Davide Zizza

«Come amo questi suoni». Appunti di una riflessione sull’architettura dell’esilio in Iosif Brodskij

Brodskij

«Ma la sonatina delle macchine per scrivere
non è che l’ombra di quella musica potente»
Osip Mandel’štam

 

Per lo slavista – ma potremmo dire anche per il lettore non specialista – Iosif Brodskij (1940-1996) è stato uno dei più grandi poeti russi contemporanei e tale è stato dal momento in cui scrisse poesie che cominciarono a diffondersi negli ambienti patri, sebbene sotto spoglie apocrife, anonime. Conviene qui tracciare una differenza: per lo specialista accedere all’opera del poeta sin dalle origini (fermo restando la reperibilità dei testi, punto di partenza per un’adeguata ricerca filologico-letteraria), la sua ricerca e la sua competenza gli permettono, tenendo conto delle effettive difficoltà che questo comporta, di giungere alla voce scritta del poeta. Il non-esperto, l’estimatore che non abbia ancora gustato la diretta ricchezza della lingua russa, lo conosce in traduzione. Di certo la limitazione sta lì, nella parziale carezza a dei versi che sussurrano al nostro orecchio in una lingua a noi misteriosa, ma la traduzione riguadagna il suo valore determinante di trasferire, laddove la lingua di arrivo lo permetta, un anàlogon dell’originale. In Italia, come sappiamo, Brodskij comincia a esser noto al lettore con le edizioni Adelphi a partire dal 1986, nonostante alcune sue poesie fossero già apparse sulla rivista La primavera di Mosca (Jaca Book, 1979).[1] Le Poesie curate da G. Buttafava, la prima raccolta edita in Italia, recano una data precisa (1972-1985) che ci permette di spostare cronologicamente il terminus a quo per rilevare del poeta, se non le origini, almeno un periodo più preciso della sua vita.

 

L’esilio

Incontriamo Iosif Brodskij in un momento di passaggio, dalla primavera del 1972 in poi, l’anno del suo esilio dalla patria russa per giungere negli Stati Uniti che nel 1977 gli daranno la cittadinanza americana, il nome naturalizzato in Joseph Brodsky. Cominciamo a conoscerlo in modo più approfondito durante il transito che dalla Liteinij Prospekt 24, da dove poteva osservare il fiume Neva – il fiume cantato da Tjutčev («Guardavo dalle rive della Neva | rilucere la cupola dorata | là del gigante Sant’Isacco | nel buio della fredda nebbia», «sulla pensosa Neva solo | si versa lo splendore della luna») – lo condusse al 44 di Morton Street a New York. Se è vero che omnia mea mecum porto ricorda un detto antico, «tutto ciò che di buono ho, lo porto con me», all’epoca Brodskij portò con sé la dignità e la lingua.[2] Leggiamo un poeta già maturo, un poeta collocato in un determinato momento storico, nel vivo di una vicenda non solo soggettiva ma universale: lo leggiamo quindi in medias res. Per riprendere dalla prefazione di Buttafava, nel 1972 il poeta «lascia dietro di sé puzza di bruciato», come troviamo nei versi di Ninnananna di Cape Cod:

Come l’onnipossente Scià tradire può
le mogli innumeri dell’harem solo con un altro harem,
io ho cambiato impero. E questo passo fu
dettato dal fatto che – dio ne scampi –
veniva puzza di bruciato da quattro, anzi cinque parti,
dal punto di vista del corvo.

(Ninnananna di Cape Cod, II, p. 85)

Furono quegli incendi che costrinsero il poeta a prendere l’abito dell’esule. Grazie anche a documenti pubblicati solo qualche anno fa il lettore, insieme a questa poesia musicale e precisa, riesce meglio a comprendere cosa passò il poeta Brodskij, facendo un salto indietro nel tempo per scoprire degli antefatti che descrivono il regime dittatoriale di paesi come la Russia. Fra questi, nel 1964, un processo contro Brodskij lo accusò di «parassitismo sociale».[3] Troviamo tutti gli ingredienti per un capo d’imputazione pronto e confezionato: Brodskij dal 1956 cambiò lavoro per tredici volte, non dimostrò senso patriottico e soprattutto era un poeta. Al potere non piace la poesia perché è musicale e la musica conduce alla libertà, allora il potere non può concedere al poeta il lusso della scrittura perché il poeta spinge l’uomo alla libertà, una libertà che si prefigura come accusa a un regime. Di scrittori esuli la storia ne ha generati e ancora, ahinoi, ne genera, ognuno con un’idea di esilio sfaccettata, eppure credo tutte riconducibili a un’unica condizione: l’esilio non è solo fisico ma anche interiore. La ricerca di un senso, di un significato al suo esilio, è per uno scrittore o poeta «quasi invariabilmente la causa del suo esilio».[4] Brodskij ci ricorda che «[…] se c’è qualcosa di buono nell’esilio è che insegna l’umiltà. Si può perfino arrivare a dire che quella dell’esilio è la più alta lezione di umiltà, la lezione definitiva. Ed è tanto più preziosa per uno scrittore quanto gli apre la più ampia prospettiva possibile. […] Ammaina la tua vanità, dice l’esilio, non sei che un granello di sabbia nel deserto. Non ti confrontare con gli altri uomini di penna, ma con l’infinità umana: la quale è amara e triste più o meno quanto quella non umana. È questo che deve suggerirti le parole, non già la tua invidia, non già la tua ambizione.»[5] (altro…)

