carcere

Goliarda Sapienza a ventun anni dalla sua scomparsa

Tanti ricorderanno nei prossimi giorni e in modi diversi Goliarda Sapienza, che veniva a mancare il 30 agosto del 1996. Come già in altre occasioni, sul nostro blog le dedichiamo un focus giornaliero per leggere, da altre prospettive, la sua opera.

immagine tratta da «Paese sera», 18.02.83

Trascendere il «sogno del carcere» nella vita e nella scrittura:
Goliarda Sapienza a ventun anni dalla sua scomparsa
di © Alessandra Trevisan

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Rubò alla sua migliore amica forse per realizzare un sogno
di Dario Bellezza

FORSE la galera è il sogno (borghese) degli scrittori (borghesi) che vanno in cerca di forti emozioni; un’avventura da pagarsi sulla propria pelle per poi raccontarla: prima scrittori insomma e poi galeotti: prima scrittori e poi ogni illecito è lecito: basta raccontarlo. Ora la letteratura vanta anche scrittori che si sono fatte [sic.] le ossa in galera, nelle carceri più disumane e poi, una volta usciti, hanno raccontato quel mondo carcerario, e dunque sono in genere autodidatti che per meriti letterari acquisiti sono stati fatti uscire dal Potere, sono stati perdonati; e magari appena fuori hanno ricominciato a delinquere: il caso ultimo di Albot scoperto da Norman Mailer è esemplare. Tirato fuori dalle carceri americane da Mailer è ritornato ad ammazzare, e dunque niente redenzione.
……………Poi c’è stato il caso (supremo) di Jean Genet: scrittore troppo osannato forse, scoperto da Sartre che lo usò per suoi scopi teorici e filosofici in «Saint Genet, commediante e martire»: fortuna che capita a pochi scrittori di sentirsi museificati in vita da un grande come Sartre.
……………Ma Genet sublima e corrode l’idea di delinquere, lo eccita, e lo trasforma in grande madre maledetta. Ora, tralasciando altri esempi anche più scontati e commerciali (Papillon, etc…) arriva, essendo già scrittrice, la nostra Goliarda Sapienza a raccontarci le sue vicissitudini nelle carceri romane di Rebibbia.
……………Io conosco Goliarda Sapienza. Da ragazzo lessi i suoi libri pubblicati da Garzanti e «Il filo di mezzogiorno» mi entusiasmò; così volli conoscerla. E dato che avevamo amici in comune fu facilissimo. Ricordo una casa ai Parioli: la Sapienza era stata attrice con Visconti e frequentava molte persone mondane e snob; viveva da ricca ma ci tenne a dire che era povera, non aveva più una lira: aveva sposato Citto Maselli ma se ne era separata non so da quando. Mi rimase simpatica; faceva un po’ Tennessee Williams, signora Stone sul viale del Tramonto, ma erano affari suoi. D’altronde, prima o poi, ineluttabilmente tutti si invecchia.
……………Ricordo poi un altro incontro: io ero con Sandro Penna, nei primi anni settanta, eravamo stati a qualche presentazione e ritornando verso casa ci accompagnò la Sapienza. Ci fermammo in un ristorante di Piazza Navona; non ricordo niente di quella serata: solo una frase della Sapienza detta quasi con invidia e diretta a Penna che aveva spettegolato su mezzo mondo letterario di allora, e soprattutto della sua più cara amica-nemica, la Morante: «Siete viziati». Io le chiesi che intendesse dire con la parola «viziati» e la Sapienza ci tenne a ribadire che eravamo viziati perché ci comportavamo come se fossimo depositari dei segreti della letteratura, sacerdoti della letteratura, mentre lei si sentiva irreparabilmente esclusa. Raccontò un episodio occorsole con la Morante, altra «viziata»: la Morante la pregò di suicidarsi se voleva, era la cosa migliore che potesse fare invece che scrivere. Come poteva, la Morante, disse, arrogarsi questo diritto di stabilire chi doveva scrivere e chi no? (altro…)

“Voce di donna, voce di Goliarda Sapienza”: l’8 marzo a Padova

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Martedì 8 marzo 2016, ore 20.00

Lìbrati. La Libreria delle donne di Padova

Via San Gregorio Barbarigo, 91

“Voce di donna, voce di Goliarda Sapienza. Un racconto”

Ideazione, realizzazione, interpretazione
Anna Toscano, Fabio Michieli, Alessandra Trevisan

Adattamento musicale
Alessandra Trevisan

Ingresso su prenotazione riservato ai soci dell’associazione “Virginia Woolf”

Sito web: http://www.libreriadelledonnepadova.it/event/voce-di-donna-voce-di-goliarda-sapienza/

Evento Facebook: https://www.facebook.com/events/569684879845567/

“Testimone della libertà femminile”, Goliarda Sapienza non è stata solo una grandissima scrittrice ma anche una donna straordinaria, eclettica, oltre l’anticonformismo.
L’Associazione Virginia Woolf, che ha sede presso Lìbrati, la libreria delle donne di Padova, dedicherà il suo 8 marzo a narrare la vicenda di una scrittrice italiana, attrice di teatro e di cinema che, con le sue scelte di donna e di autrice, ha impresso alla sua vita e alla sua scrittura un segno indelebile di autenticità e impegno.

