Davide Zizza

Bustine di zucchero #9: Attilio Zanichelli

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

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«Attilio Zanichelli è nato a Parma nel 1931 dove vive tuttora. Da Guanda ha pubblicato una raccolta di poesie Giù fino al cielo (1973).» – così recita la quarta di copertina della bianca Einaudi di Una cosa sublime (1982). Nel 1980 uscirono i testi di Orsa minore, sempre per Einaudi, in Nuovi poeti italiani 1. La raccolta Una cosa sublime riporta alcuni testi di Orsa minore, fa notare Danilo Mandolini, leggermente modificati rispetto alla precedente silloge. Il poeta venne a mancare prematuramente nel 1994. Zanichelli fu amico di Fortini, cui è dedicata una poesia («Brulle ossa senza nome/ calati nella festa siamo noi/ a sparire nel buco della storia» A Franco Fortini, p. 28). Fra l’autore del Foglio di via e Zanichelli è possibile riscontrare delle affinità, fra cui un’idea di poesia vicina alla vita quotidiana («[…] ma non è fuga/ dalla vita la poesia che arde nella tua anima!», Poesia, p. 11) e una riflessione sulla condizione umana, rappresentata dalla figura dell’operaio (il poeta parmigiano lavorò per anni come meccanico alla Bormioli: «Chi ha paura di essere chiamato al destino/ di ogni giorno come io operaio alla Bormioli/ Rocco e figli che vanta al capitalismo un secolo/ di lacrime?», Fabbrica, p. 32). Zanichelli provò a rispondere all’umana disperazione con la poesia, chiamata da lui cosa, e lo fa tessendo una riflessione metapoetica perché è la «cosa più temibile perché non si vede/ non è più che un segno sulla carta, l’ombra/ della vita». I versi come ombra della vita e che quindi la seguono da dietro le spalle. L’amore per la poesia è spesso richiamato nella raccolta (Poesia, Una cosa chiamata poesia, Una cosa sublime), scende in profondità reiterandone l’alto grado di bellezza. Non è un caso che il titolo della raccolta riprenda il titolo della sezione finale del libro ripreso, a sua volta, dal titolo della poesia all’interno dell’omonima sezione. Come scatole cinesi, quest’adorazione per la “cosa sublime” si moltiplica nell’intento di rimarcare un messaggio, per cui scrivere poesia è la soglia, l’ingresso da cui iniziare per comprendere, nonostante la sua inafferrabilità e il suo dolore, la vita.

Bibliografia in bustina
A. Zanichelli, Una cosa sublime, Torino, Einaudi, 1982, p. 11.
D. Mandolini, Del vivere come in fuga dalla vita. Sulla poesia di Attilio Zanichelli. Il breve saggio è consultabile a questo link.
L. Ariano, Attilio Zanichelli. La nota critica è consultabile a questo link.

Bustine di zucchero #8: Costantino Kavafis

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

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L’immagine della finestra ha attraversato le più svariate espressioni poetiche, assumendo in tal modo simboli e metafore; espressioni che identificano in essa un emblema che rimanda a una dimensione interna all’uomo. La finestra diventa il nostro sguardo che si affaccia verso l’esterno così come verso l’interno. In poesia non viene quindi relegata a mera oggettualità, ma si conquista uno spazio metafisico nella fenomenologia delle immagini. Lungi dal cercare forzosamente delle corrispondenze (ogni poeta ha la sua finestra o un’idea di questa), sembra prevalere nel suo simbolo una riflessione comune di natura introspettiva; nella poesia Il balcone di Montale, diviene metafora della memoria («La vita che dà barlumi/è quella che tu scorgi./A lei ti sporgi da questa/finestra che non s’illumina»); nei versi de L’addio di Hikmet, una finestra che si è chiusa allude alla fine di un amore («La donna ha taciuto/si sono baciati/un libro è caduto sul pavimento/una finestra si è chiusa.// È così che si sono lasciati»). (altro…)

Bustine di zucchero #5: Yosa Buson

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

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È noto come l’haiku abbia avuto una considerevole diffusione anche fuori dalla tradizione orientale (per citare alcuni scrittori e poeti, basteranno i nomi di Borges, Kerouac e, in Italia, Sanguineti e Zanzotto). È forse una delle scommesse poetiche più affascinanti poiché il vissuto del poeta, l’esperienza di una visione, anche un’immagine, un fregio, la sola osservazione di un accadimento, sono restituiti nella brevità della scrittura con forte capacità evocativa e con particolare intensità.
L’haiku di Yosa Buson segna un trasferimento di sensazione, molto diretto, dalla sfera tattile e fisica a quella psichica e dolorosa, quindi da un senso esterno e materiale a quello più intimo che, in questo caso, genera sofferenza. Il poeta vedovo (testimone l’oggetto), aggirandosi per la stanza pesta il pettine «che fu» della moglie e subito sente un morso nella carne; una corrispondenza, questa, che si esprime in un passaggio d’immediata intuizione emotiva. Questo haiku dimostra come una poesia non possa prescindere dall’incarnarsi in qualcosa, come non possa restare nel dominio di una mera riflessione intellettuale o di uno stato ascetico. Se da una parte un componimento come l’haiku raggiunge un’illuminazione, al pari dello zen, dall’altra non dichiara la sua estraneità alla vita, anzi ne insegue le aspirazioni, i desideri, la sete. Ecco che i diversi momenti dell’essere – per esempio lo slancio spirituale e gli stati emotivi – sono votati insieme a «cogliere il respiro di questo mondo, e proiettarlo in una dimensione senza tempo». Nel grande scenario che è la vita, si cattura il gesto minuscolo, infinitesimale, quello che lascia il segno. Un segno profondo e puro.

 

Bibliografa in bustina
AA.VV., Haiku. Il fiore della poesia giapponese da Basho all’Ottocento, Milano, Mondadori, 1998 (a cura di E. Dal Pra, Introduzione pp. V-XII), p. 141.
AA.VV., 106 haiku, Milano, Mondadori, 1999 (a cura di E. Dal Pra), p. 72.

Bustine di zucchero #4: Raymond Carver

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

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Nella poesia Il puma Raymond Carver racconta, durante un salotto con amici, il suo incontro inatteso con l’animale in un giorno di caccia. Lo scrittore, sbracciandosi, sotto l’influsso di questo vivido ricordo, scrive che l’animale «scivolò fuori dalla boscaglia» e lui resta colpito dalla sua bellezza; il puma salta su un sasso, si gira, guarda Carver, che a sua volta ricambia lo sguardo, e poi fugge via. L’uomo e l’animale si sono osservati, seppure per un attimo, ma tanto è bastato per essersi riconosciuti come due esseri diversi, ospiti dello stesso mondo. Si colgono, in questo fotogramma finale, lo stupore di Carver e la fierezza dell’animale. Per analogia i versi de Il puma ricordano un altro incontro descritto da D.H. Lawrence nella sua poesia Serpente (Snake). Il poeta inglese, in una calda mattina di luglio a Taormina, vestito in pigiama si reca a bere al suo trogolo, ma trova un serpente che, strisciato fuori da una crepa, vi si sta già abbeverando. Lawrence resta affascinato, ipnotizzato dalla calma dignità del rettile che sembra affermare la priorità sull’uomo; Lawrence si descrive proprio come «un secondo venuto». Il serpente, dopo aver bevuto, alza la testa, lo guarda, e di nuovo torna a bere. Se da una parte il poeta avverte un sentimento di meraviglia nel vederlo lì, al trogolo, come un ospite quieto e sereno, dall’altra «la voce della cultura» gli suggerisce di ucciderlo. Mentre il serpente si sta ritirando nella crepa da dove è venuto, Lawrence gli scaglia dietro un ceppo, senza colpirlo, ma subito si pente del gesto meschino, ripensando allora quanto accadde all’albatros nella famosa ballata dell’antico marinaio. Pertanto un incontro memorabile dai diversi effetti: nella Ballata il marinaio di Coleridge colpisce l’albatros, uccidendolo; in Serpente Lawrence tenta di colpire il rettile per poi sentire rimorso di quel gesto; infine Carver, incantato dal puma, si dimentica di sparare. Tre appuntamenti mancati, finiti male o vissuti fugacemente con i «signori della vita». Ecco una delle finalità della poesia, ovverosia ritrovare intatto, nello stupore e nel ricordo, un evento vissuto nella sua unicità.

