il coin­volgimento di Pasolini non è casuale: Pasolini è in quegli anni un autore Garzanti e uno degli intellettuali più influenti nell’editoria. Ma soprattutto è a partire da Pasolini che la critica guarda alla poesia penniana con altri occhi, meno incantati dal fuorviante bagliore emanato dalla prima folgorante raccolta vecchia ormai di trent’anni.
Amelia Rosselli si mostra totalmente rapita da quella che appare come una vera e propria causa: ristam­pare le poesie di Penna, con Garzanti o con Mondadori, che sempre in questi anni mostra un certo in­teresse per Sandro Penna, fino a ventilare – stando a quanto scrive Rosselli – un’edizione omnia delle opere del perugino. È come spaventata dall’idea che su Penna possa cadere un immeritato silenzio; si muove perciò con eccessiva preoccupazione, evidentemente scossa dalla precaria salute del poeta, il quale – si sa – costruì la propria immagine tarda, e “anziana”, sulla malattia.
Il ritratto, rapido, che viene fuori di Penna da queste poche righe è impietoso da un lato, nobile dall’altro; impietoso perché aggiunge qualche tassello al noto ritratto che lo vede rinchiuso nella sua stanza, spesso a letto, semi indigente (per non dire del tutto), e in balia delle sue manie, delle sue ango­sce, e dedito a ‘tormentare’ gli amici con lunghe telefonate; nobile perché allo stesso tempo Penna man­tiene lucidamente alta la considerazione della propria opera poetica, vuole continuare a preservarla, a mantenere ostinatamente intatta quell’idea di sé eternamente giovane, idea che il “culto” fattone da Pa­solini ha comunque irrimediabilmente scalfito.
L’eventuale silenzio su Penna per Amelia Rosselli rappresenterebbe il fallimento della poesia, il punto più basso della crisi che coinvolgeva la poesia italiana in quegli anni, colpita dalle avanguardie (non di­mentichiamoci l’antologia di Sanguineti, il quale, non potendo escludere Penna, include la più in­deco­rosa delle scelte di sue poesie che mai sia stata proposta).
Amelia Rosselli perseguirà la sua causa anche a rapporti con Garzanti guastati, come scrive nella se­conda lettera. Manda sempre di più avanti Pasolini, e lo fa mostrando anche di avere, nel frattempo, fat­te ulteriormente sue alcune ossessioni di Penna, fino a conside­rarle del tutto veritiere; come quella che vorrebbe Bertolucci invidioso di un verso rapitogli e migliorato da Penna, e quindi regista di uno scritto eccessivamente critico di Giorgio Cusatelli sulla sua poesia. Del resto, e non è un dato secondario, le poche lettere salvatesi si aprono nel segno della malattia: nel 1962 la Rosselli era stata colpita da menin­gite e per questo ricoverata in una clinica (Villa Santa Rita) nell’autunno. Amelia confessa a Pasolini di soffrire di amnesie localizzate: non ricorda quanto successo nei mesi precedenti, al punto da non rico­noscere persone invece a lei note; ricorre all’aiuto degli amici per ricostruire la propria vita e i rapporti anche di lavoro, come quelli con l’editoria. Tra il 1962 e il 1967 si consumano i contrati con Garzanti per la pubblicazione di Serie ospedaliera: la Rosselli si considera una vittima dell’editore, malgrado abbia tenuto in ballo altri editori per la pubblicazione della raccolta. La tormenta però il dover aspettare lo scadere dell’opzione quinquennale che la vincola con Garzanti. Alla fine Serie ospedaliera uscirà nel 1969 per Il Saggiatore. Tutto ciò si ripercuote nella battaglia per Penna.
Eppure in qualche modo le parole di Amelia Rosselli dovettero raggiungere il segno, perché nella tarda prima­vera del 1970 Garzanti pubblicò Tutte le poesie di Sandro Penna, un volume che non solo rimetteva a tutti gli effetti in circolazione Poesie del 1957, ma aggiungeva un certo numero di inediti; fatto questo che fa capire che l’iniziale ritrosia, l’ostinata ritrosia di Penna a non voler aumentare il numero di suoi componimenti in circolazione, era venuta meno per qualche motivo. Penna in qualche modo era sceso a patti con l’editore, aveva accettato la sua richiesta di dare alle stampe un volume più corposo del pre­cedente; aveva, forse, ceduto a quel ricatto editoriale fino ad allora lasciato come triste ipotesi nella chiusa della seconda lettera.
Bisogna anche tenere presente che l’anno seguente alla pubblicazione di Poesie, ossia il 1958, aveva visto fare la sua comparsa nelle librerie una nuova, allora, raccolta di poesie di Penna, Croce e delizia, pubbli­cata da Longanesi per interesse di Nico Naldini. Va da sé che Garzanti avrebbe accettato di ripubblicare un nuovo volume se il poeta avesse acconsentito a inserirvi anche quest’altra raccolta, nel frattempo di­ventata introvabile.
Come scrive Giovannuzzi, la Rosselli è «sbilanciata verso il silenzio» di Penna, dove con silenzio bisogna intendere la ferma volontà da parte di Penna di non volersi ritrovare complice di giochi tipici del lettera­to imborghesitosi. La Rosselli è perciò spaventata dall’idea di ritrovarsi nella stessa condizione di Penna: condannata al silenzio, a non scrivere più; ed è maggiormente spaventata in questo lasso di anni nei quali in realtà è tutta presa dalla stesura e organizzazione di due tra le più importanti sue raccolte di poesie, per le quali – tra l’altro – non sa decidersi da sola su quali testi inserire, finendo così per coin­volgere quanti più amici, conoscenti, consulenti le riesce di coinvolgere. E nella ridda dei nomi (Vittori­ni, Bertolucci, Naldini, Citati, per ricordarne alcuni) emerge chiaramente che l’unico che sembra davve­ro darle seguito, ascoltarla, sia Pasolini. Ed ecco perché proprio a lui rivolge queste perorazioni a favore di Penna, perché sa che Pasolini capisce il reale motivo di questo suo voler trarre fuori dal silenzio la poesia di Penna: perché è il suo bisogno di essere tratta fuori dalla paura del silenzio che giusto un anno dopo, nello scritto di Pasolini intitolato Sandro Penna, e pubblicato nell’«Unità» del 1° luglio 1970 come recen­sione a Tutte le poesie, accomunerà Penna a Pavese nel segno del «suicidio sociale». C’è una sorta di iden­tificazione in Penna da parte della Rosselli, sia nella prostrazione per la malattia, sia nella condizio­ne del poeta ridotto al silenzio per il disinteresse dell’editore.
Di tutto questo Pasolini è lo spettatore-confidente. Si avverte perciò come grave la mancanza delle let­tere sue alla Rosselli, perché forse capiremmo come poi si è giunti alla pubblicazione di Tutte le poesie proprio per Garzanti, e anche a una distensione dei rapporti tra la Rosselli e l’editore, dato che nel 1976 pubblicherà Documento.