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Voce di donna. Voce di Goliarda Sapienza a “Bologna in Lettere”

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Bologna in Lettere – Un Festival lungo un anno

presenta

Sabato 20 febbraio 2016 ore 18.00

Cassero LGBT Center

Via Don Minzoni 18 – Bologna

Cura e conduzione Alessandro Brusa

“Voce di donna, voce di Goliarda Sapienza. Un racconto”

Ideazione, realizzazione, interpretazione
Anna Toscano, Fabio Michieli, Alessandra Trevisan

Adattamento musicale
Alessandra Trevisan

Sito internet: https://boinlettere.wordpress.com/

Evento Facebook: https://www.facebook.com/events/170648896642404/

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Narrare la vicenda di una scrittrice italiana che è stata anche attrice di teatro e di cinema, e che, con le sue scelte di donna e di autrice, ha impresso alla sua vita e alla sua scrittura un segno indelebile di autenticità e impegno. Figlia di una donna altrettanto importante, anche se diversamente, per la “storia della donne” e decisiva per le svolte politiche e sociali femminili: questa è stata Goliarda Sapienza che viene raccontata, in questo “Un racconto”, attraverso i suoi libri e i libri scritti su di lei.

Una scrittrice tenace, una donna in una diversa prospettiva femminile, nel rapporto con l’arte, la scrittura e la vita, presentata con le sue parole tratte da romanzi e diari, pièces teatrali, sino a giungere ad Ancestrale, la sua raccolta di testi poetici uscita decenni dopo la sua scomparsa. È di Ancestrale che si può godere di una lettura a voci miste e musicata: un dare voce a quella voce da troppo tempo silente. Il filo conduttore di questo progetto sono le poesie che vengono lette, raccontate, musicate, performate e cantate. “Un racconto” per immagini che abbatte la distanza spazio-temporale tra la scrittrice e il lettore attraverso brevi fotogrammi, scorci, momenti.

Un “film di parole” che si augura di restituire la figura di Goliarda Sapienza in tutta la sua bellezza, di invogliare alla lettura di tutte le sue opere e di approfondirne la conoscenza. Un invito alla poesia in quanto legame a filo doppio con l’esistenza.

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Anna Toscano vive a Venezia, insegna all’Università Ca’ Foscari e collabora con altre Facoltà. Collabora con “Il Sole 24 Ore” e altre testate, cura iniziative culturali legate a letteratura e poesia. Come fotografa sue fotografie sono apparse in numerose riviste, manifesti, copertine di libri, pubblicità, mostre personali e collettive. Ultima sua raccolta di poesie è Doso la polvere, per La Vita Felice nel 2012, preceduta da All’ora dei pasti, 2007, e Controsole, 2004; liriche, racconti e saggi sono rintracciabili in riviste e antologie; sua la curatela di cataloghi e libri di poesie. Ha ideato e condotto la trasmissione radiofonica Virgole di poesia, con A. Trevisan, per Radio Ca’ Foscari. Varie le esperienze teatrali. Da due anni porta in tournée lo spettacolo “Voce di donna, Voce di Goliarda Sapienza”, con F. Michieli e A.Trevisan, e altri spettacoli. Per la testata on-line “La Rivista Intelligente”, cura “Venerdì in versi, appuntamento con la poesia” e “Polaroid – l’immagine che di un libro rimane”. www.annatoscano.eu

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Alessandra Trevisan ha conseguito la laurea magistrale in Filologia e letteratura italiana con una tesi dal titolo Goliarda Sapienza (1998-2013): una voce intertestuale (di prossima pubblicazione). Suoi saggi e contributi sull’autrice sono apparsi in antologie, riviste e presentazioni. Si è formata partecipando alle attività del collettivo mestrino “Spritz Letterario”, al redazione del “Festivaletteratura” di Mantova e di Radio Ca’ Foscari, dove ha ideato il programma “Virgole di poesia” con A. Toscano. Dal 2011 è parte della redazione del litblog “Poetarum Silva”. Sperimentatrice vocale, dal 2013 partecipa alla band UnkNwn (electronic, Idm, synthpop). Un suo brano è contenuto nell’album collettivo “Pleiadi” edito dalla netlabel Electronicgirls (2016). Lo scorso gennaio è stata tra gli artisti in residenza per l’associazione PLU Paris Lit Up. soundcloud.com/alessandratrevisan