Bibliografia in bustina
R. Carver, Voi non sapete cos’è l’amore, Roma, minimum fax, 2000; ora in R. Carver, Orientarsi con le stelle, Roma, minimum fax, 2000, rist. 2016 (a cura di W.L. Stull), p. 106.
D.H. Lawrence, Poesie, Milano, Mondadori, 1987 (a cura di G. Conte), p. 66.
S.T. Coleridge, La ballata del vecchio marinaio, Milano, Mondadori, 1987, rist. 2009 (a cura di F. Buffoni), p. 42.

Bustine di zucchero #3: Attilio Bertolucci

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

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C’è una chiarezza pittorica nei versi di Attilio Bertolucci che sembrano ricordare Marzo, la poesia di Giorgio Caproni che apre la raccolta Come un’allegoria: «Dopo la pioggia la terra/ è un frutto appena sbucciato.// Il fiato del fieno bagnato/ è più acre – ma ride il sole/ bianco sui prati di marzo/ a una fanciulla che apre la finestra». Scopriamo una parola in comune nei versi dei due poeti, ed è ‘fiato’, con la differenza che per Bertolucci è il «fiato nebbioso dell’aria», per Caproni quello «del fieno bagnato», riconducibile alla terra, ma comunque un fiato diventato umido grazie alla pioggia, (notevole, nel caso di Caproni, l’allitterazione che fiato stabilisce con fieno e ‘bagnato’). Troviamo, inoltre, le figure della ragazza e della fanciulla, colte in due azioni diverse; nei versi di Bertolucci è la ragazza attardata, in corsa, in quelli di Caproni è una fanciulla nell’atto di aprire la finestra, quindi due attimi o movimenti, due differenti dinamicità capaci di conferire ancora più delicatezza al dipinto che intendono restituire. Certi poeti hanno il dono di scrivere versi ariosi, recitativi, lievi e profondi insieme, discreti e intimi, così com’è la loro vocazione a osservare la vita, lieve e profonda, discreta e intima. Quest’osservazione si traduce, in Bertolucci, in una spinta a narrare, rubando i fotogrammi di una giornata o di un luogo (la giornata, il luogo a volte inosservati, spogli di qualsiasi gesto significativo o tangibile). L’arte di vedere si sedimenta in uno stato meditativo e meravigliato e reca in sé un sentimento di amorevole corrispondenza verso la realtà cui il poeta stesso è legato (Parma nel nostro caso). Al poeta non sfuggono le caratteristiche delle persone e dei luoghi, diventano anzi terreno florido della sua riflessione. La poetica di Bertolucci, nel destare in poesia un presentimento di fatti e cose in procinto di accadere, partendo dalla realtà a lui più vicina, insegue, rincorre, afferra un guizzo, una rievocazione, un luogo remoto e tuttavia collettivo, un luogo serbato in ognuno di noi.

Bibliografia in bustina
A. Bertolucci, Lettera da casa, 1951; ora in A. Bertolucci, Le poesie, Milano, Garzanti, 1990 (2014), p.129.
G. Caproni, Come un’allegoria, Genova, Degli Orfini, 1936; ora in G. Caproni, Tutte le poesie, Milano, Garzanti, 1983, p.13.

Bustine di zucchero #1: Eugenio Montale

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

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Credo che una delle letture più profonde di questi versi sia stata data da Italo Calvino in un suo articolo, poi confluito nel libro Perché leggere i classici. Poiché la natura non ci ha dato un occhio sulla nuca – osserva Calvino – per vedere la simmetria del mondo alle nostre spalle, dobbiamo voltarci per scrutarlo. Siamo davvero sicuri di cosa vedremo dietro le spalle? Riusciremo a cogliere la sostanza del mondo o sarà un’illusione? Montale si volta in uno scatto e vede il «miracolo»: il nulla, il vuoto che il poeta, camminando «tra gli uomini che non si voltano», mantiene come un segreto perché è riuscito a vedere qualcosa, una «zona d’inconoscibilità». Per chiarire il gesto, Calvino si richiama a Borges, per la precisione al racconto Fauna degli Stati Uniti, presente nel libro Manuale di zoologia fantastica (in seguito diventerà Il libro degli esseri immaginari). C’è una creatura mitologica che vive negli accampamenti dei boscaioli del Wisconsin, chiamata hide-behind, un animale che divora i taglialegna e sta sempre dietro qualcosa, per cui gli uomini se lo ritrovano alle spalle. Per quanto uno si volti, non si riesce mai a scoprirlo perché l’hide-behind è più rapido a spostarsi e a stargli sempre dietro. Pertanto nessuno sa com’è fatto. Nella lettura di Calvino, Montale è stato così rapido da voltarsi e scoprire l’hide-behind, il nulla, il non-mondo che la conoscenza sensibile non riesce a percepire. Alla poesia è invece dato, attraverso un movimento di parole, di girarsi per sbirciare in un punto inconoscibile di un’altra realtà (o una non-realtà) e, pertanto, di cogliere non solo la verità di quanto ci sta intorno, ma anche di ciò che è alle nostre spalle.

Bibliografia in bustina
E. Montale, Ossi di seppia, Torino, Gobetti, 1925; ora in E. Montale, Tutte le poesie, Milano, Mondadori, 1984, p. 42.
I. Calvino, Eugenio Montale (Forse un mattino andando), apparso sul Corriere della sera, 12 ottobre 1976, di seguito inserito in AA.VV., Letture montaliane in occasione dell’80° compleanno del Poeta, Bozzi, Genova, 1977; l’articolo confluirà poi in I. Calvino, Perché leggere i classici, (a cura di E. Calvino), Milano, Mondadori, 1995, p. 229-239.
J.L. Borges, Manuale di zoologia fantastica, Torino, Einaudi, 1962 (1979), p. 72.

 

«Come amo questi suoni». Appunti di una riflessione sull’architettura dell’esilio in Iosif Brodskij

Brodskij

«Ma la sonatina delle macchine per scrivere
non è che l’ombra di quella musica potente»
Osip Mandel’štam

 

Per lo slavista – ma potremmo dire anche per il lettore non specialista – Iosif Brodskij (1940-1996) è stato uno dei più grandi poeti russi contemporanei e tale è stato dal momento in cui scrisse poesie che cominciarono a diffondersi negli ambienti patri, sebbene sotto spoglie apocrife, anonime. Conviene qui tracciare una differenza: per lo specialista accedere all’opera del poeta sin dalle origini (fermo restando la reperibilità dei testi, punto di partenza per un’adeguata ricerca filologico-letteraria), la sua ricerca e la sua competenza gli permettono, tenendo conto delle effettive difficoltà che questo comporta, di giungere alla voce scritta del poeta. Il non-esperto, l’estimatore che non abbia ancora gustato la diretta ricchezza della lingua russa, lo conosce in traduzione. Di certo la limitazione sta lì, nella parziale carezza a dei versi che sussurrano al nostro orecchio in una lingua a noi misteriosa, ma la traduzione riguadagna il suo valore determinante di trasferire, laddove la lingua di arrivo lo permetta, un anàlogon dell’originale. In Italia, come sappiamo, Brodskij comincia a esser noto al lettore con le edizioni Adelphi a partire dal 1986, nonostante alcune sue poesie fossero già apparse sulla rivista La primavera di Mosca (Jaca Book, 1979).[1] Le Poesie curate da G. Buttafava, la prima raccolta edita in Italia, recano una data precisa (1972-1985) che ci permette di spostare cronologicamente il terminus a quo per rilevare del poeta, se non le origini, almeno un periodo più preciso della sua vita.