Davide Zizza, Ruah

 

Davide Zizza, Ruah. Prefazione di Enrico Testa, Edizioni Ensemble 2016

Ruah, psyché, respiro e alito, soffio vitale, Atem e Hauch: in principio, bereshit, era il soffio. Quello spirito «che aleggiava sulle acque» è percepito, raccolto e trasmesso da Davide Zizza in Ruah, e giunge, così, ai sensi destati alla parola.
«In principio fu il verso»: la solennità dello slancio, l’ardire del paragone offrono il braccio, nello stesso componimento dall’inizio tanto affermativo da sembrare perentorio, alla volontà di farsi da parte «per fare spazio», alla decisione di ritirarsi per vivere nel soffio divino.
Ruah, come ricorda Enrico Testa nella prefazione, è parola ebraica che racchiude più significati: soffio, vento, respiro, spirito. È spirito, aggiungo in riferimento alla raccolta di Davide Zizza,  che induce a cantare lodi anche nel tempo del dolore, e del dolore straziante, a cogliere il respiro e, come scriveva Paul Celan, anche la Atemwende, la svolta del respiro: «Dichtung: das kann eine Atemwende bedeuten» – così Celan, vale a dire: «Poesia: questo può significare una svolta del respiro».
Sul legame profondo tra respiro e poesia interviene, già dall’epigrafe e sempre dall’area di lingua tedesca, Rilke dei Sonetti a Orfeo: Respiro, tu invisibile poesia! (Atmen, du unsichtbares Gedicht!), a rendere ancora più chiara l’apertura a più costellazioni, a più dimensioni, a più universi disegnati da parole-luoghi (dal testo del componimento rilkiano di cui è riportato il primo verso: “spazio del mondo”, “contrappeso” “onda unica”, “mare crescente”, “venti”, “aria”. “curvatura e foglio delle parole”).
Cercare e ricostruire la parola (proprio come fa chi legge la Torah, qui evocata sin dal titolo della raccolta; ricostruire, quindi, come chi sempre interpreta), è impresa che può sfiancare, spezzare il respiro, annullarlo, perfino, in apnee nelle quali si affronta il rischio fatale, vale a dire che esso ricada nell’afasia, oppure nella mendacità o , ancora, nella totale insufficienza della parola del poeta-interprete.
E dunque, dopo In Principio e Ruah, è La chute, la terza delle cinque sezioni della raccolta (le altre due portano rispettivamente i nomi Calda stagione e Metapoetica), a farsi incontro a chi legge. La caduta – non solo cacciata dall’Eden, ma discesa agli inferi – diventa qui, tuttavia, occasione di scoperta, di conquista di una ‘visione dal basso’ che si pone come complementare alla tensione verso l’infinito.
Nonostante il rischio fatale, che si corre con consapevolezza e non con insensata temerarietà, c’è una tenacia della ricerca che non si ferma dinanzi ai battenti del mistero. Chi legge percepisce il frutto di questa provata tenacia.
Respiro e pausa e svolta si manifestano, con particolare risalto, nell’arte spirituale per eccellenza, la musica, che in Ruah oltrepassa ampiamente, in diversi componimenti, il semplice ruolo di sfondo e di cornice (La musica del BereshitChopin, l’insetto e Einstein; Pasqua; Winter Sunday). La musica detta il ritmo, invece, suggerisce la cadenza, imprime ‘il’ soffio della creazione e, allo stesso tempo, orchestra la testimonianza di fedeltà a un altro mistero, quello dell’umano: «Non svelare l’umano, accennalo./ Non tradire l’umano, accarezzalo./ Affascinalo. Amalo.» (Fascinazione).

© Anna Maria Curci

 

«In principio fu il verso»,
il respiro creatore, il ritirarsi di Dio
alle sponde dell’infinito.
Farsi da parte per fare spazio.
Così se ti osservo e respiro il tuo nome,
così senza prendere spazio
mi ritiro per vivere nel tuo soffio.

 

La musica del Bereshit

Prima fu silenzio. Il tempo non scandiva nessun ragtime umano.
Non c’era la nota che dava l’attacco per il concerto.

C’era solo un principio senza violino. Senza pianoforte.
Senza shofar. Era solo un caotico silenzio: di morte.

Poi un soffio. Un lungo soffio portò l’amore.
Una lunga nota profumata portò l’ordine e la chiara geometria.