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Fabio Michieli nel 2003 ha dato alle stampe l’edizione critica e commentata del racconto storico Il duca d’Atene di Niccolò Tommaseo (Padova, Antenore), autore su cui si è laureato presso Ca’ Foscari. Suoi interventi critici dedicati a Tommaseo sono apparsi anche in rivista (“Quaderni Veneti”, “Giornale storico della letteratura italiana”) e in volumi miscellanei. Di prossima pubblicazione due nuovi lavori critici dedicati al letterato dalmata.
Nel 2008 ha pubblicato la raccolta di poesie Dire, per l’Editrice l’arcolaio (la seconda edizione accresciuta uscirà nel corso dell’anno). Dirige la collana “Fuori collana” dell’Editrice L’arcolaio. Lettore di poesia e di narrativa, sue recensioni sono apparse nel sito www.alleo.it e in rivista (“l’immaginazione”, Italian Poetry Review). È, insieme a Gianni Montieri ed Anna Maria Curci, caporedattore del litblog Poetarum Silva.

“Ero nato errore” di Nina Maroccolo e Anthony Wallace. Lettura di Monica Martinelli

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Un viaggio dis-umano nei labirinti dell’in-giustizia: Ero nato errore di Nina Maroccolo e Anthony Wallace.

 di Monica Martinelli

Ci sono incubi dove qualcosa di orrendo e terribile sembra avere il sopravvento e ci fa precipitare sopraffatti dalle tenebre. Ma ci sono realtà peggiori di qualsiasi incubo, proprio come quella di Anthony Wallace, il protagonista di questa storia iperreale ma poco realista. Come giustamente osserva la coautrice Nina Maroccolo nella quarta di copertina, il protagonista sembra provenire da uno dei romanzi del “sottosuolo” di Dostoevskij o Kafka, con lo stesso dolore estremo, inciso dalla durezza della realtà, stesso stare sospesi tra essere e nulla per affrontare l’angoscia quotidiana nella sfida del mondo. Viene da pensare anche alle dramatis personae dei romanzi sul ciclo dell’inettitudine di Svevo e Tozzi.  Quando l’intoppo, il precipizio costringono a toccare con mano il dolore e né i colori né la musica riescono a dare sollievo al cuore, lì si comprende la storia di Anthony…

Il libro Ero nato errore scritto a quattro mani da Nina Maroccolo e Anthony Wallace, edito nel 2014 da Pagine-Roma, non è né un diario, né una biografia, né un romanzo, bensì la speranza di una nuova vita, e quindi di una nuova nascita, di un uomo perseguitato da un destino infausto, condannato a vivere nella solitudine del suo corpo per la crisi identitaria dovuta al suo stato civile registrato all’anagrafe che lo ha fatto sentire perennemente inadeguato e sbagliato. Il libro è composto da due parti che si intrecciano, due voci ugualmente e diversamente drammatiche e vibranti, quella scritta in un italiano stentato piena di sobbalzi e cruda intensità da Anthony, e quella più lirica scritta in modo struggentemente empatico da Nina Maroccolo, che dà anima e voce al protagonista e che sembra aver realizzato con lui un folgorante transfert. Nina è scrittrice sensibile e densa che conosce le aporie psicologiche e sa bene che anche nell’inferno l’animo si può muovere con grazia e agilità per ardere di meno, seppure le ustioni lasciano cicatrici. (altro…)

Reloaded – riproposte natalizie #1 – Intervista a Milo De Angelis e un inedito

Come è già avvenuto la scorsa estate facciamo una piccola pausa natalizia rispetto alla programmazione ordinaria, sfruttando i giorni che vanno dal 24/12 al 06/01 per riproporre articoli che ci sono particolarmente piaciuti o che, secondo noi, meritano un secondo giro d’attenzione. Buone feste e buona lettura, la programmazione ordinaria ricomincerà il 7 gennaio 2015. (la redazione)

foto di Viviana Nicodemo

foto di Viviana Nicodemo

Milo De Angelis, uno dei poeti più significativi della nostra epoca, parla della sua poesia con Francesco Filia e annuncia il suo prossimo libro di cui pubblichiamo l’inedito che lo concluderà.

1. “Ho cercato con forza in questi anni quel punto in cui sangue e pensiero sono un’unica cosa”. Questa affermazione contenuta nel tuo saggio Poesia e destino, mi sembra che esprima una questione centrale della tua poesia. In che senso pensiero e sangue e quindi teoria e vita sono per te un tutt’uno?