© Fabio Michieli

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“Voce di donna, voce di Goliarda Sapienza”: l’8 marzo a Padova

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Martedì 8 marzo 2016, ore 20.00

Lìbrati. La Libreria delle donne di Padova

Via San Gregorio Barbarigo, 91

“Voce di donna, voce di Goliarda Sapienza. Un racconto”

Ideazione, realizzazione, interpretazione
Anna Toscano, Fabio Michieli, Alessandra Trevisan

Adattamento musicale
Alessandra Trevisan

Ingresso su prenotazione riservato ai soci dell’associazione “Virginia Woolf”

Sito web: http://www.libreriadelledonnepadova.it/event/voce-di-donna-voce-di-goliarda-sapienza/

Evento Facebook: https://www.facebook.com/events/569684879845567/

“Testimone della libertà femminile”, Goliarda Sapienza non è stata solo una grandissima scrittrice ma anche una donna straordinaria, eclettica, oltre l’anticonformismo.
L’Associazione Virginia Woolf, che ha sede presso Lìbrati, la libreria delle donne di Padova, dedicherà il suo 8 marzo a narrare la vicenda di una scrittrice italiana, attrice di teatro e di cinema che, con le sue scelte di donna e di autrice, ha impresso alla sua vita e alla sua scrittura un segno indelebile di autenticità e impegno.

(altro…)

Al diavolo, ovunque sia.

Marradi 23 01 1916

Se dentro una settimana non avrò ricevuto il manoscritto e le altre carte che vi consegnai tre anni sono, verrò a Firenze con un buon coltello e mi farò giustizia dovunque vi troverò.