Il canto degli alberi e dei campi allietò il cuore.
Cominciò ad esistere dal nulla lo spartito. Il decagramma.

Tutto fu. Nella musica della Creazione.

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Peter Handke, Canto alla durata

Peter Handke, Canto alla durata. Traduzione e postfazione di Hans Kitzmüller, Einaudi 2016 (ultima edizione), € 10,00, ebook € 6,99

 

Nella vastità che ritorna

Nel Canto alla durata di Peter Handke sospensione e riconoscimento diventano condizioni importanti per chi fa esperienza del sentimento della durata. Ma cos’è di preciso la durata e com’è possibile percepirla, comprenderla, viverla, come insomma averne sentimento? L’autore riversa nel poema una ricerca serrata la cui finalità è tanto la definizione, o meglio la scoperta della durata nei meandri più nascosti del quotidiano, quanto la conservazione della sua dimensione più viva e interna e per fare ciò elegge la poesia come la più appropriata perché «la durata induce alla poesia», la richiama, la evoca. Da ciò si intuisce che la durata non è un tempo o un intervallo misurabile: essa si realizza quale esperienza rivelatrice, un’epifania a tutti gli effetti. Per dirla con un ossimoro è un lampo duraturo e tale si riproporrà nella vita interiore di una persona; a distanza di anni, luoghi, sensazioni, questo flash della consapevolezza non si limiterà a ricondurre una mera suggestione o percezione, anzi la porterà “aldilà” della sua temporalità. Il Canto è perciò un poema dei luoghi e dei momenti cui si lega l’esperienza personale dell’autore (il lago di Griffen in Carinzia, l’incrocio di Porte d’Auteuil a Parigi e, in particolare, una piccola radura del bosco di Clamart e Meudon, alla periferia di Parigi), qui richiamati non in una sequela di posti collegati ad aneddoti occasionali, ma come luoghi interiori che contribuiscono al sentimento della durata, per Handke «il più alto di tutti i sentimenti» (Hans Kitzmüller).

Nonostante il risvolto filosofico del poema, l’autore stesso fa sottintendere che non è facile avvicinarsi all’essenza della durata. Ne capta le spie, sente il suo realizzarsi nell’attimo, sotto il segno di una rivelazione pura Handke mette su un impianto teorico attraverso il canto accompagnato da una vibrante commozione. Il tentativo dell’ineffabile trova una consonanza con Sant’Agostino e la  sua definizione di tempo («Che cos’è dunque il tempo? Se nessuno me ne chiede, lo so bene; ma se volessi  darne spiegazione a chi me ne chiede, non lo so» leggiamo nel passo delle Confessioni). Il paragone non vuole spingersi oltre la similitudine, tuttavia sia Sant’Agostino sia Handke sviluppano due concezioni correlate e interdipendenti, tempo e durata, entrambi parlano cioè di idee e stati d’animo che esondano le cui parole non riescono a contenerli proprio per il senso di vastità capace di disorientare, eppure queste parole gettano segnali illuminanti e significativi.

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Rewiring the brain! Il cervello rimodellato dalla lettura

proust e il calamaro  

Maryanne Wolf, Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge (V&P, 2009)


Ogni progresso viene dalla lettura e dalla meditazione.
Le cose che non sappiamo le impariamo leggendo.
Le cose che abbiamo imparato le conserviamo meditando.
 
Antica sentenza

 