 

L’esilio

Incontriamo Iosif Brodskij in un momento di passaggio, dalla primavera del 1972 in poi, l’anno del suo esilio dalla patria russa per giungere negli Stati Uniti che nel 1977 gli daranno la cittadinanza americana, il nome naturalizzato in Joseph Brodsky. Cominciamo a conoscerlo in modo più approfondito durante il transito che dalla Liteinij Prospekt 24, da dove poteva osservare il fiume Neva – il fiume cantato da Tjutčev («Guardavo dalle rive della Neva | rilucere la cupola dorata | là del gigante Sant’Isacco | nel buio della fredda nebbia», «sulla pensosa Neva solo | si versa lo splendore della luna») – lo condusse al 44 di Morton Street a New York. Se è vero che omnia mea mecum porto ricorda un detto antico, «tutto ciò che di buono ho, lo porto con me», all’epoca Brodskij portò con sé la dignità e la lingua.[2] Leggiamo un poeta già maturo, un poeta collocato in un determinato momento storico, nel vivo di una vicenda non solo soggettiva ma universale: lo leggiamo quindi in medias res. Per riprendere dalla prefazione di Buttafava, nel 1972 il poeta «lascia dietro di sé puzza di bruciato», come troviamo nei versi di Ninnananna di Cape Cod:

Come l’onnipossente Scià tradire può
le mogli innumeri dell’harem solo con un altro harem,
io ho cambiato impero. E questo passo fu
dettato dal fatto che – dio ne scampi –
veniva puzza di bruciato da quattro, anzi cinque parti,
dal punto di vista del corvo.

(Ninnananna di Cape Cod, II, p. 85)

Furono quegli incendi che costrinsero il poeta a prendere l’abito dell’esule. Grazie anche a documenti pubblicati solo qualche anno fa il lettore, insieme a questa poesia musicale e precisa, riesce meglio a comprendere cosa passò il poeta Brodskij, facendo un salto indietro nel tempo per scoprire degli antefatti che descrivono il regime dittatoriale di paesi come la Russia. Fra questi, nel 1964, un processo contro Brodskij lo accusò di «parassitismo sociale».[3] Troviamo tutti gli ingredienti per un capo d’imputazione pronto e confezionato: Brodskij dal 1956 cambiò lavoro per tredici volte, non dimostrò senso patriottico e soprattutto era un poeta. Al potere non piace la poesia perché è musicale e la musica conduce alla libertà, allora il potere non può concedere al poeta il lusso della scrittura perché il poeta spinge l’uomo alla libertà, una libertà che si prefigura come accusa a un regime. Di scrittori esuli la storia ne ha generati e ancora, ahinoi, ne genera, ognuno con un’idea di esilio sfaccettata, eppure credo tutte riconducibili a un’unica condizione: l’esilio non è solo fisico ma anche interiore. La ricerca di un senso, di un significato al suo esilio, è per uno scrittore o poeta «quasi invariabilmente la causa del suo esilio».[4] Brodskij ci ricorda che «[…] se c’è qualcosa di buono nell’esilio è che insegna l’umiltà. Si può perfino arrivare a dire che quella dell’esilio è la più alta lezione di umiltà, la lezione definitiva. Ed è tanto più preziosa per uno scrittore quanto gli apre la più ampia prospettiva possibile. […] Ammaina la tua vanità, dice l’esilio, non sei che un granello di sabbia nel deserto. Non ti confrontare con gli altri uomini di penna, ma con l’infinità umana: la quale è amara e triste più o meno quanto quella non umana. È questo che deve suggerirti le parole, non già la tua invidia, non già la tua ambizione.»[5] (altro…)

Davide Zizza, Ruah

 

Davide Zizza, Ruah. Prefazione di Enrico Testa, Edizioni Ensemble 2016

Ruah, psyché, respiro e alito, soffio vitale, Atem e Hauch: in principio, bereshit, era il soffio. Quello spirito «che aleggiava sulle acque» è percepito, raccolto e trasmesso da Davide Zizza in Ruah, e giunge, così, ai sensi destati alla parola.
«In principio fu il verso»: la solennità dello slancio, l’ardire del paragone offrono il braccio, nello stesso componimento dall’inizio tanto affermativo da sembrare perentorio, alla volontà di farsi da parte «per fare spazio», alla decisione di ritirarsi per vivere nel soffio divino.
Ruah, come ricorda Enrico Testa nella prefazione, è parola ebraica che racchiude più significati: soffio, vento, respiro, spirito. È spirito, aggiungo in riferimento alla raccolta di Davide Zizza,  che induce a cantare lodi anche nel tempo del dolore, e del dolore straziante, a cogliere il respiro e, come scriveva Paul Celan, anche la Atemwende, la svolta del respiro: «Dichtung: das kann eine Atemwende bedeuten» – così Celan, vale a dire: «Poesia: questo può significare una svolta del respiro».
Sul legame profondo tra respiro e poesia interviene, già dall’epigrafe e sempre dall’area di lingua tedesca, Rilke dei Sonetti a Orfeo: Respiro, tu invisibile poesia! (Atmen, du unsichtbares Gedicht!), a rendere ancora più chiara l’apertura a più costellazioni, a più dimensioni, a più universi disegnati da parole-luoghi (dal testo del componimento rilkiano di cui è riportato il primo verso: “spazio del mondo”, “contrappeso” “onda unica”, “mare crescente”, “venti”, “aria”. “curvatura e foglio delle parole”).
Cercare e ricostruire la parola (proprio come fa chi legge la Torah, qui evocata sin dal titolo della raccolta; ricostruire, quindi, come chi sempre interpreta), è impresa che può sfiancare, spezzare il respiro, annullarlo, perfino, in apnee nelle quali si affronta il rischio fatale, vale a dire che esso ricada nell’afasia, oppure nella mendacità o , ancora, nella totale insufficienza della parola del poeta-interprete.
E dunque, dopo In Principio e Ruah, è La chute, la terza delle cinque sezioni della raccolta (le altre due portano rispettivamente i nomi Calda stagione e Metapoetica), a farsi incontro a chi legge. La caduta – non solo cacciata dall’Eden, ma discesa agli inferi – diventa qui, tuttavia, occasione di scoperta, di conquista di una ‘visione dal basso’ che si pone come complementare alla tensione verso l’infinito.
Nonostante il rischio fatale, che si corre con consapevolezza e non con insensata temerarietà, c’è una tenacia della ricerca che non si ferma dinanzi ai battenti del mistero. Chi legge percepisce il frutto di questa provata tenacia.
Respiro e pausa e svolta si manifestano, con particolare risalto, nell’arte spirituale per eccellenza, la musica, che in Ruah oltrepassa ampiamente, in diversi componimenti, il semplice ruolo di sfondo e di cornice (La musica del BereshitChopin, l’insetto e Einstein; Pasqua; Winter Sunday). La musica detta il ritmo, invece, suggerisce la cadenza, imprime ‘il’ soffio della creazione e, allo stesso tempo, orchestra la testimonianza di fedeltà a un altro mistero, quello dell’umano: «Non svelare l’umano, accennalo./ Non tradire l’umano, accarezzalo./ Affascinalo. Amalo.» (Fascinazione).

© Anna Maria Curci

 

«In principio fu il verso»,
il respiro creatore, il ritirarsi di Dio
alle sponde dell’infinito.
Farsi da parte per fare spazio.
Così se ti osservo e respiro il tuo nome,
così senza prendere spazio
mi ritiro per vivere nel tuo soffio.