Ho sempre amato, nella parola poetica, la presenza di un pensiero capace di nutrirla e di scorrere insieme a lei. Ma deve essere un pensiero impregnato di vita, pulsazione, tremore, ferita, spaesamento, un pensiero inondato dal sangue. Non un’idea condotta passo dopo passo verso la sua meta, ma qualcosa che si spacca e si lacera, crea irruzione e imminenza. Un pensiero tragico dunque. Quello di Pavese o di Artaud, di Nietzsche o di Marina Cvetaeva, una potenza deduttiva che può incontrare sulla sua strada l’indeducibile e rimanere senza parole.

(altro…)

Le scale

Ci sono giorni in cui la pioggia scende e, anche se controvoglia, sei costretto all’attesa. Così per questo pezzo ho dovuto aspettare che cessasse l’allarme meteo, rileggere tutto e decidere se pubblicarlo o meno. Ho aspettato che passasse quella fastidiosa sensazione all’altezza dello stomaco, quella sensazione che, quando ti assale, riesce a togliere il fiato e la ragione.
Mentre scrivo, ripenso alle statistiche dell’Associazione Ristretti Orizzonti che ho letto recentemente: ogni due giorni un detenuto muore in carcere. Per avere un’idea della gravità del dato, basti pensare che le donne vittime di femminicidio (che brutta parola) sono una ogni tre giorni.
La causa indicata per i decessi in carcere è sempre una a scelta tra morte naturale, arresto cardio-circolatorio e suicidio; ma, come indica il rapporto, non sono pochi i casi di pestaggio, di malasanità, di cure non ricevute e di istigazione al suicidio.
La vicenda di Stefano Cucchi, sin dall’inizio, mi ha sempre creato disagio, forse perché mi ha messo di fronte all’evidenza di vivere in un Paese che ha un concetto di giustizia precario. Precario quasi come quello di rispetto.
Quello di Stefano Cucchi è uno dei nomi di una lunga lista – quella dei “morti di carcere” – che annovera Federico Aldrovandi, Aldo Bianzino e Giuseppe Uva (ma qui trovate altri nomi, come quello di Gianluca Frani, un paraplegico che si è impiccato in carcere).
Sembra quasi che ogni nome aggiunto sia il tentativo di vedere fino a quanto ci si può spingere nell’indifferenza generale delle istituzioni e di un popolo che dimentica più velocemente di quanto riesce a pubblicare sui social network.
È con questo sentimento di rabbia e di impotenza che sabato scorso è nato “Le scale”, il testo di un brano del gruppo di cui faccio parte; un brano che, dopo un lungo confronto (e una stesura musicale un po’ troppo alla Brunori Sas) abbiamo deciso di lasciare inedito.
Probabilmente, con qualche modifica, diventerà un racconto breve da leggere durante i live, accompagnato da una parte strumentale, per ricordare e per cercare di non far dimenticare. Perché la musica forse non può cambiare le coscienze ma può rammentare che un popolo civile ha il diritto di conoscere la verità e di ricevere giustizia.

Le scale

Per le scale
c’è chi scende, c’è chi sale
e chi si fa del male
e quel gusto
che si trova nel cadere
non c’è nel continuare
a dare le testate contro un muro
così solo per giocare
e indossare una maschera di sangue
neanche fosse carnevale

Quelle scale
le conosco molto bene
ci ho dormito anche a Natale
con la gente
che passava e che correva
e qualcuno che cantava
coi bambini che aspettavano un trenino
per andare via lontano
quei bambini caramelle in una mano
e il domani più vicino

C’è chi ha detto
che una vita dissoluta
mi ha portato in questa bara
non le botte
il digiuno e le percosse
che facevano a gara
per capire quanto tempo si può stare
soli come un animale
per vedere quanto dista da noi il male
e lasciarmi lì a morire

Quell’azzurro che non comprendo (poesie dal carcere)

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Guardare oltre un confine
pieno di paure
in un’esistenza senza tempo
in un gioco delle parti senza logica
in un turbinío di scuse
andando a tastoni
per una strada tutta buche e sabbia
in questo viaggio pieno di noi.

(Gualtiero Leoni)

***

Figli

Rendetemi cieca e io
vivrò felice di sentire
il loro respiro.
Vivrò con il tocco delle loro
mani come fossero vibrisse di gatto
o piccoli nastri d’argento.
Come giunchi loro sono cresciuti
persistenti alla vita
nulla si crea, nulla si distrugge
il mio amore per loro
dà fuoco alle valanghe.