Sostenere che il cervello sia (o resti) uno dei più grandi e affascinanti misteri dell’essere umano torna riduttivo e di certo non porta lontano. Ritorna però utile ricordare che il cervello si organizza in un cablaggio molto più ampio di Internet e dialoga con sé stesso ad una velocità impressionante. La complessità delle reti del cervello si compone di «trillions of connections among billions of brain cells», migliaia di miliardi di connessioni tra miliardi di cellule nervose (T. Delbruck, T. Sejnowski, 2012): Internet ce l’abbiamo in testa! Quanto accade persino nella più semplice delle azioni svolte nel quotidiano ha davvero del sorprendente, se andiamo a scoprire il meccanismo delle attività mentali e intellettive che regola il nostro vivere in ambito chimico-biologico, psicologico ed emotivo. La scienza interessata a comprendere e fissare i termini di questa struttura e la dinamica delle attività cerebrali ha un nome dal dittongo sinuoso e creativo, neuroscienze, ed è tanto creativo quanto scientifico allorché ricercatori e specialisti scoprono l’estensione e il rinnovamento delle connessioni che presiedono allo scambio di messaggi fra neuroni. Conoscere la mappa del nostro cervello aiuta a conoscere qualcosa di noi stessi, delle reazioni interne da cui derivano sentimenti e comportamenti. La mappa del cervello, però, è in perenne mutamento. Non è lo stesso del giorno prima perché i collegamenti fra neuroni «si modificano continuamente nel corso nella nostra vita, trasformandosi e trasformandoci sulle base delle nostre esperienze […] il cervello è geneticamente predisposto per svilupparsi in modo armonico; ma tutte le esperienze che facciamo […] influiscono profondamente sull’architettura cerebrale» (F. Cro).
Nei fatti, la lettura, fra le attività della mente, contribuisce a rimodellare la rete del cervello affinché possano crearsi nuovi circuiti di comunicazione. La prova arriva dal libro della neuroscienziata cognitivista Maryanne Wolf, Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge, edito da V&P. Wolf, attualmente alla Tufts University di Boston dove dirige un centro ricerche – il Center for Reading and Language Research dell’Eliot-Pearson Department for Child Development –, si è specializzata ad Harvard (Human Development and Psychology) e le sue pubblicazioni sono indirizzate allo studio neurologico della lettura, del linguaggio e della dislessia. Il libro Proust e il calamaro (ed. orig. HarperCollins, 2007) si costituisce luogo di incontro fra i risultati delle sue ricerche e il lettore (sia di settore sia non-specialista) che si avvicini o approfondisca una disciplina così complessa e interessante. Il titolo concerne da subito una curiosità: cosa c’entra l’autore della Recherche con il calamaro? La neuroscienziata lo rivela dalle prime pagine, Proust e il calamaro sono «modi complementari per capire dimensioni diverse del processo di lettura» (p. 12), dal punto di vista dello scrittore francese, autore del noto saggio Sur la lecture, quale attività ricreativa, dal punto di vista del calamaro per l’attività neurobiologica rappresentata dal lungo assone, cioè la parte costituente il suo sistema nervoso. Ecco nel duplice riferimento la finalità principale del libro, analizzare e mettere in luce per l’appunto la dimensione intellettuale e biologica della lettura e di un disturbo ad essa correlato come la dislessia.
Grande invenzione perciò la lettura! anzi: «è l’esempio per eccellenza di invenzione culturale acquisita che avanza richieste alle strutture cerebrali preesistenti» (p. 12). Grazie alla plasticità neuronale del cervello, leggere ha condotto l’essere umano verso un’evoluzione atta a ricablarne le reti di scambio. In tale prospettiva, l’invenzione della scrittura ha permesso di modificare e ampliare la percezione, di elaborare il pensiero e comunicarlo, influenzandolo. Per esaminare il work in progress del cervello, Wolf parte dalla storia antica e dai primi sistemi di scrittura fino a giungere all’alfabeto e quindi da un’individuazione dei caratteri logosillabici e simbolici fino alla decodificazione delle lettere. Sottolinea, fra l’altro, come la lettura in lingue differenti (prendiamo il cinese e l’inglese, completamente opposte per ramo, tipo e morfologia) vada ad attivare vie nervose diverse, di conseguenza «vie nervose diverse possono essere usate da un solo cervello per leggere scritture differenti» (p. 71). A tal proposito, nel formulare le teorie relative all’efficienza evolutiva e corticale, l’autrice fa notare che il cervello di un lettore dell’antichità classica a contatto con l’alfabeto non era migliore del cervello di un lettore sumero esperiente del sistema logosillabico, bensì erano cervelli diversi la cui elevazione culturale e di pensiero era avvenuta proprio attraverso la scrittura. Per rifarci a Lev Vygotskij: «L’atto di mettere per iscritto parole pronunciate e idee ancora inespresse libera, nel farlo, il pensiero stesso e lo trasforma.»
Durante la lettura le reazioni invisibili del cervello sono molteplici, si realizzano continui processi cognitivi e linguistici nelle varie regioni cerebrali (per citare un esempio, l’area di Wernicke situata nel lobo temporale, deputata alla comprensione del linguaggio) impegnate a codificare nella parola la forma e il riconoscimento del suono e il suo effetto sulla percezione. In sintesi «ogni parola ha 500 millisecondi di gloria» (p. 159) e in quei 500 millisecondi si concentra la corsa a recuperare il nostro sapere su quel termine; un impulso o segnale – uno spike per usare la definizione di Delbruck e Sejnowski – si innesca e parte, raggiunge la corteccia e attiva diversi neuroni, comunicanti fra loro, delle differenti aree corticali. In merito alla visione, e all’attivazione degli impulsi, bisogna rilevare che le parole sono come gli oggetti, con la differenza che un oggetto viene direttamente percepito nella sua entità, mentre le parole vengono elaborate perché riconosciute quali simboli grafici concernenti l’idea e non l’oggetto. Nei 500/600 millisecondi si è completato un processo semantico e di comprensione di quella singola parola da noi valutata pure sul piano emotivo, poiché «la regione limbica ci aiuta anche a stabilire priorità e valutare qualsiasi cosa leggiamo. L’emotività contribuisce a stimolare o lasciare a riposo i nostri processi di attenzione e comprensione» (p. 156). Il dato emotivo spiegherebbe – secondo un’altra attenta ricerca condotta dallo psicologo Ara Norenzayan pubblicata nel 2006 su Cognitive Science (un recente articolo di Hanna Drimalla su Mente & Cervello ci informa di esperimenti correlati a tale ricerca) – le ragioni per cui una storia fantastica o mitologica, fiaba, favola, racconto magico, ecc., riesce ad avere una resa persistente sulla percezione del lettore. Nel tempo l’esperienza di leggere sottintende un modo di scegliere cosa leggere, pertanto la qualità della nostra attenzione e delle nostre scelte dipenderà dai libri che abbiamo vissuto e viviamo poiché «ciò che leggiamo ci trasforma nel tempo» (p. 170). I poeti, aggiunge la neuroscienziata, sono le antenne della società capaci di captare nel miglior modo possibile questo segnale di trasformazione.
Argomento complesso è il disturbo della dislessia di cui si occupa la terza parte del libro, un campo aperto alle prospettive di ricerca e sperimentazione. Tanto illuminanti le scoperte quanto diverse le ipotesi riguardo la genesi del disturbo, i cui orientamenti spaziano da un difetto nelle strutture preesistenti (interessate, queste, al riconoscimento morfo-fonemico della parola) e a difetti di natura circuitale fino all’ipotesi di «un cervello riorganizzato in maniera diversa». Questa organizzazione diversa venne avvalorata dalle osservazioni scientifiche di Samuel T. Orton (1879-1948) il quale ribattezzò il disturbo strefosimbolia, ossia distorsione dei simboli, dovuta ad un difetto di comunicazione fra i due emisferi per cui viene a mancare la normale dominanza emisferica sinistra – responsabile della corretta visione delle parole, dell’individuazione dei suoni, della comprensione del linguaggio –, a carico dell’emisfero destro, deputato a funzioni differenti, relative alla creatività, alla deduzione di schemi, comportando così un disordine nella percezione dello spazio, un capovolgimento di alcune lettere e una difficoltà nella lettura, nell’ortografia e nella scrittura  (p. 201-205). Nonostante la casistica eterogenea del disturbo, gli studi neuroscientifici hanno imboccato la strada giusta per identificarlo e comprenderlo. Sorvegliare le manifestazioni della dislessia significa estendere l’indagine sulla sua stessa natura – non solo in una data lingua, ma su scala interlinguistica – per scoprire «cosa succede quando il cervello non riesce a imparare a leggere». Con molta probabilità la dislessia potrà rivelarsi non un difetto come generalmente concepito, bensì «un esempio straordinario delle strategie usate dal cervello a scopo di compensazione: quando non può svolgere una funzione in un modo, il nostro cervello si riorganizza per inventarne, letteralmente, un altro» (p. 215). Il deficit ci permetterà di cogliere una differenza strutturale del cervello o un diverso modo di costituirsi nella sua configurazione per far fronte alle difficoltà! Forse ciò non può (o al contrario potrebbe) spiegare una particolare tendenza al talento e al genio da parte del dislessico.
Tuttavia l’indagine scientifica sta rilevando che studi sulla morfologia cerebrale e sui cambiamenti neuronali – di notevole importanza le pagine dedicate agli studi sul planum temporale (p. 221-223) – possono essere un indicatore molto utile riguardo la causa o la conseguenza della difficoltà di lettura e predispone la scienza a ripensare geneticamente la dislessia. Nondimeno questo disturbo diviene una prova, «un’attestazione evolutiva quotidiana che sono possibili differenti organizzazioni cerebrali» (p. 233).