 

La musica del Bereshit

Prima fu silenzio. Il tempo non scandiva nessun ragtime umano.
Non c’era la nota che dava l’attacco per il concerto.

C’era solo un principio senza violino. Senza pianoforte.
Senza shofar. Era solo un caotico silenzio: di morte.

Poi un soffio. Un lungo soffio portò l’amore.
Una lunga nota profumata portò l’ordine e la chiara geometria.

Il canto degli alberi e dei campi allietò il cuore.
Cominciò ad esistere dal nulla lo spartito. Il decagramma.

Tutto fu. Nella musica della Creazione.

(altro…)

Peter Handke, Canto alla durata

Peter Handke, Canto alla durata. Traduzione e postfazione di Hans Kitzmüller, Einaudi 2016 (ultima edizione), € 10,00, ebook € 6,99

 

Nella vastità che ritorna

Nel Canto alla durata di Peter Handke sospensione e riconoscimento diventano condizioni importanti per chi fa esperienza del sentimento della durata. Ma cos’è di preciso la durata e com’è possibile percepirla, comprenderla, viverla, come insomma averne sentimento? L’autore riversa nel poema una ricerca serrata la cui finalità è tanto la definizione, o meglio la scoperta della durata nei meandri più nascosti del quotidiano, quanto la conservazione della sua dimensione più viva e interna e per fare ciò elegge la poesia come la più appropriata perché «la durata induce alla poesia», la richiama, la evoca. Da ciò si intuisce che la durata non è un tempo o un intervallo misurabile: essa si realizza quale esperienza rivelatrice, un’epifania a tutti gli effetti. Per dirla con un ossimoro è un lampo duraturo e tale si riproporrà nella vita interiore di una persona; a distanza di anni, luoghi, sensazioni, questo flash della consapevolezza non si limiterà a ricondurre una mera suggestione o percezione, anzi la porterà “aldilà” della sua temporalità. Il Canto è perciò un poema dei luoghi e dei momenti cui si lega l’esperienza personale dell’autore (il lago di Griffen in Carinzia, l’incrocio di Porte d’Auteuil a Parigi e, in particolare, una piccola radura del bosco di Clamart e Meudon, alla periferia di Parigi), qui richiamati non in una sequela di posti collegati ad aneddoti occasionali, ma come luoghi interiori che contribuiscono al sentimento della durata, per Handke «il più alto di tutti i sentimenti» (Hans Kitzmüller).

Nonostante il risvolto filosofico del poema, l’autore stesso fa sottintendere che non è facile avvicinarsi all’essenza della durata. Ne capta le spie, sente il suo realizzarsi nell’attimo, sotto il segno di una rivelazione pura Handke mette su un impianto teorico attraverso il canto accompagnato da una vibrante commozione. Il tentativo dell’ineffabile trova una consonanza con Sant’Agostino e la  sua definizione di tempo («Che cos’è dunque il tempo? Se nessuno me ne chiede, lo so bene; ma se volessi  darne spiegazione a chi me ne chiede, non lo so» leggiamo nel passo delle Confessioni). Il paragone non vuole spingersi oltre la similitudine, tuttavia sia Sant’Agostino sia Handke sviluppano due concezioni correlate e interdipendenti, tempo e durata, entrambi parlano cioè di idee e stati d’animo che esondano le cui parole non riescono a contenerli proprio per il senso di vastità capace di disorientare, eppure queste parole gettano segnali illuminanti e significativi.

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Rewiring the brain! Il cervello rimodellato dalla lettura

proust e il calamaro  

Maryanne Wolf, Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge (V&P, 2009)


Ogni progresso viene dalla lettura e dalla meditazione.
Le cose che non sappiamo le impariamo leggendo.
Le cose che abbiamo imparato le conserviamo meditando.
 
Antica sentenza

 