Dino Campana

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Dino Campana, Al diavolo con le mie gambe, L’orma 2015

La raccolta di lettere di Dino Campana che Chiara di Domenico ci presenta nel volumetto Al diavolo con le mie gambe,  inserito nella collana “I pacchetti” di Orma Editore, offre un ritratto del poeta che rende nuovamente giustizia al guastafeste che cento anni fa comparve come un fulmine nel ciel sereno di una Firenze abbottonata e culturalmente bigotta per esplodere poi, postumo ma necessario e fondamentale nel dibattito culturale degli anni successivi alla sua morte. Gli episodi legati al rapporto con Sibilla Aleramo e le leggende associate alla sparizione del manoscritto originario rischiavano di delimitare la sua poetica e la carica culturale nei confini di una figura problematica, di passaggio: il paesanotto, il violento, il vagabondo, l’esiliato, la macchietta destinata a scomparire entro breve nella sua stessa incostanza.  Il Dino Campana che emerge da questa selezione è sì una figura tormentata, incostante ai limiti dell’incoerenza all’interno delle stesse poche righe, ma le cui argomentazioni, le riflessioni, la volontà di ricerca e di espressione, appaiono dolorosamente e consapevolmente schiacciate tra  la coscienza spesso sarcastica di essere perennemente in fuga da prigioni (la Marradi natia, il liceo di Faenza, l’ambiente culturale fiorentino, la terapia e l’internamento definitivo)  e il muro di gomma della compassione se non della derisione. La consapevolezza dolorosa emerge, riga dopo riga, data dopo data, ma non dà mai adito alla disperazione e alla rassegnazione; è una lotta fino alla fine quella che avrebbe volontariamente potuto consegnare al diavolo Campana, una lotta sedata dalla trappola sociale più violentemente banale; l’internamento, la reclusione fino allo spegnimento e la morte. Campana e la sua voce si fermano, si dissolvono e allora oggi anche io, non molto distante da Marradi, mi fermo qui, non perché la fine è nota o perché di Campana si è detto già troppo. Mi fermo qui perché Chiara di Domenico ha ridato parola al ragazzo mugellano che ha stravolto la poesia italiana del dopoguerra e oggi, centenario di quella dichiarazione di guerra a Giovanni Papini e a tutto il nulla che rappresentava è doveroso ascoltarla e ripeterla ad alta voce. Vi lascio però solo una suggestione. Se siete di passaggio per la stazione di Firenze Santa Maria Novella e avete qualche minuto di tempo per osservarla nella sua struttura architettonica e proprio non masticate la storia dell’architettura dovreste soffermarvi all’interno del salone delle biglietterie e dare un’occhiata all’installazione che presenta un interessante sunto della storia di ciò che ancora oggi resta un caposaldo dell’architettura italiana. Leggete bene la parte relativa alle polemiche verso il progetto e scorrete l’elenco dei nomi degli “intellettuali” fiorentini che si opponevano alle dirompenti novità architettoniche proposte dal “Gruppo Toscano”, vincitore del concorso progettuale e guidato dal professor Michelucci. Siamo nel 1933, Dino Campana è morto da un anno e lo stesso ambiente che lo aveva isolato, ancora recidivo e becero,  comincia appena a dissolversi nella sua scarsa lungimiranza.

© Jacopo Ninni

Vittorio Sereni. Discorso di Capo d’Anno (1939)