(Tatiana Mogavero)

***

Cerchi di fumo

Caffè, gocce, sorsi, zucchero poco…
Cerchi di fumo su quadrati di fondo
sopra la spugna scrivo la mia poesia,
un pensiero tra le dita
ed è il colmo che ora
qui
in questa condizione, sulla mia cuccia
costretto nella dimensione
di un letto, ora… il Giallo
mi bacia
ma traccia sul pavimento
un’ombra che si allunga…

(Francesco Capizzi)

***

L’esattore

Guardi i conti che devono tornare al centesimo
le cifre scorrono fra indice e pollice
e intanto alla porta bussa il tempo
che viene a riprendersi gli anticipi;
è un esattore che non concede dilazioni.
Adesso tu tenti di coprire i debiti dei tuoi giochi
offrendo in garanzia lembi di pelle e mosse teatrali,
sai che è una scorciatoia per ingannarlo
confidando che l’oscurità della notte
lo porti a varcare altre soglie
per soddisfare la sua sete di giustizia.
Però il medesimo buio avvolge entrambi
e le calcolatrici non funzionano più.

(Vittorio Mantovani)

***

Sogno tradito

Sono stanco
di vedere la nostra stagione;
viene dipinta solo di rosa. Sono stanco
di sentire il pianto delle vedove
sulle salme disseminate nel fosso
lasciate al silenzio del bosco.
Sono stanco
di vedere che la nostra generazione
viene eliminata giorno per giorno
dal fuoco amico,
è diventato un sogno scoprire il manto bianco
seguire la traversata del falco
la nascita dello stato laico
senza croce né rosario
senza burka né barba.
Non vogliamo il ritorno della Regina di Saba
del rabbino del monaco.
Liberiamo il credo dal potere.
Non rendiamo la scelta per altri
una spina nel fianco,
difendiamo i colori i valori.
Nel nostro bel mosaico
la diversità è un bene mitico,
la convivenza civile impegno etico.
Per inaugurare un futuro
di diritto di libertà democratica.
Sogno tradito della Tunisia, dell’Egitto
del popolo libico.

(Jomaà Bassan)

***

Albania

Voglio venire da solo a riprendere
la mia eredità
quella grande ricchezza fatta
di pietre di arbusti di alberi alti
terra colorata fiocchi di neve.
Il freddo accogliente
il caldo opprimente
il chiasso delle cicale
il canto degli uccelli
il respiro del fiume
le montagne i fichi gli ulivi
il sorriso delle signore anziane
che per me erano tutte mamme
sempre pronte a difendermi.
Sono ancora lì ad aspettarmi
lì irremovibili
nell’attesa che io le porti per sempre con me.
Ovunque. Per non lasciarmi morire da solo.

(Qani Kelolli)

***

Come un bambino

Se tutte le lacrime
mi fossero cadute dagli occhi
avrebbero riempito un oceano
creando onde gigantesche.
Ma la mia poesia è
come un bambino vivace
che ride e sorride
ogni volta che sente cantare
gli uccelli.
Io sono una piccola stella
che illumina la terra,
sono la poesia innocente
che fa bene al presente.
Sono contento perché tutto ciò
viene dall’anima mia.

(Mone Karilla)

***

Nota: le poesie raccolte nel volume sono nate durante il Laboratorio che si tiene nel Carcere di Bollate, da molti anni. Laboratorio tenuto da Anna Maria Carpi e Maddalena Capalbi.

Milena Prisco – Vogliono fare gli angeli

Foto di Paolo Ciaberta

Foto di Paolo Ciaberta

 

Vogliono fare gli angeli

 

In questo posto c’è un odore che rimane addosso a chi ci dorme e ci si sveglia dentro. È odore di chiuso, di detergenti scadenti, di ferro di sbarre, di cibo cotto con chissà quali acque, di aliti pesanti per la mancanza di dentifricio passato dallo Stato, di mura di muffa. L’odore impregna le carni di questa gente, i capelli a nervi scoperti del loro sebo che ha la stessa puzza delle teste dei vecchi. Sotto questi tetti si diventa subito vecchi, nei movimenti e nella lentezza della parola che si perde nella memoria delle poche cose della vita passata che rimangono a mente.

Un due tre, un due tre, un due tre e quattro.

Ore 13 e fuori non c’è una pianta. C’è il cemento battuto di uno spiazzo, campi che ti irritano la gola con lo sterco di vacca e il silenzio allo stato solido. Qui solo i cani con la bocca aperta sembrano sorridere.

Dentro c’è una quinta che si apre su uno spazio quadrato; qui fa più freddo che in qualunque altro posto della provincia di Cuneo. La luce è forte di dieci finestroni, cinque su un lato e cinque sull’altro, alti e larghi sopra le nuvole: l’unica natura ancora visibile ad occhio nudo attraverso i vetri.