Sostenere che il cervello sia (o resti) uno dei più grandi e affascinanti misteri dell’essere umano torna riduttivo e di certo non porta lontano. Ritorna però utile ricordare che il cervello si organizza in un cablaggio molto più ampio di Internet e dialoga con sé stesso ad una velocità impressionante. La complessità delle reti del cervello si compone di «trillions of connections among billions of brain cells», migliaia di miliardi di connessioni tra miliardi di cellule nervose (T. Delbruck, T. Sejnowski, 2012): Internet ce l’abbiamo in testa! Quanto accade persino nella più semplice delle azioni svolte nel quotidiano ha davvero del sorprendente, se andiamo a scoprire il meccanismo delle attività mentali e intellettive che regola il nostro vivere in ambito chimico-biologico, psicologico ed emotivo. La scienza interessata a comprendere e fissare i termini di questa struttura e la dinamica delle attività cerebrali ha un nome dal dittongo sinuoso e creativo, neuroscienze, ed è tanto creativo quanto scientifico allorché ricercatori e specialisti scoprono l’estensione e il rinnovamento delle connessioni che presiedono allo scambio di messaggi fra neuroni. Conoscere la mappa del nostro cervello aiuta a conoscere qualcosa di noi stessi, delle reazioni interne da cui derivano sentimenti e comportamenti. La mappa del cervello, però, è in perenne mutamento. Non è lo stesso del giorno prima perché i collegamenti fra neuroni «si modificano continuamente nel corso nella nostra vita, trasformandosi e trasformandoci sulle base delle nostre esperienze […] il cervello è geneticamente predisposto per svilupparsi in modo armonico; ma tutte le esperienze che facciamo […] influiscono profondamente sull’architettura cerebrale» (F. Cro).
Nei fatti, la lettura, fra le attività della mente, contribuisce a rimodellare la rete del cervello affinché possano crearsi nuovi circuiti di comunicazione. La prova arriva dal libro della neuroscienziata cognitivista Maryanne Wolf, Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge, edito da V&P. Wolf, attualmente alla Tufts University di Boston dove dirige un centro ricerche – il Center for Reading and Language Research dell’Eliot-Pearson Department for Child Development –, si è specializzata ad Harvard (Human Development and Psychology) e le sue pubblicazioni sono indirizzate allo studio neurologico della lettura, del linguaggio e della dislessia. Il libro Proust e il calamaro (ed. orig. HarperCollins, 2007) si costituisce luogo di incontro fra i risultati delle sue ricerche e il lettore (sia di settore sia non-specialista) che si avvicini o approfondisca una disciplina così complessa e interessante. Il titolo concerne da subito una curiosità: cosa c’entra l’autore della Recherche con il calamaro? La neuroscienziata lo rivela dalle prime pagine, Proust e il calamaro sono «modi complementari per capire dimensioni diverse del processo di lettura» (p. 12), dal punto di vista dello scrittore francese, autore del noto saggio Sur la lecture, quale attività ricreativa, dal punto di vista del calamaro per l’attività neurobiologica rappresentata dal lungo assone, cioè la parte costituente il suo sistema nervoso. Ecco nel duplice riferimento la finalità principale del libro, analizzare e mettere in luce per l’appunto la dimensione intellettuale e biologica della lettura e di un disturbo ad essa correlato come la dislessia.
Grande invenzione perciò la lettura! anzi: «è l’esempio per eccellenza di invenzione culturale acquisita che avanza richieste alle strutture cerebrali preesistenti» (p. 12). Grazie alla plasticità neuronale del cervello, leggere ha condotto l’essere umano verso un’evoluzione atta a ricablarne le reti di scambio. In tale prospettiva, l’invenzione della scrittura ha permesso di modificare e ampliare la percezione, di elaborare il pensiero e comunicarlo, influenzandolo. Per esaminare il work in progress del cervello, Wolf parte dalla storia antica e dai primi sistemi di scrittura fino a giungere all’alfabeto e quindi da un’individuazione dei caratteri logosillabici e simbolici fino alla decodificazione delle lettere. Sottolinea, fra l’altro, come la lettura in lingue differenti (prendiamo il cinese e l’inglese, completamente opposte per ramo, tipo e morfologia) vada ad attivare vie nervose diverse, di conseguenza «vie nervose diverse possono essere usate da un solo cervello per leggere scritture differenti» (p. 71). A tal proposito, nel formulare le teorie relative all’efficienza evolutiva e corticale, l’autrice fa notare che il cervello di un lettore dell’antichità classica a contatto con l’alfabeto non era migliore del cervello di un lettore sumero esperiente del sistema logosillabico, bensì erano cervelli diversi la cui elevazione culturale e di pensiero era avvenuta proprio attraverso la scrittura. Per rifarci a Lev Vygotskij: «L’atto di mettere per iscritto parole pronunciate e idee ancora inespresse libera, nel farlo, il pensiero stesso e lo trasforma.»
Durante la lettura le reazioni invisibili del cervello sono molteplici, si realizzano continui processi cognitivi e linguistici nelle varie regioni cerebrali (per citare un esempio, l’area di Wernicke situata nel lobo temporale, deputata alla comprensione del linguaggio) impegnate a codificare nella parola la forma e il riconoscimento del suono e il suo effetto sulla percezione. In sintesi «ogni parola ha 500 millisecondi di gloria» (p. 159) e in quei 500 millisecondi si concentra la corsa a recuperare il nostro sapere su quel termine; un impulso o segnale – uno spike per usare la definizione di Delbruck e Sejnowski – si innesca e parte, raggiunge la corteccia e attiva diversi neuroni, comunicanti fra loro, delle differenti aree corticali. In merito alla visione, e all’attivazione degli impulsi, bisogna rilevare che le parole sono come gli oggetti, con la differenza che un oggetto viene direttamente percepito nella sua entità, mentre le parole vengono elaborate perché riconosciute quali simboli grafici concernenti l’idea e non l’oggetto. Nei 500/600 millisecondi si è completato un processo semantico e di comprensione di quella singola parola da noi valutata pure sul piano emotivo, poiché «la regione limbica ci aiuta anche a stabilire priorità e valutare qualsiasi cosa leggiamo. L’emotività contribuisce a stimolare o lasciare a riposo i nostri processi di attenzione e comprensione» (p. 156). Il dato emotivo spiegherebbe – secondo un’altra attenta ricerca condotta dallo psicologo Ara Norenzayan pubblicata nel 2006 su Cognitive Science (un recente articolo di Hanna Drimalla su Mente & Cervello ci informa di esperimenti correlati a tale ricerca) – le ragioni per cui una storia fantastica o mitologica, fiaba, favola, racconto magico, ecc., riesce ad avere una resa persistente sulla percezione del lettore. Nel tempo l’esperienza di leggere sottintende un modo di scegliere cosa leggere, pertanto la qualità della nostra attenzione e delle nostre scelte dipenderà dai libri che abbiamo vissuto e viviamo poiché «ciò che leggiamo ci trasforma nel tempo» (p. 170). I poeti, aggiunge la neuroscienziata, sono le antenne della società capaci di captare nel miglior modo possibile questo segnale di trasformazione.
Argomento complesso è il disturbo della dislessia di cui si occupa la terza parte del libro, un campo aperto alle prospettive di ricerca e sperimentazione. Tanto illuminanti le scoperte quanto diverse le ipotesi riguardo la genesi del disturbo, i cui orientamenti spaziano da un difetto nelle strutture preesistenti (interessate, queste, al riconoscimento morfo-fonemico della parola) e a difetti di natura circuitale fino all’ipotesi di «un cervello riorganizzato in maniera diversa». Questa organizzazione diversa venne avvalorata dalle osservazioni scientifiche di Samuel T. Orton (1879-1948) il quale ribattezzò il disturbo strefosimbolia, ossia distorsione dei simboli, dovuta ad un difetto di comunicazione fra i due emisferi per cui viene a mancare la normale dominanza emisferica sinistra – responsabile della corretta visione delle parole, dell’individuazione dei suoni, della comprensione del linguaggio –, a carico dell’emisfero destro, deputato a funzioni differenti, relative alla creatività, alla deduzione di schemi, comportando così un disordine nella percezione dello spazio, un capovolgimento di alcune lettere e una difficoltà nella lettura, nell’ortografia e nella scrittura  (p. 201-205). Nonostante la casistica eterogenea del disturbo, gli studi neuroscientifici hanno imboccato la strada giusta per identificarlo e comprenderlo. Sorvegliare le manifestazioni della dislessia significa estendere l’indagine sulla sua stessa natura – non solo in una data lingua, ma su scala interlinguistica – per scoprire «cosa succede quando il cervello non riesce a imparare a leggere». Con molta probabilità la dislessia potrà rivelarsi non un difetto come generalmente concepito, bensì «un esempio straordinario delle strategie usate dal cervello a scopo di compensazione: quando non può svolgere una funzione in un modo, il nostro cervello si riorganizza per inventarne, letteralmente, un altro» (p. 215). Il deficit ci permetterà di cogliere una differenza strutturale del cervello o un diverso modo di costituirsi nella sua configurazione per far fronte alle difficoltà! Forse ciò non può (o al contrario potrebbe) spiegare una particolare tendenza al talento e al genio da parte del dislessico.
Tuttavia l’indagine scientifica sta rilevando che studi sulla morfologia cerebrale e sui cambiamenti neuronali – di notevole importanza le pagine dedicate agli studi sul planum temporale (p. 221-223) – possono essere un indicatore molto utile riguardo la causa o la conseguenza della difficoltà di lettura e predispone la scienza a ripensare geneticamente la dislessia. Nondimeno questo disturbo diviene una prova, «un’attestazione evolutiva quotidiana che sono possibili differenti organizzazioni cerebrali» (p. 233).

Grazie a Maryanne Wolf riusciamo a esplorare da vicino l’avventura scientifica e spirituale della lettura, esperienza decisiva per la formazione della civiltà e per la comprensione dell’uomo. Se davvero «we are what we read» per dirla con Joseph Epstein, allora nella lettura riscopriamo le aspettative di un progresso umano, intellettuale e creativo.

© Davide Zizza

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Riferimenti dell’articolo

– T. Delbruck, T. Sejnowski, The language of the Brain. Scientific American, ottobre 2012, p. 54-59; ed. it. Il linguaggio del cervello, Le Scienze, dicembre 2012, p. 52-57 (qui l’articolo in lingua originale
Francesco Cro, dall’articolo Il genitore consapevole, su Mente & Cervello, n. 105, anno XI, settembre 2013, p. 52
M. Proust, Sur la lecture, Paris 1906, trad. it. Sulla lettura, Mondadori, 1995 (è possibile leggere un articolo dedicato al tema della lettura con riferimento a Proust a questo link)
Lev Vygotskij, Pensiero e linguaggio, Giunti, Firenze, 2007
Ara Norenzayan, Scott Atran, Jason Faulkner, Mark Schaller, Memory and Mystery: The Cultural Selection of Minimally Counterintuitive Narratives, Cognitive Science 30 (2006) p. 531-553; sulla ricerca di Norenzayan ed altri esperimenti parla l’articolo di H. Drimalla, Nel mondo delle fiabe, pubblicato su Mente & Cervello, n° 97, anno XI, gennaio 2013, p. 62-67 (è possibile consultare il pdf della ricerca qui)
J. Epstein, Plausibile Prejudices. Essays on American Writing, Norton, 1985

Il tormento nella poesia. Laforgue e Lowell, due ritratti della modernità

Il tormento nella poesia. Laforgue e Lowell, due ritratti della modernità*

Jules Laforgue e Robert Lowell sono due figure di spicco della poesia europea e americana. L’arte poetica di entrambi si è diffusa fino a influenzare le generazioni successive – p.e. il poeta di The Waste Land subì il fascino di Laforgue, la poetica di Sylvia Plath calcò le orme del confessionalismo di Lowell. Il termine più idoneo per accomunarli è senz’altro ‘modernità’. Modernità assume di certo una connotazione peculiare alla luce del contesto storico-letterario: per Laforgue deriva dall’insegnamento di Mallarmé per l’arte pura, per Lowell da un vissuto quotidiano connesso a un fragile risvolto psicologico. Ne deriva un significato soggettivo sul piano dell’ispirazione e del temperamento. Tuttavia la loro poetica è moderna perché si distacca da una tradizione, sviluppando un percorso poetico che giunge al lettore con disarmante eccezionalità.
Quindi due personalità diverse, unite da un indelebile tormento – l’uno alimentato da un continuo e irreparabile «spleen nervicida», l’altro da una psicosi maniaco-depressiva –, due fragilità la cui forza di resistenza sopravvisse nell’arte di scrivere.