Grazie a Maryanne Wolf riusciamo a esplorare da vicino l’avventura scientifica e spirituale della lettura, esperienza decisiva per la formazione della civiltà e per la comprensione dell’uomo. Se davvero «we are what we read» per dirla con Joseph Epstein, allora nella lettura riscopriamo le aspettative di un progresso umano, intellettuale e creativo.

© Davide Zizza

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Riferimenti dell’articolo

– T. Delbruck, T. Sejnowski, The language of the Brain. Scientific American, ottobre 2012, p. 54-59; ed. it. Il linguaggio del cervello, Le Scienze, dicembre 2012, p. 52-57 (qui l’articolo in lingua originale
Francesco Cro, dall’articolo Il genitore consapevole, su Mente & Cervello, n. 105, anno XI, settembre 2013, p. 52
M. Proust, Sur la lecture, Paris 1906, trad. it. Sulla lettura, Mondadori, 1995 (è possibile leggere un articolo dedicato al tema della lettura con riferimento a Proust a questo link)
Lev Vygotskij, Pensiero e linguaggio, Giunti, Firenze, 2007
Ara Norenzayan, Scott Atran, Jason Faulkner, Mark Schaller, Memory and Mystery: The Cultural Selection of Minimally Counterintuitive Narratives, Cognitive Science 30 (2006) p. 531-553; sulla ricerca di Norenzayan ed altri esperimenti parla l’articolo di H. Drimalla, Nel mondo delle fiabe, pubblicato su Mente & Cervello, n° 97, anno XI, gennaio 2013, p. 62-67 (è possibile consultare il pdf della ricerca qui)
J. Epstein, Plausibile Prejudices. Essays on American Writing, Norton, 1985

Stopping By Woods on a Snowy Evening di Robert Frost (con traduzione e nota al testo)

winter and snow

Stopping By Woods on a Snowy Evening

Whose woods these are I think I know.
His house is in the village though;
He will not see me stopping here
To watch his woods fill up with snow.