Su, su, su, che oggi è bello.

Dal corridoio arrivano prima le voci. Uno dopo l’altro entrano da destra e da sinistra in camminata rapida per l’impazienza di attraversare la distanza di questo spazio dai cinquanta metri di corridoio sonorizzati da eco che portano alle sezioni oltre le sbarre. Uno dopo l’altro entrano, si sorridono, le pacche arrivano fra i finti calci, schiaffi e pugni con inseguimenti circolari a due a due come i bambini che sgommano sotto il sole di un cortile. Uno dopo l’altro entrano, si sorridono e si parlano.

E poi basta: cominciamo? Forza smettetela di parlare. Mettetevi in cerchio, levatevi le scarpe. Voi due la smettete? Dai! Non toccate le sedie, lasciatele stare. Ragazzi forza non perdiamo tempo.

 Marco vorrebbe dare una regola ma la voce si perde sotto le battute nelle lingue d’Italia e del nord d’Africa.

Forza non fate i bambini, cominciamo col silenzio.

Non c’è ordine in uno spazio dove venti maschi si incrociano, si confondono, si spostano camminando di lato con l’andare dei burattini, a marcia indietro e a marcia avanti intorno alla catasta di sedie, nell’ inconscio moto perpetuo delle gambe che non si sanno fermare fino a quando la musica parte e poi in un colpo solo c’è un cerchio umano che si compone solenne al centro dello spazio.

Un due tre, un due tre, uno due tre e quattro. E un due tre, un due tre, uno due tre e quattro. Ancora, un due tre, un due tre, uno due tre e quattro. Ancora, un due tre, un due tre, uno due tre e quattro. Seguite me.

Marco in cerchio dà l’esempio dei movimenti di gambe e braccia “che devono andare sciolti dal peso della colonna vertebrale e dei muscoli” tesi e grossi, ingrossati dalla stasi, dal gonfiore che li ha tumefatti al di là del giorno e della notte in ore di branda che si ripetono in anni di solo telegiornale e di seghe mattutine.  Lo guardano  in silenzio.

IpiedilarghiapritelegambevogliovedervimorbidicomebamboledipezzanonridereTonySususunonperdeteilritmotuttiinsiemetuttiinsiemenonèpossibilechenonciriescirespirabeneapriipolmoniinspirateeunoduetreunduetreeunodueetreeunodueetre.

Marco parla, parla troppo e urla sopra la musica, mostra la mossa del braccio: che si deve lasciare cadere e girare e girare in moto orario e antiorario senza il comando dell’articolazione, senza la resistenza del muscolo. E Marco parla, Marco parla troppo. Loro lo guardano ma non lo ascoltano.

Poi parte la danza in ognuno di loro nel silenzio della propria testa. Marco scompare. Sciolti muscoli e articolazioni ad occhi chiusi, vanno in apnea con  i passi che vanno dove solo loro vogliono andare.

Alberto balla lento e non si ferma.

La musica è alta. La musica spacca, la musica sta coprendo  i battiti dei cuori accelerati, sudati per i movimenti inaspettati dei muscoli nella danza del corpo affaticato a cercare lo stato primitivo del suo stare sulla faccia della terra. Lo spazio sotto i loro piedi è diventato vuoto e senza barriere, lo spazio in alto è pieno di un azzurro cielo passato dai vetri, macchiato solo dallo strascico di una nuvola in ogni finestrone che scompare veloce verso un’ altra terra, dove qualche parente  li aspetta vivere o morire. Il pavimento si è allargato, è raddoppiato, Alberto si muove in un quadrato che pare contenerne altri trenta ad incastro.

Cristo è gigante a grandezza naturale, appeso e sospeso sulle loro teste fra due finestroni, vuole quasi cadere dalla croce a faccia a terra, è troppo grosso nelle braccia e nel tronco. Ha vergogna per la mancanza di carità della giustizia terrena; non ce la fa a guardarli negli occhi, sono peccatori, sono omicidi, alcuni mussulmani, sono trafficanti, sono matricidi, sono ladri, sono carcerati.

La musica sa di Bregovic. I piedi nudi non sentono il freddo del pavimento nei passi sempre più larghi,  giri di vita, di polpacci gonfi, di anche dinoccolate. Nessuno apre gli occhi, hanno il sangue che segue le note a molla: ripartono ma senza dolore, senza scatti e sudano, senza caldo, sudano  dolore, senza riscaldamento acceso, sudano disperazione di forza e si spogliano senza fermare la danza. Via maglie, via tute, via calze da piedi bucati da proiettili sparati in uno scontro a fuoco, da cicatrici rosse ancora miste a inchiostri di tatuaggi fatti a fuoco.

La musica ora è Lilies in the Valley, come in Pina di Wenders.