Jules Laforgue (1860-1887). Acrobata letterario dell’éternullité

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«Non è facile amare Laforgue, ed è sicuramente difficile capire fino in fondo perché lo si ami».(1) Le sue poesie contengono una visione controversa, oscura e nitida insieme. Per dirla con P. Reboul: «Quando l’autore delle Complaintes ci si annuncia, lo fa con un non so che di semplice e di brutale. […] L’intenzione traspare troppo, perché l’adeguamento si realizzi nello spirito del lettore».(2) Ma Laforgue supera la tradizione, rifiuta la banalità, vuole essere originale ad ogni costo. La poetica e il pensiero sono connessi ad una riflessione cosmica e mortale, e l’immagine ottenuta produce un effetto sorprendente sul piano del linguaggio, dapprima eloquente e sublime con Le Sanglot de la Terre e in seguito sommesso ed essenziale con Les Complaintes. Si intende da sé, il paradiso del pensiero è la poesia, nella poesia il pensiero trova abitazione e rifugio, e Laforgue dalla sua aveva un sentiero di figure elettive, fra cui Karl Friedrich von Schlegel, Arthur Schopenhauer e Eduard von Hartmann. In particolare Hartmann esercitò su di lui una profonda influenza con la filosofia dell’inconscio. Laforgue «con tutta disinvoltura mette mano agli ingredienti dell’ultima grande metafisica panteistico-evoluzionistica dell’Ottocento per definire, con sostenuta e complicata grazia, dal suo posto irrisorio di effimero, i propri rapporti personali con l’Universo, e chinarsi a baciare il velo materno di Maia Illusione».(3) Sul versante creativo prevale l’intenzione appassionata di produrre l’effetto, e proprio la teoria hartmanniana dell’inconscio «serve a Laforgue per crearsi più ampi margini di libertà espressiva».(4) Questa adesione riesce a motivare l’assenza di una formula estetica rigorosa e netta presso il poeta. Lungi dal definire la sua scrittura solo musicale o decadente o simbolista – sarebbe più corretto dire una mescolanza di questi elementi – le impressioni a noi lasciate sono crude e nebulose, indefinite. L’innovazione, si diceva, è la propulsione iniziale, generatasi da un’osservazione impressionistica. A tal proposito Laforgue potrebbe essere paragonato ad un altro poeta ancor più lontano di Lowell, il russo Osip Mandel’štam, se consideriamo l’acutezza dello sguardo. Leggendo da J. Cassou il contributo intitolato Humanisme actif, contenuto in Mélanges d’art et littérature offerts à Julien Cain (Paris, 1968) che si basa sui Mélanges posthumes laforghiani:

La poesia di Laforgue procede dal medesimo ordine mentale di quei pittori, la cui rivoluzione si è appena compiuta. […] La sensazione è breve, e su questa brevità l’occhio impressionista raffina e sottilizza ancora, la divide in parti infinitesime. Ed è necessario che riduca a questo estremo la sua percezione, perché la realtà non attende, cambia senza tregua; lo stesso frammento di quella realtà, lo stesso punto su cui si è appena fissato quell’occhio avido, ecco non è già più quello che era.»

ci ricordiamo del Viaggio in Armenia (5) del poeta russo:

«Dilatavo la vista e tuffavo l’occhio nel largo calice del mare perché ne uscisse fuori ogni bruscolo, ogni lacrima. Dilatavo la vista come guanto di camoscio, la infilavo su una forma di legno – sull’azzurro dei dintorni marini. Avido e svelto, con furore feudale, passai in rassegna i possedimenti del mio campo visivo. Così si immerge l’occhio in un bicchierino riempito fino all’orlo per farne uscire un bruscolo.»
La percezione visiva di Laforgue e di Mandel’štam è avida, brama ad afferrare il fuggevole. L’occhio è una finestra aperta, lascia entrare colori e forme, elaborandone le sfumature.
Laforgue fu insomma un pioniere letterario, talmente assorbito all’arte da «anticipare prodigiosamente sensibilità, temi e ricerche stilistiche dei maestri del Novecento».(6) Il suo percorso è coerente con uno scavo nella coscienza della parola, da un’eloquenza ricca e preziosa passa ad eliminare ogni scoria di retorica per giungere ad un linguaggio puro. Ma la coscienza della parola corrisponde alla coscienza della persona e allora l’essere, lo stare al mondo, si riflette nell’uso linguistico. Il poeta soffre «de n’avoir pas d’âme encore assez pure» [di non aver l’anima ancora abbastanza pura]** (Pour le livre d’amour), si intuisce qui come la ricerca di purezza nella parola trovi il suo motivo antecedente in una ricerca di purezza nella sua stessa vita.(7) Lo stile assume talvolta un umore dandy, umore di sapore autoironico: il poeta nell’atto di fumarsi una sigaretta cade in estasi, sogna un paradiso poetico «fleuri de rêves clairs» [fiorito in sogni chiari] e nell’atto di riaversi si accorge di essersi arrostito il pollice (La cigarette)! Il suo stato d’animo vuole comprendere, pur non partecipandovi completamente, il dolore del mondo, dove il sole è un «disque safrané, malade, sans rayons, | Qui meurt à l’horizon balayé de cinabre» [disco zafferano, malato, senza raggi, | che muore all’orizzonte spazzato di cinabro]e i colori possiedono sfumature tenui e crepuscolari, «blanc morne et livide, en verdâtre fielleux, | vieil or, rose-fané, gris de plomb, lilas pâle» [d’un bianco fosco e livido, d’un verdastro di fiele, | rosa spento, oro vecchio, grigio piombo, lillà pallido] (Couchant d’hiver): riusciamo a recuperare una consonanza nelle Serres Chaudes di Maeterlinck. I complaintes si richiamano a una musicalità verlainiana, p.e. dove scopriamo la presenza della luna e del Pierrot – il Pierrot è un alter ego di Laforgue –, il verso ecco tende ad una rima sinuosa e interna. Laforgue dipinge, al pari di Verlaine, il suo Clair de Lune, con la differenza che per Verlaine è «un calme clair de lune triste et beau» [un calmo chiaro di luna triste e bello], per Laforgue «par le féeries du silence» la luna si rivela «fatal phare», «œil stérile», «pilule des léthargies finales» [fra incanti di silenzio…faro fatale…occhio infecondo…pastiglia delle estreme letargie], le chiede di instillare una purezza priva di amore. I poeti insomma ricercano l’estasi rievocando le «échos des grands soirs primitifs» (Complainte des nostalgies préhistoriques).
Lo spleen si manifesta rifiuto del poeta a lasciarsi trascinare nel fango dei sentimenti, non vuole concedere e concedersi residuo di sentimentalismo, solo una meditazione malinconica per bilanciare una pena tormentosa e intransigente con il mondo esterno. La parola quindi tutto ingloba e tutto comprende, la visione universale, il senso profondo del sesso in contrasto con la castità, la sospensione autunnale delle domeniche deserte nello scampanio dei Vespri (Dimanches). La parola in Laforgue diventa guida verso la conoscenza del mondo, dell’indifferenza verso la sofferenza umana, parla della morte, ma non esprime l’ultima parola perché «En vérité, la Vie est bien brève, | Le Rêve bien long» [In verità, la Vita è troppo breve, e lungo il Sogno] (Avant-dernier mot). Pur se nel fondo di una memoria arcaica e dolorosa si rivela il segno di un amore mancato, senza rimpianto il dolore cede alla fantasia dell’arte e il poeta «étalé face au ciel», in faccia al cielo contempla la luna e le stelle «plus nombreuses que la sable des mers» [più numerosi che la sabbia dei mari] (Solo de lune). Laforgue nonostante la fine prematura «non ha lasciato sussistere del verso che il soffio prezioso di un sospiro, il canto di un flauto o di un corno».