My little horse must think it queer
To stop without a farmhouse near
Between the woods and frozen lake
The darkest evening of the year.

He gives his harness bells a shake
To ask if there is some mistake.
The only other sound’s the sweep
Of easy wind and downy flake.

The woods are lovely, dark and deep.
But I have promises to keep,
And miles to go before I sleep,
And miles to go before I sleep.

 

Sostando presso un bosco in una sera innevata

Di chi sia questo bosco, credo di saperlo.
Ma casa sua sta nel villaggio;
non vedrà fermarmi qui
a guardare il suo bosco colmarsi di neve.

Al mio cavallino sembrerà strano
fermarci senza una fattoria nei pressi
fra il bosco e il lago ghiacciato
nella sera più lunga dell’anno.

Alle sue briglie sonanti da una scrollata
per chiedere se qualcosa non va.
L’altro unico suono è un sussurro
di vento sereno e di soffice fiocco.

Il bosco è piacevole, scuro e profondo,
ma ho promesse da mantenere,
e miglia da fare prima di dormire,
e miglia da attraversare prima di dormire.

 

La nota poesia di Frost, composta nel giugno del 1922, trae ispirazione sicura da un ricordo personale, risalente a un gelido inverno nel New Hampshire. Frost – che aveva una fattoria – una sera tornava a casa da un infruttuoso viaggio al mercato per vendere i prodotti della sua terra. Non aveva denaro per prendere i regali di Natale ai suoi figli e fu sopraffatto da un senso di depressione. Si fermò alla curva di una strada per sfogarsi in un pianto. Di lì a poco si addormentò. Dopo pochi momenti il cavallo diede una scrollata alle briglie e le campanelle suonarono; Frost si riebbe e si prese d’animo per riprendere la via del ritorno.
In Stopping by woods (nella traduzione ho lasciato il gerundio del titolo al posto dell’infinito per rimarcare il senso di sospensione presente nel testo) il poeta non fa menzione del suo problema; solo sosta un attimo a guardare il bosco coprirsi di neve. Fermarsi un attimo fa presagire l’innescarsi di un’osservazione, di una riflessione. Fermarsi a vedere cosa, a pensare cosa? È la sera più scura (qui ho deliberatamente reso con «la sera più lunga» perché si riferisce al 21 dicembre, al solstizio d’inverno, in cui si ha la massima durata notturna oltre che di oscurità) e il poeta ammira la bellezza invernale di un bosco che non gli appartiene, essendo proprietà di un altro, in quel momento assente. Non gli appartiene, eppure lo sente suo.
La magia visionaria del suo sguardo gli consente di godere appieno dello spettacolo. La «colloquialità» con il suo cavallo, sottolineata dall’aggettivo queer al v. 5 e dal sostantivo shake al v. 9, è un chiaro segno che fra lui e il suo animale c’è una specie di comprensione. Il cavallo stesso quando «gives his harness bells a shakes» sembra chiedere il motivo per essersi soffermati in un luogo isolato, in un nowhere dove in verità il poeta si sente a suo agio. Il poeta sente il leggero colpo di vento, vede i fiocchi cadere: si sente bene. Osservare il bosco è vivere l’attimo interiormente. Vorrebbe restare, ma ha delle promesse da mantenere, «da non tradire» dice la versione di Giovanni Giudici. Nonostante il bosco sia bello e profondo, le responsabilità – e quindi il ritorno a casa – lo riportano alla realtà, alle miglia da attraversare prima di dormire. La ripetizione del verso And miles to go before I sleep ritorna poi controversa: la prima volta è un’asserzione perché pensa alla distanza per giungere a dormire, ma la seconda volta non potrebbe suggerire una fuga verso la metafora forse per una conclusione? Dormire, morire? Come dire, queste promesse portate avanti ogni giorno dopotutto non cambiano il destino di ognuno di noi.
Eppure l’evocazione di senso sviluppata nella poesia di Frost corrisponde alla riscoperta di un incanto. E contemplare l’incanto significa fermarci a vivere un istante di infinito. Spettatori fragili di uno spettacolo eterno.