Sceglietevi, trovatevi, cercatevi, non sempre gli stessi,cambiate compagno, provatevi, scopritevi a coppie e toccatevi. Marco si muove a esempio ma per loro non esiste più, Marco è nuovamente sparito dalla loro mente.

Sono in coppia uno avanti e l’altro indietro a passi lenti a camminare leggeri senza il piombo delle loro colpe,  delle loro pene e con una presenza che li segue alle spalle: fanno gli angeli. Non si girano, non si guardano alle spalle, si muovono secondo la loro libertà.

Cristo ma li vedi i criminali delle leggi scritte? Cristo ci vedi? Cristo di un dio cadi e spaccati la faccia. Sono gli occhi di un uomo a parlare,  sbavando bile dall’angolo della bocca ad ogni occhiata al crocifisso.

Chi di loro fa l’angelo segue l’altro, lo accompagna e lo accudisce con la proiezione della sua ombra che si gli pianta da sola addosso.  Hanno la rassegnazione di doversi fidare di chi è al loro fianco in un posto, dove altrimenti si finisce per morire al di là del corpo e della sua carne. L’esercizio è un atto elementare: l’angelo tocca da dietro una parte del corpo di chi gli sta davanti, gli dà un impulso che l’altro – senza girarsi – recepisce come un segnale per far partire in movimento la parte di corpo toccata dal contatto dell’angelo.

 Sono il padrone della terra calpestata sotto i tuoi occhi. Cristo cosa guardi chinando il capo sul lato destro nella direzione della ferita di lancia sul tuo costato? Allah ha dato la parola al tunisino basso che sputa sudore ovunque.

Alberto non ha tolto il berretto. Alberto è il più vecchio, sessanta estati di cui quaranta passate qui dentro. Si disinteressa di dove sta andando, lambisce la catasta di sedie a centro palco ma ne è respinto morbidamente come da una forza opposta. Ha  invertito la rotta senza turbare il suo angelo: potrebbe avere l’età di un suo figlio. È un angelo che rimane a distanza di sicurezza, la faccia è squadrata e inquadrata da un filo di barba: ha un signor pizzetto, i capelli neri pettinatissimi, una polo nera con uno scudo tricolore sul petto, cammina dritto con lo sguardo fiero. Non si è spogliato l’angelo di Alberto, ha tutto addosso tranne le calze.

Le coppie si abbracciano. Forse non l’hanno mai sentita una musica sacra come questa con suoni di archi e voci soprane. Hanno le facce di un lutto fresco nel loro passo a due, ognuno si sta confessando da solo le proprie morti e se le sta piangendo nell’estenuante danza dei propri passi  che faticosi hanno gonfiato vene blu fuori dalla pelle di avambracci, colli e polpacci.

 La luce del giorno si abbassa. Sono ormai le quattro e la natura aiuta a dare gli ultimi minuti di sollievo ai carcerati, prima di tornare sottovuoto in una cella di due metri per tre.

Alberto lento cammina, scivolando ad occhi chiusi con il fiato mastino dell’angelo al suo collo.

Marco ricompare a voce bassa: uomo ed angelo riposatevi.

Ognuno affida alle mani dell’altro il massaggio del proprio corpo senza vergogna, senza finto pudore: la voglia è di contatto. In un attimo la metà dei carcerati – chiusi in questo teatro – è stesa per terra su tappeti di gomma, ciascuno a turno abbandonato nelle mani del suo compagno di coppia. Sotto l’uno e sopra l’altro, prima a cavalcioni e poi disteso a foglia morta dopo aver passato a setaccio ogni centimetro di muscoli di quello che gli sta sotto, dopo aver impastato a due mani le membra di quello che sta sotto, dopo aver premuto nocche su schiene, gomiti su polpacci di quello che gli sta sotto, dopo aver steso e tirato braccia, dopo aver battuto palmi aperti per rilassare la massa rovente dei muscoli di quello che sta sotto. È  l’atto dell’abbandono di un corpo sull’altro fino a che poi le parti si invertono e chi ha sentito rilassarsi le ossa dal malleolo a quelle del cranio deve restituire l’attenzione, deve restituire il massaggio al proprio compagno. È una fatica rossa per l’angelo massaggiatore dare sollievo, rallentare il respiro di quello che gli sta sotto come quello di un bambino che perde la coscienza nella sua stanchezza.