 

Robert Lowell (1917-1977). La confessione della foto

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Lowell, come Laforgue, coltivò agli esordi (Lord Weary’s Castle, 1946) una poesia «profetica, espressa in toni elevati e sonori, costruita con rigido senso della forma» (Anzillotti).(9) Il passo successivo che segna la svolta è la raccolta Life studies (1959) dove il timbro si fa quotidiano e lo stile più dimesso. Con Life Studies – riferisce Nicola Gardini – Lowell «abbandonerà il sublime e il formalismo, dando avvio non semplicemente a un’altra stagione della sua ricerca ma a tutta una nuova tradizione della poesia americana». (9) L’ispirazione ripescata dal vissuto personale e da quello delle persone care – le mogli (si sposò tre volte), i figli, gli amici – valsero per la sua arte l’appellativo di confessional poetry. Confessional, ne siamo a conoscenza, fu applicato per la prima volta da M. L. Rosenthal nel famoso articolo Poetry as confession apparso su The Nation il 19 settembre 1959:

Emily Dickinson once called publication the auction of the mind. Robert Lowell seems to regard it more as soul’s therapy. The use of poetry for the most naked kind of confession grows apace in our day. […] Lowell removes the mask. His speaker is unequivocally himself, and it is hard not to think of Life Studies as a series of personal confidences, rather shameful, that one is honor-bound not to reveal.

[Emily Dickinson una volta definì la pubblicazione come l’asta della mente. Robert Lowell sembra considerarla più come terapia dell’anima. L’uso della poesia nella natura più spoglia di confessione cresce a ritmo sostenuto nei nostri giorni. […] Lowell toglie la maschera. L’io narrante è inequivocabilmente se stesso, ed è difficile non pensare a Life Studies come una serie di confidenze personali, piuttosto vergognose, che uno è moralmente in dovere di non rivelare, trad. mia]

Confessional tornò alle orecchie di Lowell come un’etichetta che nel bene e nel male identificò ormai una modalità di poesia di cui egli stesso era l’iniziatore assoluto. Altri poeti, è noto, seguirono il confessionalismo, fra cui Sylvia Plath e Anne Sexton. Ma se Rosenthal rende chiara l’idea di una nuova tendenza letteraria, per Lowell è vero anche l’inverso, è la confessione sincera a diventare poesia, perciò confessione come poesia. La poesia scopre la verità dell’uomo e del cuore dell’uomo attraverso la confessione, per lo stesso motivo la confessione, nel suo dichiarare, diventa un dire poetico.
Quando la parola di Lowell è prossima a disvelare un fregio, una nudità, l’immagine raggiunge il climax e al suo interno vibra di una luce misteriosa e rivelatrice. Pertanto il quotidiano di Lowell non accade solo nel linguaggio, la sua è un’aderenza al quotidiano già negli atti descritti, nelle parvenze di momenti familiari. Dove l’azione narrata non basti, Lowell è persino capace di prestarsi la voce delle persone conosciute e amate per collocare il momento nella sua cornice più reale.
Il Delfino e altre poesie. Il tema risulta essere un passaggio cruciale, ossia la fine di un matrimonio e l’inizio di un altro, rappresenta nella sua sequenza un rendiconto puntuale e continuativo di «how often | winds have crossed the wind of inspiration» [quante volte i venti hanno contrastato il soffio dell’ispirazione], e se il vento soffia sopra gli alberi, in casa «the loose tap beats time» [il rubinetto non chiuso batte il tempo] (These winds). La sua dichiarazione di vita non si cela dietro giustificazioni: «I only learn from error», impara solo dall’errore (The Hard Way) e gesti e azioni nella loro apparente nullità condensano un motivo. Lowell cerca di darsi una spiegazione sul dolore umano sottile e strisciante e per farlo deve scoprirlo, non tanto nel dato biografico, quanto in ciò che rappresenta il dato stesso, per questo si sente spinto a raccontare, a confessarsi.
La verità si rivela a sprazzi, «Any clear thing that binds us surprise» [La chiarità di ogni cosa che improvvisa ci abbaglia] (Fishnet), come quando «the tops of the moving trees move helter skelter» [le cime mosse degli alberi si piegano scompigliate] (Window). A periodi il suo vecchio male si rifà vivo, «it comes once yearly: | lowered good humor, then an ominus | rise of irritable enthusiasm» [mi ritorna una volta all’anno: un calo del buon umore, poi una funesta crescita di irritabile entusiasmo] (Symptoms), e la cura resta sempre la stessa, «the hospital. My twentieth in twenty years», il ventesimo ricovero in ospedale in vent’anni (Diagnosis: to Caroline in Scotland). Il disturbo dovuto alla psicosi bipolare diventa la causa di una amarezza riflessiva e irrimediabile – «No rocket goes as far astray as man» [Non c’è razzo che devii dalla rotta come l’uomo] dice in Juvenilia – e si traduce in un dramma consapevole (Voices).
Se da una parte l’inserimento nei versi di dettagli intimi tratti dalla vita delle persone amate – brani di lettere della ex-moglie Elizabeth, le parole della figlia Harriet, parti di dialoghi con la nuova moglie Caroline – ritorna quale gesto privo di tatto e discrezione poiché troppo personali per essere messi in poesia, dall’altra la finalità del poeta non era di spubblicare l’intimo vissuto, il fatto narrato non rappresenta la sostanza del messaggio bensì si colloca nella poesia come un contesto o un pretesto conducente il lettore ad un messaggio più forte: il poeta confessa la sua malattia (Records, Communication, In the mail, Doubt, Green Sore, Letter). La sostanza del messaggio viene insomma unita al tenore discorsivo del verso, prova questa di una particolare inclinazione di Lowell nel circoscrivere una situazione, situando il contesto intorno al nucleo del significato. Lowell trova un momento, seppur breve, per sospendere la confessione e interessarsi ad altro, per realizzare degli schizzi su figure storiche (cfr. Walter Raleigh, Freud, Purgatory). Eppure nel fondo di se stesso egli lotta giornalmente per ripescare una speranza, un barlume insperato che gli permetta ad es. di apprezzare la neopaternità con la moglie Caroline (Robert Sheridan Lowell, Another Summer). Proprio il rapporto con Caroline, proiettata nel simbolo del delfino, gli ritorna salutare e benefico, lei lo ha salvato dal «hangman’s-knot of sinking lines» (Dolphin) e il poeta è pronto a seguire il suo delfino, riscoprendo la scommessa vitale della passione. Cosa resta della scrittura di Lowell? La verità (Truth) nella sua duplice direzione: la poesia non resta completamente slegata o svincolata dal suo creatore se un indizio, celato o evidente non importa, riavvicina personalmente o biograficamente il testo al poeta e tuttavia l’indizio stesso che ha allineato il creatore con la cosa creata assurgerà a leitmotiv universale. Di conseguenza, alla prima un fatto quotidiano e personale sembra prendere il posto principale nella confessione, ma ad un’analisi più accurata il resoconto indietreggia di un passo e la confessione diventa la struttura di un atto poetico.