© Davide Zizza

 

La dimensione della parola. Su Dire di Fabio Michieli – di Davide Zizza

La dimensione della parola. Su Dire di Fabio Michieli

di Davide Zizza

 

Un antico proverbio turco dice che scrivere è “scavare un pozzo con un ago”. Ce lo ricorda Orhan Pamuk nel suo librettino intitolato La valigia di mio padre. Se da una parte questo paragone prefigura il duro lavorio dello scrittore, narratore o poeta che sia, dall’altra presuppone che scrivere diventi pure un atto di chiarificazione stilistico-tematica capace di riportare alla superficie del testo una dimensione coerente di parola e significato, eliminando ciò che di questo scavo non serve. Ancor più in poesia l’opera di scavo può manifestare un senso di una più profonda essenzialità in quanto la parola poetica – per quanto possiamo fornire definizioni importanti derivanti dalla tradizione letteraria – rappresenta nella sua costituzione testuale un’arte del levare. Se lo scrittore filtra, il poeta distilla.
Così scopriamo la raccolta Dire di Fabio Michieli, pubblicata nel 2008 (L’arcolaio editore): un vero e proprio distillato in cui l’autore ha riversato non solo la sua visione, ma anche l’esperienza di scrittura come purificazione, scrittura come estrazione della verità. Il momento poetico del “dire” – declinato non come un dire della purezza ma come una purezza del dire – manifesta una sostanza verbale che vuole fondersi con la pagina stessa, quindi parola e foglio assorbiti vicendevolmente per creare “un libro chiaro […] una pagina bianca quasi pura” dove quel quasi rappresenta lo sguardo dell’autore, sguardo non soltanto soggettivo, ma capace di catturare con attenzione i segnali intorno a lui.

lieve, un respiro lontano si fa
eco e mistero: voce che s’innerva
se un cuore esangue dorme tra le mani

Augusto De Molo, nelle sue impressioni di lettura, ci restituisce una pregnante definizione di relazione del poeta con la propria città nel senso figurato di un Orfeo contemporaneo e la sua Venezia-Euridice che il poeta guarda negli occhi, non per perderla come nel mito tradizionale, ma per comprenderla a fondo.
Credo che un motivo ulteriore vada a legare – filo invisibile ma resistente – ogni verso componente la raccolta, un oltre che ritroviamo nel desiderio di chiarire un tema, un’immagine o un argomento, ma anche di superarlo. È l’idea di poesia quale osservazione della realtà che diventa a sua volta occasione di poesia, del dire. Pertanto non solo l’immagine in sé, assorbita, fortemente interiorizzata nella sostanza della parola, ma immagine superata nella sua stessa definizione poetica e di conseguenza osservazione che va a definire o a ridefinire un significato costituitosi nel tempo, per es. in questi versi dedicati al mito orfico:

(Euridice a Orfeo)

voltati e guardami! sei tu: sono io:

m’interroga il silenzio sceso come una nube
a cingermi e salvarmi dall’intorno vociante –

ora voltati e guardami! ti supplico:

spegni il tuo amore incauto! eternami nel canto!
annientami: dissolvimi: esaudiscimi: annullami

Qui non riscopriamo la rivisitazione del mito fine a se stessa ma un superamento del tema per ricavarne un’occasione montaliana di riflessione, di ciò che rappresenta. In altre parole, prestandoci le parole dalla prefazione di Fortini alle poesie di Rilke tradotte da Giaime Pintor, la scrittura di Michieli è “poesia che è occasione di poesia” e pertanto non obbedisce necessariamente ad una interpretazione ‘ideologica’, ma diventa motivo poetico di espressione. Una poesia il cui titolo ha rievocazione oraziana, vestigia terrent, è – in linea con il tema dell’occasione – un mettersi in ascolto del senso che il tempo e i giorni assumono per l’autore:

ma le ceneri che ho nere sul capo
le ha posate il vento che ancora sparge
reliquie di chi arse ieri sul rogo,

nell’ultimo scorcio di Carnevale.

A queste ceneri che preannunciano il periodo quaresimale il poeta preferisce “l’azzurro che invade il giorno sereno”, un azzurro “tutto cielo o tutto mare” il cui colore sottintende un ideale di uniformità fra parola e senso, facendoci così riscoprire la finalità di una scrittura che ritagli una sua dimensione sulla carta. Dimensione umana che non nasconde le ferite del tempo (“così non ho diritto alle illusioni!”) o la ragione di un dolore (“fu […] /il ricordo a disperdere sul volto/due rivoli di noia”) o ancora il senso dell’attesa (“già s’agghiaccia l’attesa se al ritorno/sul volto squamerà/la fiamma che arde nuova una passione”), dimensione che si presta ad una funzione simbolica e significativa:

(di quel che resta avvolto nella carta non lo diresti mazzo
ma l’idea che di esso ci si può fare […]
non lo diresti un mazzo quel che resta)

Fabio Michieli nel suo Dire riesce a delineare uno spazio di parola in un movimento essenziale che distilla nel fondo della pagina un sentire profondo e autentico.