Alberto ha la pancia schiacciata per terra, il suo angelo si chiama Riccardo. Si poggia di lato inginocchiato e si china piano e gli sfiora appena a mani aperte la schiena, poi riparte  dai piedi lentamente e salendo lungo le gambe aderenti al tappeto. Sul trapezio allarga le mani fino alla base del collo: se vuoi uccidermi fallo adesso, stringi forte le mani ed io resto fermo. Dice Alberto. Riccardo resta fermo. È un angelo vendicatore, un uomo della Folgore,  condannato omicida in primo grado per aver ucciso a calci un naziskin, ovviamente per errore.  Alberto è la schiuma sporca della società, dei figli degli anni 50 da sfiorare ma non toccare poggiando la propria testa sulla schiena in vigile attesa. Riccardo è teso. I minuti non passano per Riccardo, è troppo il tempo dell’abbandono del proprio capo sulla schiena di un rapinatore di merda, che da decenni  non riesce neanche a morire in un carcere. Ogni tempo è fatto per finire, ora Riccardo è a pancia a terra ed Alberto sopra. Alberto gli stringe cute e sottocute nelle rughe di ogni suo palmo, a manate per stritolare i pezzetti sfatti delle ossa dei tanti che gli sono rimasti sottopelle, assorbiti ad ogni rituale sacrificio di un colpevole giustiziato sotto le mani del probo militare della Repubblica Italiana. Dopo qualche minuto Riccardo ha, quasi, perso la coscienza del mondo, il suo occhio è retroverso nel buio della sua vita da libero.

Alberto si ferma. Alberto spalanca le mani premute pesanti sul cranio di Riccardo rammollito dal calore che Alberto si porta dentro verso chi è più giovane. Riccardo ora dorme. Alberto si adagia lungo sulla schiena appena sotto l’incavo della scapola di Riccardo da cui spunta l’ala e aspetta che la musica  lentamente si interrompa e che il suo angelo si svegli.

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(c) Milena Prisco

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Nota al testo: il racconto è stato ispirato dal Laboratorio Teatrale condotto da Voci Erranti di Grazia Isoardi presso il Carcere di Saluzzo (CN  – qualche notizia Qui

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Nota biografica:

Milena Prisco scrive poesie, racconti e collabora con le riviste Life Club e Il Reportage come giornalista. Nel biennio 1999/2000 alcuni suoi lavori sono stati pubblicati nelle antologie dei premi letterari Fonòpoli (Editrice Montedit), promosso dall’omonima associazione culturale, e Poesie di Fine Millennio dalla rivista Orizzonti. Nel 2010 sue poesie sono state pubblicate nelle antologie Democratika e Tutti Tranne Te (Editore Limina Mentis). Il racconto Marco Cavallo è Vivo è stato pubblico dalle riviste letterarie Microcenturie (www.microcenturie.it) e SUD che è diventato una performance live. Collabora dal 2011 con le riviste letterarie Torno Giovedì (www.tornogiovedi.it) ed UNONOVE (www.unonove.org). Il racconto Tutto in un calcio (minuto per minuto) è stato pubblicato da Nazione Indiana nell’aprile 2011. Nel 2011 il racconto Vendesi Barzellette è stato pubblicato nella antologia I migliori racconti di UNONOVE , Epika Edizioni.

Luce prigioniera

Fine pena mai

Non c’è lieto fine
nella malta che
si sgretola sotto colpi di
luce.
Noi abbiamo seguito
a tentoni
la processione di porte
lasciando brandelli
di pugni
sulla pelle dei muri

              …Bella mia
Ti scrivo da un luogo
che non esiste più
non è un’amnistia di ricordi
solo un rancore dissolto
che si libera
nella sospensione di polvere.

Iacopo Ninni

Sar6Nel 1883, l’antico monastero delle Murate di Firenze, che vide tra le sue “ospiti” Caterina de Medici, poi regina di Francia, è stato trasformato in carcere, diventato poi durante il ventennio e fino alla liberazione di Firenze, luogo di raccolta e interrogatori di prigionieri politici e partigiani.

Un luogo chiuso, segretato alla città, da sempre destinato alla detenzione, il cui nome stesso “Murate” non può concedere altra chance.

Nel 1985, in seguito alla costruzione del nuovo carcere di Sollicciano, il complesso delle Murate che copre un’area di circa 2700 mq tra Via Ghibellina e via dell’Agnolo, venne abbandonato. Solo nel 2001 sono iniziati gli interventi di restauro che lo hanno trasformato in un’area residenziale e commerciale.

Prima dell’inizio dei lavori, 12 fotografi fiorentini furono invitati a documentare ciò che era rimasto della struttura. Le opere furono presentate in una mostra curata da Mauro Magrini dal titolo Luce prigioniera, a cui si aggiunse un gruppo di poeti per commentare le fotografie.

10 anni dopo, il Caffè letterario delle Murate, Mauro Magrini e Elisa Biagini, che ha curato gli interventi poetici, hanno riproposto Luce prigioniera.