 

Simmetrie

Laforgue e Lowell hanno sperimentato una poetica anticonformista, attingendo dalla loro esperienza, il primo attua una convulsa ricerca di angelicità per eliminare ad ogni costo l’impuro per far posto al luminoso e al puro, per il secondo un lavoro di scavo psicologico nella sua vita leva le croste di un’esistenza superficiale per indagare nei significati delle affettività. Imprigionati nella fragilità, quale poteva essere la soluzione se non tentare di convertire simile fragilità in un principio di conoscenza e di creatività? La spinta comportò conseguenze sicuramente esasperate, il poeta francese al limite della misoginia non riesce a restaurare lo scisma fra anima e carne nonostante il matrimonio un anno prima della sua morte, mentre il confessionalismo del poeta americano giunge, si diceva sopra, a non nascondere nulla (nota l’accusa di immoralità da parte della poetessa Adrienne Rich nei confronti dell’autore). Una disillusa chiaroveggenza caratterizza la produzione dei due poeti, impegnati sì a risolvere o se non altro ad alleviare un conflitto interno, ma a fondare con coraggio e perseveranza un motivo di poesia nell’esistenza.

© Davide Zizza

 

Bibliografia
Jules Laforgue, Le poesie, Bur Rizzoli, 1986
Robert Lowell, Il Delfino e altre poesie, Mondadori, 1989
Note e riferimenti nell’articolo
* Per il presente articolo (apparso in versione inedita in lingua italiana) è prevista entro dicembre una versione sulla Rivista Poetica e Letteraria Kουκουτσι, Eξαμηνιαίo περιοδικo περιποιησης, periodico semestrale greco. La traduzione sarà a cura di Christos Kremniotis, poeta greco, autore delle due raccolte Ώριμο σπέρμα (2008) e di Εφηβεία του μπλε (2009) e traduttore di L. Pirandello (I giganti della montagna)
** Dove non diversamente indicato, le traduzioni dei versi sono ad opera dei curatori delle opere poetiche
1. Jules Laforgue, Le poesie, a cura di Enrico Guaraldo, BUR Rizzoli, 1986, p. 18.
2. Ibidem, p. 64.
3. Sergio Solmi, La luna di Laforgue, Mondadori, 1976, p. 23.
4. Jules Laforgue, op. cit., p. 27.
5. Osip Mandel’štam , Viaggio in Armenia, ed. it. a cura di S. Vitale, Adelphi, 1988, p. 48.
6. Jules Laforgue, Poesie, a cura di Luciana Frezza, Newton Compton, 1997.
7. Va ricordato che la mancanza della figura materna condusse il poeta Laforgue a sviluppare un’ossessione per la purezza, un angelismo che rifiutava la sfera sessuale, quest’ultima concepita sotto il segno della sporco, di cui Guaraldo ci informa nell’introduzione.
8. Robert Lowell, Il Delfino e altre poesie, a cura di Rolando Anzillotti, Mondadori 1989, p. IX.
9. Nicola Gardini, Robert Lowell. Giorno per giorno, in “Poesia”, n° 157, 2002, anno XV, p. 4.

Stopping By Woods on a Snowy Evening di Robert Frost (con traduzione e nota al testo)

winter and snow

Stopping By Woods on a Snowy Evening

Whose woods these are I think I know.
His house is in the village though;
He will not see me stopping here
To watch his woods fill up with snow.

My little horse must think it queer
To stop without a farmhouse near
Between the woods and frozen lake
The darkest evening of the year.

He gives his harness bells a shake
To ask if there is some mistake.
The only other sound’s the sweep
Of easy wind and downy flake.

The woods are lovely, dark and deep.
But I have promises to keep,
And miles to go before I sleep,
And miles to go before I sleep.

 

Sostando presso un bosco in una sera innevata

Di chi sia questo bosco, credo di saperlo.
Ma casa sua sta nel villaggio;
non vedrà fermarmi qui
a guardare il suo bosco colmarsi di neve.

Al mio cavallino sembrerà strano
fermarci senza una fattoria nei pressi
fra il bosco e il lago ghiacciato
nella sera più lunga dell’anno.

Alle sue briglie sonanti da una scrollata
per chiedere se qualcosa non va.
L’altro unico suono è un sussurro
di vento sereno e di soffice fiocco.

Il bosco è piacevole, scuro e profondo,
ma ho promesse da mantenere,
e miglia da fare prima di dormire,
e miglia da attraversare prima di dormire.

 

La nota poesia di Frost, composta nel giugno del 1922, trae ispirazione sicura da un ricordo personale, risalente a un gelido inverno nel New Hampshire. Frost – che aveva una fattoria – una sera tornava a casa da un infruttuoso viaggio al mercato per vendere i prodotti della sua terra. Non aveva denaro per prendere i regali di Natale ai suoi figli e fu sopraffatto da un senso di depressione. Si fermò alla curva di una strada per sfogarsi in un pianto. Di lì a poco si addormentò. Dopo pochi momenti il cavallo diede una scrollata alle briglie e le campanelle suonarono; Frost si riebbe e si prese d’animo per riprendere la via del ritorno.
In Stopping by woods (nella traduzione ho lasciato il gerundio del titolo al posto dell’infinito per rimarcare il senso di sospensione presente nel testo) il poeta non fa menzione del suo problema; solo sosta un attimo a guardare il bosco coprirsi di neve. Fermarsi un attimo fa presagire l’innescarsi di un’osservazione, di una riflessione. Fermarsi a vedere cosa, a pensare cosa? È la sera più scura (qui ho deliberatamente reso con «la sera più lunga» perché si riferisce al 21 dicembre, al solstizio d’inverno, in cui si ha la massima durata notturna oltre che di oscurità) e il poeta ammira la bellezza invernale di un bosco che non gli appartiene, essendo proprietà di un altro, in quel momento assente. Non gli appartiene, eppure lo sente suo.
La magia visionaria del suo sguardo gli consente di godere appieno dello spettacolo. La «colloquialità» con il suo cavallo, sottolineata dall’aggettivo queer al v. 5 e dal sostantivo shake al v. 9, è un chiaro segno che fra lui e il suo animale c’è una specie di comprensione. Il cavallo stesso quando «gives his harness bells a shakes» sembra chiedere il motivo per essersi soffermati in un luogo isolato, in un nowhere dove in verità il poeta si sente a suo agio. Il poeta sente il leggero colpo di vento, vede i fiocchi cadere: si sente bene. Osservare il bosco è vivere l’attimo interiormente. Vorrebbe restare, ma ha delle promesse da mantenere, «da non tradire» dice la versione di Giovanni Giudici. Nonostante il bosco sia bello e profondo, le responsabilità – e quindi il ritorno a casa – lo riportano alla realtà, alle miglia da attraversare prima di dormire. La ripetizione del verso And miles to go before I sleep ritorna poi controversa: la prima volta è un’asserzione perché pensa alla distanza per giungere a dormire, ma la seconda volta non potrebbe suggerire una fuga verso la metafora forse per una conclusione? Dormire, morire? Come dire, queste promesse portate avanti ogni giorno dopotutto non cambiano il destino di ognuno di noi.
Eppure l’evocazione di senso sviluppata nella poesia di Frost corrisponde alla riscoperta di un incanto. E contemplare l’incanto significa fermarci a vivere un istante di infinito. Spettatori fragili di uno spettacolo eterno.

© Davide Zizza