Izet Sarajlić: l’arma della poesia – di Davide Zizza

L’arma della poesia

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E ancora mi resta nella mente l’eco de Ultimo tango a Sarajevo e di 30 Febbraio di Sarajlić. Kiko per gli amici! Sono versi felicemente ostinati nella speranza di libertà, amore, cultura. Libertà da una malattia mortale che se chiamata regime o dittatura, assedio o guerra non fa differenza, tanto non cambia la “misura” della crudeltà. La poesia, per dire tutte le espressioni letterarie e intellettuali, è sempre stata la vera scintilla umana capace di fare denuncia sociale e di asserire con fermezza che è l’arte a salvare la vita. Un regime teme la letteratura, per questo tenta di sopprimerla.
Leggo ancora a distanza di settimane le poesie di Kiko, mi lasciano un senso di commozione; esse sono un grido di terra e al tempo stesso una voce che riappacifica con sé stessi. Limpide e dirette, usano le immagini, hanno un sofferto sapore di realtà. Eppure resistono alla rabbia, denunciano con ironia, amano con tenerezza.
Penso a questo poeta di Sarajevo e, anche se non posso far mia la sua esperienza – la mia data di nascita mi distanzia molto dai periodi feroci della Storia e mi ha risparmiato persino il servizio militare, avendo scelto di fare l’obiettore – provo a riflettere su come possa esser stato terribile vivere in una città sotto assedio e che nemmeno sotto assedio ha mai voluto lasciare. Sarajlić è un poeta delle coincidenze: l’identità civile del poeta ha coinciso con l’amore per la città e la passione per la poesia con l’amore verso la compagna.
Un poeta non porta armi. Le sono estranee. L’unica arma affilata a lui congeniale sta fra le sue dita, quando deve far giungere la sua voce sui libri, sui giornali o anche solo declamando per strada il suo atto di libertà: è la parola che lo autorizza. Come quando denunciarono Iosif Brodskij. Processo del 1964. Capo d’imputazione: parassitismo! Il giudice domandò la professione ed egli rispose ‘traduttore e poeta’, al che di nuovo il giudice risentito chiese chi lo avesse arruolato nei ranghi dei poeti, e Brodskij per niente risentito rispose “Nessuno. Chi mi ha arruolato nei ranghi del genere umano?”
Così mi immagino Kiko Sarajlić processato perché faceva i turni di notte a leggere poesia in pubblica piazza prima dell’arrivo dell’alba. Alla domanda chi mai lo avesse autorizzato, avrebbe risposto: “Ho il porto d’armi che mi autorizza: la mia penna!”

Davide Zizza

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Izet Sarajlić

Izet Sarajlić

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3 poesie tratte dalla raccolta Chi ha fatto il turno di notte nella recente edizione Einaudi

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Come farà Sarajevo senza di me

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Mah, in qualche modo farà.
Spargerà qualche lacrima, terrà tre discorsi.
Il terzo, quello sulla cassa, sia il più breve possibile.
E poi tornerà nella sua notte
e comincerà a dimenticare.
La prima notte sottoterra chiamerò ancora aiuto.
Vorrò ancora leggere almeno “Oslobodjenje”, almeno il “Vjesnik”.
In seguito riuscirò a farci l’abitudine.
Ma,
noi continueremo a incontrarci.
Io ero – un poeta.
Ogni volta che la mia città avrà bisogno di una parola affettuosa,
io ci sarò.
Io lo so chi sopporterà peggio la notizia della mia morte,
ma questa volta non nominiamola.

1965

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30 febbraio.

Senza contare le periodiche misteriose scomparse del 29 febbraio
ogni anno in amore
ci depredano di un giorno.
Quand’ero giovane non ne tenevo conto,
anche senza quello
c’erano abbastanza sabati e mercoledì.
Oggi per me è importante ogni giorno
in cui ti posso guardare.
Il nostro feudo
che si estendeva per cinquant’anni di futuro
si è ridotto ad un piccolo podere contadino.

1976

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Ultimo tango a Sarajevo.

8 marzo del novantaquattro.
La Sarajevo amorosa non si arrende.
Sul tavolo l’invito per il matinée danzante allo Sloga.
Naturalmente, ci andiamo!

I miei pantaloni sono abbastanza stazzonati,
e anche la tua veste non è proprio da Via Veneto.
Ma noi non siamo a Roma,
noi siamo in guerra.

Arriva anche Jovan Divjak. Dagli stivali si vede
che è appena giunto dalla prima linea.
Quando ti chiede un ballo sembri un po’ confusa.
È la prima volta che ballerai con un generale.

Il generale non sa neppure lui l’onore che ti ha fatto,
ma, per Dio, anche tu al generale.
Ha ballato con la donna più celebrata di Sarajevo.
Ma questo tango – è solo nostro!

Dalla spossatezza ci gira un po’ la testa.
Cara, è passata anche la nostra magnifica vita.
Piangi, piangi pure, non siamo in Via Veneto,
e questo forse è il nostro ultimo ballo.

1994