Vittorio Sereni

Vittorio Sereni

Discorso di Capo d’Anno (1939)*

.  Mi è insopportabile il Capo d’Anno a casa: e proprio per la ragione contraria a quella per cui tutti emigrano, per l’impossibilità di considerare questo come un giorno qualunque. Per­ché in città ve lo fanno passare come una specie d’obbligo di non battere a nessuna porta, di non varcare nemmeno quelle dei caffè, che la sera restano chiusi. Così meglio fare come gli altri, andar via. Perché di tutti noi le feste sono affidate a un calendario segreto, se non a dirittura fortuito.
.  E lo sapete voi, che siete i miei amici, cioè quelli che io ho incontrati per il più felice caso, di un incontro che avvenne senza indizi e premeditazioni: voi che su cento interessi ne avevate almeno novantanove diversi dai miei e lieti nella mia vita per quell’uno e per quell’uno con­tinuate a restarci. Voi che non siete incondizionatamente e sempre intelligenti e sensibili, che andate nei caffè che io non frequento e non venite in quelli da me frequentati, con cui è pos­sibile parlare d’un libro come dei propri casi, voi che mi promettete d’avere una vita, troppo superiore all’espressione che mi capita di tentarne, perché gli altri vi cerchino e guardino a voi con curiosità o interesse.
.  Accadde, a volte, in questi anni passati, di meditare qualche gran baldoria in cui ci si dovesse trovare tutti quanti uniti e ciascuno con una parte concreta da svolgere su un terreno che la circostanza dell’unione avrebbe resa ideale.
.  Ahimè, questa inveterata abitudine di precorrere i tempi secondo una suggestiva e sperata immagine del futuro o un’avida volontà di ricreare il passato.
.  Era, in tutto questo, un desiderio di scoprire la più intima città, di suscitare un ambiente du­raturo per la nostra più libera azione; e si pensava a certe colazioni sotto le pergole fiorite della periferia, nel punto dove le strade subentrano ai corsi e i ponti varcano ogni groviglio di binari cittadini verso la campagna lombarda.
.  Non se n’è mai fatto niente e nemmeno si sarebbe potuto. O talvolta ero proprio io, che pure più d’ogni altro avevo caldeggiato tali progetti, a mandar nell’aria tutto, per un qualsiasi im­previsto o un prematuro senso di sazietà, perduto come ero dietro troppo personali immagi­nazioni e disegni. Ma le stazioni sono passate alla memoria materiale di quanto s’era sognato e alla fine non s’era compiuto, in una strana e consolante fusione della loro effettiva sostanza con tutto ciò che prima le aveva dentro di noi raffigurate. Così, con la nostra vita, quanti fatti nostri reclamano l’eternità per tutti i luoghi per dove siamo passati o che appena abbiamo sfiorato, quando nei nostri colloqui più accesi cadevano nomi di piazze e di strade.
.  O erano, nel combinare un numero telefonico, quegli istanti di sospensione che precedono il richiamo, nel silenzio e nel buio del ricevitore, questi infiniti punti in cui si raccoglie la pro­fonda vita dello spazio, a dare il senso d’una finestra che stesse per aprirsi sul dolce sob­borgo primaverile dove abitava uno di noi e tutta l’angoscia di non poter essere lì material­mente in quel momento; che ora rendono più densa e sapida la trama dei nostri giorni.
.  Accadde in altri casi – mai però quando si sarebbe voluto – di vedervi davvero riuniti tutti quanti e di scoprirvi nel riso e nella leggiera eccitazione di quando si fa festa, il vostro volto estremo, quella della più profonda consuetudine, che balena assenze, che ci riporta sulle orme dei morti. E di perdere poi le vostre parole, a distanza, come su uno schermo rimasto senza voci. E quel silenzio di doloroso stupore che tiene dietro al trambusto sorto per uno che s’è buttato a capofitto.
.  Ma come vive, dopo, in qualche ora di grazia, come diventa tenero questo silenzio. Tutti allora siete presenti, amici miei, nell’imitazione di quell’ideale convito che non riusciremo mai a combinare da vivi. Perché è chiaro che solo nella morte ci riuniremo; che anzi è esso stesso una delle pallide immaginazioni che della morte ci facciamo.
.  Quali parole, in tali momenti, sembra di poter pronunciare, con voi vicini. Come nella neve di questi giorni. Della quale verrebbe voglia di parlare se già non la portassero via.
.  Ma sul cadere di quest’anno mi concedo un augurio, per gratitudine a tutti voi: che queste parole si aprano, sulla vostra ideale presenza, non troppo lontane da quelle che nella nostra impossibile riunione si direbbero.

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* Vittorio Sereni, Discorso di Capo d’Anno, «Campo di Marte», a. I-II, nn. 10-01, 1 gennaio 1939, p. 6. Ora in Gian Antonio Manzi, Lettere a Carlo Bo e scritti di letteratura. A cura di Matteo Mario Vecchio. Con due testi di Carlo Bo e di Vittorio Sereni, Firenze, Le Cáriti Editore, 2014 [ma gennaio 2015], pp. 173